“Il passo del montanaro ha premiato”

“Il passo del montanaro ha premiato”

Norman Gobbi traccia un bilancio del suo anno di presidenza.
Domani cederà il testimone a Manuele Bertoli.
“Come Governo abbiamo lavorato come collegio, al di là delle differenze di vedute”
 
Cambio di presidenza in Governo: domani Norman Gobbi cederà il testimone a Manuele Bertoli. Al termine di un mandato dominato dalla pandemia, Teleticino ha voluto tracciare con lui un bilancio a poche ore dal passaggio di consegne. “Quello che valuto come presidente è il lavoro del Consiglio di Stato che, al di là delle differenze di vedute, ha funzionato come un collegio e che ha portato avanti delle decisioni in maniera unanime” ha esordito il ministro. Qualche volta, ha ammesso, ha dovuto mordersi la lingua, ma “dopo dieci anni in Governo conosco abbastanza bene i colleghi e le loro sensibilità e quando ho dovuto prendere posizione, anticipando la discussione in governo, questa rispecchiava la decisione del Consiglio di Stato”.

Anche nei momenti difficili, ha aggiunto Gobbi, dove bisognava soppesare le libertà e le sicurezze, è stato necessario discutere e ponderare. E il passo del montanaro, metafora più volte usata da Gobbi come simbolo di una persona che deve andare avanti, anche se a fatica e senza retrocedere, è stata la scelta vincente. “È stato quello che ci ha permesso come Consiglio di Stato ma anche come popolazione di uscire bene da questa seconda rispettivamente terza ondata”. Secondo il Consigliere di Stato la velocità non sempre premia e ha respinto le critiche sui ritardi di reazione nella gestione della pandemia. “Il montanaro cammina piano e penso che la velocità sia l’elemento più sbagliato. Lo abbiamo visto più a sud. Le continue aperture e chiusure hanno portato ad un affaticamento maggiore della popolazione. Da noi si è arrivati a procedure graduali. Potevamo fare meglio? Sicuramente sì, ma questa crisi ci ha insegnato che l’imprevedibilità è un elemento dell’azione politica”.

Il Consigliere di Stato ha parlato anche dei rapporti con il Consiglio federale, che non sempre sono stati facili. “Se durante la prima fase eravamo i primi al fronte, durante la seconda fase il Consiglio federale ha voluto essere più centralista, una posizione che non è stata apprezzata né da noi, né dagli altri Cantoni. A un certo punto c’è stata una profonda spaccatura tra la Svizzera romanda, che era maggiormente toccata durante la seconda ondata, e la Svizzera orientale, che non voleva misure a livello nazionale. Da ottobre via il Consiglio federale ha preso poi decisioni per tutto il territorio nazionale, concedendo zero spazio all’autonomia dei Cantoni”. In questo contesto un consigliere federale ticinese a Berna ha aiutato? “Con Cassis ci siamo sentiti, ma anche con gli altri consiglieri federali”, specifica Gobbi. “Sicuramente avere un ticinese in Governo è importante per un’equa rappresentanza di tutte le parti del nostro paese, soprattutto in un periodo di crisi”.

Da www.ticinonews.ch

«Ho sempre ammesso gli errori sin da quando arbitravo»

«Ho sempre ammesso gli errori sin da quando arbitravo»

Il Consiglio di Stato procederà domani al tradizionale cambio di presidenza, con Norman Gobbi che passerà il testimone a Manuele Bertoli.
Abbiamo intervistato il direttore delle Istituzioni per un bilancio di questi dodici mesi.

Norman Gobbi, questi dodici mesi avrebbero dovuto essere quelli della ripartenza, invece si è trovato a gestire la seconda e anche la terza ondata della pandemia. Si aspettava una strada così in salita?

«Così in salita forse no. Nessuno di noi si aspettava un periodo così lungo di chiusure. Questo è stato forse l’aspetto più difficile da gestire. La prima fase si è risolta in due mesi mentre nella seconda non c’era una prospettiva di termine e la stanchezza si è fatta sentire di più. L’abbiamo visto con la riapertura delle terrazze: la popolazione aspettava davvero di poter tornare a godere di queste piccole libertà».

Lo scorso 23 novembre lei ammise, davanti al Gran Consiglio, che da parte del Governo qualche errore era stato fatto. A distanza di cinque mesi da quell’affermazione, come giudica l’agire del Governo?

«Di errori ne commettiamo sempre e l’ho sempre ammesso sin da quando arbitravo. L’impostante è non peccare di superbia. Quello che abbiamo fatto è mantenere il passo del montanaro. Un’espressione forse un po’ logora, perché la ripeto da diversi mesi, ma che rappresenta la realtà. Senza questo passo prudente non avremmo tenuto così tanto tempo. In situazioni simili bisogna andare avanti con sicurezza ed essere coerenti, e come Governo la coerenza non l’abbiamo mai persa. Magari sul piccolo caso puntuale sì, ma non sul medio o lungo periodo. Il Governo è stato coerente e ha mantenuto la sua linea, pur incassando qualche critica, per esempio nel periodo pasquale. Non abbiamo ascoltato gli allarmismi da parte di alcuni rappresentanti del settore sanitario che prevedevano una strage dopo le riaperture. Fortunatamente, questi scenari non si sono mai concretizzati e il numero dei nuovi contagi è inferiore a prima delle festività».

Con il senno di poi, come Governo vi rimproverate qualcosa?

«Qualcosa da mettere a posto ci sarà. Spesso siamo molto orientati a guardare al nostro interno ed è mancato un dialogo intersettoriale, ma il Consiglio di Stato l’ha fortunatamente capito subito ed è riuscito a equilibrare tutte le posizioni. C’era chi voleva più chiusure, chi voleva riaprire subito ed è stato necessario trovare il giusto equilibrio. Penso per esempio al dialogo con il mondo della scuola, un tema che lo scorso anno ha creato una piccola crisi istituzionale, gestito bene grazie al dialogo a al conforto di risultati che non indicavano l’ambito scolastico come particolarmente a rischio di contagi».

Passiamo ora ai rapporti con il Consiglio federale. Durante la prima ondata Berna aveva concesso deroghe al nostro Cantone. Nei mesi successivi, invece, le richieste del Ticino – ad esempio, maggiori controlli al confine oppure la riapertura delle terrazze dei ristoranti per Pasqua – sono rimaste lettera morta. È stato uno sgarbo?

«Il Consiglio federale aveva già subito critiche quando aveva riconosciuto le prime eccezioni al Ticino. Per evitare di ricreare lo stesso caso e innescare altre richieste simili ha deciso di tenere una linea unica. Ma quando la linea è unica c’è sempre qualcosa che non va. I problemi degli altri cantoni di frontiera sono minori dei nostri. Non hanno né la nostra stessa vicinanza a una metropoli come Milano, né la stessa pressione di popolazione che entra e esce dai confini. La situazione del Ticino, in un sistema che deve garantire la parità di trattamento, va a discapito dei ticinesi. Questa situazione particolare, ne abbiamo discusso in Governo, andrà portata avanti nei prossimi anni. Il Ticino, in particolare dal punto di vista delle relazioni economiche e del flusso di persone, ha relazioni più intense proprio verso sud che non verso nord. Dovremo portare all’attenzione di Berna il fatto che il Ticino è un angolo della Svizzera maggiormente esposto a fenomeni di tutti i tipi e deve essergli riconosciuto questo “caso speciale”».

Dopo dodici mesi da primus inter pares ora rientra nei ranghi: quali sono i temi prioritari sulla sua agenda?

«Mi concentrerò su progetti strategici: la riorganizzazione delle ARP – un cantiere che impatterà molto, rivedendo completamente un concetto di organizzazione – e il potenziamento della Magistratura. Sarà anche importante, in un periodo di crisi, far capire all’Amministrazione cantonale che dovrà essere più flessibile e orientata ai bisogni di persone e aziende, senza venire meno al suo compito di controllo e vigilanza».

Nell’ultimo anno è stato molto sollecitato dai media. Normale amministrazione per il presidente del Governo?

«Non sempre. Normalmente il presidente del Governo prende posizione o parla a nome del plenum in un paio di circostanze ben precise. Penso per esempio alla presentazione dei preventivi. Così come parzialmente avvenuto durante la presidenza del mio predecessore Christian Vitta, in questi ultimi quindici mesi sono stati invece cancellati del tutti gli incontri con la “società civile”. Siamo invece stati molto più sollecitati in qualità di portavoce del Consiglio di Stato. Il collegio governativo ha però sempre fatto squadra e per il presidente è stato più semplice presentarne la posizione».

È curioso che il passaggio alla presidenza avvenga tra due consiglieri di Stato che, politicamente parlando, rappresentano due estremi. Faccia un augurio a Bertoli.

«Spero possa essere davvero il presidente durante il cui mandato entreremo nella normalità. Pensiamo al Festival del Film di Locarno: se potremo organizzarlo in presenza, seppur in forma rivista, sarebbe un bel segnale che Bertoli potrà dare anche in qualità di direttore del DECS».

Intervista pubblicata nell’edizione di martedì 4 maggio 2021 del Corriere del Ticino  

 

“Contro chi vuole mettere le mani nelle nostre tasche”

“Contro chi vuole mettere le mani nelle nostre tasche”

Norman Gobbi su criminalità finanziaria, controlli mirati e bisogno di sicurezza

Questa settimana il capo della Polizia giudiziaria Thomas Ferrari e il sostituto Procuratore generale del Ministero pubblico Andrea Maria Balerna hanno presentato interessanti dati sull’attività di contrasto alla criminalità, con particolare riferimento alla criminalità finanziaria. Ne abbiamo parlato con il presidente del Governo Norman Gobbi. “Si tratta di un settore, quello della criminalità finanziaria, sul quale occorre mettere la massima attenzione. In questi anni il Consiglio di Stato ha sostenuto tutte le mie proposte che vanno nella direzione di aumentare la sicurezza a beneficio di tutti i ticinesi e della nostra società in generale. E il mondo economico cantonale ha bisogno di muoversi in un quadro di assoluta legalità. La sicurezza che possiamo garantire in Ticino è un attrattore importante per gli investitori. Noi vogliamo che questi investitori siano seri e affidabili, inquisendo il maggior numero di coloro che invece sfruttano la loro presenza da noi per compiere reati. A ogni livello”, afferma il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

Spesso questi reati si compiono in un sottobosco molto fitto. Sono difficili da individuare. “Esatto, ed è per questo che bisogna mettere in campo più strumenti di contrasto. Inoltre è indispensabile che gli inquirenti possano contare sulla collaborazione di tutta l’Amministrazione cantonale, sia per un proficuo scambio di informazioni, sia per un’autonoma capacità dell’Amministrazione stessa di segnalare anomalie. In questo senso – continua il nostro interlocutore – è stata importante, per esempio, l’introduzione della figura del perito contabile presso l’ufficio dei fallimenti e direttamente subordinato alla direzione della Divisione della giustizia”.

Tra gli strumenti di contrasto al fenomeno vi sono anche i controlli. “Spesso – spiega il Consigliere di Stato Norman Gobbi – ci piovono addosso critiche perché la polizia svolge controlli nei confronti di alcune persone anche per determinare il reale ed effettivo luogo di residenza (ne è stato un esempio un servizio televisivo di Falò sul quale poi il quotidiano La Regione ha condotto una campagna politica contro l’attività del Dipartimento delle istituzioni, ndr). Vale la pena sottolineare e ribadire ancora una volta un paio di concetti. In primo luogo che la finalità ultima dei controlli è quella di individuare eventuali attività illegali sul nostro territorio. Un altro aspetto da ricordare è che se la polizia si muove è perché vi sono dei sospetti, dei motivi per approfondire determinate situazioni, con particolare riferimento alle società bucalettere. Attraverso queste società vengono ottenuti abusivamente dei permessi di soggiorno; oppure si possono sfruttare in modo illecito le assicurazioni sociali. Sempre le società bucalettere possono essere il tramite per truffe al credito o ancora per il riciclaggio di denaro, come ha ricordato il sostituto procuratore generale Balerna. Demonizzare questa attività di controllo – ripeto, sempre eseguita in modo mirato – vuol dire spesso anche dare carta bianca a chi sfrutta il nostro Cantone, apportando danni alle sue casse. Politici e giornalisti dovrebbero sempre ricordarselo”, conclude il presidente del Governo Norman Gobbi

Il Presidente del Consiglio di Stato in viaggio di lavoro a Roma

Il Presidente del Consiglio di Stato in viaggio di lavoro a Roma

Comunicato stampa

Dal 18 al 20 aprile, il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi sarà impegnato in un viaggio di lavoro a Roma: il programma prevede la sottoscrizione di un accordo che risolverà le attuali vertenze relative ai permessi per le guardie giurate, e una serie di incontri istituzionali di alto livello ministeriale.

 Il viaggio di lavoro a Roma del Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha quale obiettivo principale la sottoscrizione di un accordo con il Ministero degli interni italiano, per la ripresa dello scambio delle informazioni fra l’Italia e la Svizzera in vista del rilascio delle autorizzazioni per gli agenti privati di sicurezza. Parimenti, il Presidente del Governo avrà l’opportunità di discutere in prima persona alcune questioni prioritarie per il Canton Ticino.
Nell’ambito della visita si terrà inoltre l’incontro presso la Santa Sede con il Comandante della Guardia Svizzera Pontificia, Christoph Graf, per fare il punto sul programma di formazione delle guardie svizzere. A livello ministeriale si prevedono poi appuntamenti con il Ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, con il Ministro al turismo Massimo Garavaglia, con il Sottosegretario del Ministero degli Interni Nicola Molteni.Va infine segnalato che, in vista dell’esercitazione internazionale delle forze di sicurezza e primo intervento «Odescalchi 2022», la delegazione del Canton Ticino terrà una riunione di lavoro con il Capo Dipartimento della Protezione civile italiana, Fabrizio Curcio. Martedì 20 aprile nel pomeriggio, al termine della visita, è previsto un punto stampa per i corrispondenti svizzeri.

Anche il 144 sotto il tetto della Centrale Comune d’Allarme

Anche il 144 sotto il tetto della Centrale Comune d’Allarme

Comunicato stampa

Importante nuovo arrivo alla Centrale Comune d’Allarme (CECAL): dallo scorso 1° aprile è stata infatti attivata anche la sede ufficiale a livello cantonale di ricezione e trasmissione degli allarmi 144 su rete fissa e mobile. Si completa in questo modo il progetto per raggruppare sotto lo stesso tetto gli enti di primo intervento a livello cantonale.

Il 14 aprile è tradizionalmente il giorno delle centrali di allarme sanitario urgente (CASU), in ragione della corrispondenza con il numero delle urgenze 144. Quest’anno la Federazione Cantonale Ticinese dei Servizi Autoambulanze (FCTSA) è particolarmente orgogliosa di poter sottolineare l’evento con l’ufficializzazione della nuova centrale Ticino Soccorso 144 che, dopo oltre un ventennio di attività nel Luganese, si è spostata a Bellinzona, in quello che a tutti gli effetti è ora il polo cantonale delle urgenze. La realtà della CECAL è viva e in costante evoluzione. A dimostrarlo, nel 2020 vi sono stati due importanti novità: lo spostamento di parte della struttura dell’Amministrazione federale delle dogane e l’arrivo del numero 118 dei Pompieri ticinesi, gestito dal personale della Polizia cantonale presente in centrale. La prima ha permesso di recuperare degli spazi ed è stata immediatamente colta come un’opportunità dalle Autorità politiche ticinesi, così come dal Comando della Polizia cantonale, che hanno fortemente voluto proseguire la via della condivisione della struttura con gli enti di primo intervento presenti sul nostro territorio. Da qui, in meno di un anno, è nata ed è poi stata sviluppata l’idea di integrare la Centrale di allarme e coordinamento sanitario Ticino Soccorso 144 nel nuovo polo delle urgenze. Una proposta accettata con entusiasmo e con grande slancio da parte della FCTSA, che ha così sposato la visione e la missione di questo centro di competenza, il più moderno a livello svizzero. Considerata la natura societaria della FCTSA, il rapido insediamento è stato possibile grazie ad un accordo tra FCTSA e le Autorità cantonali concretizzatosi in un contratto di affitto per i prossimi 10 anni. Questo ha permesso anche l’insediamento degli altri servizi della FCTSA:
• Qualità e ricerca
• Dispositivo eventi straordinari
• Accademia per la formazione in medicina d’urgenza (AMUT)
In totale oltre una trentina di collaboratori, attivi a vario titolo, hanno iniziato una nuova era della loro avventura, potendo adesso contare sulle risorse logistiche offerte dalla moderna struttura. Gli operatori professionisti della FCTSA lavoreranno infatti spalla a spalla con il personale già attivo in CECAL, concretizzando un importante traguardo strategico per la centralizzazione della condotta degli enti di primo intervento a livello ticinese a beneficio dei cittadini. Questa modalità di gestione, soluzione peraltro già praticata sul campo in occasione di interventi interdisciplinari come ad esempio per gli incidenti stradali, permetterà infatti di ottimizzare la qualità del servizio offerto a favore di tutta la popolazione ticinese. 

Se la vittima è lo Stato

Se la vittima è lo Stato

Crediti Covid: più di cinquanta inchieste. Presunti abusi indennità per lavoro ridotto: una trentina di segnalazioni. Procura e Polizia cantonale fanno il punto.

Tra «i fenomeni sviluppatisi in Ticino all’ombra della pandemia», per citare le parole del portavoce della Polizia cantonale Renato Pizolli, ci sono anche i raggiri, o presunti tali, commessi da imprenditori, o sedicenti imprenditori, nell’ambito degli aiuti erogati dallo Stato per sostenere le imprese che per giro d’affari e posti di lavoro hanno subìto gli effetti nefasti del coronavirus. Aiuti di cui hanno beneficiato pure coloro che a questi contributi non avevano diritto di accedere. Ebbene, tra il marzo 2020 e l’inizio di aprile di quest’anno, il Ministero pubblico, in collaborazione con la Polizia cantonale, ha aperto più di cinquanta procedimenti penali «per sospetta o conclamata truffa al credito Covid»: oltre una quindicina gli incarti che sono nel frattempo sfociati «in decreti d’accusa oppure in rinvii a giudizio». Questi e altri i dati forniti ieri da Andrea Maria Balerna, uno dei due sostituti procuratori generali, responsabile della squadra di magistrati inquirenti che al Ministero pubblico indaga sui reati economico-finanziari. Cinquanta e passa incarti per un totale di circa novanta crediti concessi, pari a un importo che oltrepassa i dieci milioni di franchi. Per quanto attiene ai singoli casi in odor di malversazione finiti sotto la lente degli investigatori, le cifre vanno “da poche migliaia a oltre un milione e mezzo di franchi”, precisa la PolCantonale in una nota. Una novantina le persone sotto inchiesta (cittadini stranieri e svizzeri), tredici delle quali finite in carcere preventivo. Più o meno il trenta per cento quanto si è riusciti finora a recuperare, tra sequestri e restituzione delle somme indebitamente percepite.
Ma le inchieste penali sin qui avviate non concernono solo i furbetti dei crediti Covid, crediti garantiti dalla fideiussione della Confederazione. Nella conferenza stampa indetta da Ministero pubblico e Polizia cantonale per fare il punto sull’evoluzione della criminalità finanziaria in Ticino, si è parlato anche degli abusi, o dei presunti abusi, legati all’erogazione delle indennità per lavoro ridotto previste dalla legge federale sull’assicurazione contro la disoccupazione, un aiuto che per fare fronte alle conseguenze economiche della pandemia, evitando licenziamenti, è stato notevolmente potenziato da Berna. «Più di trenta le segnalazioni» giunte agli organi penali inquirenti e sulle quali «sono in corso verifiche in collaborazione con gli uffici dell’Amministrazione federale e di quella cantonale», ha spiegato il maggiore Thomas Ferrari, responsabile in seno alla Cantonale della Polizia giudiziaria. Dunque oltre trenta casi, gli ha fatto eco il sost pg Balerna, «di indennità percepite abusivamente». Ottenute da aziende, afferma la Polizia nel comunicato, che “avrebbero fornito cifre non veritiere circa le ore di lavoro perse a seguito della crisi pandemica”. A differenza dei crediti Covid garantiti dalla Confederazione, le agevolazioni introdotte dallo Stato per l’accesso alle indennità per lavoro ridotto sono ancora in vigore: non è quindi da escludere un aumento del numero di casi per i quali si renderanno necessari accertamenti da parte di magistratura e polizia. Del resto, ha rammentato Ferrari, «non ci sono state nella storia crisi di cui dei soggetti non ne abbiano approfittato per arricchirsi illecitamente». La crisi indotta dal Covid-19 non fa eccezione.

‘Attenzione alla pericolosità sociale degli illeciti finanziari’
L’incontro con i media è stata l’occasione per sottolineare l’importanza dell’azione di contrasto agli illeciti economico-finanziari. Reati, hanno rilevato Balerna e Ferrari, che possono danneggiare anche lo Stato: si pensi ai menzionati abusi nella concessione degli aiuti pubblici previsti in questo periodo, ma si pensi pure ai fallimenti fraudolenti dai quali emergono non di rado malversazioni in campo fiscale e assicurativo, con il mancato versamento di imposte e oneri sociali. Tutto questo priva l’ente pubblico di risorse finanziarie, da destinare per esempio alla scuola, alla socialità, all’ambiente o agli investimenti. «Non va sottovalutata la pericolosità sociale della criminalità finanziaria», ha avvertito il capo della Polizia giudiziaria.
E a proposito di crac societari fraudolenti, talvolta addirittura programmati da imprenditori senza scrupoli, Balerna e Ferrari hanno evidenziato il ruolo fondamentale, nella repressione e nella prevenzione, giocato del ‘Perito contabile’, figura introdotta in tempi recenti dal Dipartimento istituzioni guidato da Norman Gobbi. Operativo dall’agosto del 2019 nell’organico della Divisione giustizia, il perito è attualmente Peter Ranzoni, economista, una lunga esperienza nel settore bancario e un Master alla Supsi in diritto economico e business crime. È lui a indicare al Ministero pubblico quei fallimenti nei quali si sospetta la commissione di uno o più reati: bancarotta fraudolenta, cattiva gestione, omissione di contabilità. La lista può includere anche la falsità in documenti, l’appropriazione indebita, la diminuzione dell’attivo in danno dei creditori, il riciclaggio… Le segnalazioni del Perito agli inquirenti del Palazzo di giustizia non mancano davvero. «Nell’arco di un anno ha esaminato un centinaio di incarti segnalati come possibilmente problematici dai gestori fallimentari su un totale di un migliaio circa di procedure fallimentari – illustrava nell’ottobre scorso, interpellata dalla ‘Regione’, la direttrice della Divisione Frida Andreotti –. Del centinaio di incarti vagliati da Ranzoni, una trentina ha già dato origine a segnalazioni al Ministero pubblico». Era l’autunno 2020.

‘Come un cancro, che può intaccare l’intero tessuto economico’
Chi fa impresa, ha osservato il sostituto procuratore generale Balerna, «non può non prendere in considerazione la possibilità di fallire, qui però si tratta di crac usati come uno strumento per arricchirsi a danno di terzi». Per esempio a danno dei fornitori. Uno strumento per arricchirsi «togliendo nel contempo mezzi finanziari allo Stato: imposte e tasse non versate, oneri sociali non pagati». Fallimenti fraudolenti, truffe, appropriazioni indebite… la criminalità finanziaria, ha rincarato Balerna, «è come un cancro, che può intaccare l’intero tessuto economico e sociale», che è in grado di alterare il mercato, introducendo forme di «concorrenza sleale» e di renderlo così «poco o per nulla attrattivo per gli imprenditori onesti». Pertanto meno ditte che si insediano nel territorio, meno posti di lavoro, meno benessere: «Un terreno fertile» per il manifestarsi di altri reati, come furti e rapine, che generano e alimentano nella popolazione un sentimento di insicurezza.

Quella economico-finanziaria è una criminalità che in genere «ha una certa conoscenza dei meccanismi del sistema giudiziario e dell’apparato amministrativo, nonché delle nuove tecnologie», ha messo in guardia Ferrari. Tuttavia, ha continuato il capo della Polizia giudiziaria ticinese, non basta il solo lavoro delle autorità di perseguimento penale. Oltre a magistratura e polizia, la lotta coinvolge, deve coinvolgere «la società civile» e «i servizi dell’Amministrazione». Per far sì che l’azione di contrasto sia incisiva è allora necessario lo scambio di informazioni tra i vari uffici cantonali, è necessario «investire» nelle risorse umane e nei mezzi. Si sta andando in questa direzione, ma si può e si deve fare di più. Le difficoltà economiche odierne dovute alla pandemia potrebbero attirare i capitali, da riciclare, di associazioni criminali di stampo mafioso. «Nel contesto pandemico – ha detto Balerna – non abbiamo per il momento evidenze in Ticino di un’accresciuta attività di queste organizzazioni». Per il momento.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 13 aprile 2021 de La Regione

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Presunte truffe covid per 10 milioni
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Reati finanziari e COVID-19: sviluppare i giusti anticorpi

Reati finanziari e COVID-19: sviluppare i giusti anticorpi

Comunicato stampa

Oltre 50 incarti aperti da Ministero pubblico e Polizia cantonale per presunti illeciti legati alla concessione dei crediti COVID (per un totale di circa 10 milioni di franchi erogati) e più di trenta segnalazioni per possibili abusi nell’ambito delle indennità per il lavoro ridotto. Sono alcune delle cifre legate a fenomeni sviluppatisi all’ombra della pandemia che confermano la capacità della criminalità economica e finanziaria di adattarsi rapidamente ed in maniera versatile a nuovi scenari.

Gli analisti concordano da tempo sul fatto che in Svizzera i reati economici e finanziari noti alle autorità di perseguimento penale (Ministero pubblico e Polizia) rappresentino solo una parte di quelli realmente commessi poiché non denunciati. Da qui una consapevolezza accresciuta che negli anni, a più livelli, ha permesso di sviluppare strategie nel contesto del quadro legislativo vigente e di stringere le maglie della rete. Da tempo infatti le autorità penali e le varie unità dell’Amministrazione si sforzano di perfezionare le procedure di lavoro, di monitoraggio e di segnalazione dei fenomeni criminali o potenzialmente tali. Molto è tuttavia ancora possibile fare – in termini anche di presa di coscienza da parte della società – per arginare una piaga che tende a riorientare rapidamente i propri meccanismi, adattandosi a un contesto sociale e tecnologico in continua evoluzione e cagionando importanti danni diretti o indiretti alle istituzioni pubbliche e alla collettività.

Emblematico in tal senso è quanto avvenuto con gli illeciti finanziari legati alla concessione dei crediti COVID messi a disposizione per sostenere le attività economiche. Tra il 26 marzo e il 31 luglio 2020 le aziende elvetiche hanno infatti potuto beneficiare di crediti garantiti dalla Confederazione. Per molte imprese confrontate con seri problemi di liquidità si è trattato di una indubbia boccata di ossigeno, non sono mancati tuttavia comportamenti abusivi da parte di chi ha tentato di approfittare della situazione per commettere illeciti sia in fase di ottenimento sia in fase di utilizzo dei crediti.

Numeri sotto la lente
Dati alla mano, come evidenziato nel corso della conferenza stampa odierna dal Procuratore generale sostituto (Sezione reati economico finanziari) Andrea Maria Balerna, fino ad oggi il Ministero pubblico ha aperto oltre 50 incarti.
La maggior parte delle denunce è giunta dalle banche stesse tramite l’Ufficio di comunicazione in materia di riciclaggio di denaro (MROS). Gli importi erogati spaziano da poche migliaia ad oltre un milione e mezzo di franchi. Il totale della massa dei crediti oggetto di accertamenti si aggira intorno ai 10 milioni di franchi. Gli importi sin qui sequestrati o già restituiti agli istituti di credito ammontano a circa il 30% del totale. Sempre guardando alle cifre, le persone indagate sono più di novanta (di cui 13 toccate dalla misura della carcerazione preventiva). Sotto la lente delle autorità – ha spiegato ancora il magistrato – sono finite diverse tipologie di possibili infrazioni: si va dalle indicazioni false nella richiesta di credito all’utilizzo degli importi ricevuti per finalità estranee agli scopi delle misure di sostegno.

Una seconda fattispecie che sta emergendo in maniera preoccupante sullo sfondo della pandemia è quella degli abusi alle indennità per lavoro ridotto perpetrati da aziende che avrebbero fornito cifre non veritiere circa le ore di lavoro perse a seguito della crisi pandemica. Numerosi i casi oggetto di accertamenti da parte delle autorità amministrative preposte e oltre trenta le segnalazioni sin qui giunte al Ministero pubblico. Alcune di queste ultime hanno già condotto a importanti operazioni svolte dalla Polizia cantonale in collaborazione con gli uffici federali e cantonali competenti.

Stringere le maglie della rete
Quanto verificatosi nel corso dell’ultimo anno all’ombra della pandemia – ha evidenziato il capo della Polizia giudiziaria, maggiore Thomas Ferrari – dimostra l’importanza di una costante ricerca in seno ai vari livelli dell’Amministrazione pubblica di strategie  preventive volte a contenere il danno, sviluppando il senso critico e i meccanismi di riconoscimento delle potenziali situazioni di abuso. Un lavoro che deve andare di pari passo con la percezione del fenomeno da parte della cittadinanza. Alla criminalità economico finanziaria non è infatti ancora riconosciuto dall’opinione pubblica il suo effettivo grado di pericolosità sociale, dal momento che essa non va ancora ad intaccare in maniera  significativa il buon livello di sicurezza percepito e non compromette ancora la capacità dello Stato di erogare servizi e prestazioni di qualità. Un intervento a tutti i livelli prima che ciò accada è tuttavia imprescindibile. I benefici di una strategia congiunta e strutturata su più linee di difesa (società civile, autorità amministrative e di perseguimento penale) contro gli illeciti economici sono molteplici: oltre a permettere di perseguire un numero maggiore di casi e di ridurre gli abusi a danno dell’ente pubblico, vi è anche un effetto deterrente nei confronti di chi cerca di sfruttare in maniera abusiva i diritti materiali e procedurali previsti dal nostro ordinamento. Il tutto a salvaguardia del tessuto economico sano e, in ultima analisi, del benessere di tutta la cittadinanza.

“Gli sforzi sono stati ripagati: oggi il Ticino è più sicuro!”

“Gli sforzi sono stati ripagati: oggi il Ticino è più sicuro!”

Norman Gobbi commenta quanto fatto dalla Polizia cantonale nel 2020 e nell’ultimo decennio

Un Ticino più sicuro! Era questo l’obiettivo che 10 anni fa si era posto il neo consigliere di Stato Norman Gobbi all’entrata in Governo. E oggi il Ticino è decisamente un luogo più sicuro. “Fino a una decina di anni fa la popolazione aveva un sentimento soggettivo di sicurezza molto inferiore rispetto a oggi – afferma il presidente del Governo Norman Gobbi. Abbiamo intrapreso una strada lunga e impegnativa, su più fronti. A cominciare dalla ristrutturazione organizzativa e logistica, per giungere a un maggior impegno nella formazione, senza dimenticare le collaborazioni con le comunali e quelle con altri corpi cantonali e con la Polizia federale. Più pattuglie sulle strade, un maggior dialogo con i cittadini e più capacità investigative. Un mix di misure che ha portato a notevoli successi e di conseguenza ad aumentare quel sentimento di sicurezza a cui tutti noi aspiriamo per vivere bene nel nostro paese. Ma non possiamo e non potremo mai nell’ambito della sicurezza abbassare la guardia”.

Le statistiche sulla criminalità lo stanno a dimostrare. “Di recente la Polizia cantonale ha presentato il bilancio d’attività 2020. Statistiche molto particolari, perché influenzate dalla straordinarietà legata alla pandemia. Ma se gettiamo uno sguardo su un arco di tempo più lungo, allora si constaterà come i furti, le rapine e altri reati contro il patrimonio, per esempio, sono calati. Così come gli incidenti della circolazione, altro settore delicato per la nostra qualità di vita”, sottolinea il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

E se vogliamo guardare invece solo a quanto avvenuto nel 2020? “Le cifre ci mostrano un calo marcato dei furti (-30% quelli con scasso e -26% quelli senza scasso e quelli nelle abitazioni sono passati da 693 nel 2019 a 497 nel 2020); le rapine sono state 23 contro le 34 dell’anno precedente. Ha influito in modo positivo il maggior controllo alle frontiere con l’Italia, così come la chiusura totale o parziale per un certo lasso di tempo di alcuni valichi minori. Il lockdown non ha scoraggiato invece le attività criminali di trafficanti e spacciatori e qui l’azione investigativa e repressiva ha permesso di ottenere notevoli successi. Sono stati intercettati 246 chili di hashish, contro i 3,8 chilogrammi nel 2019 e 78,7 chili di marijuana, contro i 22,6 del 2019. I chilogrammi di eroina sequestrati sono stati ben 11,8, rispetto ai 4,6 di 12 mesi prima. L’unico calo registrato è quello dei sequestri di cocaina: nel 2019 furono 28,5 chili sequestrati, nel 2020 “solo”, si fa per dire, 16 chilogrammi”.

“Ciò che più ha segnato l’attività della nostra Polizia nel 2020 – continua il nostro interlocutore – è stata l’azione a sostegno dell’attività del Governo e dei ticinesi per affrontare la pandemia. Il ruolo del comandante Cocchi è stato centrale quale capo dello Stato Maggiore cantonale di condotta istituito dal Consiglio di Stato. Ma tutto il corpo si è distinto, soprattutto in interventi legati alla prevenzione e al monitoraggio per il contenimento dei contagi. Una cifra più di tutte può spiegare l’attività della Polizia cantonale nel 2020: le telefonate alla centrale sono state 370mila, contro le 250mila circa dell’anno precedente. Ciò significa un incremento di quasi il 50%! Insomma, nel momento del bisogno, nel momento dell’emergenza le collaboratrici e i collaboratori della Polizia erano al fronte per sostenere i ticinesi!”, conclude il presidente del Governo Norman Gobbi.

«Una barricata meno rumorosa e più costruttiva»

«Una barricata meno rumorosa e più costruttiva»

Che ricordi ha di quel giorno, quando la Lega conquistò il secondo seggio?
«Arrivavo da un periodo particolare. Ero da un anno subentrato al compianto Attilio Bignasca in Consiglio nazionale, la campagna fu molto agitata poiché – con la rinuncia a ricandidarsi di Gabriele Gendotti – si poteva sognare il raddoppio. La domenica 10 aprile la passai con familiari e amici (mia figlia Gaia aveva appena 3 mesi e mezzo) all’Agriturismo Altanca in attesa dei risultati. Poi, appena si capì che la mia elezione era certa, con Rodolfo Pantani alla guida scendemmo a Lugano sino in piazza della Riforma, già gremita di amici leghisti. La gioia era tanta, come testimoniano le foto di quel momento, soprattutto per il Nano che quel giorno festeggiava pure il compleanno e l’inizio del suo agognato “triplete”, che si concluse con la conquista del sindacato di Lugano con Borradori nel 2013».

Dopo la vittoria il Nano disse che dai due leghisti si aspettava il rispetto del decalogo. Quel decalogo finì sul tavolo del Governo?
«Il decalogo leghista era ed è un programma di partito, mentre all’interno di un Governo si lavora in squadra, ognuno però con i suoi valori e le sue idee politiche. Noi queste idee, riprodotte nel decalogo, le abbiamo portate. Pensiamo al blocco dei ristorni fatto nel giugno 2011. Sul fatto del “governiamo noi”, quando venni eletto venivo da un’esperienza comunale dove c’era (e c’è) una maggioranza assoluta di un’altra forza nel Municipio, e quindi non ho mai inteso e vissuto il governare come un imporre bensì come un costruire, se possibile assieme».

Com’è cambiato il modo di governare e di fare politica della Lega con il raddoppio?
«Quella che Giorgio Salvadè chiamava “Lega di governo e barricata” è rimasta, anche se forse la barricata è un po’ meno rumorosa e più costruttiva. Da 26 anni la Lega siede in Consiglio di Stato, da 10 con due consiglieri di Stato. Questo ha portato per taluni a essere troppo filogovernativi, anche se personalmente le critiche le prendo positivamente se giustificate (vedi radar ad esempio), proprio perché sono nato politicamente in Gran Consiglio mettendo in discussione l’azione politica anche del nostro unico consigliere di Stato di allora (Marco Borradori, ndr)».

Le toccò il «poco simpatico» Dipartimento delle istituzioni, che disse di aver trovato «completamente azzurro» (PPD, ndr). E oggi?
«Poco simpatico ma voluto. Poco simpatico perché, capiti quel che capiti, siamo più esposti di altri poiché a maggior contatto con la cittadinanza; voluto perché vedevo un grande potenziale di miglioramento, nonché per la mia inclinazione personale. Dopo 10 anni il Dipartimento è più equilibrato, sia per sensibilità politiche sia per genere. Il mono pensiero è acritico e pericoloso, perché da un lato non ci si innova e dall’altra parte non ci si mette in discussione».

Sono passati 10 anni, cosa ha fatto di leghista questo Governo con la vostra spinta?
«Il Governo è finalmente un Governo di uomini di Stato e non rappresentanti di partito. Forse il tavolo di sasso o i presunti “maître à penser” esistono ancora, ma oggi il Consiglio di Stato è più sovrano e mi permetto di dire anche più autorevole rispetto al passato. Le decisioni le prendiamo noi, non altri. La spinta leghista? Beh, sicuramente ha portato il Governo ad avvicinarsi alla gente; ricordo con piacere il pranzo a San Martino con il Governo in corpore nel 2015 sotto la mia presidenza. Alla fine siamo dei semplici servitori dello Stato e quindi del Popolo, e questo non lo dimentico mai, come ricordo frequentemente ai miei funzionari dirigenti. Questa spinta, questa energia e questo impegno voglio continuare a metterli al servizio delle cittadine e dei cittadini ticinesi ancora nei prossimi anni di Governo».

Intervista all’interno dell’edizione di sabato 10 aprile 2021 del Corriere del Ticino