Una legge per combattere il terrorismo a 360 gradi

Una legge per combattere il terrorismo a 360 gradi

“Come dimostrato dagli attacchi del 12 settembre 2020 a Morges e del 24 novembre 2020 a Lugano, la minaccia terroristica più probabile nel nostro Paese proviene da attori il cui orientamento violento è radicato tanto in crisi personali o problemi psichici quanto in un’opera di convincimento ideologico. Le persone radicalizzate più suscettibili di commettere attentati sono ispirate dalla propaganda jihadista senza avere necessariamente un contatto diretto con un gruppo o un’organizzazione jihadista. Questo tipo di attacchi rimane una sfida per la sicurezza”. Così si esprime il Consiglio federale nel rapporto 2021 sulla politica di sicurezza. Una sfida a cui il mondo politico è chiamato a rispondere per salvaguardare i cittadini del nostro Paese. Abbiamo le « armi » per garantire che attacchi ed episodi violenti legati al terrorismo – non solo quello dovuto alla radicalizzazione islamista, ma pure quello conseguente a un’estremizzazione di ideologie di sinistra, di destra e/o animaliste – vengano scongiurati?

La risposta è « sì », se si considera che la Svizzera ha ampliato i suoi mezzi di difesa. Con la revisione del Codice penale, i reati terroristici quali il reclutamento, la formazione, i viaggi per unirsi alla « guerra santa » nonché la commissione di gravi reati terroristici possono essere puniti più duramente. La risposta è « no», se pensiamo che oggi la Polizia può intervenire solo quando una persona ha già commesso l’attacco terroristico. È questa la lacuna grave, a cui Consiglio federale e Parlamento hanno posto rimedio con la Legge federale sulle misure di polizia per la lotta al terrorismo ( MPT) che saremo chiamati a votare il 13 giugno.

Il punto più criticato dai referendisti è la misura che permetterà alla Polizia di decretare gli arresti domiciliari. Di mezzo ci sono la nostra libertà e i nostri diritti. È una preoccupazione legittima, ma che non ha ragione d’esistere. La Polizia non potrà fare il « bello e cattivo tempo», ma attenersi a regole precise. Come cittadini svizzeri godiamo di garanzie costituzionali che la nuova legge non contraddice. Qualsiasi misura preventiva di polizia deve essere proporzionata, considerando i diritti di libertà costituzionali. Molti hanno timore che questa nuova legge potrà limitare la partecipazione a manifestazioni di carattere politico. Falso: la libertà costituzionale di espressione toglie qualsiasi aggancio per un intervento preventivo contro manifestanti. Le condizioni per ordinare misure di polizia per la lotta al terrorismo sono dunque severe. Il fattore decisivo è il potenziale di violenza di un individuo, e tale potenziale deve essere valutato per ogni individuo. La legge definisce chiaramente ciò che costituisce una minaccia terroristica: si deve presumere – sulla base di indicazioni concrete e attuali – che una persona sia coinvolta in attività terroristiche. Inoltre tale soggetto deve essere già stato seguito con misure sociali, di integrazione e terapeutiche previste dal Piano d’azione nazionale per prevenire e combattere la radicalizzazione e l’estremismo violento. Se quest’ultime hanno fallito e se sono stati esauriti anche tutti gli altri strumenti a disposizione della Polizia ( gli stessi utilizzati contro la tifoseria violenta e la violenza domestica), è solo in quel momento che possono essere applicate le nuove misure per la lotta al terrorismo. Senza dimenticare che qualsiasi intervento deve essere limitato nel tempo e può essere contestato con un ricorso davanti a un Tribunale. Gli arresti domiciliari, poi, necessitano dell’approvazione del giudice.

La legge ha già tenuto conto di tutti i fattori che potrebbero far sorgere dubbi sulla legittimità degli interventi, con particolare attenzione – come detto – al rispetto delle nostre libertà costituzionali. È quindi nell’interesse di tutta la collettività che questa legge entri finalmente in vigore. È l’unico mezzo per combattere il terrorismo a 360 gradi e per fermare la mente e la mano di queste persone prima che compiano un attacco criminale.

Opinione pubblicata nell’edizione di sabato 15 maggio 2021 del Corriere del Ticino

Se la vittima è lo Stato

Se la vittima è lo Stato

Crediti Covid: più di cinquanta inchieste. Presunti abusi indennità per lavoro ridotto: una trentina di segnalazioni. Procura e Polizia cantonale fanno il punto.

Tra «i fenomeni sviluppatisi in Ticino all’ombra della pandemia», per citare le parole del portavoce della Polizia cantonale Renato Pizolli, ci sono anche i raggiri, o presunti tali, commessi da imprenditori, o sedicenti imprenditori, nell’ambito degli aiuti erogati dallo Stato per sostenere le imprese che per giro d’affari e posti di lavoro hanno subìto gli effetti nefasti del coronavirus. Aiuti di cui hanno beneficiato pure coloro che a questi contributi non avevano diritto di accedere. Ebbene, tra il marzo 2020 e l’inizio di aprile di quest’anno, il Ministero pubblico, in collaborazione con la Polizia cantonale, ha aperto più di cinquanta procedimenti penali «per sospetta o conclamata truffa al credito Covid»: oltre una quindicina gli incarti che sono nel frattempo sfociati «in decreti d’accusa oppure in rinvii a giudizio». Questi e altri i dati forniti ieri da Andrea Maria Balerna, uno dei due sostituti procuratori generali, responsabile della squadra di magistrati inquirenti che al Ministero pubblico indaga sui reati economico-finanziari. Cinquanta e passa incarti per un totale di circa novanta crediti concessi, pari a un importo che oltrepassa i dieci milioni di franchi. Per quanto attiene ai singoli casi in odor di malversazione finiti sotto la lente degli investigatori, le cifre vanno “da poche migliaia a oltre un milione e mezzo di franchi”, precisa la PolCantonale in una nota. Una novantina le persone sotto inchiesta (cittadini stranieri e svizzeri), tredici delle quali finite in carcere preventivo. Più o meno il trenta per cento quanto si è riusciti finora a recuperare, tra sequestri e restituzione delle somme indebitamente percepite.
Ma le inchieste penali sin qui avviate non concernono solo i furbetti dei crediti Covid, crediti garantiti dalla fideiussione della Confederazione. Nella conferenza stampa indetta da Ministero pubblico e Polizia cantonale per fare il punto sull’evoluzione della criminalità finanziaria in Ticino, si è parlato anche degli abusi, o dei presunti abusi, legati all’erogazione delle indennità per lavoro ridotto previste dalla legge federale sull’assicurazione contro la disoccupazione, un aiuto che per fare fronte alle conseguenze economiche della pandemia, evitando licenziamenti, è stato notevolmente potenziato da Berna. «Più di trenta le segnalazioni» giunte agli organi penali inquirenti e sulle quali «sono in corso verifiche in collaborazione con gli uffici dell’Amministrazione federale e di quella cantonale», ha spiegato il maggiore Thomas Ferrari, responsabile in seno alla Cantonale della Polizia giudiziaria. Dunque oltre trenta casi, gli ha fatto eco il sost pg Balerna, «di indennità percepite abusivamente». Ottenute da aziende, afferma la Polizia nel comunicato, che “avrebbero fornito cifre non veritiere circa le ore di lavoro perse a seguito della crisi pandemica”. A differenza dei crediti Covid garantiti dalla Confederazione, le agevolazioni introdotte dallo Stato per l’accesso alle indennità per lavoro ridotto sono ancora in vigore: non è quindi da escludere un aumento del numero di casi per i quali si renderanno necessari accertamenti da parte di magistratura e polizia. Del resto, ha rammentato Ferrari, «non ci sono state nella storia crisi di cui dei soggetti non ne abbiano approfittato per arricchirsi illecitamente». La crisi indotta dal Covid-19 non fa eccezione.

‘Attenzione alla pericolosità sociale degli illeciti finanziari’
L’incontro con i media è stata l’occasione per sottolineare l’importanza dell’azione di contrasto agli illeciti economico-finanziari. Reati, hanno rilevato Balerna e Ferrari, che possono danneggiare anche lo Stato: si pensi ai menzionati abusi nella concessione degli aiuti pubblici previsti in questo periodo, ma si pensi pure ai fallimenti fraudolenti dai quali emergono non di rado malversazioni in campo fiscale e assicurativo, con il mancato versamento di imposte e oneri sociali. Tutto questo priva l’ente pubblico di risorse finanziarie, da destinare per esempio alla scuola, alla socialità, all’ambiente o agli investimenti. «Non va sottovalutata la pericolosità sociale della criminalità finanziaria», ha avvertito il capo della Polizia giudiziaria.
E a proposito di crac societari fraudolenti, talvolta addirittura programmati da imprenditori senza scrupoli, Balerna e Ferrari hanno evidenziato il ruolo fondamentale, nella repressione e nella prevenzione, giocato del ‘Perito contabile’, figura introdotta in tempi recenti dal Dipartimento istituzioni guidato da Norman Gobbi. Operativo dall’agosto del 2019 nell’organico della Divisione giustizia, il perito è attualmente Peter Ranzoni, economista, una lunga esperienza nel settore bancario e un Master alla Supsi in diritto economico e business crime. È lui a indicare al Ministero pubblico quei fallimenti nei quali si sospetta la commissione di uno o più reati: bancarotta fraudolenta, cattiva gestione, omissione di contabilità. La lista può includere anche la falsità in documenti, l’appropriazione indebita, la diminuzione dell’attivo in danno dei creditori, il riciclaggio… Le segnalazioni del Perito agli inquirenti del Palazzo di giustizia non mancano davvero. «Nell’arco di un anno ha esaminato un centinaio di incarti segnalati come possibilmente problematici dai gestori fallimentari su un totale di un migliaio circa di procedure fallimentari – illustrava nell’ottobre scorso, interpellata dalla ‘Regione’, la direttrice della Divisione Frida Andreotti –. Del centinaio di incarti vagliati da Ranzoni, una trentina ha già dato origine a segnalazioni al Ministero pubblico». Era l’autunno 2020.

‘Come un cancro, che può intaccare l’intero tessuto economico’
Chi fa impresa, ha osservato il sostituto procuratore generale Balerna, «non può non prendere in considerazione la possibilità di fallire, qui però si tratta di crac usati come uno strumento per arricchirsi a danno di terzi». Per esempio a danno dei fornitori. Uno strumento per arricchirsi «togliendo nel contempo mezzi finanziari allo Stato: imposte e tasse non versate, oneri sociali non pagati». Fallimenti fraudolenti, truffe, appropriazioni indebite… la criminalità finanziaria, ha rincarato Balerna, «è come un cancro, che può intaccare l’intero tessuto economico e sociale», che è in grado di alterare il mercato, introducendo forme di «concorrenza sleale» e di renderlo così «poco o per nulla attrattivo per gli imprenditori onesti». Pertanto meno ditte che si insediano nel territorio, meno posti di lavoro, meno benessere: «Un terreno fertile» per il manifestarsi di altri reati, come furti e rapine, che generano e alimentano nella popolazione un sentimento di insicurezza.

Quella economico-finanziaria è una criminalità che in genere «ha una certa conoscenza dei meccanismi del sistema giudiziario e dell’apparato amministrativo, nonché delle nuove tecnologie», ha messo in guardia Ferrari. Tuttavia, ha continuato il capo della Polizia giudiziaria ticinese, non basta il solo lavoro delle autorità di perseguimento penale. Oltre a magistratura e polizia, la lotta coinvolge, deve coinvolgere «la società civile» e «i servizi dell’Amministrazione». Per far sì che l’azione di contrasto sia incisiva è allora necessario lo scambio di informazioni tra i vari uffici cantonali, è necessario «investire» nelle risorse umane e nei mezzi. Si sta andando in questa direzione, ma si può e si deve fare di più. Le difficoltà economiche odierne dovute alla pandemia potrebbero attirare i capitali, da riciclare, di associazioni criminali di stampo mafioso. «Nel contesto pandemico – ha detto Balerna – non abbiamo per il momento evidenze in Ticino di un’accresciuta attività di queste organizzazioni». Per il momento.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 13 aprile 2021 de La Regione

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Presunte truffe covid per 10 milioni
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Reati finanziari e COVID-19: sviluppare i giusti anticorpi

Reati finanziari e COVID-19: sviluppare i giusti anticorpi

Comunicato stampa

Oltre 50 incarti aperti da Ministero pubblico e Polizia cantonale per presunti illeciti legati alla concessione dei crediti COVID (per un totale di circa 10 milioni di franchi erogati) e più di trenta segnalazioni per possibili abusi nell’ambito delle indennità per il lavoro ridotto. Sono alcune delle cifre legate a fenomeni sviluppatisi all’ombra della pandemia che confermano la capacità della criminalità economica e finanziaria di adattarsi rapidamente ed in maniera versatile a nuovi scenari.

Gli analisti concordano da tempo sul fatto che in Svizzera i reati economici e finanziari noti alle autorità di perseguimento penale (Ministero pubblico e Polizia) rappresentino solo una parte di quelli realmente commessi poiché non denunciati. Da qui una consapevolezza accresciuta che negli anni, a più livelli, ha permesso di sviluppare strategie nel contesto del quadro legislativo vigente e di stringere le maglie della rete. Da tempo infatti le autorità penali e le varie unità dell’Amministrazione si sforzano di perfezionare le procedure di lavoro, di monitoraggio e di segnalazione dei fenomeni criminali o potenzialmente tali. Molto è tuttavia ancora possibile fare – in termini anche di presa di coscienza da parte della società – per arginare una piaga che tende a riorientare rapidamente i propri meccanismi, adattandosi a un contesto sociale e tecnologico in continua evoluzione e cagionando importanti danni diretti o indiretti alle istituzioni pubbliche e alla collettività.

Emblematico in tal senso è quanto avvenuto con gli illeciti finanziari legati alla concessione dei crediti COVID messi a disposizione per sostenere le attività economiche. Tra il 26 marzo e il 31 luglio 2020 le aziende elvetiche hanno infatti potuto beneficiare di crediti garantiti dalla Confederazione. Per molte imprese confrontate con seri problemi di liquidità si è trattato di una indubbia boccata di ossigeno, non sono mancati tuttavia comportamenti abusivi da parte di chi ha tentato di approfittare della situazione per commettere illeciti sia in fase di ottenimento sia in fase di utilizzo dei crediti.

Numeri sotto la lente
Dati alla mano, come evidenziato nel corso della conferenza stampa odierna dal Procuratore generale sostituto (Sezione reati economico finanziari) Andrea Maria Balerna, fino ad oggi il Ministero pubblico ha aperto oltre 50 incarti.
La maggior parte delle denunce è giunta dalle banche stesse tramite l’Ufficio di comunicazione in materia di riciclaggio di denaro (MROS). Gli importi erogati spaziano da poche migliaia ad oltre un milione e mezzo di franchi. Il totale della massa dei crediti oggetto di accertamenti si aggira intorno ai 10 milioni di franchi. Gli importi sin qui sequestrati o già restituiti agli istituti di credito ammontano a circa il 30% del totale. Sempre guardando alle cifre, le persone indagate sono più di novanta (di cui 13 toccate dalla misura della carcerazione preventiva). Sotto la lente delle autorità – ha spiegato ancora il magistrato – sono finite diverse tipologie di possibili infrazioni: si va dalle indicazioni false nella richiesta di credito all’utilizzo degli importi ricevuti per finalità estranee agli scopi delle misure di sostegno.

Una seconda fattispecie che sta emergendo in maniera preoccupante sullo sfondo della pandemia è quella degli abusi alle indennità per lavoro ridotto perpetrati da aziende che avrebbero fornito cifre non veritiere circa le ore di lavoro perse a seguito della crisi pandemica. Numerosi i casi oggetto di accertamenti da parte delle autorità amministrative preposte e oltre trenta le segnalazioni sin qui giunte al Ministero pubblico. Alcune di queste ultime hanno già condotto a importanti operazioni svolte dalla Polizia cantonale in collaborazione con gli uffici federali e cantonali competenti.

Stringere le maglie della rete
Quanto verificatosi nel corso dell’ultimo anno all’ombra della pandemia – ha evidenziato il capo della Polizia giudiziaria, maggiore Thomas Ferrari – dimostra l’importanza di una costante ricerca in seno ai vari livelli dell’Amministrazione pubblica di strategie  preventive volte a contenere il danno, sviluppando il senso critico e i meccanismi di riconoscimento delle potenziali situazioni di abuso. Un lavoro che deve andare di pari passo con la percezione del fenomeno da parte della cittadinanza. Alla criminalità economico finanziaria non è infatti ancora riconosciuto dall’opinione pubblica il suo effettivo grado di pericolosità sociale, dal momento che essa non va ancora ad intaccare in maniera  significativa il buon livello di sicurezza percepito e non compromette ancora la capacità dello Stato di erogare servizi e prestazioni di qualità. Un intervento a tutti i livelli prima che ciò accada è tuttavia imprescindibile. I benefici di una strategia congiunta e strutturata su più linee di difesa (società civile, autorità amministrative e di perseguimento penale) contro gli illeciti economici sono molteplici: oltre a permettere di perseguire un numero maggiore di casi e di ridurre gli abusi a danno dell’ente pubblico, vi è anche un effetto deterrente nei confronti di chi cerca di sfruttare in maniera abusiva i diritti materiali e procedurali previsti dal nostro ordinamento. Il tutto a salvaguardia del tessuto economico sano e, in ultima analisi, del benessere di tutta la cittadinanza.

“Gli sforzi sono stati ripagati: oggi il Ticino è più sicuro!”

“Gli sforzi sono stati ripagati: oggi il Ticino è più sicuro!”

Norman Gobbi commenta quanto fatto dalla Polizia cantonale nel 2020 e nell’ultimo decennio

Un Ticino più sicuro! Era questo l’obiettivo che 10 anni fa si era posto il neo consigliere di Stato Norman Gobbi all’entrata in Governo. E oggi il Ticino è decisamente un luogo più sicuro. “Fino a una decina di anni fa la popolazione aveva un sentimento soggettivo di sicurezza molto inferiore rispetto a oggi – afferma il presidente del Governo Norman Gobbi. Abbiamo intrapreso una strada lunga e impegnativa, su più fronti. A cominciare dalla ristrutturazione organizzativa e logistica, per giungere a un maggior impegno nella formazione, senza dimenticare le collaborazioni con le comunali e quelle con altri corpi cantonali e con la Polizia federale. Più pattuglie sulle strade, un maggior dialogo con i cittadini e più capacità investigative. Un mix di misure che ha portato a notevoli successi e di conseguenza ad aumentare quel sentimento di sicurezza a cui tutti noi aspiriamo per vivere bene nel nostro paese. Ma non possiamo e non potremo mai nell’ambito della sicurezza abbassare la guardia”.

Le statistiche sulla criminalità lo stanno a dimostrare. “Di recente la Polizia cantonale ha presentato il bilancio d’attività 2020. Statistiche molto particolari, perché influenzate dalla straordinarietà legata alla pandemia. Ma se gettiamo uno sguardo su un arco di tempo più lungo, allora si constaterà come i furti, le rapine e altri reati contro il patrimonio, per esempio, sono calati. Così come gli incidenti della circolazione, altro settore delicato per la nostra qualità di vita”, sottolinea il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

E se vogliamo guardare invece solo a quanto avvenuto nel 2020? “Le cifre ci mostrano un calo marcato dei furti (-30% quelli con scasso e -26% quelli senza scasso e quelli nelle abitazioni sono passati da 693 nel 2019 a 497 nel 2020); le rapine sono state 23 contro le 34 dell’anno precedente. Ha influito in modo positivo il maggior controllo alle frontiere con l’Italia, così come la chiusura totale o parziale per un certo lasso di tempo di alcuni valichi minori. Il lockdown non ha scoraggiato invece le attività criminali di trafficanti e spacciatori e qui l’azione investigativa e repressiva ha permesso di ottenere notevoli successi. Sono stati intercettati 246 chili di hashish, contro i 3,8 chilogrammi nel 2019 e 78,7 chili di marijuana, contro i 22,6 del 2019. I chilogrammi di eroina sequestrati sono stati ben 11,8, rispetto ai 4,6 di 12 mesi prima. L’unico calo registrato è quello dei sequestri di cocaina: nel 2019 furono 28,5 chili sequestrati, nel 2020 “solo”, si fa per dire, 16 chilogrammi”.

“Ciò che più ha segnato l’attività della nostra Polizia nel 2020 – continua il nostro interlocutore – è stata l’azione a sostegno dell’attività del Governo e dei ticinesi per affrontare la pandemia. Il ruolo del comandante Cocchi è stato centrale quale capo dello Stato Maggiore cantonale di condotta istituito dal Consiglio di Stato. Ma tutto il corpo si è distinto, soprattutto in interventi legati alla prevenzione e al monitoraggio per il contenimento dei contagi. Una cifra più di tutte può spiegare l’attività della Polizia cantonale nel 2020: le telefonate alla centrale sono state 370mila, contro le 250mila circa dell’anno precedente. Ciò significa un incremento di quasi il 50%! Insomma, nel momento del bisogno, nel momento dell’emergenza le collaboratrici e i collaboratori della Polizia erano al fronte per sostenere i ticinesi!”, conclude il presidente del Governo Norman Gobbi.

Mettiamo in moto la sicurezza!

Mettiamo in moto la sicurezza!

Comunicato stampa

La bella stagione è alle porte e come tradizione il progetto di prevenzione del Dipartimento delle istituzioni Strade sicure, in collaborazione con la Polizia cantonale e le Polizie comunali, torna a sensibilizzare i motociclisti nell’ottica di aumentare la sicurezza stradale. Quest’anno, vista la situazione legata alla pandemia daCOVID-19, oltre a ricordare la necessaria prudenza alla guida e il porto di abbigliamento protettivo, si rinnova l’invito a prestare attenzione, specialmente durante le soste, al rispetto del distanziamento sociale e delle regole di igiene accresciuta.  

Viaggiare in moto rappresenta per molti una sensazione di libertà. Tuttavia, i rischi che si corrono sulle due ruote sono statisticamente superiori a quelli di quando si viaggia in auto; in Svizzera, fra tutti gli utenti della strada, sono infatti i motociclisti a incorrere nel maggior numero di incidenti gravi. Per quanto riguarda i dati relativi agli incidenti stradali che vedono coinvolti motociclisti, nel nostro Paese si è assistito ad un aumento dei centauri deceduti, passati da 30 nel 2019 a 52 nel 2020. In aumento, anche se più contenuto, il dato sui feriti gravi, da 990 nel 2019 si è passati a 998 nello scorso anno. In Ticino le cifre indicano invece una certa stabilità: a fronte di 343 incidenti, nel 2020 vi sono stati 3 decessi, che raggiungono il numero del 2019. I feriti gravi invece sono diminuiti, raggiugendo quota 65 (92 nel 2019).

Strade sicure in particolare ricorda di prestare attenzione al percorso che si vuole affrontare: in alcune strade, ad esempio nelle valli, ancora nel mese d’aprile si possono incontrare tratti gelati o comunque sdrucciolevoli. Altro importante aspetto da considerare è la forma fisica. Dopo un inverno sedentario un lungo giro può mettere alla prova il nostro fisico e contribuire ad aumentare il rischio di errori di guida e quindi di incidenti.

Per mettere in moto la nostra sicurezza si consiglia di:

  • Indossare sempre l’equipaggiamento protettivo, anche con alte temperature;
  • Proteggersi dalla testa ai piedi: casco, giacca, guanti, pantaloni e stivali idonei;
  • Scegliere capi d’abbigliamento della taglia giusta, di comoda vestibilità e ben visibili;
  • Anche in scooter proteggersi con materiali resistenti all’abrasione.

Questi consigli sono da applicare sempre, anche per brevi tratti di strada.  

Polizia «punto di riferimento» durante l’emergenza sanitaria

Polizia «punto di riferimento» durante l’emergenza sanitaria

Nel 2020 sono calati furti e rapine, ma sono aumentate liti e risse. La Centrale d’allarme è stata subissata di chiamate: ne sono giunte 372 000, il 44% in più rispetto al 2019. Dal punto di vista dei reati, il
2020 è stato un anno anomalo. Col lockdown della scorsa primavera, in Ticino si è fermato tutto. Anche la criminalità. Lo mostrano le statistiche 2020 della polizia cantonale, che parlando di una diminuzione di furti (-27%) e rapine (-32%). Un calo che interessa anche gli incidenti della circolazione (-14%), con un aumento però di quelli mortali (sono stati 16, con 17 vittime). Dati, questi, da ricondurre alla chiusura delle attività e anche delle frontiere, come ha spiegato il capo gendarmeria Marco Zambetti in un incontro con la stampa. Ma la pandemia non ha fermato gli episodi di violenza. Nel periodo post-lockdown si è infatti assistito «a un sensibile rialzo di liti e risse, un fenomeno che per tutta l’estate è rimasto di poco superiore alla media » ha spiegato ancora Zambetti, parlando anche della violenza giovanile: sono infatti stati molti gli interventi per risse tra bande di giovani e giovanissimi. «Il fenomeno va monitorato». Mentre al contrario di quanto ci si aspettava, è Polizia «punto di riferimento» durante l’emergenza sanitaria aumentato solo di poco il numero degli episodi di violenza domestica: con 1 105 casi, +9 rispetto al 2019.
L’anno della pandemia ha comunque dimostrato – lo ha detto Norman Gobbi, presidente del Consiglio di Stato e direttore delle Istituzioni – che «la polizia cantonale è un punto di riferimento per la popolazione ». I cittadini si sono infatti rivolti alle autorità con «un impressionante numero di chiamate». Alla Centrale comune di allarme (Cecale) ne sono giunte 372 000 (+44%). «Anche per domande che non erano prettamente legate all’attività di polizia» ha spiegato il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi. Eppure la polizia, punto di riferimento e al servizio della popolazione, finisce nel mirino dei cittadini, ha osservato con rammarico Gobbi: «Quando gli agenti intervengono per proteggere la popolazione, subiscono insulti e prendono bottiglie in testa. Poi anche loro diventano oggetto di lunghe e logoranti procedure penali». Procedure che «pesano sul morale della truppa». L’emergenza sanitaria ha inoltre permesso di sfruttare appieno i vantaggi della Cecal. Una struttura che è stata «una manna» per l’attività dello Stato maggiore cantonale di condotta: «Permette di coordinare in maniera centralizzata situazioni come questa» ha sottolineato Cocchi. Ora la Cecal si prepara a crescere: dal prossimo 1. aprile sarà ancora più completa con l’integrazione nella centrale del 144.

https://epaper.20minuti.ch

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“Bilancio della polizia ticinese

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Servizio all’interno dell’edizione di martedì 22 marzo 2021 de Il Quotidiano

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Un anno fatto di liti e risse
Ma in generale nel 2020 in Ticino i reati sono diminuiti: i furti sono calati del 27%, le rapine del 32%
Gobbi: «La pandemia ha dimostrato che la polizia è un punto di riferimento, ma allo stesso tempo è bersaglio di violenza»

Dal punto di vista dei reati, il 2020 è stato un anno eccezionale. Anzi, anomalo. Con il lockdown della scorsa primavera, in Ticino si è fermato praticamente tutto. Anche la criminalità.
Lo mostrano le statistiche 2020 della polizia cantonale, che parlano di una sensibile diminuzione dei furti (-27%) e delle rapine (-32%). Un calo che interessa anche gli incidenti della circolazione (-14%), con un aumento però di quelli mortali (sono stati sedici, con diciassette vittime). Dati, questi, da ricondurre alla chiusura delle attività e anche delle frontiere, come ha spiegato il capo gendarmeria Marco Zambetti, in un odierno incontro con la stampa.
Dopo il lockdown, liti e risse – Ma la pandemia non ha fermato gli episodi di violenza. Nel periodo post-lockdown si è infatti assistito «a un sensibile rialzo di liti e risse, un fenomeno che per tutta l’estate è rimasto di poco superiore alla media» ha spiegato ancora Zambetti, parlando anche della violenza giovanile: sono infatti stati molti, su tutto il territorio cantonale, gli interventi per risse tra bande di giovani e giovanissimi. «Il fenomeno va monitorato». Mentre al contrario di quanto ci si aspettava, è aumentato soltanto di poco il numero degli episodi di violenza domestica: con 1’105 casi, +9 rispetto al 2019.
La polizia come bersaglio – L’anno della pandemia ha comunque dimostrato – lo ha detto Norman Gobbi, presidente del Consiglio di Stato e direttore delle Istituzioni – che «la polizia cantonale è un punto di riferimento per le necessità e i timori della popolazione». I cittadini si sono infatti rivolti alle autorità con «un impressionante numero di chiamate». Durante tutto il 2020, alla Centrale comune di allarme (CECAL) sono infatti giunte 372’000 chiamate (+44%). «Soprattutto durante la fase acuta dell’emergenza, la CECAL è stata subissata di richieste, anche per domande che non erano prettamente legate all’attività di polizia» ha spiegato il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi.
Eppure, la polizia punto di riferimento e al servizio della popolazione, finisce nel mirino dei cittadini, ha osservato con rammarico Gobbi: «Quando gli agenti intervengono per proteggere la popolazione, subiscono insulti e prendono bottiglie in testa. Poi anche loro diventano oggetto di lunghe e logoranti procedure penali». Procedure che, lo ha sottolineato sempre il presidente del Consiglio di Stato, «pesano sul morale della truppa, bloccano gli avanzamenti di carriera e le ambizioni personali».
La CECAL, il «cervello» dell’attività – L’emergenza sanitaria he inoltre permesso di sfruttare appieno i vantaggi della CECAL, come spiegato durante l’odierna conferenza stampa. Lo scorso 23 febbraio in Ticino è infatti scattata la creazione dello Stato maggiore cantonale di condotta (SMCC), che durante la fase acuta della pandemia ha coordinato l’attività dei vari enti sul territorio. «La CECAL è stata una manna, poiché permette di coordinare in maniera centralizzata situazioni come queste» ha sottolineato il comandante Cocchi. «In questo luogo – ha aggiunto Gobbi – si è creato il cervello per la capacità di organizzazione e intervento sul territorio».
In arrivo il 144 – Un cervello che a partire dal prossimo 1. aprile sarà ancora più completo. Negli spazi di recente liberati dall’Amministrazione federale delle dogane, entrerà infatti la centrale del 144. In questo modo tutti i numeri di emergenza (117, 118 e 144) si troveranno sotto lo stesso tetto. Nel 2020 è inoltre stata attivata la nuova sede operativa a Mendrisio. Mentre nel 2022 sarà terminata l’edificazione del centro di controllo per veicoli pesanti a Giornico, che comporterà cinquanta nuove unità nell’organigramma della polizia cantonale.
Boccata d’ossigeno per lo sport – A seguito della ridotta attività nell’ambito delle manifestazioni sportive che a causa della pandemia avvengono senza pubblico, è inoltre prevista una boccata d’ossigeno per i club. Senza pubblico, diminuiscono anche gli interventi per il mantenimento dell’ordine, pertanto viene condonata la relativa tassa per le stagioni 2019-2020 e 2020-2021. «Si tratta di un sostegno ai club sportivi» ha concluso Gobbi.

Da www.tio.ch

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Rapine e furti giù, effetto pandemia
L’attività della Polizia cantonale nel 2020. ‘Il lockdown ha ridotto la circolazione delle persone’. Ma preoccupano risse, scontri e violenza domestica

Meno furti e rapine, e di riflesso meno interventi delle forze dell’ordine, lo scorso anno in Ticino: è uno degli effetti collaterali, questo senz’altro positivo, della pandemia. Il calo è da ricondurre al lockdown della scorsa primavera, con la chiusura di esercizi pubblici, altri commerci e frontiere, provvedimenti decisi dalle autorità che si sono tradotti (anche) in una minor mobilità sul territorio delle persone, comprese quelle malintenzionate. «Le cifre risentono fortemente di una situazione del tutto eccezionale e andranno quindi considerate un’anomalia in ogni futura analisi storica di lungo periodo», ha premesso il maggiore Marco Zambetti, capo della Gendarmeria, intervenendo stamattina – insieme con il comandante Matteo Cocchi e il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi – alla presentazione dell’attività svolta nel 2020 dalla Polizia cantonale. Ecco le cifre. Rispetto all’anno precedente, i furti constatati hanno registrato una «forte diminuzione»: il 27 per cento in meno. Più marcata la flessione del numero di rapine: meno 32 per cento. Peraltro, ha rilevato Zambetti, nessuna di quelle messe a segno ha coinvolto banche o uffici postali.
Sono scesi anche gli interventi della polizia per incidenti della circolazione stradale: un «nuovo» calo. Interventi che l’anno scorso hanno subìto una riduzione del 14 per cento.  Non sono purtroppo mancati gli incidenti gravi. E non sono stati pochi. Sedici infatti I mortali. Hanno cagionato diciassette vittime: undici automobilisti, tre motociclisti, due ciclisti in sella a e-bike e un pedone, ha dettagliato il responsabile della Gendarmeria.
La statistica 2020 della Cantonale parla inoltre di 568 controlli legati al mercato del lavoro, in particolare per verificare l’impiego regolare di manodopera estera. Oltre duemila le persone finite sotto la lente, per la precisione 2’367. Di queste, ha indicato Zambetti, quarantadue sono risultate non in regola (permessi ecc.). Le verifiche sono sfociate nella denuncia anche di «quindici datori di lavoro».

Ordine pubblico: niente tassa per le società sportive
Si diceva di tensioni sociali. Tensioni dovute anche alle restrizioni alla libertà di movimento per contenere la diffusione del virus e delle sue varianti, da ricondurre alla crisi economica innescata dalla pandemia e alle fosche prospettive per lavoro e occupazione. È una situazione che non può essere gestita unicamente in termini repressivi, ha sottolineato Norman Gobbi, ribadendo quanto dichiarato in questi giorni a proposito degli scontri a Lugano tra giovani e forze dell’ordine. Serve allora uno sforzo comune, a più livelli e con la partecipazione di più attori, ha aggiunto il direttore del Dipartimento istituzioni, evidenziando pure «il grande impegno degli agenti, uomini e donne, cui va il mio ringraziamento, per mantenere l’ordine pubblico». Un’attività nella quale chi indossa una divisa si espone al rischio anche di denunce per presunto abuso di autorità. «I procedimenti penali, nella fattispecie innescati da una querela, sono non di rado – ha detto Gobbi – lunghi e logoranti, bloccano temporaneamente promozioni e carriere e in alcuni casi hanno portato alle dimissioni di poliziotti, nonostante siano poi stati scagionati o risultati estranei ai fatti contestati».
Restando al mantenimento dell’ordine pubblico, non sono state praticamente necessarie operazioni di polizia nei dopo incontri sportivi. Il motivo è semplice: l’assenza di pubblico per via delle misure anti-virus. Per questo «abbiamo deciso di non prelevare presso le società sportive la relativa tassa sia per la stagione 2019-2020 sia per quella 2020-2021: un gesto per non penalizzare ulteriormente i sodalizi», ha fatto sapere il consigliere di Stato e presidente del governo.

‘372mila chiamate’
Ma la pandemia è stata un banco di prova anche per l’organizzazione cantonale che viene attivata per gestire emergenze ed eventi straordinari. E che vede la Polizia cantonale, ha ricordato Gobbi, giocare un ruolo centrale e di coordinamento nello Stato maggiore cantonale di condotta («Quarantasei riunioni, con la partecipazione di più enti»). È stata così fra l’altro «intensificata», ha sostenuto a sua volta il comandante Matteo Cocchi, la collaborazione con i vari partner, quali le polizie comunali. Ma anche, sempre lo scorso anno, con la polizia federale (fedpol) per monitorare e contrastare determinate forme di criminalità nel nostro cantone.

Il bilancio dell’attività 2020 della Polizia cantonale non si ferma qui. Con «l’integrazione» progressiva di enti di primo intervento nella Cecal, la Centrale comune di allarme, «possiamo essere ancor più coordinati e celeri nel rispondere concretamente alle richieste di aiuto che giungono dalla popolazione», ha assicurato Cocchi. E a proposito di richieste dei cittadini, richieste di vario genere, quelle pervenute lo scorso anno sono state ben «372mila», il 44 per cento in più rispetto al 2019.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 23 marzo 2021 de La Regione

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L’anno anomalo della polizia: meno reati, ma più violenza

Presentato il bilancio d’attività 2020 – Gobbi: «Le forze dell’ordine hanno avuto un ruolo centrale nella lotta pandemica» – Cocchi: «La centrale CECAL è stata subissata di chiamate» – Zambetti: «Giovani sotto la lente»
Raccontare il 2020 della Polizia cantonale senza un riferimento alla pandemia non è possibile, anche perché – citiamo il presidente del Consiglio di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi – «l’attività del 2020 è stata fortemente contraddistinta dalla lotta contro il coronavirus attraverso lo Stato maggiore cantonale di condotta (SMCC) diretto dal comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi». Il 2020 ha dimostrato come la polizia cantonale e più in generale le forze dell’ordine siano un punto di riferimento imprescindibile per la popolazione, ha detto Gobbi. Basterà citare come esempio il numero delle chiamate registrate dalla centrale d’allarme CECAL con sede a Bellinzona. Nel 2020 sono aumentate del 44% a 372.000 unità. «Una chiamata ogni 85 secondi», ha chiosato Gobbi.

Meno furti e rapine
«Dal profilo degli interventi, il 2020 andrà archiviato come un’anomalia». Le parole sono quelle del capo della Gendarmeria della Polizia cantonale Marco Zambetti. I furti sono diminuiti del 27%, le rapine del 32%, le richieste di intervento per incidenti stradali del 14%. «Le cifre del 2020 risentono della situazione sanitaria eccezionale, ha chiosato Zambetti. Per diversi mesi i valichi doganali sono rimasti chiusi e le attività sul territorio sono state sospese». La conclusione per Zambetti è semplice: «L’andamento dei reati è legato alla mobilità delle persone, rimaste a lungo confinate nelle proprie abitazioni e nel proprio territorio». Per questo motivo, ha aggiunto il capo della gendarmeria Zambetti, «il 2020 entrerà nelle statistiche ma chiaramente non potrà fare testo nelle analisi storiche per gli anni a venire».

Risse e liti in aumento
Eppure, nelle statistiche, ci sono alcuni dati che vanno analizzati con attenzione, partendo da quelli legati a risse, aggressioni e liti: «Finita la fase di confinamento abbiamo registrato un incremento sensibile». Pressoché stabili invece gli interventi per violenza domestica (1.105, +9). Zambetti ha poi concluso il suo intervento aprendo una parentesi sulla violenza giovanile: «Gli interventi per rissa sono stati numerosi, sebbene in linea con gli altri anni. In più di un’occasione erano coinvolte bande (piuttosto strutturate) di giovani e giovanissimi. Episodi simili si sono verificati in tutto il cantone e fortunatamente si sono risolti senza conseguenze irrimediabili». La recrudescenza, la brutalità e l’impiego occasionale di armi, tuttavia, obbligano il comando a considerare il fenomeno con la dovuta attenzione, ha concluso Zambetti. Anche perché, gli ha fatto eco il direttore del DI Norman Gobbi, «inevitabilmente la questione finisce per ripercuotersi anche sul corpo di polizia. Non solo perché gli agenti intervenendo si trovano a dover far fronte a questa violenza, ma anche perché capita sempre più spesso che gli agenti, a loro volta, diventino oggetto di una procedura penale».

Un lavoro di coordinamento
«È stato un anno anomalo», gli ha fatto eco il comandante Matteo Cocchi. Il numero degli interventi è sì diminuito, ma non per questo è stato un anno meno intenso. «Si è lavorato molto, attingendo anche a soluzioni innovative. La pandemia, tuttavia, non ha cancellato l’attività di polizia. La nostra missione è proseguita». Il Comandante Cocchi è poi tornato con la mente all’inizio di questo lungo anno pandemico. Il 23 febbraio il Cantone si stava preparando a gestire i possibili casi di coronavirus sul territorio. In quel momento in Svizzera non si erano ancora verificati contagi e in Ticino non risultavano né casi sospetti né persone poste in quarantena. Quel giorno alla CECAL di Bellinzona si era tenuta una primissima riunione strategica per riflettere sui possibili scenari. «Lo Stato maggiore di condotta è stato pensato per dare delle risposte limitate nel tempo. In questo caso, invece, l’attività è dovuta proseguire per mesi». Di conseguenza, anche la Polizia cantonale si è dovuta riorganizzare. È stato quindi creato lo Stato maggiore di Polizia sotto la condotta del sostituto comandante, il tenente colonnello Lorenzo Hutter. «L’attività di polizia ha assunto un ruolo diretto nella lotta alla pandemia, ha spiegato Cocchi, prima attraverso un’azione di sensibilizzazione sulle misure COVID decise a livello federale e cantonale, poi anche a livello di repressione».

«L’efficienza dello Stato maggiore cantonale di condotta non s’improvvisa», ha commentato dal canto suo Gobbi. È frutto di un allenamento preparato negli anni e di una visione politica di lungo termine, implementata grazie ad alcune decisioni strategiche». In questo gioco di coordinamento di livelli operativi, la CECAL ha rivestito un ruolo centrale: «È stata una manna», ha chiosato Cocchi. Il fatto di avere una struttura centralizzata dal profilo dei comandi ha permesso di coordinare in maniera efficace le operazioni di polizia». Cocchi ha poi commentato il dato impressionante delle chiamate registrate dalla CECAL. «Gli operatori, attivi 24 ore su 24, sono stati subissati di domande che non erano sempre legate all’attività di polizia». E questo, a riprova della centralità assunta dalla polizia nella gestione della crisi. «Un traguardo reso possibile anche da una rete di collaborazioni cantonali e intercantonali», ha aggiunto Cocchi. Il comandante ha poi chiuso il suo intervento ricordando le novità introdotte nel 2020: dall’attivazione del 118 sotto il tetto della CECAL (accanto al 117 e al 144) alla nuova sede operativa di Mendrisio per la Gendarmeria e la Polizia giudiziaria.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 23 marzo 2021 del Corriere del Ticino

 

 

Presentato il bilancio del primo anno di attività della campagna «Cyber sicuro»

Presentato il bilancio del primo anno di attività della campagna «Cyber sicuro»

Il pompiere digitale ma non solo per contrastare gli attacchi informatici
Il tema della sicurezza informatica è tornato d’attualità anche e soprattutto durante il lockdown, un periodo durante il quale l’utilizzo di piattaforme online è stato ulteriormente incentivato. Basti pensare al ricorso al telelavoro, alle piattaforme per le videoconferenze e per la didattica a distanza e agli acquisti via web. Di conseguenze, dunque, anche le attività illecite sui canali informatici sono aumentate. Ed è proprio in questo contesto di sicurezza informatica che il Gruppo di lavoro strategico “Cyber sicuro” è diventato il punto di riferimento e di contatto cantonale effettuando attività di analisi, informazione e prevenzione. Nel presentare il bilancio dell’omonima campagna di prevenzione, lanciata il 21 febbraio 2020, il direttore del Dipartimento delle istituzioni (DI) Norman Gobbi ha posto l’accento sulla «necessità di una maggiore sicurezza in ambito digitale, da raggiungere attraverso la sensibilizzazione e l’accrescimento della consapevolezza da parte degli utenti». Il tema – ha ricordato il segretario generale del DI Luca Filippini – è di grande attualità e lo dimostra il fatto che nel nostro cantone, i soli 20 casi di abusi segnalati hanno creato danni (anche di reputazione, evidenziando cioè la fragilità di un’azienda) ad aziende e privati per oltre tre milioni di franchi.

Una nuova legge
Per limitare al massimo queste intrusioni – ha rimarcato il responsabile del Servizio informatica forense della SUPSI Alessandro Trivilini – «bisogna assumere la figura del pompiere digitale». Allo scopo di evitare questo tipo di intrusione con conseguente furto di dati sensibili, il consiglio resta quello di verificare se la rete aziendale, spesso ampliata nel corso degli anni, è sicura. La Svizzera, dal canto suo, ha elaborato la nuova Legge sulla protezione dei dati, approvata lo scorso 25 settembre dal Parlamento, che fungerà da elemento chiave per dare avvio alla costruzione delle nuove regolamentazioni e linee guida per la gestione della cybersicurezza all’interno del perimetro nazionale e cantonale. Con l’entrata in vigore di questa legge, occorrerà prendere provvedimenti tecnici e organizzativi appropriati e proporzionali per garantire che la sicurezza dei dati personali sia adeguata al rischio. Insomma, ha ricordato Trivilini, non più strumenti come semplici antivirus ma una gestione ad hoc dei processi produttivi che trattano dati sensibili. In attesa del nuovo testo legislativo, la Confederazione ha elaborato standard minimo per rafforzare la resilienza informatica. Questa sorta di «check-list» si ispira al Framework del NIST (National Institute of Standards and Technology, USA), riconosciuto a livello internazionale, ed è compatibile con altri standard di cybersicurezza.

L’agenda 2021
Nel corso del 2021, il Gruppo di lavoro organizzerà quattro webinar per informare sull’impatto che la Legge sulla protezione dei dati avrà in altrettanti settori specifici (economia, sanità, formazione, enti pubblici), mentre in autunno verrà organizzata una conferenza per illustrare lo stato dell’arte a livello cantonale. 

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 6 marzo 2021 del Corriere del Ticino

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https://rsi.ch/play/tv/redirect/detail/13880854?startTime=3

Servizio all’interno dell’edizione di venerdì 5 marzo 2021 de Il Quotidiano

Cyber sicuro: un primo anno ricco di sfide

Cyber sicuro: un primo anno ricco di sfide

Comunicato stampa

Il Gruppo di lavoro strategico Cyber sicuro ha stilato il bilancio del primo anno di attività dell’omonima campagna di prevenzione, presentata e avviata ufficialmente il 21 febbraio 2020. E il Gruppo di lavoro ha subito dovuto confrontarsi con sfide inedite, adattandosi con rapidità ed efficacia a un contesto mutevole di interazioni professionali, formative e private sempre più digitali.

È stata in particolare la crisi legata al Coronavirus a influenzare la campagna di prevenzione, sottolineando ulteriormente quanto la sicurezza nella sfera digitale acquisisca sempre maggiore importanza, soprattutto a seguito dell’incremento del telelavoro e delle nuove modalità di didattica a distanza, rispettivamente per la diffusione di nuovi strumenti di lavoro e comunicazione quali le videoconferenze.
La quarta campagna di prevenzione del Dipartimento delle istituzioni – dopo Strade sicure, Montagne sicure e Acque sicure – ha saputo raccogliere queste sfide effettuando attività di analisi, informazione e prevenzione puntuale per cittadini e aziende, organizzando inoltre webinar concernenti temi d’attualità senza tuttavia rinunciare – quando possibile – all’organizzazione di conferenze (in presenza) di alto profilo con relatori d’eccezione a livello nazionale, tra cui il Delegato federale alla cybersicurezza Florian Schütz (giunto per la prima volta in Ticino) e il Delegato della Confederazione e dei Cantoni per la Rete integrata Svizzera per la sicurezza André Duvillard.
L’anno attualmente in corso non sarà meno ricco di sfide per il Gruppo di lavoro strategico, con particolare riferimento alla Legge federale sulla protezione dei dati (LPD) a proposito della quale verranno organizzati diversi eventi (sia online che in presenza) per informare sull’impatto che la stessa avrà per la popolazione e per diversi settori professionali; d’altro canto proseguirà il monitoraggio dell’evoluzione delle tendenze in ambito di cybercriminalità e cybersicurezza, coinvolgendo infine sempre maggiormente gli enti locali per sensibilizzarli sull’importanza di questo settore.     

«Una Scuola da sempre attenta alle nuove minacce alla sicurezza»

«Una Scuola da sempre attenta alle nuove minacce alla sicurezza»

Intervista ad Andrea Pronzini, responsabile del Centro formazione di Polizia
Si è aperto martedì 2 marzo il nuovo concorso per aspiranti agenti di Polizia in Ticino. Facciamo il punto della situazione con il responsabile del Centro di formazione Andrea Pronzini.

Nel corso dell’ultimo anno gli agenti di Polizia si sono trovati ad affrontare una situazione nuova per tutti: la pandemia. Spesso le autorità hanno messo l’accento sull’importanza del dialogo con la popolazione. In questo senso anche la formazione dei nuovi agenti cambierà in qualche modo? Più in generale, che influenza avrà questa crisi sulla formazione delle nuove leve?
«L’attenzione per il dialogo con la popolazione è da tempo una parte importante nel percorso formativo dei futuri agenti. Il nuovo Piano di formazione di polizia introdotto lo scorso anno e che stabilisce un quadro comune per lo sviluppo dei piani di studio e di formazione a livello svizzero, dà il giusto spazio alla polizia di prossimità e all’acquisizione di competenze comunicative e sociali che devono tradursi in un agire il più possibile vicino ai cittadini e capace di rispondere alle preoccupazioni della popolazione. Inoltre, gli aspiranti effettuano uno stage presso le diverse polizie comunali proprio con l’obiettivo formativo di dare risposta ai bisogni della popolazione nell’ambito dei compiti di polizia di prossimità».

Al di là della pandemia, le forze di Polizia in questi ultimi anni si stanno adattando a tanti altri nuovi fenomeni sempre più complessi: si pensi alla cybercriminalità, ai reati finanziari, ai flussi migratori e alla violenza giovanile. Come è cambiata in questo senso la formazione?
«In verità da sempre la Scuola di Polizia del V circondario è stata attenta all’evolvere dei crimini e dei delitti e più in generale all’emergere di nuove minacce alla sicurezza pubblica, integrando nel curriculum formativo dei futuri agenti le tematiche alle quali di volta in volta si rende necessario dare spazio. Penso ad esempio all’attenzione dedicata da anni al tema dell’interculturalità e all’analisi e alla discussione in classe di casi pratici legati alla violenza giovanile. Riguardo al problema della cybercriminalità, a livello di formazione di base da alcuni anni è stata introdotta questa materia, prestando particolare attenzione alla creazione di sinergie con altri centri formativi e alle indicazioni fornite dall’Istituto svizzero di polizia».

Vista la complessità di questi fenomeni, al di là della formazione di base, anche la professione di agente di Polizia sta diventando sempre più specialistica?
«La scuola di Polizia del V circondario è integrata nel Centro Formazione di Polizia (CFP). Il Centro si occupa di erogare la formazione di base ed è a sua volta parte della Sezione della formazione che si occupa anche di formazione continua e di formazione esterna; dallo scorso anno è stata integrata nella sezione anche la formazione legata al mantenimento d’ordine. La Polizia cantonale ticinese è dunque dotata di una struttura formativa che consente sia una formazione di base di qualità (la scuola di polizia e le formazioni di base per gli assistenti di sicurezza pubblica, per la Guardia svizzera pontificia e i moduli specifici per gli agenti di sicurezza privata) coordinata dal Centro di formazione, sia formazioni specialistiche. Non va però dimenticato che al di là di una maggiore necessità di specializzazioni che rispondono a nuove sfide, la “spina dorsale” della professione rimane la funzione di gendarme. Proprio pensando alla gendarmeria va anche ricordato che l’attività dell’agente non si esaurisce nell’azione preventiva o repressiva, bensì è pure caratterizzata da interventi di supporto e sostegno alla popolazione, come ad esempio per soccorrere con i defibrillatori una persona in arresto cardiaco».

Dallo scorso anno la formazione alla Scuola di polizia non è più di un anno bensì di due. È già possibile tracciare un primo bilancio di questo cambiamento?
«Un vero bilancio sarà possibile solo dopo aver concluso la prima formazione biennale che porta al conseguimento dell’attestato professionale federale di agente di polizia, dunque solo nella primavera del prossimo anno. Va comunque ricordato che in Ticino già dal 2014, dopo il conseguimento dell’attestato federale, gli agenti fanno un anno di pratica presso i diversi posti di Polizia. Il nuovo piano di formazione, valido a livello nazionale e che prescrive una formazione della durata di due anni, costituisce dunque per certi aspetti la continuazione di un discorso iniziato da più di un lustro».

Quanti sono in totale gli aspiranti agenti che attualmente prendono parte alla formazione? E quante sono le donne che hanno scelto questo percorso?
«Con l’inizio della SCP 2021 e con la scuola 2020 che entra nel secondo anno di formazione avremo per la prima volta due Scuole di polizia presso il Centro di formazione (anche se la formazione degli agenti nel secondo anno si svolgerà prevalentemente presso i posti di polizia, la SCP rimane un punto di riferimento sia per la preparazione e l’organizzazione dell’esame professionale, sia per interventi formativi puntuali e mirati). In totale avremo dunque 81 aspiranti. Dal 2001 a oggi la percentuale di donne che si sono candidate alla Scuola oscilla tra il 10% e il 24% del totale dei candidati. La quota di donne che hanno effettivamente frequentato la scuola è in aumento negli ultimi quattro anni. Negli ultimi due anni le donne sono poco meno di un quarto del totale degli aspiranti».

Intervista pubblicata nell’edizione di giovedì 4 marzo 2021 del Corriere del Ticino

La Gendarmeria Stradale approda a Mendrisio

La Gendarmeria Stradale approda a Mendrisio

Comunicato stampa

Importante nuovo tassello nel progetto di riorganizzazione del V° Reparto di Gendarmeria Stradale della Polizia cantonale. Nell’ottica di un costante miglioramento della gestione dei problemi legati alla viabilità, ma anche al fine di ulteriormente migliorare la capacità di reazione in un contesto viario fortemente sollecitato, a partire da oggi – 1. marzo 2021 – è infatti attiva la nuova sede operativa di Mendrisio (negli spazi dell’ex Pretorio), che andrà ad aggiungersi a quella di Camorino. L’obiettivo è quello di garantire un’accresciuta presenza assicurando un rapido intervento delle pattuglie in occasione di qualsiasi avvenimento previsto o imprevisto a sud del ponte-diga di Melide. Volontà già implementata con l’insediamento del Reparto di Gendarmeria del Mendrisiotto presso il nuovo Centro di Pronto Intervento (CPI) e che completa la presenza di agenti della Cantonale specificatamente formati in un comparto geografico che vive quotidianamente e in continua evoluzione tutta una serie di problematiche legate al traffico, soprattutto sull’importante asse della A2.

La novità è stata segnata nel corso della giornata odierna da un breve incontro a cui hanno preso parte il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi, il capo area della Gendarmeria, maggiore Marco Zambetti, e il responsabile del V° Reparto di Gendarmeria Stradale, capitano Marco Guscio. 

La scelta di disporre di una sede operativa a Mendrisio si inserisce nel solco di una serie di adattamenti finalizzati all’istituzione di un vero e proprio centro di competenza del traffico della Polizia cantonale. A questo scopo, già dal 1. aprile 2020, il V° Reparto ha ripreso tutte le attività relative all’interventistica sull’asse autostradale nella fascia oraria 06.00-22.00, mentre, dal 1. novembre 2020, la Centrale del Traffico è stata subordinata al Reparto al fine di migliorare la gestione della viabilità. Il progetto avrà ulteriori tappe future e si svilupperà con la progressiva assunzione del personale necessario alla gestione, nel 2023, del costruendo Centro di Controllo dei Veicoli Pesanti (CCVP) di Giornico.