UDC «Noi non cambiamo idea sulla civica»

UDC «Noi non cambiamo idea sulla civica»

Dal Corriere del Ticino | Sostegno unanime alla modifica della legge in votazione il 24 settembre – Le frecciatine a PS, PPD e PLR Marchesi: «Su Prima i nostri ci vuole la volontà di tutti» – Gobbi: «Le scelte partono da chi comanda»

È tortuosa la strada che porta al ristorante Castagno di Mugena, luogo eletto dall’UDC per il proprio Comitato cantonale. Chissà, forse è proprio per non affrontare le numerose curve che a partecipare è stata una ventina di persone. «Non tantissime considerando i 60 membri», ha rimarcato il presidente dell’UDC Piero Marchesi . A rispondere all’invito c’era anche un «outsider»: il consigliere di Stato leghista Norman Gobbi , che possiede ancora la tessera del partito. «Con Gobbi abbiamo un buon rapporto, è il consigliere di Stato più vicino all’UDC. Porta avanti i nostri valori», ci ha risposto Marchesi quando l’abbiamo sollecitato sulla presenza del politico di via Monte Boglia. Valori che passano anche attraverso i temi all’ordine del giorno: la modifica della legge sulla civica in votazione il 24 settembre e l’applicazione dell’iniziativa popolare Prima i nostri. Sul primo punto Marchesi ha lanciato un appello: «Vorrei che il nostro partito dimostri che non cambia idea rispetto a quanto portato avanti in Parlamento, votando in modo chiaro e compatto il sostegno alla legge sull’insegnamento della civica, contrariamente a quanto hanno fatto gli altri partiti: il PS, il PPD e il PLR che si sono rimangiati la parola. Trovo non sia stato rispettoso nei confronti del lavoro dei loro rappresentanti in Gran Consiglio».

A prendere la parola è stato anche Gobbi: «In tante persone mi hanno chiesto perché un consigliere di Stato si è schierato. È importante che Lega e UDC confermino le proprie posizioni a difesa dei valori tradizionali. La democrazia diretta è uno strumento fondamentale, ma bisogna conoscerlo. Per formare cittadini liberi è importante che siano consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri». Per dovere di cronaca, occorre ricordare che il Governo non ha preso posizione lasciando libertà di voto ai suoi membri. Alla fine, con 23 sì, il sostegno all’iniziativa è stato unanime. Il partito ha anche deciso di sostenere l’altro oggetto cantonale in votazione, il controprogetto all’iniziativa popolare della VPOD «Uno per tutti, tutti per uno».

Sul banco c’era però anche un altro tema al centro del dibattito politico ticinese, l’applicazione dell’iniziativa popolare Prima i nostri. Marchesi ha ribadito che «i margini per applicare l’iniziativa ci sono, come c’erano per il 9 febbraio. Prima i nostri può essere applicato attraverso la soluzione proposta dall’UDC». E Marchesi ha colto anche l’occasione per «tirare le orecchie alla maggioranza del Consiglio di Stato quando dice che Prima i nostri non può essere applicata al settore privato. I presenti sono esclusi perché so che Gobbi la pensa in modo diverso». Ora la palla è in mano al Gran Consiglio: «Spero che i parlamentari si mettano una mano sulla coscienza, resto fiducioso ma manca un anno e mezzo alle votazioni cantonali e questo inciderà in modo negativo sull’applicazione dell’iniziativa». Chiamato in causa, il direttore del Dipartimento delle istituzioni ha fatto qualche precisazione: «Le scelte partono da chi comanda e nel caso del mio Dipartimento Prima i nostri viene applicata. L’ambito di manovra c’è nelle assunzioni e nell’ambito dell’attribuzione dei mandati». «Ci vuole la volontà di tutti», ha voluto sottolineare Marchesi, «ma finora in Governo non c’è stata».

Anche i Giovani UDC, in una nota stampa, hanno dato le proprie indicazioni di voto. Sugli oggetti cantonali, hanno deciso di sostenere legge sulla civica, mentre lasciano libertà di voto sul controprogetto «Uno per tutti, tutti per uno» a causa della «poca chiarezza del testo costituzionale in votazione e delle lacunose spiegazioni sull’opuscolo informativo». I giovani dell’UDC invitano poi ad approvare il decreto federale sulla sicurezza alimentare e a respingere i due oggetti concernenti la revisione del sistema pensionistico.

(Articolo di Michelle Cappelletti)

«La bandiera è un simbolo d’identità»

«La bandiera è un simbolo d’identità»

Da Ticinonline | Queste le parole di Norman Gobbi durante l’inaugurazione del nuovo vessillo del Consorzio Protezione Civile Regione Lugano Campagna svoltasi ieri sera a Mezzovico-Vira

«Investire dei soldi in una nuova bandiera è inutile? No, specie nei nostri tempi digitali in cui un pezzo di stoffa conta sempre di più. La bandiera è importante per ribadire la propria identità, che nel caso del Consorzio Protezione civile Regione Lugano Campagna è fatta di dedizione, ogni giorno e ogni ora dell’anno».

Queste le parole con cui il consigliere di Stato Norman Gobbi ha salutato mercoledì sera a Mezzovico-Vira il nuovo vessillo del Consorzio Protezione civile Regione Lugano Campagna, alla presenza di numerose autorità. Portata in scena ancora chiusa dall’alfiere Oliviero Molinari, il milite con più anni di servizio e il grado di capitano, la bandiera è stata svelata dal cappellano della Protezione Civile Don Mattia Scascighini, che l’ha benedetta, e dalla presidente del Consiglio consortile Lisa Martinenghi.

Il vessillo, ideato da Antonio Fasola, simboleggia la struttura della Protezione civile tramite dei rami arancioni che si propagano dallo stemma ufficiale, a significare la capillarità della sua presenza sul territorio. Rami che richiamano strade, ma anche la natura, elemento fondamentale della regione Lugano Campagna, dove la realtà urbana lascia sovente spazio a boschi, fiumi e montagne. Natura che ritorna anche nei colori di sfondo della bandiera: il verde a richiamare la fauna e il blu a richiamare cielo e corpi d’acqua.

A precedere la presentazione della bandiera si è tenuta una parte ufficiale, condotta dal comandante Ferruccio Landis e allietata dalla musica della Filarmonica Unione Carvina di Monteceneri.

Il primo a prendere la parola è stato il presidente della Delegazione consortile Tarcisio Gottardi che ha scelto due aggettivi per descrivere il vessillo: «semplice e importante». «La bandiera rappresenta l’anima dello scopo della Protezione Civile, è un oggetto che racchiude molti valori. Chi può restare impassibile di fronte a questo simbolo?»

Il sindaco di Mezzovico-Vira Canepa ha da parte sua ricordato lo stretto rapporto fra il suo Comune e il Consorzio. «Per Mezzovico-Vira è un onore che il Consorzio si trovi nel nostro Comune (hanno sede nello stesso palazzo, NDR). In tutto il Cantone la Protezione civile è una presenza bene accetta e rassicurante, che porta conforto in caso di emergenza, e i suoi nobili intenti si inseriscono perfettamente nel nuovo gonfalone, che sventolerà a garanzia dell’impegno civile e dell’importanza che il Consorzio ha nelle nostre vite».

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi, oltre alle parole riportate in apertura, ha pure ricordato che a causa delle emergenze climatiche e per colpa del traffico il Ticino è «un cantone sempre più fragile», e che in questo senso la bandiera è anche un segno dell’evoluzione della Protezione Civile, i cui compiti diverranno sempre più preziosi.

La cerimonia si è conclusa con le note del Salmo svizzero e con i ringraziamenti del comandante Landis.

Presenti dal 1972 – Il Consorzio Protezione civile Regione Lugano Campagna è stato costituito nel 1972 e si occupa di 32 comuni della periferia che contano oltre 50.000 abitanti. Il Consorzio è di principio un Ente di secondo intervento, pronto a intervenire e a coadiuvare i partner della Protezione della Popolazione per interventi in situazioni normali, particolari e straordinarie. I Comuni facenti parti del Consorzio, il Comune di Mezzovico-Vira e la Banca Raiffeisen del Cassarate hanno contribuito finanziariamente alla creazione del vessillo.

L’articolo su Tio.ch: http://www.tio.ch/News/Ticino/Attualita/1161843/-La-bandiera-e-un-simbolo-d-identita-

Nuovo alto ufficiale ticinese nell’esercito: Stefano Laffranchini-Deltorchio nominato a brigadiere

Nuovo alto ufficiale ticinese nell’esercito: Stefano Laffranchini-Deltorchio nominato a brigadiere

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |

Il Dipartimento delle istituzioni prende atto con soddisfazione della nomina da parte del Consiglio federale del colonnello SMG Stefano Laffranchini-Deltorchio al grado di brigadiere, con la funzione di sostituto del comandante della divisione territoriale 3.

A partire dal 1. gennaio 2018, per decisione del Consiglio federale, il colonnello SMG Stefano Laffranchini-Deltorchio assumerà il grado di brigadiere, diventando così il terzo ticinese e italofono nel corpo degli alti ufficiali superiori dell’Esercito svizzero.

Il brigadiere (01.01.2018) Stefano Laffranchini-Deltorchio assolverà i suoi nuovi compiti in seno all’esercito col grado di occupazione del 20%, al quale si aggiungono i suoi obblighi di ufficiale di milizia. Laffranchini-Deltorchio continuerà a svolgere con profitto la sua attività professionale principale presso l’Amministrazione cantonale, ossia quale Direttore delle Strutture carcerarie cantonali.

Questa nomina corrisponde al raggiungimento di un ulteriore obiettivo del Dipartimento delle istituzioni nell’ambito degli affari militari: aumentare a tre il numero degli alti ufficiali ticinesi. Laffranchini-Deltorchio si aggiunge infatti ai brigadieri Maurizio Dattrino e Silvano Barilli nominati negli scorsi anni.

Al neo brigadiere vanno le congratulazioni del Consigliere di Stato Norman Gobbi, Direttore del Dipartimento delle istituzioni, che interpreta la nomina del Consiglio federale come la dimostrazione di fiducia e di riconoscimento per il lavoro svolto dal corpo degli ufficiali ticinesi a favore dell’Esercito svizzero. Parimenti si ringraziano quegli alti ufficiali ticinesi che sono stati contattati o che hanno partecipato al concorso, dimostrando come l’ufficialità ticinese dispone di persone dalla dimostrata qualità.

Espulsi due radicalizzati

Espulsi due radicalizzati

Da RSI.ch | Un cittadino afgano e uno turco sono stati allontanati dal Ticino perchè ritenuti pericolosi

La mia intervista al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Espulsi-due-radicalizzati-9484336.html

Due persone ritenute pericolose e legate ad ambienti radicalizzati sono state espulse dal Ticino nelle scorse settimane. L’operazione, rimasta segreta fino ad ora, è stata condotta dalla Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni in collaborazione con la polizia cantonale, la Segreteria di Stato e la polizia federale.

I due uomini, come riportato martedì dal Corriere del Ticino, sono un cittadino turco di circa quarant’anni, in Svizzera dall’inizio degli anni 2000 con lo statuto di rifugiato, e un trentenne afgano richiedente asilo, nel paese dal 2015.

Entrambi avevano richiamato l’attenzione delle autorità per le loro frequentazioni dubbie e sono stati rimandati nel loro paese d’origine. Restano segrete le regioni del Ticino dai quali i due sono stati allontanati ma gli stessi avevano intrecciato relazioni sia nel Cantone, che in Italia come pure in altre nazioni.

I filoni di inchiesta che però hanno portato al successo di questa operazione erano comunque separati poiché i due espulsi non avevano alcun legame tra loro.

Terrorismo Due uomini pericolosi: espulsi

Terrorismo Due uomini pericolosi: espulsi

Dal Corriere del Ticino | L’inedita vicenda di un cittadino turco e uno afgano che vivevano in Ticino a contatto con ambienti radicalizzati Le loro frequentazioni dubbie e movimenti sospetti hanno portato i funzionari e la polizia alla drastica soluzione

Mentre in tutta Europa è allerta terrorismo, in Ticino sono stati espulsi un cittadino turco e uno afgano. Due persone ritenute pericolose, legate ad ambienti radicalizzati frequentati da soggetti molto vicini all’ideologia jihadista. Al centro dell’operazione c’è la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni che ha collaborato sul caso con la Polizia cantonale, la Segreteria di Stato della migrazione e la polizia federale. L’inedita vicenda è stata condotta nel pieno della bufera sui permessi falsi, una vicenda scoppiata in febbraio con arresti, polemiche e inchieste, ma il tutto è avvenuto nel più stretto riserbo, senza che nulla trapelasse, per il rischio di fallimento. Il tutto è avvenuto anche grazie al lavoro d’intelligence e ha permesso di prendere conoscenza di situazioni che non erano note e comprovate.

Il cittadino turco, sulla quarantina, aveva uno statuto di rifugiato riconosciuto, ed era entrato nel nostro Paese all’inizio degli anni Duemila. Tra i motivi che hanno spinto le autorità ad allontanare l’uomo, all’inizio dell’anno, spiccano i presunti legami che avrebbe intrattenuto con ambienti islamisti radicali. È stato considerato una potenziale minaccia per il nostro Paese. Per contro il cittadino afgano, sulla trentina, era un richiedente l’asilo entrato in Svizzera nel 2015. Il suo allontanamento è più recente, è avvenuto nel corso dell’estate. Un altro individuo giudicato dai servizi specializzati un serio pericolo, visti i suoi contatti con altri individui radicalizzati. Entrambi sono stati allontanati e rimandati nel loro Paese d’origine con un biglietto di sola andata.

I due hanno richiamato l’attenzione delle autorità per le loro frequentazioni dubbie e i movimenti sospetti. Un sottobosco di radicalizzazione allo jihadismo che è emerso anche dal recente processo contro Ümit Y., l’agente di sicurezza che lavorava nei centri per richiedenti l’asilo per Argo 1, la società al centro della vicenda del mandato diretto del DSS. L’atto d’accusa a suo carico della Procura federale citava diverse situazioni di ritrovi sospetti, facendo anche nome e cognome delle persone interessate. Rimane top secret la regione del Ticino che ha visto i due espulsi protagonisti, mentre gli stessi intrattenevano legami sia in Ticino, che in Italia, come pure in altri Paesi. Mentre i due non erano uniti da legami o rapporti, i filoni che hanno portato al successo di questa operazione erano separati.

NORMAN GOBBI – «La Svizzera è un luogo di reclutamento»

Ticino, radicalismo, terrorismo e sostenitori del sedicente Stato islamico. Dobbiamo iniziare ad avere paura?

«Quando sono state colpite da attentati terroristici città come Parigi, Bruxelles, Berlino, Londra, Manchester e Barcellona – e negli ultimi due anni è successo purtroppo troppe volte – ho ricordato che alle nostre latitudini il rischio zero, ovvero la possibilità che anche da noi si verifichino attacchi simili, non esiste. Questi attacchi colpiscono laddove fa più male: nel cuore pulsante delle comunità, dove la gente sta vivendo la propria quotidianità. Ma, per tornare alla sua domanda, no, non dobbiamo iniziare ad avere paura, perché è proprio quello l’obiettivo finale di questi movimenti radicalizzati: insinuare la paura nella popolazione. Ricordo anche che la Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi, tuttavia l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra autorità politiche e forze dell’ordine a livello nazionale e internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni».

Si parla spesso di casi isolati, ma poi ne emergono di nuovi. Fino ad oggi ci siamo illusi di essere un territorio immune?

«Dalle informazioni fornite dal Servizio delle attività informative della Confederazione il nostro Paese non si presta a essere uno degli obiettivi principali dei terroristi. Come dimostrano alcuni arresti avvenuti in passato – e nemmeno troppo lontano – la Svizzera è piuttosto un luogo in cui avviene il reclutamento per la diffusione di ideologie di questo genere e per il finanziamento di queste ignobili azioni. Anche in passato, per altri tipi di terrorismo il nostro territorio si prestava a questo genere di attività. E non da ultimo non va dimenticato che vicino a noi, al di là del confine, ci sono luoghi problematici. E penso in questo senso alla moschea di Varese dalla quale sono transitate persone pericolose».

Cosa si sente di dire dei due casi che arrivano alla ribalta oggi?

«Innanzitutto voglio esprimere il mio ringraziamento a tutti i miei collaboratori: funzionari e agenti di polizia che con pazienza e tenacia si sono occupati dei casi. Il lavoro che svolgono queste persone spesso è dietro le quinte, non si vede. Ma grazie al loro impegno, il nostro territorio rimane un posto sicuro dove vivere. E non da ultimo, tengo a ringraziare anche tutte le persone che lavorano per i servizi della Confederazione che hanno reso possibile ottenere un risultato di successo per entrambi i casi».

Molti si chiederanno: per due che sono stati allontanati, quanti altri jihadisti operano nell’ombra in Svizzera e in Ticino?

«Difficile da dire. Possono anche essere persone che transitano sul nostro territorio per un breve periodo. Per questo motivo è fondamentale che cittadini, enti e associazioni, insomma chiunque noti qualcosa di sospetto sul nostro territorio lo segnali alle nostre forze dell’ordine. In questo senso mi piacerebbe che le persone attive nelle nostre moschee fossero più attive nel segnalare personaggi sospetti. Quando a febbraio è stato arrestato il reclutatore sul nostro territorio grazie a un blitz delle forze dell’ordine la Lega dei musulmani ha negato di aver subito una perquisizione. Ma poi, durante il processo dell’imputato al Tribunale penale federale è emerso invece che la sede era stata perquisita. Su questo aspetto non smetterò mai di insistere: occorre trasparenza!».

La Sezione della popolazione con questa azione ha certamente fatto «un colpaccio». E dire che mentre si lavorava nell’ombra su questi delicati casi imperversava il cosiddetto scandalo dei permessi falsi. Come commenta?

«Ancora una volta il plauso va al lavoro di chi, anche quando si trovava nell’occhio del ciclone, non ha mai smesso di svolgere al meglio il proprio mandato. Persone che, mentre imperversava la tempesta, hanno lavorato anche durante i giorni di festa, in un clima caratterizzato da dubbi e attacchi da più fronti, soprattutto a livello mediatico».

Ma come si fa ad arrivare a smascherare queste persone?

«Spesso è un lavoro lungo. E la collaborazione tra autorità è fondamentale: prima di tutto tra servizi interni e poi con la Confederazione – penso il particolare alla Segreteria di Stato della migrazione, alla Polizia federale e al Servizio delle attività informative – e con le autorità internazionali. Lo scambio d’informazioni è quindi basilare. Un grosso contributo spesso lo danno anche le segnalazioni dei cittadini – che amo definire le nostre sentinelle sul territorio – e dei funzionari che si occupano delle pratiche. Ciò nonostante le grandi difficoltà date dagli strumenti legislativi che abbiamo a disposizione: risorse insufficienti per poter svolgere al meglio il nostro lavoro. A livello svizzero, ci stiamo muovendo tra Cantoni insieme al Dipartimento federale di giustizia e polizia per poter disporre di più mezzi per contrastare organizzazioni criminali e di stampo terroristico. Vogliamo modificare la base legale perché al momento, soprattutto il codice penale, è troppo debole. Pensiamo alla condanna del reclutatore arrestato qualche mese fa e recentemente condannato. Sei mesi per questo genere di reati sono davvero una pena troppo lieve a mio modo di vedere».

Abbiamo parlato dei suoi funzionari, ma che ruolo hanno avuto la Polizia cantonale e quella federale?

«Ovviamente, il ruolo della nostra Polizia è stato centrale. Il Servizio cantonale d’intelligence ha infatti lavorato in fase preventiva e ha evidenziato le due situazioni a rischio, per poi trasferire le informazioni e tutti gli elementi alla Polizia federale che, per competenza, ha avviato le indagini giudiziarie».

Nelle scorse settimane c’è stata la condanna di Ümit Y., già agente di sicurezza di Argo 1. Tra lui e i due espulsi c’erano dei legami di qualche genere?

«Non lo so dire. In casi come questi le inchieste sono condotte dagli inquirenti, e determinate informazioni sono strettamente confidenziali. D’altra parte nel nostro sistema democratico vige la separazione dei poteri. In ogni caso sono fiducioso sul lavoro svolto dalle nostre autorità giudiziarie in questo ambito».

(Articolo e intervista di Gianni Righinetti)

Un collaudo è abbastanza

Un collaudo è abbastanza

Da RSI.ch | Non sarà più necessario tornare a Camorino per ripetere la procedura in caso di difetti lievi

La mia intervista al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Un-collaudo-%C3%A8-abbastanza-9483148.html

Una sola visita a Camorino sarà abbastanza, anche se il veicolo non dovesse superare il collaudo, almeno nel caso di difetti lievi, come fari malfunzionanti. È quanto previsto da una nuova convenzione tra la Sezione della circolazione e l’Unione professionale svizzera dell’automobile, che permette di eseguire la riparazione in un garage certificato senza poi dover ripetere la procedura.

Una buona notizia per i conducenti, che risparmieranno tempo e denaro, ma anche per la Sezione della circolazione, che snellisce così le proprie pratiche burocratiche, continuando a garantire la qualità grazie alla certificazione richiesta ai garage.

Nuova convenzione fra la Sezione della circolazione e l’Unione professionale svizzera dell’automobile

Nuova convenzione fra la Sezione della circolazione e l’Unione professionale svizzera dell’automobile

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |

I detentori di veicoli che non superano un collaudo a causa di difetti lievi potranno in futuro limitarsi a effettuare le riparazioni in un garage certificato, senza l’obbligo di ripetere la procedura di verifica a Camorino, all’Ufficio tecnico della Sezione della circolazione o a Rivera, nella sede del Touring Club Svizzero (TCS). È il frutto di una convenzione firmata questa mattina dal Consigliere di Stato Norman Gobbi, che avvia una nuova forma di collaborazione fra la Sezione della circolazione e l’Unione professionale svizzera dell’automobile (UPSA).

La futura semplificazione, che diverrà operativa dal 2018, riguarderà i veicoli che non dovessero superare il collaudo alla Sezione della circolazione o al TCS per difetti di rilevanza limitata. In questi casi, le autorità offriranno al detentore del veicolo esaminato la possibilità di riparare il problema in un garage certificato, risparmiandogli così l’onere di un nuovo collaudo. Le officine che otterranno la certificazione, rilasciata per conto del Cantone da UPSA, saranno infatti abilitate a convalidare la «Conferma di riparazione», un documento che il detentore del veicolo dovrà semplicemente trasmettere alla Sezione della circolazione per attestare il superamento del collaudo.

Con questa misura il Dipartimento delle istituzioni conferma il proprio impegno nello snellire le procedure burocratiche, così da rendere più rapida e soddisfacente l’interazione fra la cittadinanza e l’autorità cantonale. La Sezione delle circolazione, uno degli uffici più sollecitati dell’Amministrazione cantonale, si conferma così una volta ancora all’avanguardia nell’alleggerimento delle procedure e nel miglioramento della qualità del servizio.

Non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza

Non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza

Da Ticinonews|Norman Gobbi commenta i tragici fatti di Barcellona. “Le nostre forze dell’ordine si sono adattate alla minaccia”

“Un altro vile attacco laddove fa più male: nel cuore di una città, in cui turisti e residenti vivevano un momento di tipica quotidianità”. Queste le parole del direttore del dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, da noi contattato per un commento sui tragici fatti di Barcellona.

“Purtroppo i terroristi non guardano in faccia a nessuno e anzi, si distinguono proprio per colpire e uccidere innocenti. Barcellona purtroppo è l’ultima di una serie di meste tragedie che hanno toccato altre città europee: Parigi, Nizza, Bruxelles, Berlino, Londra e Manchester sono purtroppo associate a tragici fatti”.

“Ma non voglio e non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza – ha proseguito Gobbi – questi attacchi vanno condannati e questi scenari sanguinari e ignobili non possono divenire parte della nostra normalità! La cultura del terrore non può insinuarsi, perché vorrebbe dire scendere a compromessi con il male”.

I fatti di Barcellona rilanciano immancabilmente il tema della sicurezza. Cambierà qualcosa anche alle nostre latitudini? “La Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi ma l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra Autorità politiche e forze dell’ordine a livello internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni”.

“Non possiamo restare con le mani in mano – conclude Gobbi – Alle nostre latitudini le nostre forze dell’ordine si sono adattate alla minaccia. Infatti, da qualche tempo la Polizia cantonale ha preso alcune misure di sicurezza per far fronte a rischi simili: il più visibile è l’utilizzo del giubbotto anti-proiettile da parte dei nostri agenti. A fronte dei recenti episodi che hanno macchiato di sangue l’Europa inoltre sono state prese misure puntuali, come nell’ambito di grandi manifestazioni dove un grande numero di persone si raduna. Pensiamo ad esempio ai recenti festeggiamenti per la nostra festa nazionale: in questi casi la Polizia cantonale ha utilizzato sbarramenti in cemento per evitare che mezzi pesanti potessero scagliarsi sulla folla”.

Leggi l’articolo sul portale Ticinonews: http://www.ticinonews.ch/ticino/402122/non-dobbiamo-rassegnarci-all-indifferenza

Circolazione – L’imposta del futuro prende forma

Circolazione – L’imposta del futuro prende forma

Dal Corriere del Ticino | Il nuovo sistema di calcolo è stato discusso dal Consiglio di Stato, ma non potrà entrare in vigore nel 2018 – Ecco le proiezioni per alcuni dei modelli più venduti in Svizzera – Intanto oggi è attesa l’offensiva del PPD

Per il sistema bonus/malus che supporta il calcolo dell’imposta di circolazione non ci sarà un prepensionamento a fine anno. La bozza di soluzione elaborata dal Dipartimento delle istituzioni è comunque pronta ed è stata discussa dal Consiglio di Stato prima della pausa estiva. Con le spiegazioni tecniche, il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi ha consegnato anche una tabella (in parte prodotta qui a fianco) con i modelli di auto più venduti in Svizzera e l’effetto concreto che avrà la riforma. Come si può notare c’è chi sale, specie le piccole vetture, mentre per i detentori di quelle di media o alta gamma ci sarà un risparmio rispetto all’imposta versata per l’anno in corso. L’imposta 2017 aveva suscitato discussioni, polemiche e ricorsi. A muoversi era stata anche la politica, specie il PPD, lanciando un’offensiva in grande stile, promuovendo due iniziative popolari. Proprio questo pomeriggio i popolari democratici consegneranno le sottoscrizioni all’iniziativa «Per un’imposta di circolazione più giusta» e a quella denominata «Gli automobilisti non sono bancomat». Proposte che, c’è da scommetterci, rilanceranno il dibattito. Il dipartimento di Gobbi, da noi interpellato, fa sapere che «il Governo ha preso atto dell’esito della consultazione sul nuovo metodo di calcolo e delle proposte di calcolo che la perizia del consulente esterno ha permesso di individuare». Ma ora si pigia un po’ il freno, «considerata la necessità di attendere l’esito delle iniziative popolari». Questo tempo a disposizione verrà sfruttato per «approfondire ulteriormente le valutazioni. Le modifiche legislative proposte non potranno pertanto entrare in vigore il 1. gennaio 2018, come inizialmente previsto. Nelle prossime settimane il Dipartimento delle istituzioni valuterà i prossimi passi da intraprendere e consoliderà l’intenzione condivisa anche dal Consiglio di Stato in un messaggio governativo». Aggiungendo poi che «la soluzione individuata permette in generale una riduzione media dell’imposta a carico degli automobilisti ticinesi che possiedono un auto di media-alta cilindrata allineando la cifra alla media svizzera».

Il progetto è stato elaborato anche alla luce dell’esito della consultazione. Sono stati interpellati 42 tra partiti, enti e associazioni. In 18 hanno formulato le proprie osservazioni «esprimendo una gamma di pareri piuttosto diversificata. In generale, a livello politico e fra le associazioni di categoria, c’è comunque ampio consenso sull’idea che l’attuale impostazione per il calcolo dei contributi richiesti ai detentori di veicoli sia datato e vada ripensato, per tenere in considerazione i cambiamenti tecnologici e sociali avvenuti negli ultimi anni». Parallelamente alla consultazione, il Consiglio di Stato aveva incaricato uno specialista esterno di sviluppare, sulla base di quanto proposto dal gruppo di lavoro, una prima possibile formula per il calcolo dell’imposta.

La soluzione è in gestazione e verrà messa nero su bianco nel messaggio che seguirà, ma quello che il Governo ha sempre sostenuto che la neutralità finanziaria del sistema è uno degli obiettivi: il gettito del 2017 dell’imposta di circolazione in Ticino, circa 110 milioni di franchi, andrà mantenuto anche per il futuro. Gobbi, intervistato dal Corriere del Ticino, aveva precisato che «l’obiettivo della riforma non è di certo quello di aumentare il gettito o pescare di più nelle tasche degli automobilisti». Mentre sul sistema bonus/malus, che non regge più, aveva affermato: «L’ho sempre sostenuto si tratta di un sistema che ha dei limiti, soprattutto per la compensazione tra sconti elargiti e penalità inflitte. È pure un sistema difficile da comprendere. Per questo motivo, già nel mese di settembre 2016, ho promosso un convegno con attori del mondo dell’automobile, politici e addetti ai lavori per trovare una nuova formula. L’intento è quello di trovare più stabilità ed eliminare il sistema bonus/malus».

(Articolo di Gianni Righinetti)

La violenza domestica è una questione pubblica

La violenza domestica è una questione pubblica

Dal Mattino della domenica | Cresce il numero di interventi in Ticino per liti tra le mura di casa

Nelle scorse settimane si è parlato purtroppo ancora di violenza domestica, terminata con il peggiore dei drammi. E si tratta di due eventi in poche settimane. Uno ad Ascona, una donna macedone freddata in un autosilo. Un altro a Bellinzona, una donna eritrea che cade dal sesto piano di un palazzo. Entrambi sono il risultato di una lite domestica. Il colpevole in un caso, e il presunto nell’altra, fanno parte della famiglia. Due mariti che hanno dato fine alla vita della propria moglie.

Sono due – e a poca distanza l’uno dall’altro – i casi di cronaca che mi fanno ripensare a una situazione preoccupante. Le statistiche di violenza domestica non sono rassicuranti: se nei primi sei mesi del 2016 gli interventi per lite domestica erano 399, in questi primi sei del 2017 sono 529. 130 in più. Anche il numero di persone che hanno avuto bisogno di cure mediche è aumentato: da cinquantacinque nei primi sei mesi del 2016 a settantasei nel 2017. Anche le morti in ambito domestico, purtroppo, seguono la stessa tendenza: due nel 2014, una nel 2015, nessuna nel 2016 e infine già due quest’anno.

Maggiore apertura o problema “d’importazione”?

Da una parte questo ci fa pensare che le vittime o i testimoni di una violenza si aprono di più con la nostra polizia. Posso pensare che lo si faccia con una maggior coscienza del fatto che la polizia c’è, che i nostri agenti sono pronti a dare una risposta tempestiva alla richiesta di aiuto e che, in un momento di necessità, ci sarà un intervento che potrà dare sicurezza e protezione.

D’altra parte, però, è un numero che mi preoccupa. Mi preoccupa perché, anche se per ora a questo aumento non è data spiegazione, è una realtà che forse non ci appartiene così tanto, che non sentiamo nostra. Anche perché nel 69% dei casi di violenza domestica, statistiche alla mano, è coinvolto un cittadino straniero. Per di più, nel 31% dei casi lo sono entrambi i partner, come nei casi che hanno portato alla morte di due donne nelle ultime settimane. Si tratta di una “aggressività d’importazione”, che aumenta con l’aumento della popolazione non indigena sul nostro territorio? In ogni caso, è una situazione che non dobbiamo perdere di vista. Ma soprattutto, non dobbiamo, mai e poi mai, abituarci a certi episodi di violenza.

In attesa del Parlamento

Proprio qualche mese fa con il Consiglio di Stato, su proposta del mio Dipartimento, abbiamo avanzato delle proposte per accrescere la sicurezza delle persone coinvolte in episodi di violenza domestica. Il messaggio governativo chiede una modifica della Legge sulla polizia (LPol) per fare in modo che sia l’ufficiale di polizia a decidere l’allontanamento di una persona dal suo domicilio o il divieto di frequentare determinati luoghi, senza coinvolgere sistematicamente il pretore nella decisione, diminuendo in questo modo la burocrazia. Oltre a ciò, vi è anche la proposta di trasmettere automaticamente la decisione di allontanamento all’Ufficio dell’assistenza riabilitativa, che si occuperà in questo modo di prendere contatto con tutti gli autori di violenza domestica. Il messaggio è stato approvato a fine marzo: ora la parola è passata al Gran Consiglio, che spero si interesserà del tema al più presto.

Nuove proposte dal DI

La sicurezza di tutti i cittadini rimane sempre al centro del lavoro che stiamo svolgendo, con il mio Dipartimento, da anni. E ancor prima che la violenza domestica tornasse al centro del dibattito pubblico, con la Divisione della giustizia abbiamo elaborato ulteriori proposte che proprio questa settimana abbiamo inoltrato alla Commissione permanente in materia di violenza domestica. Due proposte che si potrebbero aggiungere alla modifica della LPol.

La prima consiste nell’utilizzare la sorveglianza elettronica come forma di prevenzione per evitare la recidiva. Il Ticino ha infatti già sviluppato un’ottima esperienza nell’utilizzo di questo strumento in altri ambiti, essendo un Cantone pilota per il progetto nazionale di sorveglianza elettronica. Con la seconda proposta vogliamo invece affrontare in profondità tutte le sfaccettature che compongono la violenza domestica: abbiamo infatti proposto alla Commissione di valutare la possibilità di introdurre una legge specifica al riguardo, come già succede in altri Cantoni.

La violenza domestica non è un fatto privato. Tocca le famiglie, il nucleo della nostra società. È un fattore che rischia di sgretolarne la coesione. La collettività deve quindi reagire, e questo anche a tutela della sicurezza pubblica. Le istituzioni fanno la loro parte nell’essere presenti e fare il possibile per evitare che questa situazione degeneri, ma anche i cittadini sono chiamati a fare la propria parte, denunciando situazioni che potrebbero portare a un’escalation di violenza preoccupante. Non stiamo quindi a guardare, ma agiamo!