Insieme contro l’estremismo

Insieme contro l’estremismo

Articolo pubblicato sul Giornale del Popolo nell’edizione di martedì 5 dicembre 2017.

Confederazione, Cantoni e Comuni intendono agire insieme contro la radicalizzazione e l’estremismo violento: i rappresentanti dei governi cantonali e degli esecutivi di Comuni e Città nonché la consigliera federale Simonetta Sommaruga hanno presentato ieri a Berna un piano di azione nazionale contenente 26 misure. Il Consiglio federale, la scorsa settimana, ha preso atto del piano e ha manifestato l’intenzione di promuoverne l’attuazione con un programma d’incentivazione quinquennale. Cinque milioni dovrebbero essere investiti per sostenere progetti sviluppati a livello cantonale e comunale o lanciati dalla società civile.
La prevenzione necessita una individuazione e un intervento precoci. «Non si deve aspettare che il terrorismo si presenti per prendere delle misure», ha sottolineato Sommaruga nel corso di una conferenza stampa. Deve essere intrapreso un lavoro di prossimità e quotidiano, ha detto la responsabile del Dipartimento federale di giustizia e polizia aggiungendo tuttavia che la Svizzera non parte da zero. Iniziative sono già state lanciate a Ginevra. Il cantone sta per mettere in azione una rete di 250 ‘referenti’ nelle scuole che potranno informare l’insieme del personale sui primi segni di radicalizzazione, ha spiegato la ministra cantonale dell’istruzione pubblica Anne Emery-Torracinta. Inoltre sono state istituite formazioni per gli imam all’università. Infine Ginevra intende introdurre una formazione obbligatoria fino a 18 anni per evitare che i giovani si ritrovino marginalizzati e inoperosi: la marginalizzazione è spesso il nido della radicalizzazione. I Cantoni e i Comuni sono chiamati a giocare un ruolo chiave nel piano d’azione. La Rete integrata Svizzera per la sicurezza è incaricata di coordinare il trasferimento delle conoscenze e delle esperienze. Un pool di esperti nazionali dovrebbe poi aiutare Cantoni e Comuni a disimpegnare e reintegrare le persone radicalizzate. Inoltre i Cantoni dovrebbero parallelamente sviluppare una gestione interistituzionale della minaccia. Condotto dalla polizia, questo approccio mira a riconoscere precocemente il potenziale pericolo di singoli individui e gruppi.
Le persone attive in ambienti educativi, sociali e giovanili devono poi essere sensibilizzate e vedersi proporre formazioni e corsi di aggiornamento appropriati. Devono essere in grado di riconoscere precocemente i segnali e i pericoli di radicalizzazione e agire in modo adeguato. Se necessario, devono avere inoltre la possibilità di rivolgersi a un servizio specializzato. Anche le persone che operano in un contesto religioso e quelle incaricate dei richiedenti asilo devono essere sensibilizzate. Lo stesso vale per responsabili di associazioni culturali e del tempo libero. Spetta a ogni Cantone e Comune in base alle sue specificità definire i servizi di consulenza adeguati.

Gli scambi di informazioni devono inoltre essere facilitati. Una base legale deve ancora essere creata a livello nazionale. Ogni Cantone deve esaminare in collaborazione con il suo preposto alla protezione dei dati in quale misura lo scambio di informazioni possa essere garantito. Il piano d’azione è la seconda parte del programma del Consiglio federale contro il terrorismo.
La prima, messa in consultazione in giugno, precisa quali sono le azioni vietate e quale è la pena inflitta.

L’INTERVISTANorman Gobbi: ‘Un impegno di istituzioni e società civile’

Norman Gobbi, direttore del Dipartimento istituzioni, come valuta il piano d’azione contro la radicalizzazione e l’estremismo violento?

Il piano ingloba i tre livelli istituzionali (Comuni, Cantoni e Confederazione) e tutta la società civile: dal mondo della scuola fino alle carceri. A monte c’è un’esigenza di sensibilizzazione, che deve essere svolta nelle istituzioni ordinarie presenti sul nostro territorio. Dall’altra parte ci sono altre misure che permettono di condividere le buone esperienze svolte da città, comuni e cantoni. L’obiettivo è quello di evitare il fenomeno della radicalizzazione.

Secondo lei, quali misure sono particolarmente importanti?

Sicuramente quella legata alla verifica delle basi legali che permettono lo scambio di informazioni tra autorità: per evitare che i limiti posti dalle attuali leggi di protezione dei dati impediscano di condividere informazioni raccolte nel mondo scolastico a favore di un’analisi del caso. Quanto all’esecuzione delle pene: bisogna porre l’accento su una formazione specifica per chi opera all’interno delle carceri.

Altri Cantoni hanno già intrapreso misure specifiche. E in Ticino?

Il Cantone si è già mosso: abbiamo costituito il Servizio gestione cantonale persone minacciose e pericolose, che affronta coloro che hanno comportamenti minacciosi nei confronti delle autorità, ma mette anche in rete informazioni legate alla violenza domestica. Si tratta ora di capire come far funzionare meglio questo sistema, misurandoci con altre realtà cantonali che conoscono questo tipo di situazioni.

Come può contribuire il Ticino a questo progetto?

Il Ticino ha già avuto esperienze in questo ambito. Riconoscere in anticipo queste radicalizzazioni può portare a trovare le misure non solo preventive ma anche di repressione, che rientra nei compiti delle forze di polizia.

Siccome questo piano include anche la società civile, non sussiste il rischio di segnalazioni infondate?

Uno degli obiettivi è quello di creare punti di contatto per le autorità, ma anche per i singoli cittadini, dove si possono segnalare situazioni strane, che possono far sorgere dei dubbi. Sta poi all’autorità competente fare la valutazione del caso per evitare una caccia alle streghe. Inoltre è importante anche il lavoro di intelligence per potere intervenire in modo appropriato.

Contro la radicalizzazione

Contro la radicalizzazione

Articolo pubblicato su La Regione nell’edizione di martedì 5 dicembre 2017.

La radicalizzazione e gli estremismi violenti si combattono anche con la prevenzione. Ne sono convinti i Comuni, i Cantoni, le Città e la Confederazione che hanno deciso di unire le forze per condividere le “buone esperienze” e «permettere così a ogni realtà di mettere in campo quelle giuste». No r ma n Gobbi, consigliere di Stato ticinese e membro del comitato direttivo della Conferenza dei direttori dei Dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, sa di cosa parla, essendo il Ticino non estraneo a fenomeni di radicalizzazione o estremismo violento – come ha dimostrato l’arresto la primavera scorsa del reclutatore dell’ISIS – e al tempo stesso Cantone già attivo, con il “Pro gramma d’integrazione cantonale PIC 2”, nella prevenzione e nella presa a carico di eventuali casi o segnalazioni sospette. Ciò non di meno, è importante unire le forze. Da qui la creazione di un “Piano di azione nazionale” contenente 26 misure, non vincolanti «che si fondano sui numerosi sforzi già in atto e completa i progetti legislativi in corso volti a potenziare la lotta al terrorismo», ha detto la direttrice del Dipartimento federale di giustizia e polizia, Simonetta Sommaruga ieri a Berna, presentando insieme a Gobbi il “Piano di azione”. «Non si deve aspettare che il terrorismo si presenti per prendere misure», ha aggiunto la consigliera federale. «Deve essere intrapreso un lavoro di prossimità e quotidiano», ha affermato. Le persone attive in ambienti educativi, sociali e giovanili, si è aggiunto, devono essere sensibilizzate e vedersi proporre formazioni e corsi di aggiornamento appropriati: devono essere in grado di riconoscere precocemente i segnali e i pericoli di radicalizzazione e agire in modo adeguato. Se necessario, devono avere inoltre la possibilità di rivolgersi a un servizio specializzato. «Sappiamo che la radicalizzazione può passare anche attraverso i luoghi di culto e i centri culturali – rimarca Gobbi – ma evidentemente il “Piano di azione” è contro tutto l’estremismo violento che rappresenta una minaccia per lo Stato e la popolazione», precisa il consigliere di Stato ticinese. Questo perché «è importante che funzioni la prevenzione, ma anche l’aspetto repressivo non deve essere da meno», precisa Gobbi. Si spiegano così le modifiche alle basi legali su scala nazionale in dirittura d’arrivo che permetteranno «di lottare meglio contro l’estremismo e la radicalizzazione anche da punto di vista penale», annota il ministro della giustizia ticinese. Nel frattempo Cantoni, Città e Confederazione affilano le armi dal punto di vista della prevenzione. A cominciare dal Consiglio federale che la scorsa settimana ha preso atto del “Piano” e manifestato l’intenzione di promuovere la sua attuazione con un programma d’incentivazione quinquennale. Cinque milioni dovrebbero essere investiti per sostenere progetti sviluppati a livello cantonale e comunale o lanciati dalla società civile. Iniziative sono già ad esempio state lanciate a Ginevra, dove il Cantone sta per mettere in azione una rete di 250 “referenti” nelle scuole che potranno informare l’insieme del personale sui primi segni di radicalizzazione. Un altro progetto, sempre sulle rive del Lemano, è quello di introdurre una formazione obbligatoria fino a 18 anni per evitare che i giovani si ritrovino marginalizzati e inoperosi, giacché la marginalizzazione è spesso il nido della radicalizzazione. Il concetto del “Piano” è insomma chiaro. «Mettere in rete le buone esperienze e nello stesso tempo stimolare a fare di più – annota Gobbi – così da prevenire la radicalizzazione e l’estremismo violento».

John Gobbi: “Il faut aider les hockeyeurs de demain”

John Gobbi: “Il faut aider les hockeyeurs de demain”

Articolo pubblicato sul sito internet di Le Temps (www.letemps.ch) lunedì 4 dicembre 2017

Passé par les bancs de l’université, le capitaine du Lausanne HC ne s’inquiète pas pour son propre avenir professionnel, mais il milite pour la mise en place d’un système facilitant la reconversion des sportifs d’élite, un peu livrés à eux-mêmes au bout de leur carrière.

John Gobbi ne sera pas sur la glace, ce mardi, lors du derby romand entre Fribourg-Gottéron et le Lausanne HC (19h45): il est blessé depuis la fin du mois d’octobre. La compétition lui manque, mais il n’a pas le temps de s’ennuyer pour autant. Cas rare dans le hockey professionnel, le Tessinois (36 ans) a toujours conservé d’autres activités à côté du sport.

Côté ville, il y a eu des études universitaires jusqu’en 2011 (avec un master en comptabilité et en finance), puis différents projets de business et, depuis 2015, un temps partiel dans une fiduciaire. Côté glace, il s’investit pour que les sportifs participent à des actions caritatives (via la fondation LHC Players) et pour qu’ils défendent leurs intérêts (via l’association suisse des joueurs). Il plaide aujourd’hui pour un meilleur accompagnement des hockeyeurs en fin de carrière. L’enjeu n’est pas personnel, mais «lorsqu’on a l’opportunité d’aider les hockeyeurs de demain, il faut le faire». Rencontre dans les entrailles de Malley 2.0.

Le Temps: Quelle est l’importance du syndicat des joueurs, dont vous faites partie?
John Gobbi: Au sein du hockey suisse, plusieurs forces coexistent: la ligue, les clubs, les arbitres… Pendant longtemps, nous, les joueurs, ne parlions pas d’une même voix pour défendre nos intérêts communs sur des thèmes comme la sécurité ou le calendrier. L’association existe maintenant depuis trois saisons, sur le modèle de ce qu’il y a en NHL ou dans le football suisse par exemple.
En tant que capitaine, je suis un des délégués du LHC. Cette structure nous a déjà permis d’avoir un impact décisif sur plusieurs dossiers, comme celui de l’installation de bandes permettant de diminuer le nombre de blessures. Aujourd’hui, selon moi, le chantier primordial est de faciliter la reconversion des joueurs professionnels.

Pourquoi?
Pendant les quinze ou vingt ans de carrière d’un hockeyeur, son investissement est total. Il a peu de temps pour lui. Il met sa santé en péril au nom du jeu. Et à la fin, il se retrouve entre 30 et 40 ans à devoir trouver une nouvelle place dans le monde du travail. J’ai quelques amis à l’heure actuelle dans cette situation, et elle est loin d’être évidente.

Existe-t-il une solution?
Mon idée, qui sera prochainement discutée, c’est de mettre en place un système qui propose à tous les joueurs arrivant à un âge donné – 28 ans, par exemple – un test de compétences. Cela permettrait de les sensibiliser à leurs atouts et surtout de leur expliquer quelles portes ils peuvent ouvrir, quelles formations ils peuvent entamer, quels métiers ils peuvent viser. Bien sûr, ce ne serait pas obligatoire, mais les joueurs saisiraient l’opportunité car à 28 ans, ils commencent tous à se poser des questions. C’est un sujet qui revient parfois dans le vestiaire: la peur de devoir repartir non pas à zéro, mais au début d’une nouvelle histoire.

Le sport d’élite ne permet-il pas de développer des qualités valorisées par le monde de l’entreprise?
Si, bien sûr. Nous savons fonctionner en équipe. Nous avons beaucoup de volonté, une méthodologie de travail, de la discipline… Mais il faut savoir traduire tout cela en un nouveau métier et le gros problème, c’est que certains ne savent tout simplement pas quoi faire. Beaucoup se lancent un peu par défaut dans une formation d’entraîneur, mais il n’y a pas 150 places à pourvoir chaque année en Suisse. D’où l’importance de savoir où l’on va.

Une idée reçue veut que les sportifs professionnels gagnent assez d’argent pour pouvoir voir venir à la fin de leur carrière…
C’est clair que certains joueurs ont de bons salaires. Mais je ne connais aucun joueur qui peut vivre toute sa vie sur les économies de sa carrière, sans avoir à trouver un nouveau métier. C’est peut-être le cas en NHL ou dans les meilleurs championnats de football, mais pas dans le hockey suisse.

La meilleure solution pour réussir sa reconversion n’est-elle pas de continuer des études à côté du sport, comme vous l’avez fait?
Bien sûr que c’est idéal. Mais moi, j’ai toujours eu le double rêve de devenir hockeyeur professionnel et d’aller à l’université. J’ai dû me battre pour obtenir des conditions qui me permettent de concilier les deux et j’ai eu la chance de trouver, à l’université, des gens qui ont accepté d’adapter un peu mon cursus, de déplacer des sessions d’examens…
Aujourd’hui, certaines universités proposent des aménagements aux sportifs d’élite et c’est une bonne chose, mais en parallèle côté hockey, il y a davantage de matches à jouer que lorsque j’étudiais, avec la Coupe de Suisse, la Ligue des champions… Tout mener de front n’est vraiment pas aisé, il faut une vraie volonté et beaucoup d’organisation.

Personnellement, pensez-vous beaucoup à l’après-hockey?
J’ai déjà planifié certaines choses, j’ai quelques pistes. J’aimerais combiner mes compétences en comptabilité, en finance et en sport de haut niveau. J’ai la chance d’avoir toujours gardé un pied dans des activités parallèles au sport, différentes expériences. J’ai fondé une carrosserie, une société de glace synthétique, une académie de hockey pour les jeunes au Tessin. Depuis 2015, j’ai aussi un 20% dans une fiduciaire. J’aime être bien occupé.

Vous n’aurez pas à bénéficier d’un système d’aide à la reconversion…
A mon âge, ce n’est plus pour moi que je m’investis. Mais ce que l’association des joueurs met en place aujourd’hui profitera à ceux qui ont 20 ans maintenant et aux plus jeunes, c’est important de faire progresser les acquis.

Votre cousin Norman Gobbi est conseiller d’Etat au Tessin. Y a-t-il une fibre politique, une sensibilité pour la chose publique dans la famille?
Non, c’est vraiment son truc à lui. Il a toujours été très bon dans la communication et la politique, son parcours en atteste: il aurait pu être élu au Conseil fédéral à 38 ans! Notre lien, c’est la passion qu’on met dans nos activités. Plus jeunes, nous faisions ensemble les trajets entre Ambri et Piotta vers Bellinzone, pour les cours, et nous discutions beaucoup. Mais son truc était la politique, et le mien le hockey.

La politique, ce ne sera jamais pour vous?
Je ne sais pas. Je m’intéresse aux affaires de la Suisse, du Tessin, du canton de Vaud et je me rends compte que parfois, c’est en s’engageant en politique qu’on peut faire bouger les choses. Mais il n’y a rien de prévu de ce côté-là pour l’instant.

Rete integrata Svizzera per la sicurezza

Rete integrata Svizzera per la sicurezza

Piano d’azione nazionale per prevenire e combattere la radicalizzazione e l’estremismo violento

Per evitare che determinate persone si radicalizzino a tal punto da ricorrere alla violenza, occorre intervenire per tempo. I rappresentanti dei governi cantonali e degli esecutivi di Comuni e città nonché la consigliera federale Simonetta Sommaruga hanno presentato lunedì a Berna un Piano d’azione nazionale che ha per oggetto la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento in tutte le sue forme. Il Piano d’azione nazionale contiene 26 misure che si fondano sui numerosi sforzi già in atto e completa i progetti legislativi in corso volti a potenziare la lotta al terrorismo. Il Consiglio federale sosterrà l’attuazione del Piano d’azione con un programma d’incentivazione.

Il Piano d’azione rientra nella strategia della Svizzera per la lotta al terrorismo, nel cui ambito la prevenzione riveste un ruolo determinante. Il Piano d’azione offre un importante contributo in tal senso, promuovendo un intervento interdisciplinare a tutti i livelli statali contro la radicalizzazione e l’estremismo violento. In questo modo crea i presupposti per riconoscere e combattere la radicalizzazione e l’estremismo violento in tutte le sue forme. A tal fine riunisce in particolare gli sforzi già intrapresi in tale ambito.

Adottato all’unanimità
A partire da settembre 2016 il Piano d’azione è stato elaborato di comune intesa da Confederazione, Cantoni, città e Comuni, sotto la direzione del Delegato della Rete integrata Svizzera per la sicurezza (RSS). Il 24 novembre 2017, i presidenti della Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (CDDGP), della Conferenza svizzera dei direttori cantonali della pubblica educazione (CDPE) e della Conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali delle opere sociali (CDOS) nonché dell’Unione delle città svizzere e dall’Associazione dei Comuni svizzeri hanno adottato il Piano d’azione.

Nella seduta del 1° dicembre 2017, il Consiglio federale ha preso atto del Piano d’azione e manifestato l’intenzione di voler adottare un programma d’incentivazione quinquennale che intende conferire lo slancio necessario all’attuazione del Piano da parte dei servizi competenti nei Cantoni, nelle città e nei Comuni. Con il programma d’incentivazione la Confederazione prevede di mettere a disposizione un totale di 5 milioni di franchi con cui sostenere progetti avviati a livello cantonale e comunale nonché dalla società civile.

26 misure suddivise in cinque ambiti d’intervento
Le 26 misure sono previste in cinque ambiti d’intervento:
1) Conoscenza e competenza;
2) Collaborazione e coordinamento;
3) Prevenzione di idee e gruppi estremisti;
4) Disimpegno e reintegrazione;
5) Cooperazione internazionale.

Il Piano d’azione si basa sul principio fondamentale secondo cui la collaborazione interdisciplinare istituzionalizzata è l’elemento portante di una prevenzione efficace. Tale collaborazione mette in contatto gli attori rilevanti e agevola un intervento comune. Il Piano d’azione contiene inoltre le seguenti raccomandazioni:

a seconda delle dimensioni e della funzione del Cantone, del Comune o della città è opportuno designare servizi specializzati che siano a disposizione delle autorità locali o delle persone e dei familiari interessati per fornire consulenza e per trasmettere conoscenze (misura 10);

occorre sensibilizzare gli specialisti che operano in campo educativo, sociale e giovanile nonché la polizia e il personale del settore dell’esecuzione delle pene ai temi della radicalizzazione e dell’estremismo violento e offrire loro formazioni e formazioni continue appropriate. Questi attori devono essere in grado di riconoscere precocemente i segnali e i pericoli di radicalizzazione e di agire in modo adeguato (misura 2). Se necessario, devono potersi rivolgere a un servizio specializzato.

Coinvolgimento della società civile

Anche la società civile verrà coinvolta nella prevenzione. I responsabili delle associazioni sportive, culturali e ricreative possono  essere sensibilizzati alla tematica dalle rispettive associazioni nazionali o dalle autorità cantonali e comunali attraverso informazioni e formazioni (misura 5).

Sono inoltre opportuni l’elaborazione di strumenti didattici, materiale pedagogico e progetti sul tema della radicalizzazione e dell’estremismo violento destinati al settore scolastico ed extrascolastico nonché uno scambio relativo ai progetti e ai materiali già esistenti (misura 9). Gli insegnanti e gli allenatori sportivi, che svolgono un ruolo importante nello sviluppo personale degli individui, non devono essere lasciati soli di fronte a questa sfida e devono potersi rivolgere a specialisti che li sostengano.

Istituzione della gestione della minaccia e reintegrazione

Un’altra raccomandazione ha per oggetto l’istituzione di una gestione interistituzionale delle minacce nei Cantoni che coinvolga le varie autorità. Sotto la guida della polizia, tale gestione consentirà di riconoscere precocemente il potenziale di minaccia di singoli individui e gruppi già noti alla polizia. Grazie a strumenti adeguati sarà possibile valutare correttamente il potenziale di minaccia e disinnescarlo adottando apposite misure (misura 14).

Per promuovere il disimpegno e la reintegrazione verrà elaborato un catalogo di misure con approccio interdisciplinare. Si raccomanda inoltre la designazione, da parte di ogni Cantone, di un’autorità competente per il trattamento di persone radicalizzate al di fuori dei procedimenti penali e dell’esecuzione delle pene (misure 21 e 22).

Coordinamento nazionale

La RSS coordina, in collaborazione con le conferenze e le associazioni coinvolte, il trasferimento di conoscenze e di esperienze. Promuove il contatto tra gli attori di tutti e tre i livelli statali e coordina il monitoraggio annuale dell’attuazione delle misure (misura 16). Il Piano d’azione nazionale verrà attuato e valutato entro cinque anni.

Portare avanti e integrare le iniziative già esistenti
Le misure di prevenzione del Piano d’azione nazionale vanno considerate anche in combinazione con i provvedimenti, i programmi e le iniziative già esistenti nei settori della formazione, delle opere sociali, dell’integrazione, della prevenzione della violenza e della criminalità e della lotta alla discriminazione. Sul piano nazionale e a tutti i livelli statali sono già stati intrapresi molti sforzi di prevenzione, che devono essere portati avanti, diffusi su più vasta scala e completati con le misure del Piano d’azione nazionale.

Per ulteriori informazioni:
André Duvillard, Delegato per la Rete integrata Svizzera per la sicurezza, +41 58 464 21 13

È possibile raggiungere le organizzazioni partecipanti rivolgendosi alle loro segreterie, in particolare a:
– Renate Amstutz, Direttrice Unione delle città svizzere, +41 79 373 52 18
– Gustave Muheim, Vicepresidente Associazione dei Comuni Svizzeri, +41 79 341 99 66
– Gaby Szöllösy, Segretaria generale Conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali delle opere sociali, +41 31 320 29 95

I Ticinesi e la Lega salvarono la Svizzera

I Ticinesi e la Lega salvarono la Svizzera

A 25 anni dal NO allo Spazio economico europeo

L’allora Consigliere federale PLR vodese Jean-Pascal Delamuraz definì la domenica 6 dicembre 1992 una “domenica nera per la Svizzera”. Un giudizio arrogante nei confronti del Popolo elvetico che – in quel memorabile momento storico – decise di salvaguardare la Svizzera e la sua indipendenza politica dalla fagocitante eurofrenesia che aveva pervaso i maggiori partiti storici svizzeri e l’intero Consiglio federale. Ad un quarto di secolo da quello storico giorno, val la pena ripercorrere un po’ di storia recente della Confederazione e del nostro Cantone.

L’inizio degli Anni Novanta corrisponde al momento storico della caduta del Muro di Berlino e quindi la fine dell’Unione sovietica. In parallelo all’implosione dell’impero comunista stava crescendo il Leviatano europeo che – sostenuto dagli euroturbo Mitterand e Kohl – iniziava a gettare la basi per quella che è l’odierna Unione europea, rigida e incapace di gestire le diversità dalla Lapponia al Mediterraneo.

Tra euroturbo e nazionalconservatori

Gli euroturbo svizzeri, rappresentati dai partiti storici PLR, PPD e PS, in quel periodo portarono il Consiglio federale ad inoltrare la richiesta d’adesione alla precorritrice dell’UE – la Comunità economica europea CEE – e far avallare dall’Assemblea federale l’adesione allo Spazio economico europeo SEE, con il CF socialista René Felber quale capofila. In parallelo all’eurofilia dilagante di parte del mondo politico svizzero, nasceva in ampie fette della popolazione svizzera la voglia di contrapporsi a questi moti demolenti del principio di sovranità; lo spirito nazional-conservatore trovò terreno fertile e vide la nascita – su spinta di Christoph Blocher e altri politici liberal-conservatori – l’Associazione per la Svizzera neutrale e indipendente “ASNI”, così come l’assunzione di un ruolo politico in questo spirito dell’UDC zurighese e della Lega dei Ticinesi a Sud delle Alpi.

Il voto del 6 dicembre 1992

Dopo l’avallo del parlamento federale nell’ottobre 1992, i mesi di campagna sul contrastato decreto d’adesione allo SEE furono infuocati. Dopo molti anni di calma piatta, la politica elvetica trovava un tema che scaldasse gli animi di cittadine e cittadini, con posizioni tanto marcate quanto in contrasto tra di loro.

Se a nord del Gottardo Christoph Blocher fu la figura di spicco sul fronte contrario, in Ticino Giuliano Bignasca e Flavio Maspoli assunsero un ruolo decisivo; Nano in particolar modo in Ticino, mentre Flavio funse da megafono – grazie alle sue doti dialettiche e capacità linguistiche – in tutta la Svizzera di quel mal di pancia dei nazional-conservatori nei confronti delle scellerate scelte politiche dei partiti storici. Memorabili i dibattiti di Flavio Maspoli nelle fumose sale conferenze o sulle reti radio-televisive nelle tre lingue nazionali. In particolare ricordo una sala gremitissima a Lavorgo, dove Flavio battagliò con il socialista Werner Carobbio; durò alcune ore con un confronto fermo e duro, con molti interventi da parte dei presenti in sala, che palesavano quanto il malessere nazional-conservatore fosse presente anche nelle nostre Valli.

I Ticinesi e la Lega difesero la Svizzera

L’attesa era grande, come la partecipazione al voto, in Svizzera come in Ticino con oltre il 3 elettori su 4 che si recarono alle urne. L’edizione del “Mattino della domenica” del 6 dicembre 1992 dava per sicuro il NO delle elettrici e degli elettori Ticinesi. E così fu. Grazie al grande lavoro sul terreno della Lega dei Ticinesi e dei suoi fondatori, il NO in Ticino prevalse con il 61.5% e 85’582 voti contro i 53’488 di sì. Insomma, il movimento politico nato appena 22 mesi prima – la Lega dei Ticinesi – vinse un voto storico per il Ticino e per il Paese, grazie al fatto di aver saputo interpretare i sentimenti della gente in materia di politica estera. Il voto ticinese sorprese i commentatori nazionali, in quanto fu l’unico Cantone latino a votare contro in quello spaccato politico che venne definito “Röstigraben”, e ai fini del conteggio dei voti per l’opposizione popolare i voti contrari provenienti dal Ticino furono decisivi al NO svizzero. Possiamo quindi affermare che i Ticinesi e la Lega, quella domenica di 25 anni fa, decisero il futuro in libertà e indipendenza della nostra amata Svizzera.

Norman Gobbi

Un esercito che “parla” italiano

Un esercito che “parla” italiano

Dal Mattino della domenica | Norman Gobbi: “La Brigata del Gottardo si scioglie ma la nostra lingua non scompare”

Fra due settimane avrà luogo l’ultimo rapporto annuale per la Brigata fanteria montagna 9. Un momento storico per il nostro Cantone: quest’ultima grande unità trilingue con una forte presenza di militi della Svizzera italiana sarà infatti integrata, nel 2018, nella nuova Divisione territoriale 3.

Per chi non la conoscesse, la Brigata fanteria montagna 9 è una della quattro brigate attive dell’esercito svizzero ed è chiamata anche “Brigata del Gottardo”. La sua particolarità è proprio rappresentata simbolicamente dalla montagna: un’unità che unisce tre lingue e tre culture del nostro Paese, ponendo le sue radici nei cantoni che si collocano a ridosso delle Alpi, compreso il Ticino.

Una nuova divisione territoriale

In questa Brigata l’italiano ha un posto di tutto rispetto, per questo motivo il suo scioglimento porta all’interno del mondo grigioverde dei dubbi riguardo alla perdita della nostra territorialità e della nostra identità militare. A mio avviso però, il rischio non sussiste. Il Ticino continuerà a contribuire, come ha sempre fatto, alla sicurezza del nostro Paese. I corpi di truppa con forte presenza italofona continueranno a operare sotto la divisione territoriale 3, come richiesto dal nuovo piano d’implementazione denominato “Ulteriore Sviluppo dell’Esercito”, per permettere alle forze armate di rimanere al passo dei tempi e per far fronte alle sfide moderne e alle minacce attuali.

Lingua italiana, valore svizzero

Quando pensiamo alla nostra Patria, pensiamo innanzitutto alla pluralità linguistica: per questo motivo credo che l’italianità nell’esercito sia parte integrante dell’identità elvetica. Con il mio Dipartimento e soprattutto grazie alla collaborazione con il capo dell’esercito e i suoi stati maggiori, ci adoperiamo per poter offrire ai militi provenienti dal Ticino e dai Grigioni italiani l’istruzione nella loro lingua madre. E lo facciamo in particolare con tre incorporazioni: la difesa, con il gruppo artiglieria 49, la sicurezza, con il battaglione fanteria montagna 30 e l’aiuto sussidiario in caso di catastrofe, con il battaglione salvataggio 3 (l’unico che non fa parte delle formazioni attualmente subordinate alla brigata 9). Questo permette ai soldati italofoni di avere a disposizione istruttori della loro madre lingua e di poter anche aspirare a una carriera all’interno dell’Esercito.

I ticinesi nell’esercito

La lingua italiana nella sicurezza nazionale è salvaguardata anche dalla presenza tra gli alti ufficiali di ticinesi e grigionesi. Attualmente possiamo contare sui brigadieri Maurizio Dattrino, Silvano Barilli e Stefano Mossi e il colonnello di Stato maggiore Stefano Laffranchini, nominato dal Consiglio federale a brigadiere con effetto al 1. gennaio 2018.

Molti ticinesi hanno un legame personale con la Brigata del Gottardo: questo perché ha riunito gran parte dei militi del nostro Cantone. Il suo scioglimento lascerà perciò un forte ricordo in chi ne ha fatto parte. Il Ticino continuerà però a rispondere presente, nel futuro del nostro Esercito e quindi a favore della sicurezza della nostra Patria. Continueremo a rappresentare una Svizzera libera e sicura, con ogni sua caratteristica. Una Svizzera che parla anche italiano.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Tutele, lettera a enti e autorità

Tutele, lettera a enti e autorità

Un articolo a cura di Andrea Manna apparso su La Regione di sabato 2 dicembre 2017

Protezione del minore e dell’adulto, il Cantone scrive a Municipi, pretori e associazioni sulla cantonalizzazione del settore – Frida Andreotti: «Mantenere il modello amministrativo è la soluzione più condivisa».

L’elenco dei destinatari è lungo. Tra questi i Municipi, le Autorità regionali di protezione, i pretori e i pretori aggiunti, la Camera di protezione del Tribunale d’Appello, l’Associazione dei curatori e tutori della Svizzera italiana, l’Associazione curatori Ticino nonché l’Associazione genitori non affidatari. Fra giovedì e ieri la Divisione della giustizia del Dipartimento istituzioni ha scritto agli enti e agli uffici giudiziari attivi in Ticino nel campo della protezione del minore e dell’adulto per informarli dei nuovi piani decisi la settimana scorsa dal Consiglio di Stato per quanto riguarda la riorganizzazione del settore delle tutele e delle curatele. Ovvero l’abbandono del prospettato modello giudiziario, con le Preture competenti dell’applicazione delle disposizioni in materia di protezione, e il mantenimento di quello amministrativo, con però la “cantonalizzazione” del settore “all’interno dei servizi dell’Amministrazione”. Un’impostazione dunque diversa da quella indicata dal governo nel messaggio varato nel dicembre di tre anni fa. Presentando i due modelli, l’Esecutivo aveva allora aderito alla proposta del Gran Consiglio, cioè il passaggio al modello giudiziario. Che si sarebbe dovuto concretizzare, nelle intenzioni del Consiglio di Stato, il 1° giugno 2018. Si sarebbe dovuto concretizzare, appunto, perché nel frattempo gli approfondimenti della sottocommissione parlamentare della Legislazione (sottocommissione coordinata dalla leghista Amanda Rückert) e quelli successivi della Divisione della giustizia hanno fatto ritenere preferibile il sistema amministrativo. Apportandovi tuttavia dei correttivi. In ogni caso “il mantenimento del modello amministrativo con ‘cantonalizzazione’ del settore, risulta la soluzione meno invasiva rispetto alla variante giudiziaria e maggiormente condivisa”, annota la responsabile della Divisione giustizia Frida Andreotti nella lettera indirizzata ai Municipi.

Prime idee. Da approfondire

Come anticipato dalla stessa funzionaria dirigente mercoledì 22 novembre (giorno in cui il governo ha adottato la nuova impostazione) intervenendo all’assemblea dell’Act, l’Associazione dei Comuni ticinesi, la Divisione giustizia ha ipotizzato la seguente ‘cantonalizzazione’ del settore tutele e curatele. Ossia: istituzione in seno alla Divisione di una Sezione ad hoc dalla quale dipenderebbero, magari con un’altra denominazione, le Autorità regionali di protezione (Arp), riducendone tuttavia il numero ma con una loro “equa distribuzione” sul territorio. E poi: “Assunzione da parte del Cantone dei collaboratori comunali oggi attivi nelle Arp tramite concorso pubblico (circa 70/80 persone); in linea di principio e previo accordo dei Comuni, ripresa in locazione da parte del Cantone degli spazi logistici (ora sono sedici le sedi delle Arp), se conformi agli standard cantonali”. Idee. Queste e altre le ipotesi che, come evidenzia Andreotti nelle lettere trasmesse in questi giorni per posta elettronica, verranno esaminate da “un apposito gruppo di progetto”. Il quale sarà incaricato “di approfondire le conseguenze della ‘cantonalizzazione’ a livello finanziario, logistico, informatico” e dal profilo delle “risorse umane”, coinvolgendo “i Comuni”. Prossimamente, indica Andreotti, il Consiglio di Stato licenzierà un messaggio con la richiesta al parlamento di prorogare “al 31 maggio 2020 il termine di decadenza delle Arp”. Proroga necessaria, afferma la responsabile della Divisione giustizia, “per poter presentare al Gran Consiglio una proposta dettagliata circa la riorganizzazione del settore secondo le nuove modalità definite dall’Esecutivo”. Tutti gli attori interessati saranno “puntualmente” e “regolarmente” informati dalla Divisione “sui prossimi passi che verranno intrapresi così come sull’evoluzione della riorganizzazione”. Una riorganizzazione, sottolinea Andreotti, “volta a specializzare un settore delicato e sensibile, chiamato a prendere decisioni che incidono direttamente, e anche pesantemente, sui diritti fondamentali delle persone”.

Il Dipartimento delle istituzioni incontra la Magistratura

Il Dipartimento delle istituzioni incontra la Magistratura

Oggi pomeriggio, presso la Sala del Consiglio comunale della Città di Lugano, si è tenuto il secondo incontro annuale tra il Dipartimento delle istituzioni e i rappresentanti della Magistratura. Incontri voluti dal Dipartimento delle istituzioni alfine di rafforzare il dialogo tra il Potere esecutivo e il Potere giudiziario. Un momento privilegiato per discutere e condividere argomenti di interesse comune.

All’incontro, introdotto dal saluto del Sindaco della Città di Lugano Marco Borradori, erano presenti per il Dipartimento delle istituzioni il Consigliere di Stato e Direttore Norman Gobbi, la Direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti e il Segretario generale Luca Filippini. Oltre ai rappresentanti delle Autorità giudiziarie, ha preso parte all’incontro anche il Presidente del Consiglio della magistratura Werner Walser.

Durante il pomeriggio sono state discusse varie tematiche legate all’ambito della gestione del personale del Potere giudiziario, all’organizzazione della Magistratura e ai progetti logistici nonché informatici concernenti le Autorità giudiziarie. Per quanto concerne la gestione del personale, il Dipartimento delle istituzioni e la Sezione delle risorse umane hanno informato i presenti circa le novità apportate dalla nuova Legge sugli impiegati dello Stato e dei docenti, che entrerà in vigore il 1° gennaio 2018.
La Divisione della giustizia ha quindi reso partecipi i presenti circa i progetti legislativi in corso che interessano il Potere giudiziario, su tutti la riorganizzazione delle Giudicature di pace e la riorganizzazione delle Autorità regionali di protezione. Dal punto di vista logistico, il Dipartimento delle istituzioni ha aggiornato i rappresentanti della Magistratura in merito ai progetti logistici in essere concernenti le Autorità giudiziarie.

L’incontro, conclusosi con un momento conviviale gentilmente offerto dalla Città di Lugano, ha permesso dunque di passare in rassegna le principali sfide con cui la Giustizia ticinese è confrontata, che richiedono una stretta collaborazione tra il Potere esecutivo e il Potere giudiziario dello Stato. Una collaborazione che, grazie agli incontri regolari promossi dal Dipartimento delle istituzioni, risulta oggi rafforzata mediante l’instaurazione di un dialogo costante tra le diverse Autorità.