«Das darf es in Europa nicht mehr geben»

«Das darf es in Europa nicht mehr geben»

Dal Tages Anzeiger del 12 agosto 2016 | Simonetta Sommaruga zeigt sich betroffen über die Flüchtlingscamps in Como. Alle Dublin-Staaten müssten ihren Teil der Verantwortung übernehmen.

Im Juni waren es mehr als 100 pro Tag, Männer, Frauen, Kinder, die nach einer zum Teil lebensgefährlichen Flucht im Tessin aufgegriffen wurden. Weil sie weder über die nötigen Papiere verfügten noch einen Asylantrag stellten, schickten sie die Grenzwächter umgehend nach Italien zurück. Einige versuchen es immer wieder, verstecken sich in Zügen, die nach Chiasso fahren, nur um wieder erwischt zu werden. Derzeit halten sich rund 350 von ihnen in Como in einem Camp auf, werden am Mittag von Freiwilligen mit Mahlzeiten versorgt und stellen sich auf eine weitere Nacht unter freiem Himmel ein.

«Kein Transitland»

«Es ist schwer erträglich, solche Zustände zu sehen. Das darf es in Europa nicht mehr geben», sagte Justizministerin Simonetta Sommaruga gestern in der Orangerie Elfenau in Bern. Hätte sie dieses herrschaftliche Anwesen für einen Medientermin zur Flüchtlingskrise ausgesucht, hätte man ihr Zynismus vorgeworfen – immerhin empfing die russische Grossfürstin Anna Feodorowna dort vor 200 Jahren die bessere Berner Gesellschaft. Tatsächlich waren Ort und Termin schon lange festgelegt und der Anlass bloss als informeller Austausch mit Bundeshausjournalisten geplant. Doch dann wurde Sommaruga von der Aktualität überrollt.

Der Tessiner Justizminister Norman Gobbi (Lega) forderte gestern im TA, der Bundesrat müsse nun signalisieren, dass Migranten nicht durch die Schweiz nach Nordeuropa reisen dürften. Auch Sommaruga lehnt einen Korridor für legale Durchreisen entschieden ab. «Die Schweiz will kein Transitland werden. Das wäre nicht rechtmässig und gegenüber Deutschland nicht zu rechtfertigen», sagte Sommaruga. Ausserdem pochte Sommaruga auf die Einhaltung der Regeln des Dubliner Übereinkommens. Jeder Asylsuchende müsse in der Schweiz oder einem anderen europäischen Land ein Asylgesuch stellen können. Wo das Verfahren durchgeführt werde, sei aber nicht Sache der Asylbewerber.

Trotz der angespannten Lage vor der Schweizer Grenze: Im Juli wurden weniger Asylgesuche gestellt als im Juli des Vorjahres. Dies geht aus der Asylstatistik hervor, die gestern publiziert wurde. Knapp 2500 Asylgesuche wurden gestellt, 150 mehr als im Vormonat, aber 1400 weniger als im Juli 2015. Das erklärt das Staatssekretariat für Migration (SEM) in erster Linie damit, dass markant weniger Asylbewerber aus Eritrea in die Schweiz kommen. In den ersten sieben Monaten des Jahres sind ungefähr halb so viele Eritreer in Süditalien gelandet wie im Vorjahr. Ausserdem werden laut SEM in Deutschland mehr Eritreer registriert als bisher.

Der starke Rückgang ist allerdings nur eine Momentaufnahme. Seit Jahresbeginn registrierte das SEM total 16 800 Gesuche – 1000 mehr als in derselben Periode des Vorjahres. «Der Grund ist, dass Anfang Jahr die Asylzahlen höher waren als in üblichen Wintermonaten. Wir verzeichneten überdurchschnittlich viele Asylsuchende aus Afghanistan, Syrien und dem Irak, die über die Balkanroute in die Schweiz gelangten», sagt Léa Wertheimer vom SEM.

Folgt man den Erläuterungen der Justizministerin, war der Rückgang im Juli aber kein Zufall. Die Zusammenarbeit mit Italien funktioniere heute besser als bisher. Konkret: Italien registriere heute deutlich mehr Migranten als bis anhin. Diese seien sich immer häufiger bewusst, dass ein Asylgesuch in der Schweiz deshalb aussichtslos sei, sagte Bundesrätin Simonetta Sommaruga. Deshalb würden viele Migranten nicht hierbleiben wollen, sondern nach Deutschland oder Nordeuropa weiterreisen.

Hart ins Gericht ging Sommaruga mit den Dublin-Partnern: «Europa hat nach wie vor keine überzeugende Antwort auf die Herausforderungen in dieser Flüchtlingskrise.» Alle Dublin-Staaten müssten ihren Teil der Verantwortung übernehmen. Es brauche einen allgemeingültigen, dauerhaften Verteilschlüssel, nach dem die Flüchtlinge zugeteilt werden. Nur: «Diese Lösung wird sich höchstwahrscheinlich nicht durchsetzen», sagte Sommaruga.

‘La Svizzera non è un corridoio’

‘La Svizzera non è un corridoio’

Da LaRegione del 12 agosto 2016 | Norman Gobbi attendeva un cenno da Berna, e la consigliera federale Simonetta Sommaruga l’ha dato: «Segnale timido, ma c’è» – Incontro confidenziale con i prefetti di Como e Varese.

Lui, il ministro ticinese Norman Gobbi , si attendeva un cenno da Berna. Lei, la consigliera federale Simonetta Sommaruga , rimasta colpita dalla scena aperta di Como – «è difficile da sopportare» –, lo ha dato. «Simili condizioni in Europa non dovrebbero esistere», ha commentato ieri la ministra di Giustizia e polizia incontrando i media nella capitale. Molti migranti, ha osservato, «non vogliono presentare una domanda d’asilo in Svizzera, ma solo attraversare il Paese per recarsi in altri Stati europei, ma il nostro Paese non vuole diventare una via di transito». Per questioni di sicurezza «dobbiamo poter registrare chiunque entri in Svizzera, specialmente nell’attuale contesto. Dobbiamo sapere chi si trova qui da noi». Era il segnale che si attendeva?, chiediamo al consigliere di Stato. «Lo chiamerei un timido segnale. Che va nella giusta direzione. Ha confermato la realtà. Poteva essere un po’ più esplicita e chiara, anche per giungere ai media a noi vicini. Ciò aiuterebbe a ridurre la pressione alla frontiera. Anche perché – annota Gobbi – se lo dice un leghista è una cosa, se lo dice una consigliera federale, e socialista, ha un altro peso. Del resto, la Svizzera non può diventare un corridoio umanitario, perché non ci sarebbe lo sbocco a nord». La questione germanica? «Rispetto all’anno scorso le autorità tedesche hanno cambiato atteggiamento: hanno compreso che aprire le porte senza controllo crea dei problemi. Ricordo – esemplifica Gobbi – come a novembre 2015 ci fosse circa mezzo milione di migranti non registrati e questo ha creato preoccupazione e un rischio latente, che si evidenzia con i singoli casi successi». Per Sommaruga in Europa mancano soluzioni standard da applicare in comune. «Sappiamo che l’Italia non può permettersi gli standard che possono garantire Svizzera o Germania, ha altri problemi da risolvere come Stato-nazione – richiama Gobbi –. Va rilevato piuttosto che da parte anche delle autorità federali si condivide che la Confederazione non può essere e non è un corridoio di transito». Spostandosi di nuovo a sud, l’incontro con i prefetti di Como e Varese – anticipato da ‘laRegione’ di martedì – alfine c’è stato. E giusto mercoledì, quando è stato formalizzato il progetto di aprire a Rancate un centro temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata in Italia (cfr. l’edizione di ieri). Gobbi si appella alla riservatezza. «È stato un incontro amichevole, di scambio reciproco di informazioni su quanto sta avvenendo nei rispettivi territori – si limita a confermarci il direttore del Di –. Io ho presentato il centro. Loro hanno illustrato quanto stanno approntando». Come si pensa di gestire la situazione a Como? «Non posso dirlo».

Rancate, chiesta ‘chiarezza’

All’indomani della conferma che il centro si farà, tre granconsiglieri pipidini – Maurizio Agustoni , Giorgio Fonio eLuca Pagani – hanno inoltrato un’interrogazione al Consiglio di Stato. “La maggior parte dei gruppi politici di Mendrisio ha accolto positivamente questa iniziativa – scrivono –, sottolineando in particolare il senso di responsabilità nei confronti di un’emergenza umanitaria sempre più drammatica”. La “disponibilità all’accoglienza è però legata alla piena trasparenza sulle condizioni in cui lo Stato garantisce il rispetto degli impegni umanitari”. Anche per questo motivo i tre deputati hanno deciso di chiedere “chiarezza sul futuro”, in considerazione del fatto che risulta essere “fondamentale che la popolazione di Mendrisio e del Mendrisiotto possa disporre in modo completo ed esaustivo delle informazioni riguardanti l’effettiva situazione nella regione”. Viene chiesto al Cantone quali saranno precisamente le funzioni della struttura, chi ha assunto l’iniziativa e chi si occuperà di gestione e sicurezza. Inoltre, Agustoni, Fonio e Pagani chiedono quante saranno le persone ospitate e per quanto tempo. Si domanda infine se il governo abbia considerato altre opzioni e quale prassi viene seguita quando si presentano migranti che intendono chiedere asilo, soprattutto se minori non accompagnati.

È lo ‘stato di necessità’

È lo ‘stato di necessità’

Da La Regione dell’11 agosto 2016 | Il Cantone ha decretato lo stato di necessità per il Mendrisiotto: snellite le procedure per creare un unico centro di accoglienza temporaneo a Rancate, che sostituirà tre impianti di Pci – Norman Gobbi: «Occorre abbassare i toni».

Il Mendrisiotto da ieri è in ‘stato di necessità’. Davanti a una situazione straordinaria il governo cantonale ha reagito con strumenti eccezionali. Il capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi rimette, però, subito il campanile al centro del villaggio. «Per la vita dei momò non cambia nulla. Non significa che c’è una emergenza o una crisi – rassicura il ministro parlando a nome del Consiglio di Stato. E spiega –: Ciò ci permette di attivare entro l’inizio di settembre un centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata in Italia, seguendo una procedura più snella e contenendo altresì i costi di allestimento». La struttura si sostituirà alle tre sedi di Protezione civile (Pci) di Chiasso, Vacallo e Coldrerio – Castel San Pietro è di riserva – che oggi accolgono le persone in attesa di essere riconsegnate alle autorità d’Oltrefrontiera. I posti a disposizione (150) non aumenteranno: «Non si creeranno un ‘Chiasso 2’ o un ‘Losone 2’». A cambiare sarà solo la loro ubicazione, sotto uno stesso tetto e lontano da «zone sensibili». Ovvero distanziati da centri abitati, scuole, case per anziani. Anche se, ammette lo stesso Gobbi, «sin qui nella gestione degli impianti non si sono registrati problemi di sorta». Nello stabile in via alla Rossa, nella zona industriale di Rancate, i migranti trascorreranno la notte che precede il loro rientro in Italia. Tutto sarà pronto per la fine del mese: gli Enti regionali di Pci provvederanno ad allestirlo sotto la supervisione del Cantone, che tramite la Polizia cantonale assicurerà la sicurezza esterna (all’interno sarà presente un servizio privato). Quanto alla Confederazione? Darà una mano nella gestione e nella copertura delle spese. Sulla ripartizione dei costi il consigliere Gobbi preferisce non sbilanciarsi, ma potrebbe avvicinarsi al 50%.

Nodo le entrate illegali

D’altro canto, davanti al numero delle entrate illegali – «fortemente aumentate nelle ultime sei settimane», ricorda il ministro – non si poteva restare a guadare. Non quando lo straordinario (come l’uso delle Pci) diventa la quotidianità e nel primo scorcio del mese si oltrepassa il totale dei soggiorni illegali di tutto l’agosto 2015. La misura attuata, in effetti, intende dare una mano pure a chi opera al fronte, a cominciare dalle Guardie di confine, che rischiano di dover distogliere l’attenzione da altre priorità (dal contrabbando alla criminalità transfrontaliera). Di fatto, annota ancora Gobbi, tra giugno e luglio gli sbarchi sulle coste dell’Italia del Sud non sono cresciuti. A salire è stata semmai la pressione alla nostra frontiera, bloccate le vie del Brennero e della Carinzia. «Questa è stata percepita come l’unica porta aperta verso il nord». I migranti, conferma, vi arrivano, per lo più, senza far capo ai passatori – molti sono senza un soldo –; in alcuni casi cercano un passaggio lungo la frontiera verde. Ma per i cittadini stranieri provenienti da Paesi extraeuropei, senza documenti e un visto Schengen o già registrati Oltreconfine, il viaggio finisce qui, o all’ombra della stazione San Giovanni a Como. «Chiariamo – sgombra il campo Gobbi –: agiamo nella legalità con le riammissioni semplificate, constatato che sono giunti dall’Italia. La Svizzera non viene meno al suo ruolo umanitario. Lo si vede dalle richieste d’asilo, raddoppiate in giugno e luglio rispetto all’anno scorso». Come dire che le leggi vengono applicate. A impensierire il Cantone, fa capire Gobbi, è altro. C’è apprensione per la situazione al di là del valico: «La problematica italiana, non facile e che comprendiamo, tocca anche noi». Come sono i rapporti con le autorità? «La collaborazione – ci risponde il ministro – non ha mai funzionato bene come oggi. Potrebbe capitare una corrente d’aria e che si cambi atteggiamento». Sulle riammissioni? «Rispetto ad anni passati in cui la situazione era anche molto difficile, ora si dimostra una grande disponibilità; si lavora 7 giorni su 7. E con i prefetti di Como e Varese ci sono contatti di amicizia». Diverso il clima politico interno. «Ci preoccupano certe posizioni contrapposte: penso ai vandalismi di oggi (ieri per chi legge, ndr) a una ditta di trasporti– precisa il direttore del Di –. Bisogna abbassare i toni; e lo dico anche ai miei».

LA CITTÀ – ‘Prevalso il senso di responsabilità’

Da subito l’autorità comunale di Mendrisio non si è tirata indietro. Ora, però, davanti alle garanzie consegnate dal Cantone, la Città è pronta a sottoscrivere la sua disponibilità ad accogliere a Rancate il centro temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata in Italia. Non a caso ieri pomeriggio alla Protezione civile a Rivera, al tavolo con il ministro Gobbi e lo Sato maggiore cantonale immigrazione, presente il presidente del governo Paolo Beltraminelli, c’era l’esecutivo in corpore. «Il Municipio – ribadisce il sindaco Carlo Croci – condivide l’impostazione del Consiglio di Stato, volta a dare delle risposte e sicurezza ai cittadini di tutto il Mendrisiotto». Perché non è unicamente una questione del capoluogo. «Il tema della migrazione illegale nel distretto va affrontato e gestito, e non solo a parole, ma con fatti concreti», rilancia Croci. L’organizzazione oggi in atto convince. Ma con l’apertura delle scuole, a fine agosto, si potevano acuire certe sensibilità, si fa capire. La soluzione di Rancate, in zona alla Rossa, «è fuori dalla possibilità di entrare in contatto con le popolazioni, di Rancate e al contempo di Riva San Vitale, più vicina», illustra il sindaco. «Si tratta di una logistica chiusa. Da come ci è stato spiegato le persone saranno quasi in stato di detenzione. Abbiamo, in effetti, chiesto rassicurazioni anche sulla condizione umanitaria del centro». E ora l’autorità attende solo di veder definiti i dettagli dell’operazione, condotta, peraltro, fa notare il vicesindaco Samuel Maffi , con trasparenza. «I contatti con il Cantone sono stati immediati. E fin dal primo sopralluogo abbiamo domandato assicurazioni minime, quanto a sicurezza interna ed esterna e alla Legge edilizia e quanto alla temporaneità della struttura». Richieste soddisfatte e sfociate poi nel preavviso favorevole del Municipio. «Per finire – annota ancora Maffi – ha prevalso il senso di responsabilità verso la cittadinanza di Mendrisio e del Mendrisiotto». Regione con la quale Palazzo delle Orsoline ha tenuto aperto un canale di comunicazione. A cominciare dai Comuni (ieri a Rivera era presente la capodicastero Sicurezza pubblica di Chiasso Sonia Colombo-Regazzoni) sede degli impianti di Pci in prima linea.

Una frontiera sotto i riflettori

Sulla realtà dei migranti alla frontiera meridionale della Svizzera si sono accesi i riflettori anche della stampa d’Oltregottardo. Ieri sia sul ‘Tages Anzeiger’ che sulla ‘Nzz’ si parlava dell’accampamento cresciuto all’ombra della stazione di Como e di quanto si sta vivendo lungo il confine. I numeri delle persone fermate e riconsegnate alle autorità italiane nelle ultime settimane, del resto, parlano da soli. Tant’è che pure nel mondo politico, cantonale e no, si è alzata l’attenzione per quella che viene percepita come una emergenza umanitaria. Sempre dal ‘Tagi’ si apprende che il consigliere di Sato Manuele Bertoli, il presidente del Ps Igor Righini, il capogruppo socialista in Gran Consiglio Ivo Durisch e altri esponenti, martedì, hanno voluto vedere da vicino il campo profughi improvvisato a San Giovanni e nei giardini sottostanti. Luoghi scenario di una situazione che preoccupa, peraltro, Anja Klug, direttrice dell’Ufficio dell’Alto commissariato per i rifugiati in Svizzera, intervistata dal ‘Tagi’ e convinta che quanto si sta consumando a Como non possa essere lasciato unicamente all’iniziativa di volontari. Serve, insomma, un centro di accoglienza ufficiale in grado di assicurare un’assistenza adeguata a quanti fuggono da guerre e disperazione. Per gestire la presenza dei migranti, circa 500, alla stazione, oltreconfine si stanno trasferendo gli adulti verso l’Italia del Sud su degli autobus. Una prassi a cui ha assistito pure Lisa Bosia Mirra, presidente di Firdaus. Si stima che siano stati almeno 250 i migranti spostati a Bari, Taranto e in Sicilia. Si ipotizza altresì che chi viene respinto a Chiasso possa cercare accoglienza a Milano, in affanno.

Da Locarno al confine di Chiasso

Da Locarno al confine di Chiasso

Editoriale di Bruno Costantini, dal CdT dell’11 agosto 2016 | «Anche se le responsabilità stanno altrove, non possiamo fare finta di nulla: non dovremo essere ingenui e dovremo vigilare affinché la Confederazione non faccia con il Ticino ciò che l’Unione europea fa con l’Italia».

Nella mondanità nostrana li si trovano ovunque, belli, lisciati, con il bicchiere e il piatto in mano, quell’aria glamour da provincia soddisfatta (nonostante i continui lamenti contro quelli che ci ruberebbero il pane), il tocco sciallo-casual, lo sguardo apparentemente vispo, a volte svaporato tra le bollicine dell’ultimo brut. Ma sono trendy, nel luogo giusto al momento giusto. Sono lì, piacciono alla gente che piace. Sono loro, sono ovunque: sono i politici. Il Festival internazionale del film di Locarno, con i suoi diversi ricevimenti, i suoi luoghi di socializzazione spontanea da dove spedire tweet e selfie, il suo red carpet in piazza Grande, è una passerella imperdibile in questi giorni. La gente del Pardo ha tutto l’interesse a ingraziarsi la gente del Palazzo; la gente del Palazzo ha tutte le ragioni per andare a vedere come la gente del Pardo, pur con piena autonomia artistica, spende il denaro pubblico. E ci sta: l’unicità e l’internazionalità di Locarno, al di là dei riti scontati e consumati che fanno parte del copione qui come in qualsiasi altro Paese, hanno oggi finalmente archiviato l’annoso e noioso dibattito sui rapporti tra la rassegna e il suo territorio, anche quando, come successo nelle scorse edizioni, s’è scatenata qualche polemica. Tutti, o quasi, sono presenti. Chi non lo è, avrà sicuramente giustificati motivi: sarà su spiagge esotiche a leggere un buon libro (preferibilmente un saggio sul tramonto dell’Occidente), o in cima a una vetta per rovistare nell’intimo di se stesso (cioè in quello che la saggezza popolare definisce «spazzacà in disurdin»), o in viaggio culturale per il mondo alla scoperta dell’altro, che poi basterebbe andare a Ponte Chiasso, nemmeno a Como, per farsene un’idea. Qualcuno l’ha fatto. E infatti, l’evoluzione di quanto sta avvenendo alla frontiera, con la pressione di centinaia di migranti provenienti dall’Italia, impegna anche la politica in trasferta al Festival. Alla vigilia della decisione per il centro unico di Rancate, sul red carpet incontriamo il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, pensieroso sulle garanzie, anche finanziarie, attese da una Confederazione non sempre in chiaro sulla reale portata di quanto succede al confine sud del Paese e sui compiti che il Ticino svolge a beneficio dell’intera Svizzera, come dimostrano i numeri crescenti sui respingimenti forniti dalle Guardie di confine. Ieri la decisione ufficiale è stata comunicata dal Consiglio di Stato.

Tanto per evitare equivoci, a Rancate non ci sarà un centro per richiedenti l’asilo, ma un centro unico (anziché gli attuali tre, più uno di riserva, nelle sedi della Protezione civile) per accogliere temporaneamente (una notte) i migranti che non intendono chiedere l’asilo in Svizzera, ma che vogliono raggiungere il nord Europa, e che pertanto devono essere riammessi in Italia con procedura semplificata. È difficile immaginare come una simile struttura chiusa, che rimarrà attiva soltanto sino a quando il fenomeno si sarà esaurito, possa rappresentare una minaccia per la popolazione. Il surreale polverone sollevato dal gruppo Lega-UDC-Indipendenti di Mendrisio è uno psicodramma pretestuoso, un modo come un altro per segnare il proprio territorio elettorale locale anche a costo di smentire il proprio consigliere di Stato, certamente non sospettabile di essere uno «spalancatore di frontiere», in un gioco delle parti ben conosciuto tra leghisti, ma poco utile per trovare soluzioni razionali e coerenti. Il buonismo e l’esibizionismo parolaio politicamente corretti non risolvono ma nascondono i problemi; le polemiche artificiose, invece, offuscano le menti (magari già un po’ labili, su un fronte e sull’altro) e creano un clima che fa perdere di vista la realtà. Una realtà che il direttore del Dipartimento delle istituzioni, che ha invitato anche i suoi colleghi di partito ad abbassare i toni, e il Municipio di Mendrisio hanno deciso di affrontare con pragmatismo, di fronte a una situazione straordinaria che non può essere ignorata dal lato della gestione del flusso di persone che cercano di varcare la frontiera e da quello umanitario. A Como, provenienti dallo snodo centrale di Milano, arrivano famiglie, molti giovani, mamme con bambini piccoli, che fatichiamo a identificare tutti come sfaccendati, un po’ delinquenti, in viaggio di piacere. D’altra parte, la solidarietà transfrontaliera dal Ticino verso queste persone si è già attivata sul terreno, in particolare dopo l’appello dell’arciprete di Chiasso don Gianfranco Feliciani, le cui parole possono piacere o non piacere, ma hanno sempre il pregio di essere conseguenti nei fatti.

Certo, il problema riguarda l’Italia, lasciata sola da un’Unione europea la cui politica in materia di migrazioni rivela il suo totale fallimento (con l’ipoteca dei tre milioni di profughi che la Turchia minaccia di espellere se saltassero i suoi accordi con Bruxelles). Sconcerta, poi, la proposta di quel consigliere regionale lombardo del PD che, non si sa se per ignoranza o per furbesco scaricabarile, ha chiesto alla Svizzera di aprire un corridoio umanitario verso il nord Europa: una vera assurdità considerato che la Germania respinge i migranti illegali che si ritroverebbero così sul nostro territorio in un «cul de sac», come ha opportunamente commentato Gobbi.

In questo contesto, anche se le responsabilità stanno altrove, non possiamo fare finta di nulla. Non dovremo essere ingenui e dovremo vigilare affinché la Confederazione non faccia con il Ticino ciò che l’Unione europea fa con l’Italia. Il rispetto delle nostre leggi, la garanzia dell’ordine e della sicurezza per la nostra popolazione, sono valori sui quali non si può transigere, tuttavia nulla hanno a che vedere con la volontà di trovare la soluzione per gestire nel miglior modo possibile le conseguenze, su terra elvetica, di un problema anche umanitario che abbiamo a pochi metri da casa nostra. Altre bollicine?

Rancate, sì al centro migranti

Rancate, sì al centro migranti

Da RSI.ch, servizio del Quotidiano e del Telegiornale del 10 agosto 2016 | Saranno ospitati in modalità temporanea nella zona industriale gli stranieri in attesa di riammissione in Italia

Link ai video: http://www.rsi.ch/g/7858016

Il Centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione in Italia con sede a Rancate sarà attivato. Un comunicato stampa del Consiglio di Stato nella serata di mercoledì ha chiarito alcuni particolari di questa decisione, taluni trapelati già nel primo pomeriggio.

La struttura, che sarà operativa dalla fine di agosto, verrà ricavata da un capannone in disuso della zona industriale e sarà gestito completamente dal cantone, cofinanziato dalla Confederazione e soprattutto sarà provvisorio. Tema, quest’ultimo, che ha suscitato notevoli polemiche politiche nei giorni scorsi fino ad una raccolta firme da parte di UDC e Lega dei Ticinesi. Gli ospiti godranno dell’alloggio per una notte ed è per coloro che si trovano in attesa di riammissione semplificata in Italia, che non hanno formulato domanda d’asilo in Svizzera. Al contrario, il centro non supplisce in alcun modo all’accoglienza di richiedenti l’asilo.

“L’apertura della struttura di Rancate, si legge nel comunicato arrivato da Bellinzona, è in grado di rispondere alle attuali esigenze, di agevolare le questioni logistiche, di accelerare i lavori di riammissione, di migliorare la sicurezza, nonché di tenere in considerazione le necessità della popolazione e le richieste delle autorità federali”. La struttura andrà a sostituire e si farà carico dei compiti fino ad ora assunti dalle infrastrutture decentralizzate della Protezione Civile utilizzate nelle scorse settimane, rispettivamente di Chiasso, Vacallo, Coldrerio e Castel San Pietro.

Migranti a partire da fine agosto

Migranti a partire da fine agosto

Dal Corriere del Ticino dell’11 agosto 2016 | Confermato il progetto di centro unico a Rancate: accoglierà per una notte i profughi in attesa del rinvio in Italia – Giunte chiare garanzie su sicurezza e condizioni umanitarie, Norman Gobbi: «Lo facciamo per il Mendrisiotto».

Il centro unico a Rancate per alloggiare i migranti in attesa di essere riammessi in Italia si farà e potrà accogliere fino a 150 persone. A partire da fine agosto – «la struttura sarà agibile al più tardi la sera del 27 agosto» ha garantito il consigliere di Stato Norman Gobbi durante la conferenza stampa organizzata ieri in serata a Chiasso – sostituirà le protezioni civili di Chiasso, Vacallo, Coldrerio e Castel San Pietro utilizzate attualmente e ubicate in zone sensibili dei paesi.

Le conferme sono giunte dopo un summit tra gli attori coinvolti, in particolare Dipartimento delle istituzioni e Municipio di Mendrisio, che si è tenuto ieri pomeriggio nella sede della PCi di Rivera. Incontro seguito da una conferenza stampa.

«Il nuovo centro semplificherà le questioni logistiche, razionalizzerà i costi di gestione, migliorerà la sicurezza e terrà in considerazione le necessità della popolazione e le richieste di Mendrisio» ha spiegato Gobbi. In effetti, sin dal suo primo contatto con il Cantone, l’Esecutivo del capoluogo ha chiesto delle garanzie, prima su tutte la lontananza della struttura dagli abitati e dalle zone sensibili. E di contatti con la popolazione infatti non ce ne saranno. I migranti che alloggeranno per una notte al centro saranno quasi in un regime di detenzione: «Ci saranno un dispositivo di sicurezza interno (garantito da una ditta privata) ed esterno (dala polizia), inoltre l’area sarà videosorvegliata. Capisco i timori, ma dobbiamo un po’ abbassare i toni, lo dico anche ai miei colleghi di partito – ha proseguito Gobbi facendo riferimento alla petizione lanciata nei giorni scorsi nel distretto – . Lo stiamo facendo per il Mendrisiotto».

Da parte del Municipio invece «è prevalso il sentimento di responsabilità nei confronti della popolazione del Mendrisiotto» ha spiegato il vicesindaco Samuel Maffi . «Abbiamo chiesto sin da subito garanzie – ha invece detto il sindaco Carlo Croci – anche umanitarie. Il Municipio a Rivera era presente al completo, questo testimonia l’attenzione che abbiamo riservato al dossier».

Il progetto, economicamente di responsabilità cantonale, sarà parzialmente sostenuto dalla Confederazione, sia per quanto concerne l’investimento, sia per i costi di gestione. Le cifre restano però segrete.

LA SITUAZIONE – «Non c’è emergenza e nemmeno crisi, è stato decretato lo stato di necessità»

«Ad oggi non c’è emergenza, non c’è crisi: c’è invece uno stato di necessità». Durante la conferenza stampa indetta ieri a Chiasso, il consigliere di Stato Norman Gobbi ha tracciato il profilo della situazione attuale relativa ai migranti. Le cifre riguardanti gli sbarchi in Italia non parlano di un aumento importante: la situazione è pressoché uguale allo stesso periodo dello scorso anno. La pressione è però aumentata alla frontiera tra Italia e Svizzera a causa della chiusura dei confini a Mentone e al Brennero. «La Svizzera è percepita come l’unica porta aperta verso il Nord. Nonostante le informazioni circolate finora infatti non è corretto dire che i valichi in Svizzera sono chiusi: di fatto le richieste d’asilo quest’anno sono raddoppiate rispetto al 2015», ha spiegato Gobbi. È così dunque che molti dei flussi migratori si sono fatti strada lungo l’Italia fino ad arrivare a Milano e a Como, nel tentativo di riuscire a passare i valichi con successo. «Il numero di ingressi illegali è aumentato nelle ultime sei settimane – ha detto il consigliere di Stato – lo dimostrano le cifre della Regione IV delle guardie di confine, dove giornalmente si registrano le entrate di cittadini provenienti dall’Africa o dall’Asia sprovviste di un documento di identità valido». Se nel mese di giugno dello scorso anno gli ingressi illegali registrati dalla Regione IV sono stati 1.835, nello stesso mese di quest’anno sono saliti a 3.487, con un un aumento del 90%. La crescita è poi del 274% se si confrontano le cifre del mese di luglio (nel 2015 ci furono 1.679 entrate illegali, nel 2016 se ne sono registrate 6.289). E nei soli primi dieci giorni di agosto quest’anno sono entrate illegalmente in Ticino 2.018 persone, 370 in più rispetto a quelle fermate lo scorso anno in tutto il mese.

«Serve fare chiarezza»

«Finora si è fatta un po’ di confusione tra i concetti di richiedente l’asilo e migrante in attesa di riammissione semplificata», ha puntualizzato Gobbi. I primi infatti non avranno nulla a che vedere con il centro previsto a Rancate (vedi articolo a lato): si tratta di persone che confermano oralmente di voler depositare una richiesta d’asilo. «Non bastano bigliettini redatti a mano. La domanda deve essere formulata verbalmente», ha precisato il direttore del Dipartimento delle istituzioni. In seguito alla registrazione da parte della Segreteria di Stato della migrazione (SEM), i richiedenti l’asilo vengono spostati in strutture federali (come quella di Chiasso o quella di Losone) e in seguito attribuiti ai cantoni secondo una chiave di riparto. «A differenza di queste persone, i migranti in attesa di riammissione semplificata in Italia non chiedono asilo in Svizzera» ha chiarito Gobbi.

Container a Como

Intanto il Ministero dell’interno italiano ha ufficializzato ieri la decisione di inviare a Como container attrezzati, con bagno e posti letto, per la gestione dei migranti. Non si sa ancora quando e dove saranno posizionati, ma è certo che sarà individuato un luogo a ridosso della stazione, e che i tempi non dovrebbero essere lunghissimi. Amnesty International nel frattempo ha chiesto spiegazioni a Berna dopo informazioni secondo cui sono stati respinti dei bambini che volevano raggiungere i propri genitori in Svizzera.

Das Flüchtlingscamp vor Chiassos Toren

Das Flüchtlingscamp vor Chiassos Toren

Dal Neuer Zürcher Zeitung del 10 agosto 2016 | Die Zahl der Gestrandeten an der Grenze zur Schweiz wächst rasch Etwa 500 Migranten biwakieren am Bahnhof der italienischen Grenzstadt Como. Sie alle hoffen auf Weiterreise in die Schweiz.

«Como San Giovanni»: So heisst der erste Bahnhof auf italienischem Boden. Diesen passieren alle Zugreisenden Richtung Süden, wenn sie die Schweizer Grenzstadt Chiasso hinter sich gelassen haben. Der etwas verlotterte Bau dient aber auch immer mehr Flüchtlingen auf ihrem Weg nach Mittel- und Nordeuropa als Zwischenstation.

Dass Migranten in Como landen, ist nichts Aussergewöhnliches – doch heuer campieren sie zuhauf beim Bahnhof, weil ihre Zahl so rasch zunimmt. Vor zwei Wochen waren es noch schätzungsweise 250 Personen, die unter dem Dach des Bahnhofeingangs oder im angrenzenden Park auf Matten die Nacht verbrachten. «Am Montagabend haben wir schon 500 Portionen Abendessen ausgegeben», sagt auf Anfrage Roberto Bernasconi, Diakon des Hilfswerks Caritas Como. Dies sei die einzige Möglichkeit, die Zahl der Flüchtlinge einigermassen zuverlässig festzustellen. Es zeichne sich ab, dass noch mehr Menschen kämen.

 

De facto ein Notstand

Laut Bernasconis Worten schlafen die meisten Migranten unter freiem Himmel. De facto herrsche in Como ein Notstand. Doch Rom wolle keinen ausrufen, solange alles unter Kontrolle sei. Und auch der kürzliche Besuch einer Uno-Flüchtlingsdelegierten habe daran vorerst nichts geändert. Der Diakon sorgt sich, wie lange dies noch gutgehen könne. Er schliesst eine massive Zuspitzung der Lage nicht aus. Auch Comos Stadtpräsident ist beunruhigt: Die Situation könne angesichts der Flüchtlingszahl nicht mehr lange so gehandhabt werden, wird er im «Corriere del Ticino» zitiert. Es fehle mittelfristig an Platz. Man erwäge die Errichtung einer Zeltstadt im Park vor dem Bahnhof.

Die meisten Flüchtlinge wollen weiter nach Chiasso, und zwar mit dem Zug. Aber nicht, um in der Schweiz zu bleiben: Ihr Ziel seien Deutschland, Belgien, Holland oder Skandinavien, sagt Bernasconi. Nach seiner Einschätzung besteht das Flüchtlingscamp am Bahnhof ungefähr zu gleichen Teilen aus Neuankömmlingen – meist aus dem süditalienischen Auffanglager in Taranto – und aus Personen, die von der Schweizer Grenzwacht nach Italien zurückgebracht worden sind. Die italienische Polizei schicke zweimal wöchentlich etwa fünfzig dieser Personen nach Taranto zurück, doch nach zwei Tagen tauchten manche wieder in Como auf, fügt Bernasconi an.

Laut der Eidgenössischen Zollverwaltung sind an der Schweizer Südgrenze in der ersten Augustwoche 1681 Flüchtlinge als rechtswidrige Aufenthalter identifiziert worden. Dabei handelt es sich um Personen, welche die Einreisebedingungen für die Schweiz bzw. den Schengen-Raum nicht erfüllen und auch kein Asyl suchen. Es sind mehr als doppelt so viele wie Ende Mai; zu jenem Zeitpunkt begann die Zahl der Flüchtlinge rasch zuzunehmen. Die hohen Migrationszahlen im Sommer entsprächen den Erwartungen des Grenzwachtkorps, sagt dessen Sprecher David Marquis. Der Grund dafür sei, dass im Sommer wegen der besseren Witterung deutlich mehr Boote mit Flüchtlingen in Italien landeten.

 

Viele versuchen es erneut

1275 Migranten, die in der letzten Woche angehalten worden sind, sind gemäss Abkommen nach Italien zurückgebracht worden – so viele wie noch nie in diesem Jahr. Ende Mai waren es nur 77 Personen gewesen. Und wie viele der Weggewiesenen versuchen nach einer Verschnaufpause in Comos Bahnhof wieder ihr Glück in Chiasso? Laut Marquis gibt es dazu keine Statistik. Aber man stelle fest, dass Migranten wiederholt versuchten, in die Schweiz einzureisen.

Der Tessiner Justiz- und Polizeidirektor Norman Gobbi fordert von Bundesbern, die Grenzwacht mit Militärpolizisten zu unterstützen. Dies, obschon die Grundbedingung von mindestens 10 000 Asylanträgen pro Monat nicht erfüllt ist – er argumentiert mit der Dimension der Migration an der Südgrenze. Weiter solle der Bund international klar signalisieren, dass man keinen humanitären Transitkorridor geöffnet habe. Die falschen Hoffnungen der Migranten müssten zerschlagen werden. Apropos Transit: Wie Diakon Bernasconi vermutet auch Gobbi, dass die meisten Migranten weiter Richtung Norden reisen und die Schweiz nur durchqueren wollen. Gerade darum werde die Mehrzahl der in Chiasso Ankommenden nach Italien zurückgeführt. Das Phänomen des Transits sei neu und müsse näher betrachtet werden.

Migranti a Como, la polemica politica non conosce confini

Migranti a Como, la polemica politica non conosce confini

Da tio.ch, 9 agosto 2016 | Alla richiesta del consigliere regionale PD Luca Gaffuri di fare passare i migranti attraverso un corridoio umanitario risponde Gobbi: «Politica del bla bla, la Germania non lo permetterebbe»

Mentre da Como vi è ancora un nulla di fatto sui provvedimenti da adottare per fronteggiare l’emergenza migranti, a livello politico la polemica non conosce confini. Alla richiesta di un corridoio umanitario espressa alla Rsi dal consigliere regionale lombardo del PD, Luca Gaffuri, per fare in modo che i migranti accampati alla stazione ferroviaria di Como abbiano la possibilità di transitare, attraverso la Svizzera, verso la Germania, il Consigliere di Stato Norman Gobbi, su Facebook, risponde a tono all’esponente politico lariano, accusandolo di fare una «politica fatta di bla bla» che di fatto, vorrebbe «semplicemente scaricare tutto sulle spalle della Svizzera». Una richiesta, infatti, che non sarebbe possibile da accogliere, visto che la «Germania ha allestito a Costanza un centro per il rinvio dei migranti illegali provenienti dalla Svizzera, simile a quello previsto nel Mendrisiotto».

«Quindi – prosegue Gobbi, non un corridoio bensì un “cul de sac” che termina la sua via in Svizzera».

Preferisco la politica dell’azione – «A questo bla bla illusorio della sinistra – conclude il Consigliere di Stato leghista – preferisco la politica dell’azione che garantisce il rispetto dell’ordine e della legge sul nostro territorio, con un rinvio sistematico dei migranti illegali».

«Rafforzati i controlli alla frontiera tedesca»  Intanto in Germania è stato rafforzato il dispositivo di polizia alla frontiera con la Svizzera. In particolare a Weil am Rhein, al confine con Basilea, dove tre settimane fa è stata istituita un’unita di “controllo e sorveglianza mobile” per contrastare il fenomeno dell’immigrazione irregolare.

La legge tedesca – La Costituzione tedesca prevede condizioni molto restrittive per il riconoscimento dello statuto di profugo. Se il richiedente asilo raggiunge uno Stato terzo ritenuto sicuro, per legge la Germania non è tenuta a prendere in esame la domanda di asilo e quindi la sua richiesta non è ritenuta ammissibile. Inoltre, per essere considerato profugo, il richiedente deve dimostrare di essere perseguitato dalle autorità dello Stato da cui proviene a livello individuale. Non basta che il richiedente arrivi da uno Stato in cui vi è una guerra civile in corso.

La Convenzione di Ginevra – Come ha ricordato in un recente seminario l’Ifo, l’Istituto di ricerche economiche tedesco, per bocca del suo ormai ex presidente, Hans Werner Sinn, (è andato in pensione nel marzo di quest’anno a 68 anni per raggiunti limiti di età) la Convenzione di Ginevra sui rifugiati prevede che siano gli Stati confinanti allo Stato in guerra ad ospitare coloro che ricercano protezione. Infatti, secondo la Convenzione di Ginevra, la Germania, (come tutti gli altri Paesi), non avrebbe l’obbligo giuridico di ospitare i richiedenti asilo provenienti da Paesi lontani, in questo caso specifico siriani, afghani o iracheni.

La Convenzione di Dublino – Infine c’è la Convenzione di Dublino. In Germania la legge prevede che «il richiedente asilo che arriva in Germania attraverso Stati terzi sicuri è da espellere». Una formulazione chiaramente restrittiva, ma che il Governo della Cancelliera ha voluto cambiare, con il nuovo corso deciso nell’estate dell’anno scorso per motivi umanitari.

Lo stato di urgenza  – Infatti la legge tedesca sull’asilo prevede un’eccezione che dà la possibilità al Governo di sospendere a titolo eccezionale e provvisorio il regolamento sull’accettazione e il riconoscimento dei profughi. Una sospensione che sta comunque dividendo i giuristi. Infatti c’è chi sostiene che lo “stato d’urgenza” sia da adottare per un breve periodo e non così a lungo come sta facendo in questo ultimo anno il Governo tedesco che, nelle ultime settimane sta conoscendo un calo di popolarità proprio a causa della politica sull’asilo.

Un camp de migrants aux conditions indignes naît aux portes de la Suisse

Un camp de migrants aux conditions indignes naît aux portes de la Suisse

Da Le Temps del 5 agosto 2016 | Des centaines de migrants africains souhaitant rejoindre le nord de l’Europe sont refoulés à la frontière suisse. Devant la gare de Côme, ils patientent dans un camp informel ressemblant à la «jungle de Calais»

En arrivant avec le train de 7h44 à la gare de Como San Giovanni, on aperçoit d’emblée des dizaines de corps enroulés dans des couvertures le long du quai. Dans les WC, ouverts entre 6h et 21h, on assiste à un va-et-vient incessant d’Africains qui viennent y faire leur toilette. Dans le hall, des dizaines d’entre eux font la queue pour une ration de café et de pain offerte par des bénévoles. A l’extérieur, la Croix-Rouge a installé quelques douches et toilettes.

Sans la présence de carabinieri en uniforme et d’hommes d’affaires en tenue impeccable en route pour le bureau, on se croirait presque en Afrique noire. Le parc public devant la station ferroviaire est transformé en camp informel. Des centaines d’Africains – entre 200 et 350 selon les médias italiens et les associations caritatives – y ont élu domicile. Ils sont surtout Erythréens, mais aussi Somaliens, Ethiopiens, Nigérians et Gambiens.
Econduits de Suisse sans pouvoir déposer de demande
La plupart ont été arrêtés à six minutes de train et cinq kilomètres de là, à Chiasso (Tessin), désormais principale porte d’accès pour le nord de l’Europe, et renvoyés en Italie par les gardes-frontière suisses. Selon l’ONG Firdaus, présidée par la députée tessinoise socialiste Lisa Bosia Mirra, certains migrants souhaitant trouver l’asile en Suisse ont été éconduits avant même de pouvoir déposer une demande. Une procédure non conforme au droit international, dénonce la Tessinoise.

Entre les arbres centenaires, on distingue çà et là quelques tentes (pour les chanceux), des vêtements séchant sur des branches et des cordes, des baluchons contenant les biens qui ont survécu au voyage, un landau couvert d’une moustiquaire… Certains dorment, d’autres sont réunis en petits groupes, discutent. D’autres encore fument une cigarette en solitaire ou ramassent les déchets à l’aide d’un sac à ordures.

Ce sont surtout des hommes de moins de 45 ans, mais il y a aussi beaucoup de femmes et d’enfants. Mustafa est assis près de l’unique fontaine du parc, où une mère lave les habits de son enfant. Dans un anglais rudimentaire, l’adolescent de 14 ans confie avoir fui la Somalie, traversé le Sahara à pied et rejoint l’Italie par la Libye dans une embarcation de fortune, laissant ses proches derrière lui.

Il dit avoir une sœur en Suisse qu’il souhaite rejoindre, mais les forces de l’ordre helvétiques ne le laissent pas passer. «Si je ne risquais pas de me faire tuer là-bas, lâche-t-il, mimant un tir à la carabine, je ne serais pas ici.» Ses deux compagnons, des Erythréens à peine plus âgés, veulent gagner l’Allemagne, où ils ont de la famille et espèrent travailler. Eux aussi ont été refoulés et squattent à Côme depuis deux semaines. «It’s difficult.»

Plus de 3500 refoulements en juillet
A côté du parc où campent les migrants, un fourgon et une demi-douzaine de policiers sont stationnés en permanence. «Tout est en ordre, à part la situation humanitaire, évidemment», affirme leur chef. Il y a quelques semaines, des groupes d’extrême droite sont venus semer le trouble au camp et menacer les volontaires. Chez les Italiens, on trouve de tout, observe un bénévole de Caritas. «Il y a ceux qui apportent des couvertures et de la nourriture, et ceux qui profèrent des insultes.»

Chaque jour, des médecins bénévoles apportent leur aide. De nombreux migrants ont déjà été hospitalisés. Pour des problèmes de sous-nutrition, des syndromes de stress post-traumatique, ou encore des maladies de peau. Il y a quinze jours, les autorités italiennes ont vidé le camp, transférant une centaine de personnes à Tarente, dans le sud du pays.

La dernière semaine de juillet, 1349 Africains sans papiers ont été arrêtés à Chiasso; 1102 ont été renvoyés en Italie. Des chiffres en constante augmentation. En tout, ils ont été 5760 à vouloir entrer au Tessin le mois passé; 3518 se sont vu refuser l’entrée. A Bellinzone, Norman Gobbi (Lega), à la tête du Département des institutions, a adopté une politique de tolérance zéro. Qui n’est pas en possession d’un visa valide et ne demande pas l’asile en Suisse n’est pas admis.

«La Suisse ne peut pas devenir un corridor»
«Dans la majorité des cas, ces gens veulent se rendre en Allemagne ou en Europe du Nord; la Suisse ne peut pas devenir un corridor», plaide le conseiller d’Etat, assurant que beaucoup parmi les nouveaux arrivants ne fuient pas la guerre, mais la pauvreté. Il ajoute: «Malheureusement, l’asile n’est pas prévu pour cela.» Des forces de l’ordre de toute la Suisse ont été appelées en renfort à Chiasso pour faire face à la situation et les trains provenant de la Péninsule sont désormais passés au peigne fin.

Die Tessiner Nabelschau

Die Tessiner Nabelschau

Da NZZ del 5 agosto 2016 | Peter Jankovsky: «Dank seiner Lage ist das Tessin zum Brückenbauer zwischen zwei Wirtschafts- und Kulturräumen prädestiniert. Doch immer wieder taucht ein lästiges Hindernis auf: der “Ticinocentrismo”».

Dieser Tage richtet sich die allgemeine Aufmerksamkeit aufs Tessin: Das Filmfestival Locarno läuft auf Hochtouren, und neben aller Internationalität ist es vor allem die Deutschschweiz, die sich hier ein Stelldichein gibt. Ein schönes Beispiel dafür, wie verbindend Kultur sein kann – und für einmal rückt das von den Tessinern ungeliebte Klischee der Sonnenstube in den Hintergrund. Doch was bedeutet der Südkanton dem Rest der Schweiz? Seit dem 9. Februar 2014 scheint den Tessinern selber die Vorstellung zu schmeicheln, Zünglein an der eidgenössischen Waage zu sein. Damals haben sie mit ihrem wuchtigen Ja zur SVP-Einwanderungsinitiative den Ausschlag zu deren knapper Annahme gegeben.

Was geht also südlich des Gotthards vor? Zwei Kontinentalplatten schieben sich hier übereinander – eine physikalische Schnittstelle, die einen dauernden Spannungszustand erzeugt. Und dieses Bild gewinnt angesichts des erstarkenden Kulturtourismus an Anziehungskraft: Das Tessin ist eine Schnittstelle zwischen Nord und Süd, ein Ort, an welchem die Kulturen aufeinanderprallen, sich durchdringen und einen fruchtbaren Dialog des Widerspruchs in Gang bringen können. Das zeigt der Monte Verità in Ascona seit über einem Jahrhundert und das Filmfestival immerhin mit seiner 69. Ausgabe. Schnittstellen dieser spezifischen Art und Dimension gibt es in der Deutschschweiz kaum. So könnte der Südkanton dem Land auf gesellschaftlicher Ebene einige Impulse geben.

Allerdings steht dem oft das typische Tessiner Malaise im Weg. Man fühlt sich von Italien bedrängt und von Bern vernachlässigt. Der Südkanton wird regelmässig zur Schnittstelle negativer Erscheinungen: Von Italien her strömt rund die Hälfte aller Flüchtlinge, welche die Schweiz erreichen, ins Tessin, dreimal startete Rom fiskalische Angriffe auf den Luganer Finanzplatz, während Bern sich lange Zeit auf bessere steuerliche Beziehungen zu Deutschland konzentrierte.

Als grösstes Problem erweisen sich aber die mehr als 60 000 italienischen Grenzgänger. Sie machen etwa einen Viertel aller Erwerbstätigen im Tessin aus. Tagtäglich überqueren die «frontalieri» die Grenze und nehmen angesichts der seit 2008 grassierenden Arbeitslosigkeit in der Lombardei immer schlechtere Lohn- und Arbeitsbedingungen in Kauf. Die Folge: Der Südkanton sieht sich mit Lohndumping konfrontiert, unter dem im Tessin lebende Arbeitnehmer in einem Masse leiden, dass nebst der SVP und der rechtspopulistischen Lega sogar die Grünen und erzlinke Gewerkschaften den Schutz der heimischen Arbeitsplätze fordern.

Personenverkehr provoziert

Gerade in dieser Sache flammt der alte Ärger gegenüber Bundesbern wieder auf: Dessen Argument, Arbeits-Immigranten trügen zum Wohlstand bei, greift im Tessin nicht. Denn in den Südkanton kommen meist nur «Tagesarbeiter» mit niedrigerer Ausbildung; diese zahlen abgesehen von der Quellensteuer keine Abgaben und kurbeln die Tessiner Wirtschaft auch nicht durch Konsum an. Wenn Bern mit der Problemlosigkeit der Personenfreizügigkeit argumentiert, ist dies für den Südkanton ein rotes Tuch. Daher hat die Kantonsregierung den Ex-Staatssekretär und heutigen ETH-Professor Michael Ambühl beauftragt, eine regional- und branchenspezifische Schutzklausel zu erarbeiten. Das Modell sieht keine fixen Höchstzahlen für die Zuwanderung vor, sondern «Messgrössen» wie das Lohnniveau oder die Arbeitslosigkeit.

Die Folge des problematischen Tessiner Arbeitsmarktes ist: Ausgerechnet an einer der exponiertesten Schnittstellen zwischen der EU und der Schweiz wächst die Europa-Feindlichkeit und flammt regelmässig Trotz gegen Bundesbern auf. Dabei wäre das Tessin zum Brückenbauer zwischen zwei wichtigen Wirtschafts- und Kulturräumen prädestiniert, ist doch das an Kulturschätzen überreiche Italien drittwichtigster Handelspartner der Schweiz und die Lombardei eine der wenigen boomenden Industrieregionen Europas.

Angesichts seiner besonderen und dringlichen Probleme neigt das Tessin dazu, sich allzu intensiv mit sich selber zu beschäftigen und sich von der übrigen Schweiz abzukoppeln. Da auch seit der Jahrtausendwende immer weniger italienischsprachige Schweizer in anderen Landesteilen und in der Bundesverwaltung arbeiten, hat sich die typisch tessinerische Form von Nabelschau, der «Ticinocentrismo», verstärkt. Diesen hat der schweizweit wohlbekannte CVP-Ständerat Filippo Lombardi schon vor Jahren beklagt. Sogar die mächtige Sehnsucht nach einem Bundesrat oder einer Bundesrätin italienischer Muttersprache – seit 1999 ist die «Svizzera italiana» nicht mehr in der Landesregierung vertreten – scheint etwas nachzulassen. Selbst die Solidarität mit der «vierten Schweizer Minderheit», nämlich Italienischbünden, wird schwächer. Die kulturelle und wirtschaftliche Schnittstelle Tessin leidet an zunehmender Abschottung und einer Schwächung der eidgenössischen Denkungsart.

Sich an Bern anpassen

Dies erkannte die Tessiner Handelskammer schon vor Jahren und entsandte zwecks Lobbying eine Art Botschafter nach Bern. Bald darauf folgte die Kantonsregierung mit einem eigenen Mann, und auch die Tessiner Bundesparlamentarier legten sich stärker und geeinter ins Zeug. Die Einsicht, dass nur die Bereitschaft zum Zwiegespräch das Tessin weiterbringt – und zwar in Bern selber –, gewann an Boden. Gerade das erfolgreiche und vom schweizerischen Stimmvolk bestätigte Engagement in Sachen Sanierung und verhinderte Schliessung des Gotthard-Strassentunnels führte den Tessinern eines vor Augen: Als konstruktiv argumentierende und vor allem auch agierende Minderheit können sie in Bundesbern viel Gehör finden.

Doch im Tessin herrscht eigentlich ein Wechselspiel von Öffnung und Abschottung. Immer wieder taucht das lästige Hindernis des «Ticinocentrismo» auf. Die Personenfreizügigkeit erweist sich als die grösste Problem-Schnittstelle, weil sie den helvetischen Süden gleich dreifach unter Druck setzt: von Italien her, auf nationaler Ebene und innerkantonal. So ist der Südkanton geradezu gezwungen, sich intensiv mit sich selber zu beschäftigen, womit ein neuerliches Wegdriften von Bern und weitere kantonsinterne Streitereien drohen. Dies, zumal im Herbst eine Initiative der Tessiner SVP zur Abstimmung gelangt, die fordert, bei gleicher Qualifikation konsequent die Inländer zu bevorzugen. Aber gerade deswegen muss das Tessin umso aktiver auf Bundesbern zugehen, welches seinerseits die spezifischen Nöte des Südkantons besonders ernst nehmen muss.

Mit der Ernennung des bisherigen «Tessiner Botschafters» Jörg De Bernardi zum Vizekanzler hat die Landesregierung das richtige Zeichen gesetzt. Und dieser moniert, dass sich der Südkanton an den Rhythmus und die Abläufe Bundesberns anpassen sollte, um möglichst viel zu erreichen. Damit die Tessiner Eigeninitiative nicht erlahmt, braucht es aber nebst De Bernardi weitere Exponenten, die in der Deutschschweiz eine klare und aktive Präsenz markieren. Dies betrifft die Tessiner Bundesparlamentarier und vor allem den christlichdemokratischen Ständerat Lombardi, der wie FDP-Nationalrat und Fraktionschef Ignazio Cassis als möglicher Anwärter auf einen Sitz im Bundesrat gehandelt wird. Es ist auch gut, dass der ehemalige Bundesratskandidat Norman Gobbi in verschiedenen gesamtschweizerischen Gremien sitzt und den Sprung nach Bern versucht hat: Der sich staatsmännisch gebende Lega-Regierungsrat kann durch solcherlei Einbindung das eidgenössische Bewusstsein seiner rechtspopulistischen Partei schärfen – denn just sie befeuerte den «Ticinocentrismo» seit ihrer Gründung vor 25 Jahren nur allzu gerne.

Gelingt es dem Tessin, neue Anknüpfungspunkte in Bern zu schaffen, kann es endlich zu seiner «eidgenössischen» Aufgabe finden: Brücke und Vermittler zwischen zwei kulturellen und wirtschaftlichen Grossräumen sein. Und wenn sich dank mehr «Italofonie» auf Bundesebene die Beziehungen zu Italien merklich aufhellen, steht die Eidgenossenschaft in der EU besser da. Die Schnittstelle im Süden der Schweiz hat also noch viel Potenzial, das brachliegt.