“Le lamentele del sindaco? Marketing politico”

“Le lamentele del sindaco? Marketing politico”

Da Ticinonews.ch | Norman Gobbi replica alle critiche italiane: “Dobbiamo garantire la sicurezza dei cittadini e del territorio”

La chiusura del valico doganale di Ponte Tresa ad opera delle Guardie di Confine svizzere ha letteralmente fatto andare su tutte le furie il sindaco di Lavena Ponte Tresa Massimo Mastromarino, mentre da parte delle forze dell’ordine italiane sono arrivate critiche inerenti presunte mancanze a livello comunicativo (vedi articoli suggeriti).

Nella giornata di ieri lo stesso Mastromarino aveva tuonato contro il modus operandi della autorità elvetiche e oggi ha rincarato la dose. “Misura abnorme e spropositata”, aveva ribadito dopo aver sentito il prefetto di Varese per gettare le basi di una “protesta formale tramite l’Ambasciata italiana in Svizzera o il Ministero”.

Un clima decisamente infuocato sul quale si esprime ora il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

“A livello politico il sindaco del Comune di confine ha sicuramente la libertà di intraprendere le misure che ritiene necessarie per tutelare il suo territorio” afferma Gobbi, da noi contattato. “Spesso ho sentito le autorità italiane gridare ai quattro venti che faranno ritorsioni verso la Svizzera. Ho l’impressione che in questo caso si tratta piuttosto di un’operazione di marketing politico”.

“D’altra parte bisogna ricordare che la Polizia cantonale e le Guardie di confine hanno agito nell’interesse della collettività, attuando le misure di loro competenza” prosegue Gobbi. “E poi non dobbiamo dimenticare che gli automobilisti ticinesi sono in coda quotidianamente a causa del traffico generato dai lavoratori frontalieri. Forse in questo caso la reazione del sindaco di Lavena Ponte Tresa a mio modo di vedere non è proprio così proporzionale anche perché i disagi al traffico erano motivati da un motivo più che valido: tutelare la sicurezza dei ticinesi e del nostro territorio!”

Gobbi ribadisce inoltre il sostegno alle misure d’urgenza attuata dalla Polizia cantonale e dalle Guardie di confine: “Le nostre forze dell’ordine sono chiamate ad assolvere un compito fondamentale: tutelare la sicurezza sul territorio ticinese. Nel caso in cui si verifichi un fatto grave, come in questo caso una rapina, la Polizia cantonale valuta una serie di misure d’urgenza da attuare in quel momento”.

Tra queste vi è anche, come avvenuto in passato, la chiusura dei valichi doganali, un dispositivo che la Polizia cantonale mette in atto insieme alle Guardie di confine e alle Polizie comunali. “Si tratta di una misura che consente di reagire celermente, nell’interesse di tutta la collettività. Questo evidentemente nelle ore di punta, quando le strade cantonale a ridosso delle zone di confine sono trafficate dai lavoratori frontalieri, può causare disagi al traffico”.

Gobbi tiene a ribadire che non si è trattato di un provvedimento spropositato: “Una situazione che può verificarsi saltuariamente ma per garantire un bene superiore: la sicurezza dei cittadini e del nostro territorio”.

Sicurezza sulle strade, anche durante il Natale!

Sicurezza sulle strade, anche durante il Natale!

Dal Mattino della domenica | Dicembre: l’atmosfera tipica del pe­riodo natalizio si fa strada nelle vie del Cantone. È il periodo nel quale le cene e gli aperitivi, con amici e colleghi d’ufficio, sono all’ordine del giorno. Tra un brindisi e l’altro però, si rischia spesso di alzare troppo il gomito. Pro­prio a una di queste cene alcune sere fa, ho sentito la preoccupazione di al­cuni dei miei commensali “speriamo che questa sera non ci siano blocchi della polizia. Forse ho esagerato con il vino”. Probabilmente una situa­zione nella quale ci siamo trovati in tanti almeno una volta. Una situazione però che rischia di mettere in pericolo sia chi decide di mettersi in marcia dopo aver bevuto qualche bicchierino di troppo ma anche gli altri utenti della strada. E allora come Consi­gliere di Stato responsabile della sicu­rezza e della polizia, ma anche come amico, ho voluto sensibilizzare i pre­senti. Purtroppo a volte è la cronaca, quella che leggiamo sui nostri giornali che ci ricorda i rischi che corriamo come utenti della strada disattenti. E mettersi alla guida in stato di ebbrezza non è mai una buona idea.

Ho voluto quindi ricordare che lo scorso anno, un quarto degli incidenti mortali in Ticino è stato causato da conducenti con un tasso alcolemico nel sangue troppo alto. È un dato che ci deve far riflettere, poiché questi in­cidenti possono, anzi devono, essere evitati! E qualcuno mi ha chiesto “Ma come?”. Il mio non è un invito a met­tere al bando cene e brindisi in com­pagnia. Sono il primo ad amare e a non voler rinunciare a un buon bic­chiere di merlot nostrano per brindare con gli amici. È quasi una tradizione nel nostro Cantone, alla quale nessuno vuole rinunciare soprattutto in occa­sione delle festività di Natale e Capo­danno.

Dopo un momento di festa basta orga­nizzarsi. Magari facendo a turni tra amici per chi rimane “astemio per una sera”, per essere sicuri di tornare a casa senza creare pericoli per se stessi ma soprattutto per gli altri. E come ul­tima ratio, se non ci sono alternative e non è possibile mettersi al volante, c’è la possibilità di rivolgersi a Nez Rouge. Attenzione però, non si tratta di un taxi dal costo ridotto! Si tratta invece di un ottimo servizio per il quale alcuni volontari si mettono a di­sposizione gratuitamente nei periodi festivi per portare a casa senza peri­colo chi ha alzato un po’ il gomito e non può guidare. Quest’anno il servi­zio, che da oltre vent’anni collabora con il mio Dipartimento e la Polizia cantonale, sarà attivo nei week-end di dicembre e per Capodanno.

La sicurezza dei ticinesi passa quindi anche dal comportamento dei condu­centi che circolano sulle nostre strade. Un aspetto che tengo sempre a sotto­lineare. In questo senso il mio Dipar­timento propone “Strade sicure”, un programma di promozione con cam­pagne di sensibilizzazione rivolte agli utenti della strada. I controlli della Po­lizia cantonale prima delle festività non hanno quindi l’obiettivo di “inca­strare” i conducenti. E proprio in que­st’ottica diventa fondamentale il lavoro che sto portando avanti con il mio Dipartimento nell’ambito della collaborazione tra la Polizia cantonale e le comunali. In generale per quel che concerne i controlli stradali l’obiettivo che vogliamo ottenere è quello di ren­dere i controlli sulle strade più effi­caci, distribuiti in maniera ottimale e coordinata sul territorio garantendo soprattutto un servizio che ci per­metta di viaggiare sulle nostre strade sempre più sicure.

Quella sera di alcuni giorni fa, rien­trando a casa con mia moglie alla guida dopo la cena con i miei amici, mi è capitato di incontrare una pattu­glia della polizia mentre effettuava alcuni controlli. Sul ciglio della strada, davanti alla propria vettura, un uomo sulla cinquantina era acca­sciato sull’asfalto: nulla di grave, stava dormendo. Gli agenti sul posto mi hanno raccontato che la sua auto procedeva sbandando lungo la car­reggiata e quindi l’hanno pronta­mente fermato. L’uomo non si reggeva in piedi e dopo aver impre­cato contro di loro si è addormentato. Era un serio pericolo per se stesso e per gli altri. Ho ringraziato i poli­ziotti per il lavoro che hanno svolto. Hanno contribuito a tenere al sicuro le nostre strade.

Ogni giorno nel mio lavoro con il mio Dipartimento m’impegno a fa­vore della sicurezza dei ticinesi. I no­stri agenti di polizia si adoperano per un Cantone più sicuro e accogliente, ma ognuno di noi deve prima di tutto fare la sua parte. Per me la sicurezza del nostro territorio passa anche dalla sicurezza sulle nostre strade. Diver­tiamoci quindi, ma non dimenti­chiamo i nostri limiti. Nel dubbio, lasciamo la macchina ferma. Festeg­giamo quindi la fine del 2016, rega­landoci un dicembre 2016 al sicuro anche sulla strada.

NORMAN GOBBI, CONSIGLIERE DI STATO E DIRETTORE DEL DIPARTIMENTO DELLE ISTITUZIONI

Gobbi beschimpft eigene Partei als «Buchhalter»

Gobbi beschimpft eigene Partei als «Buchhalter»

Da Blick.ch | Dass die SVP gegen einen Ausbau des Grenzwachtkorps ist, kommt in der Südschweiz schlecht an. Der Tessiner Sicherheitsdirektor Norman Gobbi, selbst SVP-Mitglied, kritisiert den Entscheid.

Die SVP will das Grenzwachtkorps (GWK) nicht mit mehr Personal ausstatten (BLICK berichtete). Das GWK sei bereits 2016 um 48 Stellen aufgestockt worden, begründet Vize-Fraktionschef Thomas Aeschi den Entscheid. Statt der Grenze will die SVP lieber die Finanzen schützen und die 2,5 Millionen Franken, die die zusätzlichen Grenzwächter kosten würden, sparen.

«Werden wir von Buchhaltern regiert?»

Aus dem Tessin hagelt es Kritik an dieser Kehrtwende. «Ich bin enttäuscht von der Bundespolitik», macht Norman Gobbi, Lega-Staatsrat und vor einem Jahr noch SVP-Bundesratskandidat, seinem Ärger Luft.

Dass die mehrfach bestätigte Aufstockung des GWK in Frage gestellt werde, ist für ihn «unverständlich». Die Bundespolitiker müssten wissen, dass ihre Entscheide Folgekosten hätten. «Werden wir von Buchhaltern regiert oder von Politikern?», fragt er.

Dreimal mehr Migranten als 2015

Für Gobbi ist klar, dass es mehr Grenzwächter braucht: Die Lage im Tessin sei weiterhin angespannt. Die illegale Einwanderung habe nicht abgenommen, im Gegenteil. Im Vergleich zu 2015 seien dieses Jahr dreimal so viele illegale Migranten über die Grenze gekommen. «Das heisst: Wir müssen die Südgrenze weiter gut schützen», sagt Gobbi.

Und das gehe nicht ohne mehr Personal. Derzeit könne die Südschweiz auf die Unterstützung aus anderen Grenzwachtregionen zählen. «Doch wie lange noch?», fragt sich Gobbi. Die ausgeliehenen Grenzwächter würden an ihren eigenen Grenzabschnitten gebraucht.

Armee nur in Ausnahmefällen sinnvoll

«Was, wenn der Migrationsdruck nochmals zunimmt?», fragt der Tessiner Sicherheitsdirektor. Er fürchtet, dass das GWK dann nicht vorbereitet sei. Denn neue Grenzwächter auszubilden, dauere mindestens drei Jahre.

In einem solchen Fall vorübergehend auf die Armee zu setzen, wie SVP-Nationalrat Aeschi vorschlägt, ist für den Tessiner nicht zielführend. «Ein Einsatz der Armee ist nur für Notlagen sinnvoll», sagt Gobbi. «Doch wir brauchen mehr Grenzpersonal im Alltag.»

Tessiner SVP-ler will Grenze statt Finanzen schützen

Auch der Tessiner SVP-Nationalrat Marco Chiesa sagt auf Anfrage: «Im Kanton Tessin sind die Probleme an der Grenze weiterhin akut. Grenzgänger und illegale Migration beschäftigen die Grenzwächter sehr.»

Für ihn ist klar: «Wir brauchen mehr von ihnen.» Dennoch gibt er sich diplomatisch und sagt, er könne den Entscheid der Fraktion zwar nachvollziehen. Allerdings macht er klar, dass er künfitg «im Zweifelsfall lieber die Grenzen statt die Finanzen beschützen» werde.

Die beste Variante für ihn wäre ohnehin, die Schweizer Soldaten aus dem Kosovo «sofort nach Hause zu holen und an die Grenze zu stellen.» So könne man viel Geld sparen.

Il casellario fa breccia anche a Berna

Il casellario fa breccia anche a Berna

Dal Mattino della domenica | 53 criminali in meno sul nostro territorio grazie alla misura introdotta da Norman Gobbi

È salito a 53 il numero di criminali stranieri a cui è stato negato il permesso per venire a vivere o a lavorare nel nostro Cantone. È passato un anno e mezzo da quando il mio Dipartimento ha introdotto la misura straordinaria volta a salvaguardare e a tutelare l’ordine pubblico e la sicurezza sul nostro territorio. Una misura che il Governo ha deciso di mantenere in vigore a maggio e che ora ha fatto breccia anche nella Berna federale. A inizio settimana, infatti, la Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati ha sostenuto, su invito del Governo, due iniziative del Parlamento cantonale che vanno nella stessa direzione della nostra misura straordinaria. Anche a Berna quindi iniziano a vedere di buon occhio la richiesta sistematica del casellario giudiziale per tutti coloro che intendono venire a soggiornare o a lavorare alle nostre latitudini.

Qualcuno negli scorsi giorni mi ha fatto notare che sul totale delle 30mila domande trattate in un anno e mezzo dalla Sezione della popolazione 53, è un numero irrisorio. Il nostro obiettivo, come ho ribadito a più riprese, non è quello di discriminare i cittadini stranieri nel venire a risiedere o a lavorare da noi! Assolutamente. Vogliamo dare più sicurezza al Ticino e ai ticinesi. Chi sono queste 53 persone a cui è stato negato l’ingresso nel nostro Cantone? Di quale crimine si sono macchiate?

Rapine, sequestro di persona, furti, estorsioni, lesioni personali, porto d’armi, bancarotta fraudolenta, omicidio, spaccio di droga e distruzione di cadavere (!), sono solo alcuni esempi dei reati per i quali a queste persone non abbiamo rilasciato il permesso. Non parliamo quindi di una multa per eccesso di velocità o per divieto di parcheggio, nelle quali molti di noi potrebbero essere incappati per disattenzione o noncuranza, ma di crimini violenti e ripetuti! Crimini che, grazie alla misura del casellario che ho introdotto nel 2015, non saranno commessi sul nostro territorio.

Il nostro messaggio è giunto anche a Berna. Una misura – quella sul casellario – sostenuta sia dal Popolo (sono 12’192 le firme raccolte grazie alla petizione promossa dalla Lega dei Ticinesi!) che dal Parlamento e dal Governo. Ora anche la Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati sostiene la richiesta del Gran Consiglio ticinese, che auspica la presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini provenienti dall’Unione europea che intendono soggiornare o lavorare in Svizzera. Il cammino è ancora lungo, ma un altro importante passo per la nostra sicurezza è stato fatto.

Un’ottima notizia per il nostro Cantone a conferma che stiamo lavorando nella giusta direzione e che la nostra voce, con le nostre preoccupazioni, è arrivata fino a Berna. Un motivo di orgoglio per il nostro movimento che si è fatto messaggero di questa iniziativa a favore della sicurezza del Ticino e di tutta la Svizzera.

Ora toccherà alla Commissione del Nazionale pronunciarsi. Sarà una battaglia durissima, ma sarà necessaria per far capire a tutti che nel nostro Paese abbiamo bisogno di nuovi strumenti per combattere le minacce attuali. Come ci hanno mostrato casi come quello della ‘ndrangheta a Frauenfeld, nessuna regione elvetica è immune da infiltrazioni di organizzazioni criminali: per questo penso che la richiesta del casellario a livello nazionale sia una misura adeguata e corretta.

Non ci sono più scuse per andare contro questa misura: i dati mostrano come il casellario non sia una barriera, bensì un filtro efficace contro le persone che hanno commesso reati gravi all’estero. Il sostegno da parte di cittadini stranieri che vogliono lavorare o dimorare onestamente nel nostro territorio è la dimostrazione che questa misura non è discriminatoria: chi non ha nulla da nascondere, non ha nulla da temere!
Come spesso succede il nostro Cantone fa scuola: è un laboratorio nel quale sono testate per la prima volta nuove misure, in seguito adottate in tutto il territorio elvetico. Anche perché quelle problematiche che inizialmente sono solo prerogativa ticinese, come la questione della migrazione, diventano in seguito una preoccupazione condivisa da tutto il Popolo svizzero.

Sono orgoglioso di questa nostra piccola vittoria che ancora una volta ha fatto diventare un tema ticinese d’interesse nazionale. Abbiamo il diritto di conoscere chi vive e chi lavora a casa nostra. I risultati raggiunti fino ad ora sono già stati importanti perché ci hanno permesso di lasciare o mettere “fuori dalla porta” 53 criminali, ma con l’estensione della proposta a livello svizzero miriamo a tenere lontane dall’intero Paese queste persone poco raccomandabili che vogliono portare da noi problemi come la criminalità organizzata, già radicata in altri Paesi limitrofi!

Non mi stancherò mai di ripeterlo, la sicurezza, oltre ad essere un bene primario, rappresenta un valore fondamentale per la Svizzera. Un valore che lo Stato è chiamato a garantire quotidianamente e che io stesso mi impegno a tutelare, attuando misure come quella sul casellario. Continueremo per questa strada, per la nostra sicurezza e per quella di tutto il nostro Paese!

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Protezione della popolazione: 5. edizione dei corsi di formazione

Protezione della popolazione: 5. edizione dei corsi di formazione

Il Dipartimento delle istituzioni ha completato oggi il programma 2016 dei corsi di formazione e aggiornamento dedicati ai responsabili comunali della protezione della popolazione, che hanno visto la partecipazione di 103 persone.

La 5. edizione dei corsi destinati alle persone di riferimento in materia di protezione della popolazione, conclusa oggi 11 novembre, è stata come di consueto gestita dalla Sezione del militare e della protezione della popolazione. Le giornate di formazione sono state ospitate dal Centro cantonale d’istruzione della Protezione civile a Rivera (Monteceneri) e hanno visto la partecipazione, in totale, di 103 persone.

Anche quest’anno sono stati riproposti due percorsi didattici: un corso base, rivolto agli addetti comunali designati dopo il 2015, e un programma di aggiornamento destinato a coloro che hanno delle solide conoscenze di base. Nel primo caso la formazione si è articolata sull’arco di un’intera giornata, strutturata in approfondimenti teorici ed esercitazioni pratiche. Sono stati in particolare affrontati temi legati alla legislazione, al concetto di protezione della popolazione, al ruolo degli enti attivi sul territorio e al loro coordinamento. Sono state inoltre chiarite esigenze, competenze e responsabilità dei Comuni. Accanto a queste attività di base, sono stati infine presentati – come per le mattinate di aggiornamento – alcuni temi specifici: il «Care Team Ticino», il sistema di allarme alla popolazione, la canicola e la comunicazione istituzionale.

Secondo la legge cantonale, ogni Comune è tenuto a designare all’interno della propria Amministrazione comunale almeno una persona di riferimento in materia di protezione della popolazione. Il referente comunale è chiamato, in particolar modo durante le emergenze, a collaborare attivamente con gli enti di primo intervento e gli altri partner che operano in queste situazioni.

Mafia «Mantenere alta la guardia»

Mafia «Mantenere alta la guardia»

Dal Corriere del Ticino | Criminalità organizzata al centro di un incontro tra Lauber e il Governo
La criminalità organizzata e la lotta al terrorismo sono stati i temi al centro dell’incontro tra il Consiglio di Stato e il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber , accompagnato per l’occasione dalla procuratrice federale e responsabile dell’antenna distaccata di Lugano Dounia Rezzonico e dal portavoce André Marty . Per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata, «la vigilanza va mantenuta a un alto livello in Ticino, per contrastare le infiltrazioni dei gruppi mafiosi italiani nell’economia e combattere il riciclaggio di denaro», si legge nella nota del Governo. Da qui il collegamento con la cronaca appare subito evidente: è infatti ancora in atto in Italia il processo Andromeda, che coinvolge l’ex killer della ’ndrangheta Gennaro Pulice, che avrebbe affermato in un verbale di aver corrotto un funzionario ticinese per ottenere un permesso di soggiorno a Lugano (gli ultimi sviluppi a pagina 11). Abbiamo chiesto al direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi se durante l’incontro è stato affrontato il caso Pulice: «Noi siamo stati i primi ad occuparcene – tiene subito a precisare Gobbi – ci siamo fatti parte attiva nel collaborare e capire chi può aver facilitato la procedura. Successivamente si è mosso anche il Ministero pubblico della Confederazione. Oggi ne abbiamo discusso all’incontro, ma c’è il segreto istruttorio e di notifiche a noi non ne sono ancora arrivate. Può darsi che Pulice abbia fatto il nome di un funzionario, ma a noi questo nome non è ancora giunto. Se emergerà qualcosa le attività inquirenti si attiveranno». Sempre in relazione alle attività di stampo mafioso, Gobbi ha sottolineato che «il procuratore generale ha informato in merito all’attuale richiesta di inasprire le sanzioni previste dal Codice penale svizzero per questo genere di reati» e ha precisato che «il nostro cantone è esposto a fenomeni in maniera accresciuta rispetto ad altri territori, essendo vicino alla Lombardia, ed è quindi necessario mantenere alta la guardia. Ed è proprio per questo che si svolgono questi incontri annuali». Infine, è stato anche toccato il tema relativo al contrasto delle attività terroristiche e in particolare sulla propaganda fondamentalista e la vigilanza sul sistema penitenziario.

Casellario, si apre una porta

Dal Corriere del Ticino | Sì alle iniziative ticinesi in Commissione degli Stati – Ora tocca alla gemella del Nazionale Due le possibilità da verificare: un negoziato con Bruxelles o un intervento autonomo

A Berna si è aperta una porticina per la contestata richiesta del casellario giudiziale a chi vuole lavorare in Svizzera. Una misura che il Ticino ha introdotto nell’aprile 2015 per chi richiede un permesso B (dimora) o G (frontaliere) e che è stata criticata sia dall’Italia che dal Consiglio federale.

Ieri invece la Commissione delle istituzioni politiche degli Stati ha accolto con un voto serrato due iniziative del Gran Consiglio ticinese, le quali chiedono al Parlamento federale di intervenire affinché le informazioni sui precedenti penali di cittadini UE possano essere richieste sistematicamente. Oggi l’accordo sulla libera circolazione delle persone permetterebbe di raccogliere tali informazioni solo in presenza di motivi fondati, come un possibile rischio per la sicurezza e la salute pubbliche.

Le due iniziative, presentate nel Legislativo cantonale dall’allora granconsigliere Lorenzo Quadri (Lega), sono state accolte con 6 voti contro 5 e 1 astenuto. La maggioranza è stata raggiunta grazie al voto preponderante (ovvero che vale doppio in caso di parità) del presidente Peter Föhn (UDC). Ora le iniziative dovranno passare al vaglio della Commissione gemella del Nazionale, dove siedono Marco Romano (PPD) e Roberta Pantani (Lega). Se verranno accolte, torneranno alla Commissione degli Stati che dovrà elaborare un progetto di legge. Quest’ultimo dovrà poi essere accolto da entrambe le Camere per entrare in vigore.

La strada è quindi ancora lunga, tuttavia il voto di ieri rappresenta pur sempre una nuova apertura nei confronti della misura ticinese. Nel maggio del 2015 il Nazionale aveva bocciato una mozione di Lorenzo Quadri dello stesso tenore, per l’incompatibilità di tale misura con la libera circolazione. Lo scorso maggio la Commissione degli Stati aveva poi sospeso l’esame delle due iniziative ticinesi; si voleva aspettare l’esito della votazione sulla Brexit, e capire se sarebbe stato possibile avviare con l’UE una rinegoziazione della libera circolazione.

Così non è stato, almeno per il momento, spiega il senatore Filippo Lombardi (PPD). Non è detto che in futuro si possa tornare a discutere con Bruxelles. La Commissione ha quindi deciso di tenere la porta aperta, anche in considerazione dell’esperienza fatta dal Ticino e riassunta in una lettera che è stata recapitata ai vari membri della Commissione. «Si è capito che il casellario viene richiesto per motivi di sicurezza e non come filtro per gestire l’immigrazione», afferma Lombardi. In un comunicato stampa, la Commissione si dice «pienamente consapevole» che la richiesta del casellario potrebbe risultare problematica. Tuttavia ritiene che occorra verificare se sia possibile giungere a un’intesa con l’UE oppure se sia possibile un’iniziativa autonoma da parte della Svizzera o di singoli Cantoni su un punto della libera circolazione, ritenuto d’importanza piuttosto secondaria».

Gobbi: «Niente illusioni»

Il capo del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi è soddisfatto ma tiene i piedi per terra. «Non mi faccio illusioni. Parliamo di una decisione commissionale che reputo comunque un segnale verso chi ha anche parlato di pietra d’inciampo nelle discussioni con l’Italia. Non si tratta di un blocco o di una barriera, ma di un filtro necessario. Tra le ultime persone a cui è stato negato il permesso troviamo condanne per estorsione, rapina o sequestro di persona. Vogliamo tutelare gli interessi del cantone impedendo l’entrata di potenziali criminali sul territorio». Da parte italiana però il casellario è considerato un ostacolo alla ratifica dell’accordo fiscale sui frontalieri. «Non si vuole discriminare i cittadini stranieri. Questo è il messaggio di cui dovranno tenere conto le Autorità federali nelle trattative con l’Italia. Messaggio che continueremo a portare a Berna. Per attuare la volontà popolare sul 9 febbraio gli accordi sulla libera circolazione andranno comunque rivisti».

Per combattere le mafie servono armi più appuntite

Per combattere le mafie servono armi più appuntite

Dal Giornale del Popolo | Il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber incontra il Governo e fa il punto.

Per contrastare le infiltrazioni dei gruppi mafiosi italiani nell’economia e combattere il riciclaggio di denaro servono sanzioni e strumenti adeguati. A cominciare dall’inasprimento delle pene (in particolare dell’articolo 260 ter del codice penale) e dalla semplificazione delle attività di inchiesta. È questa la forte convinzione che anima un folto gruppo di inquirenti federali – procuratori, giudici, ispettori – e di direttori cantonali di Dipartimenti delle istituzioni, che non vedono l’ora di rendere la vita più difficile alla criminalità organizzata in Svizzera. Perché se è vero, come è vero, che l’antenna luganese della Procura federale elvetica lavora ad esempio in modo egregio con la Procura di Milano – a dimostrarlo sono le molte inchieste condotte in modo congiunto negli ultimi anni – è anche vero che la lotta alla criminalità organizzata non può fare a meno del controllo diretto del territorio, in cui le organizzazioni mafiose cercano di espandersi e di pene che vadano oltre i 5 anni di detenzione, così come è oggi, per chi è riconosciuto colpevole di fa parte di un’organizzazione criminale. Ecco perché, quando la Magistratura federale ha riorganizzato nel 2015 le modalità di lavoro e la suddivisione delle responsabilità tra la sede centrale di Berna e l’antenna distaccata di Lugano «erano state sollevate alcune perplessità», ci spiega il direttore del Dipartimento delle istituzioni (DI), Norman Gobbi. Perplessità oggi però «del tutto fugate, in quanto i risultati della riorganizzazione appaiono positivi». Così almeno ha evidenziato il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber ieri al Consiglio di Stato ticinese, incontrato in corpore, su richiesta del direttore del DI, proprio per aggiornarsi in modo reciproco sui temi legati alla sicurezza. E così confermano le collaborazioni regolari con le autorità italiane e l’attenzione, sempre alta delle nostre autorità inquirenti. Inasprire le sanzioni previste dal codice penale appare comunque un’operazione importante. Ecco perché il procuratore generale ha informato il Governo ticinese di aver rivolto ufficialmente tale richiesta al Dipartimento federale di giustizia e polizia, dopo che il tema è stato approfondito in lungo e in largo da uno speciale gruppo di lavoro, composto da giudici, procuratori e anche direttori di Dipartimenti delle istituzioni.

L’attenzione deve insomma restare alta. Anche perché i fenomeni criminali evolvono di continuo, come evidenzia l’allerta della Confederazione, anch’essa illustrata al Consiglio di Stato da Lauber durante l’incontro di ieri, sulla propaganda fondamentalista. «I Cantoni – annota Gobbi – sono chiamati ad assicurare il controllo del territorio e a vigilare in particolare sul proprio sistema penitenziario, evitando che diventi luogo d’elezione per la diffusione del radicalismo». Il riferimento, non troppo velato, è ai tre iracheni condannati quest’estate dal Tribunale penale federale di Bellinzona di essere membri o sostenitori dell’autoproclamato Stato islamico dell’Iraq (ISIS). E a quanto già successo in altre parti del mondo, dove è stato proprio dietro le sbarre che i fondamentalisti islamici hanno fatto proselitismo.

 

Il Governo incontra il Procuratore generale della Confederazione

Il Governo incontra il Procuratore generale della Confederazione

Comunicato stampa del Consiglio di Stato | Il Consiglio di Stato ha incontrato oggi a Palazzo delle Orsoline il Procuratore generale della Confederazione Michael Lauber, accompagnato dalla Procuratrice federale Dounia Rezzonico, responsabile dell’antenna distaccata di Lugano e dal portavoce André Marty. Questo terzo incontro ha permesso un nuovo aggiornamento reciproco su temi legati alla sicurezza, e ha confermato l’unità di intenti fra le autorità cantonali e il Ministero pubblico della Confederazione.

Il Procuratore generale Michael Lauber ha anzitutto espresso apprezzamento per l’interesse dimostrato con regolarità dal Governo ticinese verso le attività del Ministero pubblico della Confederazione e per l’ottima collaborazione con la Polizia cantonale e la Magistratura. Ha quindi ricordato i risultati ottenuti grazie alla riorganizzazione completata nel 2015, in particolare con le nuove modalità di lavoro e la suddivisione delle responsabilità fra la sede centrale di Berna e l’antenna distaccata di Lugano.
Per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata, la vigilanza va mantenuta a un alto livello in Ticino, per contrastare le infiltrazioni dei gruppi mafiosi italiani nell’economia e combattere il riciclaggio di denaro. A questo scopo, la collaborazione con le autorità italiane prosegue in modo regolare, in particolare con i contatti fra il Ministero pubblico della Confederazione e la Procura di Milano. Il Procuratore generale ha inoltre informato in merito all’attuale richiesta – rivolta ufficialmente al Dipartimento federale di giustizia e polizia – di inasprire le sanzioni previste dal Codice penale svizzero per questo genere di reati.

In materia di contrasto alle attività terroristiche sul suolo elvetico, l’attenzione del Ministero pubblico della Confederazione si sta al momento concentrando sulla propaganda fondamentalista. È stato sottolineato come i Cantoni siano chiamati ad assicurare il controllo del territorio e a vigilare in particolare sul proprio sistema penitenziario, evitando che diventi luogo d’elezione per la diffusione del radicalismo.
Il Consiglio di Stato ha espresso la propria gratitudine per l’occasione di incontro e confronto, e riaffermato la volontà di collaborare strettamente con il Ministero pubblico della Confederazione, a tutela della sicurezza sul territorio svizzero e ticinese.

Casellario, avanti comunque

Casellario, avanti comunque

Da laRegione | Il governo chiede a Berna di ‘sostenere’ le iniziative cantonali. Gobbi: in caso di no? Continuiamo – La parola alla commissione degli Stati. Agustoni: speriamo che ora decida, alla luce anche dei nuovi dati.

Il governo invita la commissione degli Stati a sostenere le iniziative ticinesi per dare anche agli altri Cantoni la possibilità di chiedere la fedina penale. Gobbi: noi andiamo avanti comunque.

«Non ci facciamo grandi illusioni». E in ogni caso si andrà avanti su questa strada. Ma per il Consiglio di Stato e il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi valeva e vale la pena ribadirlo: numeri alla mano, l’obbligo di presentare il casellario giudiziale per i cittadini italiani che richiedono il rilascio o il rinnovo di un permesso B (dimora) o G (frontalieri) ha dato “risultati positivi”. Perciò il governo cantonale ha scritto a Berna, ovvero alla Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati che in questi giorni dovrebbe entrare nel merito del dossier, invitandola a “sostenere le iniziative del Gran Consiglio ticinese” con le quali si propone per l’appunto “di introdurre la richiesta sistematica della fedina penale per i cittadini stranieri” – distaccati compresi – “provenienti dall’Unione europea che intendono soggiornare o lavorare in Svizzera”. «Non ci facciamo grandi illusioni, poiché – spiega Gobbi alla ‘Regione’ – siamo consci del fatto che la nostra realtà e le nostre esigenze non sono paragonabili a quelle di altre regioni svizzere. È tuttavia importante marcare il territorio, ricordando anche che il Gran Consiglio ha votato a larghissima maggioranza (era il settembre 2015, ndr) a favore della misura. Una misura che, a nostro parere, ha dato dei risultati». Risultati resi noti ieri. Da circa un anno e mezzo vige l’obbligo di produrre il casellario: ebbene, la Sezione della popolazione ha esaminato 30’689 richieste di permessi Be G e per 263 casi (0,86 per cento) sono emersi “elementi rilevanti di natura penale” che hanno comportato approfondimenti. Al termine dei quali si è deciso di non concedere il permesso a 53 persone (0,17 per cento). Non proprio numeri da far girare la testa. «Ma è importante considerare – ribatte il capo del Di – la qualità oltre che la quantità. Perché grazie a questa misura straordinaria si è evitato che venissero a lavorare o a risiedere sul nostro territorio rapinatori, estorsori, sequestratori e via dicendo. Persone poco raccomandabili che si è riusciti a tenere lontane».

‘Misura da istituzionalizzare’

Insomma, il Ticino promuove (di nuovo) a pieni voti il casellario. E se Berna con la sua Commissione dovesse bocciare le iniziative ticinesi? «Si continua», assicura Gobbi. Tuttavia il provvedimento rimane di natura straordinaria e il governo dovrà sbrogliare la matassa, trovando un’alternativa peraltro compatibile con la libera circolazione delle persone. «Il nostro obiettivo – conferma Gobbi – è di istituzionalizzare questa misura che, ribadisco, ha dato risultati positivi. Il nostro territorio è più esposto rispetto ad altri all’arrivo di persone poco raccomandabili, vista la prossimità con l’Italia e i suoi problemi di ordine pubblico spesso legati alla presenza di criminalità organizzata». La commissione degli Stati aveva sentito agli inizi di maggio i granconsiglieri Amanda Rückert (Lega) e Maurizio Agustoni (Ppd). Terminate audizione e discussione, i commissari avevano deciso di congelare la trattazione delle iniziative cantonali. “Mancano ancora degli elementi per potersi pronunciare”, aveva spiegato Fabio Abate, membro Plr della Commissione istituzioni politiche. «Spero che ora i commissari si pronuncino, alla luce sia dei nuovi dati forniti dal Consiglio di Stato, che confermano la necessità della misura, sia di recenti votazioni popolari, come ‘Prima i nostri’, da cui scaturisce una sensibilità particolare del Ticino nei confronti della frontiera, anche per l’aspetto sicurezza», rileva Agustoni, autore in Gran Consiglio del rapporto su una delle iniziative cantonali. «La richiesta dell’estratto del casellario giudiziale – aggiunge – è del resto il minimo sindacale: se si volesse essere veramente incisivi, disponendo di un ulteriore elemento di valutazione, bisognerebbe tornare a chiedere pure il certificato dei carichi pendenti, che informa dell’esistenza di eventuali procedimenti penali in corso». Quanto alla compatibilità con il diritto internazionale della misura concernente il casellario giudiziale, l’accordo sulla libera circolazione «andrà comunque ridiscusso dopo il voto del 9 febbraio 2014».