Formazione delle pattuglie miste tra Svizzera e Italia: la lotta alla criminalità non ha confini

Formazione delle pattuglie miste tra Svizzera e Italia: la lotta alla criminalità non ha confini

Comunicato stampa

Il territorio di Chiavenna è stato al centro nelle scorse settimane di un intenso ciclo formativo che, per due giorni, ha coinvolto agenti della Polizia cantonale ticinese, della Polizia del canton Grigioni, dell’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini (UDSC) nonché dei Carabinieri delle province di Como, Varese, Sondrio e Bolzano. Un programma di addestramento incentrato principalmente sul tema dei pattugliamenti misti previsti dagli accordi bilaterali in materia e che ha impegnato in totale (sotto il coordinamento del Comando provinciale Carabinieri di Sondrio e del Centro di Cooperazione di Polizia e Doganale di Chiasso) una sessantina di agenti e una ventina di formatori. A una parte teorica su quelle che sono le basi legali dei servizi congiunti ne è seguita una più pratica dove sono state approfondite ed esercitate le procedure operative sia svizzere sia italiane.
Si è dunque aggiunto un ulteriore tassello nel lavoro congiunto che vede impegnate le forze dell’ordine nell’ambito dell’accordo sulla cooperazione di polizia e doganale entrato in vigore nel novembre 2016. Obiettivo: rafforzare in maniera integrata e ancor più efficace la lotta ai fenomeni criminali nelle zone di confine. 

Non per forza a cinque Comuni

Non per forza a cinque Comuni

I sindaci di Prato e Quinto si dicono possibilisti anche su un’aggregazione ridotta

Prove di rilancio per l’aggregazione dell’Alta Leventina. A larghissima maggioranza, lo scorso 20 dicembre il Consiglio comunale di Prato ha infatti invitato il locale Municipio ad «analizzare concretamente in tempi brevi quali scenari aggregativi siano attuabili e cosa comportino», conferma da noi interpellato il sindaco Davide Gendotti. Nelle prossime settimane, come anticipato dal CdT, saranno dunque contattati Airolo, Quinto, Dalpe e Bedretto per chiedere «quali siano le loro intenzioni e se siano disposti ad approfondire il tema». L’obiettivo di Gendotti è quello di arrivare a una soluzione «entro la fine della legislatura corrente». Una soluzione che potrebbe essere anche quella di procedere a tappe: «Sono possibilista per un’eventuale fusione anche solo con Quinto», afferma il sindaco di Prato Leventina, ricordando come ormai da diversi anni si parli di una possibile aggregazione in alta valle senza però essere mai riusciti ad arrivare a una conclusione. Dalla votazione popolare pre-consultiva del 2007 era emersa la spaccatura tra i comuni più piccoli di Dalpe, Bedretto e Prato Leventina schieratisi per il ‘No’, e i poli di Airolo e Quinto invece favorevoli. Il processo si era quindi interrotto, per riprendere parzialmente slancio nella direzione di unire unicamente Quinto e Airolo salvo poi essere nuovamente congelato nel 2018 quando tutti i cinque Comuni avevano deciso di rinviarlo a questa legislatura. Ora i tempi sembrano nuovamente maturi, quantomeno per discuterne. Gendotti è dell’avviso che l’aggregazione porterebbe a «un’ottimizzazione delle risorse sia a livello gestionale sia a livello politico. Attualmente abbiamo infatti cinque amministrazioni comunali che spesso svolgono lo stesso lavoro». Il sindaco di Prato Leventina dubita tuttavia che si possa arrivare a corto termine a una fusione a cinque, ma ritiene che si possa almeno fare un primo passo: «Anche solo un’unione con Quinto potrebbe portare a un coordinamento migliore a livello di progettualità». Ma innanzitutto bisogna capire quali siano le intenzioni degli altri Comuni: «Vogliamo discutere nel dettaglio e capire quali sono i pro e i contro secondo ogni ente locale coinvolto. L’intenzione non è infatti quella di forzare qualcuno ad aggregarsi. Tuttavia, sarebbe ideale iniziare a fare un primo passo e poi vedere cosa accadrà in futuro».
Un primo passo che in realtà è già stato fatto dal legislativo di Prato, riportando di attualità il discorso e tendendo in particolare la mano a Quinto. Un Comune «che è sempre stato pro aggregazione», rileva il sindaco Aris Tenconi, il quale vede di buon occhio l’intervento di Prato: «È sicuramente positivo, visto che in questo modo si rilancia la discussione in tutta la regione». Tenconi inoltre ribadisce che una fusione potrebbe portare dei vantaggi al futuro Comune in termini di turismo, infrastrutture e grandi progetti. E per quanto riguarda una prima tappa a due? «Non vedo controindicazione a un’aggregazione iniziale con Prato». Potrebbe dunque essere una possibilità, anche se prima «bisogna ancora discuterne, cercando anche di capire le intenzioni degli altri Comuni».

Scetticismo ad Airolo, Dalpe e Bedretto
A differenza di Prato e Quinto, tra i sindaci degli altri tre Comuni coinvolti sembrerebbe prevalere lo scetticismo. Sul tema si mostra molto tiepido il sindaco di Airolo Oscar Wolfisberg: «Premettendo che dall’inizio della nuova legislatura non ne abbiamo ancora discusso all’interno del Municipio, il mio parere personale è che sia prematuro rilanciare il discorso dell’aggregazione», afferma interpellato da ‘laRegione’. A sostegno della propria opinione, Wolfisberg – come Tenconi eletto sindaco nell’aprile 2021 – cita l’importanza dell’autonomia comunale «per dare priorità agli importanti progetti avviati da Airolo», su tutti la progettazione della riqualifica del fondovalle con copertura di circa un chilometro di autostrada destinata a cambiare volto al paese, attesa entro il 2026 nell’ambito dei lavori per la realizzazione del secondo tubo del San Gottardo. «Siamo pronti a sederci al tavolo con gli altri Comuni, ma credo che per quanto riguarda Airolo sia meglio attendere l’avvio di alcuni importanti cantieri e nel frattempo continuare a collaborare. Su determinati temi puntuali, come scuole, determinate infrastrutture e servizi, si lavora infatti già in un’ottica di sinergia dell’alta valle». Anche a Dalpe non sembrano esserci segnali di apertura verso un’aggregazione, nemmeno limitata a due o tre: «Attualmente non vediamo benefici particolari derivanti da una fusione, nemmeno a livello finanziario», sottolinea il sindaco Mauro Fransioli. Già nel 2007 la popolazione si era nettamente espressa contro con quasi l’80% di no. «E attualmente non mi sembra che ci sia un cambiamento di tendenza in corso. Sarebbe quindi illogico andare a proporre una fusione se la popolazione non è di questo avviso». In ogni caso la porta non viene totalmente chiusa: «Siamo tuttavia sicuramente disposti a discuterne e a valutare i pro e i contro», afferma Fransioli, precisando che Dalpe è comunque disposto «a migliorare ulteriormente le collaborazioni con gli altri Comuni e a unire le forze per realizzare determinati progetti». Chiara la volontà del Comune di Bedretto di rimanere indipendente, ribadita al nostro giornale dal sindaco Ignazio Leonardi: «È giusto parlarne e ci sarà l’occasione di farlo con gli altri municipi, ma non saliremo sul carro. La nostra posizione non è cambiata da quando nel 2007 (82% di ‘No’, ndr) anche la popolazione aveva chiaramente respinto l’idea di approfondire il discorso aggregativo. Finché ci sono le forze, e sono fiducioso che nuove leve subentreranno a questo Municipio, Bedretto preferisce continuare sulle proprie gambe e proseguire, come fatto bene finora, sulla strada delle collaborazioni».

Gobbi: ‘A determinate condizioni ben visto anche un progetto intermedio’
Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni (Di) che da tempo auspica un’alta valle riunita in un unico Comune, commenta positivamente la mossa del Consiglio comunale di Prato. «È sempre una buona notizia quando si constata il dinamismo di un legislativo anche sul tema delle aggregazioni. Vuol dire che il discorso rimane sempre aperto, nella ricerca di un coinvolgimento attivo. Non dimentichiamo che ogni progetto aggregativo trova la sua forza se lo stesso viene proposto dal basso, sul territorio interessato». Chiediamo al consigliere di Stato se un’aggregazione a tappe, con una prima fase che non per forza coinvolga tutti i cinque comuni, sarebbe comunque accolta favorevolmente dal Di. «Pensare che un’aggregazione, anche a tappe, possa avere successo solo sommando i vari addendi è limitativo. Occorre, come detto, un progetto che preveda il miglioramento della qualità di vita residenziale degli abitanti e delle aziende toccate. Se questo si realizza allora è ben visto anche un progetto intermedio che esprime la volontà della popolazione. D’altro canto, per rimanere in valle, l’esempio del Comune di Faido (ente locale che ha vissuto tre fasi aggregative nel 2006, nel 2012 e nel 2006, ndr) attesta la validità di questa mia affermazione». Restando in Leventina, il prossimo 13 febbraio i cittadini di Bodio, Giornico, Personico e Pollegio saranno chiamati a esprimersi in votazione popolare consultiva in merito al progetto aggregativo che mira a costituire un unico Comune della Bassa Leventina denominato Sassi Grossi.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 11 gennaio 2022 de La Regione

Utile e concreta: la Protezione Civile avvia una nuova campagna comunicativa

Utile e concreta: la Protezione Civile avvia una nuova campagna comunicativa

Comunicato stampa

Sin dall’inizio della pandemia da COVID-19 la Protezione Civile (PCi) è stata uno dei partner della protezione della popolazione più presenti “al fronte” e maggiormente in vista agli occhi dell’opinione pubblica. Ha fornito il suo supporto e ha messo a disposizione le sue competenze in favore di strutture sanitarie e sociosanitarie così come della popolazione e delle autorità comunali. Per valorizzare però i numerosi compiti di protezione, assistenza e sostegno che la Protezione Civile svolge regolarmente a favore della popolazione ticinese, è stata avviata una campagna comunicativa dallo slogan “Anche qui: utili e concreti” volta a mettere in luce e a far conoscere i numerosi impieghi svolti lontano dai riflettori.

In questi giorni alle sei Regioni di Protezione Civile sono stati consegnati alcuni banner raffiguranti tre ambiti di intervento “tradizionali”: il supporto tecnico (interventi di ripristino a seguito di eventi metereologici o di altra natura), l’assistenza a persone bisognose e la protezione dei beni culturali. Questi manifesti in futuro verranno affissi dalle Regioni di Protezione civile in prossimità del luogo in cui saranno temporaneamente svolti interventi puntuali da parte dei militi di PCi, quali il ripristino di sentieri, l’assistenza ad ospiti di case anziani o l’allestimento di un inventario di beni degni di protezione.
Un modo per ricordare che la Protezione civile… è utile e concreta.   

Auto in coda per il test Covid

Auto in coda per il test Covid

Con la diffusione della variante Omicron, anche in Ticino i nuovi contagi giornalieri restano molto alti. E in tale contesto i test rappresentano un pilastro fondamentale per il contenimento del virus. Ecco dunque che, com’era già accaduto il weekend di Capodanno, anche negli ultimi due giorni le autorità cantonali hanno provveduto a mantenere un’adeguata offerta di test sul territorio. Stavolta anche con un drive-in.
Un drive-in – organizzato al Centro della protezione civile di Rivera – che ha fatto il pienone. Sabato sono stati effettuati quasi 400 test, mentre domenica sono stati superati i 600, ci dice Ryan Pedevilla, capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione, tracciando un bilancio positivo.
La capacità era di circa 520 test giornalieri. Una cifra, questa, che ieri è tuttavia stata superata. «Siamo passati da due a tre linee di test» ci spiega. Questo per far fronte, domenica, al ridotto dispositivo delle farmacie e al suggerimento delle autorità sanitarie di effettuare un test prima del rientro a scuola.
Il drive-in sarà quasi sicuramente riproposto anche il prossimo weekend, ci anticipa Pedevilla. Anche in vista dell’inizio della scuola reclute, previsto per il 17 gennaio, che richiede un test di conferma prima dell’entrata in servizio.

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 10 gennaio 2022 di 20Minuti

Misure ticinesi, c’è un problema con Berna?

Misure ticinesi, c’è un problema con Berna?

Quelle assunte oggi dal Cantone non sono state misure prese alla leggera e c’è chi critica Berna, che impone ai Cantoni di agire autonomamente e senza assumersi le proprie responsabilità, anche finanziarie
“In poche settimane siamo passati da essere il Cantone con l’incidenza più bassa a quello con l’incidenza più alta, oltre a essere quello più colpito dalla variante Omicron”. Delle soluzioni, seppur sofferte, erano quindi necessarie: nella stessa giornata, il Consiglio di Stato ha deciso per l’introduzione dell’obbligo della mascherina per tutte le classi di scuola elementare, nonché una nuova stretta per i grandi eventi sportivi e culturali, nei quali, oltre all’esibizione del certificato 2G, vigerà l’obbligo di indossare la mascherina, di restare seduti e di consumare cibi o bevande solo nelle strutture della ristorazione, nonché la chiusura delle curve negli stadi e la loro occupazione per massimo due terzi della capacità. “Sono però misure che vogliono permettere la continuità di queste manifestazioni”, ha spiegato a Ticinonews il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.
 
Un approccio politico che non funziona
Inutile dire che, comunque, i club sportivi si trovano in difficoltà: “Con queste misure abbiamo stimato una perdita di circa 100mila franchi a partita”, ha dichiarato il presidente dell’Hcap Filippo Lombardi, raggiunto dai colleghi della redazione sportiva. “È comunque apprezzabile che il Consiglio di Stato ci abbia consultati prima di prendere queste decisioni”. In effetti, la critica di Lombardi è rivolta soprattutto all’attuale meccanismo “federalistico” di gestione della crisi sanitaria: l’ex consigliere agli Stati è scettico in particolare nei confronti dell’operato del Consiglio federale, il quale demanda la presa di decisioni ai Cantoni, “senza prevedere in questo modo degli adeguati indennizzi. Ciò mette in difficoltà i club, ma politicamente anche i Cantoni”, che si trovano costretti a prendere decisioni non facili. “Sono sbalordito che il Consiglio federale si sia riunito la scorsa settimana, e solo su esplicita richiesta di una sua rappresentante, ma che non lo faccia questa settimana”, commenta Lombardi. “O siamo in una situazione di crisi e il Consiglio federale gioca il proprio ruolo fino in fondo, oppure non lo siamo e la smettiamo di sottomettere la società a delle misure così strane, facendo pressione sui governi cantonali attraverso l’Ufsp”.

Come durante la prima ondata
Una reazione forte, quella del presidente della squadra biancoblù, e alla quale Gobbi accosta un paragone con l’inizio della prima ondata, quando il Ticino era chiamato “a gestire la situazione da solo”. Come allora con il coronavirus originario, “Quando la variante Omicron toccherà gli altri cantoni nella stessa misura del Ticino, ci si sveglierà anche a Berna”, profetizza il “ministro” leghista. Per il momento, dunque, Bellinzona si deve muovere da sola, cercando di trovare una non evidente quadratura del cerchio: da un lato si vuole “premiare chi ha scelto di vaccinarsi, permettendogli di continuare ad assistere a partite e spettacoli”, dall’altro “gestire una diffusione di Omicron che, lo abbiamo visto, colpisce anche chi è vaccinato”.
Una mossa preventiva per tentare di limitare contagi e quarantene

Una mossa preventiva per tentare di limitare contagi e quarantene

Il direttore del DI: «Con Ambrì e Lugano stiamo valutando eventuali aiuti puntuali»

Vista l’evoluzione della pandemia in Ticino, giudicata «preoccupante», il Consiglio di Stato ha adottato nuove misure anche nell’ambito dei grandi eventi sportivi e culturali (con più di 1.000 spettatori).
Durante la riunione di lunedì, l’Esecutivo ha deciso di introdurre da subito alcune restrizioni che limiteranno in particolare l’hockey su ghiaccio.
«Fino a metà dicembre il Ticino era uno dei Cantoni con l’incidenza più bassa a livello nazionale, ma l’arrivo della variante Omicron ha rapidamente portato a un peggioramento della situazione epidemiologica », sottolinea Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni. «Visto l’elevato numero di contagi giornalieri, era necessario agire ». Al momento l’impatto delle infezioni sul settore ospedaliero rimane limitato, eppure le quarantene e gli isolamenti (circa 25.000 persone in Ticino stanno vivendo questa condizione) stanno cominciando a influenzare alcuni servizi essenziali e le attività economiche. Di qui, dunque, la mossa preventiva del Governo, che non ha aspettato le (eventuali) decisioni del Consiglio federale. Le misure saranno valide da subito e almeno fino al 16 gennaio.
«Entro quella data potremo capire l’impatto delle nuove misure», spiega Gobbi. Da notare che anche il circo Knie, in arrivo in questi giorni in Ticino per una serie di serate, dovrà sottostare alle stesse regole previste dai grandi eventi. A essere penalizzati dalle nuove misure cantonali sono però Ambrì e Lugano, che subiranno un danno economico. «Assieme alle società stiamo cercando di capire se c’è margine per qualche aiuto puntuale », ribadisce il consigliere di Stato. «Tuttavia, queste misure si traducono in un mancato incasso: e un mancato incasso non è coperto, in tutti gli ambiti. I casi di rigore riguardano misure particolari. In passato sono state coperte solo le spese sostenute per rafforzare il dispositivo di protezione. Ma in questo caso i club non hanno dovuto sostenere un simile investimento». 

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 5 gennaio 2022 del Corriere del Ticino

Coronavirus – Nuove misure cantonali per grandi eventi e scuola

Coronavirus – Nuove misure cantonali per grandi eventi e scuola

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato si è riunito ieri per fare il punto sulla situazione epidemiologica in Ticino e ha introdotto nuove misure cantonali per limitare la diffusione della «variante Omicron». Gli spettatori dei grandi eventi sportivi e culturali (con più di mille spettatori) dovranno esibire un certificato «2G», indossare obbligatoriamente la mascherina, rimanere seduti e potranno consumare cibi o bevande solo nelle strutture della ristorazione. Per ridurre gli assembramenti prima e dopo gli eventi, potranno essere occupati solo i posti delle tribune. Il numero massimo di spettatori presenti sarà inoltre limitato ai due terzi della capacità delle strutture. Nelle scuole, che riapriranno regolarmente il 10 gennaio, verrà introdotto da subito l’obbligo dell’uso della mascherina a partire dalla I elementare. La misura sarà valida sino al 25 febbraio 2022.

Il Consiglio di Stato si è riunito ieri – in parte in presenza e in parte in videoconferenza – per analizzare la situazione epidemiologica in Ticino. L’evoluzione rimane preoccupante, con un numero di nuovi casi giornalieri molto elevato. L’impatto sul settore ospedaliero rimane al momento limitato, nonostante un aumento di persone ospedalizzate, mentre il numero molto elevato di isolamenti e quarantene inizia a influenzare alcuni servizi alla popolazione e attività economiche essenziali.
Il Governo ha convenuto che per il momento non sono necessarie misure drastiche, come la chiusura di attività economiche: ha tuttavia introdotto alcuni provvedimenti nei settori che prevedono contatti sociali numerosi e prolungati, come la scuola e i grandi eventi.
Per quanto riguarda i grandi eventi sportivi e culturali – quelli che prevedono più di mille spettatori – lo svolgimento resterà autorizzato, ma gli spettatori dovranno essere in possesso di un certificato di vaccinazione o guarigione (cosiddetto «2G»), indossare obbligatoriamente la mascherina, rimanere seduti al proprio posto e potranno consumare bibite o cibo solo nelle strutture della ristorazione, dove restano in vigore le disposizioni federali. Per ridurre gli assembramenti prima e dopo gli eventi, potranno essere occupati solo i posti delle tribune. Il numero di spettatori verrà inoltre limitato ai due terzi della capacità massima delle strutture. Queste disposizioni cantonali resteranno in vigore fino al 16 gennaio 2022.
In vista della ripresa scolastica del prossimo 10 gennaio 2022, il Consiglio di Stato ha deciso di introdurre l’obbligo dell’uso della mascherina chirurgica a partire dalla I elementare, adottando le medesime modalità già in uso prima di Natale a partire dalla IV classe. Il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport raccomanda inoltre ai genitori e agli allievi di ogni ordine scolastico di eseguire un autotest il giorno prima del rientro in classe, ovvero domenica 9 gennaio 2022. In caso di positività si dovrà evitare la frequenza scolastica per la prima settimana.  
Il Consiglio di Stato coglie l’occasione per ricordare che restano in vigore tutte le disposizioni federali già note, come l’obbligo del telelavoro e le disposizioni particolari per le attività al chiuso e gli incontri privati. La popolazione è invitata ad assumere comportamenti prudenti, limitando al minimo la frequenza e il numero di contatti sociali, rispettando scrupolosamente le norme di protezione personali (mascherina, distanza, igiene delle mani e arieggiamento dei locali) e facendosi testare al minimo sintomo.

«Ticino 2020, idea ambiziosa con resistenze dall’interno»

«Ticino 2020, idea ambiziosa con resistenze dall’interno»

Si chiama Ticino 2020, ma quando vedrà la luce? Ne parliamo con il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi

Ticino 2020, un nome, un programma avviato nel 2016. Peccato che siamo alle porte del 2022. In questo contesto non resta che chiedersi: che senso ha? Norman Gobbi, se lo chiede anche lei?
«Come ho già avuto modo di dire qualche tempo fa in Parlamento non commetterò più l’errore di inserire l’obiettivo temporale nel nome di un progetto. Soprattutto quando questo comporta cambiamenti significativi e culturali che impongono alle persone coinvolte di uscire dalle proprie zone di confort. Detto questo, l’opportunità di portare avanti la riforma Ticino 2020 è ancorata all’essenza stessa del nostro sistema federale e non ha alcuna data di scadenza».

L’obiettivo di fondo rimane dare maggiore autonomia politica e amministrativa ai Comuni, anche alla luce delle aggregazioni. L’impressione è che con il passare degli anni il progetto si è fatto meno ambizioso. Perché si tirano un po’ i remi in barca?
«Per mia natura cerco di trarre insegnamenti dalle esperienze. In questo caso abbiamo maturato la consapevolezza che salvaguardare l’autonomia comunale per i compiti di prossimità è e rimarrà sempre un obiettivo di fondo. Non si tratta di un obiettivo fine a sé stesso, ma è strettamente legato alla natura dei compiti. Mi spiego meglio: i compiti che negli anni ’60 erano di valenza comunale oggi sono di competenza cantonale, se non addirittura federale. Basti pensare alla protezione del minore e dell’adulto. Un compito di origine comunale, che oggi – la notizia e della scorsa settimana con la presentazione della riforma dell’Autorità di protezione – stiamo cantonalizzando in accordo con i Comuni per rispettare una legge federale sempre più esigente. Inoltre, non dimentichiamo che la pandemia ha creato un nuovo ostacolo. Non mi riferisco tanto alle difficoltà logistiche per organizzare le riunioni dei gruppi di lavoro che hanno un impatto sulla tempistica, ma alle conseguenze finanziarie per il Cantone. La regola dell’equilibrio dei conti cantonali impone infatti un’ulteriore riflessione».

Da sempre vale il detto: chi comanda paga e chi paga comanda. Anche in futuro sull’asse Cantone-Comuni sarà così?
«Il principio di equivalenza, a cui fa riferimento, è un principio sacrosanto se si vuole che le scelte politiche siano responsabili e commisurate alle risorse disponibili, qualsiasi sia il livello di governo interessato. Negli ultimi anni ho voluto instaurare un dialogo franco e diretto con i Comuni. Per questo motivo regolarmente organizzo degli incontri con i Municipi duranti i quali abbiamo la possibilità di discutere in maniera trasparente e informale dei cantieri portati avanti dal mio Dipartimento. Considero questi momenti un privilegio che mi permette di toccare con mano quali sono i sentimenti e le valutazioni degli enti locali. Nel 2019, infatti, uno dei temi che ho voluto approfondire era quello delle competenze in ambito di sicurezza e si è delineata una chiara volontà dei Comuni a voler assumere quei compiti di prossimità in ambito di polizia che nel corso invece delle discussioni sul progetto di polizia unica erano state contestate».

Pare di poter sostenere che l’idea di partenza era davvero esagerata. Forse semplicemente perché la politica e l’amministrazione tendono ad accentrare i compiti e le responsabilità più che a delegare a terzi. Condivide?
«Più che esagerata la definirei ambiziosa, anche e soprattutto per la natura dei compiti pensati in questa prima fase del progetto. Non dobbiamo dimenticare che ciò che Ticino 2020 vuol cambiare è il frutto di sessant’anni di politica cantonale, durante i quali, da un lato, i Comuni hanno spesso chiesto al Cantone di farsi carico di compiti che essi non erano in grado di assolvere e, dall’altro, il Parlamento ha deciso di assicurare su tutto il territorio le medesime prestazioni, al di là dalle preferenze locali. È anche vero che soprattutto durante la gestione delle fasi iniziali della pandemia il Comune ha assunto il compito di prossimità facendosi promotore di iniziative a favore dei cittadini che prima non voleva o non poteva assumersi. Sono fermamente convinto che nonostante le difficoltà le nostre realtà comunali abbiano riscoperto la loro vera essenza e questo mi infonde un certo ottimismo per lo sviluppo futuro del nostro Cantone».

Qual è la sollecitazione giunta dai Comuni che ritiene più pertinente e che ritiene imprescindibile del progetto?
«Personalmente, sento di condividere appieno la richiesta dei Comuni di avere, per i compiti di responsabilità politica condivisa con il Cantone, un potere decisionale commisurato al contributo finanziario da loro versato».

E qual è l’elemento che assolutamente non ritiene di avallare e che verrà rinviato al mittente?
«Su questo fronte ritengo di non aver nulla da rimproverare ai Comuni. Al contrario, mi sento invece di muovere una critica – e il mio intento è quello di essere evidentemente costruttivo – al Cantone. L’ho già ricordato nel corso del dibattito sul Consuntivo 2020 in Gran Consiglio: la resistenza maggiore al progetto è arrivata infatti dai servizi cantonali coinvolti. Lo dico con un certo rammarico, perché la paura di perdere una fetta di potere decisionale ha prevalso sull’opportunità di provare a costruire un nuovo assetto istituzionale del Ticino. È vero che non si può generalizzare: non tutti i servizi cantonali mettono dei freni, così come per taluni Comuni il cambiamento non s’ha da fare. Detto questo, non intendo far saltare il banco, ma porterò delle riflessioni a riguardo nelle future discussioni in Governo».

Il Dipartimento delle istituzioni viene considerato naturalmente come il fulcro del progetto. In realtà la responsabilità è del Governo. Questa condivisione funziona, oppure così si è finito per complicare un po’ tutto?
«In effetti è facile cadere in inganno perché quando si tratta di difendere il progetto – penso in particolar modo alle discussioni parlamentari – la faccia ce la mette il sottoscritto. Erroneamente agli occhi dell’opinione pubblica si attribuisce la paternità di Ticino 2020 al Dipartimento che dirigo, ma in realtà è del Consiglio di Stato. I temi trattati toccano, di fatto, tutti i Dipartimenti e ognuno è stato chiamato a dare il proprio contributo, sia nella ricerca delle soluzioni sia nella loro accettazione. Per quanto mi riguarda credo nella bontà e nei principi della riforma, che non fanno bene solamente al Cantone inteso come apparato statale, ma a tutta la popolazione, ai Comuni e a tutti gli enti locali e statali che operano sul nostro territorio. Perché alla resa dei conti quello che mi sta a cuore è il benessere del cittadino e ciò che voglio ottenere è una qualità di vita residenziale dei cittadini più elevata grazie all’erogazione di servizi e prestazioni più performanti».

Alla fine possiamo dire che con Ticino 2020 la montagna finirà per partorire un topolino?
«Non ho mai negato che Ticino2020 è un progetto sicuramente ambizioso. Al momento non è ancora possibile stabilirlo con certezza, ma forse non è tanto il topolino a dover essere messo in discussione, quanto la montagna, che durante la fase di avvio del progetto sembrava scalabile, ma che con il senno di poi possiamo affermare essersi rivelata di grado 7».

Quanto costerà al contribuente il tentativo di realizzare Ticino 2020?
«Attualmente sono stati spesi 2 dei 6 milioni preventivati che, tengo a ricordarlo, sono assunti pariteticamente da Cantone e Comuni. Dal profilo finanziario la conduzione del progetto si è dimostrata molto attenta, evitando costi inutili, pur fornendo tutte le risposte alle molte sollecitazioni e ai condizionamenti posti da entrambe le parti in corso d’opera. Il nostro Cantone sta affrontando un momento congiunturale non semplice causato dall’emergenza sanitaria e nonostante sia disposto a fare investimenti per il bene del nostro Ticino il progetto deve essere il più sostenibile possibile».

Intervista pubblicata nell’edizione di lunedì 27 dicembre 2021 del Corriere del Ticino