Dipartimento delle istituzioni: prorogate le regole per l’accesso agli sportelli  

Dipartimento delle istituzioni: prorogate le regole per l’accesso agli sportelli  

Comunicato stampa

Il Dipartimento delle istituzioni informa che le regole introdotte il 20 gennaio scorso concernenti l’accesso dell’utenza agli sportelli dei servizi erogati dal DI vengono prorogate sino a venerdì 19 febbraio 2021. Tutti gli sportelli rimarranno aperti, ma solo su appuntamento.

La misura – che ha avuto una buona rispondenza e accettazione da parte dell’utenza e che in un primo momento era valida sino al 5 di febbraio – si è resa necessaria per garantire una migliore lotta alla diffusione del virus a tutela della salute pubblica. Sino al 19 febbraio prossimo tutti gli sportelli che fanno riferimento al DI accessibili dalle cittadine e dai cittadini continueranno a essere aperti, ma solo su appuntamento.
Sono in particolare toccati gli sportelli della Sezione della circolazione di Camorino, gli sportelli dei servizi della Divisione della giustizia e quelli dello Stato civile della Sezione della popolazione.
Per quanto riguarda Camorino: viene normalmente garantita l’evasione delle pratiche che giungeranno tramite posta, depositate nell’apposita buca delle lettere collocata all’esterno della sede o online. Inoltre per casi di comprovata necessità sarà possibile fissare un appuntamento (da richiedere via e-mail o telefonicamente, allo 091 814 97 00) per evadere la pratica allo sportello. Gli esami di guida e i collaudi, che – vale la pena ricordarlo – già prima della pandemia venivano svolti su appuntamento, continueranno quindi a tenersi in modo regolare.
L’apertura degli sportelli su appuntamento riguarda pure gli uffici dei registri, l’ufficio del registro fondiario federale, l’ufficio del registro di commercio, l’autorità di prima istanza LAFE, gli uffici di esecuzione, gli uffici dei fallimenti e l’ufficio dell’incasso e delle pene alternative, che fanno capo alla Divisione della giustizia. I servizi online già in essere per tutti questi uffici sono garantiti (estratti in generale, documenti giustificativi, ecc.) come pure le pratiche evase per posta (istanze, richieste, ecc.). Non sarà possibile la consegna brevi manu senza appuntamento.
Pure gli sportelli dell’Ufficio dello stato civile della Sezione della popolazione sono accessibili unicamente su appuntamento. Si rammenta anche in questo caso la possibilità di evadere le procedure tramite i servizi online. Le informazioni all’utente saranno fornite esclusivamente via e-mail, tramite i servizi di posta tradizionale o telefonicamente.  

Take-away/asporto: regole chiare da rispettare

Take-away/asporto: regole chiare da rispettare

Comunicato stampa

Il Dipartimento delle istituzioni tiene a precisare le regole che permettono l’attività dei take-away e degli esercizi pubblici che si sono convertiti all’asporto. Questo anche a seguito delle numerose richieste e segnalazioni che giungono sia dai centri urbani, sia dalle regioni più periferiche del Cantone.

Le cifre legate alla pandemia sono fortunatamente positive in Ticino nelle ultime settimane. Ciononostante restano in vigore tutte le misure restrittive introdotte a livello federale per salvaguardare la salute pubblica e il sistema sanitario a fronte delle insidie legate alle varianti del virus. In questo contesto, sempre più segnalazioni e richieste giungono a proposito delle attività di asporto e take-away, siano esse concentrate nei centri urbani o nelle regioni più periferiche. Occorre dunque ribadire che l’ordinanza federale stabilisce indicazioni precise e restrittive:

Nel limite delle possibilità di cui dispone, il gestore deve prevedere nel suo piano di protezione anche misure volte a evitare assembramenti di persone all’ingresso della struttura. È vietato predisporre possibilità di consumare i prodotti in piedi o seduti nelle adiacenze; è permesso soltanto l’acquisto di cibi e bevande”.

Le limitazioni imposte a livello federale toccano pure eventuali manifestazioni di carattere gastronomico legate ai Carnevali. In questo senso il Dipartimento delle istituzioni, qualora le società intendessero farsi promotrici di iniziative puntuali, invita le stesse a collaborare con i ristoranti che potrebbero preparare i risotti “del Carnevale” da vendere in forma di asporto.  
Si ribadisce che l’ordinanza federale è valida su tutto il territorio nazionale.

“Gli sforzi dei ticinesi vanno premiati”

“Gli sforzi dei ticinesi vanno premiati”

Da www.ticinonews.ch

Norman Gobbi ritiene si possa continuare a chiedere riaperture a livello cantonale prima del 28.
Allo stesso tempo non capisce come mai Berna non voglia affrontare il tema della frontiere: “La nostra situazione è particolare”

Lunedì il Governo cantonale ha scritto a Berna per chiedere maggiori controlli alla frontiera a seguito del passaggio della Lombardia in zona gialla. Una richiesta per cui ci si aspettava una possibile risposta nella conferenza stampa odierna del Consiglio federale. Berset ha invece glissato sulla questione, dichiarando che non era stata ancora discussa dall’Esecutivo ma che una risposta verrà sicuramente formulata prossimamente. Teleticino ha sentito il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi per sapere il suo punto di vista in merito: “Non si comprende come non si voglia affrontare questo tema che riguarda due territori molto permeabili come Ticino e Lombardia, con due regimi molto diversi. Per lo meno bisognerebbe discuterne riconoscendo la particolarità della situazione, perché in questi giorni siamo tra i Cantoni con l’evoluzione migliore rispetto al resto della Svizzera. Continueremo comunque a cercare il dialogo dato che la situazione andrà avanti fino a fine gennaio”.

“Continueremo a chiedere riaperture a livello cantonale”
Come valuta la posizione di Berset in cui sostiene sia irrealistico aprire prima del 28? Lei in un’intervista ai nostri microfoni aveva parlato di possibili riaperture prima del tempo: “Se fosse necessario formalizzeremo questa richiesta alle autorità federali, chiedendo come in passato delle differenziazioni regionali”, risponde Gobbi, “a novembre la Romandia adottò regole molto stringenti, anche rispetto a quelle ticinesi, per poi trovarsi ora in una situazione peggiore rispetto alla nostra. Gli sforzi fatti dai ticinesi vanno premiati con delle misure di alleggerimento che potrebbero essere anticipate, secondo me, rispetto al 28. Se questa data invece rimarrà in vigore dovremo comunque pianificare assieme le riaperture dopo il 28”.

Il rischio di riaprire troppo in fretta
Riaperture che sembrano rimanere il capitolo più delicato, visto che proprio lì c’è il rischio di rimettere in circolo il virus. Infatti, se diminuiscono i contagi giornalieri, è anche vero che non sono scomparsi del tutto: “Esatto, il virus non è scomparso del tutto e questo è un elemento. Lo abbiamo visto in Lombardia così come nei cantoni romandi: appena si molla qualcosa c’è una grande volontà di tornare alla normalità che poi porta alle immagini che abbiamo visto di assembramenti. Credo sia importante gestire bene le riaperture tenendo anche conto dei bisogni di chi ha chiuso”.

Capitolo scuole
Il Consiglio federale ha ribadito oggi l’autonomia cantonale sul tema scuole. Considerando che molti casi di variante inglese sono stati rilevati negli istituti scolastici, cosa intende fare il Cantone? “Il Cantone ha sempre gestito correttamente la situazione, attuando già prima di Natale quarantene nelle classi interessate. Questo mi fa pensare che da noi queste varianti siano state attive più presto rispetto al resto del Paese. A Morbio Inferiore con i test di massa abbiamo visto come le varianti non fossero però così presenti nel resto della popolazione scolastica. D’altra parte bisogna riconoscere che nel resto della Svizzera stanno arrivando nuove fiammate, che noi abbiamo conosciuto in autunno. Finalmente ora a inizio febbraio vediamo una situazione molto più stabile”.

https://www.ticinonews.ch/ticino/gli-sforzi-dei-ticinesi-vanno-premiati-AG3778714

Allentare la presa è prematuro. La stretta potrebbe continuare

Allentare la presa è prematuro. La stretta potrebbe continuare

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 4 febbraio 2021 del Corriere del Ticino

Il Consiglio federale frena su una possibile riapertura alla fine di febbraio
Le varianti preoccupano Alain Berset: «Siamo in una pandemia dentro la pandemia»
Berna non risponde al Ticino sui controlli ai confini – Norman Gobbi: «Torneremo alla carica»

Allentare le misure prima della fine di febbraio è «irrealistico». Anzi, non è escluso che alcuni provvedimenti vengano prorogati. Il Consiglio federale si è riunito ieri per fare il punto della situazione e, per dirla con le parole di Alain Berset, «ci troviamo di fronte a un dilemma». Da un lato, il tasso di positività e il numero di nuove infezioni giornaliere sono in calo. Dall’altro, «siamo confrontati con una pandemia nella pandemia», ha spiegato Berset riferendosi alle nuove varianti del coronavirus. «Attualmente – ha detto – siamo in una situazione simile a quella di inizio ottobre, con la differenza che le mutazioni inglese e sudafricana sono del 40-50% più contagiose». Il tasso di riproduzione ha in effetti già superato l’1 in una decina di cantoni, e questo malgrado il lockdown.

In questo contesto, ha spiegato il consigliere federale, «non è realistico» pensare a un allentamento delle misure restrittive prima del 28 febbraio, ma l’Esecutivo tornerà a discuterne tra due settimane. «Vogliamo scongiurare una terza ondata. Dobbiamo osservare quanto sta avvenendo ed essere cauti», ha sottolineato il capo del Dipartimento dell’interno. Ma se un alleggerimento delle misure è per il momento da escludere, dal 1. marzo non bisogna attendersi un’apertura totale. «C’è una luce alla fine del tunnel, ma ci vuole tempo».

Fra accelerazioni e prudenza
D’accordo con la posizione di Berset si dice il dottor Franco Denti, presidente dell’Ordine dei medici: «I casi stanno scendendo, sì, ma le nuove varianti avanzano rapidamente. Il Consiglio federale è stato lungimirante. Anche perché ci troviamo nelle condizioni ottimali per vaccinare “a manetta”: meno virus c’è in circolazione, minore è la possibilità di avere varianti nuove sul territorio». Per Marco Chiesa, presidente dell’UDC, è giunta invece l’ora di riaprire le attività economiche. «A mio parere si sta pesantemente sottovalutando l’impatto che il lockdown sta avendo sulla popolazione» spiega. «Al di là del grave danno economico che impatta direttamente sui posti di lavoro, gli apprendistati e le vite professionali di ognuno di noi, il Consiglio federale sta perdendo di vista, in particolare, l’aspetto sociale e psichico che questo confinamento produce su adulti e bambini. La gente, alla luce dei positivi dati epidemiologici che si registrano oramai da settimane, non ne può più di rimanere chiusa in casa. C’è tanto bisogno di tornare a una normalità ‘‘sicura’’, grazie alle misure che più di tutte si sono rivelate efficaci: mascherine, igiene delle mani, distanziamento. Non possiamo più aspettare: la popolazione ha bisogno di certezze, di una strategia chiara, di risposte. Ha bisogno di tornare a vivere».

«Non mi sorprende che il Consiglio federale voglia andarci con i piedi di piombo e, complici anche le varianti in circolazione, non riaprire prima del previsto. Ce lo attendevamo ed eravamo pronti», commenta invece Luca Albertoni, direttore della Camera di commercio. «Mi stupisce invece – prosegue – che si dica già adesso che a marzo cambierà poco. Trovo esagerato mettere già le mani avanti. In generale, credo ci sia un po’ di confusione e non vorrei fosse il preludio di una nuova chiusura che, senza aver fatto analisi particolari, possa colpire indistintamente le diverse attività».

Ticino «penalizzato»
«Se prima di Natale il Ticino era uno dei cantoni messi peggio, oggi l’evoluzione epidemiologica da noi è positiva. Paghiamo quindi un po’ il fatto che negli altri cantoni la situazione dei contagi sia peggiore» dice da parte sua il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi. «Gli esperti ci esortano alla prudenza, legata alla presenza delle varianti del virus anche in Ticino. Ma i dati di queste ultime settimane sono positivi. E le attività economiche oggi costrette alla chiusura vorrebbero poter tornare al più presto a lavorare», ha aggiunto. «C’è poi un’altra “aggravante”: l’alleggerimento delle misure in Italia e in Austria stride ancora di più con il regime di restrizioni in vigore in Ticino, cantone che sta conoscendo, come detto, un’evoluzione positiva rispetto al resto della Svizzera. Dovremo tornare ad affrontare la questione, visto che il mese di febbraio è appena iniziato e la stanchezza della popolazione si fa sentire».

Nessuna risposta sui confini
Da Berna, per il momento, non è infatti arrivata alcuna risposta alle richieste presentate dal Governo ticinese per un maggiore controllo ai confini. L’Esecutivo, annuncia Gobbi, tornerà quindi alla carica. «Solleciteremo ancora il Consiglio federale per avere una risposta. Le misure messe in atto hanno permesso al Ticino di far calare i contagi, ma le persone iniziano a far fatica a rispettare le norme».

Anche i frontalieri della sanità
Ieri il Consiglio federale ha anche annunciato alcune misure per estendere la cerchia delle persone che possono farsi vaccinare gratuitamente. Berna assumerà i costi anche per chi vive in Svizzera ma non è soggetto all’assicurazione malattie obbligatoria, come il personale diplomatico e i dipendenti di organizzazioni internazionali. Potranno farsi vaccinare gratuitamente nella Confederazione anche i frontalieri che lavorano nelle strutture sanitarie elvetiche. Secondo le stime, il nuovo disciplinamento interessa circa 150.000 persone. Le spese sono stimate in 3,5 milioni di franchi.

L’ARP diventerà cantonale

L’ARP diventerà cantonale

Da www.rsi.ch/news

Presentato il messaggio sulla riorganizzazione delle Autorità regionali di protezione in Ticino
Il Dipartimento delle istituzioni ha dato avvio lunedì alla consultazione sulla riorganizzazione delle Autorità regionali di protezione (ARP). Il nuovo modello organizzativo si basa sulla “cantonalizzazione” delle ARP, che sono 16, quindi sul passaggio delle competenze sul loro funzionamento dai comuni al cantone. Il messaggio prevede l’istituzione di una nuova autorità giudiziaria, specializzata nel diritto di protezione, le nuove Preture di protezione.
Una proposta – si legge nella nota – che “permette di meglio ossequiare il vincolo di specializzazione dell’autorità di protezione sancito dal diritto federale, per il quale l’autorità deve disporre di competenze interdisciplinari in altri ambiti oltre al diritto quali ad esempio il lavoro sociale, la psicologia o la pedagogia e il campo medico”.
L’istituzione delle nuove Preture di protezione presenti sull’intero territorio cantonale è sancita nella Costituzione cantonale e nella Legge sull’organizzazione giudiziaria. Le modifiche costituzionali, se approvate da parte del Gran Consiglio, dovranno quindi essere avallate in votazione popolare.
La nuova autorità sarà composta da circa 90 unità di lavoro a tempo pieno presenti in varie sedi collocate sul territorio. L’onere supplementare a carico del cantone è stimato in 13,4 milioni di franchi. Si stima che le Preture di protezione potrebbero entrare in vigore nel 2024.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/LARP-diventer%C3%A0-cantonale-13794253.html

****

Da www.rsi.ch/ilquotidiano

https://rsi.ch/play/tv/redirect/detail/13797868 La riforma delle autorità di protezione

****

Da www.ticinonews.ch

Dalle ARP a nuove Preture di protezione
Il DI avvia oggi la consultazione sulla riorganizzazione delle Autorità di protezione, che prevede il passaggio delle competenze dai Comuni al Cantone

Il Consiglio di Stato ha autorizzato il Dipartimento delle istituzioni a porre in consultazione il Messaggio di aggiornamento relativo alla riorganizzazione delle Autorità di protezione (ARP), il quale prevede l’istituzione di una nuova Autorità giudiziaria specializzata nel diritto di protezione: le nuove Preture di protezione. Questa riorganizzazione rappresenta un tassello essenziale nella riforma della Giustizia cantonale. La procedura di consultazione, interamente in forma digitale, sarà aperta fino al 31 marzo 2021 e coinvolgerà circa 200 attori interessati dalla riorganizzazione (partiti, gruppi e movimenti politici presenti in Gran Consiglio, Comuni, Autorità giudiziarie, Autorità amministrative, Ordini, Associazioni ed enti, ecc.).

Cosa prevede il nuovo modello organizzativo
In Ticino vi sono attualmente 16 Autorità regionali di protezione presenti sul territorio – evoluzione delle Delegazioni tutorie comunali e delle Commissioni tutorie regionali – di natura amministrativa e con un’organizzazione comunale-intercomunale. La riorganizzazione oggetto del progetto prevede come detto l’istituzione di nuove Preture di protezione. Il nuovo modello organizzativo si basa sulla “cantonalizzazione” delle Autorità di protezione, con il passaggio delle competenze sul loro funzionamento dai Comuni al Cantone, e sulla “giudiziarizzazione” del sistema mediante una nuova Autorità giudiziaria. L’indirizzo proposto, si legge nella nota stampa del DI, “permette di meglio ossequiare il vincolo di specializzazione dell’Autorità di protezione sancito dal diritto federale, per il quale l’Autorità deve disporre di competenze interdisciplinari in altri ambiti oltre al diritto quali ad esempio il lavoro sociale, la psicologia o la pedagogia e il campo medico”. La riorganizzazione proposta mira quindi a “migliorare il funzionamento dell’Autorità chiamata a giudicare in questo settore sensibile e delicato della nostra società”.

Se c’è l’ok del Parlamento, la parola passa ai cittadini
L’istituzione delle nuove Preture di protezione presenti sull’intero territorio cantonale è sancita nella Costituzione cantonale e nella Legge sull’organizzazione giudiziaria. Le modifiche costituzionali, se la riforma troverà l’approvazione da parte del Gran Consiglio, dovranno quindi essere avallate in votazione popolare.

Un onere supplementare per il Cantone di 13,4 milioni
In termini di risorse umane, la nuova Autorità giudiziaria sarà composta da circa 90 unità di lavoro a tempo pieno, presenti in varie sedi e sottosedi collocate sul territorio, di modo da garantire la prossimità. Dal punto di vista finanziario, l’onere netto supplementare a carico del Cantone è stimato in 13.4 milioni di franchi. L’importo è contemplato nella riforma “Ticino 2020”, nell’ottica della sua neutralizzazione nel computo globale dell’onere finanziario tra i due livelli istituzionali.

Se approvate, le Preture di protezione potranno vedere la luce nel 2024
Riguardo alle tempistiche di entrata in funzione della nuova Autorità giudiziaria, tenuto conto del superamento delle varie tappe istituzionali e dell’ampia portata della riforma, si stima che le Preture di protezione potrebbero entrare in vigore nel 2024.

https://www.ticinonews.ch/ticino/dalle-arp-a-nuove-preture-di-protezione-BD3764928

****

Da www.tio.ch

Una “rivoluzione” per le ARP
La riorganizzazione passa dalla “cantonalizzazione” e dalla “giudiziarizzazione”
Il Governo ticinese ha avviato la consultazione per il relativo progetto

Le autorità regionali di protezione (ARP) si preparano a cambiare. Il Governo cantonale ha infatti avviato la consultazione sul messaggio riguardante la loro riorganizzazione. Una riorganizzazione che si inserisce nella più ampia riforma della giustizia cantonale. «Una giustizia che sarà al passo coi tempi» ha ricordato oggi Norman Gobbi, presidente del Consiglio di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni.
«Il tassello delle ARP è un tassello centrale di questa riforma della giustizia cantonale» ha detto ancora Gobbi. «I bisogni non riguardano più l’orfano o l’anziano, ma questioni più fragili e complesse». Si tratta di un’autorità che prende 11’000 decisioni all’anno, ha spiegato Frida Andreotti, direttrice della Divisione della giustizia. E ha annunciato che la riorganizzazione passa dalla «cantonalizzazione», dalla «giudiziarizzazione», dalla «specializzazione» e dalla creazione del sistema «Preture di famiglia».
Tra gli obiettivi si conta un miglioramento nella trattazione dei casi da parte di specialisti e in tempi adeguati. E un’uniformazione dell’organizzazione, delle procedure e delle prassi, mantenendo la presenza sul territorio. «Le autorità saranno efficienti, efficaci e moderne» come ha detto Andreotti.
La riorganizzazione – In Ticino sono attualmente presenti sedici autorità regionali di protezione, di natura amministrativa e con un’organizzazione comunale-intercomunale. La riorganizzazione prevede l’istituzione di una nuova autorità giudiziaria specializzata nel diritto di protezione, le nuove preture di protezione.
Il nuovo modello organizzativo si basa quindi principalmente sulla “cantonalizzazione” delle autorità di protezione, con il passaggio delle competenze sul loro funzionamento dai Comuni al Cantone, e sulla “giudiziarizzazione” del sistema mediante una nuova autorità giudiziaria. «La via giudiziaria è la naturale evoluzione di questo settore» ha sottolineato Andreotti, spiegando che si tratta di un’autorità giudiziaria «disgiunta dalle preture».
La “giudiziarizzazione” è considerata particolarmente importante, in quanto nel nostro cantone le autorità sono confrontate anche con molte situazioni transfrontaliere. «Le autorità si confrontano quindi con tribunali al di là del confine» ha spiegato Gobbi.
Per quanto riguarda il sistema “Preture di famiglia”, si tratta di un sistema astratto di modalità di organizzazione. «Il diritto di famiglia – ha spiegato la direttrice della Divisione della giustizia – viene deciso non solo nell’ambito dell’operato delle ARP ma anche dalle preture, questo sistema farà dialogare ARP e preture nel contesto della presa di decisione».
Novanta posti di lavoro – In termini di risorse umane, la nuova autorità giudiziaria sarà composta da circa novanta unità di lavoro a tempo pieno (oggi sono un’ottantina), presenti in varie sedi e sottosedi collocate sul territorio, di modo da garantire la prossimità. Dal punto di vista finanziario, l’onere netto supplementare a carico del Cantone è stimato in 13,4 milioni di franchi. L’importo è contemplato nella riforma “Ticino 2020”, nell’ottica della sua neutralizzazione nel computo globale dell’onere finanziario tra i due livelli istituzionali.
L’istituzione di questo modello è sancito nella Costituzione cantonale e nella Legge sull’organizzazione giudiziaria. Se la riforma troverà l’approvazione da parte del Gran Consiglio, dovrà quindi poi essere avallata in votazione popolare.
Si stima che le preture di protezione potrebbero entrare in vigore nel 2024. Nel frattempo la procedura di consultazione – che avviene interamente in forma digitale – parte oggi e termina il 31 marzo 2021, e coinvolge circa 200 attori interessati dalla riorganizzazione.

https://www.tio.ch/ticino/attualita/1490051/autorita-preture-riorganizzazione-protezione-arp-cantone-organizzazione-giudiziarizzazione

****

Verso le Preture di famiglia
Il Dipartimento delle istituzioni ha posto in consultazione il progetto di riforma delle Autorità regionali di protezione L’intenzione è di cantonalizzare le ARP e renderle delle vere e proprie autorità giudiziarie – L’approvazione del progetto passerà dal voto popolare

Dopo anni di lunghe discussioni il Dipartimento delle istituzioni (DI) ha posto in consultazione il messaggio sulla riorganizzazione delle Autorità di protezione. Stiamo parlando delle ARP, ovvero le autorità regionali di protezione, che nel sistema attuale sono di natura amministrativa e hanno un’organizzazione di tipo comunale o intercomunale. Il nuovo progetto di riforma, presentato ieri dal direttore del DI Norman Gobbi e dalla direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti, è ambizioso e molto articolato, ma volendo riassumerne al massimo il contenuto esso presenta tre novità. Innanzitutto la «cantonalizzazione» delle autorità di protezione, la cui competenza passerebbe quindi dai Comuni al Cantone. In secondo luogo, il progetto prevede la «giudiziarizzazione» del sistema, con la creazione delle Preture di protezione: le ARP, che come detto oggi sono di natura amministrativa, diverrebbero così delle vere e proprie autorità giudiziarie cantonali. Infine, l’altra novità riguarda la «specializzazione» delle autorità di protezione, che nel nuovo sistema avrebbero un collegio giudicante composto da tre persone: il pretore di protezione (o il pretore di protezione aggiunto) che funge da presidente del collegio, affiancato da due specialisti; di principio uno formato in ambito psicologico o pedagogico e l’altro in ambito di lavoro sociale. Tutti i membri del collegio dovrebbero essere eletti dal Gran Consiglio. Secondo il nuovo assetto organizzativo, le nuove Preture di protezione, assieme (ma in maniera completamente indipendente) alle ‘‘normali’’ Preture, andrebbero così a creare quello che è stato definito il «sistema delle Preture di famiglia».

Criticità e motivazioni
Il tema in questione, come detto, ha spesso fatto discutere in passato. Non a caso, sia Gobbi sia Andreotti hanno entrambi enfatizzato la delicatezza del dossier, in particolare poiché le misure di protezione prese dalle ARP «rappresentano un intervento importante nella sfera dei diritti e delle libertà della persona». Anche nel progetto di riforma il DI non ha voluto nascondere le criticità emerse negli ultimi anni. Tra queste, dal documento viene citato in particolare il fatto che le 16 ARP adempiono al loro vincolo di specializzazione «in maniera dissimile e con un differente grado di specializzazione» sul territorio ticinese. Quindi, come affermato da Gobbi, la «cantonalizzazione» del sistema farà sì che le misure prese dalle nuove Preture di protezione siano omogenee da Chiasso ad Airolo. Ma non solo. Tra le criticità citate nel documento viene pure indicata la «contenuta autorevolezza delle autorità di protezione derivante dalla loro natura amministrativa di tipo comunale o intercomunale». Anche in questo caso, a mente del DI, la «cantonalizzazione» e la «giudiziarizzazione» delle ARP permetterebbero di ovviare a questa problematica. Infine, sempre riguardo alle criticità, viene citato il numero («ritenuto eccessivo») di autorità presenti sul territorio, che come detto attualmente sono sedici. Per questo motivo, nella riorganizzazione sono previste quattro Preture di protezione, tre delle quali formate da più sezioni: la Pretura di protezione del distretto del Mendrisiotto, quelle del distretto di Lugano (con tre sezioni), di Bellinzona (con due sezioni) e di Locarno (anch’essa con due sezioni). A conti fatti, quindi, le entità presenti sul territorio sarebbero otto, la metà di quelle attuali. In totale, nella proposta del DI le nuove Preture di protezione avrebbero a disposizione 90 unità di lavoro a tempo pieno: 4 pretori, 12 pretori aggiunti, 16 membri specialisti, 8 unità per il servizio giuridico e 16 per il servizio rendiconti e infine 32 per il servizio amministrativo. Dal punto di vista finanziario la riorganizzazione avrà un costo maggiore per il Cantone di 13,4 milioni di franchi.

Un po’ di strada da fare
Prima di entrare in vigore, però, il progetto dovrà superare ancora diverse tappe istituzionali. La proposta di riorganizzazione è infatti ora stata posta in consultazione a circa 200 attori interessati dalla riforma, i quali avranno tempo fino alla fine del mese di marzo per inviare le proprie osservazioni al DI. Dopodiché sarà ovviamente necessaria l’approvazione della riforma da parte del Gran Consiglio. Ma non solo, visto che andrà a modificare la Costituzione cantonale, il progetto sarà pure posto in votazione popolare. Non va infine dimenticato, e non si tratta di un dettaglio, che come scritto nel documento posto in consultazione la riforma in questione è pure condizionata, «a livello del suo finanziamento, dall’approvazione da parte del Parlamento della riforma “Ticino 2020” e, in via subordinata qualora ciò non dovesse verificarsi, dal perseguimento di una puntuale soluzione» sulla «ripartizione degli oneri tra Cantone e Comuni».

Se tutto andrà liscio, a livello di tempistiche secondo quando riferito da Gobbi l’intenzione è di poter far entrare in funzione le nuove preture di protezione nella seconda metà del 2024.

«In 47 anni 2.000 sedute. Per ricordo, un posacenere»

«In 47 anni 2.000 sedute. Per ricordo, un posacenere»

Intervista a Jole Agostinetti (già responsabile amministrazione Gran Consiglio) pubblicata nell’edizione di martedì 2 febbraio 2021 del Corriere del Ticino

Ha lavorato all’ombra della politica di Palazzo delle Orsoline e nessuno come lei ha conosciuto tanti parlamentari. Jole Agostinetti a Bellinzona era ormai un’istituzione. Ora, dopo 47 anni di servizio, terminando come responsabile della gestione amministrativa dei Servizi del Gran Consiglio, è passata al beneficio della pensione. L’abbiamo intervistata.

Per 47 anni è stata il punto di riferimento per i numerosi parlamentari che (più o meno a lungo) sono stati a Palazzo delle Orsoline. Quali sono stati gli aspetti più arricchenti della sua esperienza?
«Ho avuto la fortuna di conoscere tantissime persone molto diverse tra loro e il fatto di averle potute aiutare nello svolgimento dei loro compiti è stato (e lo è ancora, pur lasciando) un grande piacere. Questo mio lungo percorso lavorativo mi ha donato un enorme bagaglio di esperienza, fiducia in me stessa, nelle mie capacità e mi ha insegnato a guardare sempre avanti. In poche parole, l’essere capitata (nel vero senso della parola) in questo Servizio è stata per me una grande opportunità di crescere».

E quelli che invece non faticherà di certo a dimenticare?
«Devo dire che tutti i deputati al Gran Consiglio mi hanno sempre trattata con rispetto; quindi non ho episodi spiacevoli da dimenticare».

Il suo ruolo neutrale, in un Parlamento di milizia nel quale ogni tanto scoccava una scintilla, è stato complicato da svolgere?
«Sono una persona molto schietta e fin troppo diretta, di conseguenza a volte fatico un po’ a mantenere il mio ruolo neutrale. Credo però di aver sempre trattato tutti allo stesso modo, senza favoritismi o rivalse».

Ha assistito a innumerevoli sedute del Gran Consiglio ricorda quante?
«Forse posso dire che nessuno come me ne ha seguite tante. Il numero esatto non lo so, ma diciamo che sono state circa 2.000».

Cosa è cambiato nel rapporto tra i parlamentari di ieri e quelli di oggi?
«A mio modo di vedere i parlamentari di ieri erano un po’ più pronti al compromesso. Ho l’impressione che le attuali continue critiche siano poco o per niente costruttive. Purtroppo però questo è lo specchio della società di oggi».

Ha osservato il cambiamento del costume della politica ticinese: come descriverebbe in poche parole questo mutamento?
«Il modo di fare politica è in continua evoluzione. Credo che una grande svolta l’abbia data l’avvento della Lega dei Ticinesi e soprattutto (la prego di non volermene) il ruolo dei media e dei social sempre più (troppo?) presenti».

L’aula nella quale ha iniziato a lavorare era tutta in legno con addirittura il posacenere (i parlamentari fumavano in aula!). Da fumatrice apprezzava quella realtà, oppure meglio quella odierna che costringe (pandemia a parte) i deputati ad andare in una saletta fumoir?
«Devo purtroppo ammettere che allora apprezzavo quella realtà. Ora (da ex fumatrice, anche se ogni tanto ahimè qualche sigaretta me la concedo ancora), apprezzo molto il fatto di non essere costretta a vivere in un ambiente fumoso. Questo ovviamente vale non solo per quanto riguarda l’aula del Gran Consiglio, ma anche per tutti gli altri ambienti (pubblici e non). Confesso di essermi portata a casa uno dei posacenere di quell’aula smantellata quale ricordo».

Ha lavorato anche con quattro segretari del Gran Consiglio. Quali i ricordi?
«Ho dei bellissimi ricordi degli ex-segretari del Gran Consiglio ai quali devo moltissimo. Il signor Geo Solari (un “classico gentleman inglese”, come mi piaceva definirlo), che mi ha accolta e trattata come una delle sue figlie, pur dandomi sempre del lei, e che mi ha insegnato moltissimo (nei primi mesi, nei ritagli di tempo, mi dava lezioni di civica!) soprattutto il rispetto delle istituzioni».

Poi è arrivato Rodolfo Schnyder…
«“Rodo” mi ha permesso di evolvere e di acquisire tantissime conoscenze, lasciandomi molto spazio nell’organizzazione e nella gestione del mio lavoro. Ricordo con un po’ di nostalgia le nostre innumerevoli e piacevoli “discussioni” sempre costruttive e arricchenti. Poi c’è stato Gionata Buzzini con il quale ho avuto un rapporto breve, ma molto collegiale contraddistinto da molti scambi di opinioni dettati dalle nostre esperienze lavorative molto diverse. Infine, dell’attuale Segretario, Tiziano Veronelli, entrato in carica da poco, posso dire di aver apprezzato la capacità di mediazione nelle sempre più complesse dinamiche istituzionali».

Da poche ore si è lasciata alle spalle una lunga carriera fatta di molti contatti. Ha qualcosa da dire (in maniera collettiva) a tutti i parlamentari che ha conosciuto?
«Ringrazio tutti gli ex-deputati per avermi accettata e rispettata nonostante (o proprio per) il mio carattere un po’ spigoloso, ma sempre ammorbidito dal sorriso, e molto diretto, Ai “nuovi” vorrei dire, sperando che non me ne vogliano, che forse qualche parola in meno e qualche decisione in più farebbero bene al nostro Paese, soprattutto in questo momento così difficile»

Pizolli: Chi sgarra verrà multato «Il tempo del dialogo è finito»

Pizolli: Chi sgarra verrà multato «Il tempo del dialogo è finito»

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 2 febbraio 2021 del Corriere del Ticino

Da ieri chi non rispetta le disposizioni sull’obbligo della mascherina e sul limite degli assembramenti potrà essere sanzionato con una multa da 50 fino a 200 franchi
Renato Pizolli avverte: «Per un anno abbiamo puntato sulla sensibilizzazione, ora si cambia»

O la maschera o la multa. Dal primo febbraio la Polizia cantonale e quella comunale potranno sanzionare con una multa disciplinare chi non rispetta le nuove prescrizioni federali in materia di COVID-19.

A livello federale ieri è entrata in vigore la nuova ordinanza COVID-19. Cosa cambia concretamente?
Con questa modifica di legge il Consiglio federale ha voluto assicurarsi un maggiore rispetto dei nuovi provvedimenti contro il coronavirus. Da lunedì primo febbraio, quindi, chi non rispetta le nuove prescrizioni potrà essere sanzionato con una multa disciplinare da 50 fino a 200 franchi.

Prima di questa modifica non era possibile comminare delle multe per violazioni di misure anti-COVID?
Anche prima era possibile comminare multe, ma bisognava seguire la procedura ordinaria. Un iter molto più complesso e oneroso in termini di tempo che si concludeva davanti al Ministero pubblico. «Con questa modifica di legge invece», spiega il portavoce della Polizia cantonale Renato Pizolli, «viene introdotta la possibilità di sanzionare chi non rispetta i provvedimenti contro il coronavirus attraverso una multa disciplinare. Riscontrare un’infrazione e punirla diventerà quindi molto più semplice. La multa disciplinare infatti non prevede nessun interrogatorio o verbale ma viene comminata dall’agente di polizia. È come una multa di parcheggio, va pagata».

Quali sono le nuove situazioni punibili con una multa disciplinare?
L’ordinanza individua due grandi casistiche. Riguardano l’obbligo della mascherina e il superamento del limite massimo degli assembramenti fissato a cinque. Chi sgarra viene multato. E deve pagare.

Cosa rischiano i refrattari alla mascherina?
Chi non indossa la mascherina rischia una multa di 100 franchi. Può essere multato chi omette di portare la mascherina sui veicoli di trasporto pubblico, nelle stazioni ferroviarie, nelle fermate di linea di tram, autobus, oltre che negli aeroporti, nei mercati o nei negozi.

Chi non rispetta il limite degli assembramenti cosa rischia?
Chi organizza una manifestazione privata, violando il limite di 5 persone, rischia una multa di 200 franchi. Per chi invece vi partecipa la multa è di 100 franchi. Anche chi non rispetta l’obbligo di stare seduti nelle strutture della ristorazione o nei bar riservati agli ospiti di un albergo rischia di pagare 100 franchi di multa. Una sanzione minore – 50 franchi – è invece prevista per chi non rispetta il limite delle 5 persone per gli assembramenti negli spazi pubblici. Il classico esempio è il capannello di persone che si fermano davanti al take-away per consumare il pasto o la bibita. «Situazioni simili ci vengono segnalate spesso», ammette Pizolli. «Ora avremo una base legale per intervenire comminando, laddove serve, delle sanzioni».

Posso organizzare la festa di compleanno, l’aperitivo o la cena con amici?
Solamente se il numero dei partecipanti non supera le cinque persone. Con un numero maggiore si rientra nel caso degli eventi privati con multe da 200 franchi per chi organizza e di 100 franchi per chi vi partecipa.

Ma la polizia potrebbe fare un controllo in un’abitazione?
«Non vogliamo arrivare a tanto, commenta Pizolli. Ma in caso di segnalazione le forze dell’ordine potrebbero anche intervenire. Confidiamo tuttavia nel buon senso e nella responsabilità individuale della popolazione».

In ufficio l’eventuale violazione dell’obbligo dell’uso della mascherina potrebbe venir sanzionato con una multa disciplinare?
No. La sanzione disciplinare di 100 franchi per il mancato uso della mascherina riguarda i mezzi pubblici, così come i mercati e i negozi. Ma non tocca il posto di lavoro. «In questo caso», ci spiega ancora il portavoce della Polizia cantonale, «a fare stato sono i piani di protezione. Un’eventuale sanzione dovrebbe quindi passare attraverso questa procedura. Che è la procedura ordinaria».

Qual è lo scopo di queste multe?
Lo scopo di una sanzione disciplinare immediata per chi non si attiene alle nuove disposizioni è promuovere un maggiore rispetto dei provvedimenti contro il coronavirus nella società e nello stesso tempo sgravare le autorità di perseguimento penale. In questi termini si è espresso il consigliere federale Alain Berset nella conferenza stampa della settimana scorsa, in cui ha presentato la nuova ordinanza COVID-19: «Finora le multe disciplinari erano previste solo durante la situazione straordinaria». Diversi Cantoni, tra cui anche il Ticino, in autunno avevano chiesto il ripristino della situazione straordinaria proprio per snellire le pratiche.

Quarantena dietro le sbarre

Quarantena dietro le sbarre

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 2 febbraio 2021 di 20 Minuti

Solo due casi positivi finora nelle carceri ticinesi. Il direttore Laffranchini: «Regole ferree, ma i detenuti dimostrano responsabilità». Anche i positivi finiscono in carcere. Nello scorso mese è capitato due volte: persone arrestate, sottoposte a tampone e risultate infette. Che fare? L’epidemia non blocca la giustizia. Condotti alla Farera, i due malviventi sono stati isolati. La diffusione del virus dietro le sbarre – un rischio da non sottovalutare, come si vede in Italia – finora è stata sventata. «Dall’inizio della pandemia abbiamo adottato protocolli ferrei e questi sono i primi casi» spiega il direttore delle strutture carcerarie Stefano Laffranchini. Non male, su oltre 220 detenuti. Nella vicina Lombardia, a metà gennaio erano 228 i positivi nelle carceri: un record in Italia. Non sono mancati gli appelli a vaccinare i detenuti il prima possibile. Che anche in Ticino le carceri siano un ambiente a rischio, è innegabile secondo Laffranchini. «Parliamo di molte persone che condividono uno spazio chiuso, con un Quarantena dietro le sbarre potenziale di diffusione esponenziale». Gli over 60 e con
malattie pregresse sono «decine» tra Stampa, Farera a Stampino, ricorda il direttore. «Non possiamo permetterci di lasciare entrare il virus». Di qui una serie di misure in uscita – i congedi allo Stampino sono stati sospesi – e in entrata. Nel carcere giudiziario della Farera, i nuovi detenuti vengono isolati in gruppi ristretti – due o tre perone – per dieci giorni dopo l’arrivo. «Per mancanza di spazi non possiamo permetterci quarantene singole» spiega Laffranchini. «In questo modo comunque è possibile agire con interventi mirati se necessario». Tutto finora è andato bene. I due detenuti positivi hanno avuto «un decorso tranquillo» e sono nel frattempo guariti. I compagni di cella – per un totale di cinque – sono stati sottoposti a quarantena e non hanno sviluppato sintomi. «A oggi non sono avvenuti contagi all’interno del carcere» tiene a precisare Laffranchini. «I due detenuti in
questione sono stati contagiati all’esterno». La notizia – diffusasi velocemente – non ha generato scene di panico. «La popolazione carceraria è stata sensibilizzata sulle misure preventive, e sta dimostrando grande
autodisciplina e senso di responsabilità» conclude il direttore. «Anche se le limitazioni dovute al Covid pesano senz’altro sull’umore, in persone già private della libertà». 

Il Governo scrive a Berna «Disparità con la Lombardia»

Il Governo scrive a Berna «Disparità con la Lombardia»

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 2 febbraio 2021 del Corriere del Ticino

Il Consiglio di Stato chiede l’introduzione di test per i viaggiatori che rientrano in Ticino da oltreconfine e il divieto di recarsi all’estero per fare la spesa o andare al ristorante
Norman Gobbi: «Vogliamo evitare che quello che da noi è vietato venga fatto altrove»

La Lombardia, come quasi tutta l’Italia, è tornata a colorarsi di giallo. Dopo un mese di restrizioni, quindi, i nostri vicini di casa possono tornare a riassaporare un po’ di libertà. Una normalità che ha il sapore di un pranzo al ristorante o di un aperitivo al bar. Gli allentamenti decisi dal Governo italiano hanno però delle conseguenze anche sulla Svizzera, o perlomeno sul Ticino. Da ieri sono infatti cadute le restrizioni per chi intende attraversare il confine. Se prima si poteva sconfinare solo per «comprovate necessità» o per ragioni lavorative, ora chi vuole andare in Lombardia per turismo (compreso quello degli acquisti) o per riabbracciare un familiare può farlo liberamente, a patto di essersi sottoposto, nelle 48 ore antecedenti all’ingresso nella Penisola, a tampone (PCR o rapido) risultato negativo. Così, pagando gli 80 franchi necessari per effettuare un test rapido, niente potrà vietare a un cittadino ticinese di recarsi sabato a Como e fare due passi in centro, pranzare al ristorante e, magari, sulla strada di ritorno fermarsi al supermercato per fare la spesa. Un sabato normale, si direbbe. Perlomeno in epoca pre-COVID.

Lì si apre, qui è chiuso
Oggi, invece, le possibilità offerte dalla vicina Penisola cozzano con le misure decretate in Svizzera dal Consiglio federale. Da noi, come sappiamo, fino a fine mese non sarà possibile andare al ristorante, né al bar, e molti negozi resteranno chiusi. Proprio il disequilibrio venutosi a creare dopo le nuove regole entrate in vigore in Italia ha spinto il Consiglio di Stato ticinese a scrivere a Berna per chiedere l’introduzione di contromisure puntuali per scoraggiare il turismo degli acquisti e, più in generale, ridurre gli spostamenti dei ticinesi. Il Governo teme infatti che una maggiore circolazione delle persone lungo la frontiera possa vanificare tutti gli sforzi messi in campo finora per contenere i contagi.

Le richieste
Da Palazzo delle Orsoline è quindi partita ieri una missiva indirizzata al Consiglio federale per chiedere l’introduzione urgente di nuove misure per «limitare la mobilità non essenziale da e per l’Italia». Provvedimenti che – viene sottolineato nella lettera – sono peraltro in linea con le misure già in vigore in alcuni degli Stati limitrofi, come ad esempio l’Italia. L’Esecutivo ticinese avanza una duplice richiesta. Da un lato, il Governo sostiene che bisognerebbe prevedere l’introduzione di test rapidi alla frontiera per i viaggiatori che rientrano in Svizzera o, in alternativa, l’obbligo di presentare un tampone negativo effettuato nelle 48 ore precedenti. Una misura, questa, che varrebbe solo per chi si sposta oltreconfine per motivi non professionali. In aggiunta, il Consiglio di Stato chiede a Berna il ripristino del divieto di recarsi all’estero per fare la spesa o per andare al ristorante, con relativa sanzione per chi trasgredisce la regola. Il provvedimento ricalcherebbe in sostanza quanto avvenuto la scorsa primavera, durante la prima ondata della pandemia, quando il Consiglio federale aveva imposto temporaneamente delle restrizioni alle condizioni di entrata in Svizzera e vietato il turismo degli acquisti. Per chi veniva pizzicato al rientro in Svizzera con la spesa o con compere fatte all’estero la multa era di 100 franchi.

Parità di trattamento
«In sostanza, chiediamo che venga applicato un coordinamento necessario per i territori di confine. Per noi, come cantone di frontiera e con relazioni intense con la Lombardia, è fondamentale tenere d’occhio quanto accade dall’altra parte del confine e, soprattutto, evitare che ciò che da noi non è consentito venga fatto altrove», spiega il presidente del Governo Norman Gobbi. Una questione di equità, secondo Gobbi, così come «di controllo preventivo». «Per noi è essenziale tenere monitorata la situazione ed evitare una disparità di trattamento. Per fare solo un esempio, in Italia i ristoranti sono aperti, benché solo fino alle 18, mentre qui rimangono chiusi del tutto. Ai nostri concittadini chiediamo quindi prudenza e attenzione, anche per evitare il rischio di gettare alle ortiche quanto di buono fatto finora».
Uno dei rischi, evidenzia il presidente del Consiglio di Stato, è che una maggiore circolazione delle persone porti a un aumento dei contagi. «Fortunatamente – prosegue – al momento in Lombardia il numero delle infezioni è relativamente basso, ma già in passato abbiamo visto che se i contagi salgono, le conseguenze sono visibili anche sul nostro territorio». L’obbligo del tampone che l’Italia ha imposto a chi entra, secondo il consigliere di Stato, può sì essere un freno, ma d’altro canto «non ho prove di effettivi controlli da parte delle autorità italiane. Né in frontiera, né sul territorio. Questa misura, quindi, rischia di essere puramente declamatoria».
Quella inviata ieri dal Governo ticinese è la quarta lettera in pochi mesi all’indirizzo delle autorità federali, che finora non hanno mai dato seguito alle richieste. Potrebbe essere diverso questa volta? «So che sono in corso delle riflessioni a livello federale su questo fronte – sottolinea Gobbi – e bisognerà capire se e come Berna deciderà di intervenire. Da parte nostra chiediamo un segnale. Soprattutto perché sappiamo che oltreconfine i controlli sono pressoché assenti. Le multe per il turismo degli acquisti sarebbero quindi un’estrema ratio. Come autorità cantonale ci rivolgiamo alla popolazione chiedendo di essere prudenti, in attesa di capire se la Confederazione potrà trovare soluzioni puntuali, pensate per la nostra realtà».

Tutele e curatele in Ticino: spazio a giudici e specialisti

Tutele e curatele in Ticino: spazio a giudici e specialisti

Da www.laregione.ch
Il Dipartimento istituzioni presenta la riforma: preture di protezione e misure decise da più persone. La bozza di messaggio in consultazione sino a fine marzo

Il Dipartimento istituzioni svela ufficialmente le carte sulla riforma dell’importante e delicato settore delle tutele e delle curatele in Ticino. Propone il passaggio dai Comuni al Cantone delle autorità di protezione e quindi della competenza di stabilire e applicare le misure per adulti e minori previste dal Codice civile svizzero. Suggerisce inoltre di abbandonare il vigente modello amministrativo e di adottare quello giudiziario, con l’introduzione di Preture ad hoc. Ergo, addio alle Arp, alle sedici Autorità regionali di protezione, del cui funzionamento, e relativi costi, sono attualmente responsabili gli enti locali. Messa a punto da un gruppo di lavoro coordinato da Cristoforo Piattini della Divisione giustizia, la riorganizzazione è stata tradotta nella settantina di pagine di una bozza di messaggio posta oggi in consultazione sino a fine marzo: «Circa duecento» gli interpellati tra uffici pubblici, partiti e associazioni. Stando alla tabella di marcia indicata in conferenza stampa dal capo del Dipartimento Norman Gobbi, il Consiglio di Stato dovrebbe varare «entro l’estate» il messaggio all’indirizzo del Gran Consiglio. Entrata in vigore della riforma? «Nel secondo semestre del 2024», sempre che il parlamento non la tiri per le lunghe e dia luce verde e a patto che poi i cittadini approvino la modifica della Costituzione cantonale per conferire base legale alle nuove Preture e di riflesso a un sistema che mira a rimuovere «le criticità manifestate» da quello incentrato sulle Arp.

Il nuovo assetto
Concretamente il Dipartimento istituzioni prospetta la creazione di quattro «Preture di protezione»: una del Distretto di Mendrisio; una di quello di Lugano; una dei distretti di Bellinzona, Riviera, Blenio e Leventina; una dei distretti di Locarno e Vallemaggia. Per rafforzare il concetto di prossimità, ovvero la vicinanza con la popolazione, il progetto contempla delle sottosedi: tre per la Pretura di protezione del Distretto di Lugano; due per quella dei distretti di Bellinzona, Riviera, Blenio e Leventina e altrettante per quella dei distretti di Locarno e Vallemaggia. Nessuna sottosede invece per la Pretura di protezione del Distretto di Mendrisio. Tirando le somme, dal profilo «logistico» le nuove autorità giudiziarie dislocate sul territorio saranno otto. In ognuna le decisioni sulle misure da adottare verranno prese da un collegio di tre membri: il pretore di protezione (o il pretore di protezione aggiunto) e due specialisti, uno con formazione in psicologia/pedagogia e uno in lavoro sociale (uno dei due specialisti potrà essere all’occorrenza un medico). «È una composizione – sottolinea la direttrice della Divisione giustizia Frida Andreotti – che permetterà di garantire, più di ora, quella specializzazione delle autorità di protezione chiesta dalla revisione del diritto tutorio federale scattata all’inizio del 2013 ma anche di dare maggiore autorevolezza ai provvedimenti adottati per proteggere gli interessi e il bene della persona vulnerabile ». I pretori di protezione («quattro»), gli aggiunti e gli specialisti saranno nominati «dal Gran Consiglio». Le Preture di protezione e le loro sottosedi impiegheranno complessivamente, incluso il personale amministrativo, una «novantina» di persone: «Alcune giungeranno dalle Arp». L’assetto concepito dal Dipartimento comprende anche una Commissione amministrativa delle Preture di protezione, ovvero, come si spiega nella bozza di messaggio, “un gremio di coordinamento teso a rafforzare l’omogeneità tra le strutture, a beneficio dell’uniformità procedurale, di prassi e di organizzazione delle stesse”. La vigilanza sulle Preture di protezione sarà esercitata, come avviene ora con le Arp, dalla Camera di protezione del Tribunale d’appello. C’è di più. il Dipartimento intende dar vita a un “sistema Preture di famiglia”: con le Preture di protezione e quelle ‘ordinarie’ si vuole “rafforzare le sinergie fra le autorità giudiziarie nel campo del diritto di famiglia’.

Per finanziare il nuovo sistema serviranno, si stima, 13,4 milioni di franchi, che il Dipartimento conta di ricavare da un’altra riforma: la ‘Ticino 2020’ sulla ripartizione dei compiti e dei costi tra Comuni e Cantone. Se ciò non sarà possibile, «troveremo altre vie», assicura Gobbi, confidando comunque nei frutti del «dialogo instauratosi con i Comuni durante l’elaborazione del progetto di riforma sulle tutele». Una riforma, evidenzia Andreotti, «indispensabile tra l’altro affinché le decisioni ticinesi in quest’ambito siano considerate all’estero: ci sono Paesi, fra cui l’Italia, che riconosce solo delibere prese da autorità giudiziarie». Una riforma «che concerne una materia estremamente delicata. Curatele, tutele, ricovero a scopo di assistenza, collocamenti, privazione dell’autorità parentale, regolamentazione dei diritti di visita sono misure di protezione che toccano infatti i diritti e le libertà fondamentali della persona». Nel 2018 «erano in essere in Ticino circa 6’900 misure e sono in totale 11mila le decisioni che annualmente in media vengono prese dalle attuali Autorità regionali di protezione, tante quante quelle del Ministero pubblico».

Il giudice Lardelli: un grosso salto di qualità
Il giudice Franco Lardelli, presidente della Camera di protezione e membro del gruppo di lavoro che ha lavorato al progetto non ha dubbi: «Questa riforma – dice il magistrato alla ‘Regione’ – si impone perché le Arp in generale hanno delle difficoltà dovute anzitutto alla mancanza di risorse umane: non adempiono così i requisiti di specializzazione che il legislatore federale ha stabilito. Vi sono Autorità regionali di protezione che possono contare sulla presenza dello specialista un giorno o un giorno e mezzo alla settimana, cosa che non consente di approfondire i problemi. Questa riorganizzazione rappresenta un grosso salto di qualità ed è, secondo me, innovativa a livello svizzero».

****

L’ARP diventerà cantonale
Presentato il messaggio sulla riorganizzazione delle Autorità regionali di protezione in Ticino

Il Dipartimento delle istituzioni ha dato avvio lunedì alla consultazione sulla riorganizzazione delle Autorità regionali di protezione (ARP). Il nuovo modello organizzativo si basa sulla “cantonalizzazione” delle ARP, che sono 16, quindi sul passaggio delle competenze sul loro funzionamento dai comuni al cantone. Il messaggio prevede l’istituzione di una nuova autorità giudiziaria, specializzata nel diritto di protezione, le nuove Preture di protezione.
Una proposta – si legge nella nota – che “permette di meglio ossequiare il vincolo di specializzazione dell’autorità di protezione sancito dal diritto federale, per il quale l’autorità deve disporre di competenze interdisciplinari in altri ambiti oltre al diritto quali ad esempio il lavoro sociale, la psicologia o la pedagogia e il campo medico”.  
L’istituzione delle nuove Preture di protezione presenti sull’intero territorio cantonale è sancita nella Costituzione cantonale e nella Legge sull’organizzazione giudiziaria. Le modifiche costituzionali, se approvate da parte del Gran Consiglio, dovranno quindi essere avallate in votazione popolare.
La nuova autorità sarà composta da circa 90 unità di lavoro a tempo pieno presenti in varie sedi collocate sul territorio. L’onere supplementare a carico del cantone è stimato in 13,4 milioni di franchi. Si stima che le Preture di protezione potrebbero entrare in vigore nel 2024.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/LARP-diventer%C3%A0-cantonale-13794253.html

(in foto: Frida Andreotti, Direttrice della Divisione della giustizia)