Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

L’articolo e la mia intervista – a cura di Gianni Righinetti e Massimo Solari – sono stati pubblicati sull’edizione del Corriere del Ticino del 10 agosto 2018

Bloccato al confine e rimpatriato un migrante nordafricano sospettato di avere legami con ambienti radicalizzati I servizi segreti lo ritenevano una minaccia per la sicurezza interna – Matteo Cocchi: «Cruciale il gioco di squadra»

L’ombra del terrorismo islamico torna a sfiorare il Ticino. Grazie al lavoro congiunto delle autorità federali e di quelle cantonali la minaccia la scorsa primavera si è però arrestata al confine. A seguito delle analisi dei servizi segreti della Confederazione e al conseguente divieto d’entrata emanato a livello nazionale, un uomo nordafricano è stato fermato dopo un controllo avvenuto alla frontiera. Era ritenuto un pericolo per la sicurezza interna del Paese, a fronte di presunti legami con il terrorismo di matrice islamica. Il tutto con la Svizzera che gli sarebbe servita quale nazione di transito, dopo aver fatto richiesta d’asilo. L’agire del migrante è però stato bloccato e la procedura amministrativa portata avanti dalla Sezione della popolazione e dalla polizia cantonale mercoledì è sfociata nel rimpatrio forzato dell’uomo nel suo Paese d’origine.

Il fermo è avvenuto nel Mendrisiotto già alcuni mesi fa, quando in occasione di un controllo il nome dell’uomo ha fatto scattare l’allarme. «Su questa persona pendeva un divieto d’entrata sul territorio svizzero, emanato dalle autorità federali» spiega, da noi contattato, il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi. «Nell’ambito del proprio lavoro d’indagine a protezione dello Stato – sottolinea –, gli enti preposti avevano infatti ritenuto la figura in questione un pericolo per la sicurezza interna». Nel dettaglio, la Svizzera sarebbe dovuta servire al diretto interessato come nazione di transito. Da qui l’intenzione di avanzare una richiesta d’asilo al fine di sfruttare il nostro territorio, bloccata però sul nascere grazie alla messa in rete e la condivisione del divieto a livello cantonale e comunale.

«Ne è scaturito un iter, è importante dirlo, di natura amministrativa, che ha visto la Sezione della popolazione del Canton Ticino e la polizia cantonale attivarsi in prima battuta» evidenzia Cocchi. Per poi aggiungere: «Ha fatto seguito il coordinamento con i partner a livello federale per l’applicazione di tutte quelle misure che, mercoledì, hanno portato la stessa polizia cantonale a mettere in atto la decisione amministrativa di espulsione». E come detto – dopo un periodo di carcerazione –, accompagnato dagli agenti della cantonale per l’uomo è scattato il rimpatrio forzato nel proprio Paese d’origine nel Nord Africa tramite un volo speciale. La riuscita dell’operazione, tiene a evidenziare il comandante della polizia cantonale, «è da ricondurre al gioco di squadra delle forze in campo». Ciò detto, Cocchi pone l’accento sul fatto che «il Canton Ticino per questo specifico caso ha fatto il suo e l’ha fatto ottimamente. Nell’ambito della sicurezza nazionale abbiamo infatti raggiunto un livello tale che nelle operazioni coordinate con le autorità federali riusciamo a farci ascoltare e dunque ad avere voce in capitolo». Il nostro interlocutore rimarca inoltre l’importanza dell’episodio agli occhi della popolazione: «La rete sul piano nazionale e cantonale ha dimostrato di funzionare una volta di più. A riprova della positività del lavoro squadra. Il Ticino senza la Confederazione non può fare nulla e viceversa. Di casi simili non ve ne sono stati molti in passato, in futuro è però probabile che situazioni di questo tipo possano ripresentarsi». Due recenti episodi erano stati svelati dal Corriere del Ticino, che il 29 agosto scorso aveva riferito dell’espulsione dal nostro territorio di un turco e di un afgano che vivevano a contatto con ambienti radicalizzati.

Ma con che grado di allerta va interpretata la pericolosità per la sicurezza interna accostata all’uomo rimpatriato? chiediamo a Cocchi. «Il grado di pericolosità per la Svizzera riferito a questo personaggio è quello generalizzato, che è presente ma non risulta essere concreto. Come qualsiasi paese europeo risultiamo essere a rischio, ma attualmente non vi sono minacce effettive per il territorio nazionale e ticinese». È chiaro che se qualcuno utilizza la Svizzera come via di transito, ecco che diventa pericoloso sia per gli altri sia per noi stessi. Mi sento in tal senso di poter dire che il lavoro congiunto della Sezione della popolazione, della polizia cantonale e della Fedpol ha permesso di arginare il sorgere di un problema, non solo per gli svizzeri ma forse anche per altri paesi».

L’INTERVISTA Norman Gobbi*

«Lupo travestito da agnello: è il quinto caso in Ticino»

Ad annunciare il successo dell’operazione di intelligence è stato il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi con un post sulla sua pagina Facebook. Lo abbiamo intervistato.

La prevenzione in Ticino ha vinto una volta ancora. Un pericoloso migrante, camuffato da richiedente l’asilo è stato smascherato. Ci si deve chiedere se, di fronte a questi casi che si ripetono, siamo davvero un paese a rischio?

«Non è il primo caso, è già il quinto di questo genere che trattiamo come autorità cantonale e che è andato a buon fine. In questo ambito va proprio detto che l’unione fa la forza, ed è stata la collaborazione di tutti che ha permesso di potere dire con orgoglio che questo pericoloso uomo non è più in Ticino».

Il fatto che voleva mettere radici da noi nascondendosi dietro a quello che è un diritto per persone in difficoltà, come richiedente l’asilo, cosa le fa dire?

«Che l’attenzione e i controlli, anche se qualcuno reputa siano eccessivi, si dimostrano giustificati e utili per la sicurezza e l’incolumità di tutti. Purtroppo c’è chi tenta di approfittare per propri fini certamente non nobili. Sono quelli che io descrivo come lupi vestiti d’agnello».

Ma com’è andata?

«Il sistema di controllo e di depistaggio che sono attivi già alla frontiera ha permesso di riconoscerlo. La scheda elaborata dai servizi segreti ha dato gli elementi necessari per arrestarlo e poi procedere con tutte le misure di allontanamento forzato che si sono concluse nella giornata di mercoledì 8 agosto. Solo quando abbiamo avuto la certezza che non fosse più qui, ma nel suo paese africano d’origine, abbiamo tirato un giustificato sospiro di sollievo».

E questo è il lato positivo. Grazie a chi in particolare?

«Al lavoro attento, serio e puntiglioso di molte donne e uomini che lavorano all’ombra dei riflettori, con grande confidenzialità e con quello che si definisce il senso dello Stato, per rendere più sicuri e tranquilli tutti noi. Sono orgoglioso di queste persone, che hanno un nome, un cognome e una propria vita e che danno tutto per il loro importante lavoro».

Ora si tratterà di alzare ulteriormente la guardia?

«Direi piuttosto di essere ben coscienti che il pericolo s’insinua spesso dove credi che non ci possa o debba essere. Quello dei flussi migratori è una nicchia che, è dimostrato, viene anche sfruttata bassamente».

Dei cinque casi ticinesi, due li avevamo anche raccontati sul Corriere del Ticino un anno fa: un turco e un afgano. Uno con lo statuto di rifugiato, l’altro con quello di richiedente l’asilo. Ricorda? Dobbiamo avere paura?

«Li ricordo eccome, due casi delicati e problematici. Io dico di no, non dobbiamo iniziare ad avere paura, perché è proprio quello l’obiettivo finale di questi movimenti radicalizzati: insinuare la paura nella popolazione. Ricordo anche che la Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi, tuttavia l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra autorità politiche e forze dell’ordine a livello nazionale e internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni».

Non le chiederò dettagli sul lavoro d’intelligence. Ma è un lavoro fatto in particolare in Ticino?

«L’antenna ticinese sotto la polizia cantonale che riferisce direttamente alla polizia federale e ai servizi segreti della Confederazione è certamente territoriale. Per quanto concerne la migrazione, per contro, la gestione è maggiormente centralizzata con il contributo dei servizi ticinesi quando necessario. La condivisione delle informazioni dalla Svizzera con gli altri Paesi è sempre più importante. Il migrante espulso poteva arrivare anche in un altro paese d’Europa, penso a Italia, Francia e Germania. Il fronte dell’intelligence è sempre più globale, la cooperazione vede tutti al fronte perché l’obiettivo non è solo che non arrivi in Svizzera, ma da nessuna parte nel nostro continente».

Questo compito richiede mezzi e investimenti. Da questo punto siamo ben messi?

«L’attenzione politica mi sembra ci sia e i mezzi necessari impiegati sono importanti. Ma anche per il tramite del nuovo direttore dei servizi segreti svizzeri Jean Phlippe Gaudin abbiamo chiesto più risorse perché la minaccia terroristica richiede più risorse per combatterla».

Concludiamo con una curiosità. Nel suo post su Facebook c’era una foto con lei e il collega socialista Manuele Bertoli. Una scelta mirata o un caso?

«Si tratta di un caso, ho pescato una foto e l’ho inserita. Tra l’altro Manuele è un po’ di spalle. Comunque non c’è alcun intendimento polemico o altro. Credo che la sicurezza e la necessità di mantenere attenzione di fronte a questi fenomeni non è una questione di colore politico. Ho colleghi di giustizia e polizia non della mia area politica ma di un fronte progressista. È il caso a Zurigo, ad Argovia e in altri Cantoni».

Nella gabbia del Pardo

Nella gabbia del Pardo

Intervista a Matteo Cocchi pubblicata nell’edizione di sabato 4 agosto 2018 del Corriere del Ticino

Dal cinema alla realtà, il comandante della Polizia cantonale è vigile anche al Festival
L’uomo è indiscutibilmente popolare. In piazza Grande c’è chi lo saluta, chi gli espone un pensiero o gli chiede un consiglio, chi vorrebbe avvicinarsi ma non osa. La divisa è pur sempre la divisa e anche in una società senza più inibizioni, con il «vaffa» facile come cifra di emancipazione non si sa bene da che cosa, fa pur sempre il suo effetto. Tanto più che è nuova di pacca. Alcuni turisti lo scrutano incuriositi mentre il nostro fotografo lo riprende. Vien da pensare che qualcuno finisca per chiedergli l’autografo, scambiandolo per un protagonista del red carpet cinematografaro travestito da comandante. Ma Matteo Cocchi comandante lo è sul serio: da sette anni guida la Polizia cantonale, un periodo nel quale molte cose, anche nel nostro piccolo, sono cambiate per garantire la sicurezza di fronte alle nuove minacce terroristiche globali. Piazza Grande, dove la sera possono esservi fino a 8.000 spettatori, ipoteticamente sarebbe un bersaglio facile. «Dopo gli attentati del 2015 e l’allerta scattata a livello mondiale – spiega Cocchi – abbiamo dovuto adeguare il dispositivo di sicurezza anche del Festival, con più agenti e misure anche visibili, a cui si aggiunge un congruo dispositivo non visibile che spero non debba mai entrare in funzione. Questo adattamento riguarda comunque tutte le grandi manifestazioni che si svolgono in Ticino, fermo restando che per la sicurezza all’interno dell’area dell’evento – vale per il Festival come per gli eventi sportivi – responsabili sono gli organizzatori».

Comunque a Locarno c’è sempre un ambiente aperto e informale, con un contatto diretto tra il pubblico e le personalità che altrove sarebbero blindate da massicci dispositivi di protezione. «Questo è il bello della Svizzera, la capacità di garantire la sicurezza con professionalità e soprattutto discrezione. In piazza Grande capita ad esempio che vi siano contemporaneamente due consiglieri federali e personalità di spicco che possono muoversi liberamente tra la gente», commenta il comandante, fiero di quest’equilibrio tipicamente elvetico. Fiero lo è anche per i risultati ottenuti più in generale per la sicurezza del cantone. Le statistiche fanno stato di una diminuzione della criminalità e secondo i rilevamenti del Politecnico federale di Zurigo in Svizzera e in Ticino la polizia è una delle istituzioni che godono di maggior fiducia da parte dei cittadini. Eppure in una fetta della popolazione, e dello stesso mondo politico (magari con intenti strumentali), sembra crescere il sentimento di insicurezza. Perché? «Come sempre – risponde Cocchi – vi sono la soggettività e l’oggettività. Il cittadino, nella sua visione soggettiva, può dire di sentirsi meno sicuro; noi, con i dati oggettivi, possiamo garantire che vi sono ad esempio meno furti e meno rapine. Ricordo che nel 2012, pochi mesi dopo la mia entrata in servizio, c’era il grande problema dei furti con scasso. Allora sì c’era un parallelismo tra oggettività e soggettività. A seguito di questa situazione abbiamo messo in atto dei nuovi dispositivi, riorganizzato la gendarmeria, accresciuto la presenza sul territorio e consolidato la collaborazione con le polizie comunali e le guardie di confine. Farsi vedere significa infatti fare prevenzione, che è uno dei compiti fondamentali della polizia. La situazione è dunque oggettivamente migliorata sul fronte della criminalità e devo dire che anche da parte della popolazione ci giunge un riconoscimento in tal senso. Poi è vero che i fenomeni criminali vanno a cicli; l’importante è osservare e analizzare costantemente quello che capita sul territorio per dare le risposte adeguate».

Tutto bene allora? Il comandante non nasconde la preoccupazione per un fenomeno in crescita, quello della propensione alla violenza fra i giovani e in ambito familiare. La risposta non può venire solo dalla polizia, perché è una riflessione che coinvolge l’intera società, ma qualche spunto il nostro interlocutore lo dà: «Credo che i messaggi veicolati su Internet e sui social abbiano una parte di responsabilità nel diffondere questo clima».

Ahi ahi ahi, i social. La vicenda dell’agente promosso nonostante in passato sia stato sanzionato per aver pubblicato post filonazisti e razzisti come potremmo classificarla nelle categorie pardesche? Una commedia? Un film di fantascienza? Un horror? Cocchi non si scompone, sa che questo è il colpo in canna dell’estate ticinese: «In nessuna delle tre categorie. L’agente in questione è stato pesantemente sanzionato e ha dimostrato sia di aver capito lo sbaglio sia di svolgere la sua attività in maniera professionale. Non si tratta né di sminuire l’errore né di enfatizzarlo oltre misura. Dopo un’approfondita riflessione, il comando della Polizia cantonale ha quindi deciso di proporre la nomina al Governo che l’ha avallata».

Al di là di questa vicenda, si pone però il problema dell’uso dei social da parte di chi rappresenta lo Stato, perché si fa in fretta a sbroccare in un attimo di ottenebrazione della ragione. Nell’amministrazione cantonale vi sono delle regole ben precise, inoltre – specifica il comandante – «la deontologia stabilisce che l’agente è tale 24 ore su 24. All’interno del corpo, durante la scuola di polizia e nei momenti di formazione ribadisco sempre di fare molta attenzione con i social, perché quel che si scrive rimane e anche se si agisce come privati, al di fuori dell’orario di servizio, si è comunque etichettati per la funzione pubblica che si svolge. È impressionante la facilità con cui si usano i social senza rendersi conto delle conseguenze che creano problemi sia al singolo sia alle istituzioni. Su questo martelliamo costantemente all’interno del corpo».

Mentre lo ascolto, con sullo sfondo lo schermo di piazza Grande, mi dico che anche Matteo Cocchi da bambino avrà giocato ai cowboy, imitando le epiche gesta narrate nei western americani di un tempo coi loro stereotipi (poi stravolti dal genio di Sergio Leone). Ma faceva lo sceriffo o il bandito? «Lo ammetto, ho fatto anche il bandito. Però fin da piccolo ho sempre sentito una certa attrazione verso le professioni legate alla sicurezza. Da bambino passavo l’estate in Capriasca, dove i militari erano di casa e sono sempre stato affascinato da questo mondo, dalla volontà di fare qualcosa di positivo per i cittadini e per lo Stato».

Alla guida della Polizia cantonale è molto soddisfatto del gioco di squadra che è riuscito a costruire, sentendo il polso a tutti i livelli nel corpo e nella popolazione, e soprattutto della buona intesa con la politica, con il direttore del Dipartimento delle istituzioni, con il Governo e con il Gran Consiglio «che hanno saputo cogliere le nostre esigenze. Un esempio è la recente realizzazione della nuova centrale comune d’allarme, che è la più moderna della Svizzera e che colma un tassello operativo molto importante».

Ma di tempo per andare al cinema ne ha? E quali generi apprezza? «Negli ultimi anni sono andato raramente al cinema, anche se è sempre piacevole. Apprezzo i film d’azione e quelli storici, ad esempio i vecchi classici dedicati alla Seconda guerra mondiale come Il giorno più lungo o Dove osano le aquile che riguardo sempre volentieri».

Però, ammettiamolo, come in certe pellicole dev’essere tosto sbattere sul muso del malfattore il distintivo ed esclamare: «In nome della legge la dichiaro in arresto!». Matteo Cocchi ride, indossa i panni del gangster e replica con una battuta di De Niro-Al Capone nel film Gli intoccabili: «Sei solo chiacchiere e distintivo». Ma poi riprende subito il suo ruolo di sceriffo: «Occhio, lei non sa chi sono io».

E invece lo so. Mi arrendo.

Nuova versione dell’App “Polizia e Territorio” uniti per meglio informare il cittadino

Nuova versione dell’App “Polizia e Territorio” uniti per meglio informare il cittadino

Comunicato stampa congiunto DT- Polizia cantonale

Il Dipartimento del territorio (DT), il Dipartimento delle istituzioni (DI) e la Polizia cantonale comunicano che è ora attiva la versione ottimizzata dell’applicazione mobile gratuita “Polizia e Territorio”, disponibile per dispositivi mobili iPhone e Android, e scaricabile da tutti i principali shop online. L’aggiornamento è volto a consentire un accesso ancora più immediato ai servizi ivi contenuti da parte dell’utente.

Oltre a presentare alcune novità di carattere grafico e funzionale – l’App permette di visualizzare separatamente le informazioni di competenza del DT, rispettivamente della Polizia cantonale – è ora possibile personalizzare i contenuti sulla base delle proprie esigenze, a partire dalla schermata principale. In particolare, in caso di geolocalizzazione attiva (webcam e cantieri), è ora possibile impostare un livello di zoom predefinito.

Per quanto riguarda l’area di competenza della Polizia cantonale, se da una parte non si è reso necessario modificare il piano dei contenuti – la nuova versione comprenderà in effetti ancora tutte le sezioni di quella originaria (comunicati stampa, persone ricercate, persone scomparse, postazioni radar fisse, posti di Polizia, webcam, cantieri, chiamate d’emergenza) -, dall’altra sono state apportate delle migliorie sul carattere funzionale dell’applicazione. La nuova veste grafica garantisce infatti una maggiore intuitività nell’utilizzo, nonché un’agevolazione della lettura. Inoltre si è messa a punto la possibilità di personalizzare le viste e di accedere agli allegati dei comunicati stampa.

L’App “Polizia e Territorio”, attiva dall’inizio del 2017, è frutto dell’unione delle applicazioni “Viabilità Ticino” e “Vostra Polizia”, ed è stata realizzata allo scopo di fornire alla popolazione una versione ottimizzata dei precedenti applicativi. In aggiunta alle funzioni finora offerte, è possibile, per esempio, consultare la mappa aggiornata delle postazioni radar fisse presenti sul territorio ticinese, ed accedere ad un servizio di geolocalizzazione che permette di individuare webcam e cantieri ubicati nelle immediate vicinanze dell’utente.

Grazie a questo canale informativo, il cittadino può accedere, in maniera più efficace, a notizie in tempo reale relative allo stato della viabilità sulla rete stradale e autostradale della Svizzera italiana (grazie a una serie di webcam di monitoraggio del traffico), a quelle riguardanti la segnalazione puntuale dei principali cantieri e lavori in corso sulle strade cantonali, e ad informazioni concernenti eventuali allarmi e pericoli per la popolazione (rapine, ricerca di persona scomparsa,…).

L’applicazione “Polizia e Territorio” rappresenta, pertanto, un nuovo canale d’informazione a complemento di quelli già a disposizione del cittadino (siti web dedicati, organi di stampa, bollettini radiofonici, pagine Facebook).

Si rammenta che nella sezione webcam vengono trasmesse, in tempo reale, le immagini riprese da una vasta e articolata rete di telecamere. Inoltre, vengono fornite informazioni circa la collocazione delle stesse. Nello spazio dedicato ai cantieri è presente una mappa aggiornata con descrizione della località, del genere di conduzione del traffico e del periodo di esecuzione dei lavori. Non sono visualizzati, per contro, i cantieri di breve durata e quelli che non causano particolari problemi alla circolazione stradale. L’accesso alle webcam attive sulla rete autostradale e alle informazioni sui lavori in corso è possibile sia attraverso una mappa, sia tramite un elenco. Inoltre, le sezioni webcam e cantieri sono consultabili anche mediante un sistema di sintesi vocale e di geolocalizzazione. Quest’ultima permette di accedere ad una speciale mappa concentrata attorno alla posizione dell’utente, in modo  da fornire in modo più dettagliato le immagini delle webcam e le informazioni relative ai cantieri in corso nelle immediate vicinanze. Infine, la nuova applicazione offre l’opportunità d’inserire le sezioni webcam e cantieri nella lista dei preferiti, per una consultazione più rapida e immediata.

Ticino a prova blackout

Ticino a prova blackout

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 25 luglio 2018 de La Regione

Solcà (polizia): ‘Pronti a sganciare lo Stato maggiore’. Con la panne di ieri non è però stato necessario.

Un problema durante la manutenzione a Magadino fa saltare la corrente 45 minuti nel Sottoceneri. E se lo stop fosse durato più a lungo? «Il primo passo lo abbiamo fatto. Poi però considerato che la situazione a breve si sarebbe risolta non è stato attivato lo Stato maggiore cantonale di condotta». Non è stato cioè necessario far “ballare” i telefoni e convocare la lista dei partner che la polizia attiva in un caso come quello capitato ieri mattina nel Sottoceneri. Blackout pressoché totale: luci spente, schermi a nero, ascensori bloccati, semafori inutili. «Siamo intervenuti per persone ferme nei lift e sistemi di allarme partiti automaticamente, poi la panne è rientrata» spiega Athos Solcà, capitano della Polizia cantonale. Sì perché a Magadino, intanto, si era già al lavoro per ripristinare il “problema tecnico” all’origine della “messa fuori servizio delle sottostazioni di Manno e Mendrisio – come spiega l’Azienda elettrica cantonale –, con la conseguente interruzione dell’erogazione di corrente elettrica in gran parte del Sottoceneri”. Sulle cause, precisava ieri in serata Aet, “le dinamiche dell’accaduto sono oggetto di accertamenti”, anche perché il problema si è verificato durante lavori di manutenzione prestati da Aet su impianti di Swissgrid, la Società nazionale di rete responsabile della gestione, della sicurezza e del potenziamento della rete ad altissima tensione. Non è dunque così semplice stabilire le responsabilità del guasto e delle sue conseguenze, comunque limitate ai tre quarti d’ora senza elettricità. Fosse durata più a lungo? Senza ipotizzare scenari fantascientifici, l’esperienza di ieri è bastata per interrogarsi sul ritorno a una società senza corrente, anche solo per un giorno o due. Cosa accadrebbe? Filosoficamente parlando lasciamo al lettore le proprie riflessioni. Dal punto di vista operativo, come detto, le autorità sono pronte. «L’ufficiale di picchetto, dopo l’analisi e in accordo con il comandante, decide se sganciare lo Stato maggiore cantonale di condotta. Se è il caso, vengono convocati i partner della sicurezza così come quelli dei servizi tecnici, penso ai rappresentanti dei fornitori di energia elettrica come quelli delle catene di distribuzione del freddo [per la conservazione degli alimenti, ndr]. In seguito – riprende Solcà – vengono messi in atto dei piani di contingenza già esistenti. Si tratta per esempio di garantire il funzionamento degli impianti della radio della polizia, oppure la possibilità alle stazioni di benzina di poter acquistare carburante, considerato che le pompe funzionano a elettricità. Non ci si pensa, ma sono davvero moltissimi i servizi compromessi in caso di ‘blackout’ elettrico». Tant’è che a livello nazionale nel 2014 si è svolta un’esercitazione a cui ha preso parte anche il Canton Ticino, durante la quale sono stati testati questi dispositivi. «I piani sono stati allenati e sviluppati». Il lavoro continua: il prossimo settembre sarà la Protezione civile a svolgere un’esercitazione, proprio per testare le capacità dei militi a garantire il supporto laddove i piani prevedono il loro intervento (in primis a favore degli enti di primo intervento). E la cittadinanza? Come verrebbe avvertita? «L’informazione viene assicurata dalla Rsi che ha un sistema di continuità per la radio. È chiaro però che in casa occorre poter disporre di un apparecchio a batteria…». L’indicazione di Solcà suona più come un consiglio. «In ogni caso, la polizia è pronta a informare la popolazione grazie alle proprie pattuglie, che per l’occasione si doterebbero di megafono». Altro che internet e la comunicazione istantanea a cui siamo tutti abituati. Una volta scaricate le batterie degli smartphone tanti cari saluti a siti, social network e whatsapp. Un’esperienza che, almeno da questo punto di vista, sarebbe molto probabilmente più arricchente che penalizzante.

Con testa sulla strada e nei laghi e fiumi

Con testa sulla strada e nei laghi e fiumi

Importanti attività di prevenzione durante l’estate
La stagione balneare è iniziata da settimane e, come tradizione, residenti e i turisti che hanno raggiunto il Ticino per le vacanze hanno iniziato ad affollare le rive di fiumi e laghi nonché lidi e piscine per rinfrescarsi.
Nel contempo, il traffico sulle nostre strade non è diminuito, ma si è modificato nelle modalità di spostamento e negli orari.
Per questo motivo il mio Dipartimento è particolarmente attivo, anche durante l’estate, nell’attività di prevenzione, per ridurre l’eventualità che si verifichino gravi infortuni nei fiumi e nei laghi rispettivamente incidenti sulle strade. Un lavoro svolto con l’importante supporto di specialisti e di partner settoriali che nel corso degli anni ha permesso di diminuire il numero di incidenti, così come documentano le statistiche della Polizia cantonale. 
 
Regole di balneazione e per gli sport acquatici
Il nostro Cantone propone scenari paesaggistici gradevoli, dove trascorrere momenti di relax e attività sportive a contatto con l’acqua. Non dobbiamo comunque mai scordare che lo svago può rapidamente trasformarsi in tragedia se si sottovalutano le insidie che si nascondono nelle acque. Il progetto di sensibilizzazione “Acque sicure” ha l’obiettivo di coinvolgere e informare i bagnanti che non valutano adeguatamente o non sanno riconoscere le possibili situazioni di difficoltà che potrebbero verificarsi. Il numero crescente di bagnanti presenti in riva ai fiumi e nei laghi, oltre all’incremento degli appassionati di attività sportive estreme, ha reso necessaria una comunicazione particolareggiata con la messa in evidenza dei rischi associati alle varie attività. L’attenzione deve comunque restare alta, perché sono in aumento gli incidenti nei laghi, solitamente considerati meno impegnativi per l’assenza di mulinelli o dell’innalzamento improvviso delle acque. Una tendenza dovuta essenzialmente alla scarsa conoscenza dei pericoli e delle proprie capacità. Mi auguro pertanto il rispetto e la condivisione delle regole per il bagnante promosse dal progetto.
 
Stile di guida ottimizzato per motociclisti
In questo periodo la meteo favorevole e le temperature gradevoli inducono numerosi automobilisti ad accantonare temporaneamente l’auto per spostarsi con scooter o moto. Ricordo che quando si viaggia su due ruote l’attenzione alla strada deve essere superiore poiché il rischio d’incidenti gravi o letali cresce esponenzialmente. Per fronteggiare questa criticità, il mio Dipartimento in collaborazione con la Polizia cantonale nelle scorse settimane ha organizzato una giornata di sensibilizzazione alla sicurezza in moto sui passi alpini. Questo per ottimizzare lo stile di guida e rendere attenti i motociclisti sui rischi della guida fuori dalle località. Altre campagne nell’ambito del progetto “Strade sicure” hanno invece sottolineato l’importanza di essere vigili e rendersi ben visibili nel traffico e di limitare le distrazioni al volante. L’uso del telefonino alla guida, assieme alla velocità e all’alcool, è tra le prime cause di violazione del codice stradale e di incidenti spesso anche gravi. 
Le campagne promosse dai servizi del mio Dipartimento, soprattutto i positivi risultati conseguiti, dimostrano l’utilità e l’efficacia del lavoro svolto: i pericoli sono ora maggiormente conosciuti dalla popolazione e gli incidenti si verificano con minore frequenza. Il tema dell’acqua è affrontato con l’apertura della stagione balneare mentre i temi sulla sicurezza stradale possono essere puntuali (inizio delle scuole), stagionali (equipaggiamento invernale) o sempre validi (distrazioni, alcool e velocità).
Per un Dipartimento che deve garantire la sicurezza dei propri cittadini, l’attività di prevenzione è fondamentale e può aiutare a salvare delle vite. Assieme possiamo contribuire al raggiungimento di questo obiettivo, con un comportamento responsabile e una buona dose di buonsenso.
 
Sicurezza negli stadi, Gobbi: “Un gesto di fiducia verso i club”

Sicurezza negli stadi, Gobbi: “Un gesto di fiducia verso i club”

Servizio all’interno dell’edizione di venerdì 13 luglio 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10684625 

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 14 luglio 2018 de La Regione

Da Aeschlimann (Hcl) e Lombardi (Hcap) soddisfazione per la scelta di non identificare tutti i tifosi ma solo gli ospiti.

Nessuna schedatura in entrata per i tifosi locali di hockey su ghiaccio e calcio, nessun obbligo per le società di dotarsi di sistemi informatici che registrino alle casse i volti delle persone come inizialmente ventilato. La soluzione tracciata ieri dal Dipartimento istituzioni per evitare che si ripetano incidenti e tafferugli, come quelli accaduti alla Valascia e alla Resega, è ‘soft’ e, per certi versi, pedagogica. Se da una parte le piste di Ambrì Piotta e Hockey Club Lugano dovranno ‘‘attrezzarsi entro marzo 2019 di sistemi per identificare i tifosi dei settori ospiti’’, ai sodalizi sportivi non vengono date direttive particolari su come provvedere. Nessun obbligo dall’alto insomma, nessuna direttiva ‘ad hoc’. «È una soluzione evidentemente di compromesso – annota interpellato dalla ‘Regione’ Norman Gobbi, direttore del Di –, ora starà ai club attivarsi. La nostra decisione è anche un gesto di fiducia nei loro confronti». Fiducia che però dovrà avere riscontri, «perché sennò le prime ipotesi formulate potrebbero tornare in campo». Ma c’è ottimismo, anche perché, rileva Gobbi, «è anche nel loro interesse evitare che le piste vengano viste da parte dei tifosi come luoghi insicuri, e che quindi smettano di vedere le partite dal vivo nonostante la passione». Se situazioni come quelle post Ambrì Piotta-Losanna si dovessero ripetere, insomma, a essere danneggiati in primis sarebbero i club secondo il direttore delle Istituzioni, «perché ciò porterebbe famiglie con bambini, o coloro che amano lo sport, a rimanere distanti dagli stadi creando un danno economico ai club». Il monitoraggio, leggasi identificazione facciale, dei settori ospiti, d’accordo. Ma nel frattempo? «Quello che chiediamo alle società è di sedersi subito a un tavolo assieme alla Polizia cantonale per valutare gli accorgimenti migliori» spiega Gobbi. La decisione del Di è «valutata abbastanza positivamente» da Filippo Lombardi, presidente dell’Hcap, «ma ci riserviamo, negli incontri che terremo nei prossimi mesi, di discutere col Dipartimento e le forze di polizia». Per Lombardi «era importante che non ci fossero controlli per i settori dei nostri tifosi, sia per i costi sia per l’effetto deterrente che avrebbe un provvedimento simile sul venire o meno alla pista a vedere la partita. Constatiamo con piacere che si sia presa una strada diversa».«Si va nella giusta direzione» per Jean-Jacques Aeschlimann, direttore generale dell’Hcl. Vale a dire «quella della collaborazione, perché Gobbi ha accolto alcune delle nostre perplessità. Noi, ovviamente, siamo pronti a fare la nostra parte». Alcuni punti interrogativi certo rimangono, «soprattutto su chi finanzierà il tutto. A inizio agosto avremo una riunione del nostro Cda, e arriveremo agli incontri con istituzioni e Polizia cantonale con una posizione ufficiale». Per Aeschlimann, ad ogni modo, è importante che «il Dipartimento istituzioni abbia mostrato un’apprezzabile capacità di ascolto».


‘La sicurezza? Tra 20 e 30mila franchi a partita’

Se per l’hockey ci sono quindi cambiamenti all’orizzonte, all’Fc Lugano «abbiamo chiesto di attivarsi presso l’Associazione svizzera di calcio per trovare una soluzione sul come evitare disordini prima, durante e dopo le partite a rischio» afferma Norman Gobbi. Niente riconoscimento facciale quindi, né identificazione alle entrate. Con un avviso neanche tanto velato, però. ‘‘Se la situazione non migliorasse – scrive infatti il Dipartimento istituzioni – ci riserveremo di tornare sulla richiesta di dotare anche lo stadio di Cornaredo di un sistema di identificazione dei tifosi nel settore ospiti’’. Di più. ‘‘In assenza di significativi miglioramenti, il Dipartimento potrà decidere di aumentare sensibilmente gli importi a carico dell’Fc Lugano per il mantenimento dell’ordine pubblico in occasione delle partite a rischio’’. Costi già alti, dato che «ogni partita per la sicurezza spendiamo tra i 20 e i 30mila franchi» risponde da noi interpellato Michele Campana, direttore generale dell’Fc Lugano. «Ci invitano a discutere con le autorità e la Swiss football league per individuare possibili miglioramenti al più presto – continua Campana – e noi sicuramente lo faremo. Siamo disposti a rimettere in discussione la situazione attuale, ma penso che non ce ne siano tante di più efficienti, anzi. Però siamo a disposizione».

 

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 14 luglio del Corriere del Ticino

Tifosi: il giro di vite soft convince a metà

Il Dipartimento delle istituzioni corregge il tiro e punta a controlli d’identità solo nel settore ospiti delle piste di hockey Ancora scettici i club – Aeschlimann: «Infelice il termine a marzo» – Lombardi: «Disparità di trattamento con il calcio»

Il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi lo definisce «un compromesso», le società sportive coinvolte e la Città di Lugano continuano però a storcere il naso. Per arginare gli episodi di violenza negli stadi ticinesi le autorità cantonali ritengono necessari degli interventi, anche infrastrutturali. Ma se alla luce degli scontri avvenuti alla Valascia il 14 gennaio scorso tra gli ultras biancoblù e quelli del Losanna il consigliere di Stato aveva inizialmente proposto l’introduzione di controlli d’identità generalizzati all’entrata di piste e stadi, ieri a Comuni e club è stata annunciata una parziale retromarcia. «È confermata – in particolare – la richiesta che le piste di ghiaccio Valascia e Cornèr Arena siano attrezzate – entro il mese di marzo 2019 – di dispositivi per l’identificazione facciale dei tifosi nel settore ospiti» fanno sapere le Istituzioni. Il provvedimento non riguarderà dunque Curva Sud e Curva Nord e nemmeno il pubblico delle tribune.
Risparmiato dalla misura sarà anche Cornaredo. «È stato chiesto al FC Lugano di attivarsi nei confronti dell’Associazione svizzera di calcio (ASF) per contenere significativamente i disordini a margine delle partite considerate a rischio. Una richiesta analoga sarà inoltrata all’ASF dal Dipartimento, in accordo con il Dicastero sicurezza e spazi urbani della Città di Lugano». Detto ciò, le Istituzioni precisano che se la situazione non migliorasse, «il Dipartimento si riserva di ritornare sulla richiesta di dotare anche lo stadio Cornaredo di un sistema di identificazione dei tifosi nel settore ospiti». Da noi contattato, Gobbi spiega le ragioni alla base di questo giro di vite soft: «Si tratta di un atto di fiducia nei confronti delle società sportive, alle quali è stato richiesto uno sforzo minore rispetto a quanto ipotizzato inizialmente. Una fiducia che dovrà essere confermata nei fatti, altrimenti saranno da rivedere le misure di sicurezza all’interno degli stadi. In ogni caso – aggiunge – si vuole andare nella direzione di una maggiore responsabilizzazione dei club sul fronte della sicurezza. Mi auguro che questa proposta di compromesso possa trovare l’adesione e la comprensione da parte delle società, che penso abbiano capito che sulla sicurezza non si scherza, visti i possibili pericoli che anche una partita considerata tranquilla può causare».

Badaracco: «Il Cantone contribuisca»

Fin qui la visione dipartimentale. Le società tuttavia condividono solo in parte. «Da subito abbiamo garantito la nostra collaborazione, chiedendo però misure adeguate per risolvere un problema che nessuno nega» indica il managing director dell’HC Lugano Jean-Jacques Aeschlimann. In tal senso, aggiunge, «siamo soddisfatti che Gobbi abbia corretto il tiro». La soluzione ora sul tavolo «è una base sulla quale si può discutere, anche se vi sono alcuni aspetti problematici». Quali? «Il termine di fine marzo per attrezzarsi del sistema d’identificazione non è ideale. Probabilmente si sarebbe in pieni playoff ma – a livello operativo – implementare un dispositivo simile creerebbe qualche grattacapo anche a stagione in corso». C’è poi un altro aspetto sul quale Aeschlimann pone l’accento: «Dotarsi di un sistema di controllo facciale rischia di richiedere dei lavori infrastrutturali, anche perché solo un apparecchio non sarebbe sufficiente per gestire centinaia di tifosi. Bisogna dunque capire se la Città di Lugano, proprietaria della pista, è disposta ad assumersi i relativi oneri. Un dispositivo simile costa attorno ai 30.000 franchi». Abbiamo girato direttamente l’interrogativo al responsabile del Dicastero cultura, sport ed eventi Roberto Badaracco: «Sarò molto chiaro: la Città non è disponibile a farsi carico da sola di altri investimenti». In questo quadro Badaracco critica dunque le indicazioni giunte da Bellinzona: «Il Dipartimento impone delle misure, ma vuole che siano gli altri ad assumersene i costi. Così non va bene. Nei prossimi mesi sarà necessario tornare a sedersi attorno a un tavolo e definire una chiave di riparto alla quale partecipi anche il Cantone». E dello stesso avviso si dice anche il presidente dell’Ambrì Piotta Filippo Lombardi: «C’è soddisfazione poiché rispetto ai preannunci ultimativi degli scorsi mesi ora non si avanza un giudizio definitivo e si ragiona su misure applicabili. Siamo pronti al dialogo, ma sicuramente vi sono alcuni punti sui quali bisognerà avviare nuove discussioni. Penso al timing di fine marzo e al finanziamento del sistema di controllo richiesto». Non solo. Lombardi non nasconde la propria «perplessità» per «la disparità di trattamento tra hockey e calcio. E questo quando è appurato che la sicurezza durante i match di calcio comporta delle spese per singolo spettatore di sette volte superiori a quelle hockeistiche». Nonostante il parziale sconto delle Istituzioni, a regnare in casa FC Lugano non è comunque l’entusiasmo. «Non si capisce quale sia l’obiettivo delle autorità: diminuire i costi o aumentare il controllo dei tifosi?» rileva il direttore generale Michele Campana. Per poi aggiungere: «Noi di margini sul piano logistico e strutturale non ne abbiamo. Già oggi per le partite a rischio spendiamo 30.000 franchi in sicurezza. Accoglieremo però l’invito a farci avanti con l’ASF, anche se rimaniamo perplessi sull’utilità di questa mossa. Il motivo? Per l’accoglienza delle tifoserie ospiti l’ASF promuove le trasferte organizzate, con treni speciali e cortei. E ciò proprio per permettere alle forze dell’ordine di monitorare nel suo insieme i tifosi. Ora – se la volontà è questa – si può anche proibire questo genere di organizzazione. Ma mi chiedo se vi sarebbero più vantaggi o svantaggi».

 

 

 

 

Sicurezza negli stadi – Il Dipartimento risponde a Comuni e club

Sicurezza negli stadi – Il Dipartimento risponde a Comuni e club

Il Dipartimento delle istituzioni ha comunicato oggi ai Club sportivi e ai Comuni toccati da manifestazioni sportive sottostanti al regime di autorizzazione le proprie decisioni sulle misure di sicurezza a margine delle partite di hockey e di calcio, precisando che la protezione dell’incolumità del pubblico resta la priorità, insieme al contenimento dei costi a carico della collettività. È stata confermata – in particolare – la richiesta che le piste di ghiaccio Valascia e Resega siano attrezzate – entro il mese di marzo 2019 – di dispositivi per l’identificazione facciale dei tifosi nel settore ospiti.

Il Dipartimento delle istituzioni ha preso atto delle osservazioni dei club sportivi ticinesi e dei Comuni coinvolti.
In una lettera, le Autorità cantonali hanno quindi precisato le proprie intenzioni, ricordando che il pacchetto di misure proposte intende tutelare in modo più incisivo la stragrande maggioranza dei tifosi, che desiderano assistere alle partite di hockey e calcio in piena sicurezza, accompagnati anche dai propri figli.

Nel dettaglio, il Dipartimento delle istituzioni ha comunicato che:

È confermata la richiesta che gli stadi della Valascia e della Resega siano attrezzati – entro il marzo 2019 – di sistemi per identificare i tifosi nel settore ospiti. Le caratteristiche dei dispositivi dovranno essere definite insieme agli specialisti della Polizia cantonale, e i costi di installazione dovranno essere ripartiti fra i club e i proprietari degli stadi. Questa misura non sarà per contro attuata, per il momento, negli stadi di calcio.

È stato chiesto al FC Lugano di attivarsi nei confronti dell’Associazione svizzera di calcio (ASF) per contenere significativamente i disordini a margine delle partite considerate a rischio. Una richiesta analoga sarà inoltrata all’ASF dal Dipartimento, in accordo con il Dicastero sicurezza e spazi urbani della Città di Lugano. Se la situazione non migliorasse, il Dipartimento si riserva di ritornare sulla richiesta di dotare anche lo stadio di Cornaredo di un sistema di identificazione dei tifosi nel settore ospiti.

I responsabili di tutte le strutture sono stati invitati a voler identificare, unitamente agli specialisti della Polizia cantonale e – per Lugano – della locale polizia cittadina, ulteriori misure di tipo logistico, strutturale e in ambito di videosorveglianza, utili ad aumentare sensibilmente la prevenzione di atti di violenza.

Qualora le misure indicate in precedenza non comportassero dei miglioramenti significativi per quanto attiene l’ordine e la sicurezza all’interno e all’esterno degli stadi, il Dipartimento delle istituzioni si riserva di aumentare sensibilmente gli importi a carico del FC Lugano per il mantenimento dell’ordine pubblico in occasione di partite a rischio.

La campagna di prevenzione “Acque sicure” entra nel vivo

La campagna di prevenzione “Acque sicure” entra nel vivo

Sabato 14 luglio a Losone, a partire dalle 14.00, alcuni rappresentanti della Commissione consultiva cantonale «Acque sicure» animeranno uno stand informativo durante un evento sportivo previsto nell’area di svago del Meriggio. Entra così nel vivo la campagna di prevenzione promossa dal Dipartimento delle istituzioni, che punta come sempre ad attirare l’attenzione dei bagnanti sulle regole che permettono di evitare comportamenti a rischio e incidenti.
La spiaggia del Meriggio – alla confluenza dei fiumi Maggia e Melezza – è una delle più frequentate del Locarnese e uno dei nuovi luoghi in cui da quest’anno, durante i fine settimana dei mesi di luglio e di agosto, è prevista la presenza dei pattugliatori, che forniranno informazioni ai bagnanti sui comportamenti corretti da assumere per godersi le meraviglie del Cantone in tutta sicurezza. Per presentare questa nuova offerta, il Presidente della Commissione consultiva «Acque sicure» Boris Donda parteciperà – insieme ad alcuni agenti della sezione lacuale della Polizia cantonale – all’evento sportivo in programma nel pomeriggio di sabato 14 luglio nell’area di svago losonese.
Le regole più importanti per frequentare in sicurezza i nostri lidi saranno ricordare a tutti i presenti grazie alla presenza di uno stand informativo, che organizzerà giochi e la distribuzione di gadget della campagna di sensibilizzazione. A partire dalle 14.00, il Presidente Boris Donda sarà inoltre a disposizione degli organi d’informazione per rilasciare interviste.

Il Dipartimento delle istituzioni coglie l’occasione per ricordare le sei regole dei bagnanti, pubblicate anche sul sito internet www.acquesicure.ch

1.
Non perdere mai di vista i bambini
2.
Non accamparsi sulle rive o sugli isolotti di un fiume
3.
Prestare grande attenzione alle condizioni meteorologiche: le piogge fanno aumentare rapidamente il livello dell’acqua
4.
Valutare bene il luogo e le caratteristiche del fiume: gole strette e cascate sono pericolose. I vortici non si vedono ma imprigionano sul fondo
5.
Seguire le indicazioni e i suggerimenti delle persone competenti
6.
Attenersi alla segnaletica delle officine idroelettriche

Moto, ma i sinistri sono in calo

Moto, ma i sinistri sono in calo

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 10 luglio 2018 de La Regione

Dopo i casi dello scorso fine settimana, i dati e le attività di prevenzione.
Il progetto ‘Strade sicure’.

Lotterebbero ancora tra la vita e la morte i due motociclisti che lo scorso fine settimana, uno a Vogorno e l’altro a Corzoneso (frazione di Acquarossa), sono stati vittime di due seri incidenti stradali. Le loro condizioni sarebbero immutate rispetto a quanto comunicato inizialmente, indicava ieri pomeriggio la Polizia cantonale, da noi interpellata. Più fortunato, invece, un terzo motociclista che, sempre domenica, sul Lucomagno, nei pressi di Camperio, probabilmente a causa di una chiazza d’olio trovata sull’asfalto, è scivolato affrontando un tornante. Le sue condizioni sono stabili. Tre incidenti con coinvolti motocicli in un fine settimana sono tanti, ma si inseriscono in un trend? «Nei primi quattro mesi dell’anno non abbiamo riscontrato indicazioni di un aumento di incidenti con motoveicoli – risponde Renato Pizolli, capoprogetto di ‘Strade sicure’ –, anzi, il numero di sinistri che vedono coinvolti motoveicoli è inferiore del 15 per cento rispetto agli scorsi anni. Maggio e giugno, benché ancora incompleti perché non sono rientrati ancora tutti i rapporti, non indicano un cambio in questa tendenza». Il 15 per cento in meno rispetto agli scorsi anni, quindi. Ma i dati – fornitici dalla Polizia cantonale – che coprono il periodo 2013-2017 sono parecchio altalenanti. Se il totale degli incidenti che hanno coinvolto almeno un motoveicolo nel 2013 è stato di 503, l’anno seguente il calo è stato sensibile con 464 casi. E se nel 2015 il livello è tornato a quello di due anni prima, risalendo a 509, nel 2016 si è nuovamente scesi a 435. E l’anno scorso? Si è registrato il numero più alto di incidenti degli ultimi cinque anni: 538. Sempre nel 2017, i morti sono stati tre, mentre i feriti gravi 105 e quelli leggeri 183. Dati ballerini quindi, o quantomeno altalenanti. Le cause, però, principalmente sono sempre le stesse: avvicinamento eccessivo al veicolo che precede, manovre azzardate, assunzione di alcol, superamento di veicoli fermi in coda da parte del motoveicolo, scarsa esperienza di guida. E anche le dinamiche, ripetono lo stesso schema: negli ultimi cinque anni, la più frequente è sempre stata un incidente causato da uno sbandamento o per colpa propria del motociclista. Va da sé, quindi, che la prevenzione e la sensibilizzazione siano più che fondamentali. Pizolli, rispondendo alla ‘Regione’, ricorda come «‘Strade sicure’, progetto del Dipartimento delle istituzioni in collaborazione con la Polizia cantonale, sostiene attivamente in Ticino corsi autorizzati e certificati di perfezionamento della guida sulle due ruote con un contributo finanziario». Ma non solo. «Questo progetto promuove degli appuntamenti specificatamente dedicati ai motociclisti. Il 30 giugno, ad esempio, ad Airolo una quarantina di loro ha potuto affrontare i passi alpini con la Polizia cantonale». Questo evento, promosso da ‘Strade sicure’ e dal V Reparto della Gendarmeria stradale della Cantonale, «aveva come obiettivo effettuare prove pratiche dedicate alla sicurezza dei motociclisti. Agenti esperti – annota Pizolli – hanno accompagnato gli amanti delle due ruote sui passi del San Gottardo e della Novena, fornendo utili indicazioni per ottimizzare lo stile di guida e rendendoli attenti ai rischi della guida fuori dalle località abitate». Importante che sia avvenuto in giugno perché, come ricorda il capoprogetto di ‘Strade sicure’, «quella estiva è la stagione dove capita il maggior numero di incidenti, anche perché è maggiore il numero di motoveicoli in circolazione e aumenta il numero di chilometri effettuati».

Semplici accorgimenti per bloccare i ladri durante le vacanze

Semplici accorgimenti per bloccare i ladri durante le vacanze

Un’informazione chiara contro i furti
Il periodo estivo coincide per buona parte di noi con le tanto attese vacanze. Non si vede l’ora di poter staccare un attimo dal ritmo quotidiano per concedersi qualche giornata con i propri cari o praticando gli hobby preferiti. 
Non siamo però i soli ad attendere questo momento: assieme a noi ci sono i ladri che non vedono l’ora di approfittare della nostra assenza per violare gli spazi più intimi della nostra quotidianità alla ricerca di una interessante refurtiva. 
Il mio Dipartimento, in particolare la Polizia cantonale, prima dell’estate ricorda alla popolazione di mettere in pratica alcuni accorgimenti che possono aiutare a combattere il fenomeno dei furti nelle abitazioni. Prima di partire per le vacanze, consiglio vivamente di seguire le indicazioni fornite dalla Prevenzione svizzera della criminalità. Oltre all’accurata pianificazione del viaggio e del soggiorno, è indispensabile ridurre il rischio che la nostra abitazione possa suscitare l’attenzione dei ladri durante il periodo in cui resterà incustodita. Sarebbe piuttosto sgradevole doversi occupare delle pratiche di notifica di un furto al rientro dalle vacanze.
 
Trend in diminuzione per i furti nelle abitazioni
Grazie al buon lavoro della Polizia cantonale, i furti nelle abitazioni sono diminuiti in maniera importante negli ultimi anni (da 1’455 nel 2015 a 926 nel 2017). Dobbiamo comunque tenere alta la guardia per ribadire il trend positivo anche per il 2018. Sono molteplici le motivazioni che hanno permesso di conseguire questo risultato: da un lato la maggiore e migliore presenza sul territorio degli agenti favorita dalla riorganizzazione della Polizia, dall’altro una comunicazione più efficace e attiva sul tema con l’utilizzo dei canali classici e l’aggiunta dell’App e dei social media della Polizia cantonale. Pure i cittadini hanno dato il loro prezioso contributo con la segnalazione alla Centrale operativa di situazioni sospette, rendendo più efficace il lavoro di prevenzione e repressione degli agenti.

L’assenza da casa deve essere comunicata con attenzione
Per ridurre il rischio di furti, è opportuno insinuare nei ladri il dubbio che l’abitazione non sia abbandonata, delegando a conoscenti fidati il compito di “farla vivere” o automatizzando con dei timer alcune attività abituali. Tra queste – in estrema sintesi – evidenzio la necessità di vuotare la bucalettera, di aprire e chiudere le tapparelle o persiane e di accendere e spegnere le luci (ma anche televisori e radio) nei locali ad intervalli irregolari. Oltre a ciò, prima della partenza, è fondamentale assicurarsi che tutti gli accessi siano stati correttamente chiusi (pure i lucernari) e che l’impianto d’allarme, se presente, sia stato correttamente programmato. Ricordarsi anche di depositare in cassaforte o nelle cassette di sicurezza banconote e oggetti di valore economico o affettivo.
In parallelo, è opportuno riflettere su che cosa comunicare specialmente con i social media (ma anche sulla segreteria telefonica). Evitate di dare troppo risalto alla vostra lontananza con scritti ed immagini dei luoghi di villeggiatura. I ladri potrebbero trovare la conferma della vostra assenza proprio sfogliando i profili social. Non dimenticate infine di fare attenzione ai borseggiatori, particolarmente abili a sfruttare le vostre distrazioni in presenza di un folto numero di persone. Non perdete mai di vista borsette e portamoneti!

Per non cancellare i benefici delle vacanze appena rientrati a casa, mi auguro possiate fare tesoro di questi utili suggerimenti. Assieme all’attività di prevenzione svolta dalla Polizia cantonale e dalle polizie comunali sarà così più facile combattere i tentativi dei malintenzionati, agevolando l’operato delle forze dell’ordine. I dati statistici sono favorevoli ma basta un attimo per peggiorarli. Faccio quindi affidamento anche sul vostro apprezzato ruolo di sentinelle sul territorio.