“Ai giovani vanno fornite altre risposte”

“Ai giovani vanno fornite altre risposte”

Qual è il suo commento su questi fatti incresciosi? «La polizia è intervenuta a seguito di una rissa scoppiata fra alcuni giovani – risponde Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni –. Il mancato rispetto delle norme anti-Covid-19 è stato eclatante nella notte alla Foce dove si sono riuniti giovani in numero impressionante. La Polizia avrebbe comunque dovuto intervenire». Lei, venerdì dopo la conferenza stampa di Berna, ha evocato il rischio che col passare del tempo le limitazioni potessero generare insofferenza. Quanto capitato alla Foce, potrebbe rientrare in questa interpretazione? «Le potenziali aperture annunciate dieci giorni fa dal Consiglio federale, poi smentite venerdì scorso, aumentano ancora di più quella carica d’insoddisfazione, di rabbia e si possono generare fenomeni che sono poi da gestire e da affrontare sul territorio. Quindi vale la pena fare una riflessione su quale sia la maniera migliore per gestire questa crescente insofferenza da parte soprattutto dei giovani, che sono in giro anche se gli spazi e i locali pubblici sono o vengono chiusi. Questo scenario è potenzialmente esplosivo – osserva Gobbi –. La categoria dei giovani è forse quella meno abituata a resistere. Probabilmente servono altre risposte. Le risposte da parte dei giovani, però, non possono essere quelle deprecabili che abbiamo visto nei filmati, in cui si prende di mira la pattuglia e le forze di primo intervento, ambulanza compresa, che è arrivata sul posto per prestare soccorso. Il rispetto chiede rispetto. La situazione di pandemia pone limitazioni ma queste si potrebbero affrontare cercando di conquistarsi alcune libertà. Però libertà non significa prendere di mira in maniera intollerabile le forze dell’ordine intervenute a ripristinare il quieto vivere e la civile convivenza fra le persone. Le autorità sono confrontate a un fenomeno che va affrontato anche con altre misure non solo quelle di polizia. Per il disagio che si manifesta come necessità di ritrovare momenti aggregativi occorre una strategia su più fronti. Una risposta di comunità che parte dalle famiglie, tra genitori e figli, per investire anche la scuola, dove i docenti devono continuare a tenere un dialogo con gli studenti per portarli a condannare la violenza e a trovare altre forme di aggregazione. Servono altri strumenti oltre a quello repressivo. La polizia si sta riorganizzando per avere una visione d’insieme. Diverse centinaia di giovani che vogliono stare assieme vanno comunque gestiti anche in un’ottica preventiva». Cosa ne pensa di una nuova chiusura della Foce? «La questione, come accennavo, va affrontata su più fronti, proprio perché assistiamo a manifestazioni che esprimono un’insofferenza della popolazione che vive male queste limitazioni sia a sud delle Alpi che nel resto della Svizzera».

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 22 marzo 2021 de La Regione 

Due procuratori in più

Due procuratori in più

Il potenziamento del ministero pubblico ticinese è stato approvato dal Parlamento

Il ministero pubblico ticinese sarà rinvigorito dall’arrivo dei due procuratori supplementari che palazzo di giustizia aveva chiesto di ottenere nel 2017. Lo ha deciso lunedì quasi all’unanimità il Gran Consiglio, tornato a riunirsi a Bellinzona, dopo le sedute tenute a Mendrisio a causa delle restrizioni legate alla pandemia. La misura comporta una maggiore spesa di circa mezzo milione di franchi.

La modifica sull’organizzazione giudiziaria adottata prevede che in futuro il procuratore generale non sia più affiancato da 20 colleghi come finora, ma da 22 con competenza su tutto il territorio cantonale. Il potenziamento dovrà, in particolare, permettere di gestire con più celerità gli incarti riguardanti i reati in ambito finanziario che continuano ad accumularsi anche a causa della loro complessità. Tant’è che, da una verifica interna, era emerso che uno dei magistrati impegnati su tale fronte ne sta gestendo contemporaneamente oltre 500 mentre idealmente nessuno dovrebbe seguire più di 150-180 procedimenti penali all’anno.

Quella decisa lunedì non è l’attesa riorganizzazione del ministero pubblico, auspicata da molti. Questa sarà affrontata in seno alla commissione giustizia e diritti che ha già avviato le proprie riflessioni che riguardano anche la possibile reintroduzione della figura dei sostituti procuratori pubblici e una maggiore attribuzione di maggiori competenze ai segretari giudiziari.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Due-procuratori-in-pi%C3%B9-13905826.html

Da www.rsi.ch/news

“Oggi c’è voglia di elezioni comunali”

“Oggi c’è voglia di elezioni comunali”

Norman Gobbi a poco più di un mese dal rinnovo di Municipi e Consigli comunali

Manca poco più di un mese alle elezioni comunali. In questo contesto di pandemia, tra chiusure e aperture, la situazione risulta confusa. “Una certezza c’è: quest’anno le elezioni si terranno!, afferma il Consigliere di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. “Si tratta di un segnale forte – in una situazione così pesante per tutti noi – della volontà di tornare a vivere la normalità. Le istituzioni rivendicano a gran voce il loro ruolo, anche e soprattutto davanti a questa crisi. Per affermare che le difficoltà, quando ci sono, devono essere affrontate e superate. Un anno fa eravamo in una situazione del tutto inedita, che aveva colpito il mondo intero. Allora era giusto che si procrastinasse il voto, perché nell’opinione pubblica c’era preoccupazione e molta paura. Da quella esperienza abbiamo imparato molte cose. Inoltre, a distanza di 12 mesi abbiamo i vaccini, che da subito hanno protetto la fascia più a rischio, ossia gli anziani, diminuendo in modo sensibile il numero di morti legati al coronavirus”.

Quella scelta del Consiglio di Stato fu molto criticata… “Lo so e comprendo chi l’ha criticata. Però sono convinto che fu la decisione giusta. Abbiamo chiesto ai municipali e ai consiglieri comunali in carica – in particolare a coloro che avevano deciso di non più ricandidarsi – uno sforzo supplementare per il bene dei loro concittadini. Per questo li ringrazio”, sottolinea il presidente del Governo Norman Gobbi.

“La voglia di normalità in un contesto che richiede ancora prudenza e il rispetto delle norme contro il contagio – prosegue il nostro interlocutore – la si può vedere nelle innumerevoli iniziative che i candidati, i partiti e i movimenti stanno mettendo in campo. Sfruttando in particolare i contatti… digitali. La crisi legata al coronavirus ha accelerato dinamiche di comunicazione e di rapporti differenti rispetto al passato”. Ma a lei non mancano… il buon vecchio aperitivo organizzato da questo o quel candidato, la risottata della Lega e altri incontri del genere? “Certo che mi mancano! La limitazione dei rapporti umani rappresenta una delle criticità più importanti di questa pandemia. Lo vediamo a più livelli. Però la ricerca di occasioni di contatto diverse permetterà di raggiungere potenziali elettori diversi. E qui penso anche ai più giovani. Senza dimenticare che i tradizionali volantini continueranno ad arrivare nelle nostre bucalettere. Anche in questo contesto occorre quindi fare di necessità virtù. È uno degli insegnamenti che il coronavirus ci lascerà in eredità”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

«Comunali, servirà pazienza Da lunedì i risultati nelle Città»

«Comunali, servirà pazienza Da lunedì i risultati nelle Città»

 

Tra poco più di un mese in Ticino tornano le elezioni comunali. Dopo l’edizione annullata nel 2020 a causa della pandemia, oggi la macchina organizzativa è praticamente pronta per l’appuntamento elettorale. Tuttavia il 18 aprile per avere i primi risultati occorrerà avere un po’ più di pazienza del solito. Ne parliamo con il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi.

Alle elezioni comunali del 18 aprile mancano 39 giorni. A che punto è la macchina organizzativa?
«La “macchina” organizzativa – come mi informa il servizio preposto coordinato dal cancelliere dello Stato Arnoldo Coduri – è a buon punto. È stato necessario ripensarla tenendo conto delle disposizioni federali e cantonali per limitare la diffusione del coronavirus. L’obiettivo principale è quello di garantire la correttezza dei lavori di spoglio nel pieno rispetto della sicurezza delle persone chiamate a svolgere queste operazioni tanto delicate quanto importanti».

Un anno fa, a metà marzo, arrivò una doccia gelata sulla democrazia rappresentativa con il rinvio di un anno dell’appuntamento elettorale che era agendato per il 5 aprile 2020. Oggi possiamo dire con certezza che non si assisterà ad altri rinvii?
«Mai dire mai, però quest’anno posso assicurare che le elezioni comunali si terranno».

Quella decisione non fu capita da tutti. A un anno di distanza, e con il virus sempre presente, come valuta la mossa del Consiglio di Stato?
«Nel momento in cui abbiamo dovuto prendere la decisione eravamo ancora in un regime di confinamento molto stretto. Soprattutto la gente era assorbita da ben altre preoccupazioni che le elezioni comunali. Ne abbiamo discusso parecchio, anche perché la decisione di stop andava a toccare uno dei diritti fondamentali della democrazia: il voto. E in un ambito essenziale, quello dei Comuni. Ha prevalso il sentimento secondo il quale – proprio per rispetto della democrazia – non si poteva ignorare il sentire comune delle e dei ticinesi. Scelta istituzionalmente dolorosa, ma necessaria».

La campagna è partita in sordina, l’impressione è che di queste elezioni importi davvero poco. È dello stesso avviso?
«No, non sono dello stesso avviso. A parte il fatto che se andiamo a rileggere editoriali, commenti e articoli degli ultimi 20 anni in occasione di campagne elettorali si dice spesso che “stiamo vivendo una campagna fiacca”, “non ci sono grandi temi”, “la gente non partecipa agli incontri organizzati dai partiti” ecc. ecc. Comunque, sebbene in forme diverse vedo che le persone coinvolte e i gruppi politici si stanno impegnando. È evidente che il momento è del tutto nuovo ed eccezionale, però è anche vero che dopo una legislatura durata ben 5 anni ora c’è voglia di voto. Sicuramente più di un anno fa. Anche il ruolo dei media è importante in questo frangente».

Il Governo come intende farsi parte attiva nelle prossime settimane per fare in modo che i cittadini partecipino al voto? Perché sarebbe davvero un peccato se ad eleggere gli amministratori comunali fosse una minoranza dell’elettorato.
«Come Cantone abbiamo preparato una piccola campagna informativa che mira anzitutto a invitare le cittadine e i cittadini a esprimere il proprio voto. In tempo di crisi è ancora più importante che la cittadinanza esprima il proprio voto e decida le persone che li rappresenteranno per i prossimi anni. Nella campagna raccomanderemo inoltre di privilegiare il voto per corrispondenza che è semplice ma soprattutto sicuro».

Intanto le liste sono ormai definitive da qualche settimana; il materiale di voto è già in stampa o magari confezionato?
«La preparazione del materiale è di competenza dei Comuni e, a quanto ci risulta, i lavori di preparazione sono in fase avanzata. Da parte nostra verifichiamo che l’impaginazione delle schede elettorali sia compatibile con i nostri lettori di schede (scanner) in modo che non ci siano problemi durante i lavori di spoglio».

Entro quando giungerà al domicilio di ogni cittadino iscritto in catalogo?
«Il materiale di voto giungerà al domicilio delle cittadine e dei cittadini tra il 22 e il 27 marzo 2021».

Veniamo al voto. Da parte del Consiglio di Stato giungerà un appello per fare in modo che il voto per corrispondenza (già molto elevato) sia la regola e andare personalmente al seggio l’eccezione. O sarebbe un’ingerenza eccessiva in questi termini?
«Non diremo certo di recarsi tutti ai seggi elettorali. A parte gli scherzi: l’invito a votare per corrispondenza – che, come detto, sarà inserito anche nella nostra campagna informativa – oggi assume un valore più elevato, in quanto può proteggere maggiormente chi vota e chi svolge le sue mansioni ai seggi elettorali».

Per legge il seggio dovrà essere garantito o c’è una scappatoia per fare di questa elezione (in tempi di coronavirus) un appuntamento esclusivamente per corrispondenza?
«Il voto “in presenza” – per usare un termine ormai entrato nel nostro lessico – è garantito per legge ed è importante che sia così. È però vero che il voto per corrispondenza è già oggi ampiamente utilizzato e speriamo possa esserlo in maniera ancora maggiore vista la situazione sanitaria».

E veniamo all’atto finale, lo spoglio di domenica 18 aprile. In passato in quella giornata giungevano i risultati con eletti e subentranti ai Municipi, mentre il lunedì era il turno del Consiglio comunale. Quest’anno dovremo avere più pazienza?
«Bisognerà senz’altro avere più pazienza. Il virus ha imposto dei radicali cambiamenti alle nostre vite e anche i lavori di spoglio non faranno eccezione. I Comuni, oltre alle disposizioni sanitarie che rallenteranno le operazioni, non potranno per legge aprire e timbrare le schede di voto prima di domenica mattina. Questi due fattori ritarderanno la consegna delle “cassette” a Bellinzona. Anche il Cantone non potrà impiegare contemporaneamente lo stesso numero di persone per non creare assembramenti e per rispettare le norme di distanziamento e igiene. Abbiamo previsto tempi di lavoro più lunghi e lavori a turni, ma in ogni caso la macchina risulterà rallentata. Inizieremo dapprima con i Municipi e successivamente procederemo con i Consigli comunali. Domenica pomeriggio s’inizierà dai Municipi dei Comuni medio-piccoli in base all’ordine di arrivo delle cassette elettorali. I lavori andranno avanti almeno fino alle 23, ma verosimilmente i risultati dei Municipi delle Città arriveranno solo nella giornata di lunedì. Entro lunedì sera termineremo lo spoglio dei Municipi, in modo da rispettare le scadenze per l’elezione dei sindaci, e nelle giornate di martedì e mercoledì termineremo lo spoglio dei Consigli comunali. Abbiamo riservato anche la giornata di giovedì ma speriamo di poter terminare i lavori già nella giornata precedente».

Intervista pubblicata nell’edizione di mercoledì 10 marzo 2021 del Corriere del Ticino

Aggregazione nel Medio Malcantone: costituita la Commissione di studio

Aggregazione nel Medio Malcantone: costituita la Commissione di studio

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha approvato l’istanza di aggregazione formulata dai municipi di Bedigliora, Curio, Miglieglia e Novaggio, estendendo d’ufficio il comprensorio al Comune di Astano, e ha istituito la Commissione di studio incaricata di elaborare un progetto aggregativo tra i cinque comuni.

Lo scorso 3 febbraio 2021 i municipi di Bedigliora, Curio, Miglieglia e Novaggio hanno sottoscritto un’istanza congiunta per l’avvio di una procedura aggregativa nel loro comprensorio, aderendo all’eventualità che venga coinvolto anche il limitrofo Comune di Astano.
Quest’ultimo, dopo le dimissioni dell’allora Municipio e la ripetuta mancata disponibilità di candidati alla carica di municipale, da agosto 2020 è in gerenza a seguito di un provvedimento dell’Autorità di vigilanza, in attesa che si costituisse un municipio con le prossime elezioni comunali. Tuttavia, ad Astano non è stata depositata alcuna candidatura entro il termine ordinario (8 febbraio 2021) e neppure entro il secondo termine fissato dal Consiglio di Stato (1° marzo 2021) per un’eventuale elezione prorogata. Il Comune si trova quindi nuovamente nell’impossibilità di costituire un municipio con legittimazione popolare. Questo elemento rafforza ulteriormente la necessità di una soluzione aggregativa, che era e rimane una priorità collegata anche al supporto finanziario cantonale straordinario di cui Astano ha potuto beneficiare in vista, per l’appunto, di un’aggregazione.
L’istanza di Bedigliora, Curio, Miglieglia e Novaggio aperta all’inclusione di Astano, rende ora attuale e concreta una prospettiva aggregativa per Astano nel comprensorio del Medio Malcantone, mentre l’eventualità di un’entrata in materia con Tresa – a suo tempo unica ipotesi aggregativa concretamente ipotizzabile e promossa dall’allora Municipio con l’accordo dell’Assemblea comunale – si protrae ulteriormente e non è possibile valutare una tempistica, il Comune di Tresa non essendo ancora costituito.
Il Consiglio di Stato ha pertanto stabilito di inserire d’ufficio il Comune di Astano nello studio che sta per essere avviato nel Medio Malcantone, scenario riguardo al quale il precedente Municipio di Astano aveva formalizzato la propria apertura a entrare se del caso in materia.
I comuni di Astano, Bedigliora, Curio, Miglieglia e Novaggio sono confinanti e appartengono, come peraltro Tresa, allo scenario “Malcantone Ovest” del Piano cantonale delle aggregazioni (PCA), approvato dal Consiglio di Stato e all’esame del Gran Consiglio, che prevede la possibilità di realizzare gli scenari in tappe successive. Il comprensorio è quindi in linea con gli orientamenti della politica cantonale in tema di aggregazioni.

La Commissione di studio, su proposta dei rispettivi municipi, è composta da:

  • Bedigliora: Nicoletta Ferretti-Gianella, Municipale (sostituto: Tiziano Belloni, Sindaco)
  • Curio: Gianni Nava, Sindaco (sostituta: Franca Ponti, Municipale)
  • Miglieglia: Marco Marcozzi, Sindaco (sostituta: Fabia Orlando, Municipale)
  • Novaggio: Paolo Romani, Sindaco (sostituto: Igor Negri, Segretario comunale)

Il Gerente di Astano è invitato a trasmettere al Consiglio di Stato le proposte di nominativi in rappresentanza del Comune entro la fine del mese di aprile 2021. Fino alla designazione, o in caso di mancata disponibilità di persone a far parte della Commissione, in quest’ultima il Comune di Astano sarà rappresentato dal Gerente.
La Commissione potrà avvalersi del supporto di consulenti esterni e costituire gruppi di lavoro su temi specifici. Il contatto con il Dipartimento delle istituzioni verrà assicurato dalla Sezione degli enti locali.

(Foto: www.novaggio.ch)

Molino, sgombero o dialogo? Gobbi: “Situazione sempre meno sostenibile”.

Molino, sgombero o dialogo? Gobbi: “Situazione sempre meno sostenibile”.

Il presidente del Governo: “L’autogestione è un fenomeno che si è andato a svuotare anche dal punto di vista numerico. Inaccettabili questi atteggiamenti sprezzanti nei confronti dell’autorità e della popolazione”

“La situazione attuale è sempre meno sostenibile”. Così si è espresso il presidente del Governo e direttore del Dipartimento Istituzioni, Norman Gobbi, ieri sera a Matrioska. La prima parte del dibattito è stata dedicata agli scontri avvenuti lunedì sera alla stazione di Lugano tra polizia e manifestanti, alcuni dei quali riconducibili al Centro Sociale il Molino. L’autogestione, ha detto Gobbi, “è un tema che riguarda soprattutto la Città, e il Cantone in via secondaria”.
Infatti sarà proprio il Municipio di Lugano, domani, giovedì, a decidere la linea da intraprendere. Dopo la manifestazione non autorizzata di lunedì e gli scontri con le forze dell’ordine, il sindaco, Marco Borradori, è stato chiaro: “La misura è colma. Giovedì chiederò al Municipio una decisione sullo sgombero del Molino. E io voterò a favore”. Sulla stessa linea il vicesindaco Michele Bertini, e ancora più risoluto il municipale Lorenzo Quadri.

Ma torniamo alle dichiarazioni di Gobbi: “La soluzione attuale – ha detto – è stata condivisa tra Lugano e Cantone a suo tempo per trovare una soluzione all’autogestione, che però nel frattempo è un fenomeno che si è andato a svuotare anche dal punto di vista numerico, come abbiamo visto lunedì sera. E con questi atteggiamenti sprezzanti nei confronti dell’autorità ma anche della popolazione che fa degli sforzi, e ha espresso democraticamente un’opinione, la situazione attuale diventa sempre meno sostenibile”.

Al ministro ha replicato il presidente della sezione socialista di Lugano, Raoul Ghisletta, collegato via Skype: “Occorre un dialogo, occorre individuare una figura che faccia da mediatore. Non credo sia contestabile l’esigenza di uno spazio autogestito in una realtà urbana come Lugano. L’autogestione non va confusa con una trentina di persone che hanno fatto un pasticcio. Non siamo in uno stato forcaiolo dove si fa la giustizia a spron battuto. Esiste una convenzione che regola la gestione di questo spazio e un impegno a trovare una soluzione alternativa nel caso in cui il Molino non sia più utilizzabile. Si tratta di avere sangue freddo e di non cedere alla provocazione di pochi, perché sono centinaia le persone che frequentano gli spazi dell’autogestione. Bisogna essere razionali e seguire le regole della democrazia e che lo stato di diritto prevede quando succedono pasticci come questo. Come è successo alla Valascia e con i tifosi dello Zurigo in centro città. Certe cose finiscono male, ma ognuno come individuo si assume le proprie responsabilità che andranno accertate dalla Magistratura”.

Ma Gobbi ha ribattuto: “In questo caso c’è chi critica l’intervento della polizia in reazione all’attacco, e abbiamo visto alcuni manifestanti che hanno raccolto sassi dalla massicciata della ferrovia lanciandoli contro gli agenti. Credo che tollerare ancora una situazione in cui queste persone, che sono ospitate dalla Città di Lugano, che beneficiano di finanziamenti pubblici, perché il Cantone copre una parte dei costi che la presenza del Centro autogestito genera, non sia più possibile. Anche nei confronti dei contribuenti e dei cittadini che rispettano le leggi. Le istituzioni riconoscono il diritto all’autogestione a scopo culturale, divulgativo e ricreativo, ma se c’è un abuso di questo diritto si rompe quel patto che è stato siglato a suo tempo e che secondo me ha raggiunto i suoi limiti”.

A favore di una ricerca di dialogo si è espresso anche l’ex consigliere comunale del PPD Lorenzo Jelmini, pure ospite a Matrioska: “Quello che è successo lunedì sera è assurdo, la manifestazione è degenerata e i fatti sono condannabili. Mi rendo conto che è difficile, che da parte degli autogestiti manca la volontà di dialogare: ma se si vuole continuare questa esperienza importante, la premessa è accettare il dialogo con le autorità comunali e cantonali”.

Da www.liberatv.ch

Al via la scuola di polizia

Al via la scuola di polizia

Cocchi: “Positivo l’aumento delle donne. Gestione dello stress, saper comunicare e risolvere i problemi, ecco come si diventa un buon agente”
Il Comandante Matteo Cocchi a tutto tondo: “È cambiata la scuola di polizia, ma non la sua missione. In gioco vi sono ben 81 aspiranti. Incrementare le quote di aspiranti femminili è un nostro obiettivo”

Esattamente una settimana fa ha preso il via a Giubiasco la Scuola di polizia del V circondario d’esame, mentre martedì scorso è stato pubblicato il bando di concorso per la SCP 2022 (www.polizia.ti.ch).. Gli aspiranti poliziotti (21 in totale, di cui 5 donne) hanno quindi iniziato il percorso che conduce all’Esame professionale dopo due anni. Dell’importanza dei corsi di formazione, del ‘fascino della divisa’ e di molto altro ancora ne abbiamo parlato con il Comandante Matteo Cocchi.

La pandemia e i nuovi compiti assunti dalla Polizia hanno modificato l’impostazione dei corsi di formazione?
“Come per altri settori vi è grande attenzione per quelle che sono le raccomandazioni che valgono per tutta la popolazione. In particolare l’uso delle mascherine, l’igiene delle mani e la distanza sociale a cui si aggiungono tutti i piani di protezione, sia per quanto riguarda la formazione in aula sia per quanto riguarda quella erogata all’esterno. Inoltre, la pandemia ha ridotto al minimo la formazione sia sul piano federale che cantonale, spingendoci così ad effettuare solo corsi di formazione strettamente necessari e non procrastinabili”.

Cosa spinge secondo lei, oggi, giovani uomini e donne a intraprendere una carriera nelle forze dell’ordine? Nel senso, quando conta la speranza in un lavoro sicuro in un momento incerto che non promette nulla di buono per il futuro, e quanto, invece, i valori connessi a queste professioni? O quello che una volta veniva definito “il fascino della divisa”?
“Ritengo che lo “spirito di servizio”, inteso come il mettersi a disposizione della popolazione per garantirle la miglior sicurezza possibile, nonché aiuto in caso di difficoltà, permanga la motivazione principale che spinge un giovane o una giovane ad intraprendere una carriera nelle forze dell’ordine. In assenza di questa caratteristica principale, l’attività di gendarme e di ispettore risulterebbe estremamente difficile da sopportare. Sicuramente le difficoltà nel trovare lavoro, che si sono acuite con la pandemia, giocheranno anch’esse un ruolo nel processo di decisione che poi porta a candidarsi alla Scuola di polizia”.

Come sono cambiati, se sono cambiati, i criteri di selezione degli aspiranti? E quali sono i principali motivi di inidoneità?
“L’età massima è stata aumentata di un anno. Infatti, per i futuri aspiranti agenti è stata fissata a 35 anni al momento dell’inizio della formazione. Nella valutazione delle attitudini fisiche si è deciso di essere meno selettivi, considerato che si tratta di un ambito che può essere in linea di principio migliorato con l’allenamento e che sarà parte integrante nel corso della formazione di base. Anche nell’ambito della valutazione psicologica sono stati apportati ulteriori affinamenti a complemento dell’attuale iter, che negli anni ha già dato buone indicazioni per il reclutamento dei futuri agenti di polizia ticinesi”.

Cosa significa, secondo lei, oggi, essere un agente di polizia? Quali dovrebbero essere le caratteristiche fondamentali per un buon poliziotto? Non solo dal profilo tecnico e fisico ma anche da quello umano…
“L’agente di polizia e chi si candiderà a vestire la divisa in futuro deve primariamente condividere gli obiettivi e i valori della Polizia cantonale e dello Stato di diritto. I precedenti e la condotta personale devono quindi essere privi di macchia. Ritengo inoltre che per un buon poliziotto il sapere gestire lo stress, l’avere buone doti di comunicazione, una buona capacità di analisi e di risoluzione dei problemi nonché la capacità di lavorare in team e a turni (365 giorni all’anno sull’arco delle 24 ore) siano dei requisiti basilari. Elementi questi che, uniti alla consapevolezza che a volte la vita privata deve essere messa in secondo piano, ben sintetizzano la difficoltà di svolgere una professione importante e fondamentale per il buon funzionamento della nostra società”.

Dallo scorso anno la formazione alla Scuola di polizia non è più di un anno bensì di due. Che valore aggiunto porta un anno in più alla formazione?
“Il valore aggiunto principale della formazione biennale è legato al fatto che il candidato nel corso del secondo anno di formazione ha maggiori possibilità di lavorare “sul terreno”, toccando con mano quella che sarà la sua futura funzione. Questo attraverso diversi e differenziati stage con il fondamentale apporto e accompagnamento formativo degli agenti già in attività da anni. In questo modo viene concretizzato in maniera formale e a livello nazionale quanto da noi anticipato con lungimiranza negli scorsi anni”.

Quanti sono in totale gli aspiranti agenti che attualmente prendono parte alla formazione? E quante le donne?
“Attualmente con l’inizio della SCP 2021 lo scorso 1° marzo e con la SCP 2020, entrata nel secondo anno pratico di formazione, avremo per la prima volta due curricoli formativi presso il Centro di formazione nonché presso i vari Corpi di appartenenza. In gioco vi sono dunque ben 81 aspiranti. Dal 2001 a oggi la percentuale di donne che si sono candidate alla Scuola oscilla tra il 10% e il 24% del totale dei candidati. Negli ultimi quattro anni constato che la quota di aspiranti femminili che la frequentano è in aumento. Questo è un aspetto estremamente positivo, in linea con gli obiettivi a livello di personale che ci siamo prefissati”.

Secondo lei, per diventare un buon poliziotto, è ancora necessario seguire la trafila della scuola di base? Nel senso, al di là di alcuni ufficiali (o ispettori, per esempio nel settore dei reati finanziari) che sono arrivati da professioni diverse, non sarebbe immaginabile una sorta di accademia che fornisca formazioni approfondite su temi complessi (criminalità economica e digitale, profili criminali, criminalità organizzata di vario livello, terrorismo, eccetera)?
“A livello di formazione siamo sempre stati attenti all’evolvere della criminalità e all’emergere di nuove minacce alla sicurezza pubblica. Questo integrandole nel curriculum formativo dei futuri agenti. Faccio in particolare riferimento alle tematiche dell’interculturalità e all’analisi e alla discussione in classe di casi pratici legati alla violenza giovanile e domestica. Inoltre, per quanto riguarda la cybercriminalità, la materia è già stata introdotta ed è parte integrante pure della formazione continua. Nonostante le specializzazioni siano molto importanti nel contrasto delle nuove sfide a livello di reati, non bisogna comunque dimenticare che la “spina dorsale” della professione rimane quella dei generalisti. L’attività di questi ultimi non si traduce unicamente nell’azione preventiva o repressiva, ma una parte importante della loro attività è legata a interventi di supporto e sostegno ai cittadini che richiedono il nostro aiuto e intervento”.

State pensando a una formazione para universitaria e multidisciplinare per chi aspira a una carriera in Polizia, con percorsi pianificati e diversificati in base agli obiettivi?
“Per quanto riguarda la formazione di base è una possibilità che al momento non è prevista. In relazione invece alla formazione dei quadri, a livello nazionale e sotto l’egida dell’Istituto svizzero di polizia, sono in corso una serie di progetti che integrano nella stessa anche corsi a livelli scolastici superiori e interdisciplinari. Questo con l’obiettivo di armonizzare pure questo tipo di formazione come già fatto per quella di base”.

Premesso che esiste una Polizia federale, competente per una serie di reati ben definiti, le sembra normale che in un mondo complesso e in continua evoluzione come quello in cui viviamo, gli inquirenti (anche a livello di Ministero pubblico) siano ancora suddivisi in reati economici e reati comuni?
“Ritengo di sì poiché il mondo sempre più complesso richiede una sempre maggiore specializzazione. Specializzazione che si rispecchia anche nella lotta ai reati comuni per rimanere al passo con i tempi. Per quanto riguarda i reati economico-finanziari in futuro, vista la loro complessità e continua evoluzione, il loro perseguimento richiederà ulteriori sforzi di collaborazione, già oggi positiva, da parte di chi in Svizzera è competente in materia”.

Quanto conta oggi per un poliziotto saper usare il cervello e la parola rispetto al manganello e alla pistola?
“L’attenzione per il dialogo con la popolazione è da tempo una parte importante del percorso formativo dei futuri agenti. In questo settore trova spazio anche l’aspetto della polizia di prossimità per rispondere al meglio alle preoccupazioni della cittadinanza. Inoltre, gli aspiranti effettuano uno stage presso le diverse polizie comunali proprio con l’obiettivo formativo di dare risposta ai bisogni della popolazione nell’ambito dei compiti di polizia di prossimità. Come da sempre e più volte ribadito, l’agire dell’agente di polizia deve essere contraddistinto in ogni momento dalla proporzionalità, che si basa sull’analisi della situazione e la messa in atto delle misure più opportune, anche a livello coercitivo”.

Da www.liberatv.ch

Presentato il bilancio del primo anno di attività della campagna «Cyber sicuro»

Presentato il bilancio del primo anno di attività della campagna «Cyber sicuro»

Il pompiere digitale ma non solo per contrastare gli attacchi informatici
Il tema della sicurezza informatica è tornato d’attualità anche e soprattutto durante il lockdown, un periodo durante il quale l’utilizzo di piattaforme online è stato ulteriormente incentivato. Basti pensare al ricorso al telelavoro, alle piattaforme per le videoconferenze e per la didattica a distanza e agli acquisti via web. Di conseguenze, dunque, anche le attività illecite sui canali informatici sono aumentate. Ed è proprio in questo contesto di sicurezza informatica che il Gruppo di lavoro strategico “Cyber sicuro” è diventato il punto di riferimento e di contatto cantonale effettuando attività di analisi, informazione e prevenzione. Nel presentare il bilancio dell’omonima campagna di prevenzione, lanciata il 21 febbraio 2020, il direttore del Dipartimento delle istituzioni (DI) Norman Gobbi ha posto l’accento sulla «necessità di una maggiore sicurezza in ambito digitale, da raggiungere attraverso la sensibilizzazione e l’accrescimento della consapevolezza da parte degli utenti». Il tema – ha ricordato il segretario generale del DI Luca Filippini – è di grande attualità e lo dimostra il fatto che nel nostro cantone, i soli 20 casi di abusi segnalati hanno creato danni (anche di reputazione, evidenziando cioè la fragilità di un’azienda) ad aziende e privati per oltre tre milioni di franchi.

Una nuova legge
Per limitare al massimo queste intrusioni – ha rimarcato il responsabile del Servizio informatica forense della SUPSI Alessandro Trivilini – «bisogna assumere la figura del pompiere digitale». Allo scopo di evitare questo tipo di intrusione con conseguente furto di dati sensibili, il consiglio resta quello di verificare se la rete aziendale, spesso ampliata nel corso degli anni, è sicura. La Svizzera, dal canto suo, ha elaborato la nuova Legge sulla protezione dei dati, approvata lo scorso 25 settembre dal Parlamento, che fungerà da elemento chiave per dare avvio alla costruzione delle nuove regolamentazioni e linee guida per la gestione della cybersicurezza all’interno del perimetro nazionale e cantonale. Con l’entrata in vigore di questa legge, occorrerà prendere provvedimenti tecnici e organizzativi appropriati e proporzionali per garantire che la sicurezza dei dati personali sia adeguata al rischio. Insomma, ha ricordato Trivilini, non più strumenti come semplici antivirus ma una gestione ad hoc dei processi produttivi che trattano dati sensibili. In attesa del nuovo testo legislativo, la Confederazione ha elaborato standard minimo per rafforzare la resilienza informatica. Questa sorta di «check-list» si ispira al Framework del NIST (National Institute of Standards and Technology, USA), riconosciuto a livello internazionale, ed è compatibile con altri standard di cybersicurezza.

L’agenda 2021
Nel corso del 2021, il Gruppo di lavoro organizzerà quattro webinar per informare sull’impatto che la Legge sulla protezione dei dati avrà in altrettanti settori specifici (economia, sanità, formazione, enti pubblici), mentre in autunno verrà organizzata una conferenza per illustrare lo stato dell’arte a livello cantonale. 

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 6 marzo 2021 del Corriere del Ticino

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Servizio all’interno dell’edizione di venerdì 5 marzo 2021 de Il Quotidiano

Cyber sicuro: un primo anno ricco di sfide

Cyber sicuro: un primo anno ricco di sfide

Comunicato stampa

Il Gruppo di lavoro strategico Cyber sicuro ha stilato il bilancio del primo anno di attività dell’omonima campagna di prevenzione, presentata e avviata ufficialmente il 21 febbraio 2020. E il Gruppo di lavoro ha subito dovuto confrontarsi con sfide inedite, adattandosi con rapidità ed efficacia a un contesto mutevole di interazioni professionali, formative e private sempre più digitali.

È stata in particolare la crisi legata al Coronavirus a influenzare la campagna di prevenzione, sottolineando ulteriormente quanto la sicurezza nella sfera digitale acquisisca sempre maggiore importanza, soprattutto a seguito dell’incremento del telelavoro e delle nuove modalità di didattica a distanza, rispettivamente per la diffusione di nuovi strumenti di lavoro e comunicazione quali le videoconferenze.
La quarta campagna di prevenzione del Dipartimento delle istituzioni – dopo Strade sicure, Montagne sicure e Acque sicure – ha saputo raccogliere queste sfide effettuando attività di analisi, informazione e prevenzione puntuale per cittadini e aziende, organizzando inoltre webinar concernenti temi d’attualità senza tuttavia rinunciare – quando possibile – all’organizzazione di conferenze (in presenza) di alto profilo con relatori d’eccezione a livello nazionale, tra cui il Delegato federale alla cybersicurezza Florian Schütz (giunto per la prima volta in Ticino) e il Delegato della Confederazione e dei Cantoni per la Rete integrata Svizzera per la sicurezza André Duvillard.
L’anno attualmente in corso non sarà meno ricco di sfide per il Gruppo di lavoro strategico, con particolare riferimento alla Legge federale sulla protezione dei dati (LPD) a proposito della quale verranno organizzati diversi eventi (sia online che in presenza) per informare sull’impatto che la stessa avrà per la popolazione e per diversi settori professionali; d’altro canto proseguirà il monitoraggio dell’evoluzione delle tendenze in ambito di cybercriminalità e cybersicurezza, coinvolgendo infine sempre maggiormente gli enti locali per sensibilizzarli sull’importanza di questo settore.     

«Una Scuola da sempre attenta alle nuove minacce alla sicurezza»

«Una Scuola da sempre attenta alle nuove minacce alla sicurezza»

Intervista ad Andrea Pronzini, responsabile del Centro formazione di Polizia
Si è aperto martedì 2 marzo il nuovo concorso per aspiranti agenti di Polizia in Ticino. Facciamo il punto della situazione con il responsabile del Centro di formazione Andrea Pronzini.

Nel corso dell’ultimo anno gli agenti di Polizia si sono trovati ad affrontare una situazione nuova per tutti: la pandemia. Spesso le autorità hanno messo l’accento sull’importanza del dialogo con la popolazione. In questo senso anche la formazione dei nuovi agenti cambierà in qualche modo? Più in generale, che influenza avrà questa crisi sulla formazione delle nuove leve?
«L’attenzione per il dialogo con la popolazione è da tempo una parte importante nel percorso formativo dei futuri agenti. Il nuovo Piano di formazione di polizia introdotto lo scorso anno e che stabilisce un quadro comune per lo sviluppo dei piani di studio e di formazione a livello svizzero, dà il giusto spazio alla polizia di prossimità e all’acquisizione di competenze comunicative e sociali che devono tradursi in un agire il più possibile vicino ai cittadini e capace di rispondere alle preoccupazioni della popolazione. Inoltre, gli aspiranti effettuano uno stage presso le diverse polizie comunali proprio con l’obiettivo formativo di dare risposta ai bisogni della popolazione nell’ambito dei compiti di polizia di prossimità».

Al di là della pandemia, le forze di Polizia in questi ultimi anni si stanno adattando a tanti altri nuovi fenomeni sempre più complessi: si pensi alla cybercriminalità, ai reati finanziari, ai flussi migratori e alla violenza giovanile. Come è cambiata in questo senso la formazione?
«In verità da sempre la Scuola di Polizia del V circondario è stata attenta all’evolvere dei crimini e dei delitti e più in generale all’emergere di nuove minacce alla sicurezza pubblica, integrando nel curriculum formativo dei futuri agenti le tematiche alle quali di volta in volta si rende necessario dare spazio. Penso ad esempio all’attenzione dedicata da anni al tema dell’interculturalità e all’analisi e alla discussione in classe di casi pratici legati alla violenza giovanile. Riguardo al problema della cybercriminalità, a livello di formazione di base da alcuni anni è stata introdotta questa materia, prestando particolare attenzione alla creazione di sinergie con altri centri formativi e alle indicazioni fornite dall’Istituto svizzero di polizia».

Vista la complessità di questi fenomeni, al di là della formazione di base, anche la professione di agente di Polizia sta diventando sempre più specialistica?
«La scuola di Polizia del V circondario è integrata nel Centro Formazione di Polizia (CFP). Il Centro si occupa di erogare la formazione di base ed è a sua volta parte della Sezione della formazione che si occupa anche di formazione continua e di formazione esterna; dallo scorso anno è stata integrata nella sezione anche la formazione legata al mantenimento d’ordine. La Polizia cantonale ticinese è dunque dotata di una struttura formativa che consente sia una formazione di base di qualità (la scuola di polizia e le formazioni di base per gli assistenti di sicurezza pubblica, per la Guardia svizzera pontificia e i moduli specifici per gli agenti di sicurezza privata) coordinata dal Centro di formazione, sia formazioni specialistiche. Non va però dimenticato che al di là di una maggiore necessità di specializzazioni che rispondono a nuove sfide, la “spina dorsale” della professione rimane la funzione di gendarme. Proprio pensando alla gendarmeria va anche ricordato che l’attività dell’agente non si esaurisce nell’azione preventiva o repressiva, bensì è pure caratterizzata da interventi di supporto e sostegno alla popolazione, come ad esempio per soccorrere con i defibrillatori una persona in arresto cardiaco».

Dallo scorso anno la formazione alla Scuola di polizia non è più di un anno bensì di due. È già possibile tracciare un primo bilancio di questo cambiamento?
«Un vero bilancio sarà possibile solo dopo aver concluso la prima formazione biennale che porta al conseguimento dell’attestato professionale federale di agente di polizia, dunque solo nella primavera del prossimo anno. Va comunque ricordato che in Ticino già dal 2014, dopo il conseguimento dell’attestato federale, gli agenti fanno un anno di pratica presso i diversi posti di Polizia. Il nuovo piano di formazione, valido a livello nazionale e che prescrive una formazione della durata di due anni, costituisce dunque per certi aspetti la continuazione di un discorso iniziato da più di un lustro».

Quanti sono in totale gli aspiranti agenti che attualmente prendono parte alla formazione? E quante sono le donne che hanno scelto questo percorso?
«Con l’inizio della SCP 2021 e con la scuola 2020 che entra nel secondo anno di formazione avremo per la prima volta due Scuole di polizia presso il Centro di formazione (anche se la formazione degli agenti nel secondo anno si svolgerà prevalentemente presso i posti di polizia, la SCP rimane un punto di riferimento sia per la preparazione e l’organizzazione dell’esame professionale, sia per interventi formativi puntuali e mirati). In totale avremo dunque 81 aspiranti. Dal 2001 a oggi la percentuale di donne che si sono candidate alla Scuola oscilla tra il 10% e il 24% del totale dei candidati. La quota di donne che hanno effettivamente frequentato la scuola è in aumento negli ultimi quattro anni. Negli ultimi due anni le donne sono poco meno di un quarto del totale degli aspiranti».

Intervista pubblicata nell’edizione di giovedì 4 marzo 2021 del Corriere del Ticino