Aggregazioni: più flessibilità e supporto per i comuni

Aggregazioni: più flessibilità e supporto per i comuni

Il successo del federalismo elvetico fonda su comuni forti, autonomi e responsabili, capaci di offrire servizi di qualità, all’altezza delle aspettative della popolazione. L’evoluzione della società rende necessarie nuove risposte dai comuni poiché ci sono dimensioni umane e sociali che si modificano nel tempo.

Per questo Governo e Parlamento vogliono ridare vigore al Comune ticinese con una serie di riforme, tra le quali il Piano cantonale delle aggregazioni. In settimana sono stati presentati i risultati della seconda fase di consultazione con comuni, partiti politici e associazioni interessate, chiamati a prendere posizione sulle modalità di attuazione del PCA e sugli incentivi proposti.  L’esito della consultazione è stato significativo con la partecipazione dell’84% degli enti locali in rappresentanza del 96% della popolazione.

La visione di un Ticino a 27 comuni
Il PCA propone 27 scenari di aggregazione che rappresentano la direzione verso la quale indirizzarsi rispetto alla realtà odierna. Un quadro di riferimento per il Cantone che potrà essere adattato nel tempo. Sono stati individuati quattro centri urbani forti e dei comprensori con un’adeguata dimensione demografica e capaci di rispondere ai bisogni dei cittadini.

Il Cantone non impone, la volontà deve partire dal basso
Nei prossimi anni agli enti locali sarà riconosciuta maggiore libertà. Il PCA non è una riforma che si impone ma punta molto sulla condivisione, dando spazio alle iniziative aggregative che vengono dal basso e che spesso si rivelano dei progetti solidi e basati su forte consenso. Ritengo che debbano essere i comuni stessi a dire se e come vogliono attuare il programma d’aggregazione. Ho sempre visto nel PCA una fonte di ispirazione per i comuni, ai quali però compete la realizzazione degli scenari. Tenuto conto dei risultati della consultazione, ho così deciso con i servizi del mio Dipartimento di togliere alcuni vincoli in modo da rendere più flessibili gli strumenti a disposizione. Non esiste più una data limite, ma le proposte possono essere valutate anche in tappe successive. Resta pure aperta la possibilità di aggregazioni tra comuni non contigui  e potranno essere esaminati i progetti promossi dalle collettività locale, a condizione che non incidano negativamente sulla sostenibilità di altri progetti.

L’aspetto finanziario: previsti aiuti importanti
L’impegno finanziario complessivo per il Cantone era inizialmente di 120 milioni di franchi: dedotti i contributi già stanziati restano ora 74 milioni.  La limitazione degli incentivi finanziari a sei anni è stata abbandonata così da eliminare la pressione temporale a quei progetti che necessitano di maggiore tempo per maturare il consenso e continuare a lavorare. La rinuncia alla chiave di riparto comporta che chi arriverà per primo con un progetto sarà favorito nel beneficiare dei contributi. Penso in particolare ai progetti aggregativi nelle zone più periferiche come nella mia valle, dove sono convinto che le aggregazioni siano fondamentali. Sempre in questa logica, non si intravvede l’opportunità di sospendere l’erogazione di contribuiti perequativi alle realtà deboli, malgrado non dimostrino l’interesse ad aggregarsi. Anche perché  chi è finanziariamente autonomo può essere restio ad aggregarsi e spinge a ridurre i suoi contributi ai comuni deboli che non si aggregano.

Nella redazione del PCA sono state tenute in considerazione le indicazioni emerse dalla consultazione e il progetto è stato adattato alle aspettative della maggioranza degli attori interpellati. Sono convinto che con questo approccio molto aperto e flessibile e il prezioso sostegno dei Servizi del mio Dipartimento, in particolare la Sezione degli Enti locali, il processo aggregativo proseguirà nella giusta direzione per dare al nostro Cantone comuni sempre più forti e pronti a raccogliere le sfide che ci attendono come Cantone Ticino. Il Consiglio di Stato presenterà il progetto definitivo dopo l’estate, che poi dovrà ricevere l’avvallo da parte del Gran Consiglio.

Piano cantonale delle aggregazioni

Piano cantonale delle aggregazioni

Esito della seconda consultazione e proseguimento del progetto

I risultati raccolti durante la seconda fase della consultazione del Piano cantonale delle aggregazioni (PCA) sono stati presentati oggi a Bellinzona. Il Consiglio di Stato ha inoltre illustrato gli orientamenti futuri del progetto, che confluiranno nel rapporto definitivo e nel relativo messaggio i quali saranno sottoposti al Gran Consiglio.

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi – accompagnato dal nuovo capo della Sezione degli enti locali Marzio Della Santa – ha presentato stamattina in conferenza stampa il rapporto sulle risposte raccolte durante la seconda fase della consultazione sul Piano cantonale delle aggregazioni (PCA). Comuni, partiti politici e associazioni di comuni erano stati sollecitati a prendere posizione sulle modalità di attuazione e sugli incentivi cantonali proposti per sostenere la realizzazione di questo piano, che si inserisce quale strumento di indirizzo strategico nel vasto progetto di riforma del comune.
Alla consultazione hanno risposto 97 dei 115 comuni ticinesi, nei quali risiede il 96% della popolazione, due associazioni di comuni e 5 partiti politici rappresentati in Gran Consiglio. Per il seguito del progetto, il Consiglio di Stato ha risolto di integrare per quanto possibile le indicazioni più largamente condivise da comuni ed enti consultati, adattando o non confermando quelle misure che invece hanno suscitato contrapposizione delle risposte o poca adesione. In questo senso gli orientamenti per la stesura definitiva del PCA prevedono che:

  • Gli scenari aggregativi del PCA possono essere attuati in tappe successive.
  • Eccezionalmente e a condizioni restrittive possono essere approfondite eventuali aggregazioni tra comuni non contigui, inseriti  nello stesso scenario PCA.
  • Progetti promossi dalle collettività locali ma sostanzialmente divergenti dal PCA possono essere avviati, purché non implichino    conseguenze rilevanti sulla congruenza, l’equilibrio e la sostenibilità degli altri scenari aggregativi.
  • Vengono stralciate le misure collegate alla perequazione.
  • Gli incentivi finanziari all’attuazione del PCA sono confermati, mantenendo la dotazione proposta (120 milioni lordi, pari a 73,8   mio netti deducendo i contributi già decisi), e sono riuniti in un unico credito quadro.
  • Gli incentivi finanziari non hanno una durata limitata e verranno definiti di volta in volta, tenuto conto delle specificità dei comuni coinvolti.

Dopo l’estate verrà presentato il rapporto definitivo e il relativo messaggio da sottoporre al Gran Consiglio.

“Le aggregazioni: successo e rammarico”

“Le aggregazioni: successo e rammarico”

Intervista apparsa nell’edizione di martedì 27 marzo 2018 del Corriere del Ticino

Elio Genazzi si appresta a lasciare la guida della Sezione degli enti locali per passare al beneficio della pensione. Lo abbiamo incontrato per un bilancio della sua attività dal 2006. Genazzi parla a ruota libera dei Comuni, delle aggregazioni, di Ticino 2020, ma anche dei suoi due direttori: prima Luigi Pedrazzini, poi Norman Gobbi.

Il 1. aprile (e non è uno scherzo) passerà al beneficio della pensione. È pronto per il passaggio delle consegne?
“Il tempo trascorre inesorabile e anche per me, senza quasi nemmeno accorgermene, è giunto il momento di staccare. Con la pubblicazione del concorso per il mio successore si è aperta una fase di transizione, una scintilla che mi ha permesso di riflettere davvero sul mio nuovo futuro. Se la salute me lo concederà, vorrei tornare a fare qualcosa, questa volta da gregario, per la mia valle – la Vallemaggia – cui devo molto. Ma sarà anche il tempo di godermi qualche momento in più con la mia famiglia e, soprattutto, con i miei nipotini”.

Aveva assunto la guida della Sezione degli enti locali nel 2006. Quanto è cambiato il Comune ticinese in genere da allora?
“Il Comune ticinese è cambiato molto e le trasformazioni sono tuttora in corso. L’evoluzione è stata favorita dalla politica, ma è altresì conseguenza dei mutamenti sociali, economici e anche infrastrutturali. Le aggregazioni comunali hanno segnato la via e preparato il Cantone alle nuove sfide: AlpTransit, LAC, Palacinema fino al rilancio delle periferie. L’organizzazione comunale, rimasta praticamente immutata sin dall’Ottocento, ha vissuto un vero mutamento, necessario per adattarsi alle nuove esigenze della popolazione ticinese. Per alcuni – pochi a dire il vero – è stato uno sgarbo al passato. Ma a loro rispondo che si è trattato di un atto di responsabilità per il Ticino delle future generazioni”.

Lei arrivava dal privato, titolare di uno studio di ingegneria. Come mai l’idea di lanciarsi in quel nuovo compito?
“Una scelta sino a quel momento inimmaginabile, ma non casuale. Accanto all’attività d’ingegnere svolta per 27 anni, fonte d’importanti sacrifici ma anche di altrettante soddisfazioni, ho sempre coltivato la passione per la cosa pubblica. Grazie alle nozioni di civica apprese sui banchi della Scuola maggiore (tempi in cui la materia non appariva ancora un tabù), ho subito scoperto dentro di me un forte senso civico. Dopo essere stato attivo in alcune associazioni di valle, l’entrata nel Municipio di Maggia (nel 1988) e gli otto anni da sindaco hanno rappresentato la mia prima vera palestra istituzionale, cui ne sono seguite altre. L’esperienza maturata e il desiderio di vivere una nuova avventura mi hanno condotto alla scelta di cui non mi sono mai pentito”.

All’epoca era anche parlamentare. Fu difficile lasciare?
“Nel 1992, con grande onore, assunsi la carica di granconsigliere. Un’esperienza impegnativa ma gratificante, che mi ha permesso di conoscere e ispirarmi a personalità illustri. Lasciare il Parlamento dopo 15 anni – la mia esperienza si sarebbe comunque conclusa l’anno successivo – non mi è pesato. Il compito che andavo ad assumere mi ha permesso – e così è stato – di mantenere uno stretto contatto con l’attività parlamentare. Una nuova veste più affine alla mia stessa indole, volta a preferire ai giochi politici, gli interessi del cittadino”.

Si dice che chi è stato in politica e poi la osserva dall’esterno abbia la visione più chiara e nitida di quanto accade. Cos’è cambiato in questi 12 anni?
“La politica rispecchia umori ed esigenze di una società che, malgrado la salute dell’economia e una protezione sociale solida, è divenuta più fragile e complessa rispetto al passato: un contesto che si ripercuote inevitabilmente sulla strategia dei partiti. Ai tempi le trasversalità erano piuttosto limitate agli interessi dei Comuni, difesi dal cosiddetto “Partito dei sindaci”, o delle periferie che riuscivano immancabilmente a raccogliere il sostegno del resto dell’emiciclo. Oggi la trasversalità abbraccia temi sociali, economici e ambientali, spingendo i partiti a sacrificare la propria identità sull’altare del successo elettorale. Tuttavia ciò non ha avvicinato le parti alla ricerca di soluzioni convergenti e risolutorie, poiché la politica “urlata” – che corre sul web e sconfina in Parlamento – si contrappone alla progettualità e alla mediazione, che hanno sin qui consentito di raggiungere grandi traguardi”.

Veniamo al processo delle aggregazioni. Qual è stato il progetto che ha creato maggiori attriti e tensioni?
“In ogni progetto aggregativo si celano delle insidie. La chiave sta nello spiegare alla gente, cosa non sempre evidente, che gli aspetti positivi della scelta prevalgono su quelli negativi. Vero, il Comune è il livello istituzionale più prossimo al cittadino ed è inevitabile che gli aspetti affettivi ed emozionali vengano a galla, anche scaltramente. Ma se ci si convince dei vantaggi concreti, si accantonano gli attriti e le tensioni. In certi casi non ci siamo purtroppo riusciti, ma a prevalere è comunque stato – com’è giusto che sia – il processo democratico. Su tutti il rammarico maggiore è stato di non essere riusciti a convincere il Locarnese sulla necessità di una sua riorganizzazione”.

E quale quello al quale oggi guarda con orgoglio come esempio d’esercizio ben riuscito?
“Per dimensione, ma soprattutto considerando le reticenze iniziali, penso alla nascita della nuova Bellinzona. Una realtà ancora in fase di assestamento, che richiederà importanti sforzi agli attuali amministratori, ma che il tempo consacrerà come una scelta vincente anche per il Cantone. Guardo però con altrettanto orgoglio quelle realtà di periferia che, grazie alla lungimiranza dei propri Cittadini, per prime hanno creduto nelle aggregazioni, indicando la via al resto del Cantone”.

Qual è il progetto che lascia in eredità al suo successore e al quale tiene in maniera particolare?
“Malgrado le criticità emerse recentemente, il cantiere più importante permane senza dubbio quello della riforma Ticino 2020. Un progetto il cui beneficiario, è bene ricordarlo, non è né il Cantone né i Comuni, bensì il cittadino. Sono sicuro che sia Governo sia rappresentanti dei Comuni, dopo aver registrato in passato troppi fallimenti su tale fronte, sappiano riportare il progetto sui giusti binari. C’è stato un lungo lavoro preparatorio per costruire un progetto solido e un clima positivo fra gli attori in gioco. È perciò indispensabile trovare delle soluzioni moderne, che aiutino i Comuni a riacquistare una vera autonomia e il Cantone a bloccare la centralizzazione dei compiti onde mantenere sani i principi fondanti del federalismo, fiore all’occhiello della nostra organizzazione istituzionale”.

Lei ha pure vissuto un cambio della direzione del Dipartimento delle istituzioni. Dal PPD (come lei) Luigi Pedrazzini al leghista Norman Gobbi. Quale il principale cambiamento?
“Sono due personalità assai diverse, che tuttavia hanno sempre mostrato una particolare sensibilità per le zone periferiche. Le Valli, infatti, non possono divenire dei musei a cielo aperto: occorre farle vivere. Ho potuto osservare, con soddisfazione, come le politiche dipartimentali abbiano sempre tenuto conto delle esigenze dei territori più discosti, pur nel rispetto dell’interesse dell’intero Cantone. Forse l’ex consigliere di Stato era più incline alla concertazione, mentre l’attuale possiede una trazione decisionale che ricalca maggiormente la volontà dipartimentale. Ad ogni modo, sono riconoscente a entrambi per questi anni di lavoro di squadra e per la fiducia che non ho mai sentito mancare”.

Si dice che Gobbi sia un direttore molto presente ed esigente con i suoi collaboratori. A volte magari anche un po’ invadente?
“Come detto, è un consigliere di Stato che ha una propria impronta politica e che dalla sua elezione ha saputo orientare in tal senso i suoi collaboratori. Non la concepirei come un’invasione, anche perché a essere eletto – e a godere del sostegno così come delle aspettative dei cittadini – è il direttore di Dipartimento e non i funzionari”.

Dire Sezione degli enti locali significa anche parlare di problemi e attriti con i Comuni e alcuni amministratori. Qual è stata la situazione che ha creato grosse difficoltà?
“Ci sono stati Comuni che hanno manifestato evidenti difficoltà, sia sul piano amministrativo sia politico. Occorreva recuperare ritardi che azzoppavano la macchina comunale e scalfivano seriamente la sua efficienza, a scapito anche dei servizi offerti. Dopodiché ci sono state situazioni su cui si sono accesi insistenti riflettori mediatici su singole persone, che hanno recato pregiudizio all’immagine del Comune e di riflesso alla credibilità delle istituzioni. Episodi difficili che per fortuna sono stati risolti, grazie all’intervento del Cantone ma anche alla propositività e all’etica pubblica che, per fortuna, ancora caratterizza la stragrande maggioranza degli amministratori locali”.

C’è chi negli anni avrebbe voluto dalla vostra sezione anche interventi più decisi e profilati nei confronti di chi aveva compiuto scivoloni. Condivide la critica?
“È una critica comprensibile, anche perché oggi piace lanciare i famosi “segnali”. Talvolta gli interventi potevano mostrarsi più autoritari, ma abbiamo sempre preferito risolvere i problemi alla radice, intervenendo appena possibile e, soprattutto, cercando ripristinare prima possibile la corretta funzionalità degli enti locali. Ben consapevoli della centralità dell’interesse collettivo, il cui primo custode è, e rimarrà, il Comune”.

Aggregazione dei Comuni della Verzasca – Fissata la data della votazione consultiva

Aggregazione dei Comuni della Verzasca – Fissata la data della votazione consultiva

Il Consiglio di Stato ha approvato oggi la proposta per la creazione di un nuovo Comune denominato «Verzasca», frutto dell’aggregazione fra Brione Verzasca, Corippo, Frasco, Sonogno, Vogorno e i territori vallerani di Cugnasco-Gerra e Lavertezzo. Il Governo ha inoltre fissato la data della votazione consultiva: il 10 giugno 2018, in concomitanza con le votazioni federali.

Lo scorso 12 gennaio i Municipi dei sette Comuni coinvolti – con l’approvazione dei rispettivi Consigli comunali – hanno sottoscritto i propri preavvisi favorevoli e trasmesso al Governo il rapporto finale sull’istituzione del nuovo Comune di Verzasca. In caso di esito positivo della votazione consultiva – prevista per il 10 giugno prossimo – l’entrata in funzione della nuova entità comunale dovrebbe avvenire con le prossime elezioni comunali, nella primavera del 2020.

Per la nascita del nuovo Comune, il Consiglio di Stato ha confermato la volontà di sottoporre al Gran Consiglio un messaggio che prevede contributi finanziari complessivi per 18 milioni di franchi, cosi suddivisi:

11 milioni di franchi quale contributo di risanamento che comprende gli indennizzi per i territori vallerani dei Comuni di Lavertezzo e Cugnasco-Gerra

2,4 milioni di franchi quale contributo massimo per la costruzione di una nuova palestra nel centro scolastico di Brione Verzasca

2 milioni di franchi quale sostegno finanziario a investimenti di valenza regionale per lo sviluppo socioeconomico e territoriale

2,6 milioni di franchi quale contributo per il risanamento definitivo del bilancio del Comune di Lavertezzo

Come noto, un progetto aggregativo analogo era già stato accolto dalla maggioranza dei cittadini il 14 aprile 2013, ma una sentenza del Tribunale federale – pronunciata il 25 agosto 2015 – aveva annullato il decreto legislativo che istituiva la nuova entità comunale. La decisione era stata motivata dall’assenza – nella Legge cantonale sulle aggregazioni e separazioni dei Comuni (LAggr) – di una base legale che permettesse la separazione coatta di parti di territorio da un Comune. In seguito alla sentenza, d’intesa con i Comuni coinvolti, il Dipartimento delle istituzioni ha valutato diversi scenari, riattivando la Commissione di studio e aggiornando il rapporto sul progetto, poi sottoscritto da tutti i partecipanti il 26 luglio dello scorso anno.

 

Da Il Quotidiano di mercoledì 31 gennaio 2018
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