Polizia «punto di riferimento» durante l’emergenza sanitaria

Polizia «punto di riferimento» durante l’emergenza sanitaria

Nel 2020 sono calati furti e rapine, ma sono aumentate liti e risse. La Centrale d’allarme è stata subissata di chiamate: ne sono giunte 372 000, il 44% in più rispetto al 2019. Dal punto di vista dei reati, il
2020 è stato un anno anomalo. Col lockdown della scorsa primavera, in Ticino si è fermato tutto. Anche la criminalità. Lo mostrano le statistiche 2020 della polizia cantonale, che parlando di una diminuzione di furti (-27%) e rapine (-32%). Un calo che interessa anche gli incidenti della circolazione (-14%), con un aumento però di quelli mortali (sono stati 16, con 17 vittime). Dati, questi, da ricondurre alla chiusura delle attività e anche delle frontiere, come ha spiegato il capo gendarmeria Marco Zambetti in un incontro con la stampa. Ma la pandemia non ha fermato gli episodi di violenza. Nel periodo post-lockdown si è infatti assistito «a un sensibile rialzo di liti e risse, un fenomeno che per tutta l’estate è rimasto di poco superiore alla media » ha spiegato ancora Zambetti, parlando anche della violenza giovanile: sono infatti stati molti gli interventi per risse tra bande di giovani e giovanissimi. «Il fenomeno va monitorato». Mentre al contrario di quanto ci si aspettava, è Polizia «punto di riferimento» durante l’emergenza sanitaria aumentato solo di poco il numero degli episodi di violenza domestica: con 1 105 casi, +9 rispetto al 2019.
L’anno della pandemia ha comunque dimostrato – lo ha detto Norman Gobbi, presidente del Consiglio di Stato e direttore delle Istituzioni – che «la polizia cantonale è un punto di riferimento per la popolazione ». I cittadini si sono infatti rivolti alle autorità con «un impressionante numero di chiamate». Alla Centrale comune di allarme (Cecale) ne sono giunte 372 000 (+44%). «Anche per domande che non erano prettamente legate all’attività di polizia» ha spiegato il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi. Eppure la polizia, punto di riferimento e al servizio della popolazione, finisce nel mirino dei cittadini, ha osservato con rammarico Gobbi: «Quando gli agenti intervengono per proteggere la popolazione, subiscono insulti e prendono bottiglie in testa. Poi anche loro diventano oggetto di lunghe e logoranti procedure penali». Procedure che «pesano sul morale della truppa». L’emergenza sanitaria ha inoltre permesso di sfruttare appieno i vantaggi della Cecal. Una struttura che è stata «una manna» per l’attività dello Stato maggiore cantonale di condotta: «Permette di coordinare in maniera centralizzata situazioni come questa» ha sottolineato Cocchi. Ora la Cecal si prepara a crescere: dal prossimo 1. aprile sarà ancora più completa con l’integrazione nella centrale del 144.

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“Bilancio della polizia ticinese

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Servizio all’interno dell’edizione di martedì 22 marzo 2021 de Il Quotidiano

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Un anno fatto di liti e risse
Ma in generale nel 2020 in Ticino i reati sono diminuiti: i furti sono calati del 27%, le rapine del 32%
Gobbi: «La pandemia ha dimostrato che la polizia è un punto di riferimento, ma allo stesso tempo è bersaglio di violenza»

Dal punto di vista dei reati, il 2020 è stato un anno eccezionale. Anzi, anomalo. Con il lockdown della scorsa primavera, in Ticino si è fermato praticamente tutto. Anche la criminalità.
Lo mostrano le statistiche 2020 della polizia cantonale, che parlano di una sensibile diminuzione dei furti (-27%) e delle rapine (-32%). Un calo che interessa anche gli incidenti della circolazione (-14%), con un aumento però di quelli mortali (sono stati sedici, con diciassette vittime). Dati, questi, da ricondurre alla chiusura delle attività e anche delle frontiere, come ha spiegato il capo gendarmeria Marco Zambetti, in un odierno incontro con la stampa.
Dopo il lockdown, liti e risse – Ma la pandemia non ha fermato gli episodi di violenza. Nel periodo post-lockdown si è infatti assistito «a un sensibile rialzo di liti e risse, un fenomeno che per tutta l’estate è rimasto di poco superiore alla media» ha spiegato ancora Zambetti, parlando anche della violenza giovanile: sono infatti stati molti, su tutto il territorio cantonale, gli interventi per risse tra bande di giovani e giovanissimi. «Il fenomeno va monitorato». Mentre al contrario di quanto ci si aspettava, è aumentato soltanto di poco il numero degli episodi di violenza domestica: con 1’105 casi, +9 rispetto al 2019.
La polizia come bersaglio – L’anno della pandemia ha comunque dimostrato – lo ha detto Norman Gobbi, presidente del Consiglio di Stato e direttore delle Istituzioni – che «la polizia cantonale è un punto di riferimento per le necessità e i timori della popolazione». I cittadini si sono infatti rivolti alle autorità con «un impressionante numero di chiamate». Durante tutto il 2020, alla Centrale comune di allarme (CECAL) sono infatti giunte 372’000 chiamate (+44%). «Soprattutto durante la fase acuta dell’emergenza, la CECAL è stata subissata di richieste, anche per domande che non erano prettamente legate all’attività di polizia» ha spiegato il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi.
Eppure, la polizia punto di riferimento e al servizio della popolazione, finisce nel mirino dei cittadini, ha osservato con rammarico Gobbi: «Quando gli agenti intervengono per proteggere la popolazione, subiscono insulti e prendono bottiglie in testa. Poi anche loro diventano oggetto di lunghe e logoranti procedure penali». Procedure che, lo ha sottolineato sempre il presidente del Consiglio di Stato, «pesano sul morale della truppa, bloccano gli avanzamenti di carriera e le ambizioni personali».
La CECAL, il «cervello» dell’attività – L’emergenza sanitaria he inoltre permesso di sfruttare appieno i vantaggi della CECAL, come spiegato durante l’odierna conferenza stampa. Lo scorso 23 febbraio in Ticino è infatti scattata la creazione dello Stato maggiore cantonale di condotta (SMCC), che durante la fase acuta della pandemia ha coordinato l’attività dei vari enti sul territorio. «La CECAL è stata una manna, poiché permette di coordinare in maniera centralizzata situazioni come queste» ha sottolineato il comandante Cocchi. «In questo luogo – ha aggiunto Gobbi – si è creato il cervello per la capacità di organizzazione e intervento sul territorio».
In arrivo il 144 – Un cervello che a partire dal prossimo 1. aprile sarà ancora più completo. Negli spazi di recente liberati dall’Amministrazione federale delle dogane, entrerà infatti la centrale del 144. In questo modo tutti i numeri di emergenza (117, 118 e 144) si troveranno sotto lo stesso tetto. Nel 2020 è inoltre stata attivata la nuova sede operativa a Mendrisio. Mentre nel 2022 sarà terminata l’edificazione del centro di controllo per veicoli pesanti a Giornico, che comporterà cinquanta nuove unità nell’organigramma della polizia cantonale.
Boccata d’ossigeno per lo sport – A seguito della ridotta attività nell’ambito delle manifestazioni sportive che a causa della pandemia avvengono senza pubblico, è inoltre prevista una boccata d’ossigeno per i club. Senza pubblico, diminuiscono anche gli interventi per il mantenimento dell’ordine, pertanto viene condonata la relativa tassa per le stagioni 2019-2020 e 2020-2021. «Si tratta di un sostegno ai club sportivi» ha concluso Gobbi.

Da www.tio.ch

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Rapine e furti giù, effetto pandemia
L’attività della Polizia cantonale nel 2020. ‘Il lockdown ha ridotto la circolazione delle persone’. Ma preoccupano risse, scontri e violenza domestica

Meno furti e rapine, e di riflesso meno interventi delle forze dell’ordine, lo scorso anno in Ticino: è uno degli effetti collaterali, questo senz’altro positivo, della pandemia. Il calo è da ricondurre al lockdown della scorsa primavera, con la chiusura di esercizi pubblici, altri commerci e frontiere, provvedimenti decisi dalle autorità che si sono tradotti (anche) in una minor mobilità sul territorio delle persone, comprese quelle malintenzionate. «Le cifre risentono fortemente di una situazione del tutto eccezionale e andranno quindi considerate un’anomalia in ogni futura analisi storica di lungo periodo», ha premesso il maggiore Marco Zambetti, capo della Gendarmeria, intervenendo stamattina – insieme con il comandante Matteo Cocchi e il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi – alla presentazione dell’attività svolta nel 2020 dalla Polizia cantonale. Ecco le cifre. Rispetto all’anno precedente, i furti constatati hanno registrato una «forte diminuzione»: il 27 per cento in meno. Più marcata la flessione del numero di rapine: meno 32 per cento. Peraltro, ha rilevato Zambetti, nessuna di quelle messe a segno ha coinvolto banche o uffici postali.
Sono scesi anche gli interventi della polizia per incidenti della circolazione stradale: un «nuovo» calo. Interventi che l’anno scorso hanno subìto una riduzione del 14 per cento.  Non sono purtroppo mancati gli incidenti gravi. E non sono stati pochi. Sedici infatti I mortali. Hanno cagionato diciassette vittime: undici automobilisti, tre motociclisti, due ciclisti in sella a e-bike e un pedone, ha dettagliato il responsabile della Gendarmeria.
La statistica 2020 della Cantonale parla inoltre di 568 controlli legati al mercato del lavoro, in particolare per verificare l’impiego regolare di manodopera estera. Oltre duemila le persone finite sotto la lente, per la precisione 2’367. Di queste, ha indicato Zambetti, quarantadue sono risultate non in regola (permessi ecc.). Le verifiche sono sfociate nella denuncia anche di «quindici datori di lavoro».

Ordine pubblico: niente tassa per le società sportive
Si diceva di tensioni sociali. Tensioni dovute anche alle restrizioni alla libertà di movimento per contenere la diffusione del virus e delle sue varianti, da ricondurre alla crisi economica innescata dalla pandemia e alle fosche prospettive per lavoro e occupazione. È una situazione che non può essere gestita unicamente in termini repressivi, ha sottolineato Norman Gobbi, ribadendo quanto dichiarato in questi giorni a proposito degli scontri a Lugano tra giovani e forze dell’ordine. Serve allora uno sforzo comune, a più livelli e con la partecipazione di più attori, ha aggiunto il direttore del Dipartimento istituzioni, evidenziando pure «il grande impegno degli agenti, uomini e donne, cui va il mio ringraziamento, per mantenere l’ordine pubblico». Un’attività nella quale chi indossa una divisa si espone al rischio anche di denunce per presunto abuso di autorità. «I procedimenti penali, nella fattispecie innescati da una querela, sono non di rado – ha detto Gobbi – lunghi e logoranti, bloccano temporaneamente promozioni e carriere e in alcuni casi hanno portato alle dimissioni di poliziotti, nonostante siano poi stati scagionati o risultati estranei ai fatti contestati».
Restando al mantenimento dell’ordine pubblico, non sono state praticamente necessarie operazioni di polizia nei dopo incontri sportivi. Il motivo è semplice: l’assenza di pubblico per via delle misure anti-virus. Per questo «abbiamo deciso di non prelevare presso le società sportive la relativa tassa sia per la stagione 2019-2020 sia per quella 2020-2021: un gesto per non penalizzare ulteriormente i sodalizi», ha fatto sapere il consigliere di Stato e presidente del governo.

‘372mila chiamate’
Ma la pandemia è stata un banco di prova anche per l’organizzazione cantonale che viene attivata per gestire emergenze ed eventi straordinari. E che vede la Polizia cantonale, ha ricordato Gobbi, giocare un ruolo centrale e di coordinamento nello Stato maggiore cantonale di condotta («Quarantasei riunioni, con la partecipazione di più enti»). È stata così fra l’altro «intensificata», ha sostenuto a sua volta il comandante Matteo Cocchi, la collaborazione con i vari partner, quali le polizie comunali. Ma anche, sempre lo scorso anno, con la polizia federale (fedpol) per monitorare e contrastare determinate forme di criminalità nel nostro cantone.

Il bilancio dell’attività 2020 della Polizia cantonale non si ferma qui. Con «l’integrazione» progressiva di enti di primo intervento nella Cecal, la Centrale comune di allarme, «possiamo essere ancor più coordinati e celeri nel rispondere concretamente alle richieste di aiuto che giungono dalla popolazione», ha assicurato Cocchi. E a proposito di richieste dei cittadini, richieste di vario genere, quelle pervenute lo scorso anno sono state ben «372mila», il 44 per cento in più rispetto al 2019.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 23 marzo 2021 de La Regione

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L’anno anomalo della polizia: meno reati, ma più violenza

Presentato il bilancio d’attività 2020 – Gobbi: «Le forze dell’ordine hanno avuto un ruolo centrale nella lotta pandemica» – Cocchi: «La centrale CECAL è stata subissata di chiamate» – Zambetti: «Giovani sotto la lente»
Raccontare il 2020 della Polizia cantonale senza un riferimento alla pandemia non è possibile, anche perché – citiamo il presidente del Consiglio di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi – «l’attività del 2020 è stata fortemente contraddistinta dalla lotta contro il coronavirus attraverso lo Stato maggiore cantonale di condotta (SMCC) diretto dal comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi». Il 2020 ha dimostrato come la polizia cantonale e più in generale le forze dell’ordine siano un punto di riferimento imprescindibile per la popolazione, ha detto Gobbi. Basterà citare come esempio il numero delle chiamate registrate dalla centrale d’allarme CECAL con sede a Bellinzona. Nel 2020 sono aumentate del 44% a 372.000 unità. «Una chiamata ogni 85 secondi», ha chiosato Gobbi.

Meno furti e rapine
«Dal profilo degli interventi, il 2020 andrà archiviato come un’anomalia». Le parole sono quelle del capo della Gendarmeria della Polizia cantonale Marco Zambetti. I furti sono diminuiti del 27%, le rapine del 32%, le richieste di intervento per incidenti stradali del 14%. «Le cifre del 2020 risentono della situazione sanitaria eccezionale, ha chiosato Zambetti. Per diversi mesi i valichi doganali sono rimasti chiusi e le attività sul territorio sono state sospese». La conclusione per Zambetti è semplice: «L’andamento dei reati è legato alla mobilità delle persone, rimaste a lungo confinate nelle proprie abitazioni e nel proprio territorio». Per questo motivo, ha aggiunto il capo della gendarmeria Zambetti, «il 2020 entrerà nelle statistiche ma chiaramente non potrà fare testo nelle analisi storiche per gli anni a venire».

Risse e liti in aumento
Eppure, nelle statistiche, ci sono alcuni dati che vanno analizzati con attenzione, partendo da quelli legati a risse, aggressioni e liti: «Finita la fase di confinamento abbiamo registrato un incremento sensibile». Pressoché stabili invece gli interventi per violenza domestica (1.105, +9). Zambetti ha poi concluso il suo intervento aprendo una parentesi sulla violenza giovanile: «Gli interventi per rissa sono stati numerosi, sebbene in linea con gli altri anni. In più di un’occasione erano coinvolte bande (piuttosto strutturate) di giovani e giovanissimi. Episodi simili si sono verificati in tutto il cantone e fortunatamente si sono risolti senza conseguenze irrimediabili». La recrudescenza, la brutalità e l’impiego occasionale di armi, tuttavia, obbligano il comando a considerare il fenomeno con la dovuta attenzione, ha concluso Zambetti. Anche perché, gli ha fatto eco il direttore del DI Norman Gobbi, «inevitabilmente la questione finisce per ripercuotersi anche sul corpo di polizia. Non solo perché gli agenti intervenendo si trovano a dover far fronte a questa violenza, ma anche perché capita sempre più spesso che gli agenti, a loro volta, diventino oggetto di una procedura penale».

Un lavoro di coordinamento
«È stato un anno anomalo», gli ha fatto eco il comandante Matteo Cocchi. Il numero degli interventi è sì diminuito, ma non per questo è stato un anno meno intenso. «Si è lavorato molto, attingendo anche a soluzioni innovative. La pandemia, tuttavia, non ha cancellato l’attività di polizia. La nostra missione è proseguita». Il Comandante Cocchi è poi tornato con la mente all’inizio di questo lungo anno pandemico. Il 23 febbraio il Cantone si stava preparando a gestire i possibili casi di coronavirus sul territorio. In quel momento in Svizzera non si erano ancora verificati contagi e in Ticino non risultavano né casi sospetti né persone poste in quarantena. Quel giorno alla CECAL di Bellinzona si era tenuta una primissima riunione strategica per riflettere sui possibili scenari. «Lo Stato maggiore di condotta è stato pensato per dare delle risposte limitate nel tempo. In questo caso, invece, l’attività è dovuta proseguire per mesi». Di conseguenza, anche la Polizia cantonale si è dovuta riorganizzare. È stato quindi creato lo Stato maggiore di Polizia sotto la condotta del sostituto comandante, il tenente colonnello Lorenzo Hutter. «L’attività di polizia ha assunto un ruolo diretto nella lotta alla pandemia, ha spiegato Cocchi, prima attraverso un’azione di sensibilizzazione sulle misure COVID decise a livello federale e cantonale, poi anche a livello di repressione».

«L’efficienza dello Stato maggiore cantonale di condotta non s’improvvisa», ha commentato dal canto suo Gobbi. È frutto di un allenamento preparato negli anni e di una visione politica di lungo termine, implementata grazie ad alcune decisioni strategiche». In questo gioco di coordinamento di livelli operativi, la CECAL ha rivestito un ruolo centrale: «È stata una manna», ha chiosato Cocchi. Il fatto di avere una struttura centralizzata dal profilo dei comandi ha permesso di coordinare in maniera efficace le operazioni di polizia». Cocchi ha poi commentato il dato impressionante delle chiamate registrate dalla CECAL. «Gli operatori, attivi 24 ore su 24, sono stati subissati di domande che non erano sempre legate all’attività di polizia». E questo, a riprova della centralità assunta dalla polizia nella gestione della crisi. «Un traguardo reso possibile anche da una rete di collaborazioni cantonali e intercantonali», ha aggiunto Cocchi. Il comandante ha poi chiuso il suo intervento ricordando le novità introdotte nel 2020: dall’attivazione del 118 sotto il tetto della CECAL (accanto al 117 e al 144) alla nuova sede operativa di Mendrisio per la Gendarmeria e la Polizia giudiziaria.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 23 marzo 2021 del Corriere del Ticino

 

 

Presentato il bilancio del primo anno di attività della campagna «Cyber sicuro»

Presentato il bilancio del primo anno di attività della campagna «Cyber sicuro»

Il pompiere digitale ma non solo per contrastare gli attacchi informatici
Il tema della sicurezza informatica è tornato d’attualità anche e soprattutto durante il lockdown, un periodo durante il quale l’utilizzo di piattaforme online è stato ulteriormente incentivato. Basti pensare al ricorso al telelavoro, alle piattaforme per le videoconferenze e per la didattica a distanza e agli acquisti via web. Di conseguenze, dunque, anche le attività illecite sui canali informatici sono aumentate. Ed è proprio in questo contesto di sicurezza informatica che il Gruppo di lavoro strategico “Cyber sicuro” è diventato il punto di riferimento e di contatto cantonale effettuando attività di analisi, informazione e prevenzione. Nel presentare il bilancio dell’omonima campagna di prevenzione, lanciata il 21 febbraio 2020, il direttore del Dipartimento delle istituzioni (DI) Norman Gobbi ha posto l’accento sulla «necessità di una maggiore sicurezza in ambito digitale, da raggiungere attraverso la sensibilizzazione e l’accrescimento della consapevolezza da parte degli utenti». Il tema – ha ricordato il segretario generale del DI Luca Filippini – è di grande attualità e lo dimostra il fatto che nel nostro cantone, i soli 20 casi di abusi segnalati hanno creato danni (anche di reputazione, evidenziando cioè la fragilità di un’azienda) ad aziende e privati per oltre tre milioni di franchi.

Una nuova legge
Per limitare al massimo queste intrusioni – ha rimarcato il responsabile del Servizio informatica forense della SUPSI Alessandro Trivilini – «bisogna assumere la figura del pompiere digitale». Allo scopo di evitare questo tipo di intrusione con conseguente furto di dati sensibili, il consiglio resta quello di verificare se la rete aziendale, spesso ampliata nel corso degli anni, è sicura. La Svizzera, dal canto suo, ha elaborato la nuova Legge sulla protezione dei dati, approvata lo scorso 25 settembre dal Parlamento, che fungerà da elemento chiave per dare avvio alla costruzione delle nuove regolamentazioni e linee guida per la gestione della cybersicurezza all’interno del perimetro nazionale e cantonale. Con l’entrata in vigore di questa legge, occorrerà prendere provvedimenti tecnici e organizzativi appropriati e proporzionali per garantire che la sicurezza dei dati personali sia adeguata al rischio. Insomma, ha ricordato Trivilini, non più strumenti come semplici antivirus ma una gestione ad hoc dei processi produttivi che trattano dati sensibili. In attesa del nuovo testo legislativo, la Confederazione ha elaborato standard minimo per rafforzare la resilienza informatica. Questa sorta di «check-list» si ispira al Framework del NIST (National Institute of Standards and Technology, USA), riconosciuto a livello internazionale, ed è compatibile con altri standard di cybersicurezza.

L’agenda 2021
Nel corso del 2021, il Gruppo di lavoro organizzerà quattro webinar per informare sull’impatto che la Legge sulla protezione dei dati avrà in altrettanti settori specifici (economia, sanità, formazione, enti pubblici), mentre in autunno verrà organizzata una conferenza per illustrare lo stato dell’arte a livello cantonale. 

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 6 marzo 2021 del Corriere del Ticino

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Servizio all’interno dell’edizione di venerdì 5 marzo 2021 de Il Quotidiano

Cyber sicuro: un primo anno ricco di sfide

Cyber sicuro: un primo anno ricco di sfide

Comunicato stampa

Il Gruppo di lavoro strategico Cyber sicuro ha stilato il bilancio del primo anno di attività dell’omonima campagna di prevenzione, presentata e avviata ufficialmente il 21 febbraio 2020. E il Gruppo di lavoro ha subito dovuto confrontarsi con sfide inedite, adattandosi con rapidità ed efficacia a un contesto mutevole di interazioni professionali, formative e private sempre più digitali.

È stata in particolare la crisi legata al Coronavirus a influenzare la campagna di prevenzione, sottolineando ulteriormente quanto la sicurezza nella sfera digitale acquisisca sempre maggiore importanza, soprattutto a seguito dell’incremento del telelavoro e delle nuove modalità di didattica a distanza, rispettivamente per la diffusione di nuovi strumenti di lavoro e comunicazione quali le videoconferenze.
La quarta campagna di prevenzione del Dipartimento delle istituzioni – dopo Strade sicure, Montagne sicure e Acque sicure – ha saputo raccogliere queste sfide effettuando attività di analisi, informazione e prevenzione puntuale per cittadini e aziende, organizzando inoltre webinar concernenti temi d’attualità senza tuttavia rinunciare – quando possibile – all’organizzazione di conferenze (in presenza) di alto profilo con relatori d’eccezione a livello nazionale, tra cui il Delegato federale alla cybersicurezza Florian Schütz (giunto per la prima volta in Ticino) e il Delegato della Confederazione e dei Cantoni per la Rete integrata Svizzera per la sicurezza André Duvillard.
L’anno attualmente in corso non sarà meno ricco di sfide per il Gruppo di lavoro strategico, con particolare riferimento alla Legge federale sulla protezione dei dati (LPD) a proposito della quale verranno organizzati diversi eventi (sia online che in presenza) per informare sull’impatto che la stessa avrà per la popolazione e per diversi settori professionali; d’altro canto proseguirà il monitoraggio dell’evoluzione delle tendenze in ambito di cybercriminalità e cybersicurezza, coinvolgendo infine sempre maggiormente gli enti locali per sensibilizzarli sull’importanza di questo settore.     

«Una Scuola da sempre attenta alle nuove minacce alla sicurezza»

«Una Scuola da sempre attenta alle nuove minacce alla sicurezza»

Intervista ad Andrea Pronzini, responsabile del Centro formazione di Polizia
Si è aperto martedì 2 marzo il nuovo concorso per aspiranti agenti di Polizia in Ticino. Facciamo il punto della situazione con il responsabile del Centro di formazione Andrea Pronzini.

Nel corso dell’ultimo anno gli agenti di Polizia si sono trovati ad affrontare una situazione nuova per tutti: la pandemia. Spesso le autorità hanno messo l’accento sull’importanza del dialogo con la popolazione. In questo senso anche la formazione dei nuovi agenti cambierà in qualche modo? Più in generale, che influenza avrà questa crisi sulla formazione delle nuove leve?
«L’attenzione per il dialogo con la popolazione è da tempo una parte importante nel percorso formativo dei futuri agenti. Il nuovo Piano di formazione di polizia introdotto lo scorso anno e che stabilisce un quadro comune per lo sviluppo dei piani di studio e di formazione a livello svizzero, dà il giusto spazio alla polizia di prossimità e all’acquisizione di competenze comunicative e sociali che devono tradursi in un agire il più possibile vicino ai cittadini e capace di rispondere alle preoccupazioni della popolazione. Inoltre, gli aspiranti effettuano uno stage presso le diverse polizie comunali proprio con l’obiettivo formativo di dare risposta ai bisogni della popolazione nell’ambito dei compiti di polizia di prossimità».

Al di là della pandemia, le forze di Polizia in questi ultimi anni si stanno adattando a tanti altri nuovi fenomeni sempre più complessi: si pensi alla cybercriminalità, ai reati finanziari, ai flussi migratori e alla violenza giovanile. Come è cambiata in questo senso la formazione?
«In verità da sempre la Scuola di Polizia del V circondario è stata attenta all’evolvere dei crimini e dei delitti e più in generale all’emergere di nuove minacce alla sicurezza pubblica, integrando nel curriculum formativo dei futuri agenti le tematiche alle quali di volta in volta si rende necessario dare spazio. Penso ad esempio all’attenzione dedicata da anni al tema dell’interculturalità e all’analisi e alla discussione in classe di casi pratici legati alla violenza giovanile. Riguardo al problema della cybercriminalità, a livello di formazione di base da alcuni anni è stata introdotta questa materia, prestando particolare attenzione alla creazione di sinergie con altri centri formativi e alle indicazioni fornite dall’Istituto svizzero di polizia».

Vista la complessità di questi fenomeni, al di là della formazione di base, anche la professione di agente di Polizia sta diventando sempre più specialistica?
«La scuola di Polizia del V circondario è integrata nel Centro Formazione di Polizia (CFP). Il Centro si occupa di erogare la formazione di base ed è a sua volta parte della Sezione della formazione che si occupa anche di formazione continua e di formazione esterna; dallo scorso anno è stata integrata nella sezione anche la formazione legata al mantenimento d’ordine. La Polizia cantonale ticinese è dunque dotata di una struttura formativa che consente sia una formazione di base di qualità (la scuola di polizia e le formazioni di base per gli assistenti di sicurezza pubblica, per la Guardia svizzera pontificia e i moduli specifici per gli agenti di sicurezza privata) coordinata dal Centro di formazione, sia formazioni specialistiche. Non va però dimenticato che al di là di una maggiore necessità di specializzazioni che rispondono a nuove sfide, la “spina dorsale” della professione rimane la funzione di gendarme. Proprio pensando alla gendarmeria va anche ricordato che l’attività dell’agente non si esaurisce nell’azione preventiva o repressiva, bensì è pure caratterizzata da interventi di supporto e sostegno alla popolazione, come ad esempio per soccorrere con i defibrillatori una persona in arresto cardiaco».

Dallo scorso anno la formazione alla Scuola di polizia non è più di un anno bensì di due. È già possibile tracciare un primo bilancio di questo cambiamento?
«Un vero bilancio sarà possibile solo dopo aver concluso la prima formazione biennale che porta al conseguimento dell’attestato professionale federale di agente di polizia, dunque solo nella primavera del prossimo anno. Va comunque ricordato che in Ticino già dal 2014, dopo il conseguimento dell’attestato federale, gli agenti fanno un anno di pratica presso i diversi posti di Polizia. Il nuovo piano di formazione, valido a livello nazionale e che prescrive una formazione della durata di due anni, costituisce dunque per certi aspetti la continuazione di un discorso iniziato da più di un lustro».

Quanti sono in totale gli aspiranti agenti che attualmente prendono parte alla formazione? E quante sono le donne che hanno scelto questo percorso?
«Con l’inizio della SCP 2021 e con la scuola 2020 che entra nel secondo anno di formazione avremo per la prima volta due Scuole di polizia presso il Centro di formazione (anche se la formazione degli agenti nel secondo anno si svolgerà prevalentemente presso i posti di polizia, la SCP rimane un punto di riferimento sia per la preparazione e l’organizzazione dell’esame professionale, sia per interventi formativi puntuali e mirati). In totale avremo dunque 81 aspiranti. Dal 2001 a oggi la percentuale di donne che si sono candidate alla Scuola oscilla tra il 10% e il 24% del totale dei candidati. La quota di donne che hanno effettivamente frequentato la scuola è in aumento negli ultimi quattro anni. Negli ultimi due anni le donne sono poco meno di un quarto del totale degli aspiranti».

Intervista pubblicata nell’edizione di giovedì 4 marzo 2021 del Corriere del Ticino

La Gendarmeria Stradale approda a Mendrisio

La Gendarmeria Stradale approda a Mendrisio

Comunicato stampa

Importante nuovo tassello nel progetto di riorganizzazione del V° Reparto di Gendarmeria Stradale della Polizia cantonale. Nell’ottica di un costante miglioramento della gestione dei problemi legati alla viabilità, ma anche al fine di ulteriormente migliorare la capacità di reazione in un contesto viario fortemente sollecitato, a partire da oggi – 1. marzo 2021 – è infatti attiva la nuova sede operativa di Mendrisio (negli spazi dell’ex Pretorio), che andrà ad aggiungersi a quella di Camorino. L’obiettivo è quello di garantire un’accresciuta presenza assicurando un rapido intervento delle pattuglie in occasione di qualsiasi avvenimento previsto o imprevisto a sud del ponte-diga di Melide. Volontà già implementata con l’insediamento del Reparto di Gendarmeria del Mendrisiotto presso il nuovo Centro di Pronto Intervento (CPI) e che completa la presenza di agenti della Cantonale specificatamente formati in un comparto geografico che vive quotidianamente e in continua evoluzione tutta una serie di problematiche legate al traffico, soprattutto sull’importante asse della A2.

La novità è stata segnata nel corso della giornata odierna da un breve incontro a cui hanno preso parte il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi, il capo area della Gendarmeria, maggiore Marco Zambetti, e il responsabile del V° Reparto di Gendarmeria Stradale, capitano Marco Guscio. 

La scelta di disporre di una sede operativa a Mendrisio si inserisce nel solco di una serie di adattamenti finalizzati all’istituzione di un vero e proprio centro di competenza del traffico della Polizia cantonale. A questo scopo, già dal 1. aprile 2020, il V° Reparto ha ripreso tutte le attività relative all’interventistica sull’asse autostradale nella fascia oraria 06.00-22.00, mentre, dal 1. novembre 2020, la Centrale del Traffico è stata subordinata al Reparto al fine di migliorare la gestione della viabilità. Il progetto avrà ulteriori tappe future e si svilupperà con la progressiva assunzione del personale necessario alla gestione, nel 2023, del costruendo Centro di Controllo dei Veicoli Pesanti (CCVP) di Giornico.

Il Cantone concede le autorizzazioni d’esercizio alle stazioni sciistiche

Il Cantone concede le autorizzazioni d’esercizio alle stazioni sciistiche

Comunicato stampa

Il Gruppo di lavoro “Grandi Manifestazioni” istituito dal Consiglio di Stato ha concesso oggi l’autorizzazione d’esercizio a tutte le stazioni sciistiche ticinesi, dopo aver analizzato i piani di protezione presentati da ogni singola stazione invernale. Piani che sono basati sulle attuali disposizioni imposte a livello federale.

Nel comunicare tale decisione, lo speciale Gruppo di lavoro evidenzia come le autorizzazioni non avranno una durata illimitata. La possibilità di tenere aperti gli impianti è infatti condizionata all’evoluzione epidemiologica che si registra a livello cantonale, al rispetto dei piani di protezione e a eventuali cambiamenti dell’ordinanza federale.
Per tutte le stazioni sciistiche ticinesi è previsto un contingentamento del numero di sciatori. Una restrizione che permetterà di gestire al meglio e in tutta sicurezza la pratica dello sci a coloro che raggiungeranno le piste.
Nel rispetto delle disposizioni federali e cantonali, anche sulle piste da sci i ristoranti e i bar resteranno chiusi, così come avviene nel resto del Cantone. Sarà tuttavia possibile il servizio d’asporto (take away), ma senza possibilità di consumare direttamente sul posto o nelle immediate vicinanze e in modo da non creare assembramenti con più di 5 persone.
I gestori degli impianti sciistici ticinesi hanno dimostrato una buona capacità di adattamento della loro attività alle condizioni imposte dall’attuale situazione. Saranno chiamati a far rispettare dagli utenti delle piste i piani di protezione prestabiliti. Inoltre il Cantone, in collaborazione con la Polizia cantonale, vigilerà affinché le norme siano rispettate. In caso contrario, come detto, potrebbe essere revocata l’autorizzazione d’esercizio. Per concludere si rinnova agli sciatori l’appello alla massima prudenza.

Montagne sicure: ai nastri di partenza la campagna invernale

Montagne sicure: ai nastri di partenza la campagna invernale

Comunicato stampa

Il Dipartimento delle istituzioni, in collaborazione con la Polizia cantonale, continua la sua attività di prevenzione in montagna con il lancio della campagna invernale del programma Montagne sicure. Quest’anno la campagna ha un duplice obiettivo: da un lato sensibilizzare la popolazione ad adottare un comportamento corretto in rapporto alle disposizioni anti-Covid, dall’altro sensibilizzare i frequentatori degli impianti sciistici e coloro che decidono di avventurarsi in montagna sui rischi che queste attività comportano.  

La pratica dell’escursionismo richiede particolare prudenza, poiché è sufficiente una piccola disattenzione per infortunarsi in maniera anche grave. I dati degli ultimi anni purtroppo registrano ancora un numero elevato di infortuni avvenuti in montagna. Se da una parte la pratica dell’escursionismo favorisce la forma fisica e la salute, dall’altra i dati statistici dell’Ufficio prevenzione infortuni (UPI) testimoniano un aumento del numero di vittime mortali nell’alpinismo e nello sci-escursionismo. Per quanto riguarda quest’ultima attività sportiva, tra il 2010 e il 2019 si sono verificati in totale 210 incidenti mortali (un aumento rispetto ai 136 incidenti avvenuti tra il 2000 e il 2009). Dal canto suo l’alpinismo conta purtroppo 238 incidenti mortali. I dati raccolti dalla Polizia cantonale nel 2020 evidenziano 5 infortuni in montagna con esito letale. Nel 2018 si erano rilevati 10 infortuni con esito letale in montagna, mentre nel 2019 i casi registrati erano stati 6.
Il programma di prevenzione Montagne sicure intende continuare a sensibilizzare coloro che decidono di avventurarsi alla scoperta dei nostri meravigliosi paesaggi innevati, con l’obiettivo di ridurre gli incidenti e gli infortuni. Affinché frequentare le nostre vette sia sempre un piacere, gli specialisti alpini forniscono poche ma indispensabili raccomandazioni da seguire, sia agli esperti sia ai neofiti della montagna: ·

  • Mai avventurarsi da soli in caso di gite, di sci-escursionismo o di sci fuori pista.
  • Pianificare accuratamente le uscite con l’ausilio di una cartina topografica, tenendo in considerazione le proprie capacità fisiche e tecniche.
  • Portare sempre con sé il materiale di sicurezza primario: ARTVA, sonda, pala, farmacia, bibita calda, cartina topografica, provviste sufficienti e un mezzo per comunicare.
  • Non speculare sull’attrezzatura e l’abbigliamento.
  • In caso di poca esperienza rivolgersi alle società alpinistiche o affidarsi alle guide alpine.

In collaborazione con la Cancelleria dello Stato, sarà ulteriormente distribuito il flyer rivolto in particolare ad escursionisti, contenente questi e altri fondamentali consigli di sicurezza. Fra le diverse raccomandazioni, si richiama l’attenzione all’importanza dei preparativi (attrezzatura adatta e provviste sufficienti), della scelta di un itinerario idoneo alle proprie capacità fisiche, dell’importanza di consultare il bollettino delle valanghe e di informarsi sulle condizioni della neve. 
Con lo scopo di mantenere una linea di continuità del progetto sono inoltre stati prodotti cinque nuovi videomessaggi registrati da specialisti del settore alpino, contenenti consigli per gli escursionisti. Questi filmati saranno diffusi anche sui social dai profili ufficiali della Polizia cantonale e sul canale Youtube della Repubblica e Cantone Ticino.
Quest’anno, in relazione all’emergenza sanitaria, per la quale l’invito è di continuare a seguire le fondamentali regole di igiene accresciuta e di distanza sociale, sono stati creati dei banner con le icone della campagna cantonale di prevenzione sanitaria, i quali saranno posizionati nelle tredici stazioni sciistiche ticinesi.
Da inizio gennaio e fino al mese di marzo sarà inoltre attivo il concorso “Quizneve”. Si tratta di un concorso a premi con domande settimanali che indurrà i partecipanti a navigare sul sito www.montagnesicure.ch per poter rispondere a quesiti di carattere generale su aspetti legati alla sicurezza in montagna.  

Siate prudenti e rispettate le regole, affinché la montagna sia sempre un piacere.  

I partiti fanno quadrato per la polizia unica

I partiti fanno quadrato per la polizia unica

 

Articolo pubblicato nell’edizione dl mercoledì 16 dicembre 2020 del Corriere del Ticino

La proposta è stata rilanciata in un’iniziativa parlamentare generica e interpartitica che propone una riorganizzazione basata sul sistema neocastellano.
Norman Gobbi non esclude la possibilità di lasciare più autonomia alle grandi città.

In Ticino si torna a parlare di polizia unica. Su questo annoso tema si sono nuovamente chinati i deputati Raoul Ghisletta (PS), Massimiliano Ay (PC), Giorgio Galusero (PLR), Michele Guerra (Lega), Claudio Isabella (PPD) e Tamara Merlo (Più Donne), i quali hanno inoltrato un’iniziativa parlamentare generica che propone «una migliore organizzazione della polizia in Ticino». Nell’atto parlamentare, sottoscritto anche da diversi altri colleghi deputati, gli iniziativisti propongono di basarsi sul modello neocastaellano, caratterizzato da una polizia cantonale, da organi cantonali e regionali per orientare l’attività della polizia cantonale (consiglio cantonale di pilotaggio della sicurezza pubblica e consigli regionali di sicurezza pubblica) e agenti di sicurezza comunali non armati con compiti locali specifici. In estrema sintesi, l’iniziativa chiede «di accettare questi tre principi cardine, che consentiranno di varare una riforma volta a raggiungere maggiore razionalità nell’organizzazione della polizia in Ticino».

Lunghe discussioni
Quello della polizia unica è un tema discusso da tempo. Sono infatti passati oltre cinque anni da quando, spiazzando il Parlamento, il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ritirò il messaggio sul progetto di polizia unica. Era il 24 giugno del 2015 e in aula il consigliere di Stato annunciò l’intenzione di ragionare a un disegno «di polizia ticinese più concreto e costruito insieme ai corpi comunali e regionali».
Ma a che punto siamo su questo dossier ora? Lo abbiamo chiesto direttamente a Norman Gobbi: «Il gruppo di lavoro ‘‘Polizia ticinese’’ deve valutare diversi nuovi scenari, tra i quali inseriremo naturalmente anche questa nuova iniziativa parlamentare. Già in passato il Gran Consiglio aveva corretto le proposte del Governo. E quando fu proposta ed implementata la regionalizzazione della Polizia si è creato un problema: una maggiore frammentazione delle forze di Polizia presenti sul terreno. Nel frattempo sono stati adottati alcuni correttivi. Dopo alcuni anni di applicazione della Legge sulla collaborazione di Polizia qualche problema esiste, riconosciuto a più livelli istituzionali e di polizia. Ad esempio, diversi Comuni hanno espresso le loro perplessità, in particolare sulla possibilità di gestire in autonomia piccoli corpi di polizia. In questo senso, la figura di assistente di polizia risponderebbe a quei compiti di controllo e sicurezza locale cui molti Municipi anelano e potrebbe essere una variante da approfondire». Per Gobbi un altro possibile scenario da approfondire riguarda la revisione della struttura attuale, con tanti piccoli corpi frammentati e pochi corpi cittadini più solidi. «Il Cantone potrebbe occuparsi di tutte le attività al di fuori dei più importanti centri urbani del Ticino. Nelle zone prettamente urbane le polizie comunali dovrebbero implementare maggiormente l’attività di prossimità, già più volte dichiarata come fondamentale dalle stesse, a scapito degli interventi di urgenza e doppioni con la Gendarmeria». Ancora Gobbi: «I centri hanno delle dinamiche differenti rispetto alle zone periferiche. È anche vero che alcune città hanno pure la cosiddetta collina, come succede a Lugano. Però, appunto, nei centri urbani si dovrebbe ragionare sempre di più su un servizio di prossimità sulle 24 ore, in particolare in settori sensibili come le stazioni e i luoghi di assembramento». A livello di tempistiche il gruppo di lavoro non si è ancora espresso. «Finalmente abbiamo tutti i nomi dei rappresentanti comunali, purtroppo ci abbiamo messo un po’ a trovarli», ha aggiunto Gobbi. «Ora dunque si potrà approfondire meglio alcuni scenari indicati dal legislativo». Come ha rilevato il sindacato VPOD, una spinta al progetto della Polizia unica sarebbe arrivata grazie anche alla pandemia e all’instaurazione dello Stato maggiore di Polizia integrato nello SMCC. «Lo Stato maggiore di Polizia ha funzionato bene, soprattutto dal punto di vista dell’ottimizzazione delle risorse e nella definizione degli obiettivi », ha concluso Gobbi. «In un periodo in cui le risorse finanziarie saranno maggiormente scarse è giusto pensare a un sistema più efficiente ed efficace. La riorganizzazione dovrà tenere conto della qualità del servizio, ma con una riduzione generale dei costi del Cantone e dei Comuni. È una sfida alla quale dobbiamo rispondere».

Guido io? Guidi tu? Per la sicurezza di tutti: chi guida non beve

Guido io? Guidi tu? Per la sicurezza di tutti: chi guida non beve

Comunicato stampa

Si avvicinano le feste del periodo natalizio che quest’anno richiederanno da un lato di rispettare le disposizioni e le raccomandazioni legate alla crisi sanitaria, dall’altro di rispettare comunque sempre la regola di non bere quando si guida per evitare incidenti che potrebbero trasformarsi in tragedia. Anche quest’anno, in base al motto “chi guida non beve”, il progetto di prevenzione Strade sicure del Dipartimento delle istituzioni, in collaborazione con la Polizia cantonale, torna a sensibilizzare la popolazione su questo delicato tema.  

L’alcol al volante continua ad essere uno dei maggiori problemi riscontrati in ambito di circolazione stradale, in quanto una parte consistente degli incidenti è legata all’abuso di alcol. La soluzione per evitare di cagionare danni a sé stessi e agli altri utenti della strada permane sempre la stessa: “chi guida non beve”.
In Svizzera nel 2019, in base alle statistiche dell’Ufficio federale delle strade (USTRA), si sono verificati 3’870 incidenti, la cui causa principale è attribuibile all’alcol. Di questi, circa 2’400 si sono conclusi con dei danni materiali, mentre in oltre 1’400 casi vi sono state delle conseguenze per le persone con esiti che vanno dal ferimento lieve fino alla perdita della vita.
In Ticino vi sono stati circa 290 incidenti riconducibili all’abuso di alcol, di questi 212 si sono conclusi con danni materiali mentre hanno cagionato ferimenti o decessi in 85 casi.
A questi numeri si aggiungono quelli relativi alle revoche delle licenze di condurre per chi guida in stato di inattitudine: sempre in Svizzera nel 2019 sono state ritirate 13’128 patenti di guida, mentre in Ticino sono state 951.
Numeri importanti che non possono che rafforzare il messaggio preventivo di non bere quando ci si mette alla guida. Nel caso in cui si sia ecceduto con l’alcol, le migliori soluzioni per il rientro al domicilio sono di utilizzare i mezzi pubblici, il taxi o comunque di farsi riaccompagnare da chi non ha bevuto. Un’altra buona regola è quella di stabilire in anticipo chi guida. È fondamentale in questo caso definire il “safe-driver” il quale si impegnerà a non consumare alcolici e a garantire un rientro sicuro al domicilio. In occasione della campagna di prevenzione sarà distribuito un portachiavi che custodisce una moneta che riporta da un lato la scritta “guidi tu” e dall’altro la scritta “guido io”. Un piccolo sacrificio e una scelta responsabile possono infatti fare la differenza per il conducente e per tutti gli altri utenti della strada. 

«Non sono sorpreso dell’accaduto»

«Non sono sorpreso dell’accaduto»

Intervista pubblicata nell’edizione di giovedì 26 novembre 2020 del Corriere del Ticino
Era così imprevedibile quanto successo? No, dice l’esperto di terrorismo ed ex capo del Servizio delle attività informative della Confederazione Peter Regli
L’intelligence mette da anni in guardia

È sorpreso da quanto successo a Lugano?
«Prima di tutto sono triste che sia capitato nel mio cantone d’origine. Sono triste anche per il fatto che devo constatare che due signore erano al momento sbagliato al posto sbagliato. Questo fa un po’ parte di questa minaccia terroristica di matrice islamista. L’attentato stesso in fondo non mi ha sorpreso, perché in base alla situazione europea, dove abbiamo avuto attacchi in Francia, in Germania, in Austria… con le reti jihadiste che in parte conosciamo, era una conseguenza diretta. E il nostro Servizio d’informazione con il direttore Gaudin ha sempre reso attenti negli ultimi anni, per tanti anni, che questa minaccia fosse latente e che presto o tardi avrebbe colpito anche la Svizzera».

L’autrice dell’attacco era già nota alle autorità. Cosa è andato storto e cosa bisogna migliorare, concretamente, in futuro?
«Bisogna migliorare molto. Ho sentito Norman Gobbi dieci minuti fa (le 13:50 circa di mercoledì, ndr) su «Blick TV». E siamo pienamente d’accordo: prima di tutto la politica adesso deve rendersi conto che è un problema molto serio, accanto alla problematica COVID. Nell’ambito della COVID-19 Si tratta sempre di decidere fra le nostre libertà e la sicurezza. E nell’ambito terroristico, soprattutto per il terrorismo di matrice islamista, dobbiamo avere più sicurezza e rinunciare un poco alle libertà cambiando certe leggi, ma soprattutto fornendo molto più personale ai nostri corpi di polizia e ai Servizi di informazione della Confederazione se vogliamo che questi attentatori potenziali possano essere osservati ventiquattro ore su ventiquattro».

Non è possibile ora monitorare tutte le persone potenzialmente pericolose?
«No, perché il nostro Servizio di informazioni parla di circa 57 persone che potrebbero subito mettersi in moto e lanciare un attacco. Vorrei ricordare che per osservare una persona sospetta ci vogliono tra 20 e 25 agenti in permanenza. Conoscendo gli effettivi die nostri corpi di polizia, che sono veramente muniti per il bel tempo e qualora ci fosse il brutto tempo i mezzi non bastano, l’ha ripetuto l’onorevole Gobbi. E posso solamente sostenerlo in questa richiesta».

La procuratrice federale Juliette Noto alla «Neue Zürcher Zeitung» recentemente ha detto che gli ambienti radicalizzati in Romandia hanno più contatti con l’estero rispetto a quelli della Svizzera tedesca. Lei cosa osserva nella Svizzera italiana?
«Non posso esprimermi perché non sono più operativo. Sarà però molto importante poter interrogare l’attentatrice per sapere se fosse stata una attentatrice sola, un cosiddetto lupo solitario, o se lei facesse parte di una rete. E come sappiamo queste reti islamiste si basano soprattutto sul cyber: utilizzano le reti sociali. Avendo conoscenze dei suoi contatti forse si potrebbe anche rispondere alla domanda».

Se verranno raccolte le firme necessarie voteremo sulla legge antiterrorismo. Lei cosa pensa della nuova legge? Presenta delle misure sproporzionate o necessarie?
«Sono misure assolutamente proporzionate. Siamo uno Stato di diritto: anche per combattere l’islamismo abbiamo bisogno di leggi molto chiare. Questo aggiornamento della legge è molto necessario».