Casellario giudiziale: non molliamo!

Casellario giudiziale: non molliamo!

Dal Mattino della Domenica | Divieto d’entrata a 64 criminali pericolosi sul nostro territorio

64. È il numero di criminali stranieri a cui è stato impedito di venire a vivere o a lavorare nel nostro Cantone dall’aprile del 2015 alla fine del mese di dicembre scorso. Come è stato possibile? Grazie alla misura straordinaria sul casellario giudiziale che ho introdotto ad aprile del 2015 per tutelare maggiormente la sicurezza sul nostro territorio. E negli scorsi giorni, per la seconda volta, la nostra misura ha fatto breccia nella Berna federale! Una notizia incoraggiante per il nostro Cantone e per tutti i cittadini e le cittadini ticinesi.

Sono passati poco più di due mesi da quando il Consiglio di Stato ha inviato una missiva a Berna invitando i parlamentari della Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati a sostenere le due iniziative del Gran Consiglio ticinese che vanno nella stessa direzione della nostra misura straordinaria.
Venerdì, infatti, anche la Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale ha sostenuto la richiesta del nostro Parlamento che auspica la presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini che provengono dall’Unione europea e che intendono soggiornare o lavorare in Svizzera.
Un passo importante e che fa ben sperare: nella capitale elvetica la richiesta sistematica del casellario giudiziale per tutti coloro che intendono venire a soggiornare o a lavorare alle nostre latitudini è vista sempre più positivamente!

Quella sul casellario è una misura che ha fatto storcere il naso a molti – tra cui le Autorità italiane – ma che ha raccolto da subito un ottimo consenso: dapprima dal Popolo, che l’ha sostenuta attraverso una petizione promossa dalla Lega dei Ticinesi, e in seguito dal Parlamento e dal Governo ticinesi. E dopo la Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati, ora anche la medesima Commissione del nazionale sostiene la nostra proposta. Una proposta osteggiata da più parti soprattutto dai partiti per l’apertura sconsiderata delle nostre frontiere a livello federale PLR, PS e Verdi che proprio negli scorsi giorni hanno votato compatti contro la misura ticinese! Grazie all’ottimo lavoro di squadra con la nostra Consigliera nazionale Roberta Pantani e al ticinese Marco Romano abbiamo ottenuto un altro traguardo importante.

D’altra parte è chiaro a tutti ormai che non si tratta di una misura che vuole discriminare i cittadini stranieri nel venire a risiedere o a lavorare nel nostro Cantone, come hanno fatto intendere dalla vicina Italia! Quello che vogliamo – e che abbiamo sempre voluto – è offrire più sicurezza al Ticino e ai ticinesi.

I servizi del mio Dipartimento trattano migliaia di pratiche di rinnovo e di rilascio dei permessi ogni mese e non dispongono degli strumenti adatti per poter effettuare verifiche approfondite e identificare eventuali elementi di rischio. Non possono infatti accedere alle banche dati di cui dispongono le forze dell’ordine. L’unico mezzo a disposizione dell’Autorità amministrativa è quindi la consultazione dell’estratto del casellario giudiziale.

Grazie a questo efficace strumento abbiamo impedito l’entrata sul nostro territorio a 64 cittadini stranieri che si erano macchiati di reati quali – per citarne alcuni: sequestro di persona, furti, spaccio di droga, estorsioni, porto illegale d’armi, reati economici, rapine, omicidio e distruzione di cadavere (!).

Un’ulteriore conferma per tutti noi: stiamo lavorando nella giusta direzione. Qualche settimana fa mentre mi recavo a Berna per uno dei tanti incontri con le Autorità federali in un commento sulla mia pagina Facebook qualcuno ha insinuato che queste azioni non servono a nulla e non portano a niente. “Tutto tempo sprecato”. E invece no! È quello che ho risposto: farmi portavoce degli interessi del nostro Cantone con le Autorità federali e i Consiglieri federali non è mai tempo sprecato. Non intendo mollare su questo fronte. Perché con tenacia, impegno e costanza anche nella nostra capitale si stanno rendendo conto delle criticità alle quali è sottoposto il nostro Cantone. I risultati però non mancano: a inizio anno – per citare un esempio – il Consigliere federale Ueli Maurer ha annunciato che partirà da questa primavera un progetto pilota per la chiusura notturna dei valichi secondari. Un tema che ho portato sul tavolo della discussione regolarmente nei miei viaggi d’Oltralpe. Un ottimo lavoro di squadra su più fronti che ha consentito al Ticino di portare a casa un successo!

Non dimentichiamo poi che il Ticino è spesso un laboratorio per il resto della Svizzera: di frequente ci capita di testare misure che risolvono problematiche che inizialmente sono una prerogativa tutta ticinese e solo in seguito diventano una preoccupazione condivisa dal resto del Paese. Pensiamo ad esempio alla problematica legata ai flussi migratori: siamo stati i primi a toccare con mano il problema, e ce ne siamo fatti carico dando una mano al resto della Svizzera.

Non è solamente uno slogan elettorale: la sicurezza è un bene primario e fondamentale non solo per i Ticinesi ma per tutta la Svizzera. Continuerò sulla strada tracciata: non mollerò e continuerò a difendere la misura del casellario. Per il nostro bene, e per quello di tutto il Paese!

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Radicalizzazione jihadista e Ticino

Radicalizzazione jihadista e Ticino

Da Il Mattino della domenica | Verso la via dell’estremismo: come evitarlo?

Il terrore ha colpito ancora. È successo prima di Natale, tra le bancarelle di Berlino, e poi ancora a Instanbul, du­rante la notte di Capodanno. Quando ci stavamo preparando ad assaporare a pieno un momento di serenità con i nostri cari e i nostri amici, il terrore è entrato ancora una volta nelle nostre vite. Sotto forma di un camion cata­pultato a tutta velocità tra le bancarelle di un mercatino natalizio o in una raf­fica di spari all’interno di una disco­teca. Ha portato via ghirlande di luci e alberi di Natale, ha fatto cadere a terra calici di vino. E con essi ha trascinato via molte, troppe vite umane.

Berlino. L’autore dell’attentato ai mer­catini natalizi, dopo essere riuscito a farla franca in Germania, è stato ca­sualmente fermato e ucciso da due po­liziotti durante un controllo in Lombardia, a pochi chilometri dal confine. Come raccontano i quotidiani nei giorni seguenti, sembra che lo ji­hadista in questione abbia attraversato la frontiera franco-tedesca in bus e quella italo-francese in treno, giun­gendo infine a Milano.

Da migrante ad attentatore

Nei giorni seguenti l’attentato, si sco­pre come il passato dell’attentatore in effetti nasconda dei dettagli piuttosto inquietanti. Il tunisino Anis Amri era già stato in Italia per cinque anni, quasi tutti trascorsi dietro alle sbarre. Arri­vato a Lampedusa nel febbraio del 2011 con un barcone, il giovane già maggiorenne si finge minorenne per approfittare di un’accoglienza più age­volata. Arrivato in un centro di acco­glienza per minori si fa notare per il suo comportamento poco ricono­scente: si lamenta per la qualità del cibo e per la lentezza delle autorità ita­liane, fino a minacciare e picchiare il custode del centro, dando in seguito fuoco con altri quattro tunisini ai ma­terassi delle stanze. Questo lo porta alla detenzione, anch’essa segnata da un atteggiamento violento. Dopo il carcere, per il tunisino è richiesta l’espulsione, ma la Tunisia non rico­noscendo il proprio cittadino blocca la procedura. Amri rimane quindi in Ita­lia fino al 2015, quando decide di diri­gersi verso la Germania, dove compirà un atto estremo.

Radicalizzazione e luoghi di culto

La radicalizzazione islamica torna agli onori di cronaca per l’attentato di Ber­lino, e ci riporta nella mente la se­guente questione: come fare a sradicare l’estremismo, come indivi­duare questi lupi vestiti da agnelli prima che sia troppo tardi, in una realtà politica nella quale è sempre più diffi­cile controllare il movimento degli in­dividui, e nella quale un terrorista ricercato internazionalmente può spo­starsi indisturbato di nazione in na­zione?

Per rispondere, spostiamoci in Sviz­zera. Nuovo fatto di cronaca, fortuna­tamente questa volta non si parla di at­tentato – ma delle sue potenziali pre­messe. Dopo una retata della polizia, l’attività nella moschea An’Nur di Winterthur viene sospesa. A far scatu­rire l’operazione, la frase di un imam: aveva esortato i fedeli durante un ser­mone a “uccidere i musulmani che non partecipano alla preghiera comune”. La moschea in questione aveva già la fama di essere luogo di radicalizza­zione per giovani che volevano partire per combattere la guerra in Siria.

Com’è possibile sconfiggere la radica­lizzazione eliminandola sul nascere, scovandola anche all’interno dei luo­ghi di culto? Che responsabilità hanno le comunità religiose al riguardo?

È chiaro che la moschea non è al­l’unico luogo d’incontro e di contatto, poiché i giovani possono essere arruo­lati facilmente via internet, o incon­trarsi in un semplice bar. Le moschee possono però essere viste come luogo di passaggio di queste persone che, pur non essendo imam e quindi non predi­cando all’intera comunità, possono co­munque esporre i loro pensieri estremisti e violenti in questo am­biente. Le comunità religiose, ma anche le associazioni culturali che so­stengono finanziariamente questi luo­ghi di culto, devono quindi avere un compito attivo nella segnalazione di possibili casi di radicalizzazione.

La situazione in Ticino

Lo Stato ha il compito di vigilare in modo che sul proprio territorio non vi siano persone che possano mettere in pericolo la sicurezza interna ed esterna. Purtroppo queste persone pos­sono essere presenti anche in Ticino, come ci ricorda la cronaca: proprio qualche mese fa è iniziato in Italia il processo per Abderrahim Moutahar­rik, il kickboxer che si allenava in una palestra del Luganese.

Spesso scovare persone potenzial­mente pericolose è un compito com­plesso, poiché è difficile comprendere quando questi giovani radicalizzati possono rappresentare un pericolo. Proprio per questo è importante che nei luoghi d’incontro, come ad esem­pio nelle moschee, vi sia la volontà di monitorare delle possibili devianze estremiste. È inoltre importante risa­lire alla fonte del problema, e indivi­duare i reclutatori che portano i giovani verso la via del radicalismo e della violenza.

Si tratta quindi di lavorare su più li­velli, come Stato ma anche come cit­tadini e come comunità religiose che vogliono essere parte integrata del no­stro Paese. Ognuno deve impegnarsi nel segnalare un certo tipo di atteggia­mento: a scuola, al lavoro, all’interno dei luoghi di culto. In particolar modo, è importante che questo sia fatto per chi entra e prende la parola nelle mo­schee, e nella selezione degli imam, che hanno un potere e un’influenza maggiore sulle scelte dei fedeli.

Ci sono comunità che fanno un la­voro utile di prevenzione, c’è chi in­vece potrebbe fare di più o che addirittura promuove idee estreme. In Svizzera il problema non è ancora così radicato come in altri Stati con­finanti, ma è importante monitorare la situazione in modo che il feno­meno rimanga circoscritto. Dob­biamo togliere la pelle d’agnello ai lupi, ognuno di noi può contribuire. Per una maggiore sicurezza nel no­stro Cantone e in Svizzera!

NORMAN GOBBI, CONSIGLIERE DI STATO E DIRET­TORE DEL DIPARTIMENTO DELLE ISTITUZIONI

L’ira del Pirellone sul Ticino

L’ira del Pirellone sul Ticino

Dal Giornale del Popolo | Dopo la tentata rapina a Monteggio e il traffico in tilt, la Regione Lombardia approva una mozione con cui si chiede di vietare la chiusura delle frontiere

Tutti contro la Svizzera. È stato unanime, ieri pomeriggio, il voto del Consiglio
regionale della Lombardia a favore di una mozione vertente su quanto capitato il 5 dicembre, dopo la fallita rapina alla Raiffeisen di Molinazzo di Monteggio, ovvero la chiusura dal versante ticinese dei valichi di frontiera, che ha causato code chilometriche, giacché l’orario del tentato assalto è coinciso con il rientro a casa dei frontalieri.

Marsico (FI): «Violato Schengen»
Il primo firmatario dell’atto parlamentare presentato al Pirellone è stato il varesino Luca Marsico (Forza Italia), il quale ha sostenuto che «attraverso l’approvazione di questo atto, il Consiglio regionale lombardo ha declinato un impegno preciso che va nella direzione dell’assoluta tutela degli oltre 60.000 lavorativi italiani frontalieri. È necessario infatti che non si ripetano azioni unilaterali da parte della Confederazione Elvetica in violazione del trattato di Schengen, oltre che lesive dei diritti dei lavoratori italiani». Delle parole per nulla tenere nei confronti delle autorità ticinesi, anche se, ha concluso Marsico, «auspico che per il futuro si possa giungere a una piena condivisione, evitando azioni, come quella di specie, non motivate né giustificate dalle norme come nel caso occorso lo scorso dicembre, che non presentava affatto minaccia grave per l’ordine pubblico o per la sicurezza dello Stato».
Come detto, anche gli altri gruppi (PD, Lega Nord, Movimento 5 stelle) hanno appoggiato compattamente la mozione, che, rispetto al testo originale, è stata resa più stringente da un emendamento avanzato dai leghisti d’oltreconfine. Come ha proposto il consigliere del Carroccio Dario Bianchi, il testo approvato dalla Lombardia impone alla sua giunta di pretendere, tramite il Governo romano, spiegazioni formali dalla Svizzera, e, qualora queste spiegazioni non fossero ritenute pertinenti, di chiedere il deferimento della Confederazione di fronte al Comitato esecutivo di Schengen, per violazione dei trattati. Oltretutto il leghista ha chiesto che «vengano riconosciuti formalmente da parte elvetica i danni causati ai nostri cittadini». Inoltre va detto che anche la giunta regionale, per bocca dell’assessora Francesca Attilia Brianza (Lega Nord), ha appoggiato la mozione. La rappresentante dell’Esecutivo in particolare ha sostenuto che «c’è stato sicuramente un disagio, causato anche dalla coincidenza col rientro dei frontalieri proprio a quell’ora, ma è un disagio che noi non giustifichiamo». L’esponente della giunta ha affermato anche che, a suo avviso, il Centro di cooperazione di polizia e doganale di Chiasso «non sarebbe stato sufficientemente sollecitato» in tale circostanza e che, per evitare in futuro situazioni simili, della questione verrà investito anche il “tavolo sulla sicurezza” della Regio Insubrica.

Gobbi ribatte: «Tutto regolare»
Quanto accaduto ieri al Pirellone ovviamente non cambia la posizione già espressa dal Consiglio di Stato, in particolare dal direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, il quale, raggiunto a Berna dal GdP subito dopo il voto lombardo, ha ribadito che le autorità ticinesi hanno agito correttamente. Inoltre ha sostenuto che «le nostre forze dell’ordine hanno una missione primaria: garantire la sicurezza dei cittadini e del territorio in cui viviamo. È quello che ho evidenziato a inizio dicembre dello scorso anno quando ho commentato una prima reazione da parte italiana. Ed è quello che voglio ribadire anche di nuovo alla luce della mozione approvata dal Consiglio regionale della Lombardia». Dunque il consigliere di Stato ha confermato che «non si è trattato di un’azione spropositata: il dispositivo cantonale in caso di questi reati gravi prevede dei controlli intensivi alle frontiere nel momento in cui scatta l’allarme. Tra le misure è anche possibile bloccare le frontiere in modo temporaneo per evitare la fuga oltreconfine. Il Centro di Cooperazione di Polizia e Doganale è stato inoltre da subito coinvolto nell’operazione e ha informato i comandi provinciali di polizia della chiusura dei valichi».

Il precedente degli arresti nel 2015
Infine il consigliere di Stato ha ricordato che il sigillo dei nostri confini è stato attuato diverse volte anche in passato, con successo. «Il blocco della frontiera scattò anche alla fine di marzo 2015 – ha concluso Gobbi – quando fu commessa una rapina a mano armata ai danni di un distributore di benzina. Grazie alla chiusura temporanea dei valichi regionali fu possibile procedere all’arresto sul nostro territorio degli autori del reato. Misure di questo tipo servono per tutelare un bene fondamentale: la sicurezza del Ticino e della regione intera. Non sono atti discriminatori nei confronti dei lavoratori frontalieri. La collaborazione con le autorità italiane in materia di sicurezza è ottima, l’ho già ribadito a più riprese. Prossimamente incontrerò ancora il prefetto di Como, con il quale abbiamo degli ottimi rapporti. Inoltre il Governo di Roma sta collaborando attivamente con le autorità federali e cantonali per l’esperimento di chiusura notturna di alcuni valichi annunciato dal Consiglio federale».

Gobbi: “Un grazie enorme ai pompieri ticinesi, impegnati a garantire la nostra sicurezza in questi giorni di festa”

Gobbi: “Un grazie enorme ai pompieri ticinesi, impegnati a garantire la nostra sicurezza in questi giorni di festa”

Da Mattinonline.ch |

In questo Natale dalle temperature primaverili e contraddistinto dal vento da nord, il sistema di protezione della popolazione non può abbassare la guardia. E i nostri pompieri non l’hanno fatto, rispondendo subito presente ai vari incendi nelle zone montane e boschive divampati prima e dopo la Santa festività. Dai corpi urbani sino a quelli di montagna, lo spirito pompieristico ticinese si fonda sul volontariato, indispensabile al fine di garantire gli effettivi e la capacità di risposta immediata in caso di eventi.

L’attaccamento del milite alla sua missione di pompiere è alto ed è stato dimostrato ancora in questi giorni con militi impegnati anche di notte a lottare contro gli incendi in zone impervie. Rivolgo quindi un grazie a tutti i pompieri impegnati nella nostra protezione, anche e soprattutto in questi dì di festa.

Norman Gobbi

«Adesso voglio una Polizia ticinese, non unica, ma dei nostri cittadini»

«Adesso voglio una Polizia ticinese, non unica, ma dei nostri cittadini»

Dal Corriere del Ticino | L’intervista

«Polizia ticinese» è il nome del gruppo di lavoro creato dal Governo e che dovrà presentare entro un anno nuove proposte organizzative e di collaborazione tra cantonale e comunali. A chi si chiederà «ancora un tavolo di riflessione» come replica?

Non si tratta tanto di riflettere, ma piuttosto di concretizzare. Vogliamo realizzare un progetto grazie a un gruppo di lavoro formato da funzionari pubblici, politici e rappresentanti delle forze dell’ordine. Tutte persone che conoscono a fondo la situazione del Cantone e che potranno così descrivere l’evoluzione futura della nostra polizia sulla base del passato e del presente. In questo modo sono sicuro che troveremo la miglior soluzione per il nostro territorio, che tenga soprattutto conto di quanto fin qui maturato con la collaborazione tra comunali e la cantonale. Il risultato finale del gruppo di lavoro sarà sottoposto alla conferenza consultiva sulla sicurezza e poi sarà messo in consultazione ai Comuni».

Cantonali e comunali: la quadratura del cerchio sembra un eterno dilemma. Come lo spiega?

«In questi anni, come responsabile della sicurezza ho avuto modo di confrontarmi con gli attori del settore: enti locali, cittadini, politici, rappresentanti delle forze dell’ordine per citarne alcuni. L’obiettivo che tutti hanno è sempre uno solo: garantire la sicurezza. A volte però ci si arrocca dentro i propri confini comunali, sfoderando campanilismi più o meno marcati che ci fanno perdere di vista la nostra missione, e ci fanno dimenticare che i fenomeni che creano insicurezza ahinoi non conoscono confini. Un primo passo è stato compiuto con la regionalizzazione delle polizie comunali, anche se ciò non basta. Bisogna sviluppare un progetto che consenta di garantire efficacemente la sicurezza ma con l’impiego efficiente delle risorse disponibili».

Cosa si attende entro la fine del 2017? Una pozione miracolosa?

«Mi attendo e mi impegnerò in prima persona per un progetto realistico e ben ponderato, che ci permetta di creare una Polizia ticinese pronta per le sfide di questo secolo».

Concretamente lei auspica possa tornare in auge la polizia unica?

«L’ho detto in occasione della discussione in Parlamento sulla mozione presentata dal deputato Giorgio Galusero che ha avuto luogo nell’estate del 2015. Voglio parlare espressamente di polizia ticinese e non di polizia unica. Una polizia di tutti i cittadini che
costruiremo insieme e che possa rispondere alle nuove sfide. Un progetto che dovrà soprattutto considerare il lavoro impostato in questi anni di attuazione della collaborazione tra la cantonale e le comunali, recependo quei cambiamenti indispensabili per garantire al massimo la sicurezza interna a dei costi sopportabili per
i cittadini».

Il cittadino chiede sicurezza. In che senso maggiore collaborazione significherebbe raggiungere l’obiettivo?

«I nostri agenti sul territorio sono il primo riferimento dei cittadini: la loro divisa è blu, indipendentemente dallo stemma portato sul braccio. Al cittadino non interessa se appartengano alla comunale o alla cantonale: l’importante è che rispondano ai bisogni concreti della popolazione e tutelino l’ordine pubblico e la sicurezza. Occorrerà rafforzare l’attuale impostazione orientandosi verso un maggior coordinamento delle forze dell’ordine sul territorio, con anche una chiara ripartizione delle competenze. In questo senso le polizie comunali inizieranno a utilizzare lo stesso programma per la gestione informatica. Un primo passo importante: cantonale, comunali e guardie di confine parleranno la stessa lingua informatica e questo permetterà di migliorare la comunicazione e, di riflesso, la collaborazione. Segno che, in fondo, l’idea di avere la polizia ticinese non è un’utopia. La vogliamo costruire con il dialogo, forti delle esperienze di tutti gli attori coinvolti e a una condizione sulla quale non arretrerò mai di un centimetro: una sicurezza sempre più efficace ed efficiente per tutti i ticinesi».

L’orgoglio per la sicurezza dei ticinesi

L’orgoglio per la sicurezza dei ticinesi

Editoriale dicembre 2016, rivista della Polizia del Cantone Ticino |

Sul fronte della sicurezza l’estate ticinese è stata rovente. Il 2016 si è caratterizzato alle nostre latitudini per l’emergenza migranti, dopo la chiusura delle rotte alternative lungo l’Europa per raggiungere i paesi a nord della Svizzera. Siamo stati lungimiranti. Per far fronte a una situazione nuova dovuta alla congiuntura internazionale, abbiamo sviluppato un dispositivo ad hoc composto da Guardie di confine, Polizia cantonale e Polizie comunali. Questa task force per la gestione dei flussi ha funzionato egregiamente, soprattutto grazie alle competenze di ognuno di voi che si è adoperato a favore di quest’attività straordinaria. Il filtro realizzato sul Mendrisiotto non ha giovato unicamente alla popolazione ticinese, ma ha avuto un impatto rilevante anche sulla sicurezza delle altre regioni del nostro Paese.

Nel 2016 abbiamo raggiunto anche un altro importante obiettivo nell’ambito della sicurezza, che non ha avuto la stessa risonanza mediatica, ma che ritengo importante sottolineare: nei primi otto mesi di quest’anno infatti si è registrato un calo del 30% dei furti con scasso commessi sul nostro territorio. Un risultato già di suo soddisfacente, ma ancor più se pensiamo che in zone come il Locarnese e il mendrisiotto, l’incidenza di questo tipo di furti si sia addirittura dimezzata! Inoltre, a marzo di quest’anno, abbiamo raggiunto un record positivo a livello di reati commessi nel Canton Ticino, toccando il minimo degli ultimi dieci anni.

Questi risultati sono sicuramente frutto della nostra maggiore e migliore presenza sul territorio. In quest’ottica, come ben sapete, è stata pensata la riorganizzazione della Gendarmeria, con la volontà di riportare fisicamente i nostri agenti sul terreno, al contatto con la popolazione, rafforzando così il senso di sicurezza dei ticinesi.

La Polizia oggi è confrontata però con nuove minacce che mettono in discussione questo senso di sicurezza. Minacce gravi, globali, che agli occhi di molti crescono impercettibilmente salvo poi manifestarsi con tutta la loro violenza. Scenari che per anni sono sembrati lontani, e che ora si sono presentati con ferocia – e vigliaccheria – vicino a noi. Lo jihadismo non è tabù nemmeno nel nostro Paese: secondo il rapporto 2016 del Servizio delle attività informative della Confederazione, sono all’incirca 400 le persone che in Svizzera simpatizzano per l’ISIS, con il serio rischio di radicalizzazione che ne consegue. Anche se attualmente non risultiamo essere obiettivo primario dei terroristi, sarebbe irresponsabile chiudere gli occhi «perché tanto qui non succederà mai». Proprio per questo motivo la professione di agente di polizia si è evoluta negli anni, integrando nuove competenze e adottando nuovi strumenti, adatti a far fronte alle situazioni con le quali potremmo essere potenzialmente confrontati.

Guardando verso il futuro prossimo, nel 2017 è molto probabile che, con l’arrivo della bella stagione, ci troveremo ad affrontare la stessa emergenza sul fronte migrazione. Sono certo però che l’affronteremo nel migliore dei modi, come abbiamo fatto quest’anno, grazie soprattutto alla vostra professionalità. In un mondo che si evolve, con una complessità e una velocità crescenti, è indispensabile prepararsi e anticipare ogni potenziale scenario. Una missione al limite del possibile, che richiede professionalità, perseveranza e spirito di servizio.

Sono convinto che la strada che stiamo percorrendo sia quella giusta, come lo dimostrano i risultati raggiunti e il sentimento di accresciuta sicurezza percepito dai ticinesi. L’aspetto della sicurezza è strettamente legato a quello del benessere della popolazione, ed è per questo che mi sta veramente a cuore, come sono certo stia a cuore anche a voi. Sapere che le nostre famiglie, i nostri amici e i nostri conoscenti possano sentirsi protetti dal vostro lavoro, è motivo d’orgoglio. E non smetterò mai di ricordarlo. Perché tutto questo non sarebbe possibile senza di voi. Grazie quindi, ancora una volta, a tutti voi per il vostro impegno e il vostro contributo a favore della collettività.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

L’Isis rivendica la strage a Berlino

L’Isis rivendica la strage a Berlino

Da laRegione | Gobbi: vitale per noi la collaborazione con le autorità italiane

«L’analisi del rischio ci dice che il Ticino e il resto della Svizzera non sono al momento fra gli obiettivi primari del terrorismo, in particolare di matrice jihadista. Il che però non ci autorizza ad abbassare la guardia. Da questo punto di vista la stretta collaborazione fra Polizia cantonale, polcomunali e Polizia federale è fondamentale. Ma soprattutto è per noi vitale la cooperazione con le autorità italiane che nell’ambito dell’intelligence sono, secondo me, molto più preparate, più performanti di quelle dei Paesi a nord del nostro». Una cooperazione con l’Italia che – aggiunge il consigliere di Stato ticinese Norman Gobbi, capo del Dipartimento istituzioni da cui dipende anche la politica di sicurezza nel nostro cantone – «funziona per fortuna molto bene».

Del resto la posizione geografica del Ticino implica necessariamente buoni e intensi rapporti con l’Italia per un’efficace attività preventiva e, se del caso, repressiva. Sul fronte interno ci sono invece ancora margini di miglioramento? «Avessimo più risorse da impiegare nell’azione di contrasto al terrorismo – risorse finanziate comunque da Berna perché ciò che in questo specifico settore fanno le nostre forze dell’ordine è nell’interesse della sicurezza non solo cantonale, ma anche nazionale –, staremmo un po’ meglio», dice Gobbi alla ‘Regione’. Controlli e accertamenti «richiedono infatti tempo e personale, mentre le risorse per esempio in Polizia giudiziaria sono limitate. Nonostante l’aumento degli effettivi in generale, il lavoro per la Cantonale è nel complesso aumentato. Oltretutto, quello che fino a pochi anni fa per noi non era un tema, cioè il terrorismo di matrice jihadista, oggi lo è».

La Polizia cantonale, spiega il comandante Matteo Cocchi, «attua nella lotta al terrorismo una serie di misure sulla base delle indicazioni della Conferenza svizzera dei comandanti e in collaborazione con la Polizia federale, che a dipendenza di come evolve la situazione sul piano nazionale e internazionale vengono aggiornate». In seguito per esempio all’attentato di Nizza «abbiamo adottato nuove misure in occasione del Festival del film di Locarno». Misure dissuasive, benché «allo stato attuale non esista una minaccia concreta di attacchi in Svizzera». Ciò detto, aggiunge il comandante della Cantonale, «siamo presenti sul territorio con dispositivi interforze, da noi coordinati, e i controlli – compreso quello, svolto in collaborazione con le Guardie di confine, dei flussi migratori – sono stati ulteriormente rafforzati già dopo gli attacchi a Parigi». I terroristi che hanno insanguinato l’Europa «sono stati in grado di compiere stragi anche senza bombe, ma, ripeto, siamo sul territorio per ridurre al massimo il tempo di reazione in un’eventuale grave situazione».

“Ticino a rischio? Sono sorpreso”

“Ticino a rischio? Sono sorpreso”

Da RSI.ch | L’esperto di Ginevra e la reazione di Norman Gobbi – La gente preferisce non pensarci

Il Ticino, con Basilea, Ginevra, Berna e Zurigo, fa parte dei cantoni maggiormente a rischio di attentati terroristici. A dirlo è Frédéric Esposito, direttore dell’osservatorio sulla sicurezza dell’Università di Ginevra. La spiegazione? Nel caso ticinese è la presenza della frontiera con un forte flusso di migranti, fra i quali gruppi criminali e terroristici possono infiltrare i loro membri.

L’affermazione sorprende il capo del Dipartimento delle istituzioni cantonale, Norman Gobbi, perché “non trova riscontro nelle analisi del Servizio delle attività informative della Confederazione e delle polizie cantonali”. È vero che si pone il problema di chi arriva con i migranti, ma proprio per questo “alla frontiera sud abbiamo fatto dell’identificazione di chi entra sul nostro territorio un cavallo di battaglia”. Ticino dunque non più a rischio di altri cantoni, anche perché di solito i bersagli dei terroristi non sono zone periferiche ma le grandi città. Fra dieci giorni arriva il Capodanno, con piazze affollate. Aumenteranno le misure? Controlli sì, però “senza militarizzare questi eventi”, risponde Gobbi.

In proposito si è espresso anche il vicesindaco di Lugano Michele Bertini, secondo il quale gli eventi di Berlino “imporranno delle riflessioni nei prossimi giorni su un eventuale adeguamento del sistema di sicurezza”.

Ma i ticinesi hanno paura? Proprio stamani un camion delle consegne in manovra “si è tirato dietro una bancarella” del mercatino di Lugano. Un caso, ma che “per una frazione di secondo” ha suscitato qualche timore, racconta una testimone. La maggioranza comunque preferisce non pensarci, “perché altrimenti non si esce più di casa”.

Allarmi e attentati di quest’anno non hanno nemmeno impedito alla gente di continuare a visitare i mercatini all’estero, anche se talvolta “è un po’ titubante” come racconta la responsabile della Principe Viaggi. I clienti finora “hanno reagito nel mondo giusto” per Matteo Bottinelli della Marchetti di Airolo, ma dopo Berlino non mancano le preoccupazioni per il futuro, sottolinea il proprietario della Rossi Viaggi. Il periodo è di quelli con un forte impatto sul fatturato annuale. La stagione comunque è agli sgoccioli e “la gente dimentica presto e ricomincia a vivere”, relativizza la cotitolare della Mantegazzi.

L’edizione del Quotidiano di martedì 20 dicembre 2016:
http://www.rsi.ch/la1/programmi/informazione/il-quotidiano/Il-Quotidiano-8417455.html

“La guardia era e resta alta”

“La guardia era e resta alta”

Da Ticinonews.ch | Il ministro Norman Gobbi parla della minaccia terroristica in Svizzera dopo la strage di Berlino

La minaccia del terrorismo è alta. Un grido d’allerta che abbiamo imparato a conoscere e ricompare a scadenze regolari. Una minaccia che dal 13 novembre 2015 non ci ha mai dato tregua e che oggi ci ricordano i capi di stato dei paesi europei.

La Germania sapeva che l’occhio del nemico un giorno si sarebbe rivolto verso di lei. Non è ancora chiaro se per mano di un lupo solitario o di un gruppo organizzato, ma quel giorno è arrivato. Il grido d’allerta non risparmia nessuno, nemmeno la Svizzera seppur non sia considerata dalle autorità federali un obiettivo prioritario di possibili attacchi. E anche sul nostro territorio la minaccia del terrorismo resta alta.

“Dobbiamo da un lato conviverci, dall’altro non dobbiamo limitare le nostre libertà” commenta il ministro Norman Gobbi ai microfoni di TeleTicino, il quale ha espresso a nome del Governo ticinese parole di cordoglio per le vittime di Berlino. “Lo scopo di questi attacchi è quello di renderci insicuri nella nostra quotidianità. Ma dobbiamo resistere nonostante questa pressione”.

Il capo del Dipartimento delle istituzioni ha poi parlato della situazione specifica in Ticino. “Le misure di sicurezza sono state rafforzate dopo la strage di Nizza” ha ricordato Gobbi, precisando che gli agenti sono stati dotati dei giubbotti anti-proiettili e di armi a canna lunga. È stato inoltre data maggiore attenzione alle analisi e all’intelligence, quindi rafforzata anche al collaborazione tra le autorità federali e quelle cantonali per prevenire questo tipo di attacchi.

Dal canto suo il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi, ospite in studio durante il TG di TeleTicino, ha dichiarato che le misure di sicurezza verranno rafforzate in vista dei festeggiamenti di Capodanno.

Riguarda l’intervista integrale nel servizio andato in onda su TeleTicino: http://www.ticinonews.ch/video/ticino/337588/la-guardia-era-e-resta-alta

Cerimonia annuale della Polizia cantonale

Cerimonia annuale della Polizia cantonale

Oggi a Bellinzona, in un clima di collegialità e cordialità, presso il Tribunale penale Federale, si è svolta la cerimonia annuale della Polizia cantonale. Presenti all’evento il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, il presidente del Gran Consiglio Fabio Badasci, il sindaco di Bellinzona Mario Branda, e il vice presidente del Tribunale Penale Federale Tito Ponti. È stata l’occasione per salutare, in una cornice istituzionale, chi sull’arco di una vita dedicata alla polizia si appresta a passare al beneficio della pensione. Si è voluto inoltre sottolineare le promozioni all’interno del Corpo, il superamento con successo di corsi di formazione ed è stata pure l’occasione per presentare i nuovi assunti sia uniformati che amministrativi.

Durante gli interventi è stato sottolineato l’impegno profuso da tutti gli appartenenti al Corpo della Polizia cantonale che si trova a dover affrontare costantemente nuovi e impegnativi compiti legati alla sicurezza del cittadino e del territorio. Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha espresso la sua gratitudine al Corpo di Polizia che garantisce quotidianamente la sicurezza del territorio e dei cittadini, non solo a livello cantonale, ma anche a livello nazionale, in ragione della nostra specifica posizione geografica. Condizione evidenziata dall’impiego volto a garantire la sicurezza per l’inaugurazione della Galleria di base del San Gottardo. Infatti, prima volta in Svizzera, un operazione di questo genere, che ha visto coinvolti più Cantoni e ha salutato la presenza di importanti capi di Stato, è stata diretta da un unico Capo impiego, il sostituto comandante della Polizia Cantonale Lorenzo Hutter. Ruolo della Polizia che ha assunto maggior centralità in ragione degli importanti flussi migratori con i quali siamo confrontati in questo periodo storico e dove il Ticino si è distinto per capacità, previsione e pianificazione. Il Comandante Cocchi si è complimentato con gli agenti di polizia per il grande impegno dimostrato nell’assolvere gli importanti compiti assegnati sottolineando come il 2016 è stato un anno importante a tutti i livelli, al fronte come al Comando, che ha registrato lusinghieri successi nel contrasto della criminalità, sia cantonale sia transfrontaliera. “La Polizia cantonale ne esce vincente e dimostra la sua efficienza anche al di fuori dei confini cantonali” ha concluso il Comandante.