«Ottenere la cittadinanza è un privilegio, occorre meritarlo»

«Ottenere la cittadinanza è un privilegio, occorre meritarlo»

Intervista all’interno dell’edizione di sabato 13 ottobre 2018 del Corriere del Ticino

La nuova legge sulla cittadinanza ha introdotto paletti più stretti per ottenere il passaporto. Al leghista chiediamo se ritiene per caso che in precedenza diventare rossocrociati era fin troppo facile?
«Vediamola sotto un’altra prospettiva: ottenere la cittadinanza svizzera è un privilegio, non si tratta di un diritto acquisito e deve essere concesso solo alle persone davvero motivate e idonee. Per questo motivo quando il Ticino si è adeguato alla normativa federale abbiamo deciso di fare chiarezza sui criteri che portavano all’ottenimento del passaporto rossocrociato. Ovviamente da leghista ho accolto positivamente alcune proposte. Ad esempio il fatto che ora il richiedente deve fare suoi alcuni principi culturali imprescindibili come il rispetto dell’uguaglianza tra donna e uomo; d’altra parte coloro che non sono disposti ad abbracciare le basi della nostra cultura difficilmente riusciranno a integrarsi veramente».

I dati lo dimostrano: dal 1. gennaio si assiste a una frenata delle richieste. Questo è l’obiettivo o si puntava ad altri scopi?
«Non è tra i compiti dello Stato incentivare le persone a ottenere la cittadinanza svizzera. I Cantoni e i Comuni nei gruppi di lavoro federali hanno sempre avuto le idee in chiaro al riguardo, per questo motivo nella fase di definizione delle nuove norme legislative è stato deciso di comune accordo di non promuovere un’informazione a tappeto spingendo a una corsa per ottenere la cittadinanza elvetica sotto l’egida delle precedenti disposizioni. Sicuramente la definizione di criteri più delineati esclude molti più candidati che invece in passato erano ritenuti idonei. Tra questi figura una delle questioni che mi stava particolarmente a cuore e che abbiamo voluto inserire nel progetto ovvero l’indipendenza economica; in quest’ottica sono evidentemente escluse dalle naturalizzazioni le persone che intendono vivere in assistenza, a carico dello Stato e quindi di tutti i ticinesi».

Come risponde invece alle voci critiche che, soprattutto dalla sinistra, lamentano procedure troppo restrittive?
«Rispondo ricordando i principi del processo democratico che hanno portato all’approvazione del progetto di legge così come in vigore attualmente: a livello federale è stata votata dal Parlamento la modifica legislativa. In seguito è stato il Cantone a dover far propri i principi federali nella propria legge sulla cittadinanza. In Ticino la proposta è stata anche oggetto di una consultazione alle cerchie interessate. È stata quindi data la possibilità a tutti gli attori di dire la propria prima della decisione finale. Probabilmente il clima da campagna elettorale che si respira già in alcuni partiti spinge i diretti interessati a una momentanea perdita della memoria (ndr. ride)».

Il caso di un inglese che a Svitto si è visto rifiutare la richiesta di naturalizzazione perché non conosceva l’origine della raclette aveva fatto discutere. Ma è stata una fattispecie eccezionale o agli stranieri si chiedono conoscenze su temi che, alla fine, anche molti svizzeri ignorano?
«La questione ha tenuto banco a lungo in effetti a livello mediatico e la considererai davvero un caso eccezionale. Ovviamente mi riferisco a quello che avviene in Ticino, dove è prevista una certa attenzione alla preparazione che è proprio una tappa della procedura. In questo senso sono previsti dei momenti formativi grazie a una collaborazione tra i servizi del mio Dipartimento e quello dell’Educazione, la cultura e lo sport. E comunque le naturalizzazioni bisogna meritarsele».

 

Naturalizzazioni: il passaporto ora non tira più

Naturalizzazioni: il passaporto ora non tira più

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 13 ottobre 2018 del Corriere del Ticino

Netto calo delle domande da parte degli aspiranti rossocrociati in seguito all’introduzione della nuova legge.
Locarno segna il calo maggiore, segue Lugano – La padronanza dell’italiano è diventata un criterio essenziale.

I dati delle cancellerie comunali dei principali centri del Cantone parlano chiaro: con l’entrata in vigore il 1. gennaio della nuova Legge sulla cittadinanza ticinese e l’attinenza comunale, le richieste di naturalizzazione hanno subito una brusca frenata. Varata nel febbraio del 2017 dal Consiglio di Stato e approvata a settembre dal Gran Consiglio, la modifica di legge non solo ha introdotto paletti più stretti per gli aspiranti svizzeri, ma ha altresì stabilito un nuovo percorso formativo obbligatorio e uniformato in tutto il Ticino. Un iter, questo, nel quale la padronanza della lingua italiana rappresenta una conditio sine qua non per poter poi accedere all’esame di civica, storia e geografia svizzera e ticinese. Ma torniamo ai dati. Stando alle cifre forniteci dalle cancellerie, nei primi 9 mesi dell’anno le richieste di naturalizzazione hanno subito un decisivo rallentamento, passando ad esempio dalle 103 registrate a Locarno nel 2017, alle 12 ricevute fino a fine settembre. Un calo, questo, che ha interessato tutto il territorio cantonale: se a Mendrisio le domande sono scese da 60 dell’anno scorso alle 15 di settimana scorsa, a Chiasso le statistiche registrano 10 richieste inoltrate da inizio anno a fronte delle 51 ricevute nel 2017. Non fa eccezione neppure Lugano che, se nel 2017 aveva conosciuto un’esplosione di richieste che avevano toccato le 402 unità, a fine settembre contava 350 domande di naturalizzazione. Domande in calo anche a Bellinzona dove – a seguito dell’aggregazione – è tuttavia più difficile fare un paragone con gli anni precedenti. Qui, ci confermano dalla cancelleria, da inizio anno sono giunte 90 richieste a fronte delle 157 registrate nel 2017. Un dato quest’ultimo che comprendeva però unicamente la capitale mentre le 90 richieste pervenute fino ad oggi interessano anche i comuni aggregati. Se per la Turrita è quindi difficile fare un vero e proprio confronto con gli anni scorsi, gli addetti ai lavori non hanno dubbi: al di là delle cifre, la tendenza in atto dall’inizio dell’anno è quella di un netto calo delle richieste di naturalizzazione in tutti i comuni. Comuni che, con l’entrata in vigore della nuova legge, sono stati «sgravati» dal compito di effettuare la verifica delle conoscenze linguistiche e culturali mentre la concessione dell’attinenza comunale e il controllo dell’integrazione del candidato rimangono prerogativa dei legislativi.

Burqa: interverremo con i correttivi

Burqa: interverremo con i correttivi

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 13 ottobre 2018 de La Regione

Tutto da rifare? Assolutamente no. «Prendiamo atto di quanto deciso dal Tribunale federale – risponde Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni – e interverremo con un messaggio puntuale per apporre alla Legge i correttivi richiesti dalla sentenza». Correttivi, appunto. Niente di più. Perché «l’impianto non è stato minimamente messo in discussione».
Quindi la Legge contro la dissimulazione del volto c’è, «e resta assolutamente in vigore – continua Gobbi –. Si tratta di intervenire con delle modifiche alle eccezioni».
Questo perché «sostanzialmente il Tribunale federale sostiene che ci debbano essere maggiori tutele, ad esempio, per chi sfila a una manifestazione sindacale, o chi, magari per la sua attività lavorativa, deve vestirsi con un costume integrale per pubblicizzare un marchio pubblicitario. A questo – rileva il direttore delle Istituzioni – si riduce la sentenza». Sì, ma resta in piedi la questione della gestione dell’ordine pubblico. Ed è lo stesso Gobbi a confermare come «saremo sicuramente attenti a questo aspetto». Fa sentire la sua voce, con un comunicato, anche l’iniziativista Giorgio Ghiringhelli, il quale rivendica come ‘‘il comitato dell’iniziativa non ha nulla da rimproverarsi, e penso di interpretare il pensiero di tutti gli altri membri del comitato dicendo che siamo favorevoli a questo ampliamento delle eccezioni’’. Ma lo sguardo è già volto all’iniziativa federale sullo stesso tema in votazione tra circa un anno: ‘‘Fra le eccezioni che prevede, non ci sono quelle rilevate dal Tf. Penso che dovrebbero entrare nella Legge d’applicazione federale’’.

Sezione dei registri della Divisione della giustizia: entrata in funzione e nomine di funzionari dirigenti

Sezione dei registri della Divisione della giustizia: entrata in funzione e nomine di funzionari dirigenti

Comunicato stampa

Il 1° dicembre 2018 è stata fissata l’entrata in funzione della nuova Sezione dei registri della Divisione della giustizia del Dipartimento delle istituzioni. A seguito dell’approvazione, decisa nel mese di maggio scorso da parte del Parlamento, della riorganizzazione di questo importante settore, il Dipartimento delle istituzioni e la Divisione della giustizia stanno concretizzando la nuova struttura e gli ambiti che la compongono. In tale ottica, il Consiglio di Stato, nella seduta odierna, ha proceduto alla nomina del capo della Sezione dei registri e del responsabile della nuova Autorità cantonale unica di I. istanza in materia della Legge federale sull’acquisto di fondi da parte di persone all’estero (LAFE). Nomine che vanno a completare i tasselli a livello dei funzionari dirigenti del settore.

La Sezione dei registri, come riportato nello schema seguente, sarà gerarchicamente subordinata alla Divisione della giustizia del Dipartimento delle istituzioni, che conta, oltre al settore dei registri, il settore esecutivo e fallimentare e il settore esecuzione pene e misure, anch’essi in fase di riorganizzazione, senza dimenticare il ruolo essenziale svolto dalla Divisione quale trait d’union tra Potere esecutivo e Magistratura.

Alla Sezione dei registri competerà la direzione del settore, composto dagli Uffici del registro fondiario distrettuali – condotti da due Ufficiali, uno responsabile per il Sottoceneri (Uffici del registro fondiario di Lugano e Mendrisio) e uno per il Sopraceneri (Uffici di Bellinzona e Locarno con le relative agenzie periferiche) –, l’Ufficio del registro di commercio, l’Ufficio del registro fondiario federale e la nuova Autorità cantonale unica di I. istanza in materia della Legge federale sull’acquisto di fondi da parte di persone all’estero (LAFE).

La Sezione dei registri sarà diretta dall’avv. Simone Albisetti, già Ufficiale del registro fondiario di Bellinzona e delle Tre Valli, nominato oggi dal Consiglio di Stato a questa importante funzione, nella quale dovrà occuparsi, oltre che della conduzione e del coordinamento del settore che conta al proprio interno circa 50 collaboratori, anche dei progetti strategici che interessano lo stesso. La conduzione degli Uffici del registro fondiario distrettuali sarà affidata all’avv. Elisa Quadri Parravicini per quanto attiene al Sottoceneri e dall’avv. Claudia Adami per il Sopraceneri, già Ufficiali del registro fondiario di Mendrisio rispettivamente di Locarno. L’Ufficio del registro di commercio continuerà ad essere diretto dall’avv. Andrea Porrini, così come l’Ufficio del registro fondiario federale dal Signor Valerio Salvi. Infine, il Governo, sempre nella seduta odierna, ha nominato il responsabile della nuova Autorità unica cantonale di I. istanza in materia LAFE nella persona dell’avv. Andrea Carri, attuale capo dell’Ufficio di esecuzione del Sottoceneri, comprendente l’Ufficio di esecuzione di Lugano e quello di Mendrisio, il quale vanta, oltre a un’esperienza in campo notarile nel settore privato, una decennale attività quale funzionario dirigente dell’Amministrazione cantonale.

Le nomine decise oggi dal Consiglio di Stato completano i tasselli dal punto di vista dei funzionari dirigenti del settore, permettendo dunque di fissare l’entrata in funzione della Sezione dei registri al 1° dicembre 2018, data che coincide con il pensionamento dell’attuale Ufficiale del registro fondiario di Lugano Signor Arnaldo Caccia, al quale il Governo porge sin d’ora un sentito ringraziamento per l’impegno e la dedizione profusi sull’arco della sua lunga esperienza all’interno dell’Amministrazione cantonale.

Quale ultimo passo in vista dell’entrata in funzione della nuova struttura, nelle prossime settimane il Consiglio di Stato formalizzerà l’istituzione delle Commissioni regionali in materia LAFE, allestite d’intesa con le Associazioni, Corporazioni e Federazioni di categoria interessate dalla costituenda Autorità, coinvolte dalla Divisione della giustizia sin dalle fondamenta del progetto di riorganizzazione del settore dei registri. Una riorganizzazione che permetterà di migliorare l’assetto organizzativo del medesimo, accrescendo l’efficienza e l’efficacia dell’attività svolta a beneficio della qualità del servizio fornito agli addetti ai lavori e alla cittadinanza.

Il Consiglio Stato e per esso il Dipartimento delle istituzioni, formulano i migliori auguri ai neo nominati avv. Simone Albisetti e avv. Andrea Carri per le nuove sfide professionali che li attendono all’interno dell’Amministrazione cantonale e alle Ufficiali del registro fondiario avv. Claudia Adami e avv. Elisa Quadri Parravicini per l’estensione della loro attività. Parimenti ringrazia la Divisione della giustizia e tutti i funzionari del settore dei registri per la disponibilità e il supporto nel contesto della riorganizzazione.

Ticino sotto la lente

Ticino sotto la lente

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 10 ottobre 2018 de La Regione

Infiltrazioni mafiose, Nando Dalla Chiesa: “La vicinanza con la Lombardia espone maggiormente”. Dopo l’interpellanza di Romano sulle inchieste coordinate da Berna, parla lo specialista italiano.

Non è certo passata inosservata la recente interpellanza al Consiglio federale del deputato al Nazionale del Ppd Marco Romano. Le critiche ticinesi alla decisione, nel 2016, della Polizia federale di centralizzare a Berna il coordinamento delle inchieste sulle mafie, oltre che sul terrorismo, trovano infatti appoggio anche da parte di un noto specialista italiano: Fernando (Nando) Dalla Chiesa, figlio del generale dei carabinieri Carlo Alberto, ucciso da Cosa nostra nel 1982. “Se fossi responsabile in Svizzera metterei innanzitutto il Ticino sotto la lente”, afferma in un’intervista, pubblicata ieri dal quotidiano romando “Le Temps”, il fondatore e direttore dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università degli Studi di Milano. Lo farebbe, spiega Nando Dalla Chiesa, perché “il Ticino è chiaramente più esposto degli altri cantoni alle mafie italiane e straniere basate nel Nord dell’Italia, a causa della sua frontiera con la Lombardia, la lingua e i contatti sul posto”. Dalla Chiesa mette in guardia: dalla Lombardia premono non soltanto le mafie italiane, ’ndrangheta in primis, ma anche quelle estere: albanese (“dominante sul mercato degli stupefacenti”), rumena (specializzata nei furti con scasso), cinese (concentrata sui giochi d’azzardo e le contraffazioni) e ancora russa, nigeriana, nordafricana, sudamericana, che hanno scelto la regione di confine come centro nevralgico delle loro attività. “Per il momento – dice Dalla Chiesa – le inchieste condotte in Italia sul crimine organizzato straniero non risalgono alla Svizzera, contrariamente a quelle concernenti la ’ndrangheta o Cosa nostra. Ma la globalizzazione delle mafie è un processo in corso”. Difficile prevedere se queste mafie possano presto emergere anche in Ticino, aggiunge Dalla Chiesa, il cui Osservatorio ha da poco pubblicato il suo “Quarto rapporto sulle aree settentrionali” destinato alla Commissione parlamentare antimafia italiana. Dipende anche da “come il problema sarà impugnato in Italia dal nuovo governo, e con quali effetti”. Quel che è certo è che la Svizzera è “interessante”: “Possiede grandi quantità di liquidità e membri delle comunità interessate vi si sono già stabiliti. Lo è pure per il riciclaggio del denaro sporco”. Secondo il professore, attualmente “il pericolo del terrorismo è esagerato”, mentre “quello delle mafie è minimizzato”. Nando Dalla Chiesa lancia anche una critica alle autorità svizzere. Esse “collaborano con i loro omologhi italiani. Soltanto, i nostri investigatori sono estremamente ben preparati per affrontare il problema, il che non è sempre il caso da voi in Svizzera. Questo può essere frustrante per i nostri esperti”.

Per Gobbi bilancio in chiaroscuro. Pasi: le inchieste vanno coordinate dove sono commessi i reati spia.

A un paio d’anni dalla centralizzazione a Berna, decisa dalla Polizia federale, del coordinamento delle inchieste sulla criminalità organizzata, il bilancio per quanto concerne il Ticino è in chiaroscuro, stando alle parole del consigliere di Stato Norman Gobbi. “Da un lato è positivo, perché si sono visti miglioramenti sulla capacità di lavorare insieme e dialogare – dice alla ‘Regione’ il direttore del Dipartimento istituzioni –. Dal punto di vista dei risultati, però, non siamo pienamente soddisfatti”. Il motivo è che “mancano quella struttura, quel modus operandi necessari per combattere le organizzazioni criminali. Vale a dire andare fino in fondo su determinate segnalazioni, che anche noi facciamo alle autorità federali”. Detta altrimenti: “Talvolta segnaliamo operazioni un po’ strane, ma poi non vediamo molta voglia di andare fino in fondo”. Secondo Gobbi, la causa però sta nel manico. Cioè nella “mancanza di strumenti legislativi. Per questo abbiamo sempre sostenuto le rivendicazioni del procuratore generale della Confederazione Michael Lauber sul rafforzare determinati punti del Codice penale svizzero”. Soprattutto il “poter classificare, definire meglio le organizzazioni criminali, e dimostrare l’affiliazione dei loro membri, anche in forma passiva”. Di concerto con la possibilità di “eseguire importanti sequestri di beni, finanziari e immobiliari. Finché non gli si tolgono le risorse, per noi diventa difficile contrastarli”, chiosa Gobbi.
La centralizzazione a Berna del coordinamento delle inchieste ha interessato qualche anno fa anche il Ministero pubblico della Confederazione (Mpc). “Sulla base della mia esperienza di magistrato – afferma, da noi interpellato, Pierluigi Pasi, procuratore federale dal 2003 al 2015 (dal 2004 capo dell’antenna luganese dell’Mpc) –, ho sempre sostenuto che le indagini devono essere condotte e coordinate laddove si manifestano i reati cosiddetti spia, illeciti che possono indicare la presenza su quel territorio dell’attività di un’organizzazione criminale, per esempio piccole estorsioni o incendi dolosi”. Ragion per cui “non posso che condividere le perplessità di Marco Romano e di altri deputati federali”. Per Pasi “bisognerebbe fare un’analisi approfondita – basata su dati oggettivi, anche statistici, e che comprenda tutti gli attori in campo, federali e cantonali – per verificare i livelli di collaborazione e per individuare punti problematici ed eventuali difetti sistemici dell’attuale organizzazione dell’apparato di contrasto, che sembrerebbe non dare i frutti sperati in termini di efficacia. Un’analisi che dovrebbe riguardare pure i risultati di quello che si definisce il contrasto patrimoniale alle organizzazioni criminali”.

Orecchie elettroniche in carcere

Orecchie elettroniche in carcere

Da www.rsi.ch/news
https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Orecchie-elettroniche-in-carcere-10958156.html

Il Governo prevede di installare apparecchi per rilevare i cellulari alla Stampa e un impianto per captare le conversazioni alla Farera. La sicurezza, anche nelle carceri ticinesi, passa sempre più dall’elettronica.
Il Consiglio di Stato prevede di dotare il penitenziario della Stampa di un nuovo sistema di rilevazione in grado di scovare i telefoni cellulari che potrebbero aver superato le maglie dei controlli fisici e la Farera di un impianto per captare eventuali conversazioni fra chi si trova in detenzione preventiva.
Le strutture carcerarie, spiega alla RSI il direttore Stefano Laffranchini-Deltorchio, ritengono entrambe le misure necessari ed urgenti per garantire la sicurezza, soprattutto in questo periodo di transizione mentre si ristruttura il carcere cantonale a Lugano-Cadro.
Prossimamente sulla questione dovrà esprimersi il Gran Consiglio, chiamato a concedere un credito aggiuntivo di 10 milioni di franchi per manutenzione e risanamento degli edifici di proprietà della Stato. Per le carceri sono stati chiesti complessivamente 840’000 franchi. Una cifra che, oltre ai nuovi sistemi di sorveglianza, comprende anche l’ampliamento della zona colloqui e della palestra per gli agenti.

Prevenire il terrorismo senza cedere alla paura

Prevenire il terrorismo senza cedere alla paura

Basilare la collaborazione tra le forze di sicurezza e militari

Qualche giorno fa ho avuto il privilegio di ospitare a Bellinzona il Governatore militare di Parigi e Generale di corpo d’armata Bruno Le Ray, uno dei più alti ufficiali dell’Esercito transalpino. L’occasione per questo evento, avvenuto nella sala del Gran Consiglio a Palazzo delle Orsoline, è stato il tradizionale incontro che il Dipartimento delle istituzioni organizza con gli ufficiali e sottufficiali professionisti ticinesi. Un momento di dialogo e di condivisione cui tengo molto, durante il quale le autorità politiche cantonali e militari si confrontano su temi d’attualità che riguardano l’attività dell’Esercito nel nostro Cantone. Grazie all’ottimo lavoro del Capo della Sezione del Militare Ryan Pedevilla e dei suoi più stretti collaboratori, quest’anno abbiamo potuto ascoltare le parole del Generale Bruno Le Ray, che ha descritto in modo chiaro e coinvolgente cosa accadde nel novembre del 2015, il mese degli attacchi terroristici al Bataclan e allo Stade de France e come la Francia ha reagito.

Non farsi cogliere impreparati
Il tema della lotta al terrorismo, che di fatto vede impegnata la Francia dagli anni ’80, ha avuto una netta accelerazione in quella tragica estate, periodo in cui il livello di guardia è stato notevolmente alzato. Le Ray ha fatto riferimento all’Operazione Sentinella (Opération Sentinelle) che tuttora contempla il dispiegamento su Parigi di 10.000 soldati, impegnati sul territorio in permanenza e a rotazione, con scopi persuasivi e dissuasivi. Operazione Sentinella che si fonda sulla collaborazione tra le Forze armate e le Forze di sicurezza interne nella capitale francese. Un principio, quest’ultimo, che – fatte le debite proporzioni – possiamo applicare anche nel nostro contesto. Stiamo infatti attraversando un periodo storico non facile, stretti come siamo nella morsa di problematiche di varia natura che ci coinvolgono più o meno da vicino e più o meno a livello personale. Tra le preoccupazioni che contraddistinguono la società in cui viviamo c’è anche il terrorismo, argomento molto mediatizzato e che entra nelle nostre case quotidianamente. Qualcuno obietterà che in Ticino il terrorismo non esiste, che non dovremmo preoccuparci per qualcosa che non c’è e che le priorità sono ben altre. Da un lato, il nostro Cantone e la Svizzera hanno effettivamente la fortuna di non aver mai vissuto ciò che altre nazioni (alcune molto vicine a noi, come la stessa Francia) hanno dovuto più volte patire. Alle nostre latitudini nessuno si sognerebbe mai di dire che siamo tra gli obiettivi delle organizzazioni terroristiche. D’altro canto, sarebbe alquanto incauto starsene immobili e passivi, correndo il rischio di farci cogliere impreparati nel caso fossimo confrontati con un evento estremo. Niente e nessuno può garantirci la perenne incolumità. Purtroppo, non avremo mai la certezza che attacchi terroristici di portata drammatica non possano toccare anche noi. Non siamo immuni dagli attentati ora, esattamente come non lo eravamo in passato. Dobbiamo pertanto vigilare senza sottovalutare niente e nessuno.

Non cedere all’immotivata paura
Dobbiamo però anche stare molto attenti a non cedere all’immotivata o irrazionale paura, come subdolamente spera chi commette atti vigliacchi e violenti. Proprio in quest’ottica, affinché la prevenzione sia efficace occorre che ognuno degli attori coinvolti collabori in modo proficuo con gli altri, facendo sistema. In questo contesto, le forze di sicurezza e militari ricoprono un ruolo di assoluta rilevanza, del quale non tutti hanno piena consapevolezza. Il loro è spesso un lavoro oscuro, poco appariscente, ma puntiglioso, approfondito e soprattutto redditizio. Se alle nostre latitudini conduciamo una vita sostanzialmente tranquilla, se avvertiamo una sensazione di generalizzata sicurezza, se passeggiamo per strada senza il timore che qualcosa di grave possa accaderci, lo dobbiamo anche a questi professionisti che senza alcun proclama ci guardano le spalle.