Una mela, un migrante

Una mela, un migrante

Da LaRegione Ticino, di Andrea Manna e Daniela Carugati l Gli uomini e le donne in attesa alla stazione ferroviaria di Como sono ormai 500. Aumentano i migranti assistiti dai volontari di Firdaus. E sale la pressione alla frontiera ticinese. Il ministro Gobbi intende infatti incontrare i prefetti di Como e Varese e chiedere a Berna l’intervento della Polizia militare a supporto delle Guardie di confine. Nodo, la gestione dei respingimenti.

Le mele sono diventate ormai una sorta di unità di misura. Restituiscono, giorno dopo giorno, la realtà della stazione di San Giovanni, a Como. Ieri ne sono state distribuite cinquecento. Tante quante le persone in attesa tra lo scalo ferroviario e i giardini sottostanti. Quel frutto assieme a un piatto di riso (o di pasta) e a un pezzo di pane costituiscono, del resto, il pasto che i volontari dell’Associazione Firdaus di Genestrerio garantiscono ogni mezzogiorno.

Sale il numero delle mele quotidiane. Aumentano i migranti che aspirano a passare la frontiera. E cresce così la pressione alle porte del Ticino. Il capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi intende incontrare i prefetti di Como e di Varese. «Stiamo prendendo i necessari contatti per vedere la loro disponibilità», dice alla ‘Regione’ il consigliere di Stato. «Si tratterà di fare il punto della situazione, anche per coordinarci al meglio al di qua e al di là della frontiera, visto che il problema è comune – aggiunge Gobbi –. Al momento la collaborazione con l’Italia, per quanto riguarda le procedure di riammissione, funziona bene». La situazione nel capoluogo lariano tuttavia si aggrava col passare dei giorni. «Proprio per questo vorrei sapere dai due prefetti come intendono gestire il fenomeno nell’immediato futuro – afferma il ministro ticinese –. Quello che sta avvenendo a Como potrebbe peraltro innescare problemi di ordine pubblico: alcuni migranti potrebbero infatti diventare manovalanza di organizzazioni criminali o facili prede di passatori che lucrano sulla disperazione altrui». Per il direttore del Dipartimento, servirebbe però anche «un segnale» da Berna: «La Confederazione dovrebbe finalmente dire in maniera chiara che la Svizzera non è un corridoio di transito, che nessun corridoio umanitario è stato aperto. Altrimenti c’è chi continuerà ad alimentare nei migranti false illusioni». D’altronde, continua Gobbi, «ho i miei dubbi che la Germania, Paese che i migranti desiderano raggiungere, voglia un simile corridoio: pensiamo a quello che succede in questi giorni a Costanza (Germania), dove quanto a respingimenti, e con un numero di migranti decisamente più basso di quello con cui noi siamo confrontati, le autorità tedesche stanno facendo con la Svizzera ciò che noi stiamo facendo con l’Italia».

Per quanto tempo ancora è gestibile questa situazione? «Stando agli ultimi dati forniti dal Comando delle Guardie di confine, in luglio ci sono stati 6’289 ingressi in Ticino, poco meno del doppio di quelli di giugno e più di tre volte e mezzo di quelli del luglio dello scorso anno – evidenzia Gobbi –. Quando si ha a che fare con oltre quattromila respingimenti in un mese, strutture e organizzazione del personale preposto a questo compito ne risentono parecchio. Il Corpo delle Guardie di confine della Regione IV ha dovuto chiedere rinforzi. Li ha ottenuti, ma nel contempo sono state sguarnite altre Regioni a nord». Tramontata l’ipotesi di un intervento dell’Esercito alla frontiera sud della Svizzera, e meglio della truppa di milizia attraverso una diversa pianificazione dei corsi di ripetizione, Gobbi si appresta a interpellare i consiglieri federali Guy Parmelin e Ueli Maurer, responsabili rispettivamente del Dipartimento della difesa e di quello delle finanze (dal quale dipendono anche le Guardie di confine). «Sto scrivendo infatti a Maurer e Parmelin – spiega Gobbi – per chiedere l’impiego della Polizia militare a supporto delle Guardie di confine della Regione IV per gestire i respingimenti. L’impiego della truppa era previsto qualora ci fosse stata un’impennata delle domande d’asilo, almeno diecimila, cosa che però non è sin qui accaduta. Sono invece nettamente aumentate le entrate illegali: ritengo quindi necessario un supporto all’attività al Corpo delle Guardie di confine. Un supporto che potrebbe essere fornito, in questa fase, dalla Sicurezza militare (Polizia militare), composta di professionisti dell’Esercito».

Domenica alla frontiera si è sfiorato un record di ingressi illegali: ben oltre 300 (e prossimi ai 400) i casi registrati dagli agenti a fronte dei 1’700 delle ultime settimane. Un’altra cifra che mostra quanto la situazione sia difficile. Un po’ di preoccupazione, di fatto, c’è anche nelle autorità locali, ammette il sindaco di Chiasso Bruno Arrigoni . «Abbiamo fiducia, in ogni caso, nel Cantone e nella Confederazione – precisa –, che non sono rimasti con le mani in mano, ma si sono dimostrati propositivi per ovviare a un eventuale aumento delle entrate». Certo uno scenario quale è quello comasco sulla soglia di casa fa un certo effetto. «Si vuole evitare di riprodurre una tale situazione. Siamo informati costantemente. I contatti con il Dipartimento delle istituzioni e la Segreteria di Stato della migrazione sono settimanali. L’ultimo punto lo abbiamo fatto martedì scorso e avremo un nuovo incontro con i nostri interlocutori cantonali questa settimana», ci conferma ancora Arrigoni.

Nel frattempo, anche la stazione di Chiasso si è andata un po’ trasformando, ma a livello strutturale. I divisori sistemati lungo il marciapiede sono pronti per fronteggiare un flusso migratorio più importante. Mentre entro fine mese (al massimo a inizio settembre, spiega il sindaco) si valuterà se adibire altri spazi dello scalo cittadino alle procedure di registrazione, qualora i locali al Centro federale non bastassero più per sbrigare le pratiche nello spazio delle 36 ore, come previsto. Alcune scelte logistiche, come la futura struttura di Rancate, stanno, però, già diventando un nodo della politica locale. I giovani leghisti del Mendrisiotto e l’Udc di Mendrisio hanno fatto sapere che non la vogliono.

Die Tessiner Nabelschau

Die Tessiner Nabelschau

Da NZZ del 5 agosto 2016 | Peter Jankovsky: «Dank seiner Lage ist das Tessin zum Brückenbauer zwischen zwei Wirtschafts- und Kulturräumen prädestiniert. Doch immer wieder taucht ein lästiges Hindernis auf: der “Ticinocentrismo”».

Dieser Tage richtet sich die allgemeine Aufmerksamkeit aufs Tessin: Das Filmfestival Locarno läuft auf Hochtouren, und neben aller Internationalität ist es vor allem die Deutschschweiz, die sich hier ein Stelldichein gibt. Ein schönes Beispiel dafür, wie verbindend Kultur sein kann – und für einmal rückt das von den Tessinern ungeliebte Klischee der Sonnenstube in den Hintergrund. Doch was bedeutet der Südkanton dem Rest der Schweiz? Seit dem 9. Februar 2014 scheint den Tessinern selber die Vorstellung zu schmeicheln, Zünglein an der eidgenössischen Waage zu sein. Damals haben sie mit ihrem wuchtigen Ja zur SVP-Einwanderungsinitiative den Ausschlag zu deren knapper Annahme gegeben.

Was geht also südlich des Gotthards vor? Zwei Kontinentalplatten schieben sich hier übereinander – eine physikalische Schnittstelle, die einen dauernden Spannungszustand erzeugt. Und dieses Bild gewinnt angesichts des erstarkenden Kulturtourismus an Anziehungskraft: Das Tessin ist eine Schnittstelle zwischen Nord und Süd, ein Ort, an welchem die Kulturen aufeinanderprallen, sich durchdringen und einen fruchtbaren Dialog des Widerspruchs in Gang bringen können. Das zeigt der Monte Verità in Ascona seit über einem Jahrhundert und das Filmfestival immerhin mit seiner 69. Ausgabe. Schnittstellen dieser spezifischen Art und Dimension gibt es in der Deutschschweiz kaum. So könnte der Südkanton dem Land auf gesellschaftlicher Ebene einige Impulse geben.

Allerdings steht dem oft das typische Tessiner Malaise im Weg. Man fühlt sich von Italien bedrängt und von Bern vernachlässigt. Der Südkanton wird regelmässig zur Schnittstelle negativer Erscheinungen: Von Italien her strömt rund die Hälfte aller Flüchtlinge, welche die Schweiz erreichen, ins Tessin, dreimal startete Rom fiskalische Angriffe auf den Luganer Finanzplatz, während Bern sich lange Zeit auf bessere steuerliche Beziehungen zu Deutschland konzentrierte.

Als grösstes Problem erweisen sich aber die mehr als 60 000 italienischen Grenzgänger. Sie machen etwa einen Viertel aller Erwerbstätigen im Tessin aus. Tagtäglich überqueren die «frontalieri» die Grenze und nehmen angesichts der seit 2008 grassierenden Arbeitslosigkeit in der Lombardei immer schlechtere Lohn- und Arbeitsbedingungen in Kauf. Die Folge: Der Südkanton sieht sich mit Lohndumping konfrontiert, unter dem im Tessin lebende Arbeitnehmer in einem Masse leiden, dass nebst der SVP und der rechtspopulistischen Lega sogar die Grünen und erzlinke Gewerkschaften den Schutz der heimischen Arbeitsplätze fordern.

Personenverkehr provoziert

Gerade in dieser Sache flammt der alte Ärger gegenüber Bundesbern wieder auf: Dessen Argument, Arbeits-Immigranten trügen zum Wohlstand bei, greift im Tessin nicht. Denn in den Südkanton kommen meist nur «Tagesarbeiter» mit niedrigerer Ausbildung; diese zahlen abgesehen von der Quellensteuer keine Abgaben und kurbeln die Tessiner Wirtschaft auch nicht durch Konsum an. Wenn Bern mit der Problemlosigkeit der Personenfreizügigkeit argumentiert, ist dies für den Südkanton ein rotes Tuch. Daher hat die Kantonsregierung den Ex-Staatssekretär und heutigen ETH-Professor Michael Ambühl beauftragt, eine regional- und branchenspezifische Schutzklausel zu erarbeiten. Das Modell sieht keine fixen Höchstzahlen für die Zuwanderung vor, sondern «Messgrössen» wie das Lohnniveau oder die Arbeitslosigkeit.

Die Folge des problematischen Tessiner Arbeitsmarktes ist: Ausgerechnet an einer der exponiertesten Schnittstellen zwischen der EU und der Schweiz wächst die Europa-Feindlichkeit und flammt regelmässig Trotz gegen Bundesbern auf. Dabei wäre das Tessin zum Brückenbauer zwischen zwei wichtigen Wirtschafts- und Kulturräumen prädestiniert, ist doch das an Kulturschätzen überreiche Italien drittwichtigster Handelspartner der Schweiz und die Lombardei eine der wenigen boomenden Industrieregionen Europas.

Angesichts seiner besonderen und dringlichen Probleme neigt das Tessin dazu, sich allzu intensiv mit sich selber zu beschäftigen und sich von der übrigen Schweiz abzukoppeln. Da auch seit der Jahrtausendwende immer weniger italienischsprachige Schweizer in anderen Landesteilen und in der Bundesverwaltung arbeiten, hat sich die typisch tessinerische Form von Nabelschau, der «Ticinocentrismo», verstärkt. Diesen hat der schweizweit wohlbekannte CVP-Ständerat Filippo Lombardi schon vor Jahren beklagt. Sogar die mächtige Sehnsucht nach einem Bundesrat oder einer Bundesrätin italienischer Muttersprache – seit 1999 ist die «Svizzera italiana» nicht mehr in der Landesregierung vertreten – scheint etwas nachzulassen. Selbst die Solidarität mit der «vierten Schweizer Minderheit», nämlich Italienischbünden, wird schwächer. Die kulturelle und wirtschaftliche Schnittstelle Tessin leidet an zunehmender Abschottung und einer Schwächung der eidgenössischen Denkungsart.

Sich an Bern anpassen

Dies erkannte die Tessiner Handelskammer schon vor Jahren und entsandte zwecks Lobbying eine Art Botschafter nach Bern. Bald darauf folgte die Kantonsregierung mit einem eigenen Mann, und auch die Tessiner Bundesparlamentarier legten sich stärker und geeinter ins Zeug. Die Einsicht, dass nur die Bereitschaft zum Zwiegespräch das Tessin weiterbringt – und zwar in Bern selber –, gewann an Boden. Gerade das erfolgreiche und vom schweizerischen Stimmvolk bestätigte Engagement in Sachen Sanierung und verhinderte Schliessung des Gotthard-Strassentunnels führte den Tessinern eines vor Augen: Als konstruktiv argumentierende und vor allem auch agierende Minderheit können sie in Bundesbern viel Gehör finden.

Doch im Tessin herrscht eigentlich ein Wechselspiel von Öffnung und Abschottung. Immer wieder taucht das lästige Hindernis des «Ticinocentrismo» auf. Die Personenfreizügigkeit erweist sich als die grösste Problem-Schnittstelle, weil sie den helvetischen Süden gleich dreifach unter Druck setzt: von Italien her, auf nationaler Ebene und innerkantonal. So ist der Südkanton geradezu gezwungen, sich intensiv mit sich selber zu beschäftigen, womit ein neuerliches Wegdriften von Bern und weitere kantonsinterne Streitereien drohen. Dies, zumal im Herbst eine Initiative der Tessiner SVP zur Abstimmung gelangt, die fordert, bei gleicher Qualifikation konsequent die Inländer zu bevorzugen. Aber gerade deswegen muss das Tessin umso aktiver auf Bundesbern zugehen, welches seinerseits die spezifischen Nöte des Südkantons besonders ernst nehmen muss.

Mit der Ernennung des bisherigen «Tessiner Botschafters» Jörg De Bernardi zum Vizekanzler hat die Landesregierung das richtige Zeichen gesetzt. Und dieser moniert, dass sich der Südkanton an den Rhythmus und die Abläufe Bundesberns anpassen sollte, um möglichst viel zu erreichen. Damit die Tessiner Eigeninitiative nicht erlahmt, braucht es aber nebst De Bernardi weitere Exponenten, die in der Deutschschweiz eine klare und aktive Präsenz markieren. Dies betrifft die Tessiner Bundesparlamentarier und vor allem den christlichdemokratischen Ständerat Lombardi, der wie FDP-Nationalrat und Fraktionschef Ignazio Cassis als möglicher Anwärter auf einen Sitz im Bundesrat gehandelt wird. Es ist auch gut, dass der ehemalige Bundesratskandidat Norman Gobbi in verschiedenen gesamtschweizerischen Gremien sitzt und den Sprung nach Bern versucht hat: Der sich staatsmännisch gebende Lega-Regierungsrat kann durch solcherlei Einbindung das eidgenössische Bewusstsein seiner rechtspopulistischen Partei schärfen – denn just sie befeuerte den «Ticinocentrismo» seit ihrer Gründung vor 25 Jahren nur allzu gerne.

Gelingt es dem Tessin, neue Anknüpfungspunkte in Bern zu schaffen, kann es endlich zu seiner «eidgenössischen» Aufgabe finden: Brücke und Vermittler zwischen zwei kulturellen und wirtschaftlichen Grossräumen sein. Und wenn sich dank mehr «Italofonie» auf Bundesebene die Beziehungen zu Italien merklich aufhellen, steht die Eidgenossenschaft in der EU besser da. Die Schnittstelle im Süden der Schweiz hat also noch viel Potenzial, das brachliegt.

Konsequentes Burka-Verbot: Erstmals Kuwaiterin in der Schweiz wegen Gesichtsverhüllung bestraft

Konsequentes Burka-Verbot: Erstmals Kuwaiterin in der Schweiz wegen Gesichtsverhüllung bestraft

Da Zuerst! Deutsches Nachrichtenmagazin del 5 agosto 2016 | Im Kampf gegen die alltägliche Islamisierung unserer Lebenswelt sind die Nachbarländer viel konsequenter. Im Schweizer Kanton Tessin etwa gilt seit 1. Juli ein Verbot, sein Gesicht im öffentlichen Raum zu verhüllen. Am vergangenen Wochenende wurde das „Anti-Burka-Gesetz“ erstmals konsequent angewendet: Eine Frau aus Kuwait muß 100 Franken (92 Euro) für das verbotene Burka-Tragen bezahlen.

Die Kuwaiterin stand vor einem Restaurant in der Stadt Chiasso. Das Lokal ist nur wenige Hundert Meter von der Grenze zu Italien entfernt. Polizisten erklärten der Frau, daß das Burka-Tragen per Gesetz verboten sei und sie daher 100 Franken zahlen müsse. Nachdem sie die Buße bezahlt hatte, legte sie ihren Schleier ab.

Laut dem Tessiner Polizeidirektor Norman Gobbi war dies der erste Fall, in dem ein Bußgeld eingefordert wurde. Gobbi zeigte sich zufrieden mit den bisherigen Erfahrungen und wird von Medien mit den Worten zitiert: „Die arabischen Touristen sind intelligenter als viele Gegner des Burka-Verbots.“ Auch der Luganer Stadtrat Michele Bertini erklärte: „Wenn man den arabischen Touristen gut erklärt, daß das Parlament dies beschlossen habe, wird das Verhüllungsverbot gut befolgt.“

Das „Anti-Burka-Gesetz“ wurde im Kanton Tessin 2013 per Volksabstimmung beschlossen. Wird eine Frau mit Burka erstmalig erwischt, ist ein Bußgeld in der Höhe von umgerechnet 92 bis 924 Euro fällig. Im Wiederholungsfall droht eine Geldstrafe von bis zu 9240 Euro. Verboten sind sowohl die Burka als auch der unter arabischen Touristinnen gängigere Niqab. Ein Burka-Verbot gibt es auch in Frankreich seit Mitte 2014. In Österreich und Deutschland sehen die Regierungen bislang keinen Handlungsbedarf.

Unsere Schweiz 2026

Unsere Schweiz 2026

Da BLICK.CH l Wie sehen 50 bekannte Schweizerinnen und Schweizer das Land in zehn Jahren? Wir haben sie gefragt – hier sind ihre Antworten.

Norman Gobbi, Regierungsrat Tessin.

1) Was ist Ihre Vision für die Schweiz 2026? 

Nach der Implosion der reformunfähigen EU, die wie die UdSSR in ihre Bestandteile zerfallen ist, stehen Freihandelsabkommen, Föderalismus und Eigenverantwortung in Bern wieder hoch im Kurs. Während die AHV durch eine Erhöhung der Mehrwertsteuer saniert wurde, konnte die Zuwanderung in den Sozialstaat durch strikte Anwendung des Prinzips «Keine Hilfe ohne Gegenleistung» abgeschwächt werden.

2) Geht es uns 2026 besser als heute?

Schlechter – falls nicht gehandelt wird!

3) Wie viele Menschen leben 2026 in der Schweiz?

Ungefähr 8 745 269.

4) Haben wir bis dann die Integration des Islam in die Gesellschaft geschafft?

Nein. Es droht die Gefahr von Parallelgesellschaften.

http://www.blick.ch/news/schweiz/unsere-schweiz-2026-id5326208.html

L’Esercito continua a investire in Ticino

L’Esercito continua a investire in Ticino

Dal Giornale del Popolo l In Ticino gli abili al servizio sono sei su dieci. In linea con la media nazionale. Grazie anche al lavoro di Norman Gobbi , malgrado i tagli fatti altrove, nel Cantone sono state mantenute molte strutture.

L’estate è un periodo di vacanze, ma anche, per i giovani in età, di servizio militare. Osservando i dati del Rendiconto cantonale relativi al 2015 abbiamo notato alcune nuove tendenze. Ne abbiamo approfittato per parlarne con il capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione Fabio Conti.

Da qualche anno gli abili al servizio si aggirano attorno al 60%. È un dato in linea con la media nazionale?

Si tratta di una percentuale stabile per il Ticino che è in media con le cifre del resto del Paese. Tendenzialmente la percentuale di incorporati è più elevata nei Cantoni di montagna mentre quelli “di città” il numero è inferiore. Inoltre i militi provenienti dalla Svizzera tedesca sono generalmente più numerosi di quelli della Svizzera francese. Anche se ci sono casi come Giura e Ginevra dove la Storia ha il suo peso e la vicinanza all’esercito è meno pronunciata.

Come giudica, in generale, l’interesse dei giovani per il servizio militare? E quello delle ragazze?

In generale l’interesse è buono e l’attitudine dei giovani verso il militare è positivo. I ticinesi sono sempre “dei buoni soldati”. E devo dire che pure le ragazze hanno sempre maggiore interesse per l’esercito, anche se il loro numero resta pur sempre molto limitato. Detto ciò occorre aggiungere che tra poco sarà presentato al Consiglio federale un rapporto sull’obbligo del servizio che prevede una serie di scenari innovativi tra cui anche alcune differenti proposte sulla possibilità di assolvere un obbligo di servizio per lo Stato. Varianti che interessano uomini e donne.

La “concorrenza” con il servizio civile vi ha penalizzato? In che modo?

Evidentemente il cambiamento di legge avvenuto nel 2008 ha facilitato di molto l’accesso al servizio civile. In particolare a causa dell’abbandono dell’obbligo di giustificare la scelta per motivi etici davanti a una commissione ad hoc. A partire da tale momento vi è stato un importante aumento dei giovani che hanno scelto il servizio civile. Se prima erano mediamente 1.500 l’anno, poi sono passati a 7.000-7.500 per attestarsi a 5.000-5.500.

Questa situazione porta sicuramente a delle difficoltà di alimentazione delle formazioni militari ed è una delle ragioni che hanno spinto alla recente riforma dell’esercito (“ulteriore sviluppo dell’esercito” la cui implementazione è prevista a partire dal 2018). Da notare che la Legge sul servizio civile è recentemente stata modificata proprio per questo motivo introducendo delle restrizioni sulle modalità relative al deposito di una richiesta per il Servizio civile.

Il servizio completo sul Gdp di oggi

Terrorbekämpfung in der Schweiz Sicherheit kommt vor Datenschutz

Terrorbekämpfung in der Schweiz Sicherheit kommt vor Datenschutz

Da NZZ.ch l Nach den Terror-Anschlägen in Nizza und Würzburg stellt sich auch in der Schweiz dieselbe Frage: Wie sollen Polizisten geschult werden? Die einzelnen Landesteile scheinen hier nicht das gleiche Tempo anzuschlagen.

Die Anschläge von Nizza und Würzburg haben eines gezeigt: Es besteht die Gefahr, dass sich islamistisch orientierte Personen selber rasch radikalisieren und als Einzeltäter einen Amoklauf starten. Es sei in den nächsten Jahren mit weiteren solchen Anschlägen zu rechnen, sagt Beat Villiger, Zuger Regierungsrat und Vizepräsident der Konferenz der kantonalen Polizei- und Justizdirektoren (KKJPD). Es scheine, als ob Einzeltäter häufiger auf sogenannte weiche Ziele losgehen, aber der IS oder andere Terrororganisationen die leider geglückte Tat für sich einfordern. Laut Villiger gehen Experten davon aus, dass der IS aufgrund der Verluste in seinem angestammten Gebiet vermehrt auf terroristische Aktionen im Westen setzt.

Angesichts dieser neuen Gefahr müsse die Schweiz ihre Sicherheitskräfte besser schulen, erklärte der Genfer Sicherheitsdirektor Pierre Maudet gegenüber der «Schweiz am Sonntag». Er fordert eine spezifische Anti-Terror-Ausbildung für alle Polizisten: Jeder Beamte müsse einen Amokläufer sofort ausschalten können. Gemäss Maudet haben die Genfer Behörden, für welche das vom Terror versehrte Frankreich besonders nahe liegt, ihre Einsatzdoktrin bereits entsprechend überarbeitet. Jedoch sollte man auch die Grundausbildung sofort anpassen, wie es auch im Wallis und der Waadt der Fall ist.

Mindestens heutigen Standard halten

Man analysiere laufend und passe die Polizeiausbildung entsprechend an, so Villiger. Dies geschehe selbstverständlich auch aufgrund der Erkenntnisse nach Vorkommnissen wie in Nizza oder Paris. Allerdings stelle sich die Problematik nicht in allen Kantonen gleich. Laut Villigers Worten hat der Bund für Nachrichtendienst und Staatsschutz mehr Personal bewilligt; davon profitieren auch die Kantone.

Der Zuger Sicherheitsdirektor sieht momentan keinen Anlass zu überstürztem Handeln, jedoch müsse das landesweite Sicherheitsdispositiv mindestens den heutigen Standard halten können. Zudem sollte ein Plan B vorhanden sein, falls der Terrorismus auch die Schweiz erreicht. Bisher gebe es keine konkreten Hinweise auf eine direkte Bedrohung für die Schweiz, so Villiger. Theoretisch würden Anschläge mit geringem logistischen Aufwand die wahrscheinlichste Bedrohung darstellen. Es kämen jihadistisch inspirierte Einzeltäter oder Kleingruppen in Frage, die aber auch militärisch ausgebildet sein könnten.

Auch soziale Prävention betreiben

Aus Villigers Sicht funktioniert die Zusammenarbeit von Nachrichtendienst und Kantonen gut, ebenso der Datenaustausch gerade mit Frankreich. Wichtig ist für den Vizepräsidenten der KKJPD, dass zugunsten einer wirkungsvollen Terrorbekämpfung diverse Gesetzgebungen angepasst werden, wie zum Beispiel das zur Abstimmung gelangende Nachrichtendienst-Gesetz. «Dem Datenschutz wurde in den letzten Jahren zu viel geopfert. Dieser hat zurückzustehen, wenn die öffentliche Sicherheit Priorität hat», sagt Villiger.

Er fordert hierbei nicht nur die konsequente Ausweisung von Ausländern, welche die öffentliche Sicherheit gefährden, sondern auch präventive Massnahmen. Weil die jüngsten Anschläge von sogenannten Outsidern begangen wurden, sind beispielsweise auch die Sozialbehörden der einzelnen Gemeinden gefordert. Die KKJPD erarbeitet gegenwärtig zusammen mit verschiedenen Organisationen entsprechende Präventionsmassnahmen.

Und wie steht es um das Sicherheitsdispositiv in der italienischen Schweiz? Dort gilt nämlich seit Anfang Monat das Burka-Verbot. Die kantonalen Behörden passten sich laufend der Situation an, sagt der Tessiner Polizei- und Justizdirektor Norman Gobbi. Hierbei sei die Zusammenarbeit der Sicherheitskräfte auf allen Ebenen von fundamentaler Bedeutung. Im Besonderen würden die Beamten seit einiger Zeit darin geschult, Situationen mit Amokläufern zu bewältigen. Aus Gobbis Sicht besteht im Tessin ein höheres Risiko terroristischer Aktionen als in anderen Kantonen, weil in der nahen Lombardei sehr viele Menschen mit arabischem Migrationshintergrund leben.

Wölfe im Schafspelz

Gobbi erinnert in diesem Zusammenhang an die Verhaftung des IS-Sympathisanten Abderrahim Moutaharrik in Italien. Diese wurde dank Hinweisen seitens der Tessiner Kantonspolizei möglich – ein deutliches Zeichen dafür, dass man wachsam sei und dass die grenzüberschreitende Zusammenarbeit von Sicherheitsbehörden vorerst funktioniere. Und was ist mit dem Burka-Verbot? Es gebe keine konkreten Hinweise auf direkte Bedrohungen, so Gobbi. Im Gegenteil wiesen die Informationskampagnen über das Verhüllungsverbot seitens der Botschaften einiger arabischer Staaten darauf hin, dass eine zumindest teilweise Akzeptanz bestehe. Im Hinblick auf das nahende Filmfestival in Locarno, einem internationalen Grossanlass, hat der Tessiner Polizeidirektor aber das Sicherheitsdispositiv angepasst. Der islamistische Terror setze Wölfe im Schafspelz ein – dies sei die schlimmste Gefahr für alle im Westen, urteilt Gobbi.

Twitter: @peterjankovsky

“Chi cercherà lo scontro farà i conti con le sanzioni”

“Chi cercherà lo scontro farà i conti con le sanzioni”

Dal Corriere del Ticino di oggi, 1. luglio 2016, una mia intervista sulla normativa, da oggi in vigore, che impedisce di dissimulare il volto in pubblico

Il direttore delle Istituzioni, tra velo e provocazioni

Norman Gobbi, concretamente cosa cambierà da oggi?
«Diverse cose. Perché il divieto di portare il burqa è solo uno dei tanti elementi della nuova legge sull’ordine pubblico. Legge che, infatti, permetterà ad esempio alle autorità comunali di lottare, e anche in maniera significativa, contro l’accattonaggio e il littering, due fenomeni che possono favorire il generarsi di una percezione d’insicurezza nei cittadini. Nell’ambito della dissimulazione del viso ci sono poi ulteriori aspetti. Da un lato legati all’ordine pubblico, e penso alle manifestazioni sportive o a un certo tipo di raduni politici con tutti i danni conseguenti alla non riconoscibilità delle persone. Dall’altro, e alludo al burqa, si tratta di ribadire i nostri valori, ma anche che il mostrare il volto pubblicamente è da ricondurre a una forma di riconoscimento e non a questioni religiose».

Dobbiamo attenderci una pioggia di multe alle turiste del Golfo arabo?
«Le persone che vivono nel nostro cantone e si coprono il viso con il niqab saranno toccate dalla nuova legge nella misura in cui la stessa mira soprattutto a integrarle nella società. Questi residenti andranno accompagnati con dei programmi, finalizzati alla comprensione e al rispetto dei nostri usi e costumi. Salvo provocazioni mirate o incomprensioni, non credo invece che vi saranno complicazioni con i turisti: a conferma di ciò l’ambasciata saudita ha di recente invitato i suoi cittadini a voler rispettare il divieto di indossare il burqa sul nostro territorio proprio per evitare problemi».

Avete previsto un periodo di adeguamento. Ma cosa si intende?
«Essendo una novità c’è evidentemente una componente educativa che avrà la precedenza. Un po’ come avvenne quando la cintura al volante divenne obbligatoria. Naturalmente se alla fase di sensibilizzazione non seguirà un adeguamento, subentreranno le sanzioni».

Il sostituto procuratore generale Antonio Perugini ha richiesto buon senso. Detto altrimenti, la magistratura vi ha chiesto di non forzare la mano?
«Perugini ha fatto capire che la legge è finalizzata al rispetto di un costume locale e non all’imposizione di una norma di comportamento. Il buonsenso risiederà quindi nell’evitare lo scontro. Sappiamo che c’è chi ha già annunciato di voler venire in Ticino per creare tensioni (l’imprenditore franco-algerino Rachid Nekkaz, n.d.r.). A queste persone che cercano lo scontro occorre ricordare, che come per altre leggi, chi non rispetta le norme dovrà fare i conti con le conseguenze che ne discendono, le sanzioni».

Quali le difficoltà pratiche per le autorità chiamate a far rispettare la legge?
«Sarà importante che le varie polizie comunali dialoghino fra loro, soprattutto se attive all’interno di un’area esigua come può essere il lungolago che da Lugano porta a Paradiso. L’obiettivo in effetti è quello di cercare di avere una prassi condivisa, proprio per evitare che in un Comune venga tollerato un certo comportamento e in un altro no, creando insicurezza nell’applicazione del diritto. A tal proposito ritengo che i primi 6 mesi saranno decisivi per capire gli effetti e le modalità d’attuazione della legge e, se del caso, al fine di apportare dei correttivi nel quadro delle direttive legislative».


Come replica all’affermazione «Gobbi ha fatto uno sgambetto a un settore turistico già in ginocchio»?

«Innanzitutto è il popolo che ha deciso, approvando l’iniziativa in votazione. Ciò detto, il settore del turismo invece di continuare a piangersi addosso ha la possibilità di sfruttare questa legislazione a proprio favore. I fatti di Parigi e Bruxelles hanno spaventato e allontanato dall’Europa ad esempio il turista asiatico. Grazie a leggi come queste possiamo riconquistare quei mercati alla ricerca di elevati standard di sicurezza che noi sappiamo offrire più che altrove. Sono sicuro che questo elemento, unito al rispetto dei costumi, rappresenti un valore aggiunto e un fattore d’attrazione per una fascia di turisti, soprattutto benestanti».


C’è un preciso settore in cui crede che i nuovi paletti porteranno a un miglioramento dell’ordine pubblico?

«Delegando alle polizie comunali alcuni compiti di prossimità, la legge permetterà di lottare contro fenomeni poco “svizzeri” come il littering e l’accattonaggio. In quest’ultimo caso parliamo infatti di persone che spesso non hanno nemmeno il diritto di restare sul territorio e vanno riaccompagnate alla frontiera. Inoltre grazie a una speciale banca dati potranno essere schedati e bloccati più velocemente i soggetti recidivi. Per quanto riguarda invece il littering, alla legge si potranno affiancare efficaci campagne di sensibilizzazione, un po’ come fatto a Bellinzona con i mozziconi giganti».


In generale perché invece ritiene che il Ticino beneficerà dalle nuove leggi?

«Da un lato, e penso al littering, i nuovi paletti permetteranno di far fronte alla parziale perdita di quelle buone abitudini tipicamente svizzere, che se rimaste intatte forse non ci avrebbero spinto a modificare la legge. Dall’altro i cittadini hanno espresso una chiara volontà, e a mio modo di vedere la legge e la sua applicazione serviranno per ribadire che in Svizzera il popolo è sovrano e che quanto decide va rispettato. E qui mi riferisco al divieto di celare il viso in pubblico».

Norman Gobbi a Bruxelles

Norman Gobbi a Bruxelles

Da RSI.ch l Le organizzazioni europee anche in ambito di protezione civile interagiscono con quelle svizzere. Norman Gobbi in veste di presidente della Conferenza governativa dei direttori cantonali del militare, della protezione civile e dei pompieri era oggi (giovedì) a Bruxelles per conoscere gli interlocutori, a pochi giorni da un importante esercizio trasfrontaliero (Odescalchi, con il coinvolgimento anche delle autorità italiane) ma in una delle settimane peggiori per le istituzioni europee, dopo il voto sulla Brexit con ripercussioni anche per i rapporti fra Berna e l’Unione.

“In ambito di sicurezza ci sono necessità anche continentali e la differenza fra la Svizzera, l’UE e gli Stati membri è comunque meno sentita che in settori più politici e meno operativi”, ha sottolineato il consigliere di Stato ticinese.

http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Norman-Gobbi-a-Bruxelles-7685078.html

Gobbi stende…al tappeto

Gobbi stende…al tappeto

Da ticinonews.ch l Nonostante la pioggia, si è svolta con successo la prima Festa cantonale di lotta svizzera tenutasi nel weekend a Gudo. Numerosi i visitatori che, sia dal Ticino che d’Oltralpe, hanno voluto ammirare i 120 atleti che si sono confrontati sui tre anelli di segatura. 

Tra loro c’era pure un lottatore d’eccellenza, nientepopodimeno che il Consigliere di Stato Norman Gobbi che ha voluto cimentarsi nella disciplina tanto conosciuta nella Svizzera interna. Dopo qualche difficoltà iniziale, il ministro ha letteralmente steso al tappeto il suo avversario.

“Grande ambiente oggi alla 1. Festa Lotta Svizzera Ticino” ha commentato il ministro su Facebook, postando pure il video della sua performance. “Patriottismo, sport e alla fine un po’ di impegno personale. Viva la Svizzera!”

http://www.ticinonews.ch/video/ticino/296262/gobbi-stendeal-tappeto

Una presidente per la Regio

Una presidente per la Regio

Da RSI.ch l L’assessore di regione Lombardia con delega ai rapporti con il canton Ticino Francesca Brianza è stata investita oggi, giovedì, della carica presidenziale della Regio Insubrica per l’anno a venire, venendo così a sostituire il Consigliere di Stato ticinese Norman Gobbi, che l’ha detenuta dal 2015.

“Sono onorata di assumere la presidenza della Regio Insubrica, organo che sta diventando sempre più un punto di riferimento fondamentale sia per la risoluzione di tante problematiche transfrontaliere, sia per mettere a frutto le varie opportunità”, ha dichiarato la neoeletta. “In un periodo di grande incertezza dovuto al nuovo riassetto istituzionale previsto dalla Riforma Costituzionale e alla revisione degli accordi bilaterali italo-svizzeri, il prossimo passo sarà costituire tavoli tematici per sviluppare ambiti fondamentali come viabilità, lavoro, sport, cultura e turismo”.

L’investitura ha avuto luogo durante l’assemblea generale della Regione Insubrica tenutasi a Villa Gallia a Como e alla quale è intervenuto, tra gli altri, anche il cancelliere dello Stato del Canton Ticino e segretario della Regio Giampiero Gianella.