Minacce e atti violenti nel mirino della prevenzione

Minacce e atti violenti nel mirino della prevenzione

Attenzione ai segnali d’allarme rilevabili
La strage evitata alla Scuola cantonale di commercio ha riportato d’attualità il tema della prevenzione per quanto concerne le persone minacciose e pericolose. Fortunatamente, in questo caso la situazione si è risolta senza che qualcuno abbia corso dei rischi, anche grazie all’intervento e all’analisi operativa effettuata dal Servizio Gestione Cantonale Persone Minacciose e Pericolose, che si occupa di questa problematica all’interno della Polizia cantonale.
La sua creazione, che ho fortemente voluto per analizzare e combattere il fenomeno, si inserisce nel contesto più vasto di gestione preventiva delle differenti forme di minaccia. Entrato in funzione agli inizi del 2017, si occupa di persone che seppur non abbiano ancora (necessariamente) commesso un reato, adottano comportamenti inadeguati, ad esempio proferendo minacce o lasciando presupporre un reale rischio di passaggio all’atto violento.

La capacità di riconoscere i rischi potenziali
I gravi atti di violenza sono spesso preceduti da segnali d’allarme rilevabili dall’ambiente circostante. L’obiettivo è di riconoscere per tempo i possibili rischi così da predisporre un intervento puntuale. Ciò può succedere unicamente se le informazioni conosciute vengono segnalate e correttamente gestite, in modo da scongiurare dolorosi atti di violenza.
La maggior parte dei casi riscontrati emergono dal monitoraggio quotidiano delle attività di polizia, dal quale risultano eventi e segnalazioni riguardanti comportamenti di persone potenzialmente pericolose (per se stessi o per terzi) o minacciose. Il Servizio dedica particolare attenzione al numero crescente di casi di violenza domestica e alle minacce contro i funzionari degli uffici dell’Amministrazione cantonale. Modi di agire che dimostrano un certo degrado nella nostra società.
Il coinvolgimento di soggetti considerati come casi “psichiatrici” è riscontrabile in un’ampia parte della casistica. Ne fanno parte le persone che adottano comportamenti inadatti come stalker e “querulomani” (persone che effettuano invii ricorrenti e insistenti di mail, telefonate assillanti, ripetute denunce e querele) nonché le persone che proferiscono minacce o che per loro attitudine lasciano presupporre un reale pericolo. E’ infine fondamentale predisporre la possibilità di un sostegno psicofisico alle persone che subiscono le morbose attenzioni.

La gestione delle minacce: riconoscere – valutare – disinnescare
Diverse forme di criminalità come l’omicidio da parte del convivente, furia violenta e omicida, la violenza sul posto di lavoro, presentano delle caratteristiche d’azione comuni.
Nella gestione delle minacce, il primo aspetto riguarda l’identificazione di comportamenti potenzialmente a rischio. Nella seconda fase la persona viene valutata con strumenti di analisi particolari, facendo anche capo, se opportuno, a una rete di specialisti esterni per riconoscere quando un rischio è presente e in caso positivo quanto è alto. La gestione delle minacce è in ogni caso un processo continuo che considera il rischio come dinamico e mutevole. Nella terza fase, professionisti collaborano per ricondurre il rischio. Con il passare del tempo e una maggiore consapevolezza sono aumentate le segnalazioni spontanee.

Questo servizio posso dire che ha contribuito in maniera decisiva, assieme alle segnalazioni degli allievi e dei docenti, a scongiurare una tragedia senza paragoni per il nostro Cantone. La scelta di introdurre questo nuovo Servizio si è dunque dimostrata opportuna nell’interesse della sicurezza di tutti. Con il passare del tempo esiste inoltre una maggiore consapevolezza e le segnalazioni spontanee sono aumentate. Come sempre, faccio affidamento sul vostro ruolo tanto prezioso di sentinelle sul territorio.

 

Stesse risorse, più qualità

Stesse risorse, più qualità

Servizio all’interno dell’edizione di venerdì 18 maggio 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10487084


Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 19 maggio 2018 de La Regione

Dal 2019 alla Stampa saranno creati tre comparti speciali per i detenuti più problematici
Norman Gobbi: “L’aumento dei detenuti non ha portato a un calo della qualità, che resta ottima. Ma si può sempre migliorare”

Il Penitenziario cantonale della Stampa vedrà presto una nuova sezione al proprio interno. Nel maggio del prossimo anno, infatti, entreranno in funzione degli spazi destinati a detenuti che necessitano di «una gestione particolare». Saranno creati un comparto di alta sicurezza, uno per detenuti tossicodipendenti e un comparto per reclusi con patologie psichiatriche «maggiori».
Lo ha comunicato Stefano Laffranchini, direttore delle Strutture carcerarie cantonali, intervenendo alla presentazione, indetta dal Dipartimento istituzioni, dei dati 2017 relativi alle prigioni ticinesi. Il primo comparto, quello di alta sicurezza, «si è reso necessario per gestire meglio le situazioni che necessitano due agenti per ogni detenuto» rileva Laffranchini. Poter concentrare in un solo luogo i detenuti tossicodipendenti e chi è affetto da disturbi psichiatrici, invece, «risponde sia alla necessità di aumentare la sicurezza, sia di poter sviluppare un percorso mirato».
Anche perché è una soluzione che accontenta tutti: «La loro gestione non andrà a irrigidire la quotidianità nel penitenziario, non cambierà nulla per i detenuti. Sarà garantita una miglior presa a carico di queste categorie di detenuti» assicura il direttore delle Strutture carcerarie cantonali. Un’altra novità sarà quella dell’istituzione del nuovo Servizio medico carcerario, già decisa dal Consiglio di Stato nel dicembre dell’anno scorso e che vedrà la sua entrata in funzione al più tardi a partire dal 1° gennaio 2019. «L’obiettivo che ci poniamo con questa novità è creare la figura di un medico che possa fare una prima analisi della situazione per poi, una volta chiarito il quadro, inviare i detenuti che ne hanno bisogno a degli specialisti» conclude Laffranchini. Un’altra novità – «ed è uno scoop», afferma Luisella Demartini, alla testa dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa (Uar) – è che il 16 maggio, quindi tre giorni fa, la Commissione federale che valuta i progetti pilota ha deciso di sostenere ‘Obiettivo desistenza’, progetto che ha come scopo «identificare sì i fattori di rischio, certo. Ma anche lavorare sul potenziale sociale della persona, al fine di permetterle un’uscita durevole dal problema». Una parte degli operatori in seno all’Uar «entrerà nel progetto, proposto dalla Conferenza latina della Probazione, e darà una mano nel costruire questo nuovo metodo di presa a carico, che – nota Demartini – deve avere l’imperativo di ridurre il rischio di recidiva e di garantire l’uscita durevole della persona da comportamenti delinquenziali». La Divisione della giustizia, per contro, sarà impegnata nel riordino delle competenze e dei processi amministrativi «con una mappatura che sarà affidata a una società esterna – afferma la sua responsabile Frida Andreotti – e attendiamo i risultati dopo l’estate». Misure, queste, che per Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni, «vogliono migliorare l’organizzazione e aumentare la qualità delle Strutture carcerarie». Con lo stile di lavoro «che contraddistingue tutto il Dipartimento, ovvero cercare di ottenere risultati migliori con le stesse risorse. Dando loro gli strumenti e le possibilità di sviluppare al meglio le proprie competenze». Che nascono giocoforza dalla formazione. «Siamo l’unico Cantone che forma i futuri agenti in classe, per dargli le conoscenze necessarie affinché quando entrano nelle Strutture carcerarie cantonali siano pronti, abbiano il background giusto per mettersi subito a disposizione», conclude Gobbi.

 

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 19 maggio 2018 del Corriere del Ticino

Ticino Carceri affollate ma sicure
Lo scorso anno sono salite a quota 87.000 le giornate di detenzione

Prosegue la tendenza alla sovraoccupazione delle strutture carcerarie cantonali. Nel 2017 sono state circa 87.000 le giornate d’incarcerazione registrate nel bilancio annuale del Settore esecuzione pene e misure del Dipartimento delle istituzioni, presentato ieri a Bellinzona. Come ha sottolineato il direttore Norman Gobbi «le giornate di detenzione preventiva sono aumentate e questo pone in forte crisi il carcere della Farera, visti i posti limitati di quest’ultima, a conferma della notevole pressione cui il settore è sottoposto». In particolare, il direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini-Deltorchio, ha messo l’accento sulle misure introdotte volte a migliorare ulteriormente l’organizzazione e l’operatività di questo settore: «Le conseguenze del sovraffollamento sono in particolare in termini di complessità e di eterogeneità dei casi da gestire». A questo proposito Gobbi ha specificato che «già lo scorso anno è stato deciso l’aumento dell’effettivo di 13 unità, non tutte subito concesse, vista la necessità di formare adeguatamente il personale». Sul piano infrastrutturale, invece, sarebbe sotto esame un’opzione per appoggiarsi a una struttura a Biasca. Inoltre nel corso del 2019, all’interno del penitenziario della Stampa è prevista «la creazione di una nuova sezione destinata ai detenuti che necessitano di una gestione particolare, suddivisa nel comparto di alta sicurezza, in una zona dedicata ai detenuti tossicodipendenti e e in una per reclusi con patologie psichiatriche maggiori» ha spiegato Laffranchini-Deltorchio. Da parte sua l’Ufficio dell’assistenza riabilitativa, le cui competenze principali riguardano la prevenzione e il controllo del rischio di recidiva tramite azioni educative, ha seguito oltre 1.000 casi. «Il Consiglio di Stato ha demandato a una società esterna il compito di effettuare una mappatura delle competenze e dei processi amministrativi del settore esecuzione pene e misure, ma non si tratta di un audit» ha precisato la direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti. In quest’ambito a partire da quest’anno è entrato in vigore a livello federale il nuovo diritto sanzionatorio. Le modifiche al Codice penale svizzero introducono novità sul piano delle pene e della loro esecuzione, in particolare la sorveglianza tramite braccialetto elettronico, sperimentata in Ticino dal 1999. «La consacrazione di questa modalità di controllo, permette ora di estendere il braccialetto ad altri ambiti di utilizzo. Ora – ha specificato il capo dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa Luisella Demartini-Foglia – viene sempre più invocato in materia di violenza domestica, ma si può pensare un suo utilizzo per la geolocalizzazione del sorvegliato, grazie al dispositivo gps». Quanto alla funzionaria indagata per il prestito di 50.000 franchi al marito da parte del detenuto Flavio Bomio, Demartini-Foglia ha tagliato corto: «Si tratta di un caso eccezionale»

Dibattito «Il Ticino resta un cantone sicuro»

Dibattito «Il Ticino resta un cantone sicuro»

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 18 maggio 2018 del Corriere del Ticino

Strage sventata alla scuola di Commercio, le rassicurazioni di Governo e polizia nella serata organizzata dal CdT . Il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi: «Grazie al senso civico e al coraggio di chi ha segnalato il pericolo»

Rifacendoci alla mitologia greca dovremmo parlare della «matta bestialità» simboleggiata dal Minotauro, con il corpo da uomo e la testa da toro, proprio per indicare la parte più bruta e violenta della nostra mente. C’è chi sa porre freno a questi istinti e chi invece è pronto a soddisfarli nel modo più bieco possibile, gettando nella paura l’intera comunità. Come sembrerebbe essere nel caso del 19.enne che secondo gli inquirenti, coordinati dal sostituto procuratore generale Antonio Perugini, voleva compiere una strage alla Scuola cantonale di Commercio (SCC) di Bellinzona. Durante la serata organizzata ieri dal Corriere del Ticino (un centinaio i presenti nella sala del Legislativo cittadino) e moderata dal direttore del quotidiano Fabio Pontiggia e dalla direttrice delle relazioni esterne del Gruppo CdT Prisca Dindo si è cercato di comprendere cosa può scatenarsi nella testa di un allievo brillante e che non aveva mai dato problemi al punto da portarlo ad un passo dal rendersi autore di una carneficina. Il nostro Cantone è ancora un luogo sicuro? «Il Ticino è più sicuro rispetto al passato. Purtroppo l’essere umano non è completamente prevedibile e fatti gravi possono accadere anche sul nostro territorio. Non dobbiamo chiederci se succederà, ma quando potrebbe avvenire. Oggi basta navigare in rete per radicalizzarsi. Occorre dunque avere dei sensori attivi nelle istituzioni e fornire risposte ai segnali di pericolo che giungono dai cittadini», ha rilevato il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

«Un intervento giustificato»
Il dibattito è partito giocoforza dall’allerta scattata mercoledì 9 maggio. L’istituto scolastico contatta la Polizia cantonale (PolCa). Seguono il monitoraggio del 19.enne e l’arresto, l’indomani. Le tempestive segnalazioni di alcuni studenti che hanno informato la direzione sulle intenzioni del ragazzo e l’intervento del Gruppo cantonale gestione persone minacciose e pericolose della PolCa evitano un possibile eccidio. La Commercio viene in seguito presidiata dagli agenti in divisa e in borghese; si predispone altresì un servizio psicologico per gli alunni. Lentamente si torna alla normalità. Un allarme giustificato, è stato chiesto in sala? Ha risposto il comandante della PolCa Matteo Cocchi:«Siamo intervenuti a seguito di elementi concreti, grazie a una precisa segnalazione. Ciò significa che la popolazione si fida della polizia. I nostri agenti sono formati per eventi di questo tipo». Gli ha fatto eco il ministro Norman Gobbi, il quale ha lodato il «senso civico e il coraggio di chi ha avvisato dell’imminente pericolo».

La scuola, come detto, ha reagito tempestivamente alla minaccia. Lo ha sottolineato il direttore del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport Manuele Bertoli. Secondo il consigliere di Stato «la nostra comunità scolastica funziona bene, ma nella società il disagio esiste e va gestito. Attenzione, però: bisogna evitare che il docente faccia il poliziotto e quest’ultimo lo psicologo. Questo caso, poi, è diverso dagli altri perché si era in presenza di armi. Personalmente sono molto critico su questo aspetto. Procurarsi un’arma in Svizzera è come andare in un chiosco ad acquistare le sigarette».

È toccato invece allo psichiatra Orlando Del Don chinarsi sugli aspetti prettamente legati alla psiche umana. «Nella fattispecie, da quello che è emerso finora sui media, il giovane, immaturo, ha lanciato segnali di disagio, ha chiesto aiuto. Molti ragazzi lo fanno. Ecco perché il rischio di emulazione è concreto. E pertanto l’allerta deve essere molto alta», ha chiosato il professore. I nomi di Bellinzona e della SCC avrebbero tragicamente potuto finire accanto a quelli della Bath School, della Columbine High School, del Virginia Tech e di tanti altri istituti americani dove degli studenti hanno commesso dei massacri. Una scia di sangue iniziata nel 1927 e che purtroppo non sembra voler finire. Il sindaco della Turrita Mario Branda ha voluto comunque rassicurare la popolazione. «Accanto ai sentimenti di timore, sgomento e costernazione ho provato anche quello di sollievo. La nostra società è sana e riesce a reagire a queste situazioni affrontandole con i giusti mezzi», ha affermato il primus inter pares.

Numerosi gli interventi del pubblico, che ha seguito in buon numero anche la diretta Facebook della serata offerta sulla pagina del Corriere del Ticino online. Il docente ed ex vicedirettore della Commercio Pier Franco De Maria ha preso la parola in difesa dell’istituto evidenziando che «nelle classi guardiamo negli occhi gli allievi. L’organizzazione alla SCC è umana, credetemi. Oggi (ieri per chi legge, ndr.) nei corridoi si sorrideva. Tutto è tornato come prima. Bisogna smetterla di prendersela con il mondo della scuola in senso lato». L’ex direttore del Dipartimento delle istituzioni (dal 1991 al 1999) ed oggi granconsigliere PPD Alex Pedrazzini ha posto dei quesiti interessanti: «Se io dicessi che voglio uccidere qualcuno, e non ho armi, la giustizia cosa può fare? Nulla. Quale sarà il futuro di questo ragazzo? Dovrà essere reinserito qualcuno che fino ad un minuto prima ritenevamo una bomba ad orologeria».

 

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 18 maggio 2018 de La Regione

Arresto del 19enne: il disagio del giovane andava colto prima?
Domande e raccomandazioni emerse sui fatti della Commercio durante una serata pubblica

«Quante volte la giustizia non è intervenuta perché la fase era precedente a quella degli atti preparatori? Se dovessi annunciare a tutti i miei amici di voler fare una strage, pur non possedendo delle armi, la giustizia cosa farebbe?». Anche l’ex ministro delle Istituzioni Alex Pedrazzini, presente tra il pubblico, ha portato le sue riflessioni sulla presunta sventata strage alla Scuola cantonale di commercio di Bellinzona – che ha portato all’arresto giovedì scorso di un allievo 19enne – ieri sera in occasione della serata pubblica organizzata dal ‘CdT’. Come sottolineato nel corso del dibattito dal direttore del Decs Manuele Bertoli, l’elemento che ha fatto la differenza nel caso di questa segnalazione sono state le armi in possesso del giovane. Ma come accorgersi del disagio che sta vivendo un compagno di classe o un amico, come prevenirlo e come capire quando questo disagio può essere pericoloso per lui stesso o per gli altri? Questi i quesiti attorno a cui è ruotato il dibattito con circa un centinaio di presenti nella sala del Consiglio comunale, tra cui docenti, genitori, addetti ai lavori in vari ambiti tra cui quello sociale e alcuni giovani. «Nella nostra scuola i valori umani esistono, dentro le classi i docenti guardano in faccia agli allievi. È giunto il momento di smetterla di sparare contro la scuola»: così è intervenuto il docente della Commercio, già vicedirettore, Pier Franco De Maria. A tal proposito una ragazza ha riconosciuto il ruolo della comunità scolastica – la direzione ha contattato la Polizia dopo aver ricevuto la segnalazione di messaggi preoccupanti da parte del 19enne agli amici via Snapchat – ma ha fatto notare che la situazione di disagio si è pur sempre protratta fino alla necessità dell’arresto. Pedrazzini ha anche attirato l’attenzione sul futuro del 19enne, attualmente ricoverato alla Clinica psichiatrica di Mendrisio. «Non sarà evidente reintegrare in società qualcuno che fino a un attimo prima è stato considerato una bomba a orologeria», ha detto. «Fate attenzione al grido d’allarme di giovani e meno giovani. In caso di problemi i segnali ci sono sempre», ha sottolineato lo psichiatra Orlando Del Don, ospite del dibattito. Un invito avanzato anche dal sindaco Mario Branda: «Giovani non escludete, non emarginate. Noi adulti cercheremo di fare altrettanto». Presente anche il ministro Norman Gobbi, che ha ringraziato chi ha fatto la segnalazione per il senso civico dimostrato. «Non abbiate timore e segnalate fatti sospetti – ha aggiunto il comandante della PolCa Matteo Cocchi – la Polizia negli ultimi anni ha vissuto un’evoluzione ed è preparata per eventi di questo tipo».

Strage sventata, serata pubblica promossa dal CdT

Strage sventata, serata pubblica promossa dal CdT

La strage sventata alla Scuola cantonale di Commercio sarà al centro del dibattito organizzato dal Corriere del Ticino in programma domani, giovedì 17 maggio, alle 20 nella sala del Consiglio comunale di Bellinzona.

Moderati dal direttore del nostro quotidiano Fabio Pontiggia e dalla direttrice delle relazioni esterne del Gruppo CdT Prisca Dindo interverranno il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, il collega di Governo Manuele Bertoli (a capo del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport), il sindaco della Turrita Mario Branda, lo psichiatra Orlando Del Don e il comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi. L’entrata alla serata è libera.

I futuri giudici di pace

I futuri giudici di pace

Formazione, i dubbi del Consiglio della magistratura. Il Dipartimento commissiona una perizia esterna Giudicature, congelato il progetto di riorganizzazione. La parola ai costituzionalisti.

È in stand-by il progetto di messaggio governativo sulla riorganizzazione delle giudicature di pace, uno dei capitoli della riforma ‘Giustizia 2018’. La sua messa a punto è stata sospesa. Motivo? Con l’ok del governo, il Dipartimento istituzioni si è rivolto di recente ai professori Pascal Mahon e François Bohnet dell’Università di Neuchâtel: ai due esperti di diritto costituzionale ha chiesto un parere giuridico su alcuni aspetti che il Consiglio della magistratura, esaminata la proposta di nuova organizzazione, considera problematici, anche in prospettiva, come quello della formazione. Aspetti che toccano la figura del giudice di pace. Che in Ticino esiste da oltre duecento anni. Si tratta di un giudice ‘laico’, che non necessariamente deve avere una formazione giuridica e che si pronuncia, cercando di conciliare, sulle controversie patrimoniali sino a un valore di 5mila franchi. Viene eletto dai cittadini (oggi nel nostro cantone i giudici di pace sono gli unici magistrati di nomina popolare). Alla luce dei dubbi manifestati dall’autorità che vigila sul funzionamento della giustizia e prima di sottoporre al voto del Gran Consiglio il futuro assetto delle giudicature di pace, appare quindi più che opportuna la decisione del Consiglio di Stato di sollecitare una perizia esterna. Dopo aver osservato, all’indirizzo della Divisione giustizia del Dipartimento istituzioni, che il progetto di messaggio “non si china sulla problematica della costituzionalità della figura del giudice di pace”, il Consiglio della magistratura (Cdm) cita una sentenza del 15 novembre 2007 del Tribunale federale. Quest’ultimo “ha rilevato che non sussiste alcun diritto costituzionale a un giudice con formazione giuridica”: Mon Repos “ha però anche rilevato l’esistenza di una connessione tra la formazione del magistrato e l’indipendenza di cui esso deve disporre per essere in grado di esercitare convenientemente la sua funzione”.

Il magistrato ‘ombra’
Al riguardo, scrive il Cdm, l’alta Corte federale ha fatto presente che “un equo processo garantisce il diritto di essere sentito delle parti solo quando il giudice è in grado di comprendere le peculiarità della fattispecie, di farsi una propria opinione in merito e di applicarvi in modo corretto il diritto. In particolare, il giudice deve essere in grado di confrontarsi convenientemente con le richieste e gli argomenti delle parti. Quando un giudice inesperto deve esercitare la propria funzione senza l’aiuto di un professionista indipendente, sorge il rischio che gli vengano a mancare le qualità necessarie per decidere in modo adeguato e di conseguenza anche che gli venga a mancare la necessaria indipendenza”. C’è di più. Il numero delle cause dove davanti al giudice di pace una o entrambe le parti si fanno assistere da un avvocato (cosa ammessa dal 2011 con l’entrata in vigore della procedura civile federale ) è in crescita, afferma il Cdm, con “l’evidente rischio di mettere in difficoltà il magistrato”. È quindi “prospettabile” un aumento delle “situazioni problematiche”. Il giudice di pace ticinese, si rammenta ancora, “è giudice unico, senza collaboratori, ma anche senza collaboratori con formazione giuridica: in tal senso si rileva che la figura di un ‘giudice ombra’ al quale il giudice di pace laico possa rivolgersi è assai discutibile, se non inammissibile, perché stride con il principio dell’indipendenza, a maggior ragione se il cittadino ne è tenuto all’oscuro”. I ‘giudici ombra’, avverte il Cdm, “rischiano infatti di influenzare e condizionare in modo determinante, se non esclusivo, il decorso procedurale e l’esito sostanziale della vertenza”. «Quanto solleviamo – dice il presidente del Consiglio della magistratura, il giudice del Tribunale d’appello Werner Walser, da noi interpellato – tiene conto anche del prospettato accorpamento di alcune giudicature, che in certi casi potrebbe comportare per il giudice di pace un incremento delle pratiche e trasformare un’attività ora accessoria in una a tempo pieno». Sostiene la direttrice della Divisione giustizia Frida Andreotti: «Occorre assolutamente fare chiarezza sul futuro della figura del giudice di pace. Attendiamo l’esito della perizia nel corso dell’estate».

Procedura civile e casi pratici, la Divisione giustizia propone un corso
Un corso incentrato sulla procedura civile, in particolare su temi del Codice legati all’attività del giudice di pace, con casi pratici “dedotti dalla giurisprudenza e dalla pratica”. Temi come il tentativo di conciliazione, la procedura semplificata, quella sommaria, i mezzi di impugnazione… Un corso “esteso” su due cicli: il primo, già iniziato, tra il 20 aprile e il 15 giugno; il secondo tra il 21 settembre e il 9 novembre. Tredici lezioni. Sede: l’aula del Gran Consiglio. Docente: Francesco Trezzini, pretore di Lugano, coadiuvato da due assistenti. A proporre il corso è il Dipartimento istituzioni. Lo ha proposto a tutti i giudici di pace e ai giudici di pace supplenti, con una lettera inviata loro agli inizi dello scorso mese. È un’iniziativa, scrive nella missiva la Divisione giustizia, finalizzata al “rafforzamento della formazione”, obiettivo “cardine della riorganizzazione del settore a beneficio dell’attività giudicante, che ha trovato ampio accoglimento da parte dell’Associazione ticinese dei giudici di pace”. Un’iniziativa dunque “in linea con quella che, nelle intenzioni del Consiglio di Stato, sarà l’offerta formativa futura ai magistrati popolari”. Il primo ciclo è già cominciato e la partecipazione, indica la responsabile della Divisione Frida Andreotti, «è davvero buona». Prendendo posizione sul progetto governativo di riorganizzazione delle giudicature di pace, il Consiglio della magistratura sostiene che la normativa proposta “non prevede l’obbligatorietà della formazione dei giudici di pace (di base e continua, con le necessarie verifiche)”. Secondo il Cdm, “non basta affermare che la formazione deve essere ‘di natura obbligatoria’: lo svolgimento della stessa deve essere prevista nella legge, per quella di base, come condizione per l’esercizio della funzione, da soddisfare al più tardi entro un termine dall’entrata in carica, e per quella continua, come condizione per poter continuare a esercitare”. Le modifiche legislative “non considerano a sufficienza”, alla luce anche della giurisprudenza del Tf , “questa problematica, ciò che fragilizza e rende vulnerabile l’impostazione proposta”. Nel frattempo il Dipartimento ha organizzato un corso. Per rafforzare comunque la formazione.

“Via libera” per una maggiore sicurezza e mobilità

“Via libera” per una maggiore sicurezza e mobilità

Una nuova misura a favore della popolazione

Negli ultimi anni il volume di traffico sull’autostrada A2 è aumentato, provocando spesso forti disagi alla mobilità negli orari di punta e in particolare sulla tratta a sud di Rivera. Una delle cause è da ricondurre all’aumento del traffico pendolare dei frontalieri, che incide pesantemente sugli spostamenti dei cittadini del Sottoceneri e del Mendrisiotto.
Il quadro generale è impegnativo e vanno trovate le giuste misure che per cercare di ridurre i disagi, anche perché il traffico è destinato a crescere ulteriormente e i lavori di ammodernamento dell’asse autostradale realizzato negli anni 60-70 sono previsti nel lungo periodo.
I servizi del mio Dipartimento, dopo aver monitorato la situazione, hanno studiato delle soluzioni per cercare di rendere il traffico più sicuro e scorrevole alla mattina verso nord e alla sera verso sud. In gioco ci sono molti fattori e per questo abbiamo deciso di impegnarci su più livelli. Non sarà semplice ridurre i disagi odierni, ma si tratta di un progetto strategico che potrebbe favorire la quotidianità di molti cittadini con l’armonizzazione di diverse misure, che vanno dalla rapidità di intervento degli attori al fronte al comportamento corretto dell’utente della strada.
Uno sforzo congiunto della Polizia cantonale con i vari partner, tra cui l’Ufficio federale delle strade (USTRA), che credendo nel progetto si è accollato tutti i costi.

Le pattuglie di polizia “dedicate” a favore della mobilità
L’obiettivo di “Via libera” è di ridurre i tempi di paralisi del traffico con un nuovo dispositivo che prevede pattuglie della Polizia cantonale attive sull’A2, in particolare sulla tratta tra Mendrisio e il Dosso di Taverne nelle ore di punta, in modo da reagire rapidamente in caso di incidenti o di panne. Una prima assoluta a livello nazionale che, se i risultati lo giustificheranno, verrà proposta su altre tratte.
Sono in media 150 gli incidenti annui che provocano il collasso del traffico. E’ quindi previsto che le pattuglie di polizia svolgano pure un’azione preventiva e repressiva, che permetterà di sanzionare tutti i comportamenti scorretti al volante con lo scopo di trarre vantaggio personale. Penso in particolare allo zigzagare delle moto tra le auto e all’utilizzo scorretto delle corsie d’emergenza. Purtroppo nel caso di incidenti gravi, sarà la necessità dei rilievi relativi alla dinamica a determinare i tempi per la riapertura della tratta.

La sensibilizzazione dei conducenti
Per conseguire risultati attesi, occorre però che, oltre agli specialisti al fronte, anche i conducenti  facciano la loro parte. Troppo spesso è infatti l’utente della strada a ridurre la viabilità con dei comportamenti inopportuni che a volte sfociano pure in incidenti stradali. Il mio Dipartimento si è fatto promotore ormai da anni di campagne di sensibilizzazione nell’ambito del programma di prevenzione “Strade sicure” per diminuire le distrazioni e migliorare la concentrazione al volante. Una maggiore attenzione, oltre a rendere la guida più sicura, agevola il traffico rendendolo più uniforme e scorrevole con un minore rischio di incidenti. Anche per questo motivo insisto nel proporre ad intervalli regolari delle campagne, in modo da ottenere il coinvolgimento delle persone.

Il mio Dipartimento con queste misure cerca di promuovere delle soluzioni concrete nell’interesse dei cittadini ticinesi. Evidenzio che progetti simili adottati in altre nazioni hanno ottenuto dei buoni risultati. Il nostro contesto è particolarmente difficile e per questo mi impegnerò a fondo con tutti i partner perché riconosco l’importanza della sicurezza e della mobilità. Conto però sulla vostra collaborazione, anche in previsione dell’aumento di traffico di transito per le vacanze estive. Come ho più volte detto, la sicurezza dei cittadini passa anche dalle nostre strade.

 

Il rischio era troppo elevato

Il rischio era troppo elevato

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 12 maggio 2018 de La Regione

Due agenti, supportati dalla psicologa di polizia. È il nucleo operativo del ‘Gruppo gestione persone minacciose e pericolose’, servizio della Polcantonale che, ricevuta mercoledì pomeriggio la segnalazione della direzione dell’istituto scolastico, ha in meno di ventiquattro ore approfondito le informazioni e deciso di intervenire, e quindi di arrestare la mattina seguente il 19enne. Questo «dopo essere giunti alla conclusione che il rischio era troppo elevato», ha spiegato la psicologa di polizia Marina Lang Bindella in un incontro con la stampa indetto ieri pomeriggio dal Dipartimento istituzioni per illustrare l’attività del Gruppo, senza ovviamente entrare nel merito dell’inchiesta penale. Un Gruppo, di specialisti, entrato in funzione il 1° marzo dello scorso anno «per volontà del sottoscritto e del comandante Matteo Cocchi alla luce della crescente necessità di individuare un ente che fungesse – ha indicato Norman Gobbi – da punto di riferimento per le istituzioni e per i cittadini che notano comportamenti strani, anomali». Un ente «per prevenire situazioni che, se non riconosciute per tempo come gravi, possono avere effetti devastanti sulla vita altrui», ha rilevato il capo del Dipartimento istituzioni. E quello finito di recente sotto la lente dall’apposito servizio della Cantonale «è il caso più grave di cui ci siamo finora occupati», ha sottolineato il capitano Alberto Marietta, l’ufficiale responsabile del ‘Gruppo gestione persone minacciose e pericolose’, con sede a Giubiasco. Il servizio, ha evidenziato Gobbi, «ha così messo in atto tutte le misure necessarie» per scongiurare l’eventuale passaggio dalle intenzioni all’atto. Cioè alla strage. Ma come lavora il servizio? «Ricevuta la segnalazione, si tratta di riconoscere la potenziale escalation di un rischio, di valutarlo e di disinnescarlo», ha sostenuto Marietta. Spesso il rischio viene disinnescato «attraverso un colloquio ‘preventivo’» con il soggetto attenzionato. «Partiamo sempre – gli ha fatto eco Lang Bindella – da segnalazioni provenienti da settori dell’Amministrazione o da cittadini. Segnalazioni di comportamenti inadeguati. Si analizza allora il rischio, il che significa fra l’altro tracciare un profilo della personalità del soggetto, verificare se ha o no precedenti penali, se e come è inserito nella rete sociale». E capire «se vi sono elementi che possono diventare allarmanti», tali da prefigurare «un passaggio all’atto». Tali da renderlo altamente probabile. E da rendere l’intervento, ossia l’arresto del soggetto, inderogabile. Insomma, per dirla ancora con la psicologa di polizia, il ‘Gruppo gestione persone minacciose e pericolose’ «fa un lavoro preventivo e anticipatorio». Tornando alla vicenda di questi giorni, Gobbi ha posto l’accento anche sul prezioso ruolo avuto dalla scuola: allievi, direzione, docenti. «Voglio esprimere – ha dichiarato il consigliere di Stato – la mia riconoscenza a tutte quelle persone che, segnalando alla polizia quella situazione, hanno mostrato un elevato senso civico e un alto coraggio civile. E quando parlo di cittadini-sentinelle intendo proprio questo».

 

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 12 maggio 2018 del Corriere del Ticino

Analisi «Il rischio era elevato, dovevamo agire senza indugi»
Il lavoro degli specialisti attivi in seno alla polizia cantonale

«Il rischio era elevato e abbiamo deciso di intervenire subito». La psicologa Marina Lang Bindella, consulente del Gruppo cantonale gestione persone minacciose e pericolose della polizia cantonale, non ha dubbi: se non si fosse agito nel giro di poche ore lo studente della Commercio di Bellinzona avrebbe potuto mettere in atto il suo folle piano. «La segnalazione da parte della direzione dell’istituto scolastico ci è giunta mercoledì pomeriggio e, dopo un lavoro di approfondita analisi condotto senza sosta giorno e notte, giovedì mattina abbiamo deciso di intervenire» le fa eco il capitano Alberto Marietta, ufficiale della polizia cantonale responsabile del Gruppo che, insieme alla collega psicologa e al direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, ha incontrato ieri la stampa non tanto per fare il punto sull’inchiesta che prosegue nel più stretto riserbo, ma per spiegare come lavora appunto il Gruppo cantonale gestione persone minacciose e pericolose. L’unità costituita il 1. marzo del 2017 sull’esempio positivo di quanto fatto Oltralpe nelle città di Zurigo e Soletta, ha rammentato Gobbi, si prefigge di fungere da punto di riferimento per il mondo delle istituzione e per i cittadini che dovessero trovarsi confrontati con comportamenti violenti, o potenzialmente tali, di determinate persone. «Comportamenti che se non vengono riconosciuti subito possono avere effetti devastanti» ha sottolineato il direttore del Dipartimento delle istituzioni. «Ogni segnalazione – ha aggiunto – viene analizzata a fondo e le misure attivate sono conseguenti a questo lavoro di analisi». Segnalazione che, nel caso concreto, ha evitato quello che, se l’inchiesta confermerà i fatti, sarebbe potuto essere un gravissimo atto di sangue. Da qui la riconoscenza di Gobbi per «l’alto senso civico e un elevato coraggio civile» dimostrato dalla direzione della Commercio, nonché dai compagni e dai docenti del 19.enne arrestato giovedì mattina perché sospettato di star pianificando una strage nella scuola che frequentava (l’ipotesi di reato mossa nei suoi confronti dal sostituto procuratore generale Antonio Perugini è di atti preparatori di assassinio, subordinatamente di omicidio). Insomma, per citare il direttore dell’Istituto scolastico cittadino Adriano Agustoni, si è arrivati a tre millimetri dalla tragedia. Tragedia che il giovane avrebbe pianificato di commettere martedì prossimo. Ma il suo piano, che lui negherebbe di aver voluto davvero mettere in atto, è stato sventato grazie al tempestivo intervento del Gruppo cantonale prevenzione persone minacciose e pericolose. Composto di due agenti operativi i quali si avvalgono della consulenza specialistica della psicologa Marina Lang Bindella (si pensa comunque ad un potenziamento dell’organico poiché, come ha affermato il capitano Marietta, il lavoro non manca), ha sede a Giubiasco. Come spiegato dal suo ufficiale responsabile durante l’incontro con la stampa svoltosi ieri al comando della polizia cantonale, il lavoro del Gruppo poggia su tre pilastri: il primo consiste nel riconoscere il rischio in base al monitoraggio interno svolto sia nell’ambito dell’abituale lavoro di polizia giudiziaria, sia sulla scorta delle segnalazioni che, come nel caso che ha portato all’arresto dello studente della commercio, provengono da cittadini e da uffici dell’Amministrazione cantonale. Il secondo è la valutazione dei rischi compiuta dagli specialisti che prevede la tracciatura del profilo della persona potenzialmente pericolosa, l’analisi della sua rete sociale così come quella del suo comportamento per determinare se sia in atto un’escalation che potrebbe portarla a commettere degli atti violenti. Questa analisi, ha spiegato la psicologa consulente del Gruppo, prevede un colloquio con la persona «sotto i riflettori» come pure la raccolta di informazioni sui social network. Alla precisa domanda dei giornalisti se anche il 19.enne sia stato sottoposto ad un colloquio prima che si decidesse di arrestarlo gli inquirenti hanno preferito non rispondere. Hanno tuttavia affermato con certezza che quello venuto alla luce tra mercoledì pomeriggio e giovedì mattina è l’unico caso mai registrato in Ticino e, per quanto a loro conoscenza, anche in Svizzera. Il terzo pilastro su cui poggia il lavoro del Gruppo cantonale gestione persone minacciose e pericolose consiste evidentemente nel disinnescare il pericolo quando questo è reale, come avvenuto giovedì mattina con l’arresto del 19.enne. «Sono decisioni difficili da prendere perché, come nel caso concreto, coinvolgono la famiglia, i compagni di scuola e la rete sociale del giovane» ha osservato Marina Lang Bindella, ribadendo che il rischio era elevato e che quindi si doveva agire subito.

«Questo sistema di analisi e di verifica dei rischi – ha rilevato ancora il direttore del Dipartimento delle istituzioni – ha bisogno di un lavoro di rete. Rete che oggi ha funzionato: nel giro di poche ore dalla segnalazione vi è stato l’intervento». Rete che prossimamente si completerà con un sito Internet attraverso il quale si informerà la popolazione sulle risposte da dare nel caso ci si confrontasse con persone dal comportamento potenzialmente pericoloso o che mostrano dei segnali di radicalizzazione. Oggi queste situazioni possono essere segnalate al 117 oppure agli sportelli dei posti di polizia. Si tratta di segnalazioni che nella maggior parte dei casi si esauriscono subito in un nulla di fatto mentre altre vanno approfondite. Difficile, ha chiosato il capitano Marietta, dire quanti casi di reali minacce sono stati seguiti dal Gruppo dalla sua costituzione.

«Distratti mai»: quattro mesi tra prevenzione e sanzioni

«Distratti mai»: quattro mesi tra prevenzione e sanzioni

La campagna di prevenzione «Distratti mai», promossa nell’ambito del progetto «Strade sicure» del Dipartimento delle istituzioni, ha permesso durante lo scorso inverno di controllare quasi 8.000 veicoli in transito sulle strade ticinesi. Polizia cantonale e Polizie comunali hanno così potuto sensibilizzare gli automobilisti sui pericoli legati alla distrazione al volante, che ogni anno provoca numerosi incidenti con conseguenze sovente molto gravi.

L’iniziativa, svoltasi a partire dal mese di novembre 2017 sull’arco di quattro mesi, si è concentrata dapprima sulla prevenzione, grazie alla distribuzione di volantini informativi agli utenti della nostra rete stradale: conducenti di veicoli, ma anche ciclisti e pedoni. In questa prima fase, la campagna è stata presente in modo massiccio anche su internet, con la diffusione di filmati e di inserzioni sui social media. Accanto a questi sforzi informativi, le polizie hanno sanzionato i conducenti di veicoli che – violando palesemente le norme sulla circolazione stradale – sono stati sorpresi mentre parlavano al cellulare o scrivevano messaggi. La seconda parte della campagna «Distratti mai» ha poi visto una maggiore presenza delle pattuglie di polizia, che hanno svolto una serie di controlli mirati della circolazione, fermando e sensibilizzando i conducenti sui potenziali pericoli legati all’uso del cellulare al volante.

Per quanto riguarda il bilancio finale della campagna, sono stati allestiti 280 posti di controllo nella prima fase, per un totale di 4’006 veicoli controllati e 263 contravvenzioni. Nella seconda fase sono invece stati organizzati 386 posti di controllo con 3’615 veicoli controllati e 336 contravvenzioni. Le pattuglie di polizia impegnate sono state 599, di cui 263 nella prima fase e 336 nella seconda fase; gli agenti hanno inoltre distribuito 7’766 volantini.

L’iniziativa di prevenzione appena conclusa ha confermato che – malgrado gli utenti della strada siano consapevoli dei pericoli provocati dalla distrazione al volante – sono purtroppo ancora numerosi i conducenti di veicoli a motore e non solo, che utilizzano il cellulare mentre guidano, incuranti delle possibili gravi conseguenze del loro comportamento.
Si tratta di uno degli sforzi intrapresi dal Dipartimento delle istituzioni per migliorare la sicurezza sulla rete stradale e autostradale. A questo proposito si rammenta che negli scorsi giorni è stato presentato il progetto “Via libera” il cui obiettivo è quello di ridurre i tempi di intervento delle forze dell’ordine in caso di incidenti e panne sulla rete autostradale.