«Pirata» l’inseguimento continua

«Pirata» l’inseguimento continua

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 22 marzo 2018 del Corriere del Ticino

Gobbi vuole il divieto d’entrata in Svizzera per l’automobilista condannato in Ticino. Intanto la Procura di Stoccarda contesta la mancata applicazione della pena elvetica

Per alcuni è un caso che incomprensibilmente sta diventando un affare di Stato, per altri una battaglia sul principio che va portata fino in fondo. Di certo ha tutte le caratteristiche di un inseguimento quello messo in atto dal Cantone nei confronti dell’automobilista tedesco che un anno fa era stato condannato in Ticino in contumacia a trenta mesi di carcere, di cui dodici da scontare, per aver superato una decina di auto nel tunnel del Gottardo, essere fuggito dalla polizia ed essere sfrecciato a più di duecento all’ora in autostrada. Dopo la notizia che il Tribunale di Stoccarda ha respinto la richiesta del Ticino di applicare in Germania la pena decisa nei confronti del quarantaduenne (un anno di carcere) dato che in base alla legge tedesca questo genere di reati non è punibile con la detenzione ma solo con una multa (che comunque non è stata inflitta: quello dei giudici tedeschi era solo un ragionamento teorico) il consigliere di Stato Norman Gobbi ha pubblicato un vero e proprio sfogo sulla sua pagina Facebook. «In Svizzera il pirata della strada tedesco non l’ha fatta franca! Anche se in Germania non dovrà scontare nessun giorno di galera, da noi non resterà impunito. Dopo essere stato condannato dalle autorità giudiziarie ticinesi, negli scorsi mesi i servizi del mio Dipartimento si sono mossi su più fronti. Da una parte abbiamo emesso il divieto di circolazione e dall’altra abbiamo richiesto a Berna il divieto d’entrata nel nostro Paese. Inoltre abbiamo domandato all’Ufficio federale di giustizia di intervenire per chiedere alla Germania di applicare l’esecuzione della pena inflitta in Svizzera. Quello che è certo è che il signore non potrà più sfrecciare come un folle sulle nostre strade». Gobbi quindi – che si era esposto in prima persona contro il conducente teutonico dopo che questi aveva preso in giro pubblicamente le autorità elvetiche – ha voluto fissare alcuni paletti, come a dire: non l’ha passata liscia del tutto. A Stoccarda, intanto, la Magistratura ha inoltrato un ricorso contro la decisione di non applicare la condanna ticinese. Sul caso dovrà esprimersi la Corte d’appello. Sul caso però si stanno esprimendo anche molti nostri lettori e i pareri sono discordanti. Alcuni ritengono troppo severe le pene svizzere e preferiscono il sistema tedesco, altri parlano di sconfitta e di presa per i fondelli delle autorità elvetiche, altri ancora lanciano provocazioni: «Speriamo si riesca a fare qualcosa – leggiamo su Facebook – Attualmente il messaggio sembra questo: se commetti un’infrazione grave in Svizzera, scappa all’estero che la passi liscia».

Bisognava evitare la collusione

Bisognava evitare la collusione

Articolo apparso sull’edizione di mercoledì 21 marzo 2018 de La Regione

Il magistrato inquirente spiega che l’operazione ha peraltro consentito di trovare nelle abitazioni di alcuni indagati un tirapugni, bastoni e fumogeni

«Sembrava un blitz antiterrorismo. Un intervento esagerato e sproporzionato. Più che altro dimostrativo per propagandare misure, come la custodia di polizia, che si vorrebbero introdurre» anche in Ticino. Lo sostiene (vedi ‘laRegione’ di venerdì 16) l’avvocato Costantino Castelli, patrocinatore dei 13 tifosi biancoblù prelevati dagli agenti all’alba di mercoledì 14 nelle rispettive abitazioni, portati in Centrale e interrogati in veste di indagati per le violenze scoppiate il 14 gennaio alla Valascia a margine dell’incontro Hcap-Losanna. Anche Gioventù Biancoblù in un comunicato parla di azione “spropositata viste le accuse di sommossa, travisamento del viso, violenza, lancio di oggetti, legge sugli esplosivi”. Tirato in ballo, il consigliere di Stato Norman Gobbi, capo del Dipartimento istituzioni, ha negato di aver messo il naso nell’inchiesta. Competenti, ha aggiunto, sono Ministero pubblico e Polizia cantonale.

«Confermo», spiega alla ‘Regione’ il procuratore capo Nicola Respini, titolare delle indagini: «Quanto ho concordato con la polizia poggia sull’attuale Codice di procedura penale e su precise necessità d’inchiesta. Non abbiamo inventato nulla né improvvisato, né si è trattato di un’azione dimostrativa. Semmai preventiva, visto quanto trovato in talune abitazioni. Considerate le circostanze, ritengo che l’intervento non sia stato affatto sproporzionato».

‘Comunicano su chat e WhatsApp’

Da una parte, specifica il magistrato, va considerato l’elevato numero di indagati (17) che gli agenti non hanno potuto fermare al momento dei fatti – perché impegnati a separare le tifoserie e a ristabilire l’ordine – e ai quali si è giunti in base ai filmati: «Quando sono pochi solitamente vengono convocati in polizia inviando loro una lettera. Risultato? Molto spesso, essendo in contatto fra loro e circolando la voce relativa alla convocazione, concordano prima la versione da fornire agli agenti». Che questo accada «è noto e se n’è avuta prova anche in questo frangente: dopo i primi quattro fermi, e diverse ore prima che venisse divulgata la notizia dagli inquirenti tramite comunicato stampa, sulle loro chat e gruppi WhatsApp è iniziata a circolare la notizia». Tanto che uno degli indagati si è reso irreperibile, per poi presentarsi spontaneamente in Centrale. Da qui – sottolinea il procuratore – la necessità d’intervenire con una modalità «tale da evitare il pericolo di collusione e inquinamento delle prove». In tal senso – aggiunge – va recepita anche la perquisizione delle abitazioni: «Volta a ricercare oggetti potenzialmente affini alla violenza negli stadi, ha permesso di scoprire un tirapugni, bastoni e fumogeni». A far discutere è stata anche la decisione di registrare le impronte digitali e prelevare materiale per gli esami del Dna. «Dopo gli scontri del 14 gennaio – risponde il procuratore – sul posto sono rimasti oggetti di vario tipo che le tifoserie hanno scagliato contro gli avversari e gli agenti. C’era di tutto, anche girelli contapersone in metallo lanciati contro la polizia, quindi non per difendersi da un attacco dei tifosi avversari, come qualcuno ha dichiarato. Peraltro una donna lucernese è stata ustionata da un fumogeno. Ora, per stabilire le singole responsabilità e colpe, e formulare le giuste proposte di pena, è necessario sapere con esattezza chi ha fatto cosa e dove. Esercizio non facile, avendo tutti agito a volto coperto. Da qui la necessità di procedere anche con impronte e Dna».

‘Sono stati collaborativi’

L’avvocato Castelli contesta, Gioventù Biancoblù contesta. E i singoli indagati? «Si sono comportati bene, sono stati collaborativi, hanno rinunciato al diritto di farsi assistere da un avvocato, non hanno fatto obiezioni né avanzato lamentele», risponde il pp Respini: «Anche le perquisizioni in casa si sono svolte senza problemi». Quanto ai quattro indagati assenti su 17 (tre si trovavano Oltralpe e uno in ospedale), «i familiari hanno prestato la massima collaborazione fornendo subito i recapiti».

Interpellanza in Consiglio di Stato

Le modalità dell’operazione sono anche oggetto di un’interpellanza inoltrata ieri al Consiglio di Stato dai deputati Sara Beretta Piccoli e Paolo Peduzzi (Ppd e Gg).

“Per quale motivo la polizia ha ritenuto necessario fare irruzione, alle 6 del mattino, in casa delle persone sospettate di partecipazione ai tafferugli?” chiedono i due deputati: “Non era possibile procedere con una semplice convocazione, come è stato fatto con i sospettati non reperiti a casa?”.

Beretta Piccoli e Peduzzi chiedono inoltre se il prelievo del Dna e delle impronte digitali era necessario, quale lo scopo dell’esame e il costo, come pure quello dell’intera operazione. “È vero che le persone convocate, sono state fotografate prima dell’inizio della partita, che secondo le autorità stesse era ritenuta di rischio medio?”, domandano. “Se sì, questa è la normale prassi adottata per le partite a rischio medio? E quale per quelle ad alto rischio?”, si legge nell’interpellanza. “Come mai nella stessa serata nessuno dei tifosi vodesi è stato identificato?”.

Criminalità: nuove minacce richiedono nuovi strumenti

Criminalità: nuove minacce richiedono nuovi strumenti

Opinione pubblicata sull’edizione di martedì 20 marzo 2018 del Corriere del Ticino

L’evoluzione della minaccia criminale ha per costante che si rende sempre meno visibile e colpisce non dove il reato viene ideato: pensiamo qui alle minacce derivanti dal crimine digitale o cybercrime, oppure alle organizzazioni criminali e terroristiche. Tutto ciò rende la nostra comunità più vulnerabile e richiede riflessioni sulla futura organizzazione e sviluppo degli organi di polizia e di perseguimento penale in Svizzera. Riflessioni che come direttori cantonali di giustizia e polizia abbiamo avviato da tempo.

Il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber ha richiesto, e con lui la Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia, la revisione delle basi legali per perseguire meglio gli aderenti passivi ad organizzazioni criminali (CPS 260ter), ma incontrando grande difficoltà nel legislatore federale nel rivedere tale norma, allo scopo di renderla più facilmente applicabile nel perseguimento e agevolare la dimostrazione dell’esistenza delle organizzazioni, del loro potenziale criminale o dell’appartenenza alla stessa, anche se non ha compiuto ancora dei delitti. Sicuramente, la minaccia terroristica (ahinoi più di quella mafiosa) sembra aver smosso qualcosa, ma coi tempi abitualmente lunghi della modifica legislativa.

Sui reati digitali bisogna comprendere come i tradizionali concetti del diritto penale legati a luogo del fatto, ora del reato e competenze territoriali siano ormai desueti per combattere e perseguire i cyber-criminali. Pensiamo unicamente che in Svizzera negli ultimi anni non si è mai giunti a perseguire e condannare correttamente autori di «phishing», ossia attraverso mezzi elettronici estorcere dati d’accesso bancari o di account per poi disporre degli averi in forma delittuosa. Il crimine digitale supera quindi i confini, intercantonali e internazionali, con nuove e sempre in evoluzione forme di reato, che richiedono maggiore flessibilità e cooperazione da parte delle forze di polizia e del perseguimento penale, nonché una maggiore specializzazione delle stesse. Qui è necessario creare centri di competenza sovracantonali, in grado di reagire celermente agli attacchi informatici o alle nuove minacce di crimine digitale rilevate.

Nella lotta al terrore e alle organizzazioni criminali, oltre le normative del Codice penale svizzero diventa essenziale la condivisione di dati e informazioni tra Cantoni e poi con altri Paesi. Infatti l’alta mobilità interna e l’esperienza compiuta nei Paesi, già vittime di attentati o attacchi terroristici, hanno dimostrato come luogo di ideazione del reato e luogo in cui il reato viene commesso non sempre siano sovrapponibili. In questo senso i progetti di armonizzazione informatica delle forze di polizia cantonali, e di riflesso al loro interno con le polizie locali, mirano a permettere una migliore e più accessibile condivisione delle informazioni registrate nelle varie banche dati disponibili. Oltre alle soluzioni informatiche sarà poi necessario modificare diverse leggi federali e poi cantonali, in modo da creare un castello giuridico che permetta la condivisione delle informazioni, indipendentemente dai confini territoriali interni elvetici.

Ma anche sul fronte delle autorità giudiziarie penali l’evoluzione continua. Pensiamo al progetto di armonizzazione informatica delle autorità penali, che mira ad una standardizzazione dei dati in modo da poterli condividere nel sistema confederale (orizzontalmente tra Cantoni e verticalmente tra Cantoni e Confederazione), oppure al progetto Justitia 4.0 che permetterà dal 2021/2022 di redigere gli atti giudiziari solo in forma elettronica come pure la loro condivisione tra le parti. Un salto qualitativo per chi conosce la giustizia operativa del nostro Cantone e non solo, ma necessario per ottimizzare risorse, costi e procedure, per il quale sarà necessario creare una base legale federale conforme, al momento in verifica presso l’Ufficio federale di giustizia.

L’evoluzione qui descritta chiederà ai Cantoni, e quindi a noi autorità politiche e a quelle giudiziarie, di superare l’orgogliosamente custodito ruolo di organi territoriali e giudiziari in ambito di sicurezza interna, a favore di soluzioni più rispondenti allo sviluppo della minaccia criminale e terroristica. Sarà necessario lavorare poi ulteriormente in rete, dal livello primario del sistema federale di città e comuni, sino al livello federale e internazionale. Rimarco come la collaborazione in Ticino sia già attuata con successo, come ci hanno confermato l’arresto lo scorso anno di persone legate al terrorismo islamico, oppure le recenti operazioni che hanno condotto all’arresto delle «pink panthers» o della banda pronta a compiere un importante furto a Chiasso. La collaborazione operativa va però accompagnata da nuove basi legali cantonali e federali e – soprattutto – da nuovi strumenti per lottare efficacemente contro il crimine nella dimensione virtuale.

 

Cerimonia di dichiarazione di fedeltà alla Costituzione e alle leggi

Cerimonia di dichiarazione di fedeltà alla Costituzione e alle leggi

Oggi presso il Mercato coperto a Mendrisio si è svolta la cerimonia di dichiarazione di fedeltà alla Costituzione e alle leggi da parte degli agenti diplomati alla Scuola di polizia del V. circondario SCP 2017.

Quarantuno i neodiplomati (23 della Polizia cantonale, 16 delle Polizie comunali e 2 della Polizia dei Trasporti). La cerimonia ha visto pure protagonisti i diplomati della Scuola agenti di custodia SAC 2017 (14 nuovi agenti).

Un giro di vite dalla prossima stagione

Un giro di vite dalla prossima stagione

Intervista apparsa nell’edizione di venerdì 16 marzo 2018 del Corriere del Ticino

Misure antiviolenza negli stadi: il consigliere di Stato, le idee, gli striscioni e gli insulti

Per combattere la violenza negli stadi Norman Gobbi la sua ricetta l’aveva anticipata a gennaio a Piazza del Corriere. Ora spiega perché occorre verificare l’identità alle entrate degli stadi.

Allo stadio presentando il documento d’identità: a mali estremi, estremi rimedi?
«Direi un cambiamento necessario. Si tratta di una misura che ha dimostrato la sua efficacia laddove è stata proposta. Penso alla pista di Zugo, dove è stato implementato un dispositivo di prevenzione che prevede il controllo dell’identità ed è stato possibile ridurre sostanzialmente i problemi legati al tifo violento all’interno degli impianti sportivi. Tutti i tifosi ospiti sono obbligati a presentare un documento di legittimazione oltre al biglietto d’ingresso. Questo approccio ha certamente un maggiore effetto dissuasivo, considerato che la possibilità di restare impuniti è drasticamente più bassa che altrove. Nonostante l’attività di prevenzione e di sensibilizzazione svolta, ci sono ancora persone che si recano agli eventi sportivi disinteressandosi completamente del risultato, con l’unico obiettivo di creare disagio e sfidare i tifosi avversari e le forze dell’ordine. Sono una minoranza, ma da sole creano importanti danni d’immagine alle società sportive e soprattutto comportano ingenti costi di sicurezza privata e pubblica. Soldi che potrebbero essere investiti nel rafforzamento sportivo delle squadre e nello sviluppo dei settori giovanili».

Il Dipartimento ha già compiuto passi concreti per indicare la nuova rotta alle società sportive?
«Nelle ultime settimane ci sono stati dei contatti regolari con i club. Questa tematica va approfondita con i principali attori coinvolti: polizia cantonale, federazioni e club sportivi. Si tratta di trovare delle soluzioni condivise e praticabili a breve termine. L’obiettivo è quello di attivare queste misure già a partire dalla prossima stagione».

Qual è stata la risposta?
«I club si sono finora dimostrati piuttosto collaborativi perché stanno considerando seriamente il problema della violenza, anche al loro interno. E come detto, sono interessati a trovare una soluzione per ridurre i costi di sicurezza. Diventa sempre meno sostenibile una spesa di quasi mezzo milione di franchi per la sicurezza privata, senza la certezza di non più essere esposti a minacce. La volontà è stata dimostrata e gli incontri proseguiranno nelle prossime settimane».

E se qualcuno dovesse opporsi quale sarebbe la sua replica?
«La risposta è chiara. La situazione attuale non è più sostenibile perché non si può restare in balia di situazioni imprevedibili e dal potenziale devastante ad ogni partita. I fatti di gennaio hanno confermato che spesso non c’è relazione tra l’evento e quello che può succedere. È quindi difficile predisporre un dispositivo di sicurezza corretto. Inoltre, questa esposizione al rischio comporta la presenza di un numero sempre maggiore di agenti di polizia, con il pericolo di lasciare scoperti altri compiti sul territorio. La sicurezza totale non esiste ma il rischio potenziale deve essere ridotto».

A fare traboccare il vaso sono stati gli ormai noti fatti della Valascia, oppure questo passo lo avrebbe compiuto a prescindere?
«I fatti accaduti hanno probabilmente accelerato una riflessione e la ricerca di una soluzione che era già in atto da tempo. Sono ormai anni che con vari progetti il mio Dipartimento si impegna a monitorare gli eventi e a trovare delle soluzioni nell’interesse di tutti. Purtroppo la situazione non si è modificata nel modo che avremmo voluto, anche perché i cambiamenti nella società civile e l’evoluzione delle minacce non ci ha certamente agevolato».

Ma basterà per cancellare la violenza dagli stadi?
«Sono dell’opinione che la soluzione vada trovata con la collaborazione delle parti coinvolte. È l’atteggiamento che va modificato, altrimenti il problema persisterà. Penso ad esempio ad una maggiore collaborazione nel rispetto delle regole».

Lei è politico, ma anche padre di famiglia. I suoi figli li porta tranquillamente sugli spalti?
«Di principio sì. È tuttavia chiaro che i fatti di gennaio portano a fare alcune riflessioni. Pur trattandosi nel caso specifico di un episodio circoscritto, la possibilità di vivere simili scenari trattiene molte famiglie e ne limita la loro presenza alla Valascia. Una scelta che una volta di più danneggia i club, nel senso che non crea le premesse per una fidelizzazione dei tifosi di domani».

È noto che lei tifa Ambrì e ha anche un passato quale dirigente. A chi dice che la società tratta troppo spesso con i guanti di velluto il tifo organizzato perché teme reazioni negative come risponde?
«Il rapporto tra società e tifoseria non è mai scontato. Le due parti devono essere complementari e cercare assieme di valorizzare l’immagine e l’attività del Club. Riconosco che non è sempre semplice, anche perché a volte gli interessi divergono e le aspettative sono disattese e generano frustrazione. Per quanto mi riguarda, non ho le ho mai mandate a dire ed è per questo che spesso mi sono stati dedicati striscioni, scritte sui muri e via dicendo. Sono però convinto che l’unica strada sia questa per cercare di eliminare il tifo violento negli stadi».

In questi giorni è sotto tiro. Il portale ForumAlternativo ha scritto: «Gobbi ordina il blitz contro la tifoseria biancoblù». È una frase che la impressiona?
«No assolutamente. Ricordo che gli interventi di ieri sono stati ordinati dal Ministero pubblico». Oggettivamente i 13 ticinesi identificati (su 40 in totale) non sono pochi. Sta a significare che la violenza (in questo caso all’interno dello stadio) e spesso a margine dell’evento stesso, non è poi così un fenomeno di nicchia? Sull’arco di una stagione gli episodi critici sono un numero piuttosto contenuto. Il grado di pericolosità delle partite è gestito correttamente e in anticipo. È ovvio che il derby e la rivalità tra Ambrì e Lugano possono richiedere una maggiore attenzione, ma per il resto, a parte rare eccezioni, gli episodi restano circoscritti. La politica dei vari club di ridurre sempre di più gli spazi a disposizione delle tifoserie ospiti favorisce di per sé la diminuzione dei problemi. È chiaro che in presenza di fatti del genere esiste pure il rischio di emulazione».

Questo genere di sedicenti tifosi si attacca violentemente, ma poi i fronti contrapposti sono in grado di coalizzarsi per scontrarsi con le forze dell’ordine. È una perversione all’interno di un comportamento già di per sé perverso. Quale il suo giudizio?
«Effettivamente può succedere. Anche per questo motivo la Polizia in situazioni del genere deve predisporre le misure adeguate al fine di tutelare l’impiego degli agenti in servizio. Auspico che in futuro questi scenari non si verifichino più, proprio perché non si può mettere regolarmente a repentaglio la sicurezza delle forze dell’ordine».

 

Favorisca il documento

Favorisca il documento

Articolo apparso nell’edizione di giovedì 15 marzo 2018 de La Regione

Serie A e B: Gobbi impone ai club ticinesi la verifica sistematica dei tifosi presenti. Per i disordini alla Valascia del 14 gennaio individuata una quarantina di violenti.

Le principali squadre di hockey e calcio ticinesi dovranno dotare i loro stadi di sistemi informatici che registrino alle casse i volti dei tifosi in entrata confrontandoli con i loro documenti d’identificazione. Scopo: verificando le generalità dei presenti, sarà più facile risalire ai responsabili di eventuali disordini. Un metodo deterrente a beneficio della sicurezza di tutti. Lo ha riferito ieri sera la Rsi citando il consigliere di Stato Norman Gobbi. Interpellato dalla ‘Regione’, il capo del Dipartimento istituzioni, con un passato di arbitro d’hockey, conferma di aver sottoposto recentemente questa soluzione ai club di serie A e B. Ignota per ora la risposta. «Ai sodalizi che non accetteranno – specifica – il Dipartimento revocherà la possibilità di giocare le partite in presenza di pubblico a partire dal prossimo campionato. Dove applicata – aggiunge –, la misura ha ottenuto ottimi risultati». Nel moderno impianto di Zugo, ad esempio, «ha permesso di ridurre sensibilmente il dispositivo di sicurezza interno e anche l’impiego della polizia. Quanto ai costi di acquisto e gestione, sono contenuti». E a chi potrebbe gridare allo scandalo per l’ennesimo presunto attacco alla privacy, «rammento che non si tratta di una novità. In taluni parchi divertimento già avviene e talvolta viene chiesta anche l’impronta digitale del pollice».

Quello che si dice “inviare un forte segnale”. L’ha fatto ieri mattina la Polizia cantonale bussando alla porta di 13 ticinesi fra i 41 e i 17 anni (si tratta di un solo minorenne) che nel pomeriggio del 14 gennaio avevano preso parte alle violenze scoppiate dentro la Valascia a margine dell’incontro con il Losanna, i cui supporter avevano dato il via agli scontri. Mentre i 13 ticinesi venivano trasferiti in centrale e interrogati – comunicano gli inquirenti – le loro abitazioni sono state perquisite e in talune è stato trovato materiale pirotecnico. Un blitz che alcuni supporter biancoblù non hanno gradito, ritenendolo eccessivo. Ciò che più conta, secondo Polizia e Procura, è che grazie al “minuzioso lavoro d’inchiesta” sono stati identificati una quarantina della sessantina di facinorosi scontratisi; 17 sono ticinesi, habitués della Valascia, mentre gli altri risiedono nei Cantoni Vaud, Uri, Svitto, Berna e Lucerna, le cui Polizie eseguiranno oggi e nei prossimi giorni blitz analoghi. Idem in Germania, a Jena, da dove provenivano 15 supporter della squadra calcistica del Carl Zeiss gemellati con quelli del Losanna. I ticinesi interrogati e poi rilasciati riceveranno dal procuratore pubblico Nicola Respini, titolare delle indagini, proposte di condanna con decreti d’accusa cui potranno opporsi accettando così di sottoporsi a un processo in Pretura penale. A ciò si aggiungeranno le misure anti hooliganismo, in primis il divieto d’accesso agli stadi per alcuni mesi/anni. Diverse le accuse mosse: sommossa, violenza contro funzionari, lesioni, vie di fatto, danneggiamento, infrazione alla Legge federale sulle armi e gli esplosivi nonché dissimulazione del volto. Proprio il fatto che in gran parte avessero il volto coperto ha complicato – ma non reso impossibili – le operazioni d’individuazione. D’aiuto sono stati l’impianto di videosorveglianza interno ed esterno della pista di ghiaccio e le immagini registrate dalle tv presenti.

In questo modo – specificano Procura e Polizia cantonale – s’intende “inviare un forte segnale, affinché si possa godere in sicurezza dello spettacolo offerto dagli eventi sportivi”. Quanto al 14 gennaio, spunta l’aggravante della presenza di numerose famiglie con bambini. Durante gli interrogatori quasi tutti i 13 ticinesi hanno motivato il loro agire con la necessità di rispondere all’attacco. Quel pomeriggio, ricordiamo, sono volati fumogeni, seggiolini, spranghe, girelli conta-persone. Gli agenti hanno esploso proiettili di gomma. In un comunicato diffuso ieri sera, l’Hcap ribadisce le proprie scuse al pubblico e confida che “nelle sanzioni si possa distinguere fra chi ha provocato e chi ha reagito seppure con l’eccesso, e che si tengano in dovuta considerazione il principio di proporzionalità e di parità di trattamento con altri avvenimenti in ambiti sportivi e non sportivi”.

Intervista all’interno dell’edizione del 15 marzo 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10246463

Disordini a margine della partita Hcap-Hc Losanna: fermate 13 persone

Disordini a margine della partita Hcap-Hc Losanna: fermate 13 persone

Il Ministero pubblico, la Magistratura dei minorenni e la Polizia cantonale comunicano che oggi, nell’ambito di un’apposita operazione, sono state fermate in Ticino 12 persone di età compresa tra i 41 e i 18 anni nonché un minorenne diciasettenne. Si tratta di persone che il 14.01.2018 ad Ambrì, in occasione dell’incontro di disco su ghiaccio HCAP-HC Losanna, hanno partecipato a vario titolo e con varie responsabilità ai disordini scoppiati a margine della partita. Grazie al minuzioso lavoro d’inchiesta degli inquirenti della Polizia cantonale, è stato possibile identificare una quarantina di persone, appartenenti alla tifoseria locale e a quella losannese, sospettati di sommossa, violenza contro funzionari, lesioni, vie di fatto, danneggiamento, infrazione alla Legge federale sulle armi e gli esplosivi nonché dissimulazione del volto. Durante le perquisizioni è stato trovato del materiale pirotecnico. Sono previste in altri cantoni svizzeri e all’estero, ulteriori operazioni per il fermo di altri pseudotifosi. In questo modo la Polizia cantonale, in collaborazione con altre autorità di polizia, intende inviare un forte segnale, affinché si possa godere in sicurezza dello spettacolo offerto dagli eventi sportivi, punendo chi si macchia di episodi di violenza, quel giorno con l’aggravante della presenza di numerose famiglie con bambini. L’inchiesta è coordinata dal Procuratore pubblico capo Nicola Respini e dalla Magistratura dei minorenni. Al momento non verranno rilasciate ulteriori informazioni.

Sempre allacciati, anche sui sedili posteriori

Sempre allacciati, anche sui sedili posteriori

Dimostrazione TCS sull’uso delle cinture di sicurezza

Oggi a Tesserete il Touring Club Svizzero, in collaborazione con il Progetto Strade Sicure e la Polizia cantonale, ha messo in atto una dimostrazione sui rischi derivati dal mancato utilizzo delle cinture di sicurezza anche nei sedili posteriori. Se i dati dell’Ufficio Prevenzione Infortuni (UPI) relativi alle persone – conducente e passeggero – che siedono sui sedili anteriori sono confortanti, lo stesso non si può certo dire per quanto avviene nel retro della vettura.
Non allacciare le cinture sui sedili posteriori è un comportamento a rischio elevato che continua a mietere inutili vittime sulle nostre strade. In particolare sui brevi tragitti, quale può essere quello casa-scuola, che vede spesso protagonisti i bambini, o lo spostamento a corto raggio nei dintorni del domicilio. Una tendenza purtroppo confermata dai dati della Polizia cantonale relativi alle contravvenzioni.
Prendendo in considerazione gli anni tra il 2014 e il 2017, la statistica degli incidenti denota una costante diminuzione dei sinistri che vedono implicati i passeggeri (sia anteriori sia posteriori), mentre è costante il numero degli stessi che ha riportato gravi conseguenze (serie ferite o decesso). Nel 2017 gli incidenti nei quali sono stati coinvolti passeggeri di veicoli che hanno riportato ferite leggere hanno toccato quota 116, mentre sono stati 12 quelli con vittime che hanno riportato ferite gravi o hanno perso la vita. Queste cifre non sono imputabili unicamente al mancato uso delle cinture, ma devono comunque far riflettere. Per quanto riguarda le multe comminate dalla Polizia cantonale per mancato uso delle cinture di sicurezza dei passeggeri (OMD 800.1) o per il trasporto di bambini con età inferiore ai 12 anni non assicurati (OMD 312.2), negli ultimi 6-7 anni si evidenzia che hanno mantenuto un andamento costante, con un leggero incremento nel 2014.

Non si deve abbassare la guardia
Nonostante i dati non riescano a sviscerare la reale portata della problematica, la Polizia cantonale, il progetto “Strade Sicure” del Dipartimento delle istituzioni e il Touring Club Svizzero in un’ottica di prevenzione rendono attenti i cittadini, chiedendo loro di non abbassare la guardia, poiché a farne le spese sono in particolare bambine e bambini. Evitare anche un solo un incidente è sicuramente un risultato positivo. È necessario quindi continuare a insistere, in ambito di prevenzione, sull’importanza di allacciare le cinture, al fine di garantire la sicurezza di tutti i passeggeri con un semplice gesto.

 

Polizia cantonale: più professionale, moderna e orientata al futuro

Polizia cantonale: più professionale, moderna e orientata al futuro

Bilancio del 2017 e obiettivi 2018

Di recente si è tenuto l’annuale rapporto di Corpo della Polizia cantonale. E’ stata l’occasione per tracciare un bilancio dell’attività svolta nel 2017 e per presentare gli obiettivi strategici e operativi per il 2018.

Nel mio intervento mi sono complimentato con gli agenti, gli inquirenti e i collaboratori amministrativi per la qualità del lavoro svolto, per la dimostrazione di attaccamento al Corpo e per i successi ottenuti lo scorso anno, dimostrato con un calo dei reati commessi e i recenti arresti di bande organizzate. La Polizia è stata chiamata a intervenire in situazioni pericolose ed estreme, reagendo in modo professionale con unità d’intenti e spirito di Corpo, meritandosi sul terreno il rispetto della popolazione ticinese. Infatti, il livello di sicurezza oggettiva odierna è più che apprezzabile.

La società evolve e le forze dell’ordine devono adattarsi al continuo cambiamento, per dare una risposta efficace alle possibili minacce: il terrorismo, le infiltrazioni criminali, la radicalizzazione, la mobilità delle persone e altro ancora. Si tratta di essere pronti ad intervenire contro questi fenomeni, che potrebbero toccarci da vicino, senza però creare inutili allarmismi. Di questi scenari dobbiamo tenere conto e impegnarci per essere pronti nel caso effettivo.

Il compito della Polizia cantonale è quello di garantire ai cittadini un senso di protezione e di benessere che negli ultimi anni credo di poter dire sia stato raggiunto con la professionalizzazione dei differenti servizi specialistici e il continuo adattamento ai nuovi bisogni della società.

La reattività, ma anche la visione a lungo termine
In aggiunta all’ordinaria attività di prevenzione sul territorio, nel 2017 sono stati sviluppati diversi progetti che rientrano in una visione più a lungo termine del Corpo di Polizia. In particolare è stata realizzata la nuova Centrale comune d’allarme che entrerà in funzione prossimamente: creerà le basi ideali per il perfezionamento di tutti gli interventi e il rafforzamento della collaborazione tra i partner di sicurezza. Un altro importante progetto prevede invece di mettere a disposizione dei differenti servizi nuovi strumenti informatici, così da agevolare lo scambio regolare di informazioni e favorire la tempestività dell’intervento.  Ricordo inoltre i vari impieghi con coinvolgimenti nazionali e internazionali, nonché le operazioni di polizia giudiziaria sempre più numerose e impegnative.

Le priorità operative e la vicinanza ai cittadini
Per quanto riguarda invece il 2018, l’evoluzione del Corpo dovrà continuare per tenere il passo con i tempi. Tra le priorità ci sarà un sempre maggiore e capillare presidio del territorio e una intensa collaborazione tra la Polizia cantonale e le Polizie comunali così da ridurre le infrazioni. Nel corso dell’anno verrà introdotto il progetto pilota “Via libera”, che consentirà di accelerare la riapertura dei tratti stradali dopo incidenti o altri eventi. Continuerà pure l’attività di prevenzione dei reati economico-finanziari e informatici: malversazioni finanziarie, reati fallimentari e società bucalettere.
La vicinanza al cittadino sarà invece garantita da numerose campagne di sensibilizzazione (su tutte “strade sicure” e “acque sicure”), dall’utilizzo dei principali social media e dell’App per smartphone per un dialogo facilitato e continuo. Non dobbiamo infine dimenticare il contatto diretto con la gente, favorito da serate sul tema della prevenzione (furti, truffe e sicurezza stradale) e dalla partecipazione ad eventi fino all’organizzazione di giornate delle porte aperte.

Come Direttore del Dipartimento, credo molto nella promozione dell’immagine della Polizia cantonale tra la popolazione. Desidero infatti che i servizi offerti siano conosciuti e soprattutto cerco il coinvolgimento dei ticinesi nel collaborare con le varie forze dell’ordine per mantenere la sicurezza nel nostro Cantone. Più volte ho definito i cittadini “le sentinelle” presenti sul territorio e molti interventi della polizia sono stati agevolati dalle preziose informazioni fornite proprio dai cittadini.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle Istituzioni