Vita e sogni dietro le sbarre, un calendario per parlarne

Vita e sogni dietro le sbarre, un calendario per parlarne

È quanto ha realizzato un gruppo di detenuti nelle carceri ticinesi. Foto e riflessioni raccontano la loro quotidianità.
Il direttore Laffranchini: ‘Iniziativa partita da loro’.

“La vita non finisce qui”. È un messaggio proiettato al futuro quello apposto sopra una foto che ritrae delle sbarre di ferro e un muro di cemento, scelti per caratterizzare il supporto da appendere alla parete del calendario 2023 delle Strutture carcerarie cantonali. Un’iniziativa nata dal basso, ovvero dal Gruppo cucina formato da persone detenute. Come immagine di copertina il calendario riporta una pietanza disposta su piatti di plastica preparata dagli ideatori del progetto, mentre nelle pagine interne, associate alle caselle dei giorni, si trovano degli scatti che mostrano momenti e luoghi emblematici della quotidianità in prigione: cassette di verdure e di pane, una torta appena sfornata, scorci di cielo che riempiono i vuoti di un reticolo di filo spinato, tricicli per bambini posteggiati all’esterno.

Ognuno di essi è accompagnato dal pensiero di un prigioniero: “Fuori c’è qualcuno che mi vuole bene”. “Spero di non tornarci mai più. Dovrò lavorarci anche quando sarò fuori”. “Facendo l’apprendistato ho una vita normale e ho ripreso i rapporti con i miei genitori”. Riflessioni concise, formulate con semplicità, ma cariche di profonda valenza per coloro che le hanno espresse e per chi fuori aspetta il ricongiungimento. Come d’altronde è carico di significato proprio l’oggetto calendario, fatto da persone per cui depennare i giorni significa contare il tempo che le separa dalla ritrovata libertà.

‘La loro idea iniziale era di venderlo e dare i ricavi in favore delle vittime’
«L’iniziativa è partita da una persona detenuta che lavora in cucina e mi ha scritto che assieme ad altre desiderava fare un calendario – racconta a ‘laRegione’ il direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini –. La loro idea era poi di venderlo e dare i soldi in favore delle vittime. Ci è sembrata un’ottima proposta e abbiamo deciso di concretizzarla sotto forma di progetto pilota, ma per ora senza la vendita». Per questo primo anno è dunque stato creato il calendario da regalare a persone e a istituzioni vicine al mondo della detenzione in modo da tastare il terreno e valutarne l’impatto per poi eventualmente ripetere l’iniziativa nell’ottica pensata dalle persone detenute.
Le quali, dice Laffranchini, sono molto contente di quanto hanno creato: «Si tratta di un piccolo progetto a cui però si sono dedicate con molta passione. È stato necessario capire come impostare la grafica, scattare le fotografie, redigere i testi e impaginarli. Sono stati coinvolti anche i docenti della scuola che hanno contribuito alla realizzazione del calendario. Inoltre è stata un’opportunità che ha permesso a chi si è messo in gioco di interrogarsi sul proprio percorso».

‘L’obiettivo dell’esecuzione penale è la risocializzazione’
Progetti come quello descritto si inseriscono nel quadro del mandato di risocializzazione affidato ai penitenziari del nostro Paese. «L’articolo 75 del Codice penale svizzero prevede essere la risocializzazione lo scopo della pena, quindi l’obiettivo dell’esecuzione penale è la riabilitazione – sottolinea il direttore delle Strutture carcerarie cantonali –. Per questo tutti i progetti e tutti gli interventi anche esterni vengono valutati in ottica riabilitativa. Se riteniamo che le proposte possano apportare un contributo in questo senso, le seguiamo più che volentieri nei limiti del possibile». Anche in modo piuttosto flessibile, dice Laffranchini: «Proponiamo ad esempio dei corsi di yoga di cui forse non si vede direttamente la pertinenza con il reinserimento nella società, ma di cui intuitivamente è comprensibile il beneficio». Accanto alle proposte che vengono dal basso e a quelle più distensive, in carcere esistono diversi laboratori dove si praticano attività retribuite. «C’è la falegnameria, stampiamo le targhe, lavoriamo per Swissminiatur e Geomat, abbiamo il Gruppo lavanderia e appunto quello cucina – illustra degli esempi Laffranchini –. Evidentemente il lavoro è un fondamento su cui costruire la risocializzazione, da una parte tramite la normalizzazione, per far sì cioè che le persone si abituino ad avere un ritmo di scansione della giornata che poi ritroveranno all’esterno. Mentre dall’altra parte imparano o reimparano a vivere dei proventi del proprio lavoro».

‘In questo periodo aumenta il senso di solitudine ma anche la distensione’
Un pensiero in questo periodo va al modo in cui i detenuti vivono le festività. «È un momento un po’ particolare perché potrebbe amplificare il senso di solitudine dato che si tratta di giorni che solitamente si trascorrono con i propri cari mentre chi è in carcere si trova a non poterlo fare – osserva Laffranchini –. Comunque percepisco una distensione generale in questi momenti, forse anche perché offriamo delle possibilità maggiori: un po’ più di tempo fuori dalla cella, un po’ di più di tempo con i propri parenti. Questo probabilmente contribuisce ad alimentare un clima festivo anche per loro, malgrado la situazione di privazione della libertà e degli affetti che vivono».

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 2 gennaio 2023 de La Regione

Quando la polizia diventa lo stalker degli stalker

Quando la polizia diventa lo stalker degli stalker

Il Gruppo prevenzione negoziazione agisce d’anticipo e disinnesca potenziali casi di femminicidio.
Il capitano Cucchiaro alle vittime: ‘Segnalate prima che sia troppo tardi’.

La violenza coniugale uccide più della strada e del tabacco. Ogni due settimane una donna viene uccisa in Svizzera dal compagno. In Ticino la polizia interviene in media tre volte al giorno, uno per violenza domestica ed è purtroppo solo la punta dell’iceberg. È un dovere proteggere donne e bambini che hanno il diritto di sentirsi al sicuro, ma occorre occuparsi (e non solo con pene detentive) anche dell’aggressore. Raramente, anche se lo vuole, si ferma da solo, senza supporto e assistenza adeguati. Se l’autore impara a gestire la rabbia, la vittima è libera. È anche per questo motivo che è nato un nuovo gruppo dentro la polizia che sta col fiato sul collo di chi ha già commesso violenza e di chi potrebbe farlo. «Diventiamo gli stalker degli stalker», dice il capitano Andrea Cucchiaro, usando una metafora.
L’ufficiale è responsabile del reparto interventi speciali (Ris) e dirige anche il Gruppo prevenzione negoziazione (Gpn), attivo dal 2019, che agisce sotto la legge della polizia (non sotto il codice di procedura penale) e si occupa appunto di disinnescare o anticipare situazioni potenzialmente a rischio, evitando il passaggio all’atto. Anche la violenza in famiglia. Abbiamo incontrato il capitano per capire come gli agenti monitorano chi ha già commesso violenze e chi potrebbe potenzialmente diventare pericoloso. Due situazioni diverse. «A reato avvenuto, la Polizia cantonale agisce sia col gruppo violenza domestica, inserito nella gendarmeria, che raccoglie l’attività delrelazione le pattuglie (art 55A del codice penale) e contatta la vittima, sia col gruppo prevenzione negoziazione (Gpn) che fa un’ulteriore analisi al fine di evitare una recidiva: chi ha subito diventa il nostro radar sulla situazione per capire e monitorare l’autore».

Perché picchiano le compagne
Gli agenti del Gpn (4 agenti specializzati e 1 coordinatore) ai quali si affianca uno psicologo del servizio psicologico della polizia, invitano anche l’autore (di regola sono maschi) a un colloquio. Non c’è coercizione. L’obiettivo è scoprire il motivo scatenante della violenza: perché ha picchiato la compagna, la moglie. «Il 95% si presenta all’incontro. Non sono criminali (e non li sto assolvendo!), tanti vogliono parlarne. Una volta lasciati dalla compagna, alcuni si comportano in modo violento perché si sentono persi, non sanno fare nulla da soli, da cucinare a pagare le fatture. Altri hanno problemi relazionali patologici, che possono affondare le radici nell’infanzia». L’incapacità di gestire la rabbia, sommata ad alcol, problemi coi figli, col lavoro diventa la miccia che può accendere la furia violenta.

La miccia della furia è spesso l’alcol
«L’abuso di alcol è quasi sempre presente, un elemento che favorisce fino a 7 volte in più l’escalation violenta». Il gruppo interviene anche per prevenire la violenza. Certo ci vuole una segnalazione (vedi box) da parte della vittima o di chi le sta attorno: «Siamo molto attenti ai casi di stalking (non è reato penale). Quando ci sono comportamenti persecutori ripetuti e intrusivi, come minacce, pedinamenti, molestie, telefonate contattiamo l’autore, lo incontriamo e cerchiamo di capire cosa succede». Il gruppo non fa né pedinamenti, né controlli telefonici, nessuna forma coattiva. «Apriamo un canale con la vittima che diventa parte attiva e col potenziale aggressore. L’obiettivo è capire che cosa può scatenare l’aggressione, gli eventi potenzialmente critici, come la sentenza per l’affido dei figli o un nuovo partner dell’ex. In questi casi monitoriamo più da vicino che cosa succede. Se tutto ciò non funziona attiviamo altri servizi come ad esempio le Arp per valutazioni più approfondite».

Ogni settimana 5 nuovi casi
I numeri fanno riflettere. «Ogni settimana abbiamo 4-5 nuovi casi (circa 300 l’anno, gli autori vanno dai 25 agli 80 anni), ci vengono segnalati da vari enti, istituzioni e talvolta anche da avvocati; la maggior parte non è ancora passata all’atto. La con gli autori si protrae nel tempo e sono una cinquantina le persone che vediamo con una certa regolarità, anche settimanale». I casi di violenza domestica di cui ci occupiamo – precisa – sono un centinaio circa l’anno (107 nel 2021, nel 2022 superiamo quel numero), il resto riguarda minacce tra vicini, verso funzionari, medici, autorità, politici; studenti che vanno a scuola con un’arma, che pubblicano contenuti violenti sui social, che scrivono componimenti che lasciano presagire un certo interesse per atti violenti.

‘Il dialogo nella coppia sembra scomparso’
La violenza non ha passaporto, ma spesso gli anelli deboli sono donne straniere che non sanno a chi rivolgersi in caso di maltrattamenti. Raggiungerle può essere una sfida. «Abbiamo trattato casi di donne letteralmente chiuse in casa, che hanno tutti i familiari contro. Sono casi che vengono alla luce ad esempio grazie ai racconti dei figli a scuola. Nella comunità eritrea ad esempio, il nascituro appartiene all’uomo, l’ipotesi d’interruzione di gravidanza può diventare un tema esplosivo. Noi siamo un tassello di una rete più ampia», precisa. In questi anni l’ufficiale si è fatto un’idea del perché tanta violenza si insinua in famiglia. «Osserviamo una crescente difficoltà a esprimere il proprio disagio nella coppia, il dialogo sembra scomparso. Si preferisce manipolare, urlare o usare la violenza. Quando queste persone sono davanti agli agenti parlano per ore, ma non lo fanno col partner». Agire preventivamente sembra la via giusta per disinnescare potenziali bombe a orologeria: «Fino ad ora siamo riusciti a evitare gravi passaggi all’atto e questo è un buon risultato».
Tra i tanti casi trattati, uno ritorna alla mente dell’ufficiale: «Mi colpisce la resistenza di alcune vittime, ricordo una donna che ha sopportato insulti e pugni per 20 anni. Quando i figli sono diventati autonomi ha deciso di reagire, non l’avrebbe fatto prima. L’abbiamo sostenuta e nel giro di un anno e mezzo si è ricostruita una nuova vita».

L’appello: ‘Alle vittime dico di non aspettare’
A chi subisce comportamenti persecutori, alle potenziali vittime l’ufficiale dice di non aspettare troppo, di chiedere aiuto e segnalare quanto succede: «Certe dinamiche possono degenerare molto velocemente», spiega il capitano Cucchiaro. L’invito è contattare anche il suo gruppo, via 117. «Possiamo anche solo parlare, consigliare che cosa fare». Quando si è oltre? «Quando ci si sente minacciati e in pericolo, ad esempio quando l’ex si apposta sotto casa, sposta gli ombrelli fuori casa così da farti sentire controllata. Anche se non c’è stato uno scontro fisico, ci sono tanti segnali da non sottovalutare». Il Gpn, forse poiché rappresenta la polizia, ottiene un maggior effetto deterrente: «Quando convochiamo a titolo preventivo un potenziale aggressore e ci parliamo, otteniamo di regola già buoni risultati».
Da gennaio ci sarà un nuovo tassello nella lotta contro la violenza domestica. Il Centro competenza violenza, diretto dalla psicologa della polizia Marina Lang, si propone di far dialogare tutte le unità della polizia, di analizzare nei vari casi che cosa funziona, che cosa non funziona e come migliorarlo, farà analisi del rischio e sarà il punto unico di relazione verso gli enti esterni. Avrà anche il ruolo di sensibilizzare la popolazione per favorire le segnalazioni utili a prevenire la violenza domestica. Il capitano fa riferimento al progetto upstander (chi vede qualcosa lo segnala). «Non è un programma spione, ma un invito a interessarsi all’altro, per accorgersi se il collega, l’amico, lo studente ultimamente ha cambiato le sue abitudini, solo nella relazione osserviamo ad esempio se un allievo inizia a starsene sempre solo: può essere solo introverso, ma può anche essere la spia di altro. Con la scuola stiamo valutando un canale di segnalazione diretto, così quel docente che ha un dubbio può chiamarci per un consiglio senza allertare la cavalleria». Chi sta subendo violenza, di regola fatica a farsi avanti. Tante subiscono e stanno zitte, forse perché non vedono vie di uscita per i figli, per la questione economica, per non accettare il fallimento della coppia. Di fatto la violenza domestica è un reato d’ufficio. Significa che non serve la querela della vittima. L’ufficiale ci tiene a ripeterlo: «Fare una segnalazione al Gpn non significa fare una denuncia. Gli agenti, tenendo il più possibile anonima la fonte, possono agire sull’aggressore in forma dissuasiva».

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 2 gennaio 2023 de La Regione

Elia Arrigoni nominato Capo della Sezione della circolazione

Elia Arrigoni nominato Capo della Sezione della circolazione

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha proceduto nella sua seduta odierna a nominare il nuovo capo della Sezione della circolazione del Dipartimento delle istituzioni. Sarà Elia Arrigoni a sostituire l’avv. Cristiano Canova, che a partire dal 1° aprile 2023 beneficerà del pre-pensionamento, dopo un periodo di oltre 30 anni alla testa della Sezione della circolazione.

Elia Arrigoni dal 2014 è Ufficiale responsabile dei Servizi generali presso la Polizia cantonale (9 servizi con oltre 60 collaboratori). Ha conseguito il Bachelor in diritto all’Università di Friburgo (in francese) e il Master su temi del diritto penale e della criminologia all’Università di Berna (in tedesco), per poi estendere la formazione nella materia del diritto penale materiale procedurale con il CAS in magistratura penale a Neuchâtel. Tra le altre formazioni, ha pure concluso il percorso quale funzionario dirigente dell’Amministrazione cantonale. Precedentemente dal 2011 al 2014 è stato segretario giudiziario presso il Ministero pubblico ticinese. Elia Arrigoni, 39 anni domiciliato a Mendrisio, è sposato e padre di 3 figli.
Nella nuova sfida professionale Elia Arrigoni sarà chiamato – oltre ad assicurare la conduzione, la gestione, il coordinamento, la pianificazione e il controllo della Sezione della circolazione – in particolare a elaborare le strategie future e sviluppare nuovi progetti e concetti orientati all’evoluzione continua nello specifico campo della circolazione stradale.
Il Consiglio di Stato formula i migliori auguri a Elia Arrigoni per la sua nuova attività professionale. Rivolge i suoi più sentiti ringraziamenti a Cristiano Canova per il lungo e proficuo lavoro alla testa dell’importante Sezione della circolazione del Dipartimento delle istituzioni, iniziato nel 1990.

Scuola di polizia 2022: cerimonia di consegna dell’arma per 60 aspiranti

Scuola di polizia 2022: cerimonia di consegna dell’arma per 60 aspiranti

Comunicato stampa

Venerdì 16.12.2022 nella sala del Consiglio Comunale di Bellinzona ha avuto luogo la cerimonia di consegna dell’arma agli e alle aspiranti della Scuola di polizia del V circondario d’esame (SCP2022). Durante il tradizionale evento, inaugurato dal Direttore del Centro formazione di polizia (CFP) Andrea Pronzini, hanno preso la parola il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, il Comandante della Polizia cantonale col Matteo Cocchi e il municipale della Città di Bellinzona Mauro Minotti. Pure presenti i Comandanti, o loro rappresentanti, dei Corpi di polizia con aspiranti in formazione. 
Il Consigliere di Stato Norman Gobbi nel suo discorso ha affermato come la consegna dell’arma agli aspiranti della Scuola di polizia “rappresenti da un lato il segno di fiducia delle istituzioni del nostro Cantone e dunque di tutta la popolazione nei confronti delle future e futuri agenti di polizia. Dall’altro lato chi oggi riceve l’arma dovrà dare prova di grande responsabilità nel saper gestire in modo corretto e proporzionale l’eventuale uso dell’arma”.
Il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi ha dal canto suo evidenziato come l’evento rappresenti una tappa fondamentale nel percorso formativo degli e delle aspiranti, sottolineando al tempo stesso che il dialogo deve restare sempre al centro del rapporto che ogni agente istaura con la cittadinanza. L’invito a loro rivolto è di assumere questa responsabilità per operare con proporzionalità, dialogo e cordialità.
Dopo un percorso di formazione comprensivo di allenamenti pratici e di approfondimenti normativi sull’uso della pistola d’ordinanza, 41 aspiranti agenti della Polizia cantonale (di cui 35 aspiranti gendarmi e 6 aspiranti ispettori e ispettrici), 14 aspiranti agenti delle Polizie comunali di Ascona, Bellinzona, Ceresio Sud, Chiasso, Locarno, Losone, Lugano, Mendrisio), 2 aspiranti della Polizia cantonale dei Grigioni e 3 aspiranti della Polizia militare, hanno ricevuto ufficialmente la pistola d’ordinanza. I 60 aspiranti totali (42 uomini e 18 donne), sono ora pronti per il completamento della loro formazione, che prevede fino al mese di febbraio un periodo di stage nei posti di polizia e presso i propri Corpi di appartenenza, e che proseguirà poi con il secondo anno di formazione di carattere pratico. Queste ulteriori fasi permetteranno loro di conseguire l’Attestato professionale federale di agente di polizia, dopo il superamento degli esami federali di professione nel febbraio del 2024.

All’overtime passa il compromesso

All’overtime passa il compromesso

Con 60 voti a 1, approvata in Gran Consiglio la formula che aveva trovato la quadra in Gestione. Partiti infine uniti ‘contro le disparità e nell’interesse dei cittadini’.

«Al 91esimo», anzi «all’overtime» – per usare due metafore risuonate in aula – il Gran Consiglio ha approvato il compromesso sulle imposte di circolazione «per applicare quanto votato dal popolo ma evitando disparità di trattamento», come detto dal presidente della Commissione della gestione nonché iniziativista Fiorenzo Dadò. Con 60 voti favorevoli e uno contrario, il parlamento ha infatti dato luce verde all’iniziativa parlamentare urgente presentata dalla Gestione che per il 2023 prevede un gettito totale di 81,5 milioni di franchi (con la moratoria per le auto immatricolate prima del 2009), a metà strada quindi tra i 77 milioni auspicati dagli iniziativisti e gli 85 proposti dal Consiglio di Stato. Il tutto lavorando sull’esponente per il calcolo delle emissioni di CO2– che sono al centro della formula per il nuovo calcolo – così da togliere le disparità di trattamento tra cicli di omologazione. Fermo restando che per gli anni successivi se ne dovrà ridiscutere. Come ripercorso da Dadò, il 30 ottobre scorso il 60,3% dei ticinesi che si sono recati alle urne ha approvato l’iniziativa lanciata nel 2017 dal Ppd (ora Centro) «in seguito a un aumento sproporzionato delle imposte di circolazione. Un verdetto popolare che ha dato un chiaro messaggio al Consiglio di Stato e che come classe politica siamo tenuti ad applicare cercando però di evitare le disparità di trattamento». Disparità dovute all’introduzione di un nuovo sistema di calcolo per le emissioni di CO2 nelle vetture di nuova generazione – 53mila quelle immatricolate in Ticino, un quarto del totale – che sarebbero state penalizzate dalla formula votata dai cittadini.
Per cercare di sanare la stortura il Consiglio di Stato aveva presentato tre diverse formule con dei decreti legislativi, che però non hanno trovato una maggioranza in Commissione a causa dell’ammontare del gettito: «Malumori e nessuna convergenza – ha riassunto Dadò –. Quindi comprensibilmente il Consiglio di Stato ha ritirato il proprio messaggio, lasciando però di fatto irrisolto il problema di disparità di trattamento che dapprima avrebbe ingiustamente penalizzato migliaia di cittadini e secondariamente generato verosimilmente un certo numero di ricorsi». Una situazione non certo ideale, per cui «tutte le forze politiche presenti in Commissione hanno ritenuto opportuno cercare un rimedio». Ed ecco il compromesso «tipicamente elvetico, secondo la buona tradizione che l’ottimo è nemico del bene – ha detto Dadò –, trovato grazie alla collaborazione di tutte le forze politiche e del Consiglio di Stato, in particolare Norman Gobbi, che appoggiandolo dopo un fin troppo lungo e tortuoso iter hanno dimostrato che con la buona volontà, e smussando un po’ tutti le relative posizioni, possiamo riuscire a fare buone cose per il nostro amato Paese».

‘Collaborazione e dialogo siano da esempio’
Ed è stato proprio il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi a parlare di overtime, «che è previsto quando si arriva a una fase di parità. In questo caso dovuta a incomprensioni ma anche alla mancanza di comunicazione per cui non si era arrivati a trovare quella quadra a cui finalmente si è giunti negli ultimi giorni grazie a una collaborazione fattiva e al dialogo». Perché se l’accordo non è stato trovato prima «è dovuto al fatto che ci si arroccava su posizioni diverse senza condividere quello che era un obiettivo di carattere finanziario», ha sottolineato Gobbi. Col compromesso viene quindi sanato l’anno 2023, «ma deve esserci un insegnamento per quanto dovremo fare l’anno prossimo nell’ambito della revisione della legge formale – ha commentato il consigliere di Stato –. Sapendo da un lato che il parco veicoli è in continua evoluzione (quindi meno emissioni e di conseguenza meno gettito, ndr) e dell’altro che il Cantone investe per un patrimonio stradale sempre più performante ma anche rispettoso dell’impatto fonico e quindi del benessere dei cittadini».

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 16 dicembre 2022 de La Regione

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Imposta corretta e senza disparità
Approvato dal Gran Consiglio il compromesso da 81,5 milioni di franchi di gettito

Dopo tante discussioni, qualche spaccatura politica e una votazione popolare, il dossier dell’imposta di circolazione, almeno per il 2023, può essere considerato chiuso. Il Gran Consiglio ha infatti approvato il compromesso che permetterà di evitare le disparità di trattamento tra i veicoli vecchi e nuovi e che fissa il gettito per le casse dello Stato a 81,5 milioni di franchi. Tutte soddisfatte le forze politiche.
Approvata dal Gran Consiglio la soluzione di compromesso che permetterà nel 2023 di evitare disparità di trattamento tra vetture vecchie e nuove, fissando il gettito a 81,5 milioni di franchi – Soddisfatte tutte le forze politiche – Il dossier tornerà comunque l’anno prossimo.

Tutto è bene quel che finisce bene. Dopo mesi di accese discussioni, spaccature politiche e una votazione popolare, il dossier dell’imposta di circolazione ( perlomeno per il 2023) ha finalmente il suo lieto fine. Il Gran Consiglio ha approvato con 58 voti favorevoli e 1 contrario la soluzione di compromesso trovata negli scorsi giorni dalla Commissione gestione e finanze. Una soluzione che, lo ricordiamo, prevede innanzitutto di correggere la problematica legata ai differenti cicli di omologazione che creava una disparità di trattamento tra le vetture immatricolate prima e dopo il 2018, svantaggiando in particolare le automobili più recenti. Su questa soluzione tecnica, però, tutti i partiti erano d’accordo.
Il vero compromesso politico, infatti, riguardava essenzialmente un problema di natura finanziaria, ossia il gettito che la nuova imposta avrebbe generato a partire dal prossimo anno. E ora l’incasso totale è stato posto a metà strada tra quanto chiedevano gli iniziativisti (77) e quanto proponeva il Governo (85), a 81,5 milioni di franchi. Un compromesso trovato, come detto, negli scorsi giorni in Commissione e che ieri ha retto alla prova del Parlamento.
Ora, concretamente, il primo gennaio entrerà quindi in vigore la nuova imposta di circolazione «corretta» e senza disparità di trattamento. Va però anche detto che, trattandosi di un decreto legislativo urgente, la nuova imposta tornerà per forza di cose in Parlamento l’anno prossimo, quando sarà discussa l’imposta per il 2024 e pure l’attuale moratoria per i veicoli immatricolati prima del 2009. Questi ultimi veicoli, infatti, come previsto dall’iniziativa popolare, almeno per il prossimo anno continueranno a pagare la stessa imposta, senza modifiche. Insomma, il capitolo dell’imposta di circolazione per il 2023 si è chiuso per davvero, ma una parte del libro rimane ancora tutta da scrivere.

Uno sguardo al futuro
Molto soddisfatto del risultato l’iniziativista e presidente del Centro/PPD, Fiorenzo Dadò: «La disparità di trattamento avrebbe creato una situazione non ideale. E questa proposta rappresenta un compromesso tipicamente elvetico ». Rimarcando che « la virtù sta nel mezzo», Dadò ha poi ringraziato tutte le forze politiche per la collaborazione. Cosi facendo, ha rimarcato, Parlamento e Governo «hanno dimostrato che con la buona volontà, e smussando le proprie posizioni, si possono fare buone cose per il Paese. E questo fa onore al Parlamento e al Governo».
Soddisfatte, va da sé, anche le altre forze politiche che hanno appoggiato il compromesso, le quali hanno però poi gettato pure uno sguardo al prossimo futuro, al 2024, quando l’imposta tornerà sul tavolo della politica. «Il fatto di essere arrivati finalmente a una soluzione condivisa è sicuramente un passo avanti», ha spiegato la capogruppo del PLR, Alessandra Gianella. «Auspichiamo dunque di trovare lo stesso spirito (di collaborazione, ndr) anche nel 2024».
Sulla stessa linea anche il capogruppo socialista Ivo Durisch: «È nell’interesse dei cittadini, e quindi anche noi sosteniamo questa proposta. Speriamo anche nel prossimo futuro di trovare questo tipo di convergenze».

Più aspettative
Anche il direttore del Dipartimento delle istituzioni NormanGobbi si è detto contento della soluzione trovata grazie « alla collaborazione e al dialogo», anche se « giunta all’over-time».
Una soluzione che « permette di rispondere a più aspettative», sia dal punto di vista finanziario sia ambientale (poiché la nuova formula terrà conto in maniera molto più importante rispetto a oggi delle emissioni di CO2), e che concretamente permetterà di evitare una disparità di trattamento che «avrebbe riguardato circa 53 mila automobilisti ». Anche Gobbi ha poi gettato uno sguardo al futuro, spiegando che ciò che è accaduto in questi mesi «dovrà servire da insegnamento per quanto dovremo fare l’anno prossimo e pure gli anni successivi, visto che il parco veicoli è in costante evoluzione».

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 16 dicembre 2022 del Corriere del Ticino

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Via libera all’imposta di circolazione
Il Gran Consiglio ha approvato l’accordo raggiunto martedì – Il nuovo calcolo entrerà in vigore il primo gennaio

Il Gran Consiglio ticinese ha dato il via libera all’ultimo momento possibile all’imposta di circolazione, con il nuovo calcolo sul quale la gestione aveva trovato un accordo martedì. In aula c’è stato un solo voto contrario. Il nuovo calcolo dell’imposta entrerà quindi in vigore il prossimo primo gennaio.
Il compromesso raggiunto dalla Commissione della gestione prevede una distinzione delle auto prodotte prima o dopo il dieselgate, così come un aumento del coefficiente per le auto più inquinanti.
Il gettito fiscale previsto per il 2023 è di circa 81 milioni di franchi, una via di mezzo tra i 77 milioni caldeggiati dagli iniziativisti e gli 85 proposti dal Governo.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Via-libera-allimposta-di-circolazione-15866977.html

Da www.rsi.ch/news

Grande successo dell’evento sulla responsabilità sociale delle imprese e dei Comuni

Grande successo dell’evento sulla responsabilità sociale delle imprese e dei Comuni

Comunicato stampa

Si è tenuto all’Auditorium della Scuola cantonale di commercio di Bellinzona un evento dedicato alla responsabilità sociale delle imprese e dei Comuni, al quale hanno partecipato più di 200 persone in presenza e in streaming. L’evento, voluto dai Consiglieri di Stato Christian Vitta e Norman Gobbi, ha permesso per la prima volta a diversi rappresentanti delle realtà aziendali e politici e funzionari del settore pubblico comunale e cantonale di riflettere sul tema della responsabilità sociale. Le raccomandazioni formulate nel corso del pomeriggio di studio confluiranno nei progetti strategici sul tema portati avanti dal Dipartimento delle finanze e dell’economia (DFE) e dal Dipartimento delle istituzioni (DI).

La prima edizione dell’evento sulla responsabilità sociale delle imprese e dei Comuni ha riscosso un ottimo successo di pubblico, con più di 200 persone in sala e collegate in streaming.  
Nel suo intervento il Consigliere di Stato Christian Vitta ha dapprima ricordato l’impegno del DFE nell’ambito della responsabilità sociale delle imprese, attraverso numerose misure messe in campo negli ultimi anni, come ad esempio il rapporto di sostenibilità semplificato, la concretizzazione della responsabilità sociale delle imprese quale criterio di aggiudicazione della Legge sulle commesse pubbliche (LCPubb) e l’introduzione di un sostegno alle imprese che intendono investire nella formazione di un proprio responsabile aziendale CSR. In seguito ha evidenziato che i Comuni, grazie alla loro prossimità con le aziende, possono sostenere le imprese locali nel loro percorso di responsabilità sociale e ambientale.  
Dal canto suo il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha sottolineato l’importanza di avviare un dialogo tra il mondo delle imprese e quello dei Comuni: due realtà che insieme possono lavorare insieme nell’ambito della responsabilità sociale promuovendo lo sviluppo sostenibile della qualità di vita residenziale dei cittadini e delle imprese medesime. Solo unendo le forze si possono costruire assieme dinamiche e buone pratiche da applicare in modo concreto nel rispetto della popolazione residente e del territorio in cui viviamo.  
Durante il pomeriggio quattro gruppi di lavoro, composti da rappresentanti dell’economia privata e del settore pubblico, hanno analizzato e riflettuto per identificare una serie di iniziative sulle quali imprese e Comuni possono promuovere congiuntamente. I temi toccati nei quattro seminari sono stati:

  • il contesto economico
  • l’infrastruttura e i servizi di pubblica utilità
  • la conciliabilità tra lavoro e vita privata
  • l’impegno civico.  

Dopo un momento di pausa, i lavori sono ripresi con una tavola rotonda – moderata da Marzio Della Santa –  alla quale hanno preso parte i Consiglieri di Stato Christian Vitta e Norman Gobbi, il Direttore della Società svizzera impresari costruttori Nicola Bagnovini, la Vice Direttrice dell’Associazione industrie ticinesi Daniela Bührig, la Sindaco di Castel San Pietro Alessia Ponti, il Sindaco di Gambarogno Gianluigi Della Santa e la Docente e ricercatrice SUPSI Jenny Assi. Il focus della discussione è stato messo in particolare su una riflessione da prospettive diverse su come le imprese e la politica comunale possano collaborare per promuovere una serie di misure socialmente responsabili.   

Sacrosanta democrazia diretta

Sacrosanta democrazia diretta

A distanza di meno di un mese due progetti per la realizzazione di nuove strutture scolastiche sono stati respinti in votazione popolare in due distinti comuni. È capitato il 30 ottobre scorso a Breggia, dove la maggioranza della cittadinanza ha detto no alla nuova scuola dell’infanzia e alla nuova mensa delle elementari a Lattecaldo, e questa domenica 27 novembre a Cevio con la bocciatura della convenzione con il Patriziato di Bignasco per il progetto e la locazione della nuova sede della scuola elementare. I referendisti hanno avuto buon gioco contro le decisioni prese da Municipi e Consigli comunali dei due comuni della Valle di Muggio e della Valle Maggia.
Grazie all’istituto del referendum si favorisce una discussione generale su un tema che sta a cuore alla popolazione. Una possibilità che rende il nostro sistema democratico unico al mondo. Sacrosanta democrazia diretta! Negli ultimi tempi, con la Sezione degli enti locali e grazie anche alle considerazioni che sono emerse negli innumerevoli incontri con i Municipi di quasi tutti i comuni ticinesi, abbiamo sviluppato una riflessione che mira a stimolare ancora di più la vita partecipativa della cittadinanza nella costruzione delle decisioni che toccano il bene comune delle cittadine e dei cittadini nei comuni. Tale riflessione ci ha portato ad avviare il progetto chiamato “Buon Governo”, attualmente in fase di sperimentazione a Faido e a Tresa.
Se è vero che i rappresentanti politici eletti negli Esecutivi e nei Legislativi sono le persone chiamate ad adottare le scelte e le decisioni a favore della comunità intera, è altrettanto vero che sempre di più ci si rende conto come il processo che porta a decisioni politiche abbia bisogno di una compartecipazione più elevata e più allargata, già in fase di elaborazione degli indirizzi da dare alla vita comunitaria e all’elaborazione delle soluzioni che rendano migliore la qualità di vita residenziale nei comuni. Le campagne condotte nei comuni su un oggetto sottoposto a referendum hanno rilevato negli anni oggettive difficoltà di dialogo tra gli opponenti e l’autorità, in particolare i Municipi, rispetto all’insieme della popolazione. Il progetto “Buon Governo” anticipa e cerca di risolvere i possibili conflitti, definendo una strategia sugli assi più importanti di sviluppo per una specifica comunità. Questo può essere fatto se la visione per il futuro è messa sulla carta nero su bianco da un gruppo di persone il più rappresentativo possibile dell’intera popolazione. Non solo quindi da municipali e consiglieri comunali, ma pure dai rappresentati di associazioni ed enti attivi nel comune e da singoli cittadini interessati al bene comunitario. Ho personalmente seguito a Faido i lavori che hanno portato all’elaborazione delle Linee di indirizzo comunale e all’approvazione della Visione e degli Obiettivi strategici scaturiti da 3 workshop promossi dal Municipio assieme ai collaboratori della Sezione degli enti locali. Visione e Obiettivi che entrano in un Piano d’azione di legislatura dei prossimi 5 anni (sino al 2028). Un processo che ha rafforzato e rafforza la partecipazione della cittadinanza. In quest’ottica il progetto “Buon Governo” nei comuni ticinesi si pone, tra i suoi obiettivi, di rafforzare la stessa nostra democrazia diretta. Senza negare l’importanza di velocizzare la realizzazione di un progetto, dal momento della decisione al momento dell’esecuzione.

Opinione pubblicata nell’edizione di mercoledì 30 novembre 2022 de La Regione 

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi incontra i Municipi di Savosa e Canobbio

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi incontra i Municipi di Savosa e Canobbio

Comunicato stampa

Proseguono le visite del Direttore del Dipartimento delle istituzioni (DI) Norman Gobbi nei Comuni ticinesi. La conoscenza reciproca, il dialogo e la salute della democrazia a livello locale sono stati i temi al centro dei due appuntamenti con i Comuni di Savosa e Canobbio. Il ciclo proseguirà il 10 gennaio 2023 nel Luganese, continuando così una campagna di incontro e scambio di informazioni che tocca ogni parte del Ticino.

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi, accompagnato dal Capo della Sezione degli enti locali Marzio Della Santa e dall’ispettore comunale Alberto Gamboni, ha incontrato i Municipi di Savosa e Canobbio. In quest’ultima serie di appuntamenti della legislatura cantonale si intende da una parte avviare una riflessione con gli Esecutivi sullo stato di salute della democrazia a livello locale e dall’altra raccogliere spunti che confluiranno nella modifica del quadro normativo.
Nel corso del primo incontro, quello con il Comune di Savosa, il Municipio ha spiegato che può contare su finanze solide che assicurano anche un certo benessere alla propria cittadinanza. Nell’ambito delle riflessioni sull’attuale crisi del sistema democratico e di milizia è stata riconosciuta una certa difficoltà nel trovare persone che si mettono a disposizione per assumere una carica pubblica. A dimostrazione di questa tendenza negli ultimi anni il Consiglio comunale è passato infatti da 29 a 25 membri, confermando la pertinenza degli sforzi che il Dipartimento delle istituzioni sta intraprendendo per ridare slancio alla democrazia locale.
Il Municipio di Canobbio ha dal canto suo riconosciuto l’importanza di coinvolgere i propri cittadini nei processi decisionali locali. Un aspetto sul quale l’Esecutivo lavora da anni e che ha favorito l’approvazione da parte della cittadinanza di progetti portati avanti dal Comune. Tuttavia è stata ammessa una criticità nello stimolare i giovani cittadini ad avvicinarsi alle istituzioni comunali; in questo senso è stata proposta una nuova formula per il tradizionale incontro con i neo maggiorenni che ha raccolto un discreto successo.
Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha evidenziato che «attraverso questi momenti di incontro possiamo rendere consapevoli i Comuni sulle azioni da intraprendere per stimolare la partecipazione attiva dei cittadini. La cronaca riporta sempre più di frequente notizie di progetti bocciati alle urne dalla cittadinanza. A cadere in votazione sono progetti che vogliono rispondere a bisogni reali come l’ampliamento di un edificio scolastico o la costruzione di una casa anziani. I progetti di Buon governo e Democrazia viva avviati dalla Sezione degli enti locali vogliamo offrire ai Comuni ticinesi gli strumenti per coinvolgere i cittadini nelle fasi decisionali dei progetti strategici, scongiurando il rischio di bocciatura in votazione popolare».

Radar: “Le polcom fanno troppi controlli”

Radar: “Le polcom fanno troppi controlli”

Il ministro ai municipi: ‘Utilizzo che fa dubitare dello scopo preventivo’. Galli, Apcti, replica: ‘La modalità di conteggio lascia perplessi’.
Il capo del Dipartimento istituzioni: ‘Utilizzo che fa dubitare dello scopo preventivo’. La replica del presidente dell’Apcti: ‘La modalità di conteggio lascia perplessi’.

Il numero di controlli radar effettuati in Ticino dalle polizie comunali sarebbe eccessivo. E la tendenza potrebbe far pensare che l’utilizzo elevato di questo strumento non si limiti alla sola prevenzione. A sostenerlo è il capo del Dipartimento istituzioni (Di) Norman Gobbi, che in una recente lettera, la data è del 15 novembre, inviata a sindaci e municipali parla di “una situazione che mi preoccupa e che suggerisce una riflessione sulla politica comunale in materia di controlli della velocità”.

‘Riconosciamo le diverse sensibilità, ma segnalati casi vessatori’
La missiva è stata recapitata ai Comuni che dispongono di un proprio corpo di agenti. Dal monitoraggio dei controlli di velocità eseguiti sul territorio tra il 2019 e il 2021, scrive Gobbi, emerge chiaramente che la Polizia cantonale esegue circa un controllo all’anno per agente di gendarmeria. Le polizie comunali, invece, eseguono mediamente almeno tre controlli annui per agente uniformato. “Pur riconoscendo le diverse sensibilità locali in merito ai potenziali pericoli derivanti da velocità eccessive sulle strade comunali e su quelle cantonali di attraversamento dei nuclei abitati – annota il direttore del Di –, i dati suggeriscono un utilizzo talvolta improprio di questo strumento, tanto da far dubitare dello scopo puramente preventivo dei controlli effettuati”. A questo si aggiungono “le numerose segnalazioni fatteci pervenire da cittadini e rappresentanti politici comunali in merito a controlli ritenuti ‘vessatori’, poiché organizzati in località dove non vi era una situazione di apparente pericolo”.

‘Situazione non soddisfacente, servono misure coerenti’
Ai municipi viene quindi indicata la necessità di un miglior coordinamento tra Cantone e Comuni su questa tematica. Occorre in particolare rivedere, afferma ancora Gobbi, le “modalità d’ingaggio rispettive (chi controlla dove), al fine di preservare il valore preventivo e di rafforzare l’adozione di misure di precauzione”. Per migliorare la situazione attuale, definita “non soddisfacente”, Gobbi scrive di ritenere opportuno coinvolgere il gruppo di lavoro attualmente impegnato col progetto ‘Polizia ticinese’, progetto volto fra l’altro a ridefinire la ripartizione di competenze e compiti tra le forze di polizia presenti sul territorio. “Il gruppo dovrà elaborare un insieme di misure coerenti con lo scopo preventivo attribuito ai controlli di velocità, che non si basino unicamente sui radar”.

Nel 2021 oltre 12 milioni per il Cantone
Multe per eccesso di velocità che rappresentano un’entrata sostanziosa per le casse del Cantone. La voce “multe circolazione – controlli radar fissi e semistazionari e controlli radar mobili” del Preventivo 2022 indica una cifra di 14,5 milioni di franchi, di 500mila franchi superiore rispetto al Preventivo dell’anno precedente. Questo nonostante nel 2021 il Cantone abbia incassato ‘solo’ 12,6 milioni di franchi.

‘La competenza sia unicamente della Polcantonale’
Il tema della competenza dei controlli radar – come viene ricordato da Gobbi nella missiva indirizzata ai Comuni – è oggetto di una mozione dell’ottobre 2019 ‘Basta vessare i cittadini con i radar: i controlli di velocità vengano eseguiti solo dalla Polizia cantonale’. L’atto parlamentare, primo firmatario l’allora granconsigliere e oggi deputato al Nazionale Piero Marchesi (Udc), è tuttora pendente. Nel testo si afferma che “nell’ambito dei controlli di velocità vi è parecchia confusione, soprattutto sul coordinamento tra il corpo cantonale e le comunali. Non è un’eccezione che più corpi organizzino controlli di velocità nel giro di pochi chilometri”. In alcune situazioni, inoltre, “si ha l’impressione che i controlli vengano posizionati anche in luoghi non particolarmente sensibili per quanto attiene la sicurezza, invece molto fruttuosi per quanto riguarda l’aspetto economico”. Chiara la richiesta di Marchesi e cofirmatari: “La competenza dei controlli di velocità deve essere concessa unicamente alla Polizia cantonale”. Il cambiamento sarebbe vantaggioso anche per le polizie comunali che “potrebbero così meglio concentrare gli sforzi nella loro missione principale, cioè quella preventiva e di prossimità alla popolazione”.

Il presidente delle comunali: conta il tempo non il numero
La lettera di Gobbi «non è ancora stata formalmente discussa in seno al nostro comitato», premette il presidente dell’Associazione delle polizie comunali ticinesi Orio Galli, vicecomandante della Polizia Torre di Redde. «Mi esprimo quindi a titolo personale e ribadisco la mia perplessità quando per conteggiare i controlli radar della velocità si prende come dato il numero di controlli e non il tempo effettivo di posa dell’apparecchio, ovvero il tempo di ‘cattura’ delle infrazioni alla legge sulla circolazione stradale: con il numero di controlli si ottengono dati che non corrispondono alle reali attività della Polizia cantonale e delle polizie comunali in quest’ambito», afferma Galli, contattato dalla ‘Regione’. Secondo il presidente dell’Apcti, «non è infatti corretto conteggiare con la stessa valenza i controlli radar delle polizie comunali, che sono in media – dati 2021 – circa di 1,3 ore rispetto ai controlli della Polizia cantonale effettuati con gli apparecchi semistazionari posizionati in un determinato punto per una se non due settimane. Evidentemente una piccola Polizia comunale che pianifica un giorno di controlli– prevedendo il viaggio, il posizionamento dell’apparecchio, il controllo e in seguito il rientro in sede e il trattamento dei dati raccolti – può fare sul turno di otto ore anche quattro o cinque controlli da un’ora, a differenza del controllo radar della Polizia cantonale, che non sarà quantificabile in ore bensì in giorni di attività, ma che in questa statistica sulla quale si basa il Dipartimento istituzioni vale come un controllo singolo (durata una settimana)». E il far cassetta? «Semmai – annota Galli – la cassetta la si fa con i radar semistazionari da una settimana oppure con i radar fissi presenti in autostrada, attivi o attivabili ventiquattro ore su ventiquattro». Il presidente dell’Associazione delle polcom tiene poi a puntualizzare un altro aspetto: «Le polizie comunali intervengono sul territorio per i controlli radar principalmente su segnalazione di abitanti di una particolare zona oppure per la presenza di scuole o di altri luoghi sensibili per quanto riguarda la velocità». I municipali responsabili dei dicasteri Polizia, sottolinea Galli, «sono in costante contatto con i rispettivi comandanti, che hanno il dovere di raccogliere le varie segnalazioni, tenendone conto, nel limite del possibile, nella pianificazione del servizio». Aggiunge Galli: «Sono personalmente favorevole a un’ulteriore revisione della pianificazione radar, anche perché allo stato attuale la pianificazione è fatta su di un portale elettronico e alla Polizia cantonale spetta la conferma dei vari controlli. Non mi spiego neppure io come mai, parlo per esperienza diretta nel mio corpo di polizia, una settimana si pianifica un controllo della Polizia comunale in un determinato punto sensibile e la settimana seguente nel medesimo punto viene posato il radar semistazionario della Polizia cantonale, queste cose secondo me non hanno effettivamente una logica».

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 25 novembre 2022 de La Regione

La Confederazione e i Cantoni lanciano il dialogo sulla violenza sessuale

La Confederazione e i Cantoni lanciano il dialogo sulla violenza sessuale

Comunicato stampa del Dipartimento federale di giustizia e polizia

La fiducia delle vittime nelle autorità di perseguimento penale e nei tribunali è un elemento fondamentale per lottare contro la violenza sessuale. Oltre alla revisione in corso del diritto penale in materia sessuale, sono necessarie anche altre misure per rafforzare tale fiducia. Su iniziativa della consigliera federale Karin Keller Sutter, il 21 novembre 2022 alcuni importanti attori della Confederazione e dei Cantoni hanno lanciato il dialogo «Violenza sessuale», che si concentra sulla consulenza e l’assistenza alle vittime. Durane la prima riunione gli attori politici hanno stilato il quadro della situazione e fissato le prossime tappe.
Attualmente, le Camere federali discutono la revisione del diritto penale in materia sessuale. Secondo la consigliera federale Karin Keller-Sutter, si tratta di un passo importante che tuttavia non basta a risolvere tutti i problemi. Già lo scorso giugno aveva pertanto annunciato di voler avviare un dialogo sulla violenza sessuale. Poiché gli autori dei reati possono essere condannati soltanto se le vittime li denunciano, occorre garantire che queste si sentano prese sul serio, ha affermato la capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) dopo il primo incontro svoltosi il 21 novembre 2022.
Oltre al DFGP, gli attori principali del dialogo «Violenza sessuale» sono la Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (CDDGP), la Conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali delle opere sociali (CDOS) e l’Ufficio federale per l’uguaglianza tra donna e uomo (UFU). Alla riunione hanno partecipato anche rappresentanti dell’Ufficio federale di statistica (UST) e delle organizzazioni più importanti delle polizie cantonali, dei ministeri pubblici, dei tribunali, della protezione delle vittime e della prevenzione della criminalità.

Migliorare il sostegno alle vittime e rafforzare la fiducia nelle autorità
L’incontro è servito in particolare a stilare un primo quadro della situazione e a definire i parametri del dialogo. Quest’ultimo si concentra sulla consulenza e l’assistenza alle vittime di violenza sessuale, sulla formazione delle autorità inquirenti e dei tribunali nonché sulla situazione inerente ai dati. Ai partecipanti è stata presentata una panoramica delle misure già adottate e delle buone pratiche, al fine di dedurne possibili opzioni d’intervento nei prossimi mesi.
L’obiettivo del dialogo è rafforzare la fiducia delle vittime di violenza sessuale nelle autorità di perseguimento penale e nei tribunali. Per ottenere i migliori risultati possibili il dialogo deve istituire un obbligo politico. In primavera sarà connesso con il dialogo «Violenza domestica» e strettamente coordinato con il piano d’azione nazionale per l’attuazione della Convenzione di Istanbul sotto la direzione del Dipartimento federale dell’interno (DFI).

https://www.admin.ch/gov/it/pagina-iniziale/documentazione/comunicati-stampa.msg-id-91822.html

Da www.admin.ch

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Avviato un ‘dialogo’ per spronare le vittime a sporgere denuncia
Keller-Sutter: non basta la revisione del codice penale

Va trovato un modo per incoraggiare le vittime di violenza sessuale a sporgere denuncia. Lo ha dichiarato la consigliera federale Karin Keller-Sutter al termine di un incontro con i rappresentanti dei Cantoni. Secondo la ministra di Giustizia e polizia, occorre intensificare il sostegno alle vittime e la sensibilizzazione delle autorità penali e giudiziarie. «Dobbiamo trovare il modo migliore per sostenere le vittime di violenza sessuale quando avviano un procedimento legale», che può essere molto pesante. Molte donne hanno paura di ciò che questo comporta, ha riconosciuto la sangallese in una conferenza stampa a Berna. Le vittime di violenza sessuale devono sentirsi prese sul serio. La revisione della definizione di stupro nel diritto penale, attualmente in corso in Parlamento, è un passo importante nella giusta direzione, ha spiegato Keller-Sutter. Ma non sarà sufficiente a risolvere tutti i problemi, ha avvertito.

Cifre attuali molto basse
Confederazione e Cantoni hanno avviato un ‘dialogo’ sulla violenza sessuale. Sono coinvolti anche gli attori del settore, tra cui l’Ufficio federale per l’uguaglianza fra uomo e donna, le forze di polizia cantonali, i pubblici ministeri, i tribunali e le agenzie di protezione dei minori e di prevenzione dei reati. Il primo incontro svoltosi ieri ha permesso di fare mente locale. Nei prossimi mesi verranno definite le aree di intervento, in particolare per quanto riguarda la consulenza e il sostegno alle vittime, la formazione delle autorità di perseguimento penale e giudiziarie e i dati statistici disponibili in questo settore. I partner coinvolti sulla violenza sessuale si riuniranno la prossima primavera con coloro che si occupano di violenza domestica. Ciò garantirà il coordinamento con il piano d’azione nazionale per l’attuazione della Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa, che mira a combattere tutte le forme di violenza contro le donne. L’obiettivo è di consentire a un maggior numero di donne vittime di sporgere denuncia. Le cifre attuali sono molto basse, ma esistono delle lacune nei dati. Molti reati avvengono in un ambiente familiare o conosciuto, ad esempio in una coppia, «il che rende difficile la procedura», ha detto Keller-Sutter.

40mila firme per la soluzione del consenso
Sempre ieri, cinquanta organizzazioni e più di 40mila persone hanno chiesto al Parlamento, mediante una petizione, di adottare la soluzione del consenso esplicito ‘Solo un sì è un sì’ per definire lo stupro nel diritto penale. La petizione è stata presentata alla Cancelleria federale da Amnesty International, Operazione Libero e dai partner sostenitori. Erano presenti anche deputati di vari schieramenti, tra cui le consigliere nazionali Léonore Porchet (Verdi/Vd), Tamara Funiciello (Ps/Be) e Kathrin Bertschy (Verdi liberali/Be). In un’azione simbolica, gli attivisti hanno svegliato una ‘Giustizia’ d’argento sulla terrazza di Palazzo federale con una sveglia XXL. Hanno chiesto che le persone che hanno subito abusi sessuali in Svizzera ricevano giustizia.

Disaccordo in Parlamento
Attualmente, in Svizzera è considerato stupro solo la penetrazione non consensuale di una donna da parte di un uomo. E la vittima deve aver mostrato una certa resistenza. Al momento è allo studio una revisione del diritto penale. In Parlamento però si fatica a trovare un accordo. Il Consiglio degli Stati vorrebbe attenersi al principio ‘no significa no’, cioè all’espressione di un rifiuto. La commissione competente del Consiglio nazionale preferisce invece il principio del consenso esplicito ‘solo un sì è un sì’, una soluzione che piace maggiormente anche ad organismi internazionali e organizzazioni non governative. La votazione del plenum è prevista nel corso dell’incipiente sessione invernale delle Camere federali.

Le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa hanno recentemente criticato la Svizzera per come gestisce il problema della violenza domestica e sessuale. Sono state rilevate carenze, in particolare, nel finanziamento del sostegno alle vittime, nella formazione delle autorità penali e giudiziarie, nelle statistiche e, appunto, a livello legislativo.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 22 novembre 2022 de La Regione

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Stupri, fra vittime e autorità occorre maggiore dialogo
REATI SESSUALI / La Confederazione lancia una campagna per migliorare il rapporto di fiducia durante il processo di denuncia dell’abuso – «Chi subisce violenze deve essere preso sul serio», avverte la consigliera federale Karin Keller-Sutter – Norman Gobbi: «Solo poche donne riescono ad andare fino in fondo»

Aumentare il rapporto di fiducia tra le vittime di reati sessuali e le autorità giudiziarie. «Dobbiamo assicurarci che le vittime si sentano prese sul serio », ha dichiarato ieri la consigliera federale Karin Keller-Sutter nell’ambito di un incontro con i Cantoni sul tema della violenza sessuale. La fiducia nelle autorità giudiziarie è un prerequisito essenziale nella lotta contro i reati sessuali, ha aggiunto il capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP): «Solo se le vittime sporgono denuncia ci saranno condanne».

Dialogo sulla violenza
Con questo obiettivo, il Dipartimento di giustizia e polizia ieri ha comunicato di aver avviato un dialogo sulla violenza sessuale con i Cantoni e, più in generale, con tutti gli attori del settore, tra cui l’Ufficio federale per l’uguaglianza fra uomo e donna, le forze di polizia cantonali, i pubblici ministeri, i tribunali e le agenzie di protezione dei minori e di prevenzione dei reati. «La revisione della definizione di stupro nel diritto penale, attualmente in corso in Parlamento, è un passo importante nella giusta direzione ha dichiarato Karin Keller-Sutter – ma non sarà sufficiente a risolvere tutti i problemi». Di qui, appunto, l’appello della consigliera federale affinché la politica rafforzi questo legame di fiducia tra autorità e vittime. In che modo? «In Svizzera è necessario rafforzare la consulenza alle vittime e la formazione delle autorità penali e giudiziarie », ha spiegato Keller-Sutter.

«Più consulenza»
Nell’incontro di ieri è stato quindi definito un piano di intervento che verrà messo in atto nei prossimi mesi, in particolare per quanto riguarda la consulenza e il sostegno alle vittime, la formazione delle autorità giudiziarie e i dati statistici disponibili in questo ambito. I partner coinvolti sulla violenza sessuale si riuniranno la prossima primavera, con l’obiettivo di garantire un coordinamento efficace con il piano d’azione nazionale per l’attuazione della Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa. Un piano che – ricordiamo – mira a combattere tutte le forme di violenza contro le donne.

I prossimi passi
«Durante l’incontro abbiamo definito i prossimi passi con i principali ambiti d’intervento », ha spiegato il direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, presente ieri a Berna come membro della Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia. «In primo luogo è stata definita la necessità di una formazione continua per tutti gli operatori della catena penale, dal ministero pubblico ai Tribunali, ma anche in ambito statistico, pur sapendo – tuttavia – che i reati denunciati sono solo una minima parte rispetto a quelli commessi», ha aggiunto Gobbi. «Solo pochi reati sfociano in una denuncia e questo ci preoccupa», ha detto Gobbi. Per una corretta e migliore definizione della dimensione delle violenze sessuali, durante l’incontro, è stata anche evocata l’importanza della medicina legale. «In quest’ottica – ha spiegato il direttore del DI – il Ticino partecipa a un progetto pilota con Losanna e Ginevra, nell’ambito dell’Osservatorio latino contro la violenza domestica ». Più in generale, e su diversi punti, il nostro Cantone, in materia di lotta contro la violenza domestica e contro i reati sessuali, ha già implementato alcune misure. «La formazione di base degli agenti prevede già alcuni corsi per la gestione del primo contatto tra vittima e autorità, per esempio, durante la denuncia nei posti polizia», spiega Gobbi che ribadisce: «Alla base, occorre comunque migliorare il rapporto di fiducia tra autorità e vittima, affinché quest’ultima trovi il terreno giusto e il coraggio per denunciare il proprio aguzzino».

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 22 novembre 2022 del Corriere del Ticino