Un po’ di tensione c’è, ma tutto è pianificato nei minimi dettagli

Un po’ di tensione c’è, ma tutto è pianificato nei minimi dettagli

Da LaRegione.ch del 1. giugno 2016

«Un po’ di tensione è inevitabile e direi normale in simili eventi. Tutto comunque è stato pianificato nei minimi dettagli», dice il comandate della Polizia cantonale Matteo Cocchi.

A garantire la sicurezza a Pollegio e dintorni ci sono «diverse centinaia di agenti»: poliziotti della Cantonale, agenti urani, della Svizzera centrale e dei cantoni romandi, nonché specialisti di altri cantoni.

«Abbiamo iniziato a pianificare il dispositivo dalla fine dello scorso mese di settembre», spiega Cocchi.

Permessi – All’ombra del casellario

Permessi – All’ombra del casellario

Dal Corriere del Ticino del 27 maggio 2016, un articolo di Massimo Solari

L’attività dell’Ufficio della migrazione, tra libera circolazione e misure dipartimentali Morena Antonini: «Ma i numeri non dicono tutto, alla quantità preferiamo la qualità»

«Per il rinnovo di un visto, premere tasto 1; per verificare lo stato della vostra pratica tasto 2; per altre informazioni tasto 3». Anche noi, per raggiungere la responsabile dell’Ufficio della migrazione Morena Antonini, siamo dovuti passare dallo speciale contact center introdotto a inizio 2015 dal Dipartimento delle istituzioni. Insieme ad altri, uno strumento implementato con l’obiettivo di gestire al meglio il rilascio e il rinnovo dei permessi. Provvedimenti, questi, culminati nell’aprile dello scorso anno con la richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale per i richiedenti di un permesso di dimora (B) e per frontaliere (G). E in tal senso è stato come ritornare alle origini, in quanto la procedura era già prevista prima dell’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione (ALC) nel 2002, che invece l’ha poi permessa solo in via eccezionale. «Il discorso però è complesso» ci fa notare Antonini: «Sono una della vecchia guardia, che ha vissuto sulla propria pelle tutti gli aggiornamenti intercorsi in questi anni». Sì perché, sottolinea la capoufficio, «la materia stranieri, anche prima dell’ALC, è sempre stata in evoluzione: sia nell’ambito del legislatore che a livello di giurisprudenza». E se tra il 2002 e il 2015 la modifica formale più rilevante per cercare di ovviare all’assenza di un filtro come il casellario è stata l’introduzione dell’autocertificazione sui precedenti penali, dietro le quinte le autorità preposte ai controlli hanno dovuto in qualche modo reinventarsi.

Quel filtro preventivo venuto meno
«Oltre alla richiesta del certificato penale – spiega Antonini – prima della libera circolazione si procedeva anche con un esame preventivo delle domande. Per le persone intenzionate a esercitare un’attività lucrativa in Ticino si raccoglievano una serie di dati sui rispettivi datori di lavoro. Verificavamo l’esistenza dell’azienda, se il fabbisogno di manodopera estera fosse giustificato e si fosse già ricercato sul mercato del lavoro residente, la correttezza delle condizioni salariali». Detto altrimenti, quando si rilasciava l’autorizzazione tutti i controlli erano già stati eseguiti, e quindi la possibilità che vi fossero abusi o casi che interessassero le autorità giudiziarie risultavano più limitati. Con l’ALC tutto è cambiato. «I diversi organi di controllo, come i Comuni, l’ufficio AVS o dell’assistenza, l’Ispettorato del lavoro e l’Ufficio per la sorveglianza del mercato del lavoro, sono stati chiamati ad agire in seconda battuta» indica Antonini. La maturazione di questo nuovo paradigma operativo si è tuttavia protratta negli anni. «Tant’è – rileva la nostra interlocutrice – che siamo arrivati nel 2014 con un rilevante accumulo di segnalazioni. Questo ha giustificato una riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione, con l’istituzione di un settore giuridico che oggi approfondisce i casi critici. E naturalmente aumentando i controlli è cresciuto il numero delle decisioni di diniego o revoca».
Ma se i 192 casi gravi venuti a galla tra l’aprile del 2015 e quello del 2016 sono figli della richiesta sistematica del casellario, lo stesso non può dirsi per altre fattispecie. Oltre alla citata collaborazione con altri settori, così come con la Confederazione e le forze dell’ordine, prima del casellario il Dipartimento delle istituzioni aveva tentato altre vie. «Penso all’esame dei richiedenti tramite il motore di ricerca Google» spiega Antonini: «Certamente le informazioni che si ricavano non sono affidabili quanto quelle di un certificato rilasciato dalle autorità, ma anche in Internet è possibile risalire a dati che giustificano una richiesta di approfondimento». Ma come funziona? «La procedura non è facile: vengono inseriti i nominativi con determinate modalità tecniche che i collaboratori hanno appreso da esperti, il tutto per ottenere risultati più attendibili».

Dietro ai numeri
Se si analizzano le statistiche 2015 relative ai permessi globali emessi agli stranieri non può ad ogni modo passare inosservato il crollo numerico rispetto al 2014: i permessi sono infatti passati da 90.848 a 77.008. Difficile non pensare a un deciso giro di vite in quest’ambito. «Ma se guardiamo al 2005 – nota Antonini – eravamo a quota 66.000. Questi flussi sono legati ai rinnovi, a loro volta dettati dalle scadenze quinquennali dei permessi che si spalmano sull’arco di 3 anni». Antonini inoltre rinvia alla statistica sui permessi in vigore, «dove al contrario si assiste a un incremento del totale, passato dalle 174.240 unità del 2014 alle 174.711 del 2015». La capoufficio non nasconde comunque che «a seguito dell’aumento dei richiedenti, di quello dei controlli e delle segnalazioni, effettivamente l’ufficio ha accumulato dei ritardi nell’evasione delle domande». Ciò detto, puntualizza, «non sarebbe attendibile trarre delle conclusioni basandosi unicamente sull’entità dei permessi rilasciati. Il nostro è un lavoro di qualità, non di quantità».

«Soluzioni fatte in casa»
Nessun atteggiamento vessatorio nei confronti degli stranieri, dunque? abbiamo chiesto al direttore delle Istituzioni Norman Gobbi. «Tutt’altro: con l’avvento della libera circolazione c’è stata una limitazione sulle possibilità di anticipare gli interventi e rispettivamente fermare persone ricercate. Perciò – aggiunge – abbiamo dovuto trovare delle soluzioni fatte in casa che ci permettessero un maggiore controllo». Politicamente parlando, per Gobbi alla base di queste decisioni v’è «il principio del Ticino sicuro e accogliente. Il Cantone è in effetti disposto ad accogliere sul territorio coloro che vogliono partecipare attivamente alla vita economica e alla crescita del Paese, e non solo beneficiare del luogo. Dall’altra parte c’è poi una dimensione di sicurezza, cruciale per un cantone come il nostro che, a differenza di altri, è esposto in maniera accresciuta a fenomeni come la criminalità organizzata».

Lodrino, l’affare Mazza & Gobbi

Lodrino, l’affare Mazza & Gobbi

Da La Regione del 25 maggio 2016

Il Comune sarà proprietario della struttura a un prezzo politico: un milione di franchi, o anche meno – Accordo c on la Confederazione trovato in un incontro chiarificatore, con il supporto di Norman Gobbi.

Entro la fine di quest’estate l’aeroporto di Lodrino sarà di proprietà della Confederazione. Il consigliere di Stato Norman Gobbi , da noi interpellato ieri, ha preferito non sbilanciarsi troppo riguardo al recente incontro a Berna – di cui siamo venuti a conoscenza – sull’aeroporto di Lodrino con i vertici del Dipartimento federale della difesa, il centro di competenza ArmaSuisse. Con un «grande risultato» – di buon auspicio per lo sviluppo futuro del nuovo Comune che nascerà dall’aggregazione con Cresciano, Osogna e Iragna – che entusiasma il sindaco di Lodrino Carmelo Mazza .

E non si fa certo fatica a credergli. È da tempo che aspettava questa notizia. «Già dal 1996 – spiega alla ‘Regione’ Mazza – il Municipio di Lodrino ha istituito un gruppo di lavoro con la Regione Tre Valli e l’allora direzione dello scalo militare rivierasco (Nelio Rigamonti), con l’obiettivo di preparare un (primo) regolamento in vista di un disimpegno della Confederazione e di uno sfruttamento, a scopi civili, dell’aerodromo». Una bozza, certo, frutto di una visione. Ebbene, oggi, a vent’anni di distanza, la certezza che si andava nella giusta direzione.

Traspare la tenacia di una valle, segnata dalle sorti dell’industria del granito, dal coronamento delle aggregazioni e poi la determinazione di un sindaco, dei ‘suoi’ municipali. Ma non solo. Mazza rivolge parole di ringraziamento verso Gobbi. Sua l’idea, dice Mazza, dell’incontro, l’attesa strategica del cambio della guardia tra il ‘vecchio’ ministro Ueli Maurer (ora capo delle Finanze) e il volto ‘nuovo’ Guy Parmelin. Da tempo era in agenda un incontro ‘chiarificatore’. La Confederazione voleva sei milioni, poi tre, mentre l’offerta del Comune non superava il mezzo milione. Con, due mesi e mezzo fa, «l’ultimatum» da Lodrino. A fare da contatto tra Maurer e Parmelin Bruno Locher, capo della Sezione territorio e ambiente che ha ricevuto incarico da Maurer di seguire il caso. Ecco che il costo ipotizzato ora è di un milione. Forse meno.

Si è però rischiato il tracollo. Successe già negli anni 2000. Grazie al lavoro di squadra con Sereno Imperatori (timoniere Ruag), con gli inserimenti di Raffaele De Rosa (direttore dell’Ente regionale per lo sviluppo del Bellinzonese e Valli) e il coinvolgimento delle ditte (Heli Tv e Ruag), con il supporto del delegato dell’aviazione Davide Pedrioli e di Fabio Conti (Sezione del militare e protezione della popolazione) si è giunti, nel 2013, al Piano settoriale dell’infrastruttura aeronautica (Psia) con le direttive federali per lo sviluppo edilizio e operativo dell’aerodromo, a concretizzare l’impegno pubblico del Comune di Lodrino (o, in alternativa, del Cantone).

Per farsi un’idea delle grandezze in gioco l’hangar 4 (verde), costruito una quindicina di anni fa per gli elicotteri Super Puma, è costato 12 milioni di franchi. Per convincere Berna della validità dell’offerta (e degli intendimenti) del Comune di Lodrino per l’aeroporto, il Municipio ha insistito sui progetti nati «per il nuovo Comune-Regione» sull’aerodromo in collaborazione con la Supsi, quel Polo tecnologico dell’aviazione che dispone ora delle basi per creare ricchezza. Quanto basta, insomma, per dimostrare che sul sedime (con la torre di controllo e gli hangar) non si intende lanciarsi in speculazioni immobiliari di nessun genere, ma che piuttosto si vuole avviare un progetto di sviluppo. Condizioni particolari fissate dalla Confederazione? Il mantenimento di condizioni di favore nei confronti delle forze aeree, quale segno dell’importanza che il Comune futuro intende riconoscere verso le loro esigenze, anche negli anni che verranno.

Ex Tutorie, la via mediana

Ex Tutorie, la via mediana

Da LaRegione del 25 maggio 2016, un articolo di Paolo Ascierto e Andrea Manna

L’idea della sottocommissione: diritto di famiglia alle preture, protezione alle Arp

C’erano una volta le Tutorie. Oggi ci sono le Autorità regionali di protezione, le Arp, a occuparsi della protezione di adulti e minori. E domani? La via del Consiglio di Stato è chiara: passare dal modello amministrativo a quello giudiziario. Ossia da un sistema incentrato sulle Arp a uno incentrato sulle preture. Una proposta, quest’ultima, già benedetta dal Gran Consiglio. Senonché ora la sottocommissione parlamentare della Legislazione che sta approfondendo il dossier propone una ‘via mediana’, a metà tra il giudiziario e l’amministrativo. Nello specifico, spiega alla ‘Regione’ la coordinatrice della sottocommissione Amanda Rückert (Lega), si tratterebbe di «passare alle preture tutte le attuali competenze delle Arp che rientrano sotto il cappello del diritto di famiglia. Le Arp, la cui struttura andrebbe comunque rivista, manterrebbero invece le proprie competenze nell’ambito della protezione di adulti e minorenni». Calma e gesso però. «Tutto è ancora aperto». Anche perché c’è un nodo tecnico da sciogliere: «Il Codice civile – spiega Rückert – stabilisce all’articolo 440 che l’autorità che giudica deve essere la stessa in entrambi gli ambiti: quello del diritto di famiglia e quello della protezione». Per questo si è chiesto all’Ufficio federale di giustizia se sussistono «margini di manovra» per seguire la ‘via mediana’. D’accordo. Ma perché non passare al giudiziario come si era stabilito a suo tempo? «Dalle diverse audizioni condotte in sede di sottocommissione è emersa una disparità di trattamento nell’ambito del diritto di famiglia: quando si ha a che fare con figli di genitori sposati per questioni di separazioni, mantenimenti e via dicendo – spiega la deputata leghista – è sempre competente la pretura. Se per contro i genitori non sono sposati la competenza è delle Arp». Per eliminare tale «disparità di trattamento» si è quindi pensata la ‘via mediana’, «che è una via possibile, ma non l’unica». Si vedrà. «Sto ancora valutando quale sia la soluzione migliore. Devo dire però – aggiunge il socialista Ivo Durisch – che se prima ero un po’ scettico sul modello giudiziario così come proposto dal messaggio governativo, ora sono possibilista». In ogni caso, continua il capogruppo del Ps, «è secondo me necessaria una riduzione a cinque del numero delle Arp e la loro cantonalizzazione. Nel senso che le Autorità regionali di protezione dovrebbero dipendere non più dai Comuni, bensì dal Cantone. L’attuale modello amministrativo infatti non soddisfa». Inoltre, rileva Durisch, «bisognerà affrontare un altro aspetto del sistema vigente e cioè la formazione dei curatori che spesso si trovano confrontati con situazioni divenute per loro ingestibili». E l’esecutivo? Non chiude le porte. «Attendiamo – rileva il capo del Dipartimento istituzioni (Di) Norman Gobbi, ricevuto ieri mattina dalla sottocommissione – di conoscere il parere dell’Ufficio federale di giustizia, che solleciteremo affinché risponda ai deputati. Poi ci confronteremo con la sottocommissione sulle vie che si potranno prendere: c’è lo statu quo, mantenendo un sistema amministrativo in mano ai Comuni. Oppure, sempre in ambito amministrativo, si potrebbero cantonalizzare le Arp. Oppure ancora passare al giudiziario con le preture o con la creazione di un apposito tribunale. Questi gli scenari tra i quali scegliere. E il settore – conclude Gobbi – non deve essere scombussolato dal punto di vista operativo, dato che si rivolge a persone che hanno bisogno».

Verso la giustizia di domani, con la massima collaborazione

Verso la giustizia di domani, con la massima collaborazione

Discorso che ho pronunciato in occasione in occasione dell’Assemblea generale ordinaria dell’Ordine degli avvocati, 19 maggio 2016

Signor Presidente,
Signori Magistrati,
Gentili signore, egregi signori avvocati,

è per me un grande piacere portare il saluto del Consiglio di Stato e del Dipartimento delle istituzioni alla vostra Assemblea generale ordinaria e vi ringrazio anche quest’anno per il vostro cortese invito.

La vostra Assemblea è un momento privilegiato di dialogo e di scambio d’informazioni – al quale do sempre volentieri seguito. Un’occasione imperdibile durante la quale ho la possibilità di darvi una panoramica dei progetti in corso nell’ambito della giustizia – ma non solo! – e di condividere con voi gli sviluppi relativi a quei campi d’attività che toccano da vicino il vostro operato. Ci tengo a sottolineare che non si tratta dell’unico momento di scambio con l’Ordine degli avvocati. La collaborazione anche nel corso dello scorso anno è stata valida e preziosa. In questo contesto mi preme mettere in evidenza l’ottima collaborazione che si è creata tra la Direzione delle Strutture carcerarie cantonali e l’Ordine degli avvocati per il tramite del suo Presidente. Mi riferisco in particolar modo al recente accordo raggiunto per quel che concerne il tempo massimo giornaliero da concedere ai prevenuti per parlare con il loro patrocinatore e alle modalità comunicative in caso di urgenza. Mi sono giunti importanti segnali di soddisfazione relativi al rapporto con gli avvocati difensori, che riescono a lavorare nel pieno rispetto delle disposizioni – anche per certi aspetti rigide – volute dalla Direzione delle nostre carceri.
Un’ottima collaborazione quindi, non solo con il sottoscritto ma anche con i miei funzionari dirigenti e in particolar modo con la Divisione della giustizia.
Divisione che da febbraio può contare su una nuova responsabile: Frida Andreotti è, infatti, la nuova Direttrice che ha sostituito Giorgio Battaglioni alla testa della Divisione.
Cambiano le persone ma non cambiano i buoni auspici né l’intenzione di continuare a collaborare in modo proficuo ed efficace con l’Ordine.

Nelle scorse settimane, con questo spirito, la nuova Direttrice ha inviato all’attenzione del vostro Presidente una lettera in cui lo ha informato sulla manovra di risanamento delle finanze cantonali presentata il 26 aprile dal Governo in corporae ai media.
Scopo della manovra è quello di migliorare il precario stato di salute dei conti dello Stato raggiungendo il pareggio di bilancio entro il 2019.
Questo significa recuperare 180 milioni: ogni Dipartimento in questo senso ha fatto la sua parte e ha trovato al suo interno una serie di misure – attualmente al vaglio del Gran Consiglio – da aggiungere al pacchetto di risanamento.
Alcune di queste misure vi toccano più da vicino, per questo motivo vi sono state illustrate nel dettaglio una volta reso pubblico il progetto.
Mi soffermerò brevemente su alcune anche stasera.
Anzitutto mi preme mettere l’accento sulla riorganizzazione delle giudicature di pace.
Un progetto confermato nell’ambito del risanamento ma che non è una novità.
Si tratta difatti di un tema già approfondito nell’ambito del progetto “Giustizia 2018”.
Cosa andremo a cambiare?
Sostanzialmente ridurremo il numero delle giudicature di pace, verrà soppressa la figura del giudice di pace supplente e il sistema retributivo sarà adeguato di conseguenza.
Colgo l’occasione per ribadire l’impegno del Governo e del Dipartimento nel voler proseguire con il progetto che vuole rivedere l’assetto della giustizia del nostro Cantone nell’ottica di offrire un servizio di qualità assicurando il rispetto del principio della trasparenza nei confronti dei nostri cittadini ma anche di tutti gli addetti ai lavori.
Un cantiere, quello della giustizia ticinese, che, ribadisco – come fatto lo scorso anno in questa sede – sta andando avanti grazie anche – e soprattutto – grazie alla vostra collaborazione e al vostro impegno che non avete mai negato.
Di questo ve ne sono davvero grato.

Dopo questo breve excursus su “Giustizia 2018” riporto il focus sul risanamento delle finanze cantonali e in generale su altre riorganizzazioni che abbiamo inserito come misure da attuare nel corso della legislatura.
Riorganizzazioni di alcuni settori come quello delle esecuzioni, dei fallimenti e dei registri.
Riorganizzazioni che oltre a contribuire al raggiungimento del pareggio dei conti perseguono pure l’obiettivo di migliorare significativamente il servizio offerto alla cittadinanza e agli addetti ai lavori ottimizzando al contempo le risorse a disposizione.
Un tema, quello delle riorganizzazioni, al quale credo e a cui ho sempre dedicato attenzione da quando sono entrato in Consiglio di Stato.
Un aspetto di fondamentale importanza a cui l’amministrazione pubblica non può e non deve sottrarsi per stare al passo con i tempi e rispondere puntualmente e tempestivamente alle nuove esigenze di tutta la popolazione dettate soprattutto dal contesto di continua evoluzione – soprattutto tecnologica – nel quale ci situiamo oggi.

Altri cantieri, altre sfide ci attendono quindi nel corso della corrente legislatura.
Sfide anche ambiziose – non lo nego – ma sulla cui riuscita sono fiducioso di poter contare, ancora una volta, sullo scambio d’opinioni con il vostro Ordine all’insegna del dialogo e della trasparenza. Essendo la manovra per risanare le finanze il centro dell’attività del Governo ho ritenuto di dover ribadire e approfondire anche in questa sede alcune sfaccettature. Sono tuttavia cosciente che le carte sul tavolo, anche da parte vostra, sono numerose e – lo sottolineo – saranno affrontate. In questo senso la Direttrice della Divisione della giustizia vi ha dato la sua disponibilità ad approfondire alcune considerazioni sul tema dell’avvocatura di Stato sollevate lo scorso mese di febbraio alla nostra attenzione.
Per poter raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati tutti gli attori coinvolti, Istituzioni comprese, devono fare la loro parte. Per poter arrivare all’ambizioso e storico traguardo che ci siamo prefissati serve oltre alla vostra preziosa e valida cooperazione anche – e soprattutto – una presa di coscienza collettiva. Confido che anche in futuro continueremo a mantenere dialogo e condivisione quali principi fondati delle nostre interazioni.
“Nostre” intese come delle istituzioni e non solo e unicamente del sottoscritto.

A questo proposito tengo a riformulare i miei ringraziamenti a voi tutti partendo dal vostro Presidente, dai membri del Consiglio e da tutti gli altri affiliati coinvolti.

Vi ingrazio per l’attenzione.

Penalizzati perché autonomi

Da LaRegione del 18 maggio 2016, un articolo di Chiara Scapozza

Il governo taglia il contributo di sostegno ai Comuni periferici che non si sono ancora aggregati

“La manovra sarà neutra per i Comuni”. Il Consiglio di Stato lo aveva garantito già prima di presentare il messaggio sul risanamento delle finanze cantonali e lo ha confermato illustrando i dettagli dell’operazione. Andando però a spulciare tra le misure (ne parliamo anche nella pagina seguente), casca l’occhio sulla “riduzione del contributo di localizzazione geografica in base allo stato di avanzamento delle aggregazioni”. Un risparmio di poco più di tre milioni di franchi per il Cantone, che si traduce in una minore entrata per una quarantina di Comuni e che ha fatto rizzare i capelli in testa ad alcuni amministratori locali. Ai municipi è di recente stata recapitata, da parte della Sezione degli enti locali, una circolare con la quale si ricapitola “l’impatto sui Comuni della manovra di risanamento finanziario cantonale”. Si spiegano i benefici (derivanti in gran parte dalla rivalutazione delle stime immobiliari) e le compensazioni (eliminazione tra l’altro del riversamento ai Comuni della tassa sugli utili immobiliari). Tirata la riga, l’operazione risulta globalmente neutra. Poi seguono le “altre misure”, di cui fa parte la citata riduzione del contributo di localizzazione geografica. Contributo introdotto a sostegno dei Comuni periferici che hanno costi legati alla gestione del territorio più elevati della media (superfici molto estese) e potenziato nel 2010 a seguito della cosiddetta ‘Iniziativa di Frasco’, che voleva riversare buona parte del provento dei canoni d’acqua alle zone periferiche quale indennizzo per lo sfruttamento delle acque per la produzione di energia elettrica. Fu allora il Consiglio di Stato a proporre, quale “compromesso”, il potenziamento del contributo di localizzazione geografica “dagli attuali 5,6 milioni di franchi, ad un importo corrispondente al 30% dell’introito lordo dei canoni d’acqua”, come si legge nel messaggio governativo di allora. Compromesso che venne accettato dal parlamento e dagli iniziativisti, che ritirarono così le loro pretese.

Importo all’80% o al 50%

“A differenza dell’iniziativa – specificava l’Esecutivo – questo montante non sarà ripartito tra tutti i Comuni ma solamente tra quelli periferici che già beneficiano del contributo di localizzazione geografica”. Si calcolava allora di raggiungere i 12 milioni di franchi all’anno. L’importo stimato per il 2016 ammonta a 16,5 milioni di franchi, mentre a mente della Sezione degli enti locali si potrebbe mantenere fermo a poco più di 13. Come? Suddividendo in tre categorie i Comuni beneficiari “a dipendenza della loro situazione in ambito aggregativo, in riferimento al Piano cantonale delle aggregazioni” (Pca). I Comuni già aggregati conformemente al Piano “percepiscono l’intero contributo”. Si tratta di Capriasca, Centovalli, Gambarogno, Onsernone, Acquarossa, Blenio, Serravalle, Faido. Quelli che “hanno già perlomeno portato a termine con successo un’aggregazione, rispettivamente quelli che hanno già votato a favore di un progetto poi abbandonato, hanno diritto all’80% del contributo”: Breggia, Castel S. Pietro, Alto Malcantone, Aranno, Bioggio, Cademario, Lugano, Miglieglia, Monteceneri, Brione Verzasca, Corippo, Frasco, CugnascoGerra, Mergoscia, Sonogno, Vogorno, Avegno Gordevio, Cevio, Lavizzara, Maggia, Pianezzo, S. Antonio. “Tutti gli altri ricevono il 50% dell’importo calcolato”. Sono Arogno, Rovio, Lavertezzo, Bosco Gurin, Campo Vallemaggia, Cerentino, Linescio, Isone, Airolo, Bedretto, Bodio, Dalpe, Giornico, Personico, Pollegio, Prato Leventina, Quinto. A loro il compito di far quadrare comunque i conti.

LE REAZIONI
Gobbi: ‘Strumento di stimolo. Va letto positivamente’. Badasci: ‘Possibilista’

Ritoccare il contributo di localizzazione geografica significa ritrattare il compromesso sull’iniziativa sui canoni d’acqua (‘Iniziativa di Frasco’). Come giustifica questa scelta il Consiglio di Stato? «Uno dei problemi evidenziati dal provvedimento è che ha bloccato determinati processi aggregativi: queste maggiori risorse hanno condizionato la volontà, o la necessità, di unire le forze per meglio gestire il territorio – risponde Norman Gobbi , direttore del Dipartimento delle istituzioni –. Quindi la riduzione del contributo non rappresenta uno strumento di politica di risparmio, bensì di stimolo a quella aggregativa. Va letta in maniera positiva». Certo è che all’epoca dell’Iniziativa di Frasco la controproposta del governo fece breccia e si trovò un accordo politico… «Anche questa è una scelta politica, perché non si vanno a toccare indistintamente tutti i Comuni – replica Gobbi –. Chi ha già fatto i passi dovuti verso un progetto aggregativo non ne risentirà». Si tratta comunque di slegare il contributo dal concetto di sfruttamento dell’acqua e di legarlo al Piano cantonale delle aggregazioni. «Parzialmente sì. Perché il contributo non dev’essere visto come un pretesto per mantenere delle autonomie locali. Non dimentichiamo che parliamo di Comuni piccoli, che beneficiano ampiamente degli aiuti senza erogare servizi alla cittadinanza (scuole, infrastrutture ecc)». Ci sarebbe poi il discorso dei moltiplicatori d’imposta bassi… Gobbi si limita ad auspicare che il tutto serva da incentivo. «A livello aggregativo, affinché non trascorrano altri quattro anni senza che accada nulla. E a livello di discussione: mi auguro che il Gran Consiglio capisca la necessità d’intervenire. L’autonomia comunale è sì garantita, ma non assoluta e non in disprezzo della necessità di un riordino territoriale. Voluta, peraltro, dallo stesso parlamento». L’analisi del Legislativo è agli inizi. Fabio Badasci , deputato leghista e capofila nella “lotta” sui canoni d’acqua in qualità di sindaco di Frasco, non si sbilancia. «A primo acchito non posso dirmi soddisfatto, ma resto possibilista – spiega –. Bisognerà svolgere gli approfondimenti del caso». Chissà che non si trovi un (altro) modo per far rientrare dalla finestra ciò che è uscito dalla porta…

Un EOC forte per assicurare un futuro agli ospedali di valle

Un EOC forte per assicurare un futuro agli ospedali di valle

Da La Regione del 18 maggio 2016, una mia opinione sul tema in votazione il prossimo 5 giugno 2016

Sono passati più di 20 anni da quando ho varcato per l’ultima volta la porta del pronto soccorso dell’ospedale di Faido. Mi ero tagliato un dito affilando la falce e occorreva qualche punto di sutura. Fu l’ultima esperienza diretta con il nosocomio leventinese e in generale con altri ospedali, ma è indubbio che da allora il settore si è evoluto e in maniera molto veloce.
L’Ente Ospedaliero Cantonale (EOC), nato ad inizio Anni Ottanta, stava ancora risanando la voragine di debiti (ben 250 milioni di franchi!) ereditati dai 10 ospedali distrettuali che prima dell’Ente funzionavano in base a un numero eccessivo di letti, giornate di cura, doppioni e prestazioni non sempre all’insegna della qualità. Purtroppo, allora il miglior medico dei ticinesi era il famoso treno per Zurigo.

L’EOC è riuscito in pochi anni a guadagnare credibilità medica e politica, raggiungendo una stabilità finanziaria, anche grazie a regole di gestione volte a favorire cure appropriate, efficaci ma anche finanziariamente sostenibili che i promotori del referendum e dell’iniziativa popolare “giù le mani dagli ospedali” rigettano perché secondo loro – e cito -“sono rette da una logica mercantile”.

Grazie a queste regole l’EOC è diventata un’azienda moderna e di qualità, che ha continuato a investire nelle zone periferiche; una scelta fondata su ragioni di politica regionale e resa possibile grazie a finanze divenute nel frattempo sane. Alcuni esempi tra i tanti: è stato rifatto l’ospedale di Faido, sono state costruite la Lavanderia e la sterilizzazione centrale a Biasca.
Oggi attorno al settore socio-sanitario ruotano oltre 1300 impieghi nelle sole Tre Valli, opportunità lavorative qualificate commisurate ai fabbisogni di cura. Ha dunque fatto bene il Parlamento ad allineare strutture e risorse in funzione dei nuovi bisogni. Bisogni di assistenza e cura derivati dall’andamento demografico (leggi invecchiamento della popolazione), dal progredire delle scienze mediche e dall’emergere di nuove specialità. Sfide che costringono, come nel caso della pianificazione ospedaliera, anche i piccoli ospedali a trasformarsi per rimanere al passo con le esigenze della popolazione e competitivi rispetto ai nosocomi d’Oltralpe: non specialistici – perché la massa critica è insufficiente – ma rivolti a percorsi di accoglienza più contenuta, rimanendo però un’unità di riferimento per la comunità.

Nello specifico, la nuova pianificazione ospedaliera approvata dal Gran Consiglio, manterrà sostanzialmente le attività negli ospedali di valle, soprattutto nell’intensità della presa a carico. Le due strutture di Acquarossa e Faido continueranno ad essere garantiti il fabbisogno di ricoveri a bassa intensità della popolazione della regione. Per Faido si apre invece l’opportunità di diventare terzo polo cantonale nella riabilitazione, assieme alla Clinica Hildebrand di Brissago e alla Clinica di Novaggio; ciò grazie anche alla riforma della legge sull’EOC, in votazione il 5 giugno, che chiarisce le regole in base alle quali l’Ente dovrà attenersi per stringere collaborazioni con il privato. Anche per i servizi di pronto soccorso si prevede di garantire come oggi un presidio sanitario in grado di prestare le prime cure per patologie non gravi, rispettivamente di stabilizzare i pazienti prima di trasferirli nei centri ospedalieri. Come del resto 20 anni fa quando mi sono recato per l’ultima volta.

Ben più importante a mio modo di vedere è invece il numero di posti di lavoro, ad oggi sono un’ottantina ad Acquarossa e una novantina a Faido (unità a tempo pieno), che potrebbero svilupparsi ulteriormente nelle Tre Valli, grazie appunto alla pianificazione ospedaliera che – ammettiamolo – favorisce lo sviluppo delle zone periferiche. L’iniziativa popolare “giù le mani dagli ospedali”, per quanto animata da intenti protettivi, è invece dannosa perché propone un ritorno al passato, fatto di letti in sovrannumero, doppioni e inefficienze. In caso di sua adozione, per Faido sfumerà probabilmente l’opportunità di diventare terzo polo cantonale nella riabilitazione. Mentre si fermerebbero i lavori per la realizzazione di un nuovo ospedale ad Acquarossa, previsto entro i prossimi 5-6 anni, quale futuro punto di riferimento per il Polo socio-sanitario bleniese con prospettive di conferma anche dei relativi posti di lavoro.

Il prossimo 5 giugno vi invito a sostenere con un Sì convinto la riforma della Legge cantonale sull’EOC, parallelamente a respingere l’iniziativa popolare “giù le mani dagli ospedali”. Avere un Ente ospedaliero cantonale competitivo, finanziariamente forte e progettuale è condizione imprescindibile per assicurare la presenza di impieghi qualificati nelle regioni periferiche, di servizi sanitari di qualità e di investimenti che garantiscano un futuro alle strutture ospedaliere di Faido ed Acquarossa.

Permessi, il casellario resta

Permessi, il casellario resta

Da LaRegione del 12 maggio 2016

Casellario giudiziale, il provvedimento straordinario voluto dal Dipartimento delle istituzioni, con 33 permessi negati su 17.468 domande, è stato giudicato efficace anche dal Governo all’unanimità – Una variante «eurocompatibile» sarà elaborata entro un anno.

Sulla fiducia. Il Consiglio di Stato ha deciso di giocarsela così. Provando a distendere i rapporti tra Roma e Berna promettendo, entro l’entrata in vigore dell’accordo fiscale, una misura di sicurezza e di ordine pubblico per chi richiede un permesso di soggiorno compatibile con il diritto internazionale. Ma nel frattempo nessun dietrofront: la richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale per tutti i cittadini Ue/Stati Terzi che chiedono il rilascio o il rinnovo di un permesso di dimora (il ‘B’) o per frontalieri (‘G’) resta in vigore. E questo nonostante da parte italiana sia stato più volte manifestato sconcerto per la misura voluta dal Dipartimento delle istituzioni, con la Svizzera federale a domandare al Ticino di revocare il provvedimento per permettere ai due Stati di concludere, con la firma prevista a luglio, le trattative fiscali in corso. La strategia è stata decisa all’unanimità dal governo cantonale ieri, che ha preso atto del bilancio a un anno dall’introduzione della “misura straordinaria” e ne ha condivisi gli obiettivi in termini di efficacia. «Prima di tutto constatiamo come non vi sia stata discriminazione – ha rilevato il presidente Paolo Beltraminelli incontrando la stampa –. Nel 99% dei casi il permesso è stato rilasciato». Mentre «a livello di sicurezza, 192 domande hanno richiesto valutazioni più approfondite, che hanno condotto in 33 casi a negare il permesso a persone potenzialmente pericolose». Detto dei risultati, l’Esecutivo ha quindi deciso di «incaricare il Dipartimento delle istituzioni di presentare entro un anno delle varianti compatibili con il diritto internazionale». Nel frattempo, come detto, la richiesta sistematica dell’estratto del casellario «resta in vigore». Dovrà essere sostituita da una misura analoga (ma legalmente più solida) da attuare «al più tardi con l’entrata in vigore degli accordi fiscali con l’Italia, verosimilmente non prima del 1° gennaio 2018».

Basterà questa garanzia a distendere i rapporti bilaterali e condurre in porto (infine) le trattative? «Il gesto lo abbiamo fatto – risponde ancora il presidente del Consiglio di Stato –. Noi crediamo di aver fatto i passi attesi a favore di un accordo che riteniamo importante, così come riteniamo importante muoverci a difesa del nostro territorio». Quanto riferito ieri pubblicamente sarà scritto nero su bianco in una missiva indirizzata al consigliere federale Ueli Maurer, a capo del dossier fiscale. «Il contenuto della lettera dovrebbe rasserenare Berna – prosegue Beltraminelli –. È chiaro che bisogna dare fiducia al Ticino e all’impegno che ci siamo presi nel trovare una variante compatibile, ma altrettanto efficiente. Noi riteniamo, in questo modo, di intraprendere quegli sforzi necessari per non essere d’intralcio alla conclusione delle trattative». Bisognerà capire se basterà questo impegno, messo nero su bianco all’indirizzo di Maurer, a scongelare non soltanto il ministro delle Finanze, ma soprattutto la controparte italiana.

BOTTA… – Gobbi: ‘L’Italia sa essere formale solo quando vuole’

«Trentatré persone potenzialmente pericolose non sono giunte sul nostro territorio. La richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale si è rivelata una misura equa ed efficace». Così Norman Gobbi , capo del Dipartimento delle istituzioni, presenta alla stampa il bilancio a un anno dall’introduzione del provvedimento. «Un provvedimento di sicurezza e di ordine pubblico, non economico, come qualcuno ha voluto sostenere». E che gode di un sostegno piuttosto compatto, come ha ricordato ancora il consigliere di Stato: in primis del Gran Consiglio, che tramite risoluzioni votate dal plenum ha tentato (con poca fortuna) di difenderlo a Berna (settimana scorsa l’incontro con la Commissione degli Stati, vedi ‘laRegione’ di mercoledì); poi anche da 12’192 cittadini, che hanno sottoscritto la petizione lanciata dalla Lega; e non da ultimo «dai cittadini stranieri richiedenti, che non hanno mai reclamato per la pretesa. Vale il vecchio adagio: ‘Chi non ha nulla da nascondere, non ha nulla da temere’». Ieri, come detto, si è aggiunto l’appoggio del collegio governativo, che ha chiesto al Dipartimento di studiare una misura che porti agli stessi risultati, ma che sia compatibile con gli accordi bilaterali. «L’anno di tempo concesso dall’Esecutivo ce lo prenderemo tutto – afferma ancora Gobbi –. Mi permetto di osservare comunque che c’è un Paese vicino a noi (l’Italia, ndr) che sa essere molto formale quando vuole, e meno quando gli fa comodo. Ad esempio sostenendo che la nuova imposizione fiscale per i frontalieri dopo la firma andrà a regime solo nel giro di 5-10 anni…».

… E RISPOSTA – ‘Numeri alla mano la misura è inutile’
Le prime reazioni che giungono da oltre confine sono critiche. La “distensione” auspicata sembra lontana… «Per noi è inaccettabile che rimangano norme discriminatorie – commenta perentorio Mauro Guerra , deputato alla Camera per il Pd –. Bisognerà che la misura sia sottoposta a verifica all’interno della Confederazione: è evidente che ci sono posizioni diverse e il Ticino da tempo va per la sua strada. Una linea che alla fine però dovrà fare i conti con la convergenza tra Italia e Svizzera». «La rigidità non aiuta nessuno – aggiunge Antonello Formenti , consigliere regionale lombardo (Lega) –. Il dato emerso riguardo ai permessi negati non è così significativo per prendere una posizione netta». Ancor più deluso Alessandro Fermi , sottosegretario alla presidenza della Regione Lombardia, che aveva partecipato all’incontro tra Roberto Maroni e Norman Gobbi, quando il primo aveva definito la misura “vessatoria”. «Gobbi aveva promesso di verificarne l’utilità. La decisione presa oggi (ieri, ndr) è offensiva: numeri alla mano la misura risulta inutile. La parola che aveva dato era un’altra».

Sicurezza – Sul casellario il Governo non molla

Sicurezza – Sul casellario il Governo non molla

Dal Corriere del Ticino del 12 maggio 2016

Sostegno unanime al mantenimento della misura – Norman Gobbi: «Provvedimento equo ed efficace» Il Dipartimento delle istituzioni dovrà però presentare delle varianti compatibili con la libera circolazione

Il Consiglio di Stato non cede alle pressioni dell’Italia e della Confederazione e conferma la misura straordinaria concernente l’obbligo di presentare l’estratto del casellario giudiziale per i cittadini stranieri che richiedono il rilascio o il rinnovo di un permesso di dimora B o per lavoratori frontalieri G. La mossa del direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, introdotta il 1. aprile del 2015 e accompagnata da polemiche e discussioni, non verrà soppressa. La decisione, come comunicato ieri dal presidente dell’Esecutivo Paolo Beltraminelli, è stata presa all’unanimità. A convincere tutti sull’utilità e l’efficacia del giro di vite sui permessi è stato il rapporto consegnato da Gobbi ai colleghi, contenente i numeri dei delinquenti finiti nella rete. Cifre – vedi anche il grafico a lato – rivelate in esclusiva dal Corriere del Ticino lo scorso 4 maggio e riferite al periodo aprile 2015-aprile 2016.
Nel quadro delle 27.698 richieste, il dato saliente riguarda le 33 revoche/decisioni negative, di cui 29 relative a permessi G e 4 a permessi B. Un numero di casi – per altro scaturito in 19 ricorsi al Consiglio di Stato – pari all’1,1% dei 17.468 incarti che la Sezione della popolazione ha deciso di esaminare. «La misura – ha dichiarato Gobbi – si è rivelata equa ed efficace, e anche se possono sembrare poche sappiamo bene che se non ravvisata ogni singola fattispecie avrebbe potuto fare notizia. Si tratta in effetti di casi gravi e recidivi».
E il rapporto lo conferma in modo inequivocabile. Un esempio su tutti: il filtro del casellario ha permesso di impedire l’entrata sul nostro territorio di una persona condannata, tra gli altri, per omicidio continuato e distruzione di cadavere. «Reati che sarebbe stato impossibile contestare qualora non fosse stata in vigore la nostra misura» ha indicato Gobbi, ricordando altresì l’importanza dell’effetto dissuasivo potenziale: con l’introduzione del provvedimento le domande, soprattutto per il rilascio di un permesso B, hanno in effetti conosciuto una marcata diminuzione. Ma a Bellinzona ieri è stato altresì ricordato il sostegno ottenuto a livello politico, con in particolare una petizione firmata da 12.192 cittadini e due iniziative cantonali votate in Gran Consiglio e difese negli scorsi giorni da alcuni deputati a Berna.
Beltraminelli: «Gesto distensivo»
Se da un lato si è dunque optato per il mantenimento della misura, sempre all’unanimità il Governo ha dall’altro deciso di fissare alcuni paletti e determinate scadenze. «Abbiamo incaricato il Dipartimento delle istituzioni – ha annunciato Beltraminelli – di presentare entro un anno delle possibili varianti dello strumento attuale ritenute compatibili con il diritto internazionale e che consentano di ottenere gli stessi risultati in termini di sicurezza». Provvedimenti sostitutivi, questi, che subentreranno al più tardi con l’entrata in vigore degli accordi tra Svizzera e Italia, che Beltraminelli ha stimato per il gennaio del 2018. «Un gesto distensivo», così lo ha definito il presidente del Governo, al fine di sbloccare il dossier fiscale tra i due paesi, ma anche e soprattutto un passo «a favore della sicurezza del nostro territorio e in considerazione del contesto nazionale». E ciò, ha aggiunto, poiché «sarebbe riduttivo ricondurre tutto agli accordi fiscali».
Ad ogni modo già ieri è stata spedita una lettera a Palazzo federale per informare il ministro delle finanze Ueli Maurer della scelta fatta dal Consiglio di Stato. Berna, lo ricordiamo, che in più di un occasione aveva espresso i propri timori verso le richieste del casellario e dei carichi pendenti (quest’ultima non più in vigore dal 1. dicembre scorso, ndr), ritenute discriminatorie e non rispettose alla lettera delle normative legali, oltre che una pietra d’inciampo nelle trattative sull’accordo fiscale tra Svizzera e Italia.
Gobbi, tuttavia, negli scorsi mesi non ha mai mancato di sostenere che «indietro non si torna». E ora, il direttore delle Istituzioni ha già pensato ad alcune possibili declinazioni dell’attuale provvedimento? «Il Dipartimento ha un anno e un anno verrà utilizzato» ha chiarito Gobbi, lanciando anche una stoccata al partner italiano: «Abbiamo questo vincolo e saremo formali, anche perché vicino a noi c’è un Paese molto formale che ad esempio prevede che la nuova imposizione fiscale dei frontalieri sarà a regime solo tra 5-10 anni».
Il nodo della contropartita
Resta da capire se, decidendo di mantenere in vita l’obbligo del casellario giudiziale, i cinque consiglieri di Stato abbiano rinunciato alla ventilata compensazione finanziaria sulla quale Berna era disposta ad entrare in materia. Una contropartita di 20 milioni di franchi che nessuno ha mai confermato né smentito. E ieri, su esplicita domanda, la coppia Beltraminelli-Gobbi ha fatto chiarezza: «La questione non viene a cadere, rimane sul tavolo delle discussioni con Berna, perché non concerneva in senso stretto il casellario giudiziale. Fa parte in effetti di un discorso più ampio che riguarda le conseguenze che avrebbe l’accordo fiscale parafato lo scorso dicembre. Come dire che l’aspettativa di una contropartita finanziaria non viene a cadere per effetto della decisione di tirare dritto. Almeno per ora.

le tappe
prima del 2002
L’estratto del casellario giudiziale è richiesto, con alcune eccezioni, a tutti i cittadini stranieri che richiedevano un permesso di soggiorno, indipendentemente dalla loro nazionalità.
dopo il 2002
Con l’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione (ALC) delle persone viene introdotto un sistema duale. Per i cittadini degli Stati terzi il sistema rimane invariato. Per i cittadini degli Stati UE/AELS si prevede la presentazione del casellario solo in singoli casi debitamente provati: motivi di ordine e sicurezza pubblica.
nel 2009
Viene introdotto il sistema dell’autocertificazione, con il quale la persona che richiede un permesso deve rispondere a due domande poste in un formulario: 1) «È già stato condannato?»; 2) «Ha un procedimento penale pendente?». Il cambio di procedura è dettato da un grave fatto di cronaca: nell’estate del 2008 Antonio Barbieri, cittadino italiano dimorante nel Locarnese e in possesso di un permesso B, spara a due ragazzi di origine turca, uno dei quali perde la vita. Si verrà poi a sapere che l’omicida era un pregiudicato con gravi precedenti penali.
marzo 2015
Novazzano è teatro di una rapina a mano armata e tra gli autori in seguito arrestati vi sono anche alcune persone in possesso di un permesso B.
aprile 2015
Norman Gobbi introduce la misura straordinaria concernente l’obbligo di presentazione per i cittadini UE/AELS del casellario giudiziale e del certificato dei carichi pendenti per il rilascio e il rinnovo dei permessi di dimora B e per lavoratori frontalieri G. La misura, nel quadro delle limitazioni contemplate dall’ALC, è giustificata da motivi di pubblica sicurezza.
novembre 2015
Il 26 novembre il Governo decide di sospendere la richiesta del certificato dei carichi pendenti. Una decisione presa nell’ambito delle trattative fiscali tra Svizzera e Italia e dopo le pressioni avanzate dal Consiglio federale – dall’allora ministra delle Finanze Eveline Widmer-Schlumpf – per cui la misura ticinese rappresentava «una pietra d’inciampo» verso la firma dell’accordo. L’ammorbidimento si fonda però anche su argomentazioni operative e giuridiche (la richiesta è discutibile per il principio costituzionale della presunzione d’innocenza).

Sul casellario il Governo tira dritto

Sul casellario il Governo tira dritto

Dal Giornale del Popolo del 12 maggio 2016

Un anno dalla sua introduzione, su un totale di 17.468 domande esaminate, 33 sono state rifiutate – Gobbi: «Il provvedimento permette una maggiore sicurezza»

Il Consiglio di Stato, alla fine, ha deciso di tirare dritto: il casellario giudiziale resta. Fino a quando? In linea teorica, la misura straordinaria resterà in vigore fino all’entrata in vigore del nuovo accordo fiscale tra Svizzera e Italia. Difficile tuttavia dire quanto ci vorrà perché i due Parlamenti ratifichino l’accordo. Nel frattempo il suo Dipartimento sarà incaricato di valutare varianti alternative alla misura, in grado di ottenere i medesimi risultati sul profilo della sicurezza, ma nel rispetto degli accordi sulla libera circolazione. Solo due mesi fa, il consigliere federale Ueli Maurer era giunto in Ticino accompagnato dal Segretario di Stato per le questioni finanziarie internazionali Jacques de Watteville per incontrare l’Esecutivo ticinese e fare il punto sullo stato dei lavori, dopo che lo scorso dicembre il nuovo accordo tra Italia e Svizzera era stato parafato. Durante quell’incontro, lo ricordiamo, Maurer chiese un passo indietro al Ticino, sottolineando come il margine di manovra fosse ristretto a causa della ferma opposizione della controparte italiana in merito ad alcune misure particolarmente indigeste, tra cui il casellario giudiziale, da sempre ritenuto un trattamento discriminatorio dai politici del Belpaese. La richiesta del casellario era la normalità fino al 2002, prima dell’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione. Nel 2008 il Cantone ha deciso di introdurre un sistema di autocertificazione. Infine, nell’aprile del 2015, a seguito di un altro grave fatto di cronaca con protagoniste persone in possesso di un permesso B, venne deciso di reintrodurre l’obbligatorietà di presentare il casellario per il rilascio dei permessi B e F, insieme al certificato dei carichi pendenti (misura, questa, poi sospesa a partire dal 1° dicembre scorso). Ieri la conferma che invece indietro non si torna. Tramite una missiva indirizzata a Berna, il Governo ticinese all’unanimità ha deciso di proseguire con l’obbligo di presentazione dell’estratto casellario giudiziale, una misura volta alla «tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico sul nostro territorio – ha chiarito il consigliere di Stato Norman Gobbi – e non a carattere economico e discriminatorio, come più volte si è sentito dire». I numeri, in effetti, sembrano dare ragione al Governo. A un anno dall’adozione del provvedimento, infatti, su un totale di 17.468 domande esaminate dalla Sezione della popolazione, 17.276 hanno portato a un rilascio o a un rinnovo del permesso di dimora (B) o per lavoratori frontalieri (G), mentre 192 contenevano elementi di natura penale e, dal conseguente approfondimento, 33 sono sfociate in decisioni negative. «Il fatto che su 192 domande contenenti elementi di natura penale, 33 di queste – pari al 17% delle domande con evidenze penali esaminate – abbiano condotto a emettere una revoca/decisione negativa, è significativo, a dimostrazione dell’efficacia della misura introdotta e di quanto essa permetta di perseguire gli obiettivi del DI in termini di sicurezza e di ordine pubblico», chiosa Gobbi. Da notare anche che alcuni di questi 33 casi (29 per il permesso B e 4 per il G) si riferiscono a reati gravi (come rapina, appropriazione indebita, detenzione illegale di armi, furto e omicidio). Ma Gobbi, e il Governo, tengono a porre l’accento anche su un altro elemento importante: l’effetto dissuasivo. Benché non si possa comprovare un nesso tra l’introduzione della misura del casellario e la riduzione delle domande di permessi, dati alla mano, una certa diminuzione si può notare. Se all’inizio del 2015 le richieste di rilascio del permesso B si attestavano al di sopra della media degli ultimi 4 anni, dopo l’introduzione della misura esse hanno conosciuto una marcata diminuzione, toccando a maggio un calo del 35% rispetto alla media del quadriennio 2011- 2014. Minore invece l’effetto dissuasivo per le richieste di permesso da parte dei lavoratori frontalieri, che hanno comunque conosciuto una diminuzione. Da Berna, per ora tutto tace. L’auspicio del Governo ticinese è che «il Consiglio federale possa capire e fare proprie queste nostre posizioni, cercando di farle capire al partner italiano. Il Ticino è esposto a fenomeni diversi ad altri Paesi e questo deve farci mettere in campo misure particolari per salvaguardare la sicurezza. Una richiesta che ci viene anche dagli oltre 12mila persone che hanno sottoscritto una petizione e dal Gran Consiglio». Possibile che l’Italia possa fare un passo indietro sull’accordo fiscale? Gobbi non crede e spiega: «L’accordo fiscale è anche nell’interesse dell’Italia, quindi confidiamo che l’approccio molto formale dell’Italia diventi più pragmatico». E sulle varianti che verranno studiate in un anno dal suo Dipartimento, Gobbi spiega: «Si tratta di studiare altri provvedimenti che possano consentirci di avere informazioni sui precedenti penali delle persone, per identificare coloro che potrebbero rappresentare una minaccia per la nostra sicurezza interna». Per quanto riguarda la tempistica Gobbi dice: «La parte italiana si prenderà 5-10 anni per far entrare progressivamente in vigore l’accordo fiscale, così anche noi ci prenderemo il tempo necessario prima di abbandonare l’obbligatorietà del casellario».