Frontalieri «Roma gioca al gatto e al topo»

Frontalieri «Roma gioca al gatto e al topo»

Dal Corriere del Ticino di oggi, 11 luglio 2016.

Il consigliere di Stato Norman Gobbi risponde alla lettera dell’ambasciatore d’Italia a Berna
Norman Gobbi non ci sta e risponde prontamente alla presa di posizione dell’ambasciatore italiano a Berna Marco Del Panta Ridolfi sull’accordo fiscale tra la Svizzera e l’Italia resa pubblica dal «Corriere del Ticino» (cfr. edizione di venerdì 8 luglio). Intervistato sabato da Radio3i, il consigliere di Stato ha rimproverato al Governo di Roma di giocare al gatto e al topo.
Ma ricapitoliamo la querelle. Tutto è iniziato a Roma: «Parliamo la stessa lingua», aveva dichiarato il consigliere federale Ueli Maurer martedì sera nella capitale italiana (come riferito dal nostro giornale), al termine dell’incontro con il ministro dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan, lasciando intendere che la firma dell’accordo fosse vicina.
La doccia fredda era arrivata dall’ambasciatore italiano a Berna. Nella lettera inviata al nostro giornale, Marco Del Panta aveva almeno parzialmente smentito le positive dichiarazioni di Ueli Maurer, affermando che non vi sarebbero ancora le condizioni per la firma del nuovo accordo fiscale. In particolare aveva indicato che l’Italia non lo sottoscriverà fintantoché non sarà raggiunta un’intesa fra Berna e Bruxelles sull’applicazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa approvata il 9 febbraio 2014 e non sarà rimosso l’obbligo di presentare il casellario giudiziario per i frontalieri alla ricerca di un lavoro in Ticino. «Allo stato attuale – aveva scritto l’ambasciatore – non sono state risolte le questioni sopra ricordate e non ci sono quindi ancora le premesse per procedere alla firma dell’accordo».
La presa di posizione dell’ambasciatore pubblicata sul nostro giornale è stata ripresa, con grande rilievo, anche dalla «Neue Zürcher Zeitung».
Questo sabato è infine arrivata, come detto, la reazione del consigliere di Stato Norman Gobbi. Ai microfoni dei colleghi di Radio3i, il capo del Dipartimento delle istituzioni ha spiegato che l’atteggiamento emerso dalla lettera dell’ambasciatore «dimostra ancora una volta che l’Italia gioca sempre la solita partita del gatto e del topo». «Se la Svizzera ha fatto un passo in avanti nel cercare di ripondere alle loro richieste – ha proseguito il consigliere di Stato – l’Italia fa subito dopo un passo indietro. E questo passo indietro è quello che fa arrabbiare di più».
Gobbi non ha risparmiato una frecciatina nemmeno all’ambasciatore svizzero a Roma Giancarlo Kessler: «Da parte nostra – ha detto il consigliere di Stato a Radio3i – non siamo abbastanza forti nel ribadire che se a loro sono tanto cari i principi fondamentali dell’Unione europea, come la libera circolazione delle persone, a noi sono altrettanto cari principi come la sicurezza e l’autodeterminazione».

Alta vigilanza sulle finanze cantonali

Alta vigilanza sulle finanze cantonali

Nella propria seduta odierna il Consiglio di Stato ha approvato una modifica della Legge sul Gran Consiglio e sui rapporti con il Consiglio di Stato del 24 febbraio 2015, con l’intento di migliorare e rafforzare la collaborazione fra la Commissione gestione e finanze del Gran Consiglio e il Controllo cantonale delle finanze, nell’esercizio dell’alta vigilanza sui conti del Cantone.
Con il messaggio approvato oggi, il Consiglio di Stato propone in particolare che al Controllo cantonale delle finanze venga attribuito l’incarico di eseguire annualmente e a rotazione l’analisi dettagliata di un settore dell’Amministrazione cantonale – o di un progetto di una certa rilevanza – indicato dalla Commissione gestione e finanze del Parlamento. In questo modo, il perimetro dell’alta vigilanza potrà essere esteso a un numero maggiore di servizi dello Stato e a una parte più rilevante della sua attività. Questa nuova proposta – che è stata salutata positivamente dall’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio – non limita comunque l’assegnazione di eventuali ulteriori mandati al Controllo cantonale delle finanze che dovessero scaturire da esigenze o situazioni contingenti.
La modifica legislativa potrebbe generare maggiori oneri di gestione corrente per una somma compresa fra 10’000 e 30’000 franchi l’anno, che saranno compensati internamente e non comporteranno aumenti di personale. Questo nuovo compito non influirà inoltre sull’attuale ottima collaborazione fra il Controllo cantonale delle finanze e la Commissione gestione e finanze, che vede attualmente il servizio dedicare una sessantina di giorni l’anno all’evasione delle richieste commissionali.
Il Controllo cantonale delle finanze è subordinato al Consiglio di Stato e dipende amministrativamente dal Dipartimento delle istituzioni. Negli ultimi anni i mandati svolti dal Servizio per conto della Commissione gestione e finanze del Parlamento – nell’ambito dell’attività di alta vigilanza – hanno comportato una media di 1/2 verifiche annuali, di regola durante l’analisi del Consuntivo dello Stato. Negli anni 2011/2013 l’attività era stata più intensa, con l’esame di una serie di commesse pubbliche e la risposta a numerose richieste puntuali dei Commissari. Negli anni 2012 e 2013, il Controllo cantonale delle finanze aveva inoltre collaborato in modo stretto con la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla sezione della logistica, con un impegno suddiviso in 13 mandati per circa 280 giorni di lavoro.

Fuori chi non ce la fa: 8 al mese

Fuori chi non ce la fa: 8 al mese

Su La Regione di oggi, 5 luglio 2016, un approfondimento sul tema dei permessi. Insieme ai colleghi di Governo ho detto la mia opinione.

Chi non riesce a mantenersi è fuori, anche se è sposato ad uno svizzero e ci sono figli. Nei primi 4 mesi, 25 allontanamenti per motivi economici: 16 revoche e 9 non rinnovi del permesso B. Un pugno di ferro che non piace a Bertoli: ‘Pericolosa apartheid’. Gobbi: ‘Anche abusi’. Beltraminelli: ‘Decisioni difficili’.

Mamma (o papà) deve fare le valigie perché non ha il passaporto elvetico e in famiglia si deve chiedere l’aiuto sociale. Succede sempre più spesso in Ticino e lo dimostrano le cifre che abbiamo chiesto al Dipartimento istituzioni: nei primi quattro mesi del 2016, per motivi economici, è saltato il permesso di dimora a 25 persone (16 revoche e 9 rinnovi bocciati) ed è stato revocato il domicilio ad altre 7 persone. Otto casi al mese. Due a settimana. Mica poco! Persone allontanate, anche se (in alcuni casi) sposate ad uno svizzero e con figli elvetici.

Se non riesci a mantenerti sei fuori, lo dice la legge. Norme applicate, per alcuni, con il pugno di ferro in Ticino. Se il trend dei primi mesi del 2016 si mantenesse, a fine anno avremo cifre ben sopra la media. Si potrebbe fare diversamente? Quale il ruolo del governo quando si smembrano famiglie: applicare la legge alla lettera o agire nell’interesse dei minori elvetici e della loro famiglia, dando priorità al valore della difesa dei minori e della famiglia, accogliendo i ricorsi?

Abbiamo girato la domanda a tre ministri, ottenendo tre posizioni diverse.

Il più critico è il consigliere di Stato Manuele Bertoli : «Chi ha mezzi vede i genitori rimanere, chi non ne ha ne viene separato. È una situazione rivoltante per un Paese sedicente civile: questo ricorda l’apartheid basata sul censo». Così il ministro socialista denuncia una politica troppo restrittiva adottata dalla maggioranza del governo verso quei coniugi stranieri che fanno fatica a mantenersi e vengono espulsi, anche se sposati con uno svizzero e con figli (a lato riproponiamo la sua intervista pubblicata qualche settimana fa sulla ‘Regione’).

Posizione diversa, quella del collega leghista, il ministro Norman Gobbi , che parla (vedi box) di una legge federale che va rispettata e di abusi «come ad esempio matrimoni combinati o forzati celebrati allo scopo di ottenere un permesso di soggiorno in Svizzera».

Infine, il presidente del governo, Paolo Beltraminelli , ammette che sono decisioni molto difficili da prendere (vedi sotto). Intanto le espulsioni sono in aumento in Ticino: siamo passati da 43 (nel 2013) a 81 revoche (nel 2015) l’anno della dimora per rovesci economici.

Abbiamo chiesto all’Ufficio migrazione come motiva questo boom di revoche: «Oltre all’attuale congiuntura economica poco favorevole, l’aumento dei casi di revoca dei permessi di domicilio, a seguito della dipendenza dai pubblici aiuti, è da ricondurre all’introduzione, avvenuta nell’ottobre 2014 del Settore giuridico (Sg) all’Ufficio della migrazione (Um). Tale neocostituito Servizio ha migliorato la capacità d’intervento dell’Amministrazione cantonale, soprattutto a livello di tempistica», spiega Morena Antonini responsabile dell’Ufficio migrazioni.

Difatti, tra le sue diverse mansioni il Servizio ha anche il compito di esaminare le segnalazioni da altre Autorità cantonali e comunali e adottare, se del caso, i necessari provvedimenti nell’ambito del diritto al proseguimento del soggiorno di un cittadino straniero in Svizzera: «Dall’ottobre 2014 sono quindi aumentate le segnalazioni ricevute dall’Um e, in particolare, dall’Sg da parte di altre Autorità amministrative (Ussi e Comuni) inerenti a persone straniere che percepiscono pubblici aiuti. Di conseguenza il medesimo, laddove ha riscontrato la presenza dei presupposti legali, ha proceduto ad adottare le misure del caso, ossia l’emissione di una decisione di ammonimento o la revoca del permesso», conclude Antonini.

La legge che ti separa da un genitore Più espulsioni dunque, anche perché la macchina amministrativa è diventata più performante: ammonimenti e revoche fioccano subito. Ma vediamo qual è la situazione giuridica: in base all’art. 42 cpv. 1 della Legge federale sugli stranieri (legge votata ed approvata nel 2005) i coniugi stranieri e i figli stranieri, non coniugati e minori di 18 anni, di cittadini svizzeri hanno diritto al rilascio e alla proroga del permesso di dimora se coabitano con loro. Tuttavia questo diritto decade (art. 51 cpv. 1 lett. b.) qualora siano adempiute le condizioni dell’art. 63, che tra l’altro prevede la revoca del permesso di domicilio se… lo straniero o una persona a suo carico dipende dall’aiuto sociale in maniera durevole e considerevole.

Risultato: se una svizzera si sposa con uno straniero e ha un figlio, qualora la famiglia non riuscisse più a stare a galla finanziariamente e abbia bisogno dell’aiuto sociale, accade che il padre venga separato da questo figlio e rimandato al suo Paese. Tutto ciò indipendentemente dal fatto che il figlio sia svizzero e che, come cittadino del nostro Paese, faccia valere la sacrosanta pretesa di poter vivere con ambedue i genitori accanto.

IL MINISTRO GOBBI
‘Anche tanti abusi del sistema’

Per il ministro socialista Manuele Bertoli smembrare una famiglia, perché il genitore straniero riceve aiuti sociali e viene allontanato, è profondamente ingiusto, una forma di moderna apartheid. Non la pensa così il collega Norman Gobbi: «Nel pieno rispetto del federalismo svizzero, il modus operandi adottato in questi casi è l’applicazione della legge, quella federale. Spesso abbiamo letto sui media le storie di persone che devono lasciare il nostro Paese. Storie sovente raccontate ad arte per sembrare agli occhi dei lettori una tremenda ingiustizia. In realtà, dietro questi racconti di frequente si nascondono abusi al sistema come ad esempio matrimoni combinati o forzati, celebrati allo scopo di ottenere un permesso di soggiorno nel nostro Paese». Al capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi chiediamo allora quale sia il ruolo del governo: applicare la legge alla lettera o agire nell’interesse dei minori elvetici e della loro famiglia, dando quindi priorità al valore della difesa dei minori e della famiglia accogliendo i ricorsi? «Prima di allontanare una persona sposata con un cittadino o una cittadina svizzeri e magari anche con figli, esiste un iter che prevede l’approfondimento puntuale di ogni situazione», dice. Il direttore delle Istituzioni spiega che il fatto di percepire aiuti sociali non comporta automaticamente la revoca del permesso di dimora: «Non si tratta infatti di una decisione presa arbitrariamente dall’oggi al domani. Innanzitutto i servizi del mio Dipartimento procedono con un ammonimento formale: il cittadino straniero dispone quindi di un certo lasso di tempo per cercare una soluzione – nel caso in cui non lo avesse ancora fatto – per migliorare la sua situazione economica e professionale, evitando la revoca dell’autorizzazione di soggiorno. Come previsto dalla legge, contro le decisioni di revoca di un permesso è sempre possibile inoltrare ricorso alle istanze superiori. Quando il cittadino straniero quindi deve lasciare la Svizzera, lo fa sulla base di una decisione confermata anche dalle istanze superiori, ossia dal Consiglio di Stato, dal Tribunale cantonale amministrativo e dal Tribunale federale», conclude Gobbi.

IL PRESIDENTE DEL GOVERNO BELTRAMINELLI
‘Decisioni difficili, ma il nostro sistema sociale protegge le famiglie più di altri Cantoni’

Chi non riesce a mantenersi, se non si rimette in pista professionalmente, rischia di perdere dimora o domicilio. La legge ti manda via anche se sei sposato con un cittadino svizzero e hai figli. Un partito come il Ppd, che mette la famiglia tra i valori più importanti da tutelare, come valuta queste espulsioni che vanno a smembrare famiglie a metà ticinesi e straniere. Lo abbiamo chiesto al presidente del governo Paolo Beltraminelli , che con i suoi colleghi è regolarmente chiamato a esprimersi sui ricorsi di chi viene espulso. Anche madri o padri con figli e coniugi in Ticino. In questi delicati casi, qual è il ruolo del governo, applicare la legge alla lettera o agire nell’interesse dei minori elvetici e delle famiglie?

«Occorre distinguere il diritto alle prestazioni di sicurezza sociale (assicurazioni sociali e prestazioni sociali di aiuto) dal diritto a risiedere nel nostro Paese (legislazione di polizia sugli stranieri). Sono due cose diverse e la sua domanda interessa il secondo aspetto», dice Beltraminelli.

E ci spiega: «La procedura di revoca o non rinnovo o mancata concessione di un permesso per motivi di eccessiva dipendenza dagli aiuti sociali è anche compatibile con gli Accordi bilaterali ed è utilizzata quindi in tutta Europa. Di principio uno straniero che vive in Svizzera deve potersi mantenere con i propri mezzi senza dipendere in modo duraturo dall’aiuto sociale (che è l’assistenza sociale e non altri aiuti come i sussidi di cassa malati o gli aiuti Api/Afi o le Pc Avs/Ai). Certamente la votazione del 9 febbraio 2014 ha portato ad un’attenzione maggiore verso questa problematica. La revoca non è certo automatica», dice. Insistiamo: almeno la famiglia va protetta meglio o no? «In Ticino il nostro sistema sociale difende e protegge più di altri Cantoni le famiglie grazie agli aiuti Api/Afi che non sono equiparati all’aiuto sociale (sentenza del Tf). È importante sottolineare che coloro che sono a carico dell’assistenza ricevono regolarmente gli aiuti per un periodo medio di quasi 2 anni che corrisponde a un importo medio sui 40’000 franchi nei due anni».

E sul ruolo del suo Dipartimento precisa: «Il Dss non fa nessuna differenza in base ai permessi nell’erogazione delle prestazioni sociali. L’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento è tenuto per legge a segnalare i beneficiari di assistenza sociale stranieri alla Sezione della popolazione, che poi procede con la verifica e decide sul permesso. Successivamente è data possibilità di ricorso al Consiglio di Stato che può cambiare la decisione dell’Autorità amministrativa soprattutto in caso di miglioramento della situazione finanziaria nel frattempo intervenuta. Vi è poi la possibilità di ricorso alle istanze superiori (Tram e Tf). Le decisioni vengono quindi attentamente ponderate». Ma umanamente, soprattutto per chi rappresenta il Ppd, cosa significa avallare decisioni che smembrano famiglie? Risponde Beltraminelli: «Non sono decisioni facili e capita spesso che il Consiglio di Stato approfondisca minuziosamente dossier particolari. Siamo però chiamati ad applicare una legge federale, la cui interpretazione è oggetto di una giurisprudenza abbastanza precisa e consolidata. Del resto, ancora recentemente il Tribunale federale ha confermato decisioni di revoca emanate dalle istanze cantonali». E pure il contrario.

La sicurezza non è solo una promessa elettorale

La sicurezza non è solo una promessa elettorale

Il benessere della popolazione passa anche e soprattutto dalla nostra sicurezza. Mai così pochi furti negli ultimi 10 anni!

La scorsa settimana mi sono recato nel Mendrisiotto per assistere all’esercitazione ODESCALCHI. In quest’occasione un milite della protezione civile che in quei giorni prendeva parte all’esercizio si è avvicinato. Non lo conoscevo e credevo volesse darmi le sue impressioni sulla simulazione in corso. Mi sbagliavo. Mi ha raccontato di come, qualche tempo fa, sua sorella fosse stata la vittima di un furto in un’abitazione. Si è sentita profondamente segnata da quell’episodio. Una sensazione sgradevole, di impotenza e di paura.

Sicurezza è un bene basilare da difendere
Non mi stancherò mai di ripeterlo: la sicurezza rappresenta un elemento fondamentale nella vita di una persona. Si tratta di un bene primario che lo Stato, soprattutto il nostro, deve garantire a tutti i suoi cittadini. Deve quindi impegnarsi e mettere in campo tutte le risorse necessarie per offrire ai propri cittadini un elevato grato di sicurezza. Ne sono profondamente convinto e non mi stancherò mai di ripeterlo. Per il sottoscritto la sicurezza di tutti i cittadini del nostro Cantone non è una mera promessa politica formulata nel corso della campagna elettorale. Garantire la sicurezza della popolazione è uno degli obiettivi politici per cui mi batto con serietà e impegno quotidiano. Senza mollare e senza esitare mai. Un capitolo dedicato alla sicurezza è peraltro contenuto nel documento in cui abbiamo indicato gli obiettivi che il Governo intende perseguire nel corso di questa legislatura iniziata lo scorso anno.

Giorno dopo giorno, misura dopo misura cerco di aggiungere un mattone al Ticino sicuro che sto costruendo e che voglio per tutti i Ticinesi. La sicurezza non passa solo dal contrastare il crimine sul territorio, non è unicamente la caccia al ladro o al rapinatore o meglio ancora il prevenire tali situazioni: la sicurezza passa anche da azioni politiche concrete come l’introduzione della richiesta sistematica del casellario giudiziale per evitare che potenziali criminali vengano a insediarsi in Ticino. La sicurezza passa anche – e soprattutto! – da più agenti di polizia sul nostro territorio: questo oltre che dal rafforzamento degli effettivi è stato possibile anche grazie all’avvicinamento della nostra Polizia cantonale al territorio con la regionalizzazione della Gendarmeria che ha riportato gli agenti sul terreno.

In Ticino meno furti grazie alle misure volute dal DI
Ma i risultati? Già i risultati sono lì da vedere: prendiamo l’esempio dei furti nelle abitazioni. Secondo le statistiche della Polizia cantonale la media di furti commessi in Ticino del mese di marzo 2016 ha registrato un record positivo, ossia il valor uno dei valori più bassi degli ultimi 10 anni!
Si tratta di risultati tangibili che sono stati possibili grazie alla strategia intrapresa dal mio Dipartimento nel corso degli ultimi anni volta ad accrescere l’efficacia delle forze dell’ordine e di riflesso la sicurezza della popolazione.

Ho chiesto al giovane, se fosse cambiato qualcosa per sua sorella nel corso di questi anni. Mi ha risposto che la divisa blu ossia quella che indossa la Polizia cantonale, ma pure le Comunali e le Guardie di confine, per lei rimane una certezza. La zona in cui risiede la signora era stata colpita da diversi furti nelle abitazioni. Qualcosa in effetti per la signora è davvero cambiato: le sue abitudini. Ha iniziato infatti a seguire i consigli della Polizia cantonale per prevenire i furti. Ma soprattutto la presenza della nostra Polizia, a stretto contatto con lei. “Si – mi ha detto il giovane milite. Quella divisa blu, in azione sulle nostre strade aiuta davvero a garantire la sicurezza di tutti noi: sia quella oggettiva che quella percepita da tutta la popolazione”. Quella divisa blu che mi impegnerò a garantire sul nostro territorio per il bene e il benessere di tutti i Ticinesi!

Ticino 2020: nel Comitato strategico Gobbi, Beltraminelli, Calastri e Croci

Ticino 2020: nel Comitato strategico Gobbi, Beltraminelli, Calastri e Croci

Da La Regione del 1. luglio 2016

Il progetto ‘Ticino 2020′, ovvero la riforma dei flussi finanziari e delle competenze tra Cantone e Comuni, entra nella sua fase operativa. Il Consiglio di Stato ha infatti designato i membri dei gruppi di lavoro. L’organizzazione di progetto, segnala il governo in una nota, sarà garantita da un Comitato strategico e da un Comitato guida, con competenze tecniche. Del primo fanno parte i consiglieri di Stato Norman Gobbi (presidente) e Paolo Beltraminelli, il responsabile dell’Associazione dei Comuni ticinesi Riccardo Calastri e il sindaco di Mendrisio Carlo Croci. La direzione di progetto – “dotata di un Gruppo operativo formato da alcuni funzionari” – è stata assegnata al capo della Sezione enti locali Elio Genazzi, in rappresentanza del Cantone, e a Michele Passardi (Comuni). Sono inoltre stati costituiti sette gruppi di lavoro. Sei approfondiranno i seguenti temi: previdenza sociale, assistenza, famiglie, anziani, scuole e mobilità. Il settimo gruppo la perequazione. Le loro proposte sono attese entro la fine di quest’anno.

Ticino 2020, via al cantiere

Ticino 2020, via al cantiere

Da RSI.ch l Fatti i gruppi di lavoro. La tempistica: nel 2018 il progetto arriverà in Gran Consiglio. È ufficialmente partito il progetto Ticino 2020, che si propone di ridefinire e facilitare i rapporti fra il Cantone e i comuni. Il Consiglio di Stato ha infatti definito i membri dei gruppi di lavoro.

La struttura organizzativa decisa l’8 giugno prevede un comitato strategico con quattro membri (i consiglieri di Stato Norman Gobbi e Paolo Beltraminelli, il presidente dell’Associazione dei comuni ticinesi Riccardo Calastri e il sindaco di Mendrisio Carlo Croci) un comitato guida composto da dieci persone, una direzione di progetto con a capo Elio Genazzi della sezione enti locali e Michele Passardi in rappresentanza delle località.

I gruppi di lavoro saranno sette di quattro persone ognuno: sei affronteranno compiti legati ad ambiti tematici quali la previdenza sociale, l’assistenza, le famiglie, la politica degli anziani, le scuole e la mobilità, mentre l’ultimo si occuperà di perequazione. Le loro proposte di soluzione dovranno scaturire entro fine anno, nel 2017 saranno tradotte in modifiche di legge che nel 2018 arriveranno all’attenzione del Gran Consiglio. L’attuazione della riforma, che prevede il riassetto delle amministrazioni cantonale e comunali, avverrà a partire dal 2019.

Entra in vigore il divieto di dissimulazione del volto

Entra in vigore il divieto di dissimulazione del volto

Il 1. luglio 2016 entrano in vigore le nuove leggi sull’ordine pubblico e la dissimulazione del volto negli spazi pubblici il cui obiettivo è la tutela dell’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini. Si sono conclusi nel corso del pomeriggio i lavori preparatori coordinati dal Dipartimento delle istituzioni e necessari per l’entrata a regime delle nuove disposizioni legislative.

Anzitutto va ricordato che contro le nuove disposizioni legislative sono pendenti due ricorsi al Tribunale federale ai quali non è stato concesso l’effetto sospensivo e pertanto le nuove leggi entrano in vigore domani, 1. luglio 2016, come deciso dal Consiglio di Stato.

Nel corso del pomeriggio si è quindi tenuto a Bellinzona l’ultimo incontro previsto nell’ambito dei lavori preparatori in vista dell’entrata in vigore delle nuove norme. Alcuni funzionari dell’Amministrazione cantonale si sono riuniti con i rappresentanti dell’Agenzia turistica ticinese e delle Organizzazioni turistiche regionali per aggiornarsi reciprocamente su quanto svolto da entrambe le parti. Già nelle scorse settimane il Dipartimento delle istituzioni ha organizzato un incontro informativo al quale hanno preso parte i Municipi e le Polizie comunali e ha pure condiviso con il Dipartimento federale degli affari esteri un documento contenente alcune linee guida tramesse in seguito alle Ambasciate svizzere.

Si rammenta che dal 1. luglio 2016 ai reati già previsti dalla legge sull’ordine pubblico come l’accattonaggio, il disturbo della quiete pubblica e gli schiamazzi notturni, sono stati aggiunti anche altri comportamenti punibili quali l’imbrattamento del suolo o di luoghi pubblici (littering) e la dissimulazione del volto negli spazi pubblici. A quest’ultimo aspetto, regolato da una specifica legge, è stato dato particolare risalto mediatico anche dagli organi d’informazione esteri. Il Dipartimento ribadisce a tal proposito che non sarà più permesso coprire il viso in modo non identificabile negli spazi pubblici. Chiunque dissimulerà il proprio viso, o istigherà una terza persona a dissimularlo, si renderà pertanto punibile.

Comuni: è via libera alle scissioni coatte

Comuni: è via libera alle scissioni coatte

Dal Corriere del Ticino del 21 giugno 2016

Norman Gobbi: «Volontà popolare rispettata» – Simone Ghisla: «A rischio l’autonomia degli enti»

Dopo le aggregazioni coatte, ora anche le separazioni forzate sono diventate realtà e trovano fondamento nella legge. È quanto ha deciso a stretta maggioranza il Gran Consiglio che con 38 voti favorevoli, 32 contrari e 6 astensioni, ha dato luce verde alla modifica della Legge sulle aggregazioni e separazioni dei Comuni (LAggr), accogliendo il rapporto elaborato da Omar Balli (Lega). Ma procediamo con ordine. La questione delle scissioni coatte era tornata all’auge dell’attenzione politica dopo il 25 agosto 2015 il Tribunale federale aveva accolto il ricorso inoltrato dal Comune di Lavertezzo. Nel dettaglio, l’Ente locale si era rivolto ai giudici dell’Alta Corte contestando il decreto legislativo del marzo 2014, che prevedeva l’aggregazione di Brione Verzasca, Corippo, Frasco, Sonogno, Vogorno e dei territori in valle dei Comuni di Cugnasco-Gerra e, appunto, Lavertezzo. Ma c’è un ma. Alle urne, i cittadini di Lavertezzo avevano espresso un voto globalmente negativo, ad eccezione della frazione in Valle di Lavertezzo. Il decreto avallato dal Gran Consiglio prevedeva dunque la scissione coatta di quest’ultima. Una decisione però contestata e portata dinnanzi al Tribunale federale che ha così mostrato pollice verso al Consiglio di Stato, poiché la «Legge accenna solo alle aggregazioni coatte, non alle separazioni». Chiamato a colmare una lacuna giuridica, il Parlamento ha così dovuto decidere se introdurre nell’attuale legge la separazione forzata. E qui, le posizioni in aula si sono spaccate. Da un lato i sostenitori del rapporto di maggioranza – Lega, PLR, PS e Verdi – hanno sottolineato come «la modifica mira a sopperire alla lacuna dell’attuale norma per poter procedere, in determinati scenari e date determinate premesse, a scissioni coatte di comparti di territorio quali frazioni o quartieri», ha esordito Balli. «Il bene della Verzasca sta a cuore a tutti», ha così replicato il relatore di minoranza Simone Ghisla (PPD), «ma è opportuno limitare la portata del campo d’applicazione della Legge aggiungendo che lo scorporo di una parte del comune può avvenire solo se esso non è contiguo. La modifica di legge, così come da noi presentata, permette di risolvere il caso della Verzasca senza mettere nelle mani di Governo e Parlamento un potere di disgregazione eccessivo che rischia di essere un’arma forte con i deboli e viceversa». O, per dirlo con le parole di Paolo Pamini (La Destra), «dare al Governo un cannone per sparare sui passeri». E se i contrari si sono più volte appellati all’autonomia comunale, secca è stata la risposta di Gianrico Corti (PS): «Questi sono discorsi da fantapolitica. Discorsi retrò che mi fanno pensare alle lotte di fine ‘800. Mentre qui si guarda al futuro, a Ticino 2020». «Chi crede che l’Esecutivo sia così folle da portare avanti un progetto d’aggregazione senza prendere in considerazione il parere dei cittadini?» ha replicato il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi che ha sottolineato come «l’evoluzione del territorio tiene conto della volontà popolare come pure delle tradizioni».

Approvata la scissione coatta

Approvata la scissione coatta

Dal Giornale del Popolo del 21 giugno 2016

Nella legge sarà inserita la possibilità di separazioni coatte anche di comparti di territori. Gobbi: «Colmiamo una lacuna di legge».

Di stretta maggioranza (38 deputati favorevoli, 32 contrari e 5 astenuti) il Parlamento ha approvato il rapporto del leghista Omar Balli che seguiva la proposta del Governo su una questione aggregativa. Si trattava, in sostanza, di colmare una lacuna legislativa che riguarda la possibilità di effettuare delle separazioni coatte di alcuni territori comunali. Una lacuna giuridica nata dal recente caso della Verzasca sul quale il Tribunale federale (TF) aveva annullato una decisione del Gran Consiglio. Nel caso particolare aveva accolto un ricorso del Comune di Lavertezzo che contestata la separazione coatta di un suo comparto. Il relatore del rapporto Omar Balli ha messo in evidenza la mancanza normativa e ha precisato che ciò non cambia nulla sulle aggregazioni coatte dei Comuni in quanto tali. «Sarà facile o difficile come lo è stato finora. Ma almeno si recepisce quanto deciso dal TF». E sul rapporto di minoranza sottolinea: «introduce criteri che limitano il margine di manovra del Consiglio di Stato. Al limite c’è sempre il Gran Consiglio che può correggere il tiro». Il relatore del rapporto di minoranza Simone Ghisla (PPD) ha invece evidenziato come questa modifica di legge è lesiva per l’autonomia comunale. «Invece si può benissimo dare seguito alle richieste del Tribunale federale, correggendo senza porre un potere eccessivo nelle mani dell’Esecutivo o del Legislativo cantonale». Dello stesso parere anche Fabio Battaglioni (PPD) in quanto il processo aggregativo coinvolge le comunità locali e la modifica di legge, invece, è imposta dall’alto. «Evitiamo di creare problemi più importanti». Anche per Paolo Pagnamenta (PLR) «il principio della separazione coatta è discutibile e per cambiare una legge così importante occorre una contestualizzazione più importante ». «Chiediamo solo di tappare una piccola falla al bastimento delle aggregazioni» ha ribadito Gianrico Corti (PS). Da parte sua Claudia Crivelli Barella (Verdi) ha sostenuto il rapporto di Balli. Il No è invece arrivato da Paolo Pamini in quanto «se si cambia una legge anche lo spirito che esprime muta. Non apriamo quel vaso di Pandora ». Norman Gobbi ha tenuto a precisare che il Consiglio di Stato «non è folle e non è intenzionato a usare questo nuovo strumento senza considerare la popolazione coinvolta. E ricordo che in ultima analisi è sempre stato il popolo a dire la sua». Il consigliere di Stato ha puntualizzato che lo scopo è quello di continuare con la politica delle aggregazioni, tenendo però in considerazione quanto detto dal Tribunale federale e lasciando all’Esecutivo un certo margine di apprezzamento».

La scissione coatta è realtà

La scissione coatta è realtà

Da RSI.ch l Il Gran Consiglio ha approvato di misura la modifica della legge sulle aggregazioni

La scissione coatta è ora possibile. Il Gran Consiglio ticinese, nella sua ultima seduta prima delle vacanze estive, ha approvato – con 38 voti favorevoli, 32 contrari e 5 astenuti – la modifica della legge sulle aggregazioni e separazioni dei comuni del 16 dicembre 200; favorevoli Lega, PLR, PS e Verdi, contrari PPD e la Destra.

La modifica – ricordiamo – si è resa necessaria in seguito ad una sentenza del tribunale federale del 25 agosto 2015, sull’aggregazione del nuovo comune di Verzasca (vedi correlati, ndr.).

“Dobbiamo sopperire alla lacuna nell’attuale legge per poter procedere, in determinati scenari e date determinate premesse, a scissioni anche coatte di comparti di territori”, ha ribadito il direttore del dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi.

Una posizione che la sala ha fatto propria, seppur con una maggioranza risicata.