Comuni «Ci troviamo a metà strada»

Comuni «Ci troviamo a metà strada»

Dal Corriere del Ticino del 6 aprile 2016

Ecco come sarà il Cantone del futuro – Illustrati gli scenari della riforma Ticino 2020 Gobbi: «Va ottimizzata l’attività dello Stato» – Genazzi: «Si parte con i gruppi di lavoro»

Finanziariamente forte, progettuale, responsabilizzato e in grado di rispondere alle sfide che si profilano all’orizzonte: questo è il Comune del futuro tracciato dal Dipartimento delle istituzioni, che ieri a Palazzo delle Orsoline ha fornito un quadro generale sui progetti promossi dal Cantone a pochi giorni dalle elezioni comunali del 10 aprile. Misure che intendono «rafforzare i Comuni e farli uscire da quell’aura ottocentesca per farli entrare nel XXI secolo», ha detto il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi. Il Ticino, aggiornando i dati con le ultime aggregazioni di Bellinzona e della Riviera, attualmente conta 115 Comuni ma secondo il Piano cantonale di aggregazione questi potrebbero arrivare a 23. Diventa quindi evidente come gli enti locali «acquisteranno sempre più peso e importanza », ha proseguito Gobbi, «è l’autorità pubblica più prossima al cittadino e l’elemento base del federalismo e va quindi rafforzata». Gli Enti locali dovranno quindi assumersi maggiori responsabilità, erogare più servizi mantenendone la qualità, far fronte al cambiamento della società ed essere quindi al passo con i tempi, in particolare con la digitalizzazione. Il sindaco di Bellinzona Mario Branda ha proprio posto l’accento sul cambiamento di funzione del comune, che da agricolo è passato a comune dei servizi nel Novecento per passare a quello contemporaneo che ha il compito di sostenere lo sviluppo economico e la qualità di vita del proprio territorio. Per potersi assumere queste sfide necessita di spazi e risorse, di qui la decisione dell’aggregazione, che Gobbi sottolinea essere nata dal basso: «È importante essere al timone del proprio destino, piuttosto che subirlo».

le strategie
Per realizzare tutto questo il Cantone ha elaborato due strategie: il Piano cantonale delle aggregazioni (PCA) e la riforma Ticino 2020, che riorganizzerà gli enti locali ridefinendone anche i compiti. In settembre 2015 il Parlamento aveva approvato il credito quadro di 3,2 milioni di franchi, ora «verranno costituiti i primi Gruppi di lavoro misti, composti da rappresentanti del Cantone e dei Comuni, che consegneranno le loro prime conclusioni entro fine 2016», rivela il capo della Sezione degli enti locali Elio Genazzi, che aggiunge: «Siamo a metà strada ». Dal 2017 verranno presentati «una serie di messaggi che si prevede di presentare al Gran Consiglio entro la fine del 2017, in modo che entro l’anno seguente sia possibile giungere all’approvazione di un primo pacchetto di misure, e avviare così entro il 2020 la revisione di compiti, flussi finanziari e sistema di perequazione », precisa ancora Genazzi. Per ora il sistema di solidarietà tra Comuni rimane, ha aggiunto Gobbi, che ha preso atto della lettera inviata dai 23 Comuni per chiedere una revisione urgente del sistema: «Questi enti vorrebbero accelerare il processo che è stato avviato. L’obiettivo è risolvere la situazione senza mettere un cerotto, ma risanando il sistema». Per quanto riguarda il Piano cantonale delle aggregazioni, a base sulla quale viene poi costruita la riforma, è stato terminato il primo giro di consultazioni ma per poter proseguire ed entrare nella seconda fase il Dipartimento attende la sentenza del Tribunale federale, che si pronuncerà sulla costituzionalità dell’iniziativa «Avanti con le città di Locarno e Bellinzona » di Giorgio Ghiringhelli. «Nel caso l’iniziativa fosse ritenuta costituzionale, il PCA potrebbe essere proposto dal Consiglio di Stato quale controprogetto all’iniziativa», ha dichiarato Gobbi.

Finanze più sane
Tema centrale, sia che si tratti dei Comuni o del Cantone che si appresta entro fine mese a presentare la manovra di rientro delle finanze da 180 milioni di franchi, la gestione delle risorse finanziarie. In questo senso Gobbi ha precisato che «occorre ottimizzare l’attività dello Stato », ponendo l’accento sui risultati raggiunti anche grazie a quanto fatto sul lato giuridico: «Circa un ottavo degli enti locali disattendeva i termini per la presentazione dei preventivi, mentre oggi sono praticamente tutti rientrati nei ranghi (130 su 133)». A seguito delle aggregazioni il moltiplicatore d’imposta medio è passato dall’86% del 1997-1998 al 76% del 2013, un fatto che per Gobbi dimostra che gli Enti locali stanno meglio finanziariamente: «Le prospettive per il futuro non sono delle migliori. L’auspicio è che le nuove città sappiano mantenere il proprio ruolo motore per i rispettivi agglomerati e che i Comuni sappiano calibrare bene le loro forze investendo per i loro cittadini, ma con un occhio attento a garantire finanze sane».

in pillole
GlI obIettIvI gli obiettivi della riforma ticino 2020 sono la ridefinizione dei rapporti tra cantone e cittadini, riavvicinando questi ultimi alla politica, dei rapporti tra cantone e comuni e migliorare la funzionalità amministrativa degli enti locali.

I temi prioritari
dopo la presentazione della manovra di rientro delle finanze cantonali a fine aprile, riprenderanno i lavori sulla riforma. entro l’estate 2016 sarà raggiunto l’accordo definitivo alla piattaforma di dialogo cantonecomuni e verranno costituiti i primi gruppi di lavoro sui temi prioritari, che consegneranno i loro rapporti entro la fine dell’anno.

I tempi
l’approvazione del primo pacchetto di misure (ridefinizione dei compiti, flussi e perequazione) è previsto per il 2018. l’attuazione è prevista entro 2020 e seguirà un monitoraggio.

Accordo «Riserva di stima ormai esaurita»

Accordo «Riserva di stima ormai esaurita»

Dal Corriere del Ticino del 4 aprile 2016

Norman Gobbi se la prende con Jacques de Watteville: «Le richieste del Ticino sono state finora disattese» Clima rovente su casellario giudiziale e albo dei padroncini – Le ultime battute da presidente del Governo

Anche nei suoi ultimi giorni da presidente del Governo, Norman Gobbi non le manda a dire e spara le ultime cartucce nel ruolo che da mercoledì passerà nelle mani del collega Paolo Beltraminelli. La reazione, raccolta dal Corriere del Ticino, fa seguito al dibattito di venerdì sera a Malnate, dove il capo della delegazione italiana nelle trattative con la Svizzera Vieri Ceriani ha spiegato ai frontalieri il nuovo Accordo sull’imposizione fiscale, parafato da Italia e Svizzera lo scorso 22 dicembre e che sostituirà quello in vigore dal 1974. La speranza con il nuovo accordo è che il mercato del lavoro svizzero diventi meno attrattivo. Ma c’è la sensazione che la nuova imposizione non rappresenterà un deterrente sufficiente: i frontalieri saranno chiamati sì a pagare anche le tasse in Italia, ma il loro regime resterà comunque meno pesante rispetto ai connazionali che non varcano il confine: «Il timore che avevamo è stato confermato l’altra sera da Ceriani, che ha stimato circa il 15% di aggravio sulle imposte dei frontalieri, che non si traducono nei circa 600 milioni ipotizzati che avrebbero permesso di fare un po’ di ordine sul mercato del lavoro. E a maggior ragione ora si giustificano le richieste del Ticino, che sono comunque state disattese a livello di imposte alla fonte». La doccia fredda sul moltiplicatore è arrivata l’8 marzo scorso: il Ticino non potrà più applicare il moltiplicatore al 100% per l’imposta alla fonte dei frontalieri, ma sarà fissato dal Consiglio federale tramite un meccanismo definito media ponderata fissato in un’ordinanza. Il Ticino perde così 16 milioni di franchi all’anno. Riguardo alle compensazioni chieste a Berna per Gobbi finora «è mancata la componente di soddisfazione politica e finanziaria».

I 20 milioni attinti dalla perequazione finanziaria intercantonale proposti da Maurer vengono percepiti come una sorta di contentino per tacitare il Ticino e fare in modo che tolga l’obbligo di presentazione, per residenti e frontalieri, dell’estratto del casellario giudiziale, che costituisce un ostacolo sulla strada della ratifica dell’accordo, che dovrà essere approvato dal Parlamento dei due Paesi. Ceriani non ha mancato di ricordare che la richiesta del casellario giudiziale è discriminatoria, mentre per l’Albo antipadroncini chiederà un incontro chiarificatore con il segretario di Stato Jacques de Watteville, sul quale Gobbi è ormai diretto e schietto: «Su di lui ormai non ho più alcuna riserva di grande stima». Rispondendo a Ceriani il presidente del Governo sottolinea: «Mi dimostri che con il casellario non ho permesso l’accesso al mercato da parte di un frontaliere, salvo chi aveva reati penali importanti. È una misura di sicurezza. L’albo degli artigiani serve invece ad arginare il lavoro nero, Ceriani è ministro delle finanze, dovrebbe essere favorevole perché così gli artigiani italiani che entrano in Ticino pagheranno il dovuto all’erario italiano». Per Gobbi non vanno persi di vista i veri obiettivi: «Qui si vuole il panino, il cioccolatino e anche il soldino. Mi sembra che alla fine si sta perdendo d’occhio una cosa, ossia che oggi il Ticino dà lavoro a 70.000 famiglie in Italia e questo deve avere un peso politico, che va riconosciuto».

Black list e 9 febbraio
Ceriani durante il dibattito ha anche toccato temi che esulano l’Accordo fiscale. Sull’applicazione del voto del 9 febbraio ha sottolineato che «solo con una soluzione eurocompatibile verrà ratificato l’accordo sull’imposizione fiscale. La clausola di salvaguardia si discosta dalla road-map». Dimostrazione per Gobbi «di come i nostri si sono fatti gabbare». Sul discorso black list, stralciate in seguito all’adeguamento da parte della Svizzera allo standard OCSE sullo scambio di informazioni, Ceriani ha sollevato l’interesse soprattutto da parte del Ticino di poter accedere al mercato italiano, accesso che dovrebbe essere garantito con la reciprocità inserita nell’accordo. Per Gobbi il Ticino «è il cantone più esposto su questo aspetto e quando mi si richiama la solidarietà confederale faccio fatica a capire dove sia la solidarietà in senso inverso. È come 40 anni fa: l’Accordo del 1974 era poco interessante per il Ticino, che pagò addirittura i ristorni retroattivi sulle imposte dei frontalieri poiché il trattato venne siglato nel 76. Allora l’interesse era poter esportare il formaggio svizzero in Italia. Oggi c’è quello delle banche, che però stanno riducendo i posti di lavoro».
Scaramucce tra PLR e Lega
Intanto al Mattino della domenica non è sfuggita la lettera inviata dalla Divisione delle contribuzioni a Berna con il parere tecnico favorevole sul nuovo Accordo. Il Mattino ha definito quella del DFE una «calata di braghe». E non è nemmeno tardata la risposta del PLR: «Lorenzo quadri si è dimenticato di dire che la lettera è stata condivisa con il Governo e che Maurer, rappresentante dell’UDC alleato della Lega, è sceso appositamente in Ticino per difendere l’accordo».

La frustrazione per la nuova imposizione passa da Malnate a Lavena Ponte Tresa
È stato un weekend di protesta contro il nuovo Accordo sull’imposizione fiscale quello dei lavoratori frontalieri che sabato pomeriggio a partire dalle 14 hanno sfilato sul lungolago tra Lavena e Ponte Tresa, sostando anche per qualche istante in dogana. Duecento i presenti al FrontalierDay, come è stato definito dall’Associazione frontalieri Ticino che aveva promosso la manifestazione su Facebook. Tutt’altra cosa invece la serata dibattito svoltasi a Malnate: circa 700 i presenti accorsi per ascoltare il capo della delegazione italiana nelle trattative con la Svizzera Vieri Ceriani . Organizzato dai sindacati ticinesi e italiani UNIA, OCST, USS Ticino e Moesa, CGIL, CISL e UIL Frontalieri, l’incontro al Palazzetto dello sport ha registrato il tutto esaurito. Di fronte a una platea vivacemente ostile Ceriani ha spiegato in sintesi il nuovo regime impositivo dei lavoratori frontalieri, che da esclusivo diventa concorrente. Ossia i frontalieri verranno tassati anche nel loro Paese di residenza, che dedurrà quanto pagato in Svizzera. Un discorso tecnico che non è piaciuto al pubblico: «Non si capisce niente», dicono alcuni, «vogliamo sapere quanto dobbiamo pagare», chiedono altri. E Ceriani alla fine ha rivelato: «L’aggravio dipende da tanti fattori, ma in media pensiamo si aggiri intorno al 15-20%». Il capo della delegazione ha ricordato che dall’imposta italiana verrà dedotto quanto già pagato in Svizzera e che verrà mantenuta la franchigia di 7.500 euro. I sindacati stanno però già facendo pressione sulla politica per fare in modo che nella Legge di ratifica dell’Accordo questa venga aumentata. I responsabili dei frontalieri di UNIA Sergio Aureli e di OCST Andrea Puglia hanno inoltre sottolineato le difficili condizioni di lavoro dei frontalieri. «Occorre introdurre la deduzione del terzo pilastro e il riconoscimento degli ammortizzatori sociali, in particolare la disoccupazione, in Svizzera», ha detto Aureli. Insomma, l’accordo così come viene delineato ai sindacati non va bene. Altro aspetto sollevato dal segretario generale UIL Frontalieri Pancrazio Raimondo è «l’allungamento del tempo d’adeguamento al nuovo regime, che da 10 anni deve passare ad almeno 15». E Ceriani ha anche ricordato che «l’Accordo probabilmente non entrerà in vigore prima del 2019, quindi stiamo parlando della dichiarazione del 2020». Con la nuova imposizione poi i ristorni verranno cancellati. Infine il rappresentante dei lavoratori frontalieri del Consiglio generale degli italiani all’estero Mirko Dolzadelli ha posto l’accento in particolare su due aspetti: «Il Ticino deve rendersi conto che senza frontalieri non ha futuro», ma ha altresì ricordato ai lavoratori di non intraprendere una battaglia solitaria per non inimicarsi i loro vicini di casa che non varcano il confine e che non godono di alcune deduzioni.

Artificieri, “soluzioni più rapide per il Ticino”

Artificieri, “soluzioni più rapide per il Ticino”

Da Cdt.ch l Due ore e mezza d’auto – 205 chilometri – per disinnescare due possibili ordigni (o semplicemente per appurare che di bombe assolutamente non si trattava). È successo ieri a Lugano, dove due falsi allarmi bomba hanno creato parecchia agitazione. Dal primo gennaio la Svizzera si è dotata di un nuovo sistema d’intervento che prevede la concentrazione degli artificieri in tre centri di competenza nazionale: Ginevra, Berna e Zurigo (che si occupa del Ticino). Tre ore. Troppo tempo? Abbiamo chiesto un parere al direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. «Si tratta – ci spiega – di una decisione presa dalla Conferenza dei direttori e noi avevamo già sollevato dubbi viste le distanze che ci separano da Zurigo. L’intervento di ieri dimostra che le preoccupazioni erano corrette. Chiederemo dunque soluzioni alternative per il Ticino».
Dalle brigate rosse all’ISIS. I tempi sono cambiati
Ci sono anche aspetti pratici. Ieri gli allarmi sono scattati in zona Maghetti (pedonalizzata) e in una via non molto trafficata di Molino Nuovo. Decisamente problematico – e caotico – sarebbe stato dover chiudere al traffico per 3 o 4 ore, a causa di una valigia vuota, una strada principale o addirittura la stazione. Dietro la scelta di centralizzare tutto c’è comunque una motivazione logica. «I tempi – sottolinea Gobbi – sono cambiati. Con le brigate rosse, l’IRA o l’ETA lo strumento dell’allarme bomba veniva utilizzato per fare pressione politica. Oggi, come accaduto a Bruxelles, chi organizza un attacco lo compie pochi minuti dopo aver piazzato l’ordigno e anche avendo in casa i migliori artificieri non si riuscirebbe a disinnescarlo. Non siamo in un film hollywoodiano in cui salta fuori un eroe e salva tutti. Dobbiamo purtroppo ammettere che lo Stato non può evitare ogni rischio».

La situazione elvetica non è unica
«Quella elvetica – aggiunge il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi – non è comunque una situazione eccezionale. In Austria e in Belgio c’è un unico servizio per tutto il paese. Si è deciso di creare centrali altamente specializzate per essere più efficienti e chiaramente l’addestramento e i mezzi a disposizione di questi specialisti sono molto costosi».

Un certificato di solvibilità per tutto il Cantone

Un certificato di solvibilità per tutto il Cantone

A partire dal 1. aprile 2016 sarà disponibile il certificato di solvibilità valido su tutto il territorio cantonale – e non solo nel Distretto nel quale è stato emesso come avviene attualmente. I cittadini potranno così contare su un servizio più semplice e completo, che costituisce una prima a livello svizzero: il Ticino è infatti il primo Cantone ad essersi dotato di un registro centralizzato.
Con la recente modifica della Legge cantonale di applicazione della legge federale sull’esecuzione e sul fallimento – approvata dal Gran Consiglio nel giugno 2014 ed entrata in vigore il 1. gennaio 2015 – sono stati costituiti per l’intero territorio cantonale un solo Circondario di esecuzione e un solo Circondario dei fallimenti. Per effetto di questo cambiamento, dal prossimo 1. aprile chi necessita un certificato di solvibilità potrà ottenerlo in tutti gli sportelli degli uffici di esecuzione sparsi sul territorio. Non sarà quindi più obbligato a presentare la richiesta nel proprio Distretto di domicilio. Il nuovo certificato permetterà inoltre di contrastare efficacemente il «turismo debitorio»; finora, infatti, era teoricamente possibile esibire un estratto di solvibilità senza debiti in un Circondario pur avendo debiti scoperti in un altro.
Questa novità tutta ticinese configura un ulteriore passo avanti negli sforzi intrapresi dal Dipartimento delle istituzioni negli ultimi anni per avvicinare il cittadino alle istituzioni migliorando e semplificando la qualità dei servizi offerti dallo Stato. Inoltre si segnala che – contemporaneamente alla nuova organizzazione – il settore esecutivo ha sostituito il proprio sistema informatico; grazie al nuovo programma, la notifica in via elettronica di atti esecutivi avviene ora secondo i parametri stabiliti dalle normative federali.

Popolare, sensibile e appassionato

Popolare, sensibile e appassionato

L’ultimo saluto ad Angelo Paparelli. Intervengo alle esequie del nostro compianto amico e deputato Angelo Paparelli, con un misto di sentimenti che va dal mesto dovere e all’amichevole piacere di poter esprimere alcuni ricordi e pensieri sul nostro  amico “Papa”.

Innanzitutto voglio porgere a nome del Consiglio di Stato e a titolo personale, in qualità di Presidente del Governo cantonale, le più sentite condoglianze e desidero esprimere la nostra vicinanza alla moglie Carmen e ai figli Ivan e Chris con le rispettive famiglie, unitamente al cordoglio che abbiamo espresso al Presidente del Gran Consiglio per la perdita di un valido deputato.

L’attività parlamentare di Angelo Paparelli non è passata inosservata. Le sue proposte sono state spesso volte ad avvicinare la politica cantonale ai bisogni della popolazione: dal suo impegno sui rustici, all’attenzione sulla trasparenza dei mandati e dei progetti, dalla limitazione delle cariche al voto generalizzato per corrispondenza. Questo suo agire rimarrà nei ricordi della politica ticinese e la cittadinanza rende omaggio all’operato e al coraggio del deputato Angelo Paparelli: grazie al suo impegno oltre l’80% degli elettori ha avuto la possibilità di votare per corrispondenza durante le elezioni cantonali e federali dello scorso anno.

Intervengo ora come Amico e Consigliere di Stato leghista, esprimendo la vicinanza di tutta la famiglia leghista e mi faccio portavoce di tanti amici, a partire dal nostro coordinatore Attilio. L’agire da deputato di Angelo è espressione del suo essere in quanto uomo: popolare, sensibile e appassionato.

Popolare perché Angelo era espressione di Molino Nuovo, il quartiere popolare della Città di Lugano. Qui, Angelo aveva iniziato la sua carriera politica nelle fila del PPD, diventandone consigliere comunale, senza però mai ottenere quella valorizzazione che meritava. L’amicizia che lo legava sin da giovane a Giuliano Bignasca portò Angelo ad entrare nel movimento della Lega dei Ticinesi. Una scelta non semplice la sua, ma che maturò proprio grazie all’intesa con il Nano, tutte e due figli di quella Molino Nuovo storica, che permise ad Angelo di continuare con efficacia il suo impegno politico sui temi a lui più cari a livello cittadino e poi cantonale. Oltre a far parte del Consiglio comunale per 5 legislature, assumendone la carica di Presidente nella Legislatura 2010-2011, che fu il miglior ringraziamento per la sua attenzione verso la Città; Angelo venne eletto in Gran Consiglio nel 2007 per essere poi sempre riconfermato negli appuntamenti elettorali successivi.

Il suo essere popolare lo esprimeva anche in attività extra-politiche. Fu attivo nello sport, in gioventù nel FC Lugano e poi nello judo; fu attivo e ha presieduto sino ad oggi il Circolo Sociale di Montagnola, che gestisce l’omonimo grotto e che grazie proprio ad Angelo riuscì a sopravvivere, tramandando una formula gestionale interessante e favorevole ai soci del Circolo, nonché alla clientela.

Sensibile perché Angelo era un buono, posto sempre dalla parte di chi aveva bisogno. Essendo un abitante d.o.c. di Molino Nuovo, Angelo – oltre al suo rapporto con il Nano – era un grande amico di Giovanni Cansani. Con Giovanni, Angelo si batté per il mantenimento del Canvetto Luganese di Molino Nuovo, vuoi per la sua natura tradizionale e per il ruolo sociale che oggi ricopre grazie alla loro opera, con il coinvolgimento di persone meno fortunate di noi nell’attività di ristorazione.

Angelo ha vissuto per la sua Città, vedendola diventare grande e rafforzarsi nel contesto cantonale. Però la sua sensibilità lo ha portato a essere un importante conservatore della memoria storica di Lugano. Si impegnò infatti nella difesa di alcune delle testimonianze del passato, come la masseria Bizzozero di Cornaredo, salvata dall’abbandono soprattutto grazie al suo intervento, oppure al recupero della Fontana di Nettuno a Trevano. Certo, la sua professione lo avvicinava naturalmente a quest’attenzione, ma come sappiamo Angelo lo faceva con grande passione.

Appassionato perché Angelo faceva le cose perché ci credeva e non per interesse. Accanto alle passioni già citate, Angelo nutriva una gran passione artistica e possedeva notevoli doti di pittore e scultore. Ricordo ancora con piacere le esposizioni proprio al Canvetto Luganese, oppure gli scambi di giudizio ironici con il Nano e interessanti con Michele Barra. Una verve artistica finalizzata a valorizzare: dai dismessi attrezzi agricoli da lui trasformati in opere, ai luoghi in cui le sue sculture ne contraddistinguono gli scorci, dall’attualità e la critica espressa con il pennello, al ricordo con le opere – chiamiamole così – leghiste in Via Monte Boglia.

Angelo aveva anche la passione della buona tavola. Era un cuoco provetto che si cimentava in cucina: le feste d’autunno in Città, le goliardiche grigliate preparate con l’amico Mirto per il gruppo parlamentare, e le deliziose cene alla “Cantina dal Papa” dall’altra parte del Lago (a Caprino), dove con gli amici di brigata ha reso felici più persone, rallegrando più d’una serata leghista ma non solo. Angelo sapeva che attorno alla tavola, con un buon piatto preparato con passione, molti dissapori scomparivano, lasciando così regnare l’amicizia e l’armonia.

Angelo è però soprattutto un amico per molti di noi qui presenti oggi a rendergli omaggio. Ognuno di noi ha sicuramente un ricordo che lo lega ad Angelo. Un amico schietto, sincero e vero, come lo è stato da marito, padre e nonno. Una sua battuta sapeva farci ridere, ma sapeva anche farci riflettere. Il suo voler dare soprannomi era espressione di sincera amicizia. Il suo voler condividere era espressione di vera generosità.

Caro Papa, te ne sei andato “in un bof” e ci mancherai. Ora sei vicino a molti amici conosciuti durante la tua generosa vita. Vogliamo ricordarti con il tuo sorriso inconfondibile caratterizzato dai tuoi baffi; un sorriso che ci ricorda coma la vita vada vissuta intensamente ogni giorno. Con passione, come tu ci hai insegnato.

Ciao Papa. Ciao Amiis!

Norman Gobbi

Gobbi: esprimo il cordoglio del Ticino

Gobbi: esprimo il cordoglio del Ticino

Da LaRegione.ch del 22 marzo 2016

«Esprimo il cordoglio dell’autorità cantonale per queste ulteriori vittime del terrorismo e il sostegno morale dei cittadini ticinesi alle popolazioni colpite», così il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi sui sanguinosi attentati di Bruxelles. Tra i bersagli dei terroristi l’aeroporto della capitale belga. Massima allerta intanto negli altri scali internazionali. Suscitare paura in chi si mette in viaggio è peraltro fra gli obiettivi di coloro che seminano morte. «Il valore più forte dell’Europa, e degli svizzeri in particolare, è la libertà, alla quale – dice Gobbi – non dobbiamo rinunciare. E libertà significa anche spostarsi, viaggiare. Viaggiare adottando ovviamente delle precauzioni. Ma, ripeto, non dobbiamo rinunciare a priori a questa forma di libertà per colpa dei terroristi. Nel contempo come Stati dobbiamo continuare a collaborare per contrastare la minaccia terroristica, una minaccia vigliacca». Fondamentale quindi il lavoro di intelligence. Prossimamente il popolo svizzero sarà però chiamato alle urne per pronunciarsi sulla nuova legge federale sul servizio informazioni dopo la riuscita del referendum lanciato dalla sinistra. «Se dovesse essere bocciata, cosa che ovviamente non mi auguro, le conseguenze potrebbero essere devastanti: rimarremmo ‘sordi’ – afferma Gobbi –. Questa legge è indispensabile e garantisce un equilibrio fra sicurezza e tutela della sfera privata privata».

«Se sarà emergenza migranti, esercito alla frontiera con l’Italia»

Da TIO.CH l È il piano di Guy Parmelin e Ueli Maurer in caso aumentino gli arrivi. Fra i sostenitori anche Norman Gobbi.

Frontiere con l’Italia chiuse e presidiate dall’esercito in caso l’emergenza rifugiati esploda, è questa la soluzione che verrà proposta mercoledì all’esecutivo dai due consiglieri federali democentristi Ueli Maurer e Guy Parlmelin.

Previsto l’aumento del flusso dal Mediterraneo – Come mai una proposta del genere proprio ora? Secondo quanto riportato dal Le Matin Dimanche sarebbe legata al timore, con l’avvento della bella stagione, della ripresa dell’afflusso dal Mediterraneo all’Italia. Essendo la via dei balcani ormai difficilmente praticabile la soluzione alternativa vedrebbe il passaggio attraverso l’Adriatico fino al Bel Paese per poi tentare di raggiungere i paesi del nord (Germania, Gran Bretagna e Svezia) passando proprio per la Confederazione.

L’esercito dovrà aiutare i doganieri – Il dossier che verrà presentato al Consiglio federale, continua il domenicale, non indicherà nero su bianco un “tasso massimo” che farà scattare l’emergenza ma ribadirà le misure da applicare: la chiusura delle frontiere, il respingimento di ogni migrante verso l’Italia e l’impiego di militari come forze di supporto.

Gobbi: «La chiusura non sia un tabù» – Fra i sostenitori anche Norman Gobbi che, stando al giornale romando, avrebbe inviato diverse lettere non solo a Simonetta Sommaruga ma anche a Maurer e Parmelin riguardo alle problematiche legate alla frontiera italiana: «è necessario aumentare i controlli alle frontiere e, nel caso sia necessario, la chiusura non dev’essere un tabù», ha dichiarato il ticinese.

http://www.tio.ch/news/ticino/politica/1076475/-se-sara-emergenza-migranti-esercito-alla-frontiera-con-l-italia-

Cerimonia di promozione della scuola Cantonale di Polizia giudiziaria 2015

Cerimonia di promozione della scuola Cantonale di Polizia giudiziaria 2015

Oggi a Monte Carasso nel Salone dell’antico convento delle Agostiniane si è tenuta la cerimonia di promozione della Scuola cantonale di polizia giudiziaria 2015 con la consegna degli attestati che certificano la conclusione del ciclo formativo per assumere la funzione di ispettore di polizia giudiziaria. All’evento hanno presenziato il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi e il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi.

Ecco i neo ispettori:
Matthias Bernet, Stefano Borello, Simone Caimi, Marco Consoli, Elmin Ferati, Giovanni Frioni, Tiziano Gamboni, Matthias Giulietti, Marco Magnoni, David Mangiapane, Oliver Pietropoli, Silvia Polli, Alessandro Polo e Simone Zanini.
Hanno inoltre seguito integralmente la Scuola di Polizia giudiziaria anche gli ispettori in formazione:
Stephania Ern, Giovanni Leidi, Manuel Mauri Brusa ed Edoardo Sciaroni che hanno ricevuto l’attestato di frequenza. Essi devono quindi ancora concludere il loro ciclo di introduzione alla professione, della durata totale di 2 anni, prima di essere nominati ispettori di polizia giudiziaria.

I docenti si stanno isolando da soli

I docenti si stanno isolando da soli

Dal Corriere del Ticino del 18 marzo 2016

Il presidente del Governo difende Manuele Bertoli e critica il corpo insegnante
Norman Gobbi scende in campo in vista dello sciopero al contrario dei docenti del 23 marzo. Spezzando una lancia a favore del collega Manuele Bertoli e dei provvedimenti presi dal Governo, il presidente critica l’atteggiamento del corpo insegnante, a suo modo di vedere privilegiato in un mercato del lavoro incerto come quello ticinese. In questa intervista al Corriere del Ticino, il direttore del Dipartimento delle istituzioni si sofferma anche sulla manovra di rientro e sulla presidenza che ormai volge al termine.

In qualità di presidente del Governo la disturbano le affermazioni del collega Manuele Bertoli in merito all’intoccabilità della scuola dell’obbligo nell’ambito della manovra di rientro?
«Si tratta di scelte strategiche interne al DECS. Significa che i risparmi si faranno evidentemente in altri ambiti. In merito al confronto tra Bertoli e gli ambienti scolastici ho comunque una mia visione».

Quale?
«I docenti si stanno isolando dal resto dei funzionari statali. Dimenticano infatti che nell’Amministrazione si andrà a ridurre il personale, mentre nel mondo scolastico – a livello obbligatorio e post-obbligatorio – le unità non vengono diminuite. Inoltre, mi hanno molto stupito certe lettere scritte dagli insegnanti al Governo».

C’è un caso che l’ha colpita?
«Ho avuto modo di visionare il testo scritto dal collegio dei docenti del Centro professionale tecnico di Trevano, nel quale si parla di “azioni di lotta” e di “mobilitazione generale in piazza” delle associazioni sindacali e magistrali. Ecco, se queste sono le idee degli insegnanti a cui un giorno dovrò affidare i miei figli, qualche domanda me la pongo. E ribadisco: certi docenti non si rendono conto di come determinate azioni portino per forza di cose all’isolamento».

Intanto il PS, partito di Bertoli, è sceso in campo a favore dello sciopero al contrario del 23 marzo. La sorprende?
«Da un lato c’è un aspetto politico di difesa di questi lavoratori, dall’altro però è la riprova che anche il PS non riesce a interpretare la situazione globale. Parliamo in effetti di 5.000 docenti che hanno uno stipendio e un posto sicuro. Oltre che di un settore, quello della scuola, dove il precariato è stato praticamente eliminato. E tutto ciò non viene considerato? Mi pare che il corpo docente stia dimenticando quanto avviene nell’economia privata, dove assistiamo a un rallentamento congiunturale, con molte persone che restano senza lavoro. Il Cantone è chiamato a destinare sempre più risorse per rispondere alle esigenze di chi non è in grado di rientrare nel mondo del lavoro e per i casi d’assistenza. Mi chiedo quindi se questa lettura fortemente ideologica è quella che alcuni insegnanti trasmettono anche agli allievi».

Ritiene quindi che questo tipo di protesta non possa essere giustificato?
«Anch’io ho avuto funzionari dei miei settori poco contenti. Non è mai bello bloccare degli scatti salariali automatici. Quello che fa più male è che durante gli incontri con le associazioni del personale e i sindacati abbiamo subito chiarito che la nuova scala salariale dei dipendenti porterà a un miglioramento. E il fatto che questo non venga ripreso nelle riflessioni dei docenti può voler dire due cose: o i sindacati non parlano con i propri rappresentanti nella scuola, oppure volutamente si sottacciono le migliorie in arrivo per distogliere l’attenzione dagli obiettivi che non sono stati in grado di raggiungere in questi anni».

Come si spiega questi attriti tra base e direzione del DECS?
«I mal di pancia ci saranno sempre. A mio modo di vedere molto si gioca nel rapporto di lealtà che si riesce a creare in anticipo tra dirigenza e collaboratori. Non sempre il capo del Dipartimento porta buone notizie: io stesso ho tenuto delle serate alla fine dello scorso anno con le associazioni del personale di polizia durante le quali mi è stato impossibile garantire che nel 2016 sarebbe stato tutto rose e fiori».

Nell’intervista di ieri al Corriere del Ticino, Bertoli pare porre un aut aut al Governo. Prima di esprimersi sull’iniziativa in votazione il 5 giugno, attende di vedere se ci saranno le risorse per il progetto «La scuola che verrà». I soldi ci sono o no?
«Prima di tutto il progetto “La scuola che verrà” è in fase di definizione e quindi il relativo fabbisogno finanziario non è ancora noto. Sappiamo che è emersa una certa opposizione nel mondo della scuola e perciò siamo coscienti che una riforma di questo tipo potrebbe necessitare di tempi più lunghi. Come avviene per tutti i nuovi compiti, il Governo dovrà trovare una sua convergenza, oltre a elaborare misure volte a compensarli. D’altra parte lo ha fatto pure il sottoscritto quando ha rivisto gli effettivi della polizia o delle strutture carcerarie. Se il progetto sarà valido si troveranno i dovuti margini d’azione, ma lo stesso discorso sarà necessario per l’applicazione della Riforma III delle imprese, gli investimenti legati alla mobilità o ancora la socialità. Ogni Dipartimento, in effetti, sarà confrontato con nuovi compiti. Non è però corretto chi fa confronti interdipartimentali, e ciò alla luce delle importanti riforme che il Cantone è chiamato a portare avanti con delle risorse limitate».

Insomma, vi sono o no dei settori da considerare come zona franca?
«Non parlerei di zone franche. Anche perché se guardiamo ad esempio i dati PISA c’è la necessità di rafforzare la formazione scolastica di base in Ticino. I nostri giovani devono confrontarsi con un mercato del lavoro sempre più globale e il fatto che nel nostro Cantone vi siano 7.000 persone iscritte agli Uffici di collocamento e 6.700 circa in assistenza è da ricondurre a una componente sociale, ma anche di carattere formativo. E se per mantenere un certo livello di competitività tra la manodopera locale c’è bisogno di fondamenta più solide nella scuola dell’obbligo non posso che essere d’accordo».

Anche lei ha dei settori da dichiarare alla stregua di un terreno minato?
«L’importante è che ognuno presenti delle misure che raggiungano gli obiettivi finanziari prefissati. Poi ogni Dipartimento è libero di definire internamente le priorità d’intervento. Se invece qualcuno non dovesse fare i compiti in modo corretto, evidentemente interverrebbe il Governo. Per fortuna non sembra essere il caso».

Per quanto riguarda le Istituzioni può già indicare gli ambiti dove probabilmente si andrà a risparmiare?
«Nel mio ambito, un po’ come avviene per il DECS, il peso finanziario più importante è generato dai costi del personale. Le misure di risparmio andranno dunque in questa direzione, nell’ottica soprattutto di ottimizzare le diverse organizzazioni e l’utilizzo delle risorse a disposizione. E penso a quei settori dove, grazie alla tecnica che può essere di supporto al lavoro amministrativo, c’è un certo margine di manovra».

Il suo anno di presidenza volge al termine. Tra casellario, accordi fiscali contestati e corsa al Consiglio federale, qual è il suo bilancio?
«Visto che in questi giorni l’hockey è d’attualità, uso una metafora sportiva: pur essendo solo il primo della legislatura è stato un anno simile a una partita di playoff. Il gioco è stato intenso, ma soprattutto siamo riusciti a creare lo spirito di squadra che auspicavo, al di là di visioni differenti e di qualche inevitabile screzio all’interno del collegio governativo. Non è infatti possibile spegnere quel dibattito necessario sulle priorità d’intervento da fissare. Ad assorbirci maggiormente in questi mesi, senza tuttavia impedirci di fare politica e di essere progettuali, è stata inevitabilmente la manovra per riequilibrare le finanze. Sono convinto che questa unità d’intenti possa perdurare anche una volta presentate le diverse misure di risparmio: se penso ad esempio al rischio di strappo annunciato da Bertoli all’ultimo Congresso socialista, noto che al momento non si è affatto concretizzato. E poi con questa intervista in fondo mi espongo dalla parte di Manuele, a dimostrazione che il Governo è concorde nel difendere i provvedimenti collegiali e che nessun consigliere di Stato dev’essere lasciato solo se attaccato. Quanto avverrà in Parlamento, però, potrebbe essere un’altra storia».

Berna è lontana. Per lavorarci

Berna è lontana. Per lavorarci

Da la Regione del 16 marzo 2016
La Svizzera romanda fa lobbying per il futuro direttore federale dell’Ufcl, e il Ticino?

Non è cosa per ticinesi, magari accasati con figli. C’è Mauro Dell’Ambrogio, segretario di Stato per la formazione, ricerca e innovazione del Dipartimento federale dell’economia, rappresentante più significativo a Berna di un Ticino poco avvezzo ai traslochi professionali. E c’è anche Nicoletta Mariolini, delegata federale al plurilinguismo. Poi poc’altro. Lavorare a Berna, per chi abita nella Svizzera italiana, non è scontato. Vuoi perché c’è poco spazio e vuoi perché già quel poco fatica ad essere occupato (per mancanza di profili professionali disponibili). «La questione si poneva già ai tempi in cui ero consigliere nazionale [nel 2010, ndr]» ci dice Norman Gobbi , presidente del Consiglio di Stato, da noi contattato per commentare la discesa in campo della ‘Conferenza dei governi della Svizzera occidentale’ che rivendica la poltrona della direzione dell’Ufficio federale delle costruzioni e della logistica (Ufcl). Un settore, quest’ultimo, che gestisce gli appalti pubblici federali e non sono proprio noccioline. Di più. In passato il Ticino aveva rivendicato l’uso della lingua italiana nella pubblicazione, appunto, dei mandati pubblici. Cosa che si è poi risolta. Resta il fatto che l’Ufficio federale in questione – oggi diretto da Gustave Marchand, d’origine tedesca contrariamente a quanto potrebbe indurre a credere il nome (osserva ‘Le Temps’, ieri in edicola) – nel solo 2014 ha distribuito qualcosa come 5,5 miliardi di franchi nel settore delle costruzioni e materiale militare. Marchand andrà in pensione a fine novembre, come scrive il quotidiano romando, e dunque l’occasione è ghiotta per le rivendicazioni dei Cantoni latini. Meglio, romandi.

«In queste circostanze noi ci muoviamo per conto nostro, anche perché la solidarietà latina spesso si ferma al francese…» commenta Gobbi a proposito di alleanze trasversali per occupare un posto là dove l’Amministrazione federale pesa. «In passato, come deputazione ticinese alle Camere, ci capitava d’incontrare sovente l’allora capa del personale federale e la presenza ticinese era un tema ricorrente. Poi va detto – aggiunge il presidente del governo – che in alcuni settori, vedi la cancelleria, siamo ben rappresentati, mentre in altri, come l’esercito, siamo sotto la media». Ai romandi resta il vantaggio della vicinanza geografica con Berna. Per chi abita a Friborgo o Neuchâtel, recarsi a lavorare nella capitale è cosa facile; tre quarti d’ora in treno. Non è complicato nemmeno da Zurigo o San Gallo. I mezzi pubblici sono veloci e puntuali. Altra cosa per i ticinesi, ostacoli linguistici a parte. Per quanto non si demorde, là dove è fattibile. Tornando alla questione degli appalti federali, un passo avanti è stato fatto con l’introduzione dell’italiano nei capitolati. Poi, è risaputo, coltivare le giuste ‘sensibilità’ per le minoranze linguistiche è un lavoro lungo e paziente. Una lobbying perpetua.