Swiss-Israel Day «La via della pace attraverso la scienza»

Swiss-Israel Day «La via della pace attraverso la scienza»

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 28 maggio 2018 del Corriere del Ticino

All’evento di Lugano, dedicato ai 70 anni dello Stato ebraico, ha partecipato anche il consigliere federale Ignazio Cassis

Aprire un cammino verso la pace attraverso la scienza, questo il messaggio lanciato ieri al Palazzo dei congressi di Lugano in occasione dello Swiss-Israel Day, evento organizzato dall’Associazione Svizzera Israele e nel corso del quale sono stati celebrati i 70 anni di Israele e i 69 anni delle relazioni diplomatiche tra la Svizzera e lo Stato ebraico. Una giornata di festa che non ha però dimenticato i drammi del Medio Oriente, hanno spiegato Adrian Weiss, presidente dell’Associazione Svizzera Israele e Corina Eichenberger-Walther, presidente nazionale dell’ASI. «Il nostro pensiero non è acritico. È chiaro che mettiamo in questione certe mosse dell’attuale Governo, soprattutto quando ci viene chiesto di spiegarle. Il nostro supporto è però continuo, per uno Stato che in 70 anni non ha cessato di dimostrare di essere un Paese democratico». Alla cerimonia hanno partecipato numerosi ospiti e rappresentanti delle istituzioni. «Il nostro auspicio – ha sottolineato il Consigliere federale Ignazio Cassis – è che le buone relazioni tra la Svizzera ed Israele si rafforzino nei prossimi anni. Il legame tra i due Paesi ha a che vedere con la storia, il primo congresso sionista si è svolto proprio a Basilea e altri quattordici sono seguiti in altre città della Svizzera».

Ignazio Cassis ha poi ricordato la nascita dei legami istituzionali tra i due Paesi e l’importanza degli scambi commerciali, sottolineando il potenziale di collaborazione in ambito scientifico e quanto la scienza possa essere un fondamento di pace. In rappresentanza del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha ricordato l’importanza di associazioni come l’ASI per i progetti di integrazione culturale sostenuti dal Cantone. «La Svizzera è un’unione tra popoli di lingua, religione e culture diverse che ha voluto affermare il principio dell’uguaglianza pur mantenendo le proprie peculiarità. Come Cantone stiamo lavorando su queste ricchezze mirando a garantire una coesione sociale per evitare forme di ghettizzazione, esclusione ed emarginazione che potrebbero sfociare in forme di radicalizzazione». «Il futuro del Medio Oriente forse passa proprio attraverso la scienza, proprio come la cultura può contribuire al processo di pace», ha aggiunto Marco Borradori, sindaco di Lugano. Il contributo della scienza alla costruzione del processo di pace è stato al centro dell’intervento di Daniel Zajfam, presidente dell’Istituto Weizmann per le Scienze, uno dei centri di ricerca più importanti del mondo. Zajfman ha spiegato come negli anni Israele abbia raggiunto molti successi nel campo delle innovazioni. «La strategia per raggiungere questi risultati è poter contare sui migliori scienziati ma il fattore più importante è dare loro la libertà di pensiero. Il segreto è fidarsi della loro immaginazione. Nel mondo della scienza è fondamentale inoltre creare una società multiculturale, non c’è modo di avere successo se ci si ferma su un’unica visione». Fuori dal Palazzo dei congressi una cinquantina di persone hanno protestato contro Israele; a tenerli lontani dall’entrata della struttura, gli agenti della polizia cantonale.

Perché non l’avete detto nel 2014?

Perché non l’avete detto nel 2014?

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 28 maggio 2018 de La Regione

I giudici di pace sui dubbi del Consiglio della magistratura: perché non dirlo già nel 2014? In attesa della riforma, l’elezione del prossimo anno avverrà con il sistema attuale. Alain Pedrioli sulla perizia commissionata dal Cantone: ‘Sono ottimista’.

Stupore (e un po’ di rabbia) tra i giudici di pace ticinesi per la presa di posizione del Consiglio della magistratura sulla possibile incostituzionalità della loro funzione.

La tempistica non quadra. O quanto meno stupisce presso i giudici di pace. Perché il Consiglio della magistratura (Cdm) avrebbe già potuto esprimere i dubbi sulla costituzionalità della figura “alla ticinese” già nel 2014, all’interno del gruppo di studio ‘Giustizia 2018’. Sono invece emersi solo di recente, quando il messaggio sulla riorganizzazione delle giudicature stava per lasciare il Consiglio di Stato e approdare sui banchi del Gran Consiglio. Risultato: iter politico bloccato in attesa del parere di due professori dell’Università di Neuchâtel (vedi ‘laRegione’ del 15 maggio scorso) sulla questione. Tutto fermo, dunque. Tanto che le prossime elezioni decennali dei 38 giudici di pace e dei 38 supplenti, in programma il 10 febbraio 2019, avverranno con il sistema attuale. Ad annunciarlo è stato sabato a Bellinzona il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi intervenendo all’assemblea annuale dell’Associazione ticinese giudici di pace. Gobbi si è pure detto sorpreso dalle tempistiche scelte dall’organo che veglia sul funzionamento della giustizia per esprimere i propri dubbi. Lo stesso fa Alain Pedrioli, presidente dell’associazione, da noi interpellato: si dice addirittura «arrabbiato» per quella che ritiene essere una presa di posizione intempestiva. «Ho fatto parte anche io del gruppo di lavoro su ‘Giustizia 2018’. Posso capire che il Cdm ritenga che un giudice debba essere un giurista, ma se così è, lo doveva già dire nel 2014». La consegna del rapporto degli esperti neocastellani è prevista per la fine di giugno e sull’esito il presidente dell’Associazione giudici di pace si dice «ottimista». Qualora non venisse ravvisato nessun problema costituzionale riguardo al mantenimento di un giudice laico sul modello ticinese, da luglio il Dipartimento delle istituzioni ha già annunciato di voler istituire un nuovo gruppo di progetto per approfondire i punti aperti sulla riorganizzazione delle giudicature. «Non andrà stravolta, ma deve sicuramente essere resa più efficace» commenta Pedrioli. Niente taglio dei supplenti, come ipotizzato in un primo tempo, ma piuttosto una riduzione nel numero di giudici per favorire la pratica sul campo.

Formazione obbligatoria
Essenziale sarà poi la formazione di base che, dovrà essere resa obbligatoria: «Attualmente constato assenze durante i corsi annuali (di aggiornamento, ndr). È un peccato. Per noi, che non siamo professionisti della giustizia, la formazione è essenziale». Una mancanza di professionismo che Pedrioli indica come un punto di forza: «Credo che i cittadini vedano di buon occhio il giudice di pace. Spesso sembrano percepirlo come la soluzione ai loro battibecchi, alla difficoltà di parlarsi tipica della società d’oggi. Siamo mediatori e, a volte, proprio il fatto di non essere dei ‘tecnici’ della giustizia aiuta a trovare delle soluzioni».

Forte incremento negli incarti
Oltre 11mila incarti: il 2017 è stato un anno da record per i 38 giudici di pace ticinesi e per i loro supplenti chiamati a dirimere vertenze civili con valori venali inferiori ai cinquemila franchi. Rispetto al 2016, l’aumento è stato di 1’767 casi. Sul totale, 10’915 pratiche sono state evase entro l’anno. Un dato che il presidente dell’associazione di riferimento per il settore, Alain Pedrioli, ritiene estremamente positivo. «Nella maggior parte dei casi riusciamo a giungere a una soluzione definitiva in udienza di conciliazione» rileva. Solo l’1% delle decisioni è stato oggetto di un reclamo e solo il 30% di questi è stato accolto in toto o in parte. «È un buon segnale per noi – rileva Pedrioli –, significa che ci impegniamo per trovare una soluzione, e che quando poi decidiamo, lo facciamo con dovizia». Come spiegare però l’incremento di casi trattati? «È un aumento periodico – rileva il presidente dell’Associazione ticinese dei giudici di pace –, già anni fa si erano superati i 10mila casi. Non credo quindi sia sintomo di una tendenza al rialzo, quanto più un andamento ciclico». Positiva, infine, l’introduzione della presenza di avvocati alle sedute voluta a partire dal 2011, con la riforma del codice di procedura civile. «Si temeva potessero mettere in difficoltà dei giudici non professionisti, invece si è visto come spesso siano proprio i legali a favorire una soluzione consigliando con coscienza i propri clienti».

Discorso pronunciato in occasione dell’inaugurazione della Masseria Cuntitt di Castel San Pietro

Discorso pronunciato in occasione dell’inaugurazione della Masseria Cuntitt di Castel San Pietro

27 maggio 2018

Gentili signore, egregi signori

È un grande piacere essere qui oggi all’inaugurazione della Masseria Cuntitt e porgervi il mio saluto e quello del Consiglio di Stato.
Partecipo sempre molto volentieri ad eventi nel Mendrisiotto, perché è un territorio che mi affascina e per la sua popolazione molto aperta e ospitale. Negli anni ho stretto numerose amicizie in questa regione.

Il paese è in festa perché entra in possesso di una struttura che ha caratterizzato il comune in passato e che dopo lunghi anni di abbandono tornerà a vivere.
I meno giovani tra di voi ricorderanno di aver visitato con la scuola o con i genitori le attività contadine che si svolgevano nella masseria, un sorta di museo all’aperto.
Accanto alla modernità dello sviluppo del comune con i suoi nuovi insediamenti, potrete convivere anche con la realtà del tempo, quando la coltivazione della vigna e del tabacco erano molto diffuse in zona.

So che le procedure per arrivare al risultato odierno non sono state facili: l’obiettivo del restauro ha dovuto superare una votazione comunale chiamata su referendum. Malgrado le argomentazioni dei favorevoli e dei contrari fossero difendibili, il cittadino ha votato con coraggio per il restauro della masseria.
L’impegno finanziario, assorbito in larga misura dal generoso lascito della famiglia Bettex destinato a scopi sociali, è comunque impegnativo per le casse comunali.

I cittadini hanno democraticamente fatto prevalere il desiderio di appropriarsi della masseria, utilizzandola per attività di interesse pubblico.
Il risultato finale, penso di poter dire, giustifica gli sforzi messi in campo per il nobile obiettivo di dare un nuovo impulso alla vita sociale e aggregativa locale.

Il comune, in quest’occasione, ha dimostrato coraggio e progettualità, occupandosi di un progetto di valorizzazione del territorio che va ben oltre le attività di gestione corrente.
Si è affermata un’interessante dinamicità nel modo di proporsi e di tenere aperta una finestra sulla realtà rurale del passato.

Come ho spesso sottolineato, il nostro Cantone necessita di comuni forti, propositivi e responsabili, capaci di offrire servizi di qualità e all’altezza delle aspettative della popolazione.
Per questo trovo un elemento particolarmente arricchente questa nuova opera.
Si è voluto valorizzare il territorio con un’offerta di prestazioni sociali e culturali che contribuiscono a rafforzare il senso di appartenenza alla piccola comunità di Castello.
La struttura, con un lavoro di restauro conservativo di elevata qualità, mantiene la sua caratteristica pur diventando vivace, aperta e soprattutto accogliente.
Verrebbe da dire che c’è un ritorno agli antichi splendori, ma questi nella vecchia fattoria non sono mai esistiti: si doveva solo lavorare in modo duro e con grandi sacrifici, ma nel contempo c’era un forte spirito di vita in comune e in famiglia e tanta saggezza che scaturiva dai racconti nelle corti e dall’osservazione e dall’esperienza quotidiana.

In questo senso Castel San Pietro ha deciso di tutelare e promuovere il proprio patrimonio territoriale e paesaggistico, rinunciando – come spesso succede altrove – alla demolizione delle testimonianze e dei ricordi del passato per lasciare spazio a banali attività di speculazione edilizia.
Nel vostro caso, si è invece voluto mantenere un importante esempio di architettura rurale del Mendrisiotto.

Lo scopo principale di questo restauro è tuttavia di tipo associativo: la nuova struttura vuole ricreare l’ambiente della corte come luogo privilegiato d’incontro intergenerazionale.
La volontà politica è quella di riportare la gente in piazza, facendo rivivere il territorio come succedeva nel passato.

Questo progetto, mi auguro, favorirà un ritorno alla vita aggregativa, a maggior ragione nel mendrisiotto dove tradizionalmente le persone sono molto aperte e socievoli, vicine alle tradizioni e con grande voglia di passare momenti conviviali.
Questa struttura diverrà certamente un nuovo centro di vita del paese, un luogo dove sarà possibile incontrarsi e conoscere nuove persone.
L’osteria e l’enoteca attireranno non solo gli abitanti del luogo, ma anche i ticinesi e i turisti.
Gli abitanti che occuperanno i nuovi spazi abitativi garantiranno una presenza costante nella corte, beneficiando di una qualità di vita invidiabile.

Da cultore delle tradizioni, sono sicuro – anzi ne sono certo – che la voglia di vita nelle corti tanto care a tutti voi amici Momò potrà dunque continuare a manifestarsi in modo sano e genuino.

Buona festa a tutti!

Servizio all’interno dell’edizione di domenica 27 maggio 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10517618

Discorso pronunciato in occasione dello Swiss Israel Day a Lugano

Discorso pronunciato in occasione dello Swiss Israel Day a Lugano

27 maggio 2018

Gentili signore, egregi signori

Vi saluto a nome del Consiglio di Stato e vi ringrazio per l’invito a partecipare a questo evento annuale dello Swiss Isreal Day, a conclusione quest’anno dell’Assemblea nazionale dei delegati dell’Associazione Svizzera-Israele, nell’anniversario della celebrazione per i 70 anni dalla costituzione dello Stato di Israele.
Il significativo sodalizio di amicizia tra i due paesi, fondato nel 1958 dall’Associazione Svizzera-Israele con Sezioni in ogni Cantone, testimonia la vitalità e il merito di questa modalità aggregativa che favorisce la conoscenza reciproca e la condivisione di culture e valori fondamentali sui quali si basa la nostra società.

Così facendo l’ASI interpreta e contribuisce fattivamente al raggiungimento dei tre obiettivi principali fissati in maniera congiunta da Confederazione e Cantoni nell’ambito del Programma di integrazione cantonale (PIC): il primo è di rafforzare la coesione sociale sulla base dei valori sanciti dalla Costituzione federale, il secondo è di promuovere un atteggiamento di reciproca attenzione e tolleranza nella popolazione residente autoctona e straniera e infine il terzo è di garantire pari opportunità di partecipazione degli stranieri alla vita economica, sociale e culturale della Svizzera.

Il lavoro finora svolto dal mio Dipartimento con il Servizio per l’integrazione degli stranieri, ha permesso di concretizzare questi obiettivi generali con la realizzazione di oltre 90 progetti promossi da enti, associazioni, organizzazioni, comunità di stranieri e strutture ordinarie.

Uno degli obiettivi principali del nuovo PIC (2018-2021) è il maggiore e migliore coinvolgimento dei Comuni, il primo punto di contatto tra la popolazione straniera e le istituzioni, che rivestono un ruolo fondamentale nel processo d’integrazione sul nostro territorio.

Fra i progetti sostenuti dal Programma di integrazione cantonale troviamo anche quelli proposti dall’Associazione Svizzera-Israele Sezione Ticino, con incontri, conferenze, ricerche, momenti di condivisione di carattere socio-culturale, come per esempio, lo spettacolo di quest’anno presso il Teatro Foce di Lugano “ La farfalla risorsa” con letture e musiche ebraiche tra i primi del Novecento e gli anni della Shoah a Terezin.
Di particolare rilievo e importanza evidenzio la commemorazione annuale della Giornata della Memoria del 27 gennaio, che nel 2016 ha registrato un evento eccezionale presso il LAC con il concerto della German Radio Symphony Orchestra con due cori (israeliano e tedesco) per un totale di 150 elementi.

Con piacere saluto e ringrazio Adrian Weiss, presidente dell’ASI Ticino dal 2010, sempre attivo e propositivo anche quale membro autorevole della rinnovata Commissione cantonale per l’integrazione degli stranieri presieduta dal 2017 da Omar Gianora che saluto cordialmente.
La Svizzera è e rimane il frutto dell’unione fra popoli di lingua, religione e cultura differenti, che ha voluto affermare il principio dell’uguaglianza pur mantenendo ognuno le proprie peculiarità.
Dal 1291 il nostro paese è unito nella diversità, fonte di ricchezza per tutti.
Ed è proprio facendo convivere pacificamente persone diversissime fra loro che abbiamo costruito la nostra democrazia unica al mondo e invidiata a molti.
Il nostro è un paese nel quale la diversità non ci fa paura e dove l’uguaglianza non è definita dall’appiattimento delle identità regionali, bensì dai diritti ai quali tutti possono accedere se rispettano le regole.
Siamo un Paese che rappresenta un modello riuscito di integrazione: un processo quello dell’integrazione più che mai necessario ai giorni nostri.
Grazie agli strumenti che abbiamo messo a disposizione dei numerosi stranieri presenti sul nostro territorio, diamo loro l’opportunità di conoscere chi siamo, apprezzare le nostre tradizioni e farle proprie, senza per questo chiedere loro di dimenticare la loro storia e la loro provenienza.

Come Cantone stiamo lavorando per poter garantire un’adeguata coesione sociale.
Dobbiamo insistere per evitare fenomeni di ghettizzazione, di esclusione e di emarginazione che potrebbero sfociare in forme di radicalizzazione violenta e rappresentare una possibile minaccia per tutti noi, se non scoperte per tempo e gestite correttamente.
Nei prossimi mesi il mio Dipartimento metterà a disposizione della popolazione un portale internet di prevenzione su questo tema.

In questo modo sono certo che potremo scongiurare anche la possibilità che si creino delle pericolose società parallele, nelle quali si potrebbero istaurare delle ideologie estremiste, e impegnarci quindi a favore di una maggiore sicurezza per tutta la popolazione residente in Ticino.

Il mio appello è di affrontare il presente e il futuro con razionalità ed equilibrio, identificando le paure senza banalizzarle, assicurando l’incontro fra culture diverse e chiedendo a tutti il rispetto della convivenza civile democratica e liberale.

Nuotare in sicurezza grazie a prevenzione e sorveglianza

Nuotare in sicurezza grazie a prevenzione e sorveglianza

Modello di prevenzione apprezzato in Svizzera

Negli scorsi giorni è stata presentata la campagna di prevenzione per l’imminente stagione balneare. Durante la conferenza stampa mi sono commosso ascoltando le parole di Laura Basile, che lo scorso anno ha perso il marito in un incidente di canyoning in Valle Maggia. Suo marito, un professionista di questa pratica sportiva, è stato una delle cinque vittime del 2017. Sono tragedie che ci toccano da vicino e che vogliamo davvero evitare che si ripetano. Ringrazio la signora Basile per aver rafforzato il messaggio della nuova campagna con la sua toccante testimonianza. L’impegno del mio Dipartimento in collaborazione con la Commissione consultiva del Consiglio di Stato, dal 2001 ha permesso di conseguire risultati concreti. L’obiettivo resta sempre quello di elaborare una strategia comune di prevenzione e sorveglianza così da ridurre il numero di morti per annegamento.

Il passaggio da “Fiumi sicuri” a “Acque sicure”
Le statistiche dimostrano che gli specchi d’acqua ed i fiumi nascondono delle insidie. Da alcuni anni sono inoltre aumentati gli incidenti nei laghi, solitamente considerati meno impegnativi per l’assenza di mulinelli o l’innalzamento improvviso delle acque anche durante le giornate di bel tempo. Questa tendenza è dovuta a diversi fattori, tra i quali la scarsa conoscenza dei pericoli e dei propri limiti. Penso in particolare ai bambini ma anche agli anziani, senza dimenticare i migranti che hanno difficoltà nel nuoto. Le situazioni di rischio aumentano anche con l’apertura di nuove aree balneari. Ho così deciso di estendere le misure di prevenzione alle grandi superfici d’acqua, monitorando anche i luoghi di balneazione pubblica, con l’ampliamento del concetto da “Fiumi sicuri” a “Acque sicure”. La riduzione degli incidenti e degli annegamenti in Ticino si è verificata nonostante l’incremento del numero di bagnanti, ai quali vanno aggiunti gli appassionati delle attività sportive estreme e i numerosi turisti che raggiungono il nostro Cantone durante l’estate.

La sensibilizzazione sempre più puntuale
Il risultato positivo ottenuto nel corso degli anni è stato favorito da un’ampia attività di sensibilizzazione per coinvolgere le persone che non valutano o non sanno riconoscere le possibili situazioni di difficoltà. La nuova campagna pone l’accento sul senso di responsabilità che ognuno di noi è sempre chiamato a dimostrare nei contesti acquatici. Il rischio è sempre presente e fortemente connesso al nostro comportamento. Per l’occasione sono stati utilizzati supporti cartacei nelle tre lingue nazionali e in inglese e multimediali per avvicinare un ampio pubblico, dai bambini fino alle associazioni sportive. Una serie di video, proposti sui social media, presenteranno le principali situazioni di pericolo con cui si potrebbe essere confrontati. Gli opuscoli informativi, tradotti anche nelle principali lingue dei migranti grazie a un credito della Confederazione ottenuto tramite il Servizio integrazione degli stranieri del Dipartimento, e altro materiale promozionale saranno distribuiti agli operatori turistici, nei lidi e in numerosi esercizi pubblici. Verrà riproposto il servizio di pattugliamento quotidiano lungo i fiumi Maggia e Verzasca, e nel fine settimana e nei giorni festivi nella zona del Meriggio di Losone e alla Foce del Cassarate, mentre per gli appassionati di canyoning sarà attiva un’infoline delle officine idroelettriche. Di fondamentale importanza pure l’aiuto dei comuni nella posa di cartellonistiche specifiche lungo i fiumi e le rive dei laghi.

I contenuti di questo progetto, lanciato ormai 17 anni fa, e soprattutto i risultati ottenuti sono stati apprezzati dagli addetti ai lavori di altre regioni della Svizzera, tanto da farne un modello a cui ispirarsi nel piano federale di sicurezza delle acque. Di questo sono orgoglioso poiché l’attestazione di stima conferma la bontà del lavoro svolto. Non è un punto di arrivo, bensì un punto di partenza e per questo mi auguro di poter contare anche in futuro sulla collaborazione di tutti i partner operativi, tra cui le società di salvataggio e i comuni. La sicurezza sul nostro territorio passa anche dalle nostre acque.

Discorso in occasione dell’Assemblea ticinese dei giudici di pace

Discorso in occasione dell’Assemblea ticinese dei giudici di pace

Servizio all’interno dell’edizione di sabato 26 maggio 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10514444

Bellinzona, 26 maggio 2018

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore, egregi signori

è con il consueto piacere che porgo a voi tutti il saluto del Consiglio di Stato e del Dipartimento delle istituzioni in occasione dell’Assemblea annuale dell’Associazione ticinese dei giudici di pace.
Un saluto che non può che essere incentrato su un tema d’attualità che riguarda da vicino le Giudicature di pace, ovvero quello relativo alla riorganizzazione del settore, le cui discussioni sono iniziate nel 2013 nel contesto del progetto denominato “Giustizia 2018”.
Il progetto generale di riforma della Giustizia ticinese continua sotto l’egida della Divisione della giustizia, coinvolgendo tutti gli interessati, e sta seguendo la sua strada, talvolta anche in salita.
Un progetto che ha avuto e sta avendo il merito di far discutere gli attori coinvolti su temi importanti relativi alla Giustizia ticinese e alla necessità di dotare il nostro Cantone di un apparato giudiziario moderno, efficace ed efficiente, che risponda alle esigenze dei cittadini.
Nello specifico delle Giudicature di pace, rammento come nel 2013 il Consiglio di Stato abbia costituito un apposito Gruppo di lavoro, coordinato dall’allora Direttore della Divisione della giustizia Giorgio Battaglioni e del quale facevano parte l’ex Presidente dell’Associazione ticinese dei giudici di pace Alfio Indemini nonché l’attuale Presidente Alain Pedrioli.
Le risultanze del Gruppo di lavoro sono quindi sfociate in un progetto di Messaggio governativo posto in consultazione dal Dipartimento delle istituzioni, e per esso dalla Divisione della giustizia, ad inizio del 2018; consultazione dalla quale sono scaturiti alcuni aspetti che necessitano di ulteriori approfondimenti.
Avantutto v’è l’ormai nota – dato che è stata altresì riportata dai media –, presa di posizione del Consiglio della Magistratura, mediante la quale l’organo di vigilanza del Potere giudiziario ha espresso i propri dubbi sulla costituzionalità della figura del giudice di pace ticinese, in particolare dal profilo della sua formazione di base, basandosi su una sentenza del Tribunale federale del 2007.
Una presa di posizione che stupisce segnatamente a livello delle tempistiche, dato che il Consiglio della Magistratura era già presente a suo tempo all’interno del Gruppo di lavoro istituito nell’ambito di “Giustizia 2018”.
Accanto alla presa di posizione del Consiglio della Magistratura, che pone delle questioni rilevanti per quanto attiene all’essenza della figura del giudice di pace ticinese, durante la procedura di consultazione sono stati evidenziati altri elementi di natura maggiormente operativa che esigono di ulteriori approfondimenti.

Tra di essi si segnala

  • il carico di lavoro stimato per giudice di pace alla base del nuovo assetto dei circondari (400-450 incarti all’anno per giudice di pace), da rivalutare in base alla reale e diversificata attività del giudice di pace;
  • lo statuto del giudice di pace all’interno dell’Amministrazione cantonale, da chiarire, in particolare a livello previdenziale, a fronte pure del nuovo sistema retributivo proposto;
  • il ruolo del giudice di pace supplente, la cui eventuale abolizione potrebbe comportare un impatto sull’attività complessiva del settore da verificare;
  • l’ambito legato alla formazione di base e continua dei giudici di pace, ritenuto da più parti – a cominciare dal Dipartimento delle istituzioni – prioritario e da rafforzare.

In sostanza, dunque, dalla procedura di consultazione è emerso un quadro differente rispetto a quello ipotizzato dal Gruppo di lavoro di “Giustizia 2018”, che esige un ulteriore esame.
Un quadro per il quale il Dipartimento delle istituzioni ha prontamente reagito, unitamente al Consiglio di Stato che di recente ha preso le seguenti decisioni.
Da un lato, il Governo ha richiesto un parere giuridico esterno a due Professori di diritto dell’Università di Neuchâtel riferito alla costituzionalità del giudice di pace ticinese, il cui termine di consegna è previsto indicativamente entro la fine del mese di giugno 2018.
Dall’altro, il Consiglio di Stato, su proposta del Dipartimento delle istituzioni, istituirà un Gruppo di progetto che, con uno spirito volto alla concretezza, approfondisca i punti aperti della riorganizzazione, proponendo al Governo delle misure puntuali tese a migliorare l’attività del settore.
L’inizio dei lavori del Gruppo di progetto è atteso per il prossimo mese di luglio, dopo la consegna del parere giuridico esterno.
Il Gruppo di progetto sarà composto primariamente dai rappresentanti della Divisione della giustizia e dell’Associazione ticinese dei giudici di pace, che si avvarranno del supporto dei vari attori settoriali a dipendenza delle tematiche affrontate (vedi ad esempio sistema previdenziale, onorari e formazione).
L’opportunità di istituire un Gruppo di progetto è rafforzata dal rinvigorito rapporto istituzionale tra il Dipartimento delle istituzioni, e per esso la Divisione della giustizia, e l’Associazione ticinese dei giudici di pace, che più di tutti può toccare con mano la condizione generale delle Giudicature di pace.
Un rapporto istituzionale i cui canali di dialogo e collaborazione sono contraddistinti da uno spirito costruttivo, che ha preso forma di recente nella formazione continua inerente alla procedura civile, avviata con una buona rispondenza nel mese di aprile grazie alla disponibilità del Pretore di Lugano avv. Francesco Trezzini, che tengo a ringraziare nuovamente in questa sede.
Questo ciclo di formazione s’inserisce coerentemente con l’irrobustimento della formazione dei giudici di pace, oggetto anche del progetto di Messaggio di riorganizzazione, ritenuto una priorità.
In questo senso, il Dipartimento delle istituzioni intende proseguire con la politica di rafforzamento della formazione dei giudici di pace in collaborazione con l’Associazione: in discussione v’è ad esempio una formazione di base obbligatoria per i nuovi giudici e giudici supplenti eletti.

In conclusione di questo mio intervento – e alla luce di quanto espostovi brevemente –, vi confermo che, vista l’impossibilità di procedere in tempi rapidi con una riforma complessiva delle Giudicature di pace, per il prossimo rinnovo delle cariche, previsto nel 2019, verrà mantenuto il sistema attualmente in vigore.
Come sapete, il 10 febbraio 2019 sono in programma le votazioni popolari per i 38 giudici di pace e i 38 giudici di pace supplenti nei 38 circoli del Cantone, alla luce della scadenza del mandato decennale 2009-2019 al
31 maggio 2019.
Nel prossimo periodo decennale di nomina, il Consiglio di Stato procederà quindi con una revisione puntuale secondo gli approfondimenti effettuati dal Gruppo di progetto – all’interno del quale l’Associazione ticinese dei giudici di pace svolgerà, come detto, un ruolo centrale – e dal Dipartimento delle istituzioni.
In quest’ottica, un fattore essenziale sarà trovare il giusto equilibrio tra le necessità organizzative e quelle legate al mantenimento dei valori che contraddistinguono la figura del giudice popolare ticinese, che il Dipartimento delle istituzioni auspica emergano nel parere giuridico esterno.
Il rischio, infatti, sul quale attiro la vostra attenzione e che vi propongo quale spunto di riflessione in questa giornata dedicata al giudice di pace, è che un’organizzazione troppo “strutturata” – non solo in termini organizzativi – porti infine a snaturare la figura del giudice di pace popolare senza formazione giuridica di base, con contestuale perdita di una figura giudiziaria laica eletta dal popolo.
Una dinamica che il Dipartimento delle istituzioni vuole scongiurare, valorizzando la figura del giudice di pace anche mediante il rafforzamento, già in atto, della formazione, e altre misure che verranno implementate con l’obiettivo di migliorare l’attività di questo peculiare quanto fondamentale settore della Giustizia ticinese, che più di tutti è vicino al cittadino e al territorio.

Sicurezza stradale: prosegue la campagna «Rifletti»

Sicurezza stradale: prosegue la campagna «Rifletti»

La campagna di sensibilizzazione «Rifletti» è stata presentata anche durante la Giornata cantonale dedicata all’educazione stradale, promossa ieri al padiglione Conza di Lugano dal TCS e dai corpi di polizia. L’azione lanciata dal Dipartimento delle istituzioni, con l’obiettivo di richiamare gli utenti della strada alle loro responsabilità, proseguirà ora con la partecipazione ad altri eventi.

«In strada la responsabilità è di tutti». È questo lo slogan della campagna di sensibilizzazione «Rifletti», lanciata nelle scorse settimane dal Dipartimento delle istituzioni – in collaborazione con i partner della Commissione «Strade sicure» – per promuovere una condotta responsabile sulle strade ticinesi.

In occasione della Giornata cantonale di educazione stradale promossa ieri dal TCS e dai corpi di polizia allestito al padiglione Conza di Lugano – e dedicata essenzialmente a promuovere un comportamento sicuro sulla bicicletta – la campagna «Rifletti» è stata presentata grazie a uno stand informativo. Nella postazione, oltre 170 allievi di scuole elementari di tutto il Cantone hanno potuto imparare quanto sia importante muoversi con prudenza, mantenere costantemente lo sguardo sul campo stradale e rendersi maggiormente visibili. La manifestazione ha inoltre permesso ai bambini di sfidarsi in una serie di prove e di test: i quattro vincitori – premiati da Joel Camathias, uno dei testimonial della campagna – si sono ora qualificati per il concorso europeo AIT di educazione stradale, in programma a Budapest (Ungheria) nel prossimo mese di settembre.

 

Area Infocentro ad uso militare

Area Infocentro ad uso militare

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 25 maggio 2018 de La Regione

Ex cantiere AlpTransit a Pollegio: approvata la pianificazione. Ancora in corso trattative per la vendita. Secondo il Comune, capofila nelle Tre Valli per un utilizzo regionale dell’ex Infocentro, l’impiego dei terreni da parte dell’esercito non preclude la possibilità di acquistare lo stabile

Approvata la pianificazione per la piazza d’istruzione delle truppe sanitarie nell’ex cantiere, il Municipio ritiene possibile la coesistenza con un utilizzo regionale dello stabile.

Terreni e stabile che ospitava l’Infocentro sono ancora di proprietà di AlpTransit e le trattative con armasuisse sono sempre in corso, ma la pianificazione permette già l’impiego degli ex sedimi del cantiere per il tunnel ferroviario più lungo del mondo per scopi di istruzione militare legati alle truppe sanitarie. Dopo la fase di consultazione dello scorso autunno, è infatti stata approvata la parte programmatica del Piano settoriale militare che prevede per Pollegio quale attività principale l’istruzione sanitaria. Periodo previsto per l’utilizzo: almeno dieci anni. Considerato il diritto di prelazione della Confederazione, si tratta di uno scopo che preclude le intenzioni dei Comuni leventinesi, bleniesi e rivieraschi di far acquisire lo stabile alla Regione Tre Valli e utilizzarlo per scopi sociali? «Sono convinto che entrambi gli scopi possano convivere in modo armonioso su questi sedimi. E anzi ritengo che la presenza di un centro regionale con diversi servizi genererebbe valore aggiunto per tutti gli attori coinvolti». Così risponde il sindaco di Pollegio John Mercoli. Il Comune bassoleventinese, ricordiamo, ha inviato una lettera ai 14 Comuni delle Tre Valli alla ricerca di sostegno regionale all’idea di sfruttare l’ex Infocentro per il servizio Spitex: tutte le risposte giunte finora sono state positive (mancano all’appello ancora tre Comuni). Stando a nostre informazioni, armasuisse sarebbe interessata più ai sedimi che all’edificio, che potrebbe dunque essere acquistato da un altro acquirente. Come spiega da noi contattato il direttore del Dipartimento istituzioni (Di) Norman Gobbi, «anche se l’area che si prevede di inserire nel Piano settoriale è ampia, i militari la utilizzerebbero saltuariamente occupando una superficie limitata, come avvenuto fino ad ora ai Saleggi». E a tal proposito il sindaco Mercoli sottolinea che il Comune farà tutto il possibile affinché i sedimi vengano dati in concessione agli agricoltori di Pollegio quando non utilizzati dalle forze militari.

La decisione sulla vendita spetterà in ogni caso ad AlpTransit, ma gli attori coinvolti nelle trattative sono più di uno. Un tassello fondamentale del puzzle riguarda le trattative per l’acquisto dei terreni alla Saleggina di Bellinzona (attualmente della Confederazione) da parte del Cantone per realizzare il nuovo ospedale regionale. Qui la Città di Bellinzona dispone dello stand di tiro – il Piano di utilizzazione cantonale per la realizzazione di un centro di addestramento e poligono di tiro al Monte Ceneri in sua sostituzione è stato approvato lo scorso gennaio dal Gran Consiglio – mentre l’esercito utilizza la piazza d’istruzione per le truppe sanitarie, che come detto potrebbero trasferirsi a Pollegio. Due discussioni separate ma congiunte: una volta raggiunto l’accordo per trasferire tutte e due le attuali attività della Saleggina, si sbloccherebbe l’iter per vendere al Cantone. «È nostra intenzione mediare tra le parti in modo che le trattative possano andare a buon fine garantendo quindi che la truppa possa continuare a rimanere sul territorio ticinese e che i progetti d’importanza cantonale vengano finalizzati», sottolinea il ministro Gobbi. Stesso auspicio di Mercoli, che fa notare la situazione di win-win che si verrebbe a creare: se la Confederazione acquista i sedimi di Pollegio per l’istruzione sanitaria e lascia ai Comuni la possibilità di usufruire dell’Infocentro, il terreno della Saleggina potrebbe essere acquistato dal Cantone e il progetto dell’Ente ospedaliero prenderebbe forma. Due sono però le incognite: l’interesse o meno di armasuisse a entrare in possesso anche dell’Infocentro e il ricorso al Tram del Comune di Monteceneri contro la realizzazione del nuovo poligono di tiro sul proprio territorio.

Tra i casi di precedenti penali anche crimini legati alla mafia

Tra i casi di precedenti penali anche crimini legati alla mafia

Intervista pubblicata nell’edizione di venerdì 25 maggio 2018 del Corriere del Ticino

Sono passati più di 3 anni dall’introduzione dell’obbligo di presentazione del casellario. Si può parlare ancora, come all’origine, di misura che crea tensioni?
«Direi proprio di no. Come ebbi a dire già nel 2015, nessun cittadino straniero si è mai opposto all’introduzione di questa misura, a dimostrazione del fatto che non era discriminatoria come tanti volevano e vogliono far credere. È stata introdotta unicamente come un’azione a tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico in Ticino, i cui benefici ricadono anche sui cittadini stranieri che risiedono e lavorano onestamente sul nostro territorio. Una misura che nel corso degli anni ha trovato il consenso prima popolare e poi del Parlamento cantonale che ha promosso due iniziative a suo favore a livello federale. È innegabile che strumenti come il casellario ci permettono di ottenere informazioni complete sulle persone che intendono trasferirsi o lavorare in Ticino. D’altra parte non sono l’unico a battersi per il controllo dell’immigrazione, anche i cittadini ticinesi lo hanno più volte ribadito nelle votazioni popolari».
Chi critica il provvedimento parla di permessi negati alla luce di precedenti penali di scarsa rilevanza. È così o negli ultimi mesi avete individuato qualche caso più pericoloso di altri?
«Dalla sua introduzione la misura sul casellario ci ha permesso di negare il rilascio di un permesso a 201 persone che avevano commesso reati – anche molto gravi – nel proprio paese d’origine. Tra questi, abbiamo impedito l’entrata in Ticino di chi aveva commesso reati quali il sequestro di persona e rapina, o ancora a chi per più volte deteneva sostanze stupefacenti e le rivendeva ad altre persone. Condanne con una pena detentiva di oltre tre anni, come prevede la giurisprudenza in materia. Ma un dato che non va dimenticato è che tra questi casi risultavano anche persone condannate per crimini legati alla mafia».
Ancora di recente il Governo ha ribadito l’interesse nella firma dell’accordo fiscale con l’Italia. In caso di intesa, il casellario salta. Ma allora Gobbi da che parte sta?
«Ovviamente sto dalla parte del casellario che conferma anche in questi mesi la sua valida efficacia contro l’arrivo sul nostro territorio di persone indesiderate. Non l’avevo nascosto nemmeno lo scorso anno quando la maggioranza del Consiglio di Stato optò per favorire la firma dell’accordo sui frontalieri, impegnandosi – loro – a voler togliere questa misura al momento del formale accoglimento del trattato. Nel corso degli anni ho introdotto una serie di misure nel settore cantonale della migrazione allo scopo di garantire un maggior controllo sulle persone che intendono vivere o lavorare nel nostro Cantone. La richiesta sistematica del casellario giudiziale è una di queste: una misura a tutela dell’ordine pubblico. Se questa misura cadrà – per volontà dei colleghi di Governo – il Ticino non potrà più verificare i precedenti penali dei cittadini stranieri. È davvero un peccato, perché nel momento che a gran voce da più parti si chiedono misure più incisive per contrastare fenomeni come la criminalità organizzata, si dovrà – nostro malgrado – ritornare al regime dell’autocertificazione con tutti i limiti che questo comporta, visto che in passato persone con condanne nel proprio Paese avevano sottaciuto e quindi ottenuto il permesso di risiedere o lavorare sul nostro territorio. Senza casellario il lavoro di verifica aumenterebbe ulteriormente e il rischio aumenterà; insomma, più spesa e meno efficacia».
Sul tavolo del Governo c’è la richiesta di Claudio Zali di bloccare i ristorni. Un sì alla proposta non significherebbe utilizzare un metro differente rispetto a quello adottato con il casellario, il cui abbandono in prospettiva è stato pensato come gesto distensivo verso l’Italia?
«A dire il vero, con il collega Claudio Zali, mi sono opposto all’abolizione della misura sul casellario giudiziale, coerentemente con l’obiettivo della misura. Per quel che concerne il blocco dei ristorni, saremo ancora in prima fila a sostenerlo. Saranno invece i nostri colleghi di Governo a confrontarsi con gli umori contrastanti nei loro partiti, con il rischio di dover utilizzare un metro differente».

Sicurezza: il casellario ha fatto centro 201 volte

Sicurezza: il casellario ha fatto centro 201 volte

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 25 maggio 2018 del Corriere del Ticino

Ecco l’impatto della misura per il rilascio dei permessi di dimora e per frontalieri a tre anni dalla sua introduzione Negli ultimi dodici mesi le decisioni negative sono salite di 82 unità – Thomas Ferrari: «Stiamo rimediando ai ritardi»

Sono trascorsi poco più di 3 anni dall’introduzione, in Ticino, dell’obbligo di presentazione del casellario giudiziale per il rilascio o il rinnovo di permessi di dimora (B) o per frontalieri (G). La misura, voluta dal direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi nell’aprile del 2015, è stata periodicamente al centro di discussioni e tensioni, in particolar modo sull’asse Berna-Roma. Lo scorso anno il Consiglio di Stato ha annunciato che sarà abolita una volta ratificato il nuovo accordo fiscale sull’imposizione dei frontalieri. Il provvedimento, visti anche i rallentamenti sul fronte italiano, è però tutt’ora in vigore. Con le domande di nuovi permessi, sono in tal senso cresciute anche le decisioni negative della Sezione della popolazione a fronte di condanne o procedimenti penali pendenti scovati proprio grazie al filtro del casellario. Sì perché il numero totale di persone a cui è stato negato il permesso da aprile 2015 al 31 marzo 2018 è salito a 201. Ossia 82 in più rispetto a un anno fa e 40 in più a fronte del dato di fine luglio 2017. In media negli ultimi 12 mesi l’autorità cantonale ha bloccato 6,8 permessi al mese. Detto questo, le decisioni negative incidono in minima parte sul totale dei casi trattati. Su 73.579 domande esaminate dalla Sezione della popolazione, in 73.062 occasioni la procedura si è infatti conclusa con il rilascio o il rinnovo del permesso. A essere valutati nel dettaglio alla luce di elementi di natura penale emersi sono per contro stati 517 casi, dai quali come detto sono sfociati i 201 divieti di presenza sul nostro territorio.
Ma come stanno reagendo i numerosi frontalieri a fronte del mantenimento di una misura originariamente straordinaria alla quale è inoltre stata affiancata la nuova prassi dell’Ufficio della migrazione, con l’obbligo di recarsi nei posti di gendarmeria per ottenere un permesso G? «Uno dei primi benefici della riorganizzazione è sicuramente il fatto che i nostri utenti non devono più recarsi allo sportello per depositare le domande» spiega in merito il capo della Sezione della popolazione Thomas Ferrari. Per poi precisare: «Nei casi in cui è necessario un incontro con l’autorità, la persona straniera è ricevuta su appuntamento e non deve pertanto più sobbarcarsi le lunghe code agli sportelli alle quali eravamo abituati in passato. Le nuove procedure hanno lo scopo di migliorare l’efficienza nella trattazione delle pratiche mantenendo alti gli standard di controllo». Da qui un primo bilancio che Ferrari giudica positivo: «Da dicembre dello scorso anno – ovvero da quando la nuova impostazione è entrata a pieno regime – non abbiamo più accumulato ritardi sulle nuove richieste di permessi di dimora. Siamo uno dei servizi maggiormente sollecitati dall’utenza e le cifre lo confermano. Basti pensare che lo scorso anno abbiamo ricevuto quasi 145mila pratiche e abbiamo emesso 75mila decisioni formali. Negli scorsi anni abbiamo accumulato dei ritardi ai quali stiamo cercando di porre rimedio».