Nominati tre ufficiali in Polizia cantonale

Nominati tre ufficiali in Polizia cantonale

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha nominato tre nuovi Ufficiali di polizia, la cui entrata in funzione è prevista nei prossimi mesi. Due di queste nomine garantiscono la continuità operativa rispettivamente del Reparto giudiziario 2 e del IV° Reparto di Gendarmeria del Locarnese, in quanto vengono sostituiti il maggiore Marco Zambetti, nominato Capo Gendarmeria dal 1° gennaio, e il capitano Pierluigi Vaerini al beneficio della pensione dal 1° febbraio. In previsione della messa in esercizio del nuovo centro di controllo per il traffico pesante di Giornico (CCTP), attualmente in fase di edificazione da parte dell’Ufficio federale delle strade (USTRA), è stata inoltre introdotta la funzione di Ufficiale subalterno, con l’obiettivo di seguire da vicino lo sviluppo di questo importante progetto, così come pianificare tutte le attività atte a renderlo operativo al momento della sua messa in servizio.

Marco Mombelli dirigerà, a partire dal 1° marzo, il Reparto giudiziario 2 con il grado di capitano e subentrerà al maggiore Marco Zambetti, nominato quale Capo Gendarmeria a partire dallo scorso 1° gennaio. Classe 1975, Mombelli è entrato a far parte del Corpo nel 1996. Durante la sua carriera ha lavorato nei ranghi della Gendarmeria per poi passare nel 2002 alla Polizia giudiziaria. Attualmente lavora, con il grado di commissario, quale sostituto caposezione presso la sezione reati contro l’integrità delle persone (RIP), dove vanta un’esperienza di oltre 17 anni. Nella sua nuova funzione sarà chiamato a dirigere il Reparto che comprende i commissariati di Lugano e di Chiasso, la sezione tratta e sfruttamento esseri umani (TESEU) e la sezione reati contro l’integrità delle persone (RIP).

Georges Locatelli dirigerà, sempre dal 1° marzo, il IV° Reparto di Gendarmeria del Locarnese con il grado di capitano e subentrerà al capitano Pierluigi Vaerini che dal 1° febbraio è al beneficio della pensione. Classe 1974, Locatelli è entrato a far parte del Corpo nel 1997. Durante la sua carriera ha lavorato dapprima nei ranghi della Gendarmeria per poi passare alla Polizia giudiziaria nel 2003. Attualmente dirige la sezione TESEU con il grado di commissario capo. Nella sua nuova funzione dirigerà il Reparto che comprende il posto principale di Locarno e i posti secondari di Magadino e Cevio e sarà chiamato ad assicurare la collaborazione operativa in particolare con le polizie comunali dei Poli VI e VII così come con le Guardie di confine.

Luca Ceresetti dirigerà, in qualità di ufficiale subalterno con il grado di tenente, il nuovo Centro di controllo per il traffico pesante di Giornico (CCTP) subordinato al V° Reparto di Gendarmeria stradale. Questa nuova funzione è stata introdotta, in previsione della messa in esercizio del CCTP alla fine del 2022, con l’obiettivo di seguire lo sviluppo del progetto e la formazione degli agenti e degli assistenti di polizia che prenderanno servizio a Giornico. Ceresetti, classe 1975, ha ottenuto un bachelor in scienze politiche e militari presso l’Accademia Militare ETH di Zurigo nel 2003. Dal 2003 al 2007 è stato Ufficiale professionista dell’Esercito ricoprendo diverse funzioni. Dal 2007 al 2013 ha svolto la funzione di Comandante del Centro d’intervento del San Gottardo ad Airolo (CIG) e dal 2013 è caposezione sicurezza ed esercizio di infrastrutture di traffico presso un importante studio d’ingegneria del Sopraceneri.

Il Consiglio di Stato coglie l’occasione per ringraziare Pierluigi Vaerini per il lavoro svolto nella sua lunga carriera professionale in seno alla Gendarmeria della Polizia cantonale, così come per formulare i propri auguri a Marco Mombelli, Georges Locatelli e Luca Ceresetti per la sfida che li attende all’interno dell’Amministrazione cantonale.

Giudice straordinario: mandato scaduto a fine gennaio ‘e non prolungato’

Giudice straordinario: mandato scaduto a fine gennaio ‘e non prolungato’

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 18 febbraio 2020 de La Regione

Non sono state violate le prerogative del parlamento, ma è la Legge sull’organizzazione giudiziaria (Log) a prevedere la possibilità di nominare, pro tempore, dei giudici supplenti a tempo pieno straordinari che affiancano i giudici ordinari. Una premessa necessaria per mettere nella giusta luce la diatriba sorta in Gran Consiglio tra il deputato dell’Mps Matteo Pronzini e il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. Il primo ha ricordato che l’autorità di nomina dei magistrati è il Gran Consiglio, mentre il secondo ha ribadito che è la stessa Log, all’articolo 24, a permettere una nomina ‘extra parlamentare’. Solitamente, lo ricordiamo, sono nomine eccezionali tese a evitare l’accumulo di incarti giacenti presso un tribunale. Nel caso sollevato da Pronzini si trattava del Tribunale penale cantonale.
Ma veniamo al caso concreto. Pronzini ha ricordato che la nomina ‘a tempo pieno’ della giudice supplente Manuela Frequin Taminelli era stata fatta in piena estate, con entrata in carica il 1° settembre 2018 sino alla pubblicazione del bando di concorso per il nuovo giudice ordinario del Tribunale penale cantonale, che passerà da quattro a cinque magistrati in seguito al potenziamento deciso da governo e Gran Consiglio. Pubblicazione che è arrivata di recente, il 31 gennaio. Nel frattempo, il 17 gennaio, ha rilevato Gobbi, la Commissione giustizia e diritti, nonostante quanto indicato nel suo rapporto del 2 settembre 2019 – ovverosia che la conclusione del rapporto di lavoro dell’avvocata Frequin Taminelli sarebbe avvenuta al più tardi alla pubblicazione del bando di concorso relativo al nuovo giudice ordinario –, ha chiesto al Consiglio di Stato di prolungare il mandato alla stessa giudice supplente Frequin Taminelli. E questo per evitare una vacanza al Tribunale penale cantonale della durata di alcuni mesi. La Commissione suggeriva di “procedere a conferire un mandato complementare, con scadenza prorogata fino all’entrata in funzione del nuovo giudice o quantomeno alla sua elezione da parte del legislativo”. Richiesta respinta lo scorso 24 gennaio dal Consiglio di Stato. «La scelta di designare la giudice supplente fino alla data di pubblicazione del bando di concorso è stata fin da subito voluta dal Consiglio di Stato e indicata nella decisione di designazione proprio per garantire al parlamento di poter avviare la procedura di concorso in maniera imparziale, indipendente e trasparente», ha affermato Gobbi. Tale decisione – ha continuato il direttore del Dipartimento delle istituzioni – mirava a dare la possibilità «a più candidati di mettersi a disposizione, compresa la giudice designata che in questa fase della procedura sarebbe stata considerata alla stregua degli altri candidati».
Infine anche le forti critiche del Gran Consiglio sulla designazione da parte del governo della giudice supplente ex art. 24 Log confermano la «necessità del rispetto delle tempistiche di designazione dell’avvocata Frequin Taminelli». A questo punto il mandato quale giudice straordinario presso il Tribunale penale cantonale è cessato, «conformemente al testo della risoluzione governativa». La sua elezione da parte del Gran Consiglio quale giudice supplente del Tribunale di appello, attribuita al Tribunale penale cantonale, rimane ovviamente in vigore, ha ricordato Gobbi.
Il consigliere di Stato ha glissato, per evidenti ragioni legate alla separazione dei poteri, sulla domanda posta da Pronzini sulla designazione della giudice Frequin Taminelli a presidente della Corte delle assise criminali in un processo previsto per il 10 febbraio di quest’anno e poi rinviato. «La domanda – ha replicato Norman Gobbi – riguarda questioni che non competono all’autorità politica, né esecutiva né legislativa, riguardando esclusivamente le parti al processo e l’autorità giudiziaria».

Nomine, le spiegazioni di Gobbi

Nomine, le spiegazioni di Gobbi

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 18 febbraio 2020 de La Regione

‘Direttrice aggiunta della Divisione giustizia, abbiamo agito nel rispetto di legge e procedura’.
Il ministro all’Mps: il concorso era stato annullato per assenza di candidati idonei.

Quella nomina «è avvenuta nel rispetto della legge» e la procedura è stata seguita correttamente: parole del capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi.
La nomina è quella di Monica Bucci quale aggiunta della direttrice della Divisione giustizia Frida Andreotti. Una nomina che il Consiglio di Stato ha fatto e divulgato la scorsa settimana, ma che ha innescato ieri mattina, come anticipato dal portale Tio.ch poco prima delle 10.30, un’interpellanza dell’Mps-Pop-Indipendenti con una serie di quesiti al governo sulla scelta e sulla procedura di designazione.
Bucci, alle dipendenze del Cantone dal 2001, lavora oggi alla Sezione risorse umane (Dipartimento finanze ed economia) quale Capo Area della gestione amministrativa. È laureata “in psicologia del lavoro e delle organizzazioni con un diploma di studi superiori in psicologia del lavoro”, ha indicato il Consiglio di Stato nel comunicare l’avvenuta nomina. Prossimamente assumerà, in seno al Dipartimento istituzioni, la funzione di direttrice aggiunta della Divisione della giustizia, affiancando Andreotti: una Divisione che si occupa (anche) dell’organizzazione giudiziaria cantonale.
Cosa c’entra la giustizia con la psicologia del lavoro? Tempestive le risposte alle domande contenute nell’atto parlamentare. Le ha date Gobbi nel pomeriggio in Gran Consiglio. Il concorso per la nomina di direttore/trice aggiunto/a è stato pubblicato il 1° febbraio 2019 e annullato il 9 luglio. Ciò, ha spiegato il consigliere di Stato, «a seguito dell’assenza di candidati ritenuti idonei a ricoprire la funzione». Quanti erano i candidati? «Ventidue, diciotto dei quali con formazione accademica completa in diritto e brevetto di avvocato». Dalla selezione e dagli assessments non sarebbe insomma emerso il profilo giusto. La decisione di annullare un concorso «compete al Consiglio di Stato». Come ha potuto il governo, chiedevano Mps-Pop-Indipendenti, procedere alla nomina di Bucci “in assenza di uno straccio di concorso?”. Gobbi: «In base all’articolo 12 capoverso 4 della Legge sull’ordinamento degli impiegati dello Stato, è data facoltà al Consiglio di Stato di prescindere dalla pubblicazione del concorso e procedere direttamente all’assunzione».
Altro quesito dell’atto parlamentare: “Perché è stata nominata la signora Monica Bucci assolutamente sprovvista dei criteri fondamentali richiesti dal concorso del 1° febbraio 2019? La posizione, aggiunto/a alla direttrice, è infatti esattamente la stessa prevista nel concorso citato”. Gobbi: «La Divisione giustizia conta, oltre all’Ufficio della Direzione, quattro macrosettori: esecuzione e fallimenti, esecuzione pene e misure, registri e l’amministrazione della giustizia. Sono circa settecento le collaboratrici e i collaboratori che vi fanno capo. In particolare va precisato che l’attività giuridica è presente ma non predominante, costanti sono le riorganizzazioni con le quali è confrontata la Divisione e tanti i progetti seguiti: dalla creazione delle Sezioni al progetto di riorganizzazione giudiziaria generale a partire dalle Autorità di protezione, alla Giustizia di pace, al riordino del settore esecuzione pene e misure, alla digitalizzazione della giustizia, la violenza domestica …. Visto che gestione e coordinamento di questi progetti richiedono in particolare competenze organizzative e relazionali, la direttrice della Divisione (Andreotti ndr.) ha mutato le esigenze proprie a tale funzione, propendendo per requisiti non giuridici». Sarà comunque Andreotti a occuparsi dei dossier di carattere giuridico. Il governo «ritiene che l’esperienza maturata nell’Amministrazione cantonale» da Monica Bucci «permetterà il pieno raggiungimento degli obiettivi previsti dalla funzione». Insoddisfatto delle risposte di Gobbi, Matteo Pronzini ha sollecitato la discussione generale. Ma la richiesta del deputato dell’Mps è stata respinta dal Gran Consiglio con 35 no (28 i sì, 11 gli astenuti).

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Nomina discussa

Servizio all’interno dell’edizione di lunedì 17 febbraio 2020 de Il Quotidiano

https://www.rsi.ch/play/tv/il-quotidiano/video/nomina-discussa?id=12749469

 

Colonnina di ricarica per auto elettriche alla Sezione della circolazione

Colonnina di ricarica per auto elettriche alla Sezione della circolazione

Comunicato stampa

Una colonnina con due postazioni per la ricarica di auto elettriche è stata predisposta nel parcheggio che accoglie gli utenti della Sezione della circolazione, uno dei Servizi più sollecitati dell’Amministrazione cantonale con oltre 650 visite giornaliere.

Da alcuni giorni gli utenti con auto elettriche che si recano a Camorino per sbrigare le pratiche alla Sezione della circolazione possono allacciare la loro vettura alla colonnina con due postazioni di ricarica emotì, un marchio creato dalle principali aziende elettriche ticinesi. La colonnina è fruibile tramite una tessera o utilizzando l’apposita App scaricabile dall’App Store o da Google Play.
Si tratta di un gesto simbolico che invita la cittadinanza a una mobilità responsabile in un Cantone altamente motorizzato e che conta 226’020 automobili immatricolate, di cui unicamente 1’136 automobili elettriche (dato riferito al 31.12.2019).
Sui sedimi degli Uffici cantonali sono attualmente in funzione 27 colonnine di ricarica, ma l’unica messa a disposizione dell’utenza è quella appena entrata in funzione a Camorino. Entro fine anno si prevede l’installazione di ulteriori 23 colonnine di ricarica presso gli Uffici cantonali, di cui 4 a beneficio degli Uffici del Dipartimento delle istituzioni.
Si ricorda infine che dal 25 giugno 2019 è possibile presentare la richiesta di incentivo per automobili elettriche e per stazioni di ricarica, immatricolate rispettivamente installate da non più di 30 giorni.

Didascalia: 
Il Consigliere di Stato Norman Gobbi con il Capo sezione Cristiano Canova.

 

 

 

Società bucalettere: “Contro ogni abuso”

Società bucalettere: “Contro ogni abuso”

Tra le misure importanti per mantenere sana la nostra economica e in particolare il mercato del lavoro vi è l’azione che vuole mettere un freno alle cosiddette “società bucalettere”, ossia quelle società che sono attive nella gestione patrimoniale e che non dispongono di uffici, non sono facilmente rintracciabili, ma possano nascondere attività illecite come la truffa o il riciclaggio di denaro e che oggi vengono create anche per ottenere permessi di lavoro o di dimora.
“Spesso sono società che cercano anche di ottenere privilegi e sussidi dallo Stato – afferma il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. Per questo motivo è indispensabile un’azione di controllo a 360 gradi, che coinvolga diversi rami dell’amministrazione cantonale e pure gli uffici dei Comuni, anch’essi chiamati a fare la loro parte”.
Rispondendo di recente a una mozione parlamentare, il Governo ha ricordato quanto si fa in Ticino. Sentiamo ancora il Consigliere di Stato Gobbi: “In primo luogo vi è l’attività dell’Ufficio dei registri di commercio, dove le società devono, appunto, registrarsi. Anche se il Consiglio federale di recente ha deciso che non occorre, per esempio, esigere l’estratto del casellario giudiziale da ogni persona che intende farsi iscrivere nel registro di commercio – misura che nel contesto ticinese ha invece una sua ragion d’essere – oggi gli uffici dei registri collaborano già con le autorità di polizia, fornendo informazioni rilevanti per eventuali inchieste o indagini aperte nei confronti di società registrate o persone a loro collegate. Importante è il lavoro del Ministero pubblico nella lotta contro le società bucalettere. Esso collabora già con diverse autorità amministrative da cui ottiene costantemente segnalazioni e denunce. Vi è inoltre una direttiva specifica tra Ministero e Divisione delle contribuzioni che riguarda la reciproca segnalazione di potenziali reati di natura fiscale. Invece per i reati di natura fallimentare vorrei sottolineare che dall’anno scorso abbiamo introdotto la nuova figura del “perito contabile” presso l’Ufficio dei fallimenti. La sua attività è iniziata nella seconda parte del 2019 e sta già portando frutti. Pure l’Istituto delle assicurazioni sociali (IAS) viene coinvolto, proprio per colpire chi cerca di ottenere sussidi senza averne diritto, tentando di aggirare le leggi. Qui mi riferisco a sussidi nell’ambito della disoccupazione o dell’invalidità. E l’attenzione, affinché non vi siano abusi, viene oggi puntata anche sugli aspetti riguardanti l’ottenimento di permessi di lavoro e/o di dimorai. È una rete importante quella che occorre mette in atto, coinvolgendo anche i Comuni con i loro uffici del controllo abitanti. Il tutto per mantenere un tessuto economico sano, con società e lavoratori “reali” che fanno le loro attività in modo trasparente. Ne va della salute della nostra Piazza economica”, conclude il consigliere di Stato Norman Gobbi.

Cambiare Via sicura?

Cambiare Via sicura?

Puntata di giovedì 13 febbraio 2020 di Falò/RSI

Un flash che ti affibbia l’etichetta di pirata della strada; la fedina sporca senza aver recato danni a terzi. VIA SICURA, per violazioni gravi dei limiti di velocità, prevede almeno dodici mesi di detenzione. Una sanzione ritenuta  sproporzionata da molti soprattutto se paragonata a quelle previste per altri reati. Così adesso il Legislatore vorrebbe cambiare la legge. Ma RoadCross promette battaglia: “Quelle pene così severe permettono di salvare vite umane ogni anno e sono necessarie”.

 

Un medico sotto accusa

Perizie sbrigative e malfatte, tariffe esose imposte per umiliare gli automobilisti come fossero criminali. Si è letto di tutto in questi mesi contro il Medico del traffico, figura di perito introdotta dal pacchetto VIA SICURA e chiamata a verificare l’idoneità alla guida di persone fermate per aduso di alcol e consumo di droga. Un passaparola ostile che è diventato una devastante campagna stampa, soprattutto via social. Falò ha analizzato questa polemica, per capirne i motivi e verificarne le principali accuse, oltre a raccogliere, per la prima volta, le ragioni del medico finito sotto accusa.

https://www.rsi.ch/la1/programmi/informazione/falo/tutti-i-servizi/Un-medico-sotto-accusa-12733368.html

 

 

Bilancio della Piattaforma cantonale di prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento

Bilancio della Piattaforma cantonale di prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento

Comunicato stampa

Dopo un anno di attività, la Piattaforma cantonale di prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento è stata sollecitata in 15 casi che hanno richiesto un’attenta valutazione. Il Dipartimento delle istituzioni traccia un bilancio positivo delle misure attuate dalla Piattaforma di prevenzione e dal portale stopradicalizzazione.ch. Oltre a una gestione confidenziale, mirata e individuale delle situazioni in legame con un processo di radicalizzazione, la Piattaforma cantonale ha avviato un progetto pilota di prevenzione rivolto ai docenti del Centro professionale e tecnico (CPT) di Trevano, con l’obiettivo di estenderlo nel corso di quest’anno ad altri importanti ambiti che si occupano di formazione o che sono in contatto con giovani e persone fragili. Per il 2020, la Piattaforma di prevenzione della radicalizzazione ed estremismo violento ha ricevuto il sostegno della Confederazione nell’ambito del Piano d’azione nazionale (PAN) per prevenire e combattere la radicalizzazione e l’estremismo violento.

La Piattaforma cantonale di prevenzione della radicalizzazione coinvolge tre dipartimenti, DI, DECS e DSS, ed è stata sviluppata con l’obiettivo di prevenire le vulnerabilità che possono spingere una persona a essere attirata da ideologie o movimenti che giustificano una forma di violenza per perseguire i propri fini.
Allo scopo di fornire informazioni specialistiche per rispondere a inquietudini e interrogativi di cittadine e cittadini, ma anche aiutare docenti, funzionari, professionisti interpellati da questioni attinenti alla radicalizzazione a matrice violenta, il Cantone ha aperto nel novembre 2018 il portale stopradicalizzazione.ch (modulo di contatto: stopradicalizzazione@ti.ch) e una permanenza telefonica (+41 79 953 46 82).
È importante ricordare che la Piattaforma è un dispositivo a carattere preventivo composto da figure professionali attive in campo educativo, sociale, giuridico e presso la Magistratura dei minorenni, che collaborano nella gestione confidenziale dei casi di sospetta radicalizzazione e di estremismo e nella promozione di progetti di prevenzione. Tra questi una formazione pilota proposta in collaborazione con il DECS e la Divisione della formazione professionale ai docenti del CPT di Trevano si occupa in particolare della sensibilizzazione e della formazione del personale insegnante e sarà estesa dal 2020-2021 ad altre sedi. Inoltre due pubblicazioni sul tema della radicalizzazione con consigli rivolti alla popolazione e ai genitori, nonché un video, sono consultabili sul sito stopradicalizzazione.ch.
Dal novembre 2018, il portale stopradicalizzazione e la helpline hanno ricevuto 15 segnalazioni, riassunte in 8 situazioni diverse. La maggioranza delle situazioni riguardava il fenomeno dell’estremismo di destra e in alcuni casi erano legate all’islam radicale. Le segnalazioni provengono principalmente da privati.
Nel merito si osserva come questi casi coinvolgano perlopiù giovani adulti e di sesso maschile. Solo in un caso la segnalazione ha costituito un pericolo concreto e seguendo il principio di precauzione ha dovuto essere segnalato alla polizia.
Inoltre, in questo anno di attività, un’intensa rete di contatti con operatori, professionisti, associazioni e istituzioni attive sul territorio è stata intrecciata grazie all’ottima collaborazione interdipartimentale e con la Città di Lugano.
La prevenzione di ogni forma di radicalizzazione politica e religiosa è un obiettivo importante per il Cantone. È indispensabile poter continuare a sviluppare un dispositivo basato sulla prevenzione in ogni ordine, sociale ed educativo, allo scopo di consentire un riconoscimento precoce dei segnali di radicalizzazione prima che la persona possa adottare comportamenti violenti.  

Pretura di Lugano, Sezione 6: nominato il Pretore aggiunto supplente

Pretura di Lugano, Sezione 6: nominato il Pretore aggiunto supplente

Comunicato stampa

Questo pomeriggio l’avv. Gilles Fasola ha dichiarato fedeltà alla Costituzione e alle leggi, assumendo, a partire dal 14 febbraio e sino al 31 maggio 2020, la carica di Pretore aggiunto supplente del Distretto di Lugano, Sezione 6. La cerimonia, svoltasi al Palazzo delle Orsoline a Bellinzona, è stata presieduta dal Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, con la partecipazione della Direttrice della Divisione della giustizia, Frida Andreotti, del Cancelliere, Arnoldo Coduri, del Presidente del Consiglio della magistratura Werner Walser, della Pretore Sara Cimarolli, della Cancelliera del Tribunale d’appello, Claudia Petralli e del Giudice della prima Camera civile del Tribunale d’appello, Luca Grisanti.

La nomina da parte del Consiglio di Stato del Pretore aggiunto supplente si è resa necessaria dopo la nomina, avvenuta nel dicembre scorso, della Pretore aggiunto Sara Cimarolli alla funzione di Pretore del Distretto di Lugano, Sezione 6. Tenuto conto della situazione, la Commissione giustizia e diritti del Gran Consiglio ha richiesto la nomina temporanea da parte del Governo di un Pretore aggiunto supplente, in ragione dei tempi lunghi per indire un concorso e per procedere alla nomina da parte del Gran Consiglio di un Pretore aggiunto. Ciò considerando pure l’elezione generale decennale dei Pretori e dei Pretori aggiunti che dovrebbe tenersi nel corso della sessione parlamentare di marzo 2020, con entrata in funzione prevista al 1° giugno 2020.

La Pretore del Distretto di Lugano, Sezione 6, ha individuato il vicecancelliere del Tribunale d’appello, avv. Gilles Fasola, attivo presso la prima Camera civile, quale persona idonea a ricoprire la funzione di Pretore aggiunto supplente fino al 31 maggio 2020. La disponibilità nel segno della collaborazione dimostrata dal Presidente della prima Camera civile del Tribunale d’appello, giudice Giorgio Bernasconi, ha permesso di completare l’organico della Pretura di Lugano, Sezione 6. Nel medesimo tempo, per sopperire alla partenza dell’avv. Fasola dalla prima Camera civile del Tribunale d’appello, è stato riconosciuto un adeguato aumento nella percentuale di lavoro a una vicecancelliera già attiva presso la Camera in questione, così da non vanificare gli importanti sforzi compiuti per ridurre le giacenze di casi.

Con l’entrata in servizio del Pretore aggiunto Gilles Fasola –viene così garantita la funzionalità della Sezione 6 della Pretura luganese.

Il Consiglio di Stato tiene a ringraziare l’avv. Fasola per aver accettato questa sfida professionale e il Tribunale di appello, prima Camera civile, per l’apprezzata disponibilità in favore dell’amministrazione della giustizia.

Nella foto: da sinistra Norman Gobbi e Gilles Fasola.

“Il ruolo di chi governa i Comuni cambierà nei prossimi anni”

“Il ruolo di chi governa i Comuni cambierà nei prossimi anni”

Da www.mattinonline.ch

A Lugano, ma anche altrove, l’allestimento delle liste elettorali è stato caratterizzato da litigi e diatribe in praticamente tutti i partiti, chi più chi meno.

Un altro aspetto critico emerso in queste settimane è stata la difficoltà, e anche qui il problema sembra essere trasversale ai partiti, di reperire persone interessate a candidarsi, tanto che il deputato Massimiliano Robbiani ha recentemente proposto di ridurre il numero di consiglieri comunali quale soluzione al problema.

Questa litigiosità fra i partiti e l’apparente mancanza di interesse della popolazione a impegnarsi in politica sono solo un caso di queste elezioni o sono invece il segno di un malessere più profondo? Ne abbiamo parlato con il Consigliere di Stato Norman Gobbi, a cui abbiamo anche chiesto quale importanza hanno queste elezioni per il canton Ticino, al di là dei temi e delle problematiche che toccano i singoli comuni.

Signor Gobbi, la presentazione delle liste, in diversi comuni, è coincisa con litigi e diatribe attorno ai candidati da presentare alle elezioni comunali. Si tratta di un caso o è invece il segno di un malessere più profondo?
Anch’io ho potuto osservare, da esterno, le discussioni avvenute in alcuni Comuni, Lugano in primis, e all’interno di alcuni partiti al momento della scelta dei candidati. Non so se vi sia stato anche un elemento di spettacolarizzazione da parte dei media su alcune decisioni adottate dalle sezioni di partito. Mi auguro che al di là di questi problemi interni a prevalere vi sia sempre e comunque il bene per il Comune, l’istituzione più vicina e più importante per i cittadini. Comuni che hanno bisogno gente motivata, responsabile e cosciente del ruolo che avrà nei cambiamenti da apportare per il buon funzionamento degli enti locali.

Difficoltà a trovare persone disposte a candidarsi: una situazione che viviamo ormai da alcuni quadrienni in una forma più o meno marcata, in questo e quel partito. Teme per il futuro democratico dei Comuni?
Per il momento sono ancora positivo sul futuro dei Comuni e sulla possibilità di trovare sempre gente motivata a portarne avanti le sorti. Dico questo pensando che in lista per i Municipi e per i Consigli comunali ci sono globalmente ancora migliaia di persone. In Ticino il ruolo di chi governa i Comuni andrà mutando nei prossimi anni, tenuto conto delle riforme che si stanno portando avanti. L’obiettivo è di rendere sempre più centrale il Comune. Se ciò avverrà, anche l’interesse di persone con capacità e visioni a favore dei cittadini dovrebbe necessariamente crescere.

Queste elezioni che importanza rivestono per il Ticino e in particolare per i rapporti tra Comuni e Cantone?
Come detto nella precedente risposta, siamo in una fase di revisione dei compiti tra Cantone e Comuni, nonché di un nuovo assetto funzionale del Comune stesso. I futuri politici chiamati a guidare i Comuni dovranno continuare questo dialogo – che personalmente vorrei sempre più intenso e sempre più costruttivo – con il Cantone, sempre con l’obiettivo di migliorare i servizi e le risposte ai bisogni di tutti i cittadini. Per questo sono elezioni molto importanti, come tutte le elezioni, per il futuro del nostro Cantone.

E per la Lega dei Ticinesi?
Si tratta di un momento privilegiato di confronto con la gente. Il nostro movimento predilige il contatto diretto, soluzioni concrete. Operando in un ambito più ristretto come quello comunale spero che si riesca a intercettare le aspirazioni e la fiducia degli elettori. Occorre però darsi da fare, perché niente ci verrà regalato a prescindere…

In molti Comuni la Lega si presenta congiunta con l’UDC: è una conferma di un percorso parallelo – non ugualitario – che io reputo fruttuoso nell’ottica di far crescere le nostre comunità locali e di riflesso anche tutto il Cantone. Lega e UDC hanno valori comuni, ma anche progetti e visioni differenziate. L’unione di queste due forze politiche potrà, come detto, migliorare il benessere dei nostri concittadini.

Decio Cavallini, la missione di un capo

Decio Cavallini, la missione di un capo

Intervista all’interno dell’edizione di giovedì 13 febbraio 2020 de La Regione

Alla testa dei Reparti speciali, dello Stato Maggiore, della Gendarmeria. Per Decio Cavallini è arrivata la pensione. “La Polizia cantonale è stata per me una ragione di vita”.
«In dicembre ho fatto il giro dei posti di polizia per salutare i miei collaboratori. Ho incontrato tanta gente, stretto parecchie mani, ho guardato negli occhi molte persone… alcuni colleghi si sono messi a piangere… non avrei mai immaginato… e allora mi sono detto… ‘ho fatto il mio dovere… missione compiuta’». L’emozione ha il sopravvento, anche in chi non te lo aspetti. Perché Decio Cavallini è uno tutto d’un pezzo. Un decisionista, lo definiscono. Di certo, un’istituzione nell’istituzione, la Polizia cantonale. Che ha servito per trentacinque anni. «Ho servito soprattutto i cittadini, contribuendo a garantire la loro sicurezza», puntualizza. Ha lavorato sotto sei comandanti: Giorgio Lepri, Mauro Dell’Ambrogio, Saverio Wermelinger, Franco Ballabio, Romano Piazzini e Matteo Cocchi. Dal 2007 al 2019 è stato, con il grado di tenente colonnello, a capo della Gendarmeria (ora guidata dal maggiore Marco Zambetti), l’unità della Cantonale cui competono il primo intervento e il mantenimento dell’ordine pubblico. Bellinzonese, sessantacinque primavere il prossimo 6 giugno, Cavallini è in pensione dalla fine dello scorso anno. «Se fosse stato possibile, sarei rimasto in polizia per altri cinque anni – dichiara alla ‘Regione’–. Ho la fortuna di essere ancora in salute. Mi alzo la mattina con la voglia di indossare la divisa. Ma ho fatto il mio tempo ed è giusto che mi faccia da parte. Per me servire lo Stato è stata una ragione di vita, non esagero. E ho affrontato tutte le sfide professionali nella Cantonale con dedizione, senza badare a feste e orari».

E le sfide sono state tante.
Direi proprio di sì. Sono entrato in polizia il 1° dicembre 1984. Lavoravo come elettrotecnico e a un certo punto decisi di cambiare mestiere. Volevo diventare istruttore militare, ma all’epoca vi era il blocco del personale in seno alla Confederazione. Partecipai quindi a un concorso per ufficiale della Polizia cantonale, destinato ai Reparti speciali. Venni assunto. Sono rimasto nei Reparti speciali, in veste di ufficiale aggiunto responsabile, fino al 2003, dirigendo, tra il 1999 e il 2001, anche la Gendarmeria del Sopraceneri. Nei primi anni della mia carriera il caso Baragiola, al quale ho lavorato anch’io, mi ha permesso di allacciare importanti contatti con i colleghi italiani dell’anti-terrorismo e dunque di crescere professionalmente. Sono stato poi capo dello Stato maggiore, occupandomi fra l’altro della pianificazione e della condotta delle operazioni. Sempre quale responsabile dello Stato maggiore ho pure diretto la Scuola di polizia, riorganizzando la formazione in vista dell’introduzione del certificato federale. Nel 2007 sono stato nominato alla testa di tutta la Gendarmeria. Nel 2011 e per alcuni mesi ho svolto, con il collega Flavio Varini, la funzione di comandante della Polizia cantonale, dopo le dimissioni di Piazzini e nell’attesa della designazione del suo successore.

Decio Cavallini, com’è cambiata la criminalità nei trentacinque anni che ha trascorso nella Cantonale?
Quella violenta è diminuita. Ho cominciato a lavorare in polizia quando in Ticino si facevano molte rapine a mano armata, talvolta con sequestro di persone, e si sparava. Sparavano i delinquenti, sparavamo noi. Gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso sono stati molto problematici dal punto di vista della sicurezza. C’erano le bande dei torinesi e dei bergamaschi. Gente pronta a tutto. Come quella volta a Locarno durante la rapina a una gioielleria: un malvivente non esitò a sparare contro un gendarme, ferendolo gravemente, che era riuscito a penetrare nel locale. Di rapine ne abbiamo anche oggi, ma non c’è paragone, per quantità e qualità dei colpi, con quanto avveniva quarant’anni fa. Se pensiamo anche ai furti, la situazione è notevolmente migliorata e per un insieme di fattori: la maggior presenza della polizia sul territorio, le sue campagne di sensibilizzazione, l’aumento dei controlli, una popolazione più attenta, le case più sicure. Tutto questo ovviamente è il frutto di una costante attività di prevenzione e repressione da parte delle forze dell’ordine. Le antenne sono, devono essere, sempre alzate.

Si pensi del resto a un fenomeno degli ultimi tempi: gli assalti con esplosivo ai bancomat.
In questo caso abbiamo a che fare con bande criminali internazionali, che agiscono dove sanno di poter racimolare un bottino consistente. Ora, a differenza di quelli in funzione in altri Paesi, i nostri bancomat mettono a disposizione parecchia liquidità. Col tempo però la gente pagherà sempre di più con la carta o con gli smartphone. Grazie alla sua notevole capacità di adattamento, la criminalità troverà nuovi sistemi per fare soldi. E a quel punto sarà fondamentale per le forze di polizia individuare tempestivamente sul piano investigativo le necessarie contromisure. Una sfida non da poco. Ma oggi intravedo altre emergenze, altre priorità.

Quali?
La criminalità finanziaria e gli stupefacenti: due ambiti che giustificano ampiamente un potenziamento, urgente, della Procura e mi auguro che la politica si muova di conseguenza. Un’altra emergenza è il traffico veicolare. Abbiamo sì meno incidenti, meno morti e feriti di un tempo. Ma in Ticino strade e autostrada sono sempre più intasate. Il che si traduce in un accresciuto impiego di mezzi e agenti di polizia per cercare di rendere scorrevole la circolazione. Mi preoccupano inoltre le infiltrazioni mafiose.

Al riguardo il Consiglio federale ha varato un piano nazionale contro la criminalità organizzata. Non arriva forse in ritardo?
L’importante è che questo piano sia arrivato e che al suo allestimento abbia collaborato, con la Polizia federale, la Polizia cantonale ticinese. A quest’ultima l’esperienza non manca sicuramente. Cito per esempio le inchieste Grave e Igres nonché gli arresti in Ticino di latitanti con ruoli di primo piano in organizzazioni criminali italiane di stampo mafioso. Erano gli anni Novanta. In seguito la competenza del perseguimento del reato di organizzazione criminale è passata agli organi inquirenti federali. Attualmente la ’ndrangheta è l’associazione mafiosa più potente a livello internazionale. In Ticino, e non solo qui, agisce nell’ombra. Per ora non spara, per non destare allarme sociale e innescare la dura reazione dello Stato. Continua così a riciclare e a trafficare in armi e droga. È però questo agire in maniera silenziosa che rende la mafia in generale particolarmente pericolosa, potendo insinuarsi fra l’altro nei settori dell’economia legale compromettendone i meccanismi, a danno di tutta la collettività. Occorre allora che anche i cittadini e chi opera nell’economia legale segnalino per tempo alle forze dell’ordine situazioni anomale, sospette. Poi però bisogna indagare, approfondire. E le inchieste penali le fanno investigatori e magistrati, dunque persone.

Si spieghi meglio.
Per contrastare il crimine organizzato non sono sufficienti le sole leggi. Centrali sono coloro chiamati ad applicarle. E l’ho capito molto bene quando ho avuto la fortuna di conoscere Falcone, Caselli e altri magistrati italiani, dovendomi occupare, quale responsabile del competente servizio della Polizia cantonale, anche della sicurezza di giudici e capi di Stato stranieri quando venivano in Ticino. Oggi ho la sensazione che gli inquirenti federali siano un po’ lontani dal territorio e dalle sue dinamiche. È per questo che il ruolo della Polizia cantonale è fondamentale e forse bisognerebbe destinare maggiori risorse al suo nucleo di intelligence.

Poliziotti che indagano e poliziotti indagati. Rispondendo lo scorso ottobre a un’interrogazione parlamentare, il Consiglio di Stato ha scritto che negli ultimi quindici anni ci sono stati 799 agenti imputati (‘sia della Cantonale che delle singole polcomunali’): al 2 ottobre 2019 erano stati emessi dalla Procura 386 non luoghi a procedere, 81 abbandoni, 4 atti d’accusa e 42 decreti d’accusa. Quasi 800 agenti indagati in quindici anni: troppi?
Da un profilo puramente statistico no, alla luce dei 15mila interventi in media all’anno per urgenze o operazione di mantenimento dell’ordine, cui si aggiungono le varie inchieste della Polizia giudiziaria. La sola Gendarmeria tratta annualmente 40mila pratiche in generale. Nella formazione degli aspiranti poliziotti si pone l’accento anche sull’etica e la deontologia. La Polizia cantonale è la prima a denunciare all’autorità giudiziaria i comportamenti penalmente rilevanti dei propri collaboratori e ad adottare provvedimenti disciplinari. Di collaboratori la Cantonale ne conta oltre settecento: sarebbe una pia illusione pretendere che tutto funzioni senza inconvenienti. I cittadini chiedono giustamente un comportamento esemplare da parte dei poliziotti. Nessun abuso di autorità. Ma i poliziotti – che spesso devono decidere in una manciata di secondi – chiedono rispetto per il loro lavoro. Da tempo sollecitano un inasprimento delle sanzioni penali per chi usa violenza fisica e verbale nei confronti dei funzionari dello Stato. Essere bersaglio di insulti, sputi o pesanti minacce quando sei chiamato a mantenere l’ordine in un dopo partita non è impresa facile. Mi creda.

‘Mi sono sempre assunto la responsabilità delle mie decisioni’
3 ottobre 1992: un gruppo di detenuti armati evade dal penitenziario cantonale della Stampa. La loro fuga in auto dura poco. Muoiono due reclusi e un agente di custodia complice, raggiunti dai colpi sparati dai reparti speciali della Polizia cantonale appostati ad alcune centinaia di metri dal carcere. A dirigere il dispositivo di agenti c’era lei. Cavallini, cosa ricorda di quella mattina?

Tutto. Avevamo appreso di un’evasione imminente. Ma le indagini non avevano avuto esito. Organizzammo quindi un dispositivo per sorvegliare a distanza il carcere durante le ore notturne. Per un mese circa non accadde nulla. Fino a quel sabato mattina. Eravamo comunque pronti. Giunte le auto con a bordo i detenuti in prossimità del posto di blocco, intimammo l’alt. Ma ingranarono la retromarcia, cercando di investire degli agenti. Avevano granate e altre armi. Aprimmo il fuoco. Ci furono dei morti, ma non potevamo agire diversamente. Quei detenuti erano pericolosi, avevano gravi precedenti. Una delle menti della fuga era un ex terrorista italiano di Prima Linea. Aveva ucciso un anziano passante mentre evadeva da un carcere italiano. Lo arrestammo in Ticino: con altri si stava recando in Svizzera interna per far evadere delle persone.

Per i fatti della Stampa la polizia venne penalmente scagionata nel 1993, nel ’97 arrivò anche l’assoluzione amministrativa. Come visse quei quattro anni?
Una persona mi fu molto vicina in quel periodo: l’allora vicecomandante Ivan Bernasconi. Sì, un periodo difficile per me, ma ero io il responsabile di quell’operazione. E io mi sono sempre assunto la responsabilità delle decisioni che prendevo e che i miei uomini eseguivano. Come per la manifestazione sul ponte-diga di Melide.