Esercito svizzero,  un libro per celebrare la storia della Brigata fanteria di montagna 9

Esercito svizzero, un libro per celebrare la storia della Brigata fanteria di montagna 9

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e il Comandante della Brigata fanteria di montagna 9 Maurizio Dattrino hanno stilato oggi un bilancio finale dell’attività svolta dall’unica grande unità trilingue dell’Esercito svizzero, ricordandone la storia e soffermandosi sull’importanza degli investimenti militari per il Canton Ticino. L’occasione è stata offerta dalla presentazione del libro commemorativo realizzato in occasione dello scioglimento ufficiale della grande unità militare che avverrà all’ultimo rapporto di venerdì 15 dicembre.

Il volume commemorativo pubblicato in concomitanza con la fine della Brigata fanteria di montagna 9 è stato presentato oggi – durante una conferenza stampa organizzata a Palazzo delle Orsoline – dal Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi insieme al Brigadiere Maurizio Dattrino e al Colonnello SMG Luca Filippini.

Il Consigliere di Stato ha colto l’occasione per ricordare gli sforzi intrapresi in passato dal Cantone per mantenere un’importante presenza militare, in particolare attraverso i continui contatti con il Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport. Grazie a questa proficua collaborazione con le autorità federali, il Ticino – a differenza di altri Cantoni – è riuscito a salvaguardare oltre 750 posti di lavoro qualificati. La presenza dell’Esercito sul nostro territorio garantirà inoltre nei prossimi anni investimenti cospicui – nell’ordine di quasi 200 milioni di franchi – per interventi e sviluppi delle infrastrutture presenti sul nostro territorio: dal nuovo Centro logistico e deposito dei veicoli sul Monte Ceneri, al risanamento delle caserme di Isone e Airolo. Norman Gobbi ha infine riaffermato la costante attenzione del Governo ticinese per la promozione della lingua italiana nell’Esercito, secondo lo spirito federalista che è alla base del sistema democratico elvetico.

Il Comandante Maurizio Dattrino ha in seguito ripercorso la storia della Brigata Fanteria di Montagna 9, ricordando alcuni fatti salienti che ne hanno caratterizzato l’attività e proponendo alcune considerazioni sul futuro di soldati e battaglioni, che saranno integrati nelle altre grandi unità. Il Colonnello SMG Luca Filippini ha infine presentato al pubblico il libro nel quale sono state raccolte testimonianze e materiale che contribuiranno a tenere viva la memoria della grande unità militare.

 

https://www.rsi.ch/play/tv/il-quotidiano/video/13-12-2017-il-libro-della-brigata?id=9900838

Mafia: il Ticino al fronte nella lotta alle organizzazioni criminali

Mafia: il Ticino al fronte nella lotta alle organizzazioni criminali

Articolo apparso nell’edizione di domenica 10 dicembre de Il Mattino

 

“l’importanza del dialogo continuo tra le autorità cantonali e quelle federali”

Nel momento congiunturale che stiamo vivendo, il rischio di infiltrazioni a carattere mafioso nel nostro Cantone è accresciuto e reale. È quanto emerge dalle comunicazioni che ricevo dai miei servizi, che parlano di costanti tentativi da parte di pregiudicati di  raggiungere la Svizzera e spesso il Ticino. Il fenomeno mafioso è particolarmente pericoloso per la struttura organizzativa e la sua presenza causa spesso la diffusione di una cultura dell’omertà. È dunque fondamentale tenere alta la guardia e assicurare il massimo impegno nel mantenimento della sicurezza su tutto il territorio cantonale.

Lavoro di squadra indispensabile

Per combattere insidie generate dalle organizzazioni criminali è indispensabile unire le forze e garantire uno scambio di informazioni regolare. Occorre prestare attenzione a tutte le situazioni dubbie o sospette. È vitale avvertire subito le autorità competenti nel caso si vedessero situazioni anomale, così da poter predisporre un’azione efficace nella lotta al crimine organizzato che – grazie ai suoi subdoli metodi – si sta espandendo a livello internazionale.

Il Dipartimento delle istituzioni non si è certamente fatto cogliere di sorpresa dall’aumento di reati legati alle organizzazioni criminali. Con la collaborazione dei vari servizi amministrativi, sono state introdotte misure incisive. Sono state inoltre intensificate le collaborazioni con gli altri Cantoni con lo scambio di informazioni o con la stipulazione di accordi – d’intesa con il Dipartimento federale di giustizia e polizia – che prevedono pure una proficua e stretta attività di collaborazione con le autorità italiane.

Il sistema federalista risponde positivamente

Nel corso di quest’anno ho avuto modo d’incontrare il Procuratore generale della Confederazione Michael Lauber proprio su questo tema, e di recente il Consigliere di Stato grigionese Christian Rathgeb, quest’ultimo confrontato con il crescente problema delle società fittizie o chiamate “ società bucalettere”. Grazie alla collaborazione tra i rispettivi servizi di polizia e immigrazione – auspicato dal sottoscritto già nel corso del 2015 – riusciremo a contrastare questo fenomeno.

Il Ticino, per fronteggiare il problema, si è munito di una serie di misure che si stanno rivelando estremamente utili. Ricordo che con l’introduzione della misura del casellario giudiziale, da me fortemente voluto per la tutela della nostra sicurezza, parecchie persone che hanno commesso dei crimini si sono già viste negare l’entrata sul nostro territorio. Con la riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione, tutti i collaboratori prima di rilasciare o di rinnovare un permesso di soggiorno o di lavoro sono tenuti a compiere dei controlli per individuare pendenze giudiziarie o con l’autorità di polizia. A questa misura aggiungo che tra le priorità del settore esecuzione e fallimenti è stata rafforzata la segnalazione alle autorità penali di eventuali fallimenti sospetti.

Benché molte competenze siano state centralizzate a Berna, le autorità di perseguimento penale federali e il Servizio delle attività informative della Confederazione collaborano infatti a stretto contatto con il Ministero pubblico ticinese e la Polizia cantonale e i procuratori federali sono regolarmente presenti sul nostro territorio. Nel nostro Cantone, i servizi specialistici di Polizia hanno il compito di mantenere i contatti con Fedpol e di monitorare gli eventi legati alle organizzazioni di stampo mafioso.

Con i servizi del mio Dipartimento continuerò ad impegnarmi su questo importante tema, dando riscontro alla voce dei Ticinesi che – come il sottoscritto – ambiscono vivere la quotidianità confortati da un sentimento di sicurezza. Non dobbiamo infatti dimenticare che un’economia sana e preservata da infiltrazioni mafiose è una ricchezza per tutti noi.

 

Pecunia non olet. Il volto oscuro dei crimini economici

Pecunia non olet. Il volto oscuro dei crimini economici

Intervento a Millevoci di giovedì 7 dicembre 2017.

(dal sito web www.rsi.ch)
I crimini economico-finanziari e in particolare le truffe, sono un tema molto tecnico, complesso e poco affrontato, che ha però, non solo nel canton Ticino, ripercussioni economiche e sociali gravi. Un fenomeno reale e in continua crescita, che ogni anno si concretizza in decine e decine di milioni di franchi truffati.

Un reportage/inchiesta realizzato da Elizabeth Camozzi, esplora e analizza l’argomento e mette a confronto le opinioni e le esperienze di Fabio Tasso, Commissario Capo della Sezione Reati Finanziari della Polizia cantonale, Fiorenza Bergomi, Procuratore Capo presso il Ministero Pubblico cantonale e Paolo Bernasconi, avvocato e tra i massimi esperti sul tema). A partire da queste testimonianze, Millevoci approfondisce i punti salienti per capire quali siano le ripercussioni economico-sociali delle truffe e in che modo l’Autorità competente (Polizia, Procura e Politica) intenda intervenire per prevenire un ulteriore incremento di questi reati.

Ospiti:
Fabio Tasso, Commissario Capo della Sezione REF
Norman Gobbi, Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni del Canton Ticino dal 2011

https://tp.srgssr.ch/p/rsi/inline?urn=urn:rsi:audio:9876667

Polizia delle Tre Valli: il Governo formalizza la nuova struttura

Polizia delle Tre Valli: il Governo formalizza la nuova struttura

Nella scorsa seduta il Consiglio di Stato ha formalizzato la creazione della nuova Polizia regionale delle Tre Valli che sarà operativa a partire dall’inizio del 2018 nei Distretti di Riviera, Blenio e Leventina.
Si tratta di un progetto pilota che nasce dagli attuali posti misti di Biasca e Faido; la soluzione permette di ovviare al problema che toccava alcuni Comuni della regione per i quali – alla scadenza dei termini indicati dalla Legge cantonale sulla collaborazione tra polizie – non era ancora stata siglata una convenzione con il Comune-Polo di Biasca.

Nell’ultima seduta il Governo ha approvato il completamento dell’assetto di polizia comunale di quella che – a livello di sicurezza cantonale – viene definita “Regione VIII” e che comprende i Distretti di Riviera, Blenio e Leventina come previsto dalla legge sulla collaborazione tra la Polizia cantonale e le Polizie comunali. La nuova struttura di polizia regionale, che è uno sviluppo degli attuali posti misti di polizia di Biasca e Faido, rappresenta una soluzione vantaggiosa per tutta la regione, e presenta alcune novità rispetto a quanto è stato attuato nelle altre regioni di polizia: per questa ragione, viene considerata un progetto pilota.

In questo senso, per trovare una soluzione alla mancanza delle necessarie convenzioni di polizia tra il Comune-Polo di Biasca e i Comuni della regione, il Cantone ha siglato un accordo con il Comune di Biasca che ha dato luce verde alla creazione della nuova Polizia regionale delle Tre Valli. Il Dipartimento delle istituzioni ha pertanto elaborato alcune disposizioni ad hoc applicabili alla collaborazione in ambito di polizia comunale all’interno del territorio regionale.

In particolare è previsto che gli agenti delle polizie comunali presenti nei posti di Biasca e Faido potranno operare su tutto il territorio del comprensorio ottimizzando il personale in servizio nella Regione VIII. I Comuni della regione dovranno pertanto partecipare ai costi – in modo retroattivo a partire dal 1 gennaio 2017 – versando al Comune-Polo di Biasca l’importo calcolato in proporzione al numero di abitanti dei singoli comuni. La nuova Polizia regionale dipende operativamente dalla Polizia cantonale dalla quale dipenderanno anche gli agenti delle comunali.

Infine, si rammenta che accanto alla nuova struttura sarà anche costituita una Commissione consultiva intercomunale che avrà il compito di discutere e aggiornare costantemente le esigenze del comparto in materia di sicurezza e di farsi anche interprete dei bisogni e delle necessità dei rispettivi territori.

Per ulteriori informazioni è possibile consultare il comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni del 14 novembre 2017

 

Nominato il nuovo responsabile dell’Ufficio del registro fondiario federale

Nominato il nuovo responsabile dell’Ufficio del registro fondiario federale

Nella seduta di ieri, il Consiglio di Stato ha nominato il Signor Valerio Salvi quale Capo dell’Ufficio del registro fondiario federale della Divisione della giustizia. Una nomina che s’inserisce nella riorganizzazione generale del Settore del registro fondiario e di commercio, approvata dal Consiglio di Stato lo scorso luglio.

Attinente di Blenio e domiciliato a Gambarogno, il Signor Valerio Salvi ricopre attualmente la funzione di Caposervizio presso l’Ufficio del registro fondiario federale. Classe 1963, coniugato e padre di 2 figli, ha conseguito l’attestato federale di capacità quale impiegato di commercio. A livello professionale, dopo aver svolto un’esperienza in ambito bancario, nel 1996 è entrato alle dipendenze dell’Amministrazione cantonale, nella quale ha operato all’interno dell’Ufficio del registro fondiario e della Sezione della circolazione del Dipartimento delle istituzioni.

In veste di Capoufficio, il Signor Valerio Salvi – che negli ultimi mesi ha già assicurato ad interim la direzione dell’Ufficio – condurrà l’attività dell’Ufficio del registro fondiario federale, che consiste principalmente nell’introduzione del registro fondiario federale, ossia il passaggio dal registro fondiario provvisorio (retto dalla legislazione cantonale), al registro fondiario definitivo (retto dal diritto federale e con pieno effetto di pubblica fede). Un’importante attività di cui beneficiano direttamente in particolare i Comuni. Nello specifico, ad oggi su 115 Comuni ticinesi 87 dispongono dell’intero territorio in regime di registro fondiario federale e 25 con parte del territorio. Per 3 Comuni interi e 41 parti di Comuni nei prossimi anni dovrà quindi essere completato il registro fondiario definitivo.

La nomina odierna s’inserisce nella riorganizzazione generale del Settore del registro fondiario e di commercio, oggetto di un recente messaggio governativo attualmente al vaglio del Parlamento (cfr. Messaggio n. 7372). Una riorganizzazione che prevede la creazione della Sezione dei registri, alla quale sarà subordinato l’Ufficio del registro fondiario federale, unitamente agli Uffici dei registri e all’Ufficio del registro di commercio.

Il Governo coglie dunque l’occasione per formulare al Signor Valerio Salvi i migliori auguri per questa nuova sfida professionale in seno all’Amministrazione cantonale.

 

Nel 1992 la storia fu scritta dal Popolo

Nel 1992 la storia fu scritta dal Popolo

Qualche tempo fa un conoscente mi ha domandato quando iniziò la mia avventura nel mondo della politica. Risposi senza esitazioni. Era il 1992, avevo quindici anni e il Popolo svizzero si apprestava a esprimersi in votazione sull’entrata del nostro Paese nello Spazio economico europeo. La Lega dei Ticinesi era scesa in campo battendosi per impedire la perdita della nostra sovranità. Grazie alla campagna condotta dai padri fondatori del movimento Giuliano Bignasca e Flavio Maspoli, i cittadini ticinesi dissero a gran voce “no” all’adesione elvetica a quella che sarebbe poi stata l’anticamera dell’adesione all’Unione europea. In quel momento, non ancora maggiorenne, aderii al movimento e alle sue idee. Venticinque anni dopo quella data storica, è inevitabile rievocare quei momenti, per capire ma anche e soprattutto per poter continuare a lavorare sullo slancio di quell’epica impresa. Una delle peculiarità del nostro Paese che apprezzo maggiormente è il sistema della democrazia diretta, il quale permette al Popolo elvetico di esprimere la propria opinione e di scrivere in prima persona la storia del nostro Stato. Il 6 dicembre 1992 quasi l’80% dei cittadini e delle cittadine aventi diritto di voto si recarono alle urne per dire la loro. Fino ad allora fu una delle poche occasioni nelle quali il Popolo fu consultato su un dossier di portata internazionale. Non dobbiamo nemmeno dimenticare il contesto nel quale si muoveva l’Europa all’epoca. La caduta del muro di Berlino del 1989 segnò la fine dell’Unione sovietica ma non definì in modo categorico anche la fine del comunismo. Altre correnti politiche all’inizio degli anni Novanta raccolsero l’eredità dei comunisti sovietici e provarono a riproporre l’impostazione caratteristica dei movimenti della sinistra. Inutile negare che fu proprio con questo spirito che iniziò a delinearsi in maniera sempre più marcata l’idea e l’organizzazione di quella che è divenuta oggi l’Unione europea. Lo stesso scenario si manifestò anche in Svizzera. A favore dell’adesione si schierarono i partiti di centro e della sinistra, mentre a opporsi fermamente furono i movimenti di destra. La breve ma intensa campagna che precedette il voto popolare ha senza dubbio contribuito a ridurre la complessità della materia, rendendola – finalmente – comprensibile per tutti i cittadini. Per la prima volta gli oppositori furono in grado di interpretare fedelmente i sentimenti e i timori del Popolo svizzero sul futuro della propria politica estera, e non solo. Emerse senza dubbio la voglia di libertà e di autonomia che i ticinesi hanno manifestato ancora in tempi recenti in altre votazioni. Mi riferisco alla votazione del 9 febbraio 2014 sull’immigrazione di massa e a quella del 25 settembre 2016 quando il Ticino disse a gran voce “sì” all’introduzione del principio “Prima i nostri” per la salvaguardia del mercato del lavoro nostro Cantone. Già allora, nel 1992, il Ticino fu decisivo nel segnare le sorti della votazione a livello nazionale. Il nostro voto fu in controtendenza rispetto a quello degli altri cantoni latini. Una dinamica che oggi non sorprende più. Capitò nuovamente con la votazione per decidere la costruzione del secondo tunnel autostradale nel San Gottardo. Noi ticinesi siamo così: sappiamo essere lungimiranti. D’altra parte la nostra posizione geografica, racchiusa a nord dalle alpi svizzere e a sud dal confine con l’Italia, ci rende spesso e volentieri un laboratorio nel quale i fenomeni globali si manifestano prima che nel resto della Svizzera. Purtroppo con il voto del 1992 la politica svizzera cercò di ricucire lo strappo del “Röstigraben”, dimenticando il Ticino e i suoi problemi. Di lì a poco, infatti, iniziò la crisi industriale con la chiusura della storica ditta Monteforno e di molte altre realtà aziendali. Attualmente la medesima attenzione è presente sui temi rilevanti – politica migratoria e lavoro ai residenti – grazie in particolar modo ai voti dei ticinesi citati nelle righe precedenti e naturalmente all’operato del fronte Lega/UDC . Mi piace quindi ricordare così il 6 dicembre del 1992: il giorno in cui il coraggio e l’avvedutezza dei ticinesi decisero le sorti dell’intero Paese. Un Paese che conserva ancora oggi la sua indipendenza e la sua libertà, ignorando quelle previsioni apocalittiche tipiche degli ambienti progressisti, smentite regolarmente dalla Storia scritta dai cittadini.

Ventisei frecce contro l’estremismo

Ventisei frecce contro l’estremismo

Articolo pubblicato sul Corriere del Ticino nell’edizione di martedì 5 dicembre 2017.

«Prima». Questo il termine più spesso ripetuto durante la presentazione del Piano d’azione nazionale contro la radicalizzazione e l’estremismo violento (PNA), alla quale hanno partecipato la ministra di Giustizia e Polizia Simonetta Sommaruga , il delegato alla Rete integrata Svizzera per la sicurezza André Duvillard e i rappresentanti dei Governi cantonali e degli Esecutivi di Comuni e Città.

Prima, dicevamo, perché nella lotta al terrorismo – una parola che, ha sottolineato Sommaruga, non ricorre mai nel piano proprio perché bisogna fare il possibile per non arrivarci – è necessario agire il più presto possibile, come ha rammentato Duvillard.
In che modo? Coinvolgendo in un’ottica interdisciplinare non solo la popolazione e la società civile, ma anche e soprattutto le parti politiche e sociali attive su tutti i livelli statali: Comuni, Cantoni e Confederazione. E operando in tutti i settori: quello dell’educazione, della socialità, dell’integrazione e della sicurezza. Ed ecco così spiegata la nascita del PNA, che prevede 26 misure concrete, da attuare in un lasso di tempo quinquennale e per il quale la Confederazione stanzierà 5 milioni di franchi a titolo di incentivo. I provvedimenti proposti si basano in larga parte sui progetti e sugli sforzi già in atto.

In particolare, tra le misure spiccano offerte formative per specialisti e per chi lavora nei centri per richiedenti l’asilo, corsi di formazione continua per persone di riferimento religiose, strumenti per il riconoscimento precoce, servizi specializzati e di consulenza e scambio di informazioni. Gli ambiti d’intervento sono cinque: la conoscenza e la competenza, la collaborazione ed il coordinamento, la prevenzione di idee e gruppi estremisti, il disimpegno (ovvero il processo per cui una persona smette di sostenere un movimento dell’estremismo violento) e la reintegrazione e, infine, la cooperazione internazionale.

Un aspetto fondamentale nella prevenzione della radicalizzazione è la lotta contro le discriminazioni, l’esclusione e la mancanza di prospettive dei giovani, ha ricordato il municipale zurighese, membro dell’Unione delle città svizzere e copresidente della Conferenza dei direttori di sicurezza delle città svizzere Richard Wolff , sottolineando che una società forte che non tollera l’esclusione è il miglior strumento contro la radicalizzazione. Per Gustave Muheim, vicepresidente dell’Associazione dei Comuni svizzeri, il PNA è una cassetta degli attrezzi messa a disposizione dei vari attori.

«Rendiamo la Svizzera un villaggio», ha invece affermato il consigliere di Stato sangallese Martin Klöti, presidente della Conferenza dei direttori cantonali delle opere sociali: un villaggio in cui scambiare informazioni ed esperienze ed imparare sulla base di queste. Ricordando che, in un ambito così sensibile, non si mira alla creazione di uno «Stato ficcanaso», bensì a rendere accessibili le informazioni e a coordinare le operazioni, formando specialisti che possano interpretare i segni di una radicalizzazione e rendendo al contempo chiari i processi e le competenze dei singoli attori (tra i quali figurano insegnanti, responsabili di associazioni sportive ed operatori sociali). In questo senso la responsabilità principale è di competenza comunale, cittadina e cantonale.

A tal proposito, la consigliera di Stato ginevrina e membro della Conferenza dei direttori cantonali della pubblica educazione Anne Emery-Torracinta ha illustrato le misure previste dal Cantone lemanico: la formazione di persone di riferimento all’interno degli istituti scolastici, l’istruzione obbligatoria fino ai 18 anni e la formazione continua per imam.

Dal canto suo, il consigliere di Stato ticinese e membro della presidenza della Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia Norman Gobbi ha sottolineato l’importanza della gestione delle minacce. Da noi contattato, ci ha spiegato come questo strumento sia già stato creato in Ticino ad opera di un gruppo interdipartimentale. Il PNA mira ad un suo sviluppo: «Le segnalazioni, che possono giungere dai familiari, dall’ambiente scolastico, dalle autorità di protezione o dalle forze dell’ordine, verranno messe in rete e diffuse. Miriamo ad una condivisione dell’informazione e alla creazione di appositi punti di contatto».

Vanno inoltre rafforzate le sinergie non solo tra Comuni e Cantone, ma anche quelle intercantonali. Gobbi ha poi sottolineato l’indispensabilità della collaborazione tra le forze dell’ordine e le diverse autorità. In Ticino in particolare è necessaria una rete cantonale, affinché le segnalazioni non restino circoscritte alla realtà comunale. Ricordando che «il piano d’azione nazionale non offre soluzioni preconfezionate, anche in virtù delle diverse realtà non omogenee che caratterizzano il nostro Paese».

Il PNA, secondo Sommaruga, è la classica opera nata dalla collaborazione di stampo federalista. La ministra ha menzionato due gruppi particolarmente a rischio: i giovani e le persone già radicalizzate. Il PNA è un «tassello importante» nella lotta alla radicalizzazione, da affiancare agli altri due progetti (l’ultimo verrà posto in consultazione entro la fine di quest’anno):
le modifiche del diritto penale e di altre leggi funzionali al perseguimento penale e le misure preventive di polizia.