«Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati»

«Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati»

Il comandante della polizia cantonale ticinese, Matteo Cocchi, da novembre 2024 è presidente della Conferenza delle e dei comandanti delle polizie cantonali svizzere (CCPCS). Il 2026, apertosi con il dramma di Crans-Montana, è un anno cruciale per le polizie cantonali: all’orizzonte ci sono infatti il G7 a Évian e la conferenza dell’OSCE a Lugano.

Da quando è entrato in carica, nel novembre del 2024, a oggi, come è cambiata la situazione e la percezione della sicurezza in Svizzera?
«A livello nazionale non c’è stato un cambiamento radicale della situazione di minaccia. Ma ci sono alcuni temi che sono rimasti prioritari: stiamo cercando di trovare la quadratura del cerchio, anche a livello di basi legali, per quanto riguarda lo scambio di informazioni di polizia tra Cantoni. Oggi, io riesco a ricevere informazioni di polizia da 30 Paesi dello spazio Schengen più velocemente che non tra un Cantone e l’altro. Sono ostacoli che non ci permettono di lavorare in maniera ottimale e ci frenano nell’efficacia e nell’efficienza».

Il Consiglio federale a metà febbraio ha finalmente avviato la consultazione per permettere uno scambio di informazioni tra Cantoni tramite la piattaforma di consultazione di polizia POLAP. L’attuazione, però, non è prevista prima del 2029. Tra le criticità, c’è anche la questione della protezione dei dati. È un problema reale?
«Non si tratta di uno scambio automatico. Dietro ogni ricerca c’è un agente di polizia formato e ogni richiesta è monitorata. È importante sottolineare che lo scambio di informazioni non riguarda la piccola bagatella che una persona ha commesso in altri Cantoni. Si tratta di inchieste rilevanti e di gravi reati. Se una squadra di inquirenti ticinesi sta lavorando su un traffico internazionale di stupefacenti, deve essere in grado di sapere rapidamente se la stessa banda di criminali è attiva anche in altri Cantoni. Oppure se una persona che si vuole stabilire in Ticino ha già alle spalle reati violenti, ad esempio legati alla violenza domestica».

Il 2026 si è aperto in modo tragico con il rogo di Crans-Montana che ha provocato 41 morti e 115 feriti. Che ruolo ha svolto la Conferenza nella gestione di questo dramma?
«La Conferenza non gestisce l’aspetto operativo sul terreno. Però dopo gli attacchi terroristici a Parigi nel 2015 abbiamo migliorato il concetto e i piani di reazione, dotandoci dello Stato maggiore di condotta di polizia. Il suo compito è di supportare nella pianificazione chi ne ha bisogno. Il Canton Vallese nella notte di Capodanno ha immediatamente fatto richiesta per avere specialisti DVI (Disaster Victim Identification, ndr) per l’identificazione delle vittime. La mattina del 1. gennaio, dopo essere stato allarmato dalla mia Centrale operativa, alle 06.15 ero al telefono con un collega vallesano allo scopo di capire cosa avremmo potuto fare a loro supporto e per informarlo della nostra ulteriore disponibilità. Nelle prime ore del mattino il personale richiesto a livello svizzero era già in viaggio per Crans-Montana, compresi quattro specialisti ticinesi. Poi, nei giorni seguenti, c’è stata un’ulteriore richiesta di sostegno per l’organizzazione della cerimonia supportata da un importante numero agenti romandi e ticinesi. Oggi posso dire che il sistema ha funzionato e funziona, anche in caso di crisi improvvise».

Ci sono invece situazioni che possono essere anticipate. A metà giugno ci sarà il G7 a Évian, sul Lago Lemano, poi Lugano ospiterà a inizio dicembre la conferenza ministeriale dell’OSCE. Cosa è emerso finora dalla valutazione dei rischi?
«L’analisi dei rischi è costante e può variare in ogni momento. Abbiamo, per quanto riguarda il Ticino, una cellula che si occupa di monitorare la situazione. Ogni Cantone si occupa della sua situazione interna e abbiamo la possibilità di coordinarci a livello nazionale, anche per il tramite dello Stato maggiore nazionale. I Cantoni Ginevra, Vaud e Vallese sono al lavoro per l’organizzazione e la pianificazione relativa al G7, che si tiene in Francia ma che avrà ripercussioni anche in Svizzera. Oggi, più che un attacco diretto, uno degli elementi più problematici riguarda tutto quanto gira attorno al mondo cyber, compresi attacchi ibridi e spionaggio. Non sono da escludere importanti dimostrazioni sul territorio svizzero, come già avvenne nel 2003. L’OSCE, va ricordato, non conta solo membri europei. Ci potrebbero essere anche rappresentanti di Russia, Stati Uniti e Israele. C’è chi potrebbe avere interesse a “rovinare la festa”. L’attenzione sarà più elevata, così come la sicurezza. A seguito dell’impiego relativo al G7 potremo poi tirare ulteriori conseguenze per il dispositivo di Lugano».

Nel 2003 Évian aveva già ospitato il G8 (allora c’era anche la Russia) e si erano verificati pesanti scontri a Ginevra e Losanna. L’Esercito potrà schierare da duemila fino a cinquemila militari in servizio d’appoggio. E la polizia?
«Per questioni tattiche non forniremo cifre, ma ci saranno agenti di polizia da tutta la Svizzera. Ogni concordato di polizia, sulla base di una chiave di riparto, sarà chiamato a contribuire. Il Cantone che fa richiesta, però, dovrà mettere a disposizione il numero più alto di agenti. C’è poi un aspetto da tenere conto: già oggi siamo confrontati con attacchi ibridi. La Confederazione e le grosse imprese sono quasi tutti i giorni vittime di tentativi di attacchi informatici. La situazione è completamente cambiata rispetto ad alcuni anni fa».

Le valutazioni del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) sono cruciali per le forze di polizia cantonali. Eppure, negli ultimi anni i servizi segreti complici le riforme interne e la carenza di risorse – hanno attirato le critiche dei Cantoni. Quali strumenti potrebbero far cambiare marcia a questa collaborazione?
«Non è un mio compito dire come deve lavorare il SIC. I servizi di informazione devono analizzare, anticipare e reagire. In passato, è vero, alcune cose non hanno funzionato, ma dall’arrivo del nuovo direttore (Serge Bavaud, dallo scorso novembre, ndr) ci siamo incontrati più volte e le nostre richieste e osservazioni sono state ben recepite. Il passato è passato, ora stiamo andando nella buona direzione ».

Terrorismo, attacchi ibridi, droni. In una recente intervista alla NZZ, la presidente della Conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, Karin Kayser- Frutschi, ha detto che oggi troppo spesso non è chiaro di chi sia la responsabilità in caso di attacchi. Chi è che può intervenire in modo rapido e soprattutto con strumenti adeguati?
«Quanto sostiene la presidente è vero, in alcuni casi le responsabilità non sono del tutto definite. In altri invece le competenze sono chiare. Nel caso di un attacco di un drone contro una centrale elettrica, la responsabilità è nella prima fase della polizia del Cantone toccato. Poi, una volta che si capisce di quale tipo di attacco si tratta, la competenza può salire al livello superiore. Se c’è l’utilizzo di esplosivo, il caso passa direttamente al Ministero pubblico della Confederazione. Nell’ambito dei droni, però, il campo è molto vasto e lo sviluppo è costante. Lo abbiamo visto con la guerra in Ucraina. Quello che vale oggi, potrebbe non esserlo più domani. L’importante è restare al passo con i tempi con la difesa da questi velivoli, altrimenti si rischia davvero di perdere il treno».

Un altro aspetto che Kayser-Frutschi mette in evidenza è la necessità di specializzarsi. A suo avviso, bisogna abbandonare il modello delle «forze di polizia generaliste ». Nella Svizzera centrale, Nidvaldo si è specializzato nelle operazioni di soccorso in acqua, Obvaldo nel soccorso alpino. Cosa si sta facendo a livello nazionale per aumentare la cooperazione in ambiti specifici?
«Già oggi alcuni Cantoni hanno settori più sviluppati di altri: ad esempio, solo pochi Corpi di polizia hanno tiratori scelti con tutte le competenze. Lo stesso vale per gli artificieri. In caso di indagini particolari che toccano l’utilizzo di esplosivo intervengono gli specialisti della Scientifica di Zurigo. Magari, in futuro, potrebbero esserci centri di competenza nell’ambito di indagini cyber».

In futuro, quindi, ogni Cantone dovrebbe specializzarsi in un ambito diverso?
«Ritengo che lo specialista sia un elemento in più. Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati. Sicuramente ne avremmo bisogno, ma dovranno sempre esserci anche i “generalisti”. Ci saranno sempre incidenti stradali, casi di violenza domestica e furti. Cito questi perché sono i tre elementi di base che vengono testati alla fine dell’iter formativo che porta al brevetto federale di agenti di polizia. A farci crescere sono anche le esercitazioni “multicantonali”, in cui bisogna coordinare le azioni di polizia tra i vari Cantoni. Questo permette anche di seguire standard armonizzati e di avere una formazione di base e continua comune».

Dalla statistica criminale di polizia 2025, pubblicata pochi giorni fa, emerge un aumento del numero dei reati violenti gravi: la violenza domestica e i femminicidi rappresentano un problema. La Conferenza cosa sta facendo per combattere queste forme di reati?
«In questi casi la Conferenza non ha un compito operativo, ma attraverso dei progetti si cerca di creare standard comuni sulla base delle esperienze fatte in altri Cantoni. In Ticino, ad esempio per la gestione delle minacce, è stato creato il Gruppo Prevenzione e Negoziazione, così come il Centro competenza violenza che si occupa anche di violenza domestica. Il nostro Cantone è stato lungimirante anche in altri ambiti: ad esempio per quanto riguarda la prevenzione delle truffe telefoniche. Quanto abbiamo fatto negli ultimi anni è stato ripreso da altri Cantoni. In questo modo si cercano soluzioni comuni, ben consapevoli che alla fine dei conti ogni Cantone è responsabile della propria sicurezza».

Il federalismo, con 26 Cantoni e 26 modi di agire differenti, può rappresentare un problema per la sicurezza interna della Svizzera?
«No, non è un problema se si lavora insieme e si collabora. Ecco, se dobbiamo cambiare una legge ci vuole un po’ più di tempo. Però la collaborazione tra i vari Corpi di polizia è quotidiana e il federalismo non mina di sicuro la sicurezza interna della nostra Confederazione ».

La collaborazione è fondamentale nel mondo cyber, dove non ci sono confini fisici. Come si può essere più efficaci in questa dimensione? La creazione di una «Polizia postale», come ad esempio in Italia, può essere una soluzione o servono semplicemente regole più severe?
«No, non credo che arriveremo a creare un Corpo apposito a livello nazionale. Sarebbe necessario modificare la Costituzione poiché essa dà l’autonomia ai Cantoni per quanto riguarda la sicurezza interna. Sarà però possibile creare centri di competenza in cui gli specialisti dei vari Cantoni possano lavorare insieme. E uno scambio semplificato di informazioni tra le polizie permetterà anche di migliorare la collaborazione. Avolte il problema è che quando si avviano inchieste, ci si rende presto conto che l’autore non risiede nel nostro Cantone o spesso nemmeno nel nostro Paese. Per questo ci vogliono gli accordi internazionali e il supporto di enti preposti come Interpol ».

Intervista pubblicata nell’edizione di sabato 28 marzo 2026 del Corriere del Ticino

Seduta extra muros del Consiglio di Stato a Brissago

Seduta extra muros del Consiglio di Stato a Brissago

Comunicato stampa

Il Comune di Brissago ospiterà, mercoledì 1. aprile 2026, la riunione settimanale del Consiglio di Stato: si tratta del quarto appuntamento del ciclo di sedute extra muros programmate sul territorio ticinese, durante l’anno presidenziale del Consigliere di Stato Norman Gobbi.

Dopo le prime tre sedute extra muros organizzate a Chiasso, Bedretto e Isone – Comuni che corrispondono simbolicamente ai punti estremi della geografia ticinese – il Governo completerà questo ciclo riunendosi mercoledì 1. aprile nel Comune di Brissago, all’interno dello storico Palazzo Branca-Baccalà.  
Come noto, l’iniziativa si inserisce nella volontà del Governo cantonale di rafforzare il dialogo e la vicinanza con il territorio e le sue comunità locali, offrendo alla popolazione l’opportunità di incontrare le autorità cantonali e di conoscere più da vicino i meccanismi del federalismo elvetico.  
Al termine della seduta, un momento d’incontro con la popolazione è previsto attorno alle 11.30 nel cortile di Palazzo Branca-Baccalà.

(Immagine: www.brissago.ch)

Il 1° luglio 2026 entra in vigore la legge sulla videosorveglianza pubblica

Il 1° luglio 2026 entra in vigore la legge sulla videosorveglianza pubblica

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha stabilito che il 1° luglio 2026 entrerà in vigore la legge cantonale sulla videosorveglianza pubblica (LViSo), che disciplina l’impiego della videosorveglianza sul demanio pubblico e sui beni amministrativi al fine di garantire la sicurezza, l’ordine pubblico e la gestione della logistica. L’Incaricato cantonale della protezione dei dati mette a disposizione un modello di normativa, cui i soggetti sottoposti alla legge possono fare riferimento per l’elaborazione delle rispettive disposizioni materiali di esecuzione.

La nuova legge sulla videosorveglianza pubblica – adottata dal Gran Consiglio il 12 giugno 2025 – disciplina la materia entro limiti chiari e ben definiti, attribuendo alle diverse modalità di videosorveglianza ambiti di applicazione specifici. In particolare, non è ammesso l’impiego di sistemi invasivi – ossia con monitoraggio a schermo in tempo reale – sul demanio pubblico; quest’ultimo resta pertanto assoggettato unicamente a forme di videosorveglianza di carattere dissuasivo. Pur mantenendo un certo grado di flessibilità e adattabilità in funzione dell’evoluzione delle contingenze di sicurezza e di ordine pubblico (approccio territoriale a lungo termine), essa si distingue dalla videosorveglianza prevista dalla legge sulla polizia, caratterizzata invece da una maggiore invasività, flessibilità e adattabilità (approccio situazionale a breve termine).  
La legge cantonale si applicherà alle corporazioni di diritto pubblico (in particolare, Cantone, Comuni, Patriziati, corporazioni di diritto pubblico delle Chiese riconosciute) e agli enti e alle istituzioni parastatali cantonali e comunali e ai privati che assumono compiti di diritto pubblico.  
I soggetti sottoposti alla nuova legge dovranno garantire la riconoscibilità dei propri sistemi di videosorveglianza e attenersi ai principi generali del diritto, quali la proporzionalità e la finalità.  
Con la nuova legge il Cantone garantisce una certa autonomia legislativa e attuativa ai titolari della videosorveglianza su aspetti quali lo scopo e le modalità di sorveglianza, la tipologia di strumenti di videosorveglianza da utilizzare, il mandato di esecuzione della videosorveglianza, i diritti di accesso alle registrazioni, la durata di conservazione delle immagini e i luoghi soggetti a videosorveglianza.  
L’Incaricato cantonale della protezione dei dati mette a disposizione, sulla propria pagina web, un modello di normativa al quale i titolari di sistemi di videosorveglianza possono fare riferimento per la definizione delle disposizioni materiali di esecuzione della legge.

Cantone e Comuni insieme per affrontare le sfide climatiche

Cantone e Comuni insieme per affrontare le sfide climatiche

Comunicato stampa

Come possono Cantone e Comuni affrontare insieme le sfide poste dai mutamenti climatici? È questa la domanda al centro della settima edizione del Simposio sui rapporti tra Cantone e Comuni, in programma giovedì 23 aprile 2026, dalle 13.30 alle 18.30, presso l’Auditorium della Scuola cantonale di commercio di Bellinzona. L’evento riunirà rappresentanti del mondo politico, istituzionale, tecnico e accademico per discutere strumenti, esperienze e prospettive legate all’adattamento ai mutamenti climatici.

Giunto alla sua settima edizione, il Simposio – promosso dal Dipartimento delle istituzioni e dal Dipartimento del territorio, con la partecipazione di MeteoSvizzera – si conferma quale momento privilegiato di incontro e dialogo tra Cantone e Comuni. In un contesto in cui il Cantone sta rafforzando la comunicazione e la collaborazione con gli enti locali, l’obiettivo è sviluppare modalità di lavoro sempre più efficaci, concrete e orientate ai risultati, capaci di rispondere alle trasformazioni in atto sul territorio.
L’edizione 2026 sarà dedicata al tema dell’adattamento ai mutamenti climatici, una tematica che riguarda sempre più da vicino il Ticino e le sue comunità. L’evento è organizzato congiuntamente dalla Sezione degli enti locali (SEL) e dall’Ufficio del clima e della decarbonizzazione (UCD), in collaborazione con MeteoSvizzera, che presenterà in questa occasione i nuovi scenari climatici nazionali «Clima CH2025».
Nel corso del pomeriggio si alterneranno momenti di approfondimento e spazi di confronto. Particolare rilievo sarà dato ai laboratori tematici, concepiti come momenti di lavoro partecipativi e orientati alla pratica, che permetteranno alle partecipanti e ai partecipanti di entrare in contatto diretto con esperte ed esperti dei diversi ambiti e di individuare interlocutrici e interlocutori di riferimento. In questo senso, il Simposio intende favorire non solo la condivisione di contenuti, ma anche la costruzione di relazioni, nella consapevolezza che la collaborazione passa anche attraverso la conoscenza.
In parallelo ai laboratori rivolti ai Comuni, è prevista una sessione dedicata di laboratori riservata agli ospiti di MeteoSvizzera, organizzata su un percorso specifico. Ad aprire i lavori sarà il Consigliere di Stato Claudio Zali, mentre nella seconda parte del pomeriggio interverrà il Consigliere di Stato Norman Gobbi. La giornata si concluderà con una tavola rotonda dedicata alle prospettive future della collaborazione tra Cantone e Comuni.  
L’invito è rivolto a politiche e politici comunali e cantonali, quadri e funzionarie e funzionari delle amministrazioni pubbliche, tecniche e tecnici comunali, nonché a partner esterni attivi nei settori energetico, climatico e della governance territoriale.

La partecipazione è gratuita, con iscrizione obbligatoria entro il 16 aprile 2026 tramite il modulo disponibile sul sito www.ti.ch/eventisel, dove è possibile consultare anche il programma dettagliato dell’evento.

Iniziative sulle casse malati, dopo Pasqua il messaggio al Parlamento

Iniziative sulle casse malati, dopo Pasqua il messaggio al Parlamento

Nell’incontro tra governo e Commissione della gestione non si è entrati nei dettagli

La Commissione della gestione del Gran Consiglio ticinese ha incontrato martedì il governo per discutere delle due iniziative cantonali legate alle casse malati e approvate dalla popolazione ticinese lo scorso settembre. Non si è entrati nei dettagli ma è stato comunicato che dopo Pasqua il governo presenterà il messaggio al Parlamento.
Non ci sono ancora novità sui contenuti e sulle modalità precise che porteranno ad applicare gradualmente l’iniziativa della Lega dei Ticinesi per la deduzione dei premi di cassa malati dalle imposte e l’iniziativa del Partito Socialista per limitare al 10% del reddito i premi di cassa malati. Quello di oggi, tra governo e Commissione della gestione, è sembrato un incontro preparatorio, in vista del messaggio governativo che verrà presentato dopo Pasqua.

Le linee guida del Governo
“Il Consiglio di Stato ha presentato quelle che saranno le linee guida – dice il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ai microfoni della trasmissione radiofonica SEIDISERA della RSI -.
In questa implementazione da un lato ci sarà una risposta all’iniziativa fiscale leghista, quindi un aumento di quelle che saranno le deducibilità, rispettivamente quella che sarà una maggiore erogazione di sussidi. Questa è proprio una risposta diretta. Sappiamo che l’implementazione piena deve tener conto di un sistema molto più grande e questo richiederà comunque più tempo. L’obiettivo è però quello di dar seguito, come detto, alla volontà popolare, perché è anche un nostro dovere”.

Il nodo della sostenibilità finanziaria
Il nodo delle due iniziative è legato soprattutto alla loro sostenibilità finanziaria. Come e dove si troveranno dunque i soldi per finanziarle? “Si troveranno nel messaggio. Quindi il messaggio conterrà da una parte l’aumento delle entrate, rispettivamente anche una riduzione delle uscite, proprio perché l’equilibrio è necessario in questa fase transitoria ma lo sarà anche, a maggior ragione, sull’implementazione piena delle iniziative” afferma ancora Gobbi.

Promotori insoddisfatti
Il governo proporrà dunque un’entrata in vigore graduale e parallela delle due iniziative, a patto che queste siano coperte finanziariamente. L’incontro non sembra però aver soddisfatto gli iniziativisti. Pochi passi avanti, secondo il capogruppo del Partito Socialista, Ivo Durisch. “Niente di veramente nuovo. Abbiamo chiesto se è vera la voce che gira nei corridoi che vogliono vincolare il finanziamento delle due iniziative alla loro messa in vigore. Dal nostro punto di vista non va bene. I cittadini hanno votato, si aspettano che entri in vigore e il governo deve farlo”.
Un’insoddisfazione condivisa anche dalla Lega dei Ticinesi. “Assolutamente non siamo soddisfatti – dice il capogruppo Boris Bignasca -. Sono passati sei mesi dalla votazione popolare del 28 settembre. Il governo non ha ancora presentato un messaggio, non ha ancora detto quando metterà in vigore le iniziative integralmente. A oggi il popolo dovrà ancora aspettare per vedere implementata quella che è una richiesta approvata dal 60% della popolazione. La richiesta è molto semplice: poter dedurre il premio di cassa malati integralmente”.
L’appuntamento è dunque per metà aprile, quando si capirà quale equilibrio finanziario vuole trovare il governo per applicare le due iniziative.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Iniziative-sulle-casse-malati-dopo-Pasqua-il-messaggio-al-Parlamento–3620232.html

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Servizio all’interno dell’edizione di martedì 24 marzo 2026 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/-/video/-?urn=urn:rsi:video:3620517

Sostegno agli argomenti per la revisione della LMB

Sostegno agli argomenti per la revisione della LMB

Comunicato stampa di Alleanza Sicurezza Svizzera (23.03.2026). 

La popolazione è favorevole al rafforzamento dell’industria svizzera degli armamenti.
I risultati dell’attuale «Barometro delle opportunità» danno quindi un segnale positivo in vista della votazione popolare sulla revisione della Legge sul materiale bellico (LMB).
I risultati rappresentativi del 6° Barometro delle opportunità di StrategieDialog21 evidenziano un cambiamento di opinione nella popolazione svizzera verso un maggiore realismo in materia di politica di sicurezza. Sullo sfondo di crescenti tensioni geopolitiche, una maggioranza si esprime chiaramente a favore di maggiori margini di manovra a livello nazionale.
Una chiara maggioranza pari al 58% degli intervistati ritiene che gli ostacoli politici debbano essere ridotti al fine di rafforzare l’industria svizzera degli armamenti.
Inoltre, l’80% è favorevole agli investimenti nelle tecnologie di difesa e sicurezza con utilizzo sia militare che civile. Ciò dimostra un’ampia consapevolezza del fatto che le tecnologie rilevanti per la sicurezza forniscono anche importanti impulsi all’innovazione e all’economia.

Un segnale chiaro per la revisione della LMB
«Questi risultati rappresentano anche un segnale chiaro per l’imminente revisione della Legge sul materiale bellico», sottolinea il Consigliere nazionale Reto Nause, presidente dell’Alleanza Sicurezza Svizzera. Il progetto mira a correggere le attuali restrizioni ed a migliorare le condizioni quadro per l’industria svizzera degli armamenti.
Un rifiuto della revisione della LMB consoliderebbe gli ostacoli tutt’ora in vigore e indebolirebbe la Svizzera in un contesto sempre più incerto. I risultati del Barometro delle opportunità mostrano invece che una maggioranza della popolazione prende atto della realtà in materia di politica di sicurezza e sostiene i relativi adeguamenti.

Comunicato stampa

Gobbi: «Io ho solo un piano A: lavorare per il Ticino e per i ticinesi»

Gobbi: «Io ho solo un piano A: lavorare per il Ticino e per i ticinesi»

In questi giorni il dibattito politico si è concentrato sulle prospettive elettorali dell’area di destra e sugli equilibri interni alla Lega dei Ticinesi. 
Alcune recenti interviste del consigliere di Stato Claudio Zali hanno riaperto la discussione sul futuro assetto dei dipartimenti cantonali e sulle strategie in vista delle prossime scadenze elettorali, alimentando interrogativi anche sul rapporto con l’UDC.
In questo contesto abbiamo chiesto al consigliere di Stato Norman Gobbi come interpreta queste prese di posizione e quali scenari si profilano.
 
Oggi Claudio Zali ha parlato di un piano B: Ha detto che, se uno di voi due non ce la facesse, andrebbe a Berna al Consiglio degli Stati. Cosa ne pensa?
«Io ho unicamente un piano A, nel senso che mi sto dedicando e voglio continuare a dedicarmi al Ticino e soprattutto ai ticinesi, in un periodo storico non facile in cui di prevedibile non c’è nulla».
 
Sappiamo che è difficile che la Lega faccia un raddoppio. L’uscita fatta ieri da Claudio Zali, che ha detto «meno radar», può essere letta come una gomitata nei suoi confronti?
«Di gomitate ne girano tante. Io dico sempre che la politica è un po’ come l’hockey su ghiaccio: quando si vogliono dare i colpi bisogna essere anche capaci di prenderli, altrimenti si finisce sul podio di chi è capace di picchiare ma non di ricevere. Credo che in definitiva l’obiettivo sia quello di ognuno di posizionarsi, ma penso soprattutto che ci sia un’area politica che deve essere rappresentata in Consiglio di Stato, visto che il Canton Ticino, quando si tratta di Europa e immigrazione, vota sempre a destra».

C’è anche la questione dell’arrocchino. Zali ha anche detto «Se venissi rieletto vorrei tornare al territorio». Dopo tutta la fatica fatta per convincere il Consiglio di Stato si fa dietrofront così?
«Bisogna chiederlo a lui. L’intenzione credo sia comunque quella di dare un cambiamento in generale, anche per avere nuovi stimoli, così come abbiamo avuto in questi mesi da luglio a oggi, ma in particolar modo da settembre, quando il cambio parziale di competenze è stato attuato».

Lei tornerebbe indietro?
«Io sto bene al DI, come starei bene anche al DT. Credo che ognuno possa dare di più. Nel DI, le cose funzionano operativamente all’interno. Penso che si possa migliorare in generale l’amministrazione dello Stato, tant’è che il progetto di semplificazione e miglioramento dei rapporti con i partner esterni è un obiettivo strategico su cui dovremo lavorare davvero: prima come dipartimento per fornire gli strumenti, ma poi come tutto il Consiglio di Stato. L’amministrazione cantonale oggi è un po’ lenta e il mondo sta andando molto più veloce».

Molti ritengono che questa ricandidatura di Zali sia la pietra tombale dell’alleanza con l’UDC. Lei pensa che ci sia ancora una speranza per correre insieme?
«Questo dipende da chi deve decidere. Non è Claudio Zali, non è Norman Gobbi, ma sono le varie assemblee e i vari gremi, sia della Lega sia dell’UDC, che devono decidere. Si tratta comunque di scelte strategiche. Come detto, c’è un’area politica importante in Canton Ticino, ma anche rilevante nell’interesse del sistema svizzero, visto che da Lugano — che è l’unica città importante della Svizzera governata a destra — al governo del Canton Ticino, fino alla rappresentanza alle Camere federali, c’è un interesse di area che è significativo. Le sfide dei prossimi anni, soprattutto sui rapporti con l’Unione Europea ma anche sulla migrazione e sull’impatto che l’immigrazione ha sul nostro territorio, richiederanno davvero di lavorare assieme nell’interesse dei ticinesi».

Come sono i rapporti tra lei e Claudio Zali dopo le dichiarazioni di oggi?
«Lo sapevo, non è arrivato un fulmine a ciel sereno. Ero informato, quindi sicuramente non sono saltato giù dal letto stamattina leggendo la notizia».

https://www.ticinonews.ch/ticino/gobbi-io-ho-solo-un-piano-a-lavorare-per-il-ticino-e-per-i-ticinesi-429843

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Gobbi: “Ho in testa solo un piano A: servire il Ticino e i ticinesi”
Il Direttore del DI commenta al Radiogiornale l’intervista nella quale Claudio Zali conferma la sua ricandidatura e parla di alleanze e piani B: “L’obiettivo sarà comunque quello di riconfermare due seggi”

Torniamo all’intervista concessa a laRegione dal consigliere di Stato leghista Claudio Zali in cui annuncia la volontà di ricandidarsi alle Cantonali del 2027, chiedendo al movimento di lasciar perdere l’alleanza con l’UDC. Un’intervista che ha subito generato reazioni. Il Radiogiornale ha raccolto a Palazzo delle Orsoline quella dell’altro consigliere leghista, il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

Oggi il suo collega Claudio Zali ha ufficializzato la sua ricandidatura e ha, da una parte, quasi lasciato intendere che si dà quasi per scontata la possibilità che la Lega non faccia due seggi in Consiglio di Stato. Ha parlato di Piano B dove, B per Berna, il seggio al Consiglio degli Stati: se uno di voi due non venisse rieletto potrebbe ambire a quello come premio di consolazione. Le chiedo se è d’accordo con questa lettura e cosa ha pensato questa mattina quando ha letto l’articolo?
“Questa sua lettura – premette Gobbi al Radiogiornale – dimostra come siamo differenti. Io in questo momento ho in testa solo il piano A, che è quello di servire il Ticino e soprattutto i ticinesi, in un periodo storico non facile. Quindi questo è il mio piano principale. Tendenzialmente i piani B li considero solo dopo”.

I derby all’interno di una lista spesso portano forza, attenzione mediatica e voti. Le chiedo: sarà il caso? Ieri Claudio Zali ha annunciato che la polizia effettuerà meno controlli radar. Questo può essere visto come un distacco da come Norman Gobbi gestiva la polizia?
“Ognuno – prosegue Norman Gobbi – gioca le sue carte. Ma poi a parlare saranno i fatti. Io credo che l’obiettivo sarà comunque quello di riconfermare due seggi. E questo, indipendentemente dalle alleanze. Credo che il Ticino è comunque un cantone di destra. E penso che questa dimensione debba essere presente – anzi, ben presente – in Consiglio di Stato”.

Ecco, dunque lei non chiude la porta all’UDC? O capisco male?
“Deciderà l’assemblea. La competenza – conclude Gobbi – non né di Claudio Zali, né di Norman Gobbi. Sta all’assemblea della Lega dei ticinesi decidere sulle alleanze e sulle candidature”.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Gobbi-%E2%80%9CHo-in-testa-solo-un-piano-A-servire-il-Ticino-e-i-ticinesi%E2%80%9D–3619566.html

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Servizio all’interno dell’edizione di martedì 24 marzo 2026 de Il Quotidiano

https://www.rsi.ch/play/tv/-/video/-?urn=urn:rsi:video:3620523

PRU: una rete capillare per le emergenze in Ticino

PRU: una rete capillare per le emergenze in Ticino

Predisposti 160 Punti di raccolta d’urgenza per la popolazione in caso di situazione straordinaria

Dal 1° gennaio 2026 il Ticino dispone di una rete capillare di Punti di raccolta d’urgenza (PRU), attivabili in caso di eventi straordinari per fornire informazioni e prima assistenza alla popolazione. Si chiamano PRU – Punti di raccolta d’urgenza – e rappresentano un nuovo tassello nel sistema di protezione della popolazione ticinese.  «Durante le situazioni eccezionali i normali canali di comunicazione possono risultare compromessi o funzionare solo parzialmente», spiega il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. «Per questo è importante avere un luogo fisico, vicino a strutture pubbliche conosciute, dove le persone possano recarsi per ricevere informazioni affidabili e una prima assistenza».

Attivi solo in caso di situazione straordinaria
I PRU in Ticino sono 160 e non sono operativi tutto l’anno. Vengono attivati solo in caso di emergenza, su decisione delle autorità Comunali o Cantonali. La loro apertura viene comunicata tramite la piattaforma Alertswiss (www.alertswiss.ch), i canali ufficiali delle autorità e attraverso i media. Potrebbero entrare in funzione in caso di blackout prolungati, catastrofi naturali o altre situazioni che interrompono le normali vie di comunicazione.  «Il principio alla base di questa iniziativa è semplice», continua Gobbi. «Non inventiamo nulla di nuovo. In un certo senso riprendiamo un sistema “di una volta”, aggiornandolo con gli strumenti tecnici necessari per affrontare le situazioni di oggi: un PRU è un’antenna sul territorio, un posto sicuro dove la popolazione può sapere cosa fare quando si verifica una crisi».

Il caso della Vallemaggia
Proprio alcuni eventi recenti hanno dimostrato quanto sia importante poter contare su punti di riferimento distribuiti sul territorio. «L’alluvione che ha colpito la Vallemaggia nel giugno del 2024 – ricorda Gobbi – ha evidenziato la necessità di disporre di una rete capillare capace di raggiungere rapidamente la popolazione. Il crollo del ponte di Visletto ha interrotto il collegamento stradale e gli approvvigionamenti. In questi momenti le persone devono sapere che esiste un luogo sicuro dove ricevere informazioni e un primo aiuto».  

Informazioni, coordinamento e prima assistenza
In caso di situazione straordinaria, i PRU costituiscono il punto informativo ufficiale dove poter ottenere notizie aggiornate sull’emergenza in corso. A partire dal 1° luglio 2026 si potranno inoltre effettuare chiamate d’emergenza anche nel caso di interruzioni delle telecomunicazioni attraverso telefoni cellulari, la rete telefonica e internet. Altri possibili impieghi di questi nuovi punti sono la distribuzione di materiale di prima necessità, come acqua o mascherine igieniche. Il loro utilizzo sarà funzionale alla tipologia di crisi che si presenta.

Dalle centrali nucleari del Canton Argovia al federalismo
Il concetto dei Punti di raccolta d’urgenza nasce nel Canton Argovia, dove la presenza di diverse centrali nucleari ha portato le autorità a sviluppare una rete capillare di luoghi fisici in grado di informare rapidamente la popolazione in caso di necessità. L’esperienza argoviese si è dimostrata efficace ed è stata successivamente ripresa dall’Ufficio federale della protezione della popolazione, che ha deciso di estendere il modello a tutta la Svizzera, portando alla creazione di oltre 2’900 punti di raccolta d’urgenza sul territorio nazionale. «La Confederazione definisce il quadro legale e le linee guida», sottolinea Gobbi. «Il Cantone mette a disposizione il materiale e coordina l’attuazione, mentre i Comuni attivano e gestiscono i punti sul territorio. È un esempio concreto di come funziona il federalismo svizzero».

Il ruolo operativo dei Comuni
La prontezza operativa e la gestione dei PRU, come detto, sono garantite dai Comuni. «Ogni punto di raccolta dispone di almeno un responsabile comunale incaricato di fornire le informazioni ufficiali, gestire le chiamate di emergenza e coordinare le prime attività di supporto alle persone», spiega il capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione Ryan Pedevilla. Il luogo è identificato da una segnaletica dedicata ed è dotato di strumenti operativi, tra cui le radio POLYCOM, che assicurano le comunicazioni anche in caso di interruzione delle reti tradizionali.

Il caso di Monteceneri
La distribuzione dei PRU tiene conto delle caratteristiche del territorio. Alcuni Comuni, soprattutto quelli di grandi dimensioni, dispongono di diversi punti di raccolta. È il caso di Monteceneri, dove negli scorsi giorni si è svolta la Conferenza stampa di presentazione. «Il nostro Comune è composto da cinque quartieri distinti», ha spiegato il segretario comunale Curzio Sasselli. «Per garantire a tutti i cittadini di raggiungere rapidamente un punto di riferimento abbiamo quindi creato quattro PRU». Una rete che rafforza il sistema di gestione delle emergenze e che, come sottolinea Gobbi, rappresenta «un ulteriore tassello a favore della sicurezza della popolazione». Ora, conclude il direttore del Dipartimento delle istituzioni, «è importante che ogni cittadino si informi su dove si trova il punto di raccolta d’urgenza più vicino al proprio domicilio. La responsabilità individuale rimane un principio cardine del nostro sistema di sicurezza». La posizione geografica di tutti i Punti di raccolta d’urgenza è consultabile online sul sito www.ti.ch/pru o sul geoportale della Confederazione.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 22 marzo 2026 de Il Mattino della domenica

Sovraffollamento delle carceri, il nodo dei rimpatri

Sovraffollamento delle carceri, il nodo dei rimpatri

La Svizzera supera di gran lunga la media europea – I trasferimenti nei Paesi d’origine sono complessi e i costi elevati con circa 380 franchi al giorno in Ticino

La Svizzera è uno dei Paesi nel continente europeo con più stranieri in carcere. In questa classifica si posiziona dietro a solo tre Paesi molto piccoli. Con il 72% di stranieri, supera di molto nazioni come la Germania, l’Italia e la Francia e la media europea del 25%.
Il trasferimento nel Paese d’origine per espiare la pena, dunque, ritorna un tema d’attualità. “Scontare la pena nel Paese d’origine è sempre la miglior soluzione per reinserire il detenuto nel suo Stato di provenienza. Quindi, a prescindere dal sovraffollamento delle carceri i trasferimenti tramite l’Ufficio federale di giustizia si fanno perché è un atto tra Stati”, spiega ai microfoni del Quotidiano Frida Andreotti, direttrice delle Divisione della giustizia Ticino.
Non solo un problema di sovraffollamento ma anche di costo per la collettività. In Ticino, il costo per detenuto è di 380 franchi al giorno. In un anno sono quasi 140’000 franchi. In casi particolari, come i minorenni, l’importo è ancora più alto.

I trasferimenti dal Ticino
Il Ticino è uno dei cantoni che trasferisce più detenuti con il loro consenso. “Nel corso degli anni abbiamo visto erodere il numero di persone che hanno beneficiato dei trasferimenti nel loro Stato d’origine, passando da 16 persone nel 2017 a 5 quest’anno”, continua Frida Andreotti.
“Ci sono stati casi in cui dei detenuti italiani hanno chiesto di espiare la propria pena nel Paese d’origine” racconta Norman Gobbi, Direttore del dipartimento delle istituzioni. “In passato, il Ticino si era fatto promotore di una richiesta quando c’era il problema con i criminali provenienti dalla Romania. La risposta ricevuta dall’Ufficio federale di giustizia, ma anche dal Dipartimento federale degli affari esteri, è stata negativa perché, in questo momento, non è possibile attuare questo tipo di misure”.
Il Partito liberale radicale queste misure le vorrebbe. Con una mozione chiede al Consiglio di Stato ticinese di fare pressione a Berna per negoziare accordi con gli Stati da cui provengono gli stranieri che hanno commesso reati in Svizzera, in particolare i Paesi del Nord Africa. Con le nazioni europee, una convenzione sul trasferimento esiste già, ma ha dei limiti. “Bisogna capire se il Paese d’origine del detenuto è disposto a prendere a carico il detenuto e capire il consenso del detenuto: alcuni decidono di scontare la pena qua per motivi di strutture, accoglienza e di presa a carico”, spiega Patrick Rusconi, granconsigliere.

Le tempistiche sono rallentate
Le tempistiche si sono allungate. “Soprattutto da parte dell’Italia, che era uno Stato dove venivano trasferiti diversi detenuti” spiega Andreotti. “Inoltre, dobbiamo calcolare che la pena del condannato sia sufficientemente lunga per permettere alle procedure di fare il loro corso: se ci sono stati in cui la lingua non è l’italiano, bisogna procedere a delle traduzioni e ci vuole del tempo. Le procedure richiedono tempo e si possono fare anche quando il detenuto non è d’accordo. Esiste un protocollo e proprio quest’anno abbiamo avviato le prime procedure senza il volere del condannato. Siamo nella fase iniziale, l’esito lo darà l’Ufficio federale di giustizia”.
Quali sono le condizioni per cui si può provare a fare una riammissione? Andreotti racconta che “gli Stati devono aver aderito a questo protocollo addizionale e il condannato deve avere una misura di espulsione o allontanamento dalla Svizzera”.

I rimpatri
I detenuti sono un costo e ogni Cantone paga per le sue carceri. Con il rimpatrio degli stranieri le cose cambiano. “Lo Stato medesimo che si assume l’esecuzione della pena, e decide di farlo, si assume i relativi costi”, aggiunge Andreotti.
Su circa 7’000 detenuti, nel 2004, solo una cinquantina sono stati rimpatriati. Gli accordi esistono, con quasi tutti i Paesi europei, ma spesso i trasferimenti sono solo su richiesta del detenuto e le carceri sono piene anche all’estero. “Con i Paesi extraeuropei è più difficoltoso. Il problema più grande del Ticino sono i detenuti del Maghreb: lì non ci sono degli accordi tra Paesi. Dobbiamo incarcerarli qui fino a espiazione della pena”, aggiunge Rusconi.
Intanto, per contrastare il sovraffollamento delle carceri, una soluzione d’urgenza è quella di mettere a disposizione dei prefabbricati con celle nel terreno della Stampa.