Ripristinare l’equità dell’obbligo di servizio, rafforzare la sicurezza

Ripristinare l’equità dell’obbligo di servizio, rafforzare la sicurezza

Sì alla revisione della Legge sul servizio civile  – Comunicato stampa di Alleanza Sicurezza Svizzera

In un mondo sempre meno sicuro, la Svizzera ha più che mai bisogno di un esercito pronto all’impiego e di una protezione civile solida. Tuttavia, le fondamenta della politica di sicurezza si stanno erodendo: di fatto vi è la libertà di scelta e questo comporta che ogni anno migliaia di persone soggette all’obbligo di servizio scelgano di non prestare servizio nell’esercito o nella protezione civile. Gli effettivi si riducono sempre più. La revisione della Legge sul servizio civile corregge questa deriva, garantisce gli effettivi dei nostri organi di sicurezza e ristabilisce l’equità dell’obbligo di servizio. Per gli uomini con reali conflitti di coscienza, il servizio civile resta comunque un’opzione. Un comitato interpartitico ha presentato oggi la sua campagna per un sì alla revisione della Legge sul servizio civile il 14 giugno.

La Costituzione federale prevede l’obbligo di prestare servizio, ma la realtà è diversa: di fatto vi è la libertà di scelta che ha portato, nel solo 2025, oltre 7’200 persone a passare al servizio civile. Per garantire a lungo termine la capacità di difesa della Svizzera e la prontezza operativa della protezione civile, il Consiglio federale ha elaborato un pacchetto di misure per garantire gli effettivi dell’esercito e della protezione civile. Un elemento centrale è la revisione della Legge sul servizio civile. Consiglio federale e Parlamento hanno adottato sei misure mirate per rendere più difficile il passaggio dal servizio militare. 

Garantire gli effettivi in un sempre meno sicuro
La guerra in Europa e l’instabilità globale richiedono una Svizzera pronta a difendersi. In questi tempi incerti, però, il nostro esercito è fortemente indebolito dall’elevato numero di partenze. Stefan Holenstein, presidente dell’Associazione delle società militari svizzere (ASM), avverte delle conseguenze: «Ogni anno l’esercito perde la capacità equivalente a una brigata. Un’emorragia simile non è sostenibile per nessun sistema di milizia al mondo.»

Preservare il know-how dell’esercito
Particolarmente problematici sono i passaggi tardivi di quadri e specialisti già formati. «Quando professionisti, dopo anni di formazione, passano al servizio civile, l’esercito perde la sua spina dorsale, inoltre degli importanti investimenti di soldi pubblici vengono inutilmente sprecati», avverte Michele Moor, presidente della Società Svizzera degli Ufficiali (SSU). La revisione assicura che preziose competenze di condotta restino dove sono necessarie per la sicurezza nazionale.

Anche la protezione civile necessita di riforme
Anche la protezione civile – la nostra assicurazione sulla vita in caso di catastrofi e maltempo – è fortemente sottodotata. Entro il 2030, gli effettivi rischiano di scendere a 50’000 militi, ben al di sotto della soglia necessaria di 72’000. Per Isabelle Chappuis, consigliera nazionale del Centro e presidente della Federazione svizzera della protezione civile (FSPC), la revisione della Legge sul servizio civile è indispensabile come parte di una correzione approfondita: «Dobbiamo rafforzare ora la nostra capacità di protezione, affinché protezione civile ed esercito possano tutelare efficacemente la popolazione in caso di emergenza.»

L’obbligo di servizio non è un’opzione a piacere
Oltre all’aspetto della sicurezza, è in gioco anche l’integrità morale del sistema di milizia. Jonas Lüthy, presidente dei Giovani liberali radicali svizzeri, vede nello stato attuale il risultato di un fallimento politico: «Mentre migliaia di militari sopportano il peso del servizio, sempre più persone soggette all’obbligo si rifugiano nel più comodo servizio civile. La revisione pone fine a questo lasciapassare per opportunisti.» Anche il Consigliere nazionale UDC Michael Götte ribadisce: «Ripristiniamo l’equità dell’obbligo di servizio. L’obbligo non è un’opzione a piacere: servono condizioni uguali per tutti.»

Superare lo stallo delle riforme per una Svizzera resiliente
La revisione della Legge sul servizio civile comprende sei misure mirate per riportare il servizio civile al suo scopo originario. Il servizio civile, tuttavia, non viene smantellato: resta accessibile agli uomini che hanno un reale conflitto di coscienza. La revisione è la prima parte di un pacchetto complessivo urgente del Consiglio federale per garantire gli effettivi. Il referendum blocca questa stabilizzazione e mette a rischio la sicurezza del Paese. Reto Nause, consigliere nazionale del Centro e Presidente dell’Alleanza Sicurezza, riassume così: «Tutti vogliamo una Svizzera pronta ad affrontare le crisi. Un sì il 14 giugno è il passo decisivo verso una politica di sicurezza credibile.»

 

Aggregazione Gordola e Lavertezzo: istituita la Commissione di studio

Aggregazione Gordola e Lavertezzo: istituita la Commissione di studio

Comunicato stampa

Dando seguito all’istanza dei due Municipi, il Consiglio di Stato ha formalizzato l’avvio della procedura aggregativa tra Gordola e Lavertezzo istituendo la Commissione di studio incaricata di elaborare una proposta di aggregazione in un unico Comune.

Lo scorso 29 settembre 2025 i Municipi di Gordola e Lavertezzo hanno sottoscritto e trasmesso al Consiglio di Stato un’istanza congiunta per l’avvio di una procedura di aggregazione tra i loro Comuni. Qualche mese prima, il 25 giugno 2025, il Governo aveva deciso la chiusura del progetto aggregativo tra il Comune di Lavertezzo e quello di Locarno, decisione contro la quale alcuni cittadini di Lavertezzo hanno presentato ricorso al Gran Consiglio. Quest’ultimo ha respinto il ricorso nella seduta del 23 febbraio 2026 e a fine marzo la decisione di chiusura della procedura aggregativa che coinvolgeva anche Lavertezzo è infine divenuta definitiva.
Il Governo si è quindi ora pronunciato sulla richiesta di Lavertezzo e Gordola, approvando l’istanza e nominando una Commissione di studio che ha il compito di preparare un progetto di Comune aggregato. Va ricordato che da tempo i due Comuni hanno comunque già intrapreso concreti passi per approfondire l’ipotesi di una loro unione.
Il progetto si inserisce in modo coerente nell’approccio promosso dal Cantone, che predilige le iniziative promosse dal livello locale, orientate al consolidamento istituzionale e al rafforzamento dell’organizzazione e del servizio alla cittadinanza. La proposta coinvolge due Comuni confinanti appartenenti al medesimo comprensorio definito nel PCA ed è pertanto pienamente in linea con gli orientamenti cantonali in tema di aggregazioni.
La Commissione di studio, composta da tre membri per Comune designati dai rispettivi Municipi, è così composta:
– per Gordola: Damiano Vignuta, Sindaco, René Grossi, Vicesindaco e Nicola Domenighetti, Municipale
– per Lavertezzo: Andrea Berri, Sindaco, Mehmet Göksungur, Vicesindaco e Claudio Zanierato, Municipale  

La Commissione potrà avvalersi del supporto di consulenti esterni e costituire gruppi di lavoro su temi specifici. Il contatto con il Dipartimento delle istituzioni verrà assicurato dalla Sezione degli enti locali.

(Immagine: gordola.ch)

Nuova edizione dell’ABC del Consigliere comunale

Nuova edizione dell’ABC del Consigliere comunale

Comunicato stampa

È disponibile l’edizione aggiornata al 2026 dell’ABC del Consigliere comunale. La pubblicazione in formato digitale, completamente rivista, integra importanti novità, tra cui contenuti multimediali e percorsi di autoformazione accessibili online. Il manuale – disponibile tramite il sito internet www.ti.ch/sel – è destinato alle consigliere e ai consiglieri comunali, ma rappresenta uno strumento utile anche per funzionarie, funzionari e cittadine e cittadini interessati al funzionamento delle istituzioni locali.

L’ABC del Consigliere comunale è da anni un punto di riferimento per chi opera all’interno dei legislativi comunali. La nuova edizione 2026 è completa e sostituisce integralmente la versione del 2012 e i successivi aggiornamenti, offrendo un testo adattato alle più recenti modifiche legislative, in particolare della Legge organica comunale (LOC), del relativo regolamento di applicazione (RALOC) e del Regolamento sulla gestione finanziaria e sulla contabilità dei Comuni (RGFCC), nonché di altre normative rilevanti.
La struttura della pubblicazione – da qualche anno disponibile unicamente online – rimane invariata e si articola in capitoli introduttivi accompagnati da schede di approfondimento. Essa fornisce le nozioni di base sul funzionamento del Consiglio comunale, sui diritti e sugli obblighi delle consigliere e dei consiglieri comunali e sugli strumenti di partecipazione a loro disposizione. Il manuale tratta inoltre temi quali regolamenti comunali, ordinanze municipali, convenzioni, referendum e iniziative comunali, nonché gli elementi essenziali della gestione finanziaria e della perequazione intercomunale.

Nuovi contenuti multimediali
Un’ulteriore novità della nuova edizione 2026 è rappresentata dall’integrazione di contenuti multimediali. Grazie a link e codici QR inseriti nel testo, è possibile accedere a minicorsi digitali, corredati da filmati e risorse didattiche, che illustrano in modo pratico e concreto alcuni aspetti del funzionamento dei consigli comunali. I contenuti sono disponibili accedendo al sito della Sezione degli enti locali alla piattaforma digitale www.formativa.org, sviluppata nell’ambito del progetto Interreg RigeneraTI-VA, volto a sperimentare nuove modalità di sviluppo delle competenze nel settore degli enti locali. L’accesso alla piattaforma è gratuito, ma è necessario registrarsi.
Questa evoluzione si inserisce nell’impegno del Dipartimento delle istituzioni volto a mettere a disposizione dei Comuni strumenti sempre più moderni, accessibili ed efficaci. In particolare, la Sezione degli enti locali è attivamente impegnata nel promuovere lo sviluppo delle competenze di chi opera nei Comuni e nei patriziati, anche attraverso l’utilizzo di canali digitali innovativi e percorsi di formazione continua. In questo contesto si inserisce anche il lavoro in corso per rafforzare gli strumenti del dialogo istituzionale tra Cantone e Comuni. In particolare, è stato avviato un gruppo di lavoro misto con l’obiettivo di migliorare la qualità, la tempestività e la circolazione delle informazioni, attraverso lo sviluppo di strumenti digitali moderni, facilmente accessibili e realmente utili nella gestione quotidiana delle attività amministrative.

Un supporto concreto per chi opera nei Comuni
«Con questa nuova edizione dell’ABC compiamo un passo importante verso una formazione più accessibile, aggiornata e vicina ai bisogni concreti di chi opera nei nostri Comuni», sottolinea il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. «L’integrazione di contenuti multimediali e lo sviluppo di strumenti digitali rientrano in una visione più ampia: rafforzare le competenze, migliorare la circolazione delle informazioni e sostenere un dialogo istituzionale sempre più efficace tra Cantone e Comuni. Allo stesso tempo, vogliamo facilitare il compito di chi si avvicina alla vita pubblica, contribuendo a contrastare le difficoltà che oggi toccano le istituzioni e incentivando l’assunzione di cariche pubbliche».
Attraverso questa nuova edizione dell’ABC, il Dipartimento delle istituzioni intende facilitare l’accesso alle informazioni tecniche di base e sostenere le consigliere e i consiglieri comunali nell’esercizio consapevole del loro ruolo, contribuendo così a rafforzare la qualità dei processi decisionali a livello locale e a favorire un rinnovato coinvolgimento nella vita istituzionale.

La pubblicazione e i contenuti multimediali sono accessibili gratuitamente nella fase pilota sulla piattaforma indicata. Per accedere ai minicorsi è necessario creare un account personale. Le indicazioni per registrarsi alla piattaforma www.formativa.org sono disponibili sul sito della Sezione degli enti locali www.ti.ch/sel nella pagina «Sviluppo delle competenze» del menu «Comuni».

Ticino-Campione: incontro Commissione paritetica

Ticino-Campione: incontro Commissione paritetica

Comunicato stampa

Il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha presieduto oggi l’annuale riunione della Commissione paritetica tra Cantone Ticino e Comune di Campione d’Italia. L’incontro ha permesso di stabilire il punto della situazione in merito a diversi dossier d’attualità e di proporre un bilancio di fine mandato in vista delle elezioni comunali che si terranno a Campione d’Italia.

La Commissione Paritetica tra Cantone Ticino e Campione d’Italia è prevista dalla Dichiarazione sulla cooperazione tra la Repubblica e Cantone Ticino e il Comune di Campione d’Italia del 6 settembre 2011. La riunione odierna è la quarta tenutasi dopo l’inserimento dell’enclave nello spazio doganale europeo a partire dal 1° gennaio del 2020.    
L’incontro si è svolto oggi a Campione d’Italia in un clima cordiale e costruttivo e ha permesso di fare il punto sullo stato delle relazioni e delle collaborazioni, sulla situazione finanziaria e su vari incarti, questi ultimi sia di carattere generale sia concernenti ambiti che hanno presentato delle criticità dopo la modifica dello statuto doganale. Si è discusso, in particolare, dell’erogazione di servizi da parte di enti e aziende del Cantone Ticino, della raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi e dei materiali inerti e delle prestazioni socio-sanitarie. Considerate le imminenti elezioni comunali a Campione d’Italia, la Commissione ha colto l’occasione per stilare un bilancio di fine mandato in merito alle proprie attività e si è congedata dai membri uscenti della delegazione campionese.    
Si ricorda che la Commissione ha funzione permanente di consultazione, di mediazione, di coordinamento, di preavviso e di vigilanza tra il Cantone Ticino e il Comune di Campione d’Italia e le istituzioni competenti sul territorio. La Commissione è presieduta dal Consigliere di Stato Norman Gobbi – in rappresentanza del Consiglio di Stato – ed è composta dal Sindaco di Lugano Michele Foletti, dal Sindaco di Bissone Andrea Incerti e, in rappresentanza del Comune di Campione d’Italia, dal Sindaco Roberto Canesi, da Cristina Ferrari, da Emanuele Verda e da Enrico Lironi. Il coordinamento della Commissione è assicurato dal Delegato cantonale alle relazioni esterne Francesco Quattrini.

Dallo schiaffo di Berna alla risposta di squadra

Dallo schiaffo di Berna alla risposta di squadra

La crescita dello 0,2% su un budget cantonale di oltre 4 miliardi e mezzo non avrebbe fatto la differenza. È evidente. Ma quei 9 milioni non erano una semplice cifra: indicavano una direzione, un’intenzione e una dimostrazione d’attenzione. La mancata modifica dell’ordinanza sulla perequazione finanziaria da parte del Consiglio federale rappresenta una doccia fredda per le ticinesi e i ticinesi e un segnale preoccupante per la coesione nazionale. È una decisione che non ho esitato a definire un vero e proprio schiaffo. Al di là delle diatribe politiche è difficile da comprendere e ancor più da accettare. Come sappiamo, le rivendicazioni del Ticino andavano ben oltre. La soluzione posta in consultazione rappresentava solo un primo passo concreto nella giusta direzione. Un compromesso che il Ticino era disposto ad accettare per smuovere le acque e avanzare verso un sistema più equo, capace di tenere conto delle specificità del nostro territorio. E questo fin da subito, a partire dal 2027. Si è scelto di rinviare unadecisione attesa e condivisa da una solida maggioranza di Cantoni. Le richieste ticinesi non nascono da pulsioni vittimistiche ma sono supportate da analisi puntuali. Lo studio commissionato alla Scuola universitaria professionale di Lucerna pubblicato nel 2025 conferma i limiti del sistema attuale e si pronuncia a favore di un cambiamento, con particolare riferimento ai redditi dei frontalieri.
Uno studio peraltro voluto dal gruppo di esperti dell’Amministrazione federale delle finanze, i cui risultati sono stati palesemente ignorati. Evidenze che mettono in luce criticità sistemiche, in particolare per i Cantoni con un’elevata presenza di lavoratori frontalieri e una forte incidenza di salari medio-bassi. Il nodo resta dunque invariato:l’attuale sistema presenta elementi di iniquità evidenti e il confronto intercantonale rimane difficile da giustificare. Basti pensare che il CantonFriburgo, comparabile al Ticino per popolazione e struttura geografica, percepisce un importo quasi sei volte superiore al nostro. La decisione del Consiglio federale si inserisce inoltre in un quadro di equilibri politici complessi, nei quali si fatica ancora a comprendere le specificità del Ticino. Il parere del Canton Ginevra, l’unico con un’importante presenza di frontalieri che sarebbestato leggermente penalizzato da questa modifica, ha infatti avuto un peso determinante. E questo non lo ritengo tollerabile. È da qui che occorre ripartire: rafforzando il lavoro di squadra tra Consiglio di Stato, Deputazione ticinese alle Camere federali e rappresentanza in Consiglio federale, per perseguire la vera tutela degli interessi del Ticino. Siamo un Cantone attrattivo e dinamico, come confermano indicatori economici e accademici nazionali e anche i recenti dati turistici registrati nel periodo pasquale. Ma questo non basta. Occorre continuare a spiegare con chiarezza le dinamiche strutturali (geografiche, linguistiche e socioeconomiche) che ci caratterizzano, affinché siano comprese e considerate anche a livello federale. E se occorrerà di tanto in tanto picchiare i pugni sul tavolo, dovremo essere pronti a farlo insieme, giocando tutti per la stessa squadra: il Ticino.

Opinione di Norman Gobbi pubblicata nell’edizione di lunedì 13 aprile 2026 del Corriere del Ticino

Gobbi: ieri, oggi e domani

Gobbi: ieri, oggi e domani

Intervista all’interno della puntata di domenica 12 aprile 2026 de La domenica del Corriere su Teleticino

https://www.teleticino.ch/programmi/la-domenica-del-corriere/9644

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«Non sono un ‘‘culo di pietra’’, potrei anche ambire al Territorio»

Uno scoppiettante Norman Gobbi, presidente uscente del Governo, ma pieno di vitalità per la prossima campagna elettorale. Si candida per la quinta volta al Consiglio di Stato ma non ritiene di essere un cosiddetto «culo di pietra». Epiteto coniato dal Mattino per chi non mollava il cadreghino.
Parla anche delle considerazioni del collega leghista Claudio Zali, mostrando un po’ d’irritazione per parole che lo hanno coinvolto a sua insaputa. Ma soprattutto non esclude che, se rieletto, rivendicherà il Dipartimento del Territorio. Ecco un assaggio dell’ampia intervista che andrà in onda a «La domenica del Corriere» domani alle 18.00 su Teleticino.

L’anno alla presidenza del Consiglio di Stato è agli sgoccioli. Qual è il bilancio?
«Ogni presidenza è differente e porta con sé qualcosa di nuovo. Le questioni, invece di diventare più semplici, aumentano e si fanno sempre più complesse».

Che eredità lascia al suo successore Claudio Zali?
«Un Cantone che ha bisogno di risposte. Come Consiglio di Stato stiamo lavorando per fornirle su più fronti, a partire dall’implementazione delle due iniziative sui premi di cassa malati».

Ricorda le sue belle parole di 12 mesi fa: «Cambiare narrazione ed essere più positivi». E oggi?
«Purtroppo, i fatti non permettono grande positività: negli ultimi anni di crisi ce ne sono state tante. Tuttavia, guardiamo spesso solo al bicchiere mezzo vuoto, trascurando la parte piena».

Aveva anche detto di voler portare «più voglia di vincere » nell’Esecutivo. Non scorgo particolari vittorie. Mi aiuta?
«Ci concentriamo molto sulla parte che emerge dall’acqua, la cosiddetta punta dell’iceberg, dando per scontato tutto ciò che sta sotto. È vero che in questi anni non ci sono stati grandi slanci in termini di progettualità. D’altra parte, diamo per scontato tutto quello che quotidianamente funziona in Ticino. Anche questa è una vittoria».

C’è qualcosa per la quale si sente di scusarsi con i cittadini?
«Di non essere riusciti, nel mese di settembre, a spiegare le conseguenze delle due iniziative che sono poi state approvate dal popolo, in particolar modo quella socialista, che ha un importante impatto finanziario ».

Una promessa l’ha mantenuta: riunire tutti i 100 sindaci e visitare i quattro angoli del Cantone. Che cosa le ha dato tutto questo?
«Mi ha permesso di rafforzare il contatto diretto con chi vive quotidianamente il nostro Cantone. I Comuni sono l’anello di congiunzione tra il sistema federale e la cittadinanza. Dobbiamo valorizzare questa rete di prossimità, perché sono le entità più a contatto con le persone e le aziende sul territorio».

C’è chi dice che in Governo siete cinque bravi amministratori, ma non sapete fare una politica che lascia il segno.
«La politica che lascia il segno viene fatta con grandi riforme. Le grandi riforme fanno fatica a passare, e lo abbiamo visto di recente. Ci viene chiesto di intervenire sulla spesa sanitaria, sui premi di cassa malati, ma ogni singola misura che viene adottata solleva subito opposizioni ».

Oggi c’è chi (il Mattino) sostiene che a proposito delle iniziative sulle casse malati la priorità va data a quella leghista: perché è stata approvata da più cittadini rispetto al 10% e perché pesa meno sulle finanze cantonali. Condivide?
«Come Consiglio di Stato abbiamo sempre detto che le due iniziative devono procedere in parallelo. È oggettivo che l’impatto finanziario dell’iniziativa della Lega, che ha ricadute sia sul Cantone che sui Comuni, è ben inferiore rispetto a quella socialista. Questo potrebbe far pensare che sia più facile da implementare. Credo però che per parità di trattamento e rispetto del voto popolare vadano portate avanti entrambe. Non sono io a dirlo ma il Governo, a seguito di un voto che ha sancito due sì».

Dei rapporti Ticino-Berna cosa ne dice? Hanno fatto rumore oltre San Gottardo le parole «è più facile avere un appuntamento con Giorgetti (ministro dell’economia italiano) che con Karin Keller-Sutter». Non l’ha presa bene.
«Questa mia affermazione purtroppo è oggettiva. A Berna hanno poca percezione della particolare situazione che vive il Ticino. La recente decisione di non procedere almeno fino al 2030 alla modifica dell’ordinanza sulla perequazione finanziaria lo dimostra. Ancora una volta le nostre rivendicazioni non sono state ascoltate. È uno schiaffo che mette a rischio la coesione nazionale. Il Consiglio di Stato intende ora dare un chiaro segnale in difesa degli interessi del Ticino».

Dia la pagella a Piccaluga, che lei stesso ha intronizzato come coordinatore del vostro partito.
«Non posso criticarlo, è genuino ed è colui che maggiormente incarna l’anima della Lega. Sta crescendo, si sta muovendo bene, è capace di sintetizzare il pensiero leghista e riesce a creare quelle relazioni interpersonali con gli altri partiti che sono essenziali nella risoluzione dei problemi. Sa sedersi al tavolo, discutere dei temi, dei problemi e cercare di trovare una quadra».

Parliamo delle elezioni del 2027, che campagna farà Gobbi?
«Non anticipo nulla. Si tratta di riflessioni che andranno fatte più avanti. Al momento il lavoro da fare è ancora molto, a favore del Ticino, delle ticinesi e dei ticinesi. Credo che sia comunque importante dare un segnale di volontà. Sono ancora motivato, mi arrabbio quando vedo cose che non funzionano».

Le capita spesso di arrabbiarsi?
«Purtroppo mi arrabbio ancora spesso. Devo dire che le cose da correggere sono molte. Talvolta vedo tanta superficialità a tutti i livelli».

Si ricorda quando Giuliano Bignasca s’inalberava sul Mattino e redarguiva i «culi di pietra», coloro che non mollavano il cadreghino. Lei, eletto nel 2011 in Governo, oggi appare un po’ tale. Cosa ne dice?
«Venivo eletto proprio in questi giorni in Consiglio comunale, era il 14 aprile del 1996. Faccio politica da trent’anni ma non ho ancora cinquant’anni e fortunatamente sono ancora in forma».

A disposizione ci sarà anche il suo collega di partito Zali. Sul contenuto di quanto ha detto (piano B/C, dipartimenti, arrocchino, dossier politica) era informato?
«No. All’interno della Lega sapevamo della sua intenzione di mettersi a disposizione, non conoscevamo però i contenuti della sua intervista».

La sua reazione, composta, mostrava però, in gergo leghista, le «busecche in ebollizione». È rimasto un po’ spiazzato dal collega?
«Diciamo che non amo quando qualcuno mette in bocca al sottoscritto cose che non ha mai detto. Io ho solo un piano, quello di mettermi a disposizione delle ticinesi e dei ticinesi e poi, come detto, sarà il popolo a decidere».

E come ha preso lo «stop ai radar » del collega?
«Se per Claudio ci sono troppi radar, per me ci sono troppi lupi. Osservo però che all’inizio di marzo la Polizia cantonale ha segnalato che la questione della velocità è tra le principali cause degli incidenti gravi e mortali in Ticino».

Se Zali toglierà radar, lei abbatterà lupi?
«Non sono competente su questo dossier. Si tratta comunque di opinioni diverse. Poi ognuno gioca le carte e gli slogan che vuole».

Zali ha parlato anche della giustizia con l’intenzione di portare una nuova proposta sull’annoso tema dell’elezione dei magistrati. Poi, se rieletto, tornerà però al Territorio. Va bene così?
«Il Parlamento si è chinato più volte su questo tema, anche negli ultimi anni, e non è mai riuscito a sbrogliare la matassa: un sistema perfetto non esiste. Un sistema che garantisca il funzionamento e una pluralità effettiva».

Ha detto che occorre salvaguardare una politica di destra. Il Mattino tifa per l’alleanza. Insomma, mentre Zali si lancia, arriva un’apertura all’area della quale fa parte l’UDC. Questo l’avvicina all’UDC stessa?
«Faccio parte del gruppo dei consiglieri di Stato democentristi nell’ambito delle riunioni intercantonali, e questo credo sia un elemento essenziale, proprio perché se vogliamo contare qualcosa anche a livello nazionale dobbiamo lavorare in squadra. È il mio modo di pensare e il mio modo di essere. Credo che il gioco di squadra sia essenziale, soprattutto quando penso alle sfide che il Ticino e la Svizzera dovranno affrontare nei prossimi anni. I rapporti con l’UE, la neutralità, il controllo dell’immigrazione. Quando parliamo di questi temi, il popolo ticinese dà sempre un chiaro mandato, al quale deve dare risposta un’area politica di destra che è molto più ampia della sola Lega».

Chi è il suo principale avversario politico?
«La negatività. Gli ultimi anni sono stati davvero duri per tutta la nostra popolazione e di riflesso per la politica che deve affrontare i problemi. Credo che ogni tanto dovremmo valorizzare anche le cose belle, non solo le cose brutte».

È lei oggi l’uomo di destra nel Governo?
«Sono più di destra rispetto ad altri. Questo penso sia abbastanza innegabile. Mi permetto di dirlo in maniera magari anche immodesta. Dall’altra parte però, lavoro bene con tutti i colleghi. Credo sia un aspetto che non è legato alla posizione politica».

L’arrocchino oggi non mostra palesi limiti?
«Abbiamo voluto lo scambio per avere nuovi stimoli. La Divisione delle costruzioni è una realtà molto interessante che garantisce infrastrutture di qualità. Purtroppo, non siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo principale di uno scambio completo. La soluzione di compromesso, come sappiamo, non soddisfa pienamente nessuno, né i tre colleghi, né i due consiglieri di Stato protagonisti ».

Se rieletto cosa farà dato che per anzianità avrà per primo la parola?
«In ordine di anzianità sono quello che ha la fortuna di essere ancora giovane. Diciamo, un giovane con esperienza. E questa mia esperienza la vorrei mettere a disposizione anche di altri Dipartimenti, come potrebbe essere per esempio il Territorio. Una discussione che, se sarà il caso, avverrà all’interno del prossimo Consiglio di Stato».

E allora potrebbe essere derby leghista. Se foste rieletti entrambi dovreste «farvi fuori» il Territorio.
«Ne discuteremo, ma questo sarà un elemento da considerare, altrimenti sarebbe stato davvero inutile proporre il cosiddetto arrocco in Consiglio di Stato».

Questo vuol dire anche criticare il suo collega e il suo lavoro.
«Io non critico nessuno e preferisco pensare al mio lavoro».

Il 14 giugno si voterà sull’iniziativa dell’UDC «no a una Svizzera da 10 milioni » . Da che parte sta?
«Credo che sia la corretta applicazione di quello che abbiamo già votato diversi anni fa, ovvero la limitazione dell’immigrazione di massa. La Svizzera è il Paese in Europa che ha avuto la crescita di popolazione più forte legata all’immigrazione ».

Seguirà poi una votazione sulla neutralità, sempre d’ispirazione UDC. Cosa ne dice?
«Qui parla non solo l’uomo politico, ma anche il colonnello Gobbi. In un contesto internazionale sempre più complesso anche dal punto di vista della difesa, il gioco di squadra è necessario per garantire la sicurezza. Ma la neutralità svizzera resta credibile se, prima di tutto, la Svizzera fa i compiti a casa».

Intervista pubblicata nell’edizione di sabato 11 aprile 2026 del Corriere del Ticino

“Credo nel gioco di squadra”

“Credo nel gioco di squadra”

Norman Gobbi a ruota libera: dai rapporti in Consiglio di Stato fino al suo incidente

Nel corso della seduta di mercoledì 15 aprile il Consiglio di Stato procederà al tradizionale cambio di Presidenza, che in quest’occasione vedrà due leghisti nella veste di protagonisti. Il direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi passerà infatti il testimone al direttore del Dipartimento del Territorio Claudio Zali. Li abbiamo intervistati, nel tentativo di stilare un bilancio dell’anno appena trascorso e di guardare alle sfide che segneranno l’ultimo anno della legislatura, quello che porterà alle elezioni cantonali del 2027.

Signor Gobbi, lei si appresta a concludere il suo terzo anno presidenziale. Quale dei tre è stato il migliore?
È difficile sceglierne uno perché ogni anno presidenziale è stato diverso a modo suo. Il primo, però, resterà indimenticabile: avevo 38 anni e mi confrontavo per la prima volta con un ruolo di grande responsabilità, che ho vissuto fin da subito con naturalezza, anche grazie alla mia facilità nel relazionarmi con le persone. Accanto alla dimensione istituzionale della presidenza, c’è sempre una forte componente umana: essere tra la gente è parte integrante del mio modo di operare e mi permette di restare connesso al territorio.

Già prima del collega Zali, lei ha annunciato di volersi ricandidare, ciò che potrebbe aprirle le porte di un altro anno presidenziale. In questo ipotetico quarto anno, cosa farebbe che non ha fatto finora?
Vorrei avvicinare il Ticino alla Svizzera. A Berna c’è poca percezione della particolare situazione che viviamo a sud delle Alpi. La recente decisione di non procedere almeno fino al 2030 alla modifica dell’ordinanza sulla perequazione finanziaria lo dimostra. Il Ticino è un pilastro della coesione nazionale e un interlocutore strategico nei rapporti con l’Italia. Per questo sarà fondamentale lavorare con spirito di squadra: la deputazione ticinese alle camere federali deve ricordarsi, anche se manca un anno dalle elezioni cantonali, che il suo obiettivo principale è quello di difendere con determinazione gli interessi del Ticino.

In caso di rielezione, potrebbe entrare nella Top 10 dei consiglieri di Stato più longevi. Ne sarebbe fiero?
Uno dei più longevi e non ho nemmeno 50 anni. Sono un giovane con tanta esperienza (ride, ndr.).Non conto i giorni di mandato e non ho intenzione di scalare classifiche, ma sento che ho ancora tanta voglia di fare e sono motivato.
Il più longevo è stato Guglielmo Canevascini, in carica per oltre 37 anni, ma lui era socialista.
Io sono in carica da 15 anni e, teoricamente, per raggiungerlo me ne mancherebbero ancora 22. Vorrei però far notare che Canevascini è stato un fattore di stabilità e di pluralità in anni complessi, in un periodo in cui il Cantone era particolarmente diviso. È passato molto tempo, ma questo aspetto non è cambiato: in un Ticino litigioso servono figure che sappiano garantire stabilità.

Qual è oggi il valore aggiunto che la Lega porta in governo?
Non sono le etichette a contare, ma le persone. Per quanto mi riguarda, porto in Governo la sensibilità dell’area di destra nazionale, soprattutto quando penso alle sfide che attendono il Ticino e la Svizzera nei prossimi anni: dai rapporti con l’UE, alla neutralità, fino alla gestione dell’immigrazione.
Ora la Lega potrebbe proporre un duello fratricida.

Chi ci guadagnerebbe?
“Duello fratricida” è una espressione che non mi piace per niente. Sono un uomo di sport e credo nel gioco di squadra. Ma se dovesse profilarsi un duello, che vinca il migliore.

Da più parti si indica un governo in difficoltà, quasi apatico. Sono solo critiche dettate dall’invidia di non farne parte?
Sono critiche che arrivano da chi non conosce le dinamiche di un Governo cantonale. Le sedute del Consiglio di Stato sono tutt’altro che apatiche: il confronto è spesso diretto, ma sempre leale e focalizzato sui contenuti, non sulle persone. Chi critica, invece, si limita spesso ad attacchi personali, senza portare proposte concrete sui temi.

Non le sembra che vi state un po’ facendo portare a spasso da Marina Carobbio, per esempio su Gaza o sulla Scuola che verrà?Non so che impressione abbia lei, ma le garantisco che Norman Gobbi è sensibile alle reali crisi umanitarie dove vengono uccisi dei bambini innocenti. Il 28 maggio 2025 il Consiglio di Stato, sotto la mia presidenza ha fatto un appello al Consiglio federale sulla situazione umanitaria in Palestina.Per quanto riguarda la riforma della Scuola media, è stato il Gran Consiglio a votare la volontà di riforma e il Governo ha dato seguito al percorso indicato; se non piace, che cambino orientamento strategico.

Lei vedrebbe di buon occhio un rimescolamento dei dipartimenti? O anche solo un arrocco tra Carobbio e De Rosa?
Dipenderà dalle persone e dalle opportunità che si presentano. È musica del futuro.

Il suo arrocchino con Zali è stato un successo? Quali risultati ha portato?
Non si può definire un successo perché non è stato un cambio completo. L’idea iniziale partiva da una riflessione precisa: ciascuno di noi vedeva nei dossier dell’altro spazi di impulso e di cambiamento positivo. L’azione di Governo è prima di tutto un lavoro di continuità istituzionale. Claudio ha recentemente concluso la Riforma delle ARP, frutto di un percorso avviato e sviluppato negli anni precedenti dal sottoscritto con il Dipartimento. Io ho raccolto il testimone della ricostruzione del Ponte di Visletto e mi sto impegnando a portare nuovi stimoli alla Divisione delle costruzioni, un settore strategico per il nostro territorio.

Zali ha annunciato la riduzione dei radar. Perché non l’ha fatto prima lei?
Sarebbe stato un bel gol a porta vuota. Ognuno fa le sue valutazioni e le sue scelte. Osservo però che il 5 marzo 2026 in un comunicato di Polizia sono stati segnalati 5 pirati della strada identificati in due mesi. Il comunicato citava “La velocità elevata permane una delle maggiori cause di incidenti, con esiti anche gravi e/o letali.” L’ho vissuto in famiglia, avendo perso uno zio travolto da un’auto a Piotta quando aveva solo 4 anni. Del resto, ho ricevuto spesso sollecitazioni di cittadini che chiedevano più controlli radar in determinati tratti stradali ritenuti pericolosi.

Ma in fin dei conti i radar sono un tema importante o ingigantito per fini politici?
Il tema ci scalda quando veniamo “flashati” ed è naturale, ma i radar fanno polemica solo in Ticino. Giro tutta la Svizzera nell’ambito delle attività intercantonali e mai nessuno li tematizza come un problema.

Un “non-tema” è quello del suo incidente. Quali conclusioni trae da questa vicenda?
Una vicenda che ha fatto fin troppo discutere, sottraendo tempo ed energie alle reali priorità del Cantone. I fatti hanno dimostrato la correttezza del mio comportamento. Non serve aggiungere altro.

Ha provato un briciolo di “Schadenfreude” per il decreto d’accusa a Fiorenzo Dadò?
Molti amici mi hanno detto: “La röda la gira”.

Vi siete trovati, lei e Dadò, per un bicchiere al grotto o una cena (non a Bormio)?
Nel tempo libero preferisco altre compagnie.

Un tema importante è l’Amministrazione cantonale. Lei si esporrà a favore dell’iniziativa “Stop all’aumento dei dipendenti pubblici”, come ha fatto per l’iniziativa sul canone SSR?L’iniziativa è orba perché si basa su dati non completi e non analizza il problema nella sua interezza. L’aumento dei costi del personale è dovuto principalmente all’aumento del corpo docenti cantonale.

Sotto la sua direzione il DI è cresciuto, già solo per il potenziamento della polizia. Sarebbe un problema dover snellire l’organico del 10%?
Oggi il corpo di polizia è sano e svolge un lavoro eccellente. Il Ticino è un territorio sicuro, con una qualità di vita alta. Tutto si può fare, poi bisogna accettare anche i rischi e le conseguenze.

Con il senno di poi, ritiene di aver fatto bene a sostenere pubblicamente l’iniziativa sul canone SSR?
Era la mia opinione e i colleghi sono stati informati sin dall’inizio.

Non le sembra che dall’8 marzo la RSI la stia un po’ snobbando?
Per niente. Si sono dimostrati professionali e, almeno fino ad oggi, non ho avuto questa impressione.
Un altro tema importante sono le due iniziative sulle casse malati. È stato un errore mettere nello stesso calderone sia quella della Lega sia quella del PS? Una è attuabile, l’altra molto meno.
Sono state votate in Gran consiglio in parallelo e così dovevano procedere, nel pieno rispetto della volontà popolare.

A proposito di soldi, quali sono gli “ulteriori passi” promessi dal Consiglio di Stato in merito alla richiesta di modificare la perequazione intercantonale?
La decisione del Consiglio federale è stata uno schiaffo al Ticino, alla coesione nazionale e al principio di solidarietà. Il Consiglio di Stato sta discutendo in questi giorni i prossimi passi, ma sicuramente non resterà spettatore passivo.

La situazione finanziaria del Cantone è molto difficile, ciò che limita la progettualità dei consiglieri di Stato. Cosa la motiva ad andare avanti?
È vero, saranno anni difficili ma vorrei contribuire a condurre il Ticino fuori da questa burrasca. La motivazione è dettata da un aspetto che spesso viene dato per scontato. Guardiamo fuori dalla finestra, il nostro Cantone funziona, è sicuro, nessuno viene dimenticato, è un Paese dove si vive bene. Mi piacerebbe contribuire a invertire una certa tendenza alla negatività nel dibattito pubblico.

Quali obiettivi vorrebbe raggiungere prima di lasciare il Consiglio di Stato?
Sono in corso diverse iniziative legate alla digitalizzazione e alla semplificazione dei processi dell’amministrazione cantonale. L’obiettivo è portarle a compimento e ottenere risultati concreti, migliorando i servizi e le prestazioni offerte a cittadini, Comuni e imprese. In questa direzione si inserisce anche un progetto promosso dal Consiglio di Stato e coordinato dal DI, i cui primi risultati sono attesi a inizio 2027.

Lei fa già parte di molti organi intercantonali. Non le interessa Berna?
Negli organi intercantonali di cui faccio parte, si rappresentano e si difendono gli interessi del proprio Cantone. Troppo spesso, però, vedo colleghi che, una volta eletti a Berna, finiscono per privilegiare le logiche di partito rispetto a quelle del proprio territorio. È un’impostazione che non mi piace.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 12 aprile 2026 de Il Mattino della domenica

Perequazione: “la decisione mette in discussione la coesione nazionale”

Perequazione: “la decisione mette in discussione la coesione nazionale”

L’intervista alla RSI del presidente del Consiglio di Stato ticinese, dopo che il Consiglio federale ha deciso di non modificare l’ordinanza sulla perequazione finanziaria fino almeno al 2030

In Ticino il governo è deluso, lo dice ufficialmente dopo la decisione del Consiglio federale di non modificare l’ordinanza sulla perequazione finanziaria fino almeno al 2030. Al centro della questione c’è il calcolo dei redditi dei frontalieri.

La decisione del Consiglio federale
La perequazione finanziaria intercantonale, al momento, va bene così. È questa, in sintesi, la parafrasi della lettera che il Consiglio federale ha fatto avere martedì ai 26 cantoni svizzeri. Una decisione a sorpresa, perché da parte di tutti ci si aspettava che la revisione della relativa ordinanza fosse imminente e che i nuovi calcoli fra cantoni ricchi che pagano e poveri che ricevono, potessero entrare in vigore già con l’anno prossimo. Ma appunto, non sarà così: una modifica delle regole avverrà, al più presto, nel 2030. Per il Ticino, questo significa dover rinunciare a 9 milioni di franchi supplementari all’anno.

“Una decisione che mina la coesione nazionale”
Anni di lavoro a tutti i livelli non sono serviti. Oggi per il Canton Ticino, a dispetto delle temperature quasi estive, è il giorno del gelo. Un “C’è posta per te da Berna” atteso. Ma l’amore, invece di trovare nuovo slancio, si è ulteriormente incrinato, tanto che nel comunicato del Consiglio di Stato ticinese si parla apertamente di decisione “che mina la coesione nazionale”, come sottolinea anche il presidente del Consiglio di Stato ticinese, Norman Gobbi, al programma radiofonico della RSI, SEIDISERA: “La decisione del Consiglio federale è motivo di forte delusione, perché mette in discussione la coesione nazionale, non recependo una richiesta del Canton Ticino che da anni perora. E mette anche in difficoltà il principio di solidarietà su cui si fonda la perequazione finanziaria; il Canton Ticino non viene correttamente riconosciuto”.

I 9 milioni persi
Eppure una modifica delle perequazione finanziaria intercantonale era attesa e secondo calcoli e prospettive, al Ticino avrebbe potuto portare 9 milioni di franchi in più all’anno, quasi il 10% in più, se prendiamo come riferimento i 98 milioni di franchi del versamento del 2026. E invece, almeno fino al 2030, non se ne farà nulla. Il Consiglio federale, infatti, ha comunicato oggi ai Cantoni di non voler procedere adesso con una modifica dell’ordinanza che disciplina i flussi di denaro fra Confederazione e tra Cantoni.
C’era anche una maggioranza dei Cantoni scaturita dalla Conferenza cantonale, quindi questo per voi è motivo di ancora maggior sorpresa di questo stop di Berna?
“Noi davamo quasi per scontato, proprio perché i risultati della consultazione davano una netta maggioranza a favore della modifica dell’ordinanza e una maggioranza a favore anche di una entrata in vigore già al 1 gennaio 2027. Quindi questa decisione di procrastinare il tema al 2029 con effetto al 2030 da parte del Consiglio federale lo ritengo davvero uno schiaffo al Canton Ticino ma anche ai cantoni tutti che si sono espressi, proprio perché se i cantoni si esprimono e danno una loro indicazione, il Consiglio federale non può nascondersi dietro dei tecnicismi”, dice Norman Gobbi.

Il nodo dei frontalieri
Per il Ticino, insieme agli altri cantoni di frontiera, uno dei parametri più penalizzanti è quello legato ai frontalieri. Quanti sono? Quanto contribuiscono al prodotto interno lordo e quanto se ne tiene conto nei calcoli perequativi?
“Questo era soprattutto l’obiettivo del calmierare il computo del benessere generato dal punto di vista finanziario dalla presenza dei lavoratori frontalieri, perché evidentemente questo poi penalizza il Canton Ticino, proprio perché la forza finanziaria viene misurata unicamente in base alla popolazione residente, quindi è un sistema che è scorretto: sembriamo molto più ricchi di quello che effettivamente siamo. Se faccio un paragone anche con altri cantoni simili al nostro, che potrebbe essere il Canton Friborgo, dal punto di vista territoriale e di popolazione, riceve quasi sei volte di più di perequazione intercantonale ma il Canton Friborgo è stretto tra la Berna federale e il lago Lemano con Losanna, quindi è davvero una situazione completamente diversa. Noi siamo da soli a gestire la frontiera Sud con delle sfide socio-economiche non paragonabili al resto del Paese”.

Le prossime mosse
A questo punto l’inciampo, la delusione… ma come si va avanti o come voi intendete andare avanti?
“Quello del Consiglio federale è uno schiaffo non tanto al Consiglio di Stato ma al Canton Ticino. Quindi dovremo davvero fare un’azione coordinata, condivisa, tra istituzioni ma anche con la popolazione. Una delle ipotesi era già stata buttata là nelle scorse settimane, per esempio in tema di ristorni. Però dovremmo davvero avere un’azione più coordinata, più forte per far capire alla Berna federale che il Canton Ticino, se vuole rimanere in Svizzera, deve sentirsi svizzero”.

La risposta del Dipartimento federale delle finanze
E dopo la comunicazione del Consiglio federale ai cantoni attraverso una lettera, lo stesso Consiglio federale ha comunicato anche qualcosa in più sulla perequazione finanziaria intercantonale. Il Dipartimento federale delle finanze (DFF) ha risposto con una presa di posizione a quanto detto dal Consiglio di Stato del Canton Ticino: “Il 1° aprile 2026, il Consiglio federale ha esaminato i risultati della consultazione relativa all’adeguamento dell’ordinanza sulla perequazione finanziaria. La maggioranza dei Cantoni sostiene in linea di principio l’adeguamento proposto in merito alla ponderazione dei redditi dei frontalieri nel potenziale di risorse ma – viene sottolineato nel comunicato – non esiste una posizione unanime per quanto riguarda il momento dell’attuazione: certi Cantoni considerano che gli adeguamenti sostanziali dell’ordinanza devono essere effettuati nell’ambito del rapporto periodico sull’efficacia, come da prassi attuale, al fine di garantire la coerenza e la stabilità del sistema e di tenere adeguatamente conto dei diversi interessi dei Cantoni. Di conseguenza, il Consiglio federale, che sostiene il contenuto dell’adeguamento proposto, ha deciso di prevedere un’attuazione nell’ambito del prossimo rapporto sull’efficacia, con una possibile entrata in vigore nel 2030.  Il Consiglio federale prende atto del fatto che alcuni Cantoni non sono soddisfatti della situazione attuale. Allo stesso tempo, il sistema di perequazione finanziaria e degli oneri persegue l’obiettivo di garantire una perequazione equilibrata a livello nazionale”.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Perequazione-Gobbi-la-decisione-mette-in-discussione-la-coesione-nazionale–3652131.html

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‘Schiaffo al Ticino da parte di Berna’
Perequazione, il governo critica duramente il rinvio della revisione

Il Consiglio federale non vuole mettere il tema della perequazione finanziaria intercantonale al centro dell’agenda politica e il Consiglio di Stato ticinese va su tutte le furie. «Siamo delusi dalla decisione di non procedere almeno fino al 2030 alla modifica dell’ordinanza sulla perequazione finanziaria. Il Consiglio federale ha dato uno schiaffo al Ticino. C’era la possibilità di fare un primo passo concreto nella giusta direzione e invece non è stata presa in considerazione la nostra situazione socioeconomica e geografica». Non usa il manuale della diplomazia pacata il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi. «Quella di Berna è una decisione che mina la coesione nazionale e lo spirito di solidarietà svizzero». Anche perché, rincara il consigliere di Stato leghista, la situazione è sotto gli occhi di tutti: «Un Cantone simile al nostro per dimensioni e popolazione, come Friborgo, inserito nell’Altopiano e situato tra Berna e Losanna, riceve quasi sei volte quanto viene versato al Ticino, che si trova invece a gestire da solo la frontiera sud». Dritto al punto anche il direttore del Dipartimento finanze ed economia Christian Vitta, che su Instagram scrive: “È una decisione inaccettabile quella del Consiglio federale. Ora è necessaria una decisa reazione collettiva”. Opinione condivisa anche dal Plr cantonale che in una presa di posizione parla di “autentica ingiustizia. Questo rinvio condanna il Ticino a subire per altri quattro anni un meccanismo che sovrastima la sua forza finanziaria e non riconosce adeguatamente il peso dei frontalieri”. La perequazione, va ricordato, è un meccanismo di redistribuzione della ricchezza tra Cantoni e Confederazione. I Cantoni “facoltosi” versano i soldi in un fondo (alimentato anche dalla Confederazione) dal quale attingono i Cantoni “bisognosi” in base a criteri complessi. Proprio questi criteri sono contestati dal Ticino, che chiede una loro modifica per avere un sistema più equo. La modifica della quale si stava discutendo riguardava il calcolo dei redditi dei frontalieri e avrebbe portato al Ticino 9 milioni di franchi in più.
Le distorsioni d’altra parte sono palesi. In una classifica che mette in fila i Cantoni “bisognosi” – i dati sono riferiti al 2025 –, Berna riceve 1,4 miliardi di franchi, il Vallese 877 milioni, Friborgo 604 milioni. Al Ticino sono riconosciuti solo 106 milioni di franchi. Una disparità evidente se si tiene conto che il principio alla base della perequazione dovrebbe essere quello di aiutare chi ha maggiori difficoltà economiche. La modifica che era stata messa in consultazione, quella della quale si stava discutendo, riguardava l’introduzione di un nuovo meccanismo per la ponderazione del reddito dei frontalieri nel potenziale delle risorse. Detto altrimenti: oggi i frontalieri vengono considerati per calcolare la ricchezza prodotta in Ticino, ma quando questa ricchezza viene “divisa” tra la popolazione cantonale di loro non si tiene conto. Da qui il dato (ma non è l’unico) che penalizza il nostro cantone. “La revisione avrebbe permesso al sistema di considerare in modo meno iniquo le specificità dei cantoni di frontiera”, fa notare il Consiglio di Stato.
Dalle parole ai fatti, il governo cantonale si è detto pronto a “ulteriori passi” dopo che il Consiglio federale “ha dimostrato la mancanza di sensibilità politica”. Già ma cosa? «Un blocco parziale dei ristorni è una delle ipotesi sul tavolo del Consiglio di Stato ma vogliamo procedere con un’azione coordinata e condivisa tra più livelli istituzionali e con tutti gli attori coinvolti», spiega Gobbi. Sempre a proposito dell’Esecutivo federale: «Ha ignorato le indicazioni non solo del Ticino, ma della maggioranza dei governi cantonali che, nell’ambito della consultazione, hanno sostenuto l’adeguamento dell’ordinanza già dal 1° gennaio 2027. In ogni caso – rimarca il presidente del Consiglio di Stato – intendiamo muoverci fin da subito a difesa degli interessi del Ticino». Anche perché «se venissero riconosciute le peculiarità del Ticino e se il calcolo fosse finalmente equo, sarebbe sicuramente più facile affrontare le grandi sfide finanziarie con cui il nostro Cantone sarà confrontato nei prossimi anni».

‘Manteniamo la calma’. ‘Si riduca la spesa’
«Chiaramente è una decisione che fa male, non parlerei però di coesione nazionale minata, quando fino a poco fa c’era chi voleva tagliare i fondi alla Ssr che riversa il 22% del canone in Ticino – afferma il presidente della deputazione ticinese alle Camere Bruno Storni –. Evidentemente la situazione particolare del nostro cantone, fino a pochi anni fa la terza piazza finanziaria della Svizzera e adesso con 80mila frontalieri e un Pil pro capite vicino a quello del Canton Zurigo ma con stipendi nettamente più bassi, non era stata considerata nel complesso meccanismo della nuova perequazione finanziaria e della ripartizione dei compiti tra la Confederazione e i Cantoni. Quando ero in Gran Consiglio – ricorda il deputato socialista al Nazionale – avevo chiesto nel 2013 al Consiglio di Stato con una mozione di evitare penalizzazioni per il nostro Cantone: mi si rispose che la mozione era accolta nel merito e già realizzata nella pratica… Dovremo continuare a insistere in vista della prossima revisione del 2030». Perentorio il consigliere agli Stati del Centro Fabio Regazzi: «È uno schiaffo che ci poteva essere risparmiato. Penso che sia tutti coscienti, Consiglio federale compreso, che c’è un’iniquità evidente in questo sistema perequativo, nel quale il Ticino è chiaramente penalizzato. Capisco che per modificare la legge bisogna aspettare il 2030, che è la prossima scadenza e che forzare adesso una sua revisione sarebbe stato oggettivamente chiedere troppo. Però modificare l’ordinanza, ovvero un suo semplicissimo parametro, quello riguardante i frontalieri, un punto su cui la stragrande maggioranza dei cantoni non aveva sollevato obiezioni, anzi si era dichiarata d’accordo, mi sembrava un gesto quasi dovuto e un segnale verso il nostro cantone, quello di un primo passo per attenuare questa disuguaglianza di trattamento. Un gesto che avrebbe contribuito a stemperare le tensioni tra il Consiglio di Stato e il governo federale. Questa decisione rischia invece di esacerbare ulteriormente gli animi».
La deputata dei Verdi al Nazionale Greta Gysin parla di una decisione «deludente e sorprendente, poiché pareva che la modifica dell’ordinanza federale fosse imminente. Adesso si tratta di mantenere la calma: se vogliamo che qualcosa cambi nella perequazione, dobbiamo essere consapevoli che ciò avviene solo nel dialogo con Berna e con la solidarietà e la responsabilità degli altri Cantoni. Reazioni «troppo forti potrebbero metterci ancor più in difficoltà». Rileva il consigliere nazionale dell’Udc Piero Marchesi: «La risposta del Consiglio federale non fa certo piacere: evidentemente si confidava nell’arrivo in tempi brevi di quei nove milioni di franchi all’anno in più. A ogni modo non è con questo importo che si risanano i conti del Canton Ticino. Nove milioni su 4,3 miliardi di budget del Cantone corrispondono infatti a circa lo 0,21%. Se vogliamo mettere a posto i conti bisogna ridurre i costi e gli sprechi». Da Berna, continua Marchesi, «occorre continuare a pretendere che questi nove milioni ci vengano dati, ma nel frattempo il Cantone non deve rimanere con le mani in mano e non agire sulla spesa pubblica». Costi da ridurre da un lato, ma dall’altro mancati introiti a causa degli sgravi fiscali… «Ci sono Cantoni che hanno fatto sgravi ben più pesanti e che hanno le casse in ordine. E che sono più competitivi. In Ticino il problema è che si spende troppo e male».

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 8 aprile 2026 de La Regione

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Governo deluso da Berna «È uno schiaffo ai ticinesi»

Il Consiglio federale ha deciso di non rivedere la formula della perequazione intercantonale, bocciando così la richiesta del Ticino di smussare il «peso» dei frontalieri che svantaggia il nostro cantone – Il Consiglio di Stato in queste settimane valuterà eventuali risposte.

La scorsa settimana, su queste colonne il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi era stato chiaro: il Cantone da Berna attendeva «una piccola risposta», che avrebbe però rappresentato «un segnale politico importante di attenzione e rispetto nei confronti del Ticino». Risposta che, come vedremo, non è arrivata, provocando «grande delusione» da parte del Governo cantonale.
Parliamo della modifica del complesso sistema di calcoli che stabilisce la perequazione finanziaria intercantonale. Per la precisione del nuovo meccanismo per la ponderazione del reddito dei frontalieri in queste formule matematiche. Il Ticino si reputa infatti penalizzato poiché a causa della presenza di frontalieri viene essenzialmente considerato più «ricco» di quanto non lo sia veramente. E, di conseguenza, riceve meno soldi da Berna.
Da tempo, dunque, il Cantone sollecitava un cambiamento. Che, va detto, a questo giro sembrava potesse finalmente arrivare. Tantoché il Cantone aveva messo la misura a preventivo (per circa 9 milioni di franchi in più all’anno dalla già citata perequazione). Anche perché la maggioranza dei Cantoni, nella procedura di consultazione, si era detta favorevole. Tuttavia, il Consiglio federale ieri ha comunicato al Consiglio di Stato che qualsiasi decisione su questo fronte verrà presa non prima del 2029 (con effetto al 2030), in coincidenza della revisione del «rapporto sull’efficacia» della perequazione.

Toni perentori
Senza troppi giri di parole – e con toni perentori e inusuali per l’Esecutivo cantonale – il Consiglio di Stato ha parlato di una decisione che «mina la coesione nazionale e lo spirito di solidarietà svizzero». E ha quindi espresso «profondo rammarico e incomprensione» per la scelta del Consiglio federale che, sempre secondo il Governo cantonale, «contribuisce ad ampliare la distanza tra il Cantone Ticino e le istituzioni federali ».
Concetti, questi, ribaditi al Corriere del Ticino dal presidente del Governo, Norman Gobbi: «È uno schiaffo. Non tanto al Governo, quanto ai ticinesi. Ma è anche uno schiaffo alla coesione nazionale e al principio di solidarietà, che sta alla base della perequazione». Per Gobbi, infatti, il Consiglio federale «si nasconde dietro a tecnicismi per rimandare tutto a dopo il 2029, ma la lettura politica di questa scelta è ben diversa: il Canton Ginevra, l’unico con un’importante presenza di frontalieri che sarebbe stato leggermente penalizzato da questa modifica, ha avuto un peso determinante sulla consigliera federale (ndr. Karin Keller-Sutter) e sul Consiglio federale».
In tal senso, anche il direttore del DFE, Christian Vitta, afferma: «Sull’altare di giochi di potere è stata ulteriormente indebolita la solidarietà nazionale, che a parole viene tanto decantata da Berna». Le autorità federali, dunque, «per non urtarsi contro realtà più ‘‘grandi’’ del Ticino, hanno preferito lo status quo». Una scelta che secondo Vitta «perpetua una situazione di profonda ingiustizia » e che, ribadisce anche il direttore del DFE, «riteniamo inaccettabile in quanto i presupposti tecnici e politici per apportare un cambiamento vi erano tutti». Ma il Governo, aggiunge il consigliere di Stato, «non intende demordere» perché «non possiamo attendere il 2030» di fronte a un sistema, quello della perequazione intercantonale, che «non funziona e contiene evidenti distorsioni » e che per il Ticino «è altamente iniquo». A dimostrarlo, ricorda Vitta, sono le cifre stesse, con il Vallese che riceve oltre 800 milioni, Friburgo circa 600 milioni, oppure i Grigioni circa 200 milioni, a fronte dei 100 milioni ricevuti dal Ticino. Cifre che, sottolinea il consigliere di Stato, «non rispecchiano quella che è la necessità e la realtà dei vari Cantoni che è sotto gli occhi di tutti ». In tal senso, per Vitta «sarà necessaria una reazione decisa e collettiva».
Quali piste vengono valutate come contromisura? Per Gobbi, «essendo uno schiaffo a tutto il Ticino, la reazione dovrà essere coordinata e condivisa. Dalle istituzioni, ovviamente, ma anche dalla popolazione, che è la prima a subire le conseguenze di questa situazione ». Anche perché, ricorda Gobbi, «siamo il Cantone maggiormente esposto al rischio di povertà». Una «situazione figlia della nostra posizione geografica». Ora, concretamente, «tra le misure ipotizzabili vi è quella di cui abbiamo già accennato nelle scorse settimane, ossia di un decurtamento dei ristorni». Ma non solo: «Dovremo prevederne altre, in maniera concertata». Insomma, nelle prossime settimane i toni del Ticino nei confronti della Berna federale potrebbero alzarsi.

Le spiegazioni di Berna
Da noi contattato, il Dipartimento federale delle finanze ha spiegato che «il 1. aprile 2026 il Consiglio federale ha esaminato i risultati della consultazione relativa all’adeguamento dell’ordinanza sulla perequazione finanziaria», confer mando che «la maggioranza dei Cantoni sostiene in linea di principio l’adeguamento proposto in merito alla ponderazione dei redditi dei frontalieri nel potenziale di risorse». Tuttavia, ha precisato il Dipartimento, «non esiste una posizione unanime per quanto riguarda il momento dell’attuazione: alcuni Cantoni considerano che gli adeguamenti sostanziali dell’ordinanza debbano essere effettuati nell’ambito del rapporto periodico sull’efficacia (ndr. quello nel 2029), come da prassi attuale, al fine di garantire la coerenza e la stabilità del sistema e di tenere adeguatamente conto dei diversi interessi dei Cantoni». Apparentemente, dunque, il Governo federale per poter prendere una decisione simile si aspettava l’unanimità da parte dei Cantoni anche riguardo alle tempistiche. Una chimera, verrebbe da dire, soprattutto per un tema come quello della perequazione, che se da un altro premia qualcuno, dall’altro svantaggia qualcun altro.
Sia come sia, da Berna confermano che qualcosa in futuro cambierà, ma solo dal 2030. Il Dipartimento ha infatti spiegato che, di fronte a questa mancata unanimità, «il Consiglio federale, che sostiene il contenuto dell’adeguamento proposto, ha deciso di prevedere un’attuazione nell’ambito del prossimo rapporto sull’efficacia, con una possibile entrata in vigore nel 2030». E riguardo alla presa di posizione del Governo ticinese, il Dipartimento ha aggiunto che «il Consiglio federale prende atto del fatto che alcuni Cantoni non sono soddisfatti della situazione attuale», ma rileva che «allo stesso tempo, il sistema di perequazione finanziaria e degli oneri persegue l’obiettivo di garantire una perequazione equilibrata a livello nazionale». Come dire: non solo quella di singoli Cantoni.

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 8 aprile 2026 del Corriere del Ticino07

Modifica dell’ordinanza sulla perequazione finanziaria intercantonale

Modifica dell’ordinanza sulla perequazione finanziaria intercantonale

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha preso atto con grande delusione della decisione del Consiglio federale di non procedere almeno fino al 2030 alla modifica dell’ordinanza sulla perequazione finanziaria. Questa decisione esprime una chiara mancanza di riconoscimento per la realtà del nostro Cantone, che continuerà a essere penalizzato in modo ingiusto rispetto al resto della Svizzera. Secondo il Consiglio di Stato, si tratta di una decisione che mina la coesione nazionale e lo spirito di solidarietà svizzero. Va ricordato che la modifica posta in consultazione – sostenuta dalla maggioranza dei Cantoni – verteva sull’introduzione di un nuovo meccanismo per la ponderazione del reddito dei frontalieri nel potenziale delle risorse, elemento di primaria importanza per il Ticino. Tale meccanismo avrebbe permesso al sistema di considerare in modo meno iniquo le specificità dei Cantoni di frontiera, il cui mercato del lavoro è caratterizzato da un alto numero di lavoratori frontalieri e da salari inferiori alla mediana nazionale.

Negli ultimi anni, il nostro Cantone si è impegnato con determinazione e in modo costruttivo per sostenere le proprie richieste di revisione del meccanismo di perequazione finanziaria intercantonale, anche attraverso il dialogo con l’Amministrazione federale delle finanze e mediante l’azione coordinata con la Deputazione ticinese alle Camere federali e gli altri Cantoni coinvolti dalla modifica. Il Consiglio di Stato esprime quindi profondo rammarico e incomprensione per la decisione del Consiglio federale – comunicata in data odierna – che contribuisce ad ampliare la distanza tra il Cantone Ticino e le istituzioni federali; un progressivo peggioramento dei rapporti che, a lungo termine, porterebbe a un degrado della coesione nazionale.  
Le richieste ticinesi si inseriscono in un contesto storico ben definito, caratterizzato da sfide strutturali legate alla posizione di frontiera, e sono supportate da diversi studi scientifici. Nonostante gli sforzi profusi per evidenziare queste particolarità e nonostante l’espressione di sostegno garantita dalla maggioranza dei Cantoni durante la procedura di consultazione, la decisione rappresenta un chiaro mancato riconoscimento della realtà del nostro Cantone, che in ambito perequativo rimarrà nei prossimi anni ancora ingiustamente penalizzato rispetto al resto della Svizzera.  
Nonostante l’esito negativo, l’impegno del Cantone Ticino proseguirà senza esitazioni anche in vista del prossimo rapporto sull’efficacia della perequazione finanziaria, previsto per il 2030. In particolare, il Consiglio di Stato manterrà alta l’attenzione sul tema del reddito dei frontalieri nel potenziale delle risorse, nonché sui fattori geo-topografici e socio-demografici, con l’obiettivo di ottenere un sistema perequativo più equo e aderente alla realtà ticinese e che possa efficacemente contribuire a ridurre le crescenti disparità a livello intercantonale.  
Inoltre, alla luce della mancanza di sensibilità politica dimostrata dal Consiglio federale con la decisione comunicata oggi, il Consiglio di Stato intraprenderà ulteriori passi a salvaguardia degli interessi del Cantone Ticino che saranno comunicati nelle prossime settimane.