Gobbi: ieri, oggi e domani

Gobbi: ieri, oggi e domani

Intervista all’interno della puntata di domenica 12 aprile 2026 de La domenica del Corriere su Teleticino

https://www.teleticino.ch/programmi/la-domenica-del-corriere/9644

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«Non sono un ‘‘culo di pietra’’, potrei anche ambire al Territorio»

Uno scoppiettante Norman Gobbi, presidente uscente del Governo, ma pieno di vitalità per la prossima campagna elettorale. Si candida per la quinta volta al Consiglio di Stato ma non ritiene di essere un cosiddetto «culo di pietra». Epiteto coniato dal Mattino per chi non mollava il cadreghino.
Parla anche delle considerazioni del collega leghista Claudio Zali, mostrando un po’ d’irritazione per parole che lo hanno coinvolto a sua insaputa. Ma soprattutto non esclude che, se rieletto, rivendicherà il Dipartimento del Territorio. Ecco un assaggio dell’ampia intervista che andrà in onda a «La domenica del Corriere» domani alle 18.00 su Teleticino.

L’anno alla presidenza del Consiglio di Stato è agli sgoccioli. Qual è il bilancio?
«Ogni presidenza è differente e porta con sé qualcosa di nuovo. Le questioni, invece di diventare più semplici, aumentano e si fanno sempre più complesse».

Che eredità lascia al suo successore Claudio Zali?
«Un Cantone che ha bisogno di risposte. Come Consiglio di Stato stiamo lavorando per fornirle su più fronti, a partire dall’implementazione delle due iniziative sui premi di cassa malati».

Ricorda le sue belle parole di 12 mesi fa: «Cambiare narrazione ed essere più positivi». E oggi?
«Purtroppo, i fatti non permettono grande positività: negli ultimi anni di crisi ce ne sono state tante. Tuttavia, guardiamo spesso solo al bicchiere mezzo vuoto, trascurando la parte piena».

Aveva anche detto di voler portare «più voglia di vincere » nell’Esecutivo. Non scorgo particolari vittorie. Mi aiuta?
«Ci concentriamo molto sulla parte che emerge dall’acqua, la cosiddetta punta dell’iceberg, dando per scontato tutto ciò che sta sotto. È vero che in questi anni non ci sono stati grandi slanci in termini di progettualità. D’altra parte, diamo per scontato tutto quello che quotidianamente funziona in Ticino. Anche questa è una vittoria».

C’è qualcosa per la quale si sente di scusarsi con i cittadini?
«Di non essere riusciti, nel mese di settembre, a spiegare le conseguenze delle due iniziative che sono poi state approvate dal popolo, in particolar modo quella socialista, che ha un importante impatto finanziario ».

Una promessa l’ha mantenuta: riunire tutti i 100 sindaci e visitare i quattro angoli del Cantone. Che cosa le ha dato tutto questo?
«Mi ha permesso di rafforzare il contatto diretto con chi vive quotidianamente il nostro Cantone. I Comuni sono l’anello di congiunzione tra il sistema federale e la cittadinanza. Dobbiamo valorizzare questa rete di prossimità, perché sono le entità più a contatto con le persone e le aziende sul territorio».

C’è chi dice che in Governo siete cinque bravi amministratori, ma non sapete fare una politica che lascia il segno.
«La politica che lascia il segno viene fatta con grandi riforme. Le grandi riforme fanno fatica a passare, e lo abbiamo visto di recente. Ci viene chiesto di intervenire sulla spesa sanitaria, sui premi di cassa malati, ma ogni singola misura che viene adottata solleva subito opposizioni ».

Oggi c’è chi (il Mattino) sostiene che a proposito delle iniziative sulle casse malati la priorità va data a quella leghista: perché è stata approvata da più cittadini rispetto al 10% e perché pesa meno sulle finanze cantonali. Condivide?
«Come Consiglio di Stato abbiamo sempre detto che le due iniziative devono procedere in parallelo. È oggettivo che l’impatto finanziario dell’iniziativa della Lega, che ha ricadute sia sul Cantone che sui Comuni, è ben inferiore rispetto a quella socialista. Questo potrebbe far pensare che sia più facile da implementare. Credo però che per parità di trattamento e rispetto del voto popolare vadano portate avanti entrambe. Non sono io a dirlo ma il Governo, a seguito di un voto che ha sancito due sì».

Dei rapporti Ticino-Berna cosa ne dice? Hanno fatto rumore oltre San Gottardo le parole «è più facile avere un appuntamento con Giorgetti (ministro dell’economia italiano) che con Karin Keller-Sutter». Non l’ha presa bene.
«Questa mia affermazione purtroppo è oggettiva. A Berna hanno poca percezione della particolare situazione che vive il Ticino. La recente decisione di non procedere almeno fino al 2030 alla modifica dell’ordinanza sulla perequazione finanziaria lo dimostra. Ancora una volta le nostre rivendicazioni non sono state ascoltate. È uno schiaffo che mette a rischio la coesione nazionale. Il Consiglio di Stato intende ora dare un chiaro segnale in difesa degli interessi del Ticino».

Dia la pagella a Piccaluga, che lei stesso ha intronizzato come coordinatore del vostro partito.
«Non posso criticarlo, è genuino ed è colui che maggiormente incarna l’anima della Lega. Sta crescendo, si sta muovendo bene, è capace di sintetizzare il pensiero leghista e riesce a creare quelle relazioni interpersonali con gli altri partiti che sono essenziali nella risoluzione dei problemi. Sa sedersi al tavolo, discutere dei temi, dei problemi e cercare di trovare una quadra».

Parliamo delle elezioni del 2027, che campagna farà Gobbi?
«Non anticipo nulla. Si tratta di riflessioni che andranno fatte più avanti. Al momento il lavoro da fare è ancora molto, a favore del Ticino, delle ticinesi e dei ticinesi. Credo che sia comunque importante dare un segnale di volontà. Sono ancora motivato, mi arrabbio quando vedo cose che non funzionano».

Le capita spesso di arrabbiarsi?
«Purtroppo mi arrabbio ancora spesso. Devo dire che le cose da correggere sono molte. Talvolta vedo tanta superficialità a tutti i livelli».

Si ricorda quando Giuliano Bignasca s’inalberava sul Mattino e redarguiva i «culi di pietra», coloro che non mollavano il cadreghino. Lei, eletto nel 2011 in Governo, oggi appare un po’ tale. Cosa ne dice?
«Venivo eletto proprio in questi giorni in Consiglio comunale, era il 14 aprile del 1996. Faccio politica da trent’anni ma non ho ancora cinquant’anni e fortunatamente sono ancora in forma».

A disposizione ci sarà anche il suo collega di partito Zali. Sul contenuto di quanto ha detto (piano B/C, dipartimenti, arrocchino, dossier politica) era informato?
«No. All’interno della Lega sapevamo della sua intenzione di mettersi a disposizione, non conoscevamo però i contenuti della sua intervista».

La sua reazione, composta, mostrava però, in gergo leghista, le «busecche in ebollizione». È rimasto un po’ spiazzato dal collega?
«Diciamo che non amo quando qualcuno mette in bocca al sottoscritto cose che non ha mai detto. Io ho solo un piano, quello di mettermi a disposizione delle ticinesi e dei ticinesi e poi, come detto, sarà il popolo a decidere».

E come ha preso lo «stop ai radar » del collega?
«Se per Claudio ci sono troppi radar, per me ci sono troppi lupi. Osservo però che all’inizio di marzo la Polizia cantonale ha segnalato che la questione della velocità è tra le principali cause degli incidenti gravi e mortali in Ticino».

Se Zali toglierà radar, lei abbatterà lupi?
«Non sono competente su questo dossier. Si tratta comunque di opinioni diverse. Poi ognuno gioca le carte e gli slogan che vuole».

Zali ha parlato anche della giustizia con l’intenzione di portare una nuova proposta sull’annoso tema dell’elezione dei magistrati. Poi, se rieletto, tornerà però al Territorio. Va bene così?
«Il Parlamento si è chinato più volte su questo tema, anche negli ultimi anni, e non è mai riuscito a sbrogliare la matassa: un sistema perfetto non esiste. Un sistema che garantisca il funzionamento e una pluralità effettiva».

Ha detto che occorre salvaguardare una politica di destra. Il Mattino tifa per l’alleanza. Insomma, mentre Zali si lancia, arriva un’apertura all’area della quale fa parte l’UDC. Questo l’avvicina all’UDC stessa?
«Faccio parte del gruppo dei consiglieri di Stato democentristi nell’ambito delle riunioni intercantonali, e questo credo sia un elemento essenziale, proprio perché se vogliamo contare qualcosa anche a livello nazionale dobbiamo lavorare in squadra. È il mio modo di pensare e il mio modo di essere. Credo che il gioco di squadra sia essenziale, soprattutto quando penso alle sfide che il Ticino e la Svizzera dovranno affrontare nei prossimi anni. I rapporti con l’UE, la neutralità, il controllo dell’immigrazione. Quando parliamo di questi temi, il popolo ticinese dà sempre un chiaro mandato, al quale deve dare risposta un’area politica di destra che è molto più ampia della sola Lega».

Chi è il suo principale avversario politico?
«La negatività. Gli ultimi anni sono stati davvero duri per tutta la nostra popolazione e di riflesso per la politica che deve affrontare i problemi. Credo che ogni tanto dovremmo valorizzare anche le cose belle, non solo le cose brutte».

È lei oggi l’uomo di destra nel Governo?
«Sono più di destra rispetto ad altri. Questo penso sia abbastanza innegabile. Mi permetto di dirlo in maniera magari anche immodesta. Dall’altra parte però, lavoro bene con tutti i colleghi. Credo sia un aspetto che non è legato alla posizione politica».

L’arrocchino oggi non mostra palesi limiti?
«Abbiamo voluto lo scambio per avere nuovi stimoli. La Divisione delle costruzioni è una realtà molto interessante che garantisce infrastrutture di qualità. Purtroppo, non siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo principale di uno scambio completo. La soluzione di compromesso, come sappiamo, non soddisfa pienamente nessuno, né i tre colleghi, né i due consiglieri di Stato protagonisti ».

Se rieletto cosa farà dato che per anzianità avrà per primo la parola?
«In ordine di anzianità sono quello che ha la fortuna di essere ancora giovane. Diciamo, un giovane con esperienza. E questa mia esperienza la vorrei mettere a disposizione anche di altri Dipartimenti, come potrebbe essere per esempio il Territorio. Una discussione che, se sarà il caso, avverrà all’interno del prossimo Consiglio di Stato».

E allora potrebbe essere derby leghista. Se foste rieletti entrambi dovreste «farvi fuori» il Territorio.
«Ne discuteremo, ma questo sarà un elemento da considerare, altrimenti sarebbe stato davvero inutile proporre il cosiddetto arrocco in Consiglio di Stato».

Questo vuol dire anche criticare il suo collega e il suo lavoro.
«Io non critico nessuno e preferisco pensare al mio lavoro».

Il 14 giugno si voterà sull’iniziativa dell’UDC «no a una Svizzera da 10 milioni » . Da che parte sta?
«Credo che sia la corretta applicazione di quello che abbiamo già votato diversi anni fa, ovvero la limitazione dell’immigrazione di massa. La Svizzera è il Paese in Europa che ha avuto la crescita di popolazione più forte legata all’immigrazione ».

Seguirà poi una votazione sulla neutralità, sempre d’ispirazione UDC. Cosa ne dice?
«Qui parla non solo l’uomo politico, ma anche il colonnello Gobbi. In un contesto internazionale sempre più complesso anche dal punto di vista della difesa, il gioco di squadra è necessario per garantire la sicurezza. Ma la neutralità svizzera resta credibile se, prima di tutto, la Svizzera fa i compiti a casa».

Intervista pubblicata nell’edizione di sabato 11 aprile 2026 del Corriere del Ticino

“Credo nel gioco di squadra”

“Credo nel gioco di squadra”

Norman Gobbi a ruota libera: dai rapporti in Consiglio di Stato fino al suo incidente

Nel corso della seduta di mercoledì 15 aprile il Consiglio di Stato procederà al tradizionale cambio di Presidenza, che in quest’occasione vedrà due leghisti nella veste di protagonisti. Il direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi passerà infatti il testimone al direttore del Dipartimento del Territorio Claudio Zali. Li abbiamo intervistati, nel tentativo di stilare un bilancio dell’anno appena trascorso e di guardare alle sfide che segneranno l’ultimo anno della legislatura, quello che porterà alle elezioni cantonali del 2027.

Signor Gobbi, lei si appresta a concludere il suo terzo anno presidenziale. Quale dei tre è stato il migliore?
È difficile sceglierne uno perché ogni anno presidenziale è stato diverso a modo suo. Il primo, però, resterà indimenticabile: avevo 38 anni e mi confrontavo per la prima volta con un ruolo di grande responsabilità, che ho vissuto fin da subito con naturalezza, anche grazie alla mia facilità nel relazionarmi con le persone. Accanto alla dimensione istituzionale della presidenza, c’è sempre una forte componente umana: essere tra la gente è parte integrante del mio modo di operare e mi permette di restare connesso al territorio.

Già prima del collega Zali, lei ha annunciato di volersi ricandidare, ciò che potrebbe aprirle le porte di un altro anno presidenziale. In questo ipotetico quarto anno, cosa farebbe che non ha fatto finora?
Vorrei avvicinare il Ticino alla Svizzera. A Berna c’è poca percezione della particolare situazione che viviamo a sud delle Alpi. La recente decisione di non procedere almeno fino al 2030 alla modifica dell’ordinanza sulla perequazione finanziaria lo dimostra. Il Ticino è un pilastro della coesione nazionale e un interlocutore strategico nei rapporti con l’Italia. Per questo sarà fondamentale lavorare con spirito di squadra: la deputazione ticinese alle camere federali deve ricordarsi, anche se manca un anno dalle elezioni cantonali, che il suo obiettivo principale è quello di difendere con determinazione gli interessi del Ticino.

In caso di rielezione, potrebbe entrare nella Top 10 dei consiglieri di Stato più longevi. Ne sarebbe fiero?
Uno dei più longevi e non ho nemmeno 50 anni. Sono un giovane con tanta esperienza (ride, ndr.).Non conto i giorni di mandato e non ho intenzione di scalare classifiche, ma sento che ho ancora tanta voglia di fare e sono motivato.
Il più longevo è stato Guglielmo Canevascini, in carica per oltre 37 anni, ma lui era socialista.
Io sono in carica da 15 anni e, teoricamente, per raggiungerlo me ne mancherebbero ancora 22. Vorrei però far notare che Canevascini è stato un fattore di stabilità e di pluralità in anni complessi, in un periodo in cui il Cantone era particolarmente diviso. È passato molto tempo, ma questo aspetto non è cambiato: in un Ticino litigioso servono figure che sappiano garantire stabilità.

Qual è oggi il valore aggiunto che la Lega porta in governo?
Non sono le etichette a contare, ma le persone. Per quanto mi riguarda, porto in Governo la sensibilità dell’area di destra nazionale, soprattutto quando penso alle sfide che attendono il Ticino e la Svizzera nei prossimi anni: dai rapporti con l’UE, alla neutralità, fino alla gestione dell’immigrazione.
Ora la Lega potrebbe proporre un duello fratricida.

Chi ci guadagnerebbe?
“Duello fratricida” è una espressione che non mi piace per niente. Sono un uomo di sport e credo nel gioco di squadra. Ma se dovesse profilarsi un duello, che vinca il migliore.

Da più parti si indica un governo in difficoltà, quasi apatico. Sono solo critiche dettate dall’invidia di non farne parte?
Sono critiche che arrivano da chi non conosce le dinamiche di un Governo cantonale. Le sedute del Consiglio di Stato sono tutt’altro che apatiche: il confronto è spesso diretto, ma sempre leale e focalizzato sui contenuti, non sulle persone. Chi critica, invece, si limita spesso ad attacchi personali, senza portare proposte concrete sui temi.

Non le sembra che vi state un po’ facendo portare a spasso da Marina Carobbio, per esempio su Gaza o sulla Scuola che verrà?Non so che impressione abbia lei, ma le garantisco che Norman Gobbi è sensibile alle reali crisi umanitarie dove vengono uccisi dei bambini innocenti. Il 28 maggio 2025 il Consiglio di Stato, sotto la mia presidenza ha fatto un appello al Consiglio federale sulla situazione umanitaria in Palestina.Per quanto riguarda la riforma della Scuola media, è stato il Gran Consiglio a votare la volontà di riforma e il Governo ha dato seguito al percorso indicato; se non piace, che cambino orientamento strategico.

Lei vedrebbe di buon occhio un rimescolamento dei dipartimenti? O anche solo un arrocco tra Carobbio e De Rosa?
Dipenderà dalle persone e dalle opportunità che si presentano. È musica del futuro.

Il suo arrocchino con Zali è stato un successo? Quali risultati ha portato?
Non si può definire un successo perché non è stato un cambio completo. L’idea iniziale partiva da una riflessione precisa: ciascuno di noi vedeva nei dossier dell’altro spazi di impulso e di cambiamento positivo. L’azione di Governo è prima di tutto un lavoro di continuità istituzionale. Claudio ha recentemente concluso la Riforma delle ARP, frutto di un percorso avviato e sviluppato negli anni precedenti dal sottoscritto con il Dipartimento. Io ho raccolto il testimone della ricostruzione del Ponte di Visletto e mi sto impegnando a portare nuovi stimoli alla Divisione delle costruzioni, un settore strategico per il nostro territorio.

Zali ha annunciato la riduzione dei radar. Perché non l’ha fatto prima lei?
Sarebbe stato un bel gol a porta vuota. Ognuno fa le sue valutazioni e le sue scelte. Osservo però che il 5 marzo 2026 in un comunicato di Polizia sono stati segnalati 5 pirati della strada identificati in due mesi. Il comunicato citava “La velocità elevata permane una delle maggiori cause di incidenti, con esiti anche gravi e/o letali.” L’ho vissuto in famiglia, avendo perso uno zio travolto da un’auto a Piotta quando aveva solo 4 anni. Del resto, ho ricevuto spesso sollecitazioni di cittadini che chiedevano più controlli radar in determinati tratti stradali ritenuti pericolosi.

Ma in fin dei conti i radar sono un tema importante o ingigantito per fini politici?
Il tema ci scalda quando veniamo “flashati” ed è naturale, ma i radar fanno polemica solo in Ticino. Giro tutta la Svizzera nell’ambito delle attività intercantonali e mai nessuno li tematizza come un problema.

Un “non-tema” è quello del suo incidente. Quali conclusioni trae da questa vicenda?
Una vicenda che ha fatto fin troppo discutere, sottraendo tempo ed energie alle reali priorità del Cantone. I fatti hanno dimostrato la correttezza del mio comportamento. Non serve aggiungere altro.

Ha provato un briciolo di “Schadenfreude” per il decreto d’accusa a Fiorenzo Dadò?
Molti amici mi hanno detto: “La röda la gira”.

Vi siete trovati, lei e Dadò, per un bicchiere al grotto o una cena (non a Bormio)?
Nel tempo libero preferisco altre compagnie.

Un tema importante è l’Amministrazione cantonale. Lei si esporrà a favore dell’iniziativa “Stop all’aumento dei dipendenti pubblici”, come ha fatto per l’iniziativa sul canone SSR?L’iniziativa è orba perché si basa su dati non completi e non analizza il problema nella sua interezza. L’aumento dei costi del personale è dovuto principalmente all’aumento del corpo docenti cantonale.

Sotto la sua direzione il DI è cresciuto, già solo per il potenziamento della polizia. Sarebbe un problema dover snellire l’organico del 10%?
Oggi il corpo di polizia è sano e svolge un lavoro eccellente. Il Ticino è un territorio sicuro, con una qualità di vita alta. Tutto si può fare, poi bisogna accettare anche i rischi e le conseguenze.

Con il senno di poi, ritiene di aver fatto bene a sostenere pubblicamente l’iniziativa sul canone SSR?
Era la mia opinione e i colleghi sono stati informati sin dall’inizio.

Non le sembra che dall’8 marzo la RSI la stia un po’ snobbando?
Per niente. Si sono dimostrati professionali e, almeno fino ad oggi, non ho avuto questa impressione.
Un altro tema importante sono le due iniziative sulle casse malati. È stato un errore mettere nello stesso calderone sia quella della Lega sia quella del PS? Una è attuabile, l’altra molto meno.
Sono state votate in Gran consiglio in parallelo e così dovevano procedere, nel pieno rispetto della volontà popolare.

A proposito di soldi, quali sono gli “ulteriori passi” promessi dal Consiglio di Stato in merito alla richiesta di modificare la perequazione intercantonale?
La decisione del Consiglio federale è stata uno schiaffo al Ticino, alla coesione nazionale e al principio di solidarietà. Il Consiglio di Stato sta discutendo in questi giorni i prossimi passi, ma sicuramente non resterà spettatore passivo.

La situazione finanziaria del Cantone è molto difficile, ciò che limita la progettualità dei consiglieri di Stato. Cosa la motiva ad andare avanti?
È vero, saranno anni difficili ma vorrei contribuire a condurre il Ticino fuori da questa burrasca. La motivazione è dettata da un aspetto che spesso viene dato per scontato. Guardiamo fuori dalla finestra, il nostro Cantone funziona, è sicuro, nessuno viene dimenticato, è un Paese dove si vive bene. Mi piacerebbe contribuire a invertire una certa tendenza alla negatività nel dibattito pubblico.

Quali obiettivi vorrebbe raggiungere prima di lasciare il Consiglio di Stato?
Sono in corso diverse iniziative legate alla digitalizzazione e alla semplificazione dei processi dell’amministrazione cantonale. L’obiettivo è portarle a compimento e ottenere risultati concreti, migliorando i servizi e le prestazioni offerte a cittadini, Comuni e imprese. In questa direzione si inserisce anche un progetto promosso dal Consiglio di Stato e coordinato dal DI, i cui primi risultati sono attesi a inizio 2027.

Lei fa già parte di molti organi intercantonali. Non le interessa Berna?
Negli organi intercantonali di cui faccio parte, si rappresentano e si difendono gli interessi del proprio Cantone. Troppo spesso, però, vedo colleghi che, una volta eletti a Berna, finiscono per privilegiare le logiche di partito rispetto a quelle del proprio territorio. È un’impostazione che non mi piace.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 12 aprile 2026 de Il Mattino della domenica