È un Ticino più sicuro

È un Ticino più sicuro

Articolo apparso nell’edizione di martedì 27 marzo de La Regione

I dati 2017 della Polizia cantonale: diminuiscono gli illeciti. “Un periodo abbastanza tranquillo”
In Ticino violazioni del Codice penale calate del 17 per cento. Furti con scasso ancora in regressione.
“Stiamo vivendo un periodo abbastanza tranquillo”, osserva il comandante Matteo Cocchi. La prudenza è d’obbligo quando si parla di sicurezza: del resto l’evoluzione di alcuni fenomeni delinquenziali non è prevedibile o è difficilmente prevedibile. Per cui si giustifica l’uso dell’avverbio abbastanza. Tuttavia i dati inerenti all’attività svolta nel 2017 dalla Polizia cantonale, presentati ieri ai media, sono alquanto positivi e in prospettiva incoraggianti. In Ticino la commissione dei reati sanzionati dal Codice penale e constatati dalle forze dell’ordine, in particolare quelli che destano allarme sociale, è stata caratterizzata da una significativa flessione: il «17 per cento» in meno rispetto al 2016, evidenzia Paolo Bernasconi, del Servizio finanze, statistica e controlling della Cantonale. Reati contro la vita e l’integrità della persona: meno 8 per cento. Contro il patrimonio: meno 18. Contro l’integrità sessuale: meno 15. In calo anche gli illeciti rilevati dalla Polizia contro l’onore e la sfera personale: meno 11 per cento. Sono diminuite pure le violazioni della Legge federale sugli stranieri constatate: meno 14 per cento. Cambia il discorso per quel che riguarda un’altra normativa federale: quella sugli stupefacenti. Le infrazioni finite sotto la lente degli investigatori hanno registrato un 25 per cento in più per rapporto all’anno precedente. L’incremento, spiega Bernasconi, è da ricondurre soprattutto «a più controlli delle forze dell’ordine sul territorio che hanno portato alla scoperta di un maggior numero di casi di consumo e possesso di canapa». Tornando ai reati contraddistinti dal segno meno e in special mondo a quelli contro il patrimonio, c’è stata un’ulteriore regressione dei furti con scasso. Del 29 per cento (nel 2016 erano scesi del 14 per cento rispetto all’anno prima). Il calo è avvenuto in quasi tutte le regioni. Unica eccezione il Locarnese dove «sul finire dell’anno» vi è stato un aumento del numero di ‘colpi’: in questa regione il 2017 si è chiuso così con un più 17 per cento. A livello cantonale la diminuzione dei furti con scasso nelle abitazioni è stata del «36 per cento». Degno di nota è il dato concernente il Mendrisiotto, per anni terra di ‘razzie’ considerata anche la sua vicinanza con il confine: 46 per cento di furti con scasso in meno. Oggi il Mendrisiotto «è il settore… più sicuro», rileva Bernasconi alludendo ai ‘colpi’ nelle case. Conforta anche la percentuale alla voce rapine («nella quale rientrano pure i furti con violenza»): in generale meno 11 per cento. In generale, appunto. Perché nel Mendrisiotto la musica è purtroppo ancora un’altra: più 87 per cento, con i distributori di benzina con chiosco annesso fra i principali bersagli dei malviventi. La statistica 2017 della Polizia cantonale sulla criminalità nel suo complesso è comunque eloquente: domina il segno meno. Merito anche delle riorganizzazioni che negli ultimi anni hanno interessato il corpo della Polizia cantonale, fra cui la ‘regionalizzazione’ della Gendarmeria. Riforme interne che hanno reso possibile, ha ricordato il capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi, un «maggior presidio» del territorio. Merito anche di un’accresciuta collaborazione, ha osservato a sua volta Cocchi, fra la Cantonale e «gli altri enti di primo intervento». Fra Polcantonale, Guardie di confine e polizie comunali.

Costi mantenimento ordine: 3,3 milioni. Interventi violenza domestica: più 30%
Sono ancora lievitati i costi legati alle operazioni per il mantenimento dell’ordine in occasione di partite di hockey e calcio. Lo scorso anno il prezzo si è aggirato intorno ai 3,3 milioni. Oltre tre milioni di franchi, contro i 2,5 dell’anno precedente e il milione e mezzo del 2015. Nel 2017 gli impieghi, indica la Polizia cantonale, sono stati 63, di cui 25 per incontri di calcio e 38 per quelli di hockey. Gli agenti che hanno partecipato ai dispositivi sono stati in totale 2’901. L’anno scorso in Ticino sono aumentati anche gli interventi della polizia per violenza domestica (non tutti hanno avuto conseguenze sul piano penale). Sono stati 1’080. Ovvero «il 30 per cento» in più rispetto al 2016. Nel «75 per cento» dei casi, fa sapere la Cantonale, si trattava di violenza fra coniugi o ex coniugi. Un fenomeno, quello della violenza fra le mura di casa, cui si è accennato nella conferenza stampa di ieri durante la quale sono stati illustrati i dati salienti dell’attività 2017 della Polcantonale. Un 2017 contraddistinto fra l’altro da un minor numero di interventi per la constatazione di incidenti (3’880: meno 2,8 per cento), per la constatazione di furti (1’654: meno 41) e per arresti (928: giù del 4,6 per cento). Meno sollecitata dalle urgenze, la Polizia cantonale «ha potuto così dedicarsi maggiormente a uno dei suoi compiti principali: la prevenzione», spiega il comandante Matteo Cocchi. E prevenzione significa pure controlli. Per quanto riguarda la manodopera estera, lo scorso anno sono stati eseguiti in totale 852 controlli, pari a un aumento del 32 per cento. È stata verificata la posizione di 3’191 persone: il 16 per cento in più di quelle controllate nel 2016. Le persone non in regola «sono risultate 136 e 35 sono stati i datori di lavoro denunciati». Un altro impegnativo compito per la Cantonale è la gestione del traffico. In certi periodi dell’anno, ha sottolineato il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi, «possono essere presenti sul territorio ticinese fino a mezzo milione di persone». Cocchi: «Sulla A2, fra Chiasso e il Dosso di Taverne, ci saranno sempre due pattuglie, fra le 6 e le 9 in direzione nord e dalle 16 alle 19 in direzione sud, per garantire interventi celeri in caso di necessità».

Salviamo lo sport con nuove misure di sicurezza

Salviamo lo sport con nuove misure di sicurezza

Le polemiche per gli episodi violenti dello scorso 14 gennaio alla Valascia hanno occupato ampi spazi sui media. La recente operazione di polizia coordinata dal Ministero pubblico, con il fermo a domicilio degli indagati per necessità d’inchiesta, e le misure da me ipotizzate contro il tifo violento, hanno suscitato un forte malumore in particolare tra le tifoserie organizzate.
Non sono sorpreso, anche se il numero di persone che hanno espresso il loro disappunto è in verità alquanto ridotto. La maggioranza dei cittadini sembra invece aver capito e condiviso il lavoro del Ministero pubblico e le mie preoccupazioni, in qualità di Direttore del Dipartimento delle istituzioni, di fronte all’escalation della violenza. La mia proposta di adottare misure più incisive ha quale obiettivo di consentire al pubblico di partecipare agli eventi sportivi in modo gioioso e spensierato, senza timori per la propria sicurezza.
Con rammarico, ho preso atto che nonostante l’attività di prevenzione e le campagne di sensibilizzazione, esistano tuttora persone che si recano nelle piste di ghiaccio o negli stadi con l’unico obiettivo di provocare problemi d’ordine pubblico, sfidando le forze dell’ordine, mettendo in pericolo l’incolumità degli spettatori e minacciando lo svolgimento regolare dell’evento.

Le nuove misure e l’effetto dissuasivo
Questi fatti non sono più tollerabili e vanno implementate misure più severe che consentano di sanzionare gli autori che danneggiano l’immagine dei club e non da ultimo quella del nostro Cantone. Nel mio ruolo, non posso correre il rischio di lasciare senza protezione il territorio per porre rimedio ai problemi che si verificano durante gli incontri non considerati a rischio. I dispositivi imponenti sono infatti adottati soltanto per gli eventi giudicati ad alto rischio.
La Polizia cantonale deve comunque garantire la sicurezza ed è quindi necessario rivedere costantemente il modo di proporsi, scegliendo misure che hanno già dimostrato la loro efficacia in contesti analoghi per l’effetto dissuasivo e per l’identificazione dei colpevoli. Tra queste, sicuramente l’abbinamento di un documento a un biglietto d’entrata e il riconoscimento facciale possono rivelarsi particolarmente utili.

La riduzione delle spese di sicurezza per tutti
L’implementazione di queste soluzioni può certamente infastidire una minoranza, trovando però un vasto consenso tra la popolazione. La Polizia deve continuare con l’attività di prevenzione per isolare pochi esagitati che rovinano gli eventi. Oltre ai danni materiali, spesso sono coinvolte persone che non hanno nessun legame con il tifo violento. Questo rischio tiene distante dalle piste intere famiglie e i loro figli, che preferiscono seguire le partite alla televisione. Qualcosa va inoltre fatto anche per ridurre il rischio di ferimenti nei ranghi delle forze dell’ordine.
Il fenomeno della violenza costa alla collettività ogni stagione delle cifre consistenti: rilevo che gli interventi di polizia sono soltanto in parte a carico dei club sulla base del concordato sulle misure contro la violenza in occasione di manifestazioni sportive. Per il resto i costi, negli ultimi anni di poco inferiori ai tre milioni di franchi, sono totalmente a carico dei contribuenti.
La sicurezza privata è invece a carico dei club, così come le multe delle Federazioni inflitte per comportamenti inaccettabili, che non hanno nulla a che vedere con la passione per la propria squadra.
I soldi che i club devono spendere per la sicurezza, indicativamente attorno al mezzo milione di franchi all’anno, mancano nelle loro casse in particolare per il rafforzamento della squadra e per lo sviluppo del settore giovanile.

Mi preme ribadire a gran voce che il mio unico obiettivo è quello di garantire la sicurezza. Tutti devono avere la possibilità di partecipare agli eventi di aggregazione sportiva senza sentirsi minacciati. Per questo, mi impegnerò per trovare un accordo con le parti per adottare nuove misure già a partire dalla prossima stagione. L’augurio è quello di poter vivere in futuro delle manifestazioni in cui il tifo organizzato sia valorizzato per il suo modo di proporsi positivo, caratterizzato da coreografie e cori a sostegno della propria squadra.

Distratti al volante

Distratti al volante

Puntata della trasmissione televisiva Falò/RSI (22 marzo 2018)

“Telefonini, GPS, tablet e altri dispositivi elettronici. Quando ci mettiamo alla guida delle nostre auto siamo sempre più distratti. Le conseguenze in termini di sicurezza sono evidenti: la distrazione al volante causa ormai più incidenti degli eccessi di velocità o dell’alcool. Eppure in Svizzera un conducente su due continua ad usare il cellulare mentre guida per telefonare, ma ancora peggio per chattare o navigare su Internet. A Falò, le storie di chi ha causato incidenti per colpa del telefonino. E i tentativi delle autorità di arginare il fenomeno.”

https://www.rsi.ch/la1/programmi/informazione/falo/Distratti-al-volante-10215641.html

«Pirata» l’inseguimento continua

«Pirata» l’inseguimento continua

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 22 marzo 2018 del Corriere del Ticino

Gobbi vuole il divieto d’entrata in Svizzera per l’automobilista condannato in Ticino. Intanto la Procura di Stoccarda contesta la mancata applicazione della pena elvetica

Per alcuni è un caso che incomprensibilmente sta diventando un affare di Stato, per altri una battaglia sul principio che va portata fino in fondo. Di certo ha tutte le caratteristiche di un inseguimento quello messo in atto dal Cantone nei confronti dell’automobilista tedesco che un anno fa era stato condannato in Ticino in contumacia a trenta mesi di carcere, di cui dodici da scontare, per aver superato una decina di auto nel tunnel del Gottardo, essere fuggito dalla polizia ed essere sfrecciato a più di duecento all’ora in autostrada. Dopo la notizia che il Tribunale di Stoccarda ha respinto la richiesta del Ticino di applicare in Germania la pena decisa nei confronti del quarantaduenne (un anno di carcere) dato che in base alla legge tedesca questo genere di reati non è punibile con la detenzione ma solo con una multa (che comunque non è stata inflitta: quello dei giudici tedeschi era solo un ragionamento teorico) il consigliere di Stato Norman Gobbi ha pubblicato un vero e proprio sfogo sulla sua pagina Facebook. «In Svizzera il pirata della strada tedesco non l’ha fatta franca! Anche se in Germania non dovrà scontare nessun giorno di galera, da noi non resterà impunito. Dopo essere stato condannato dalle autorità giudiziarie ticinesi, negli scorsi mesi i servizi del mio Dipartimento si sono mossi su più fronti. Da una parte abbiamo emesso il divieto di circolazione e dall’altra abbiamo richiesto a Berna il divieto d’entrata nel nostro Paese. Inoltre abbiamo domandato all’Ufficio federale di giustizia di intervenire per chiedere alla Germania di applicare l’esecuzione della pena inflitta in Svizzera. Quello che è certo è che il signore non potrà più sfrecciare come un folle sulle nostre strade». Gobbi quindi – che si era esposto in prima persona contro il conducente teutonico dopo che questi aveva preso in giro pubblicamente le autorità elvetiche – ha voluto fissare alcuni paletti, come a dire: non l’ha passata liscia del tutto. A Stoccarda, intanto, la Magistratura ha inoltrato un ricorso contro la decisione di non applicare la condanna ticinese. Sul caso dovrà esprimersi la Corte d’appello. Sul caso però si stanno esprimendo anche molti nostri lettori e i pareri sono discordanti. Alcuni ritengono troppo severe le pene svizzere e preferiscono il sistema tedesco, altri parlano di sconfitta e di presa per i fondelli delle autorità elvetiche, altri ancora lanciano provocazioni: «Speriamo si riesca a fare qualcosa – leggiamo su Facebook – Attualmente il messaggio sembra questo: se commetti un’infrazione grave in Svizzera, scappa all’estero che la passi liscia».

Bisognava evitare la collusione

Bisognava evitare la collusione

Articolo apparso sull’edizione di mercoledì 21 marzo 2018 de La Regione

Il magistrato inquirente spiega che l’operazione ha peraltro consentito di trovare nelle abitazioni di alcuni indagati un tirapugni, bastoni e fumogeni

«Sembrava un blitz antiterrorismo. Un intervento esagerato e sproporzionato. Più che altro dimostrativo per propagandare misure, come la custodia di polizia, che si vorrebbero introdurre» anche in Ticino. Lo sostiene (vedi ‘laRegione’ di venerdì 16) l’avvocato Costantino Castelli, patrocinatore dei 13 tifosi biancoblù prelevati dagli agenti all’alba di mercoledì 14 nelle rispettive abitazioni, portati in Centrale e interrogati in veste di indagati per le violenze scoppiate il 14 gennaio alla Valascia a margine dell’incontro Hcap-Losanna. Anche Gioventù Biancoblù in un comunicato parla di azione “spropositata viste le accuse di sommossa, travisamento del viso, violenza, lancio di oggetti, legge sugli esplosivi”. Tirato in ballo, il consigliere di Stato Norman Gobbi, capo del Dipartimento istituzioni, ha negato di aver messo il naso nell’inchiesta. Competenti, ha aggiunto, sono Ministero pubblico e Polizia cantonale.

«Confermo», spiega alla ‘Regione’ il procuratore capo Nicola Respini, titolare delle indagini: «Quanto ho concordato con la polizia poggia sull’attuale Codice di procedura penale e su precise necessità d’inchiesta. Non abbiamo inventato nulla né improvvisato, né si è trattato di un’azione dimostrativa. Semmai preventiva, visto quanto trovato in talune abitazioni. Considerate le circostanze, ritengo che l’intervento non sia stato affatto sproporzionato».

‘Comunicano su chat e WhatsApp’

Da una parte, specifica il magistrato, va considerato l’elevato numero di indagati (17) che gli agenti non hanno potuto fermare al momento dei fatti – perché impegnati a separare le tifoserie e a ristabilire l’ordine – e ai quali si è giunti in base ai filmati: «Quando sono pochi solitamente vengono convocati in polizia inviando loro una lettera. Risultato? Molto spesso, essendo in contatto fra loro e circolando la voce relativa alla convocazione, concordano prima la versione da fornire agli agenti». Che questo accada «è noto e se n’è avuta prova anche in questo frangente: dopo i primi quattro fermi, e diverse ore prima che venisse divulgata la notizia dagli inquirenti tramite comunicato stampa, sulle loro chat e gruppi WhatsApp è iniziata a circolare la notizia». Tanto che uno degli indagati si è reso irreperibile, per poi presentarsi spontaneamente in Centrale. Da qui – sottolinea il procuratore – la necessità d’intervenire con una modalità «tale da evitare il pericolo di collusione e inquinamento delle prove». In tal senso – aggiunge – va recepita anche la perquisizione delle abitazioni: «Volta a ricercare oggetti potenzialmente affini alla violenza negli stadi, ha permesso di scoprire un tirapugni, bastoni e fumogeni». A far discutere è stata anche la decisione di registrare le impronte digitali e prelevare materiale per gli esami del Dna. «Dopo gli scontri del 14 gennaio – risponde il procuratore – sul posto sono rimasti oggetti di vario tipo che le tifoserie hanno scagliato contro gli avversari e gli agenti. C’era di tutto, anche girelli contapersone in metallo lanciati contro la polizia, quindi non per difendersi da un attacco dei tifosi avversari, come qualcuno ha dichiarato. Peraltro una donna lucernese è stata ustionata da un fumogeno. Ora, per stabilire le singole responsabilità e colpe, e formulare le giuste proposte di pena, è necessario sapere con esattezza chi ha fatto cosa e dove. Esercizio non facile, avendo tutti agito a volto coperto. Da qui la necessità di procedere anche con impronte e Dna».

‘Sono stati collaborativi’

L’avvocato Castelli contesta, Gioventù Biancoblù contesta. E i singoli indagati? «Si sono comportati bene, sono stati collaborativi, hanno rinunciato al diritto di farsi assistere da un avvocato, non hanno fatto obiezioni né avanzato lamentele», risponde il pp Respini: «Anche le perquisizioni in casa si sono svolte senza problemi». Quanto ai quattro indagati assenti su 17 (tre si trovavano Oltralpe e uno in ospedale), «i familiari hanno prestato la massima collaborazione fornendo subito i recapiti».

Interpellanza in Consiglio di Stato

Le modalità dell’operazione sono anche oggetto di un’interpellanza inoltrata ieri al Consiglio di Stato dai deputati Sara Beretta Piccoli e Paolo Peduzzi (Ppd e Gg).

“Per quale motivo la polizia ha ritenuto necessario fare irruzione, alle 6 del mattino, in casa delle persone sospettate di partecipazione ai tafferugli?” chiedono i due deputati: “Non era possibile procedere con una semplice convocazione, come è stato fatto con i sospettati non reperiti a casa?”.

Beretta Piccoli e Peduzzi chiedono inoltre se il prelievo del Dna e delle impronte digitali era necessario, quale lo scopo dell’esame e il costo, come pure quello dell’intera operazione. “È vero che le persone convocate, sono state fotografate prima dell’inizio della partita, che secondo le autorità stesse era ritenuta di rischio medio?”, domandano. “Se sì, questa è la normale prassi adottata per le partite a rischio medio? E quale per quelle ad alto rischio?”, si legge nell’interpellanza. “Come mai nella stessa serata nessuno dei tifosi vodesi è stato identificato?”.

Criminalità: nuove minacce richiedono nuovi strumenti

Criminalità: nuove minacce richiedono nuovi strumenti

Opinione pubblicata sull’edizione di martedì 20 marzo 2018 del Corriere del Ticino

L’evoluzione della minaccia criminale ha per costante che si rende sempre meno visibile e colpisce non dove il reato viene ideato: pensiamo qui alle minacce derivanti dal crimine digitale o cybercrime, oppure alle organizzazioni criminali e terroristiche. Tutto ciò rende la nostra comunità più vulnerabile e richiede riflessioni sulla futura organizzazione e sviluppo degli organi di polizia e di perseguimento penale in Svizzera. Riflessioni che come direttori cantonali di giustizia e polizia abbiamo avviato da tempo.

Il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber ha richiesto, e con lui la Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia, la revisione delle basi legali per perseguire meglio gli aderenti passivi ad organizzazioni criminali (CPS 260ter), ma incontrando grande difficoltà nel legislatore federale nel rivedere tale norma, allo scopo di renderla più facilmente applicabile nel perseguimento e agevolare la dimostrazione dell’esistenza delle organizzazioni, del loro potenziale criminale o dell’appartenenza alla stessa, anche se non ha compiuto ancora dei delitti. Sicuramente, la minaccia terroristica (ahinoi più di quella mafiosa) sembra aver smosso qualcosa, ma coi tempi abitualmente lunghi della modifica legislativa.

Sui reati digitali bisogna comprendere come i tradizionali concetti del diritto penale legati a luogo del fatto, ora del reato e competenze territoriali siano ormai desueti per combattere e perseguire i cyber-criminali. Pensiamo unicamente che in Svizzera negli ultimi anni non si è mai giunti a perseguire e condannare correttamente autori di «phishing», ossia attraverso mezzi elettronici estorcere dati d’accesso bancari o di account per poi disporre degli averi in forma delittuosa. Il crimine digitale supera quindi i confini, intercantonali e internazionali, con nuove e sempre in evoluzione forme di reato, che richiedono maggiore flessibilità e cooperazione da parte delle forze di polizia e del perseguimento penale, nonché una maggiore specializzazione delle stesse. Qui è necessario creare centri di competenza sovracantonali, in grado di reagire celermente agli attacchi informatici o alle nuove minacce di crimine digitale rilevate.

Nella lotta al terrore e alle organizzazioni criminali, oltre le normative del Codice penale svizzero diventa essenziale la condivisione di dati e informazioni tra Cantoni e poi con altri Paesi. Infatti l’alta mobilità interna e l’esperienza compiuta nei Paesi, già vittime di attentati o attacchi terroristici, hanno dimostrato come luogo di ideazione del reato e luogo in cui il reato viene commesso non sempre siano sovrapponibili. In questo senso i progetti di armonizzazione informatica delle forze di polizia cantonali, e di riflesso al loro interno con le polizie locali, mirano a permettere una migliore e più accessibile condivisione delle informazioni registrate nelle varie banche dati disponibili. Oltre alle soluzioni informatiche sarà poi necessario modificare diverse leggi federali e poi cantonali, in modo da creare un castello giuridico che permetta la condivisione delle informazioni, indipendentemente dai confini territoriali interni elvetici.

Ma anche sul fronte delle autorità giudiziarie penali l’evoluzione continua. Pensiamo al progetto di armonizzazione informatica delle autorità penali, che mira ad una standardizzazione dei dati in modo da poterli condividere nel sistema confederale (orizzontalmente tra Cantoni e verticalmente tra Cantoni e Confederazione), oppure al progetto Justitia 4.0 che permetterà dal 2021/2022 di redigere gli atti giudiziari solo in forma elettronica come pure la loro condivisione tra le parti. Un salto qualitativo per chi conosce la giustizia operativa del nostro Cantone e non solo, ma necessario per ottimizzare risorse, costi e procedure, per il quale sarà necessario creare una base legale federale conforme, al momento in verifica presso l’Ufficio federale di giustizia.

L’evoluzione qui descritta chiederà ai Cantoni, e quindi a noi autorità politiche e a quelle giudiziarie, di superare l’orgogliosamente custodito ruolo di organi territoriali e giudiziari in ambito di sicurezza interna, a favore di soluzioni più rispondenti allo sviluppo della minaccia criminale e terroristica. Sarà necessario lavorare poi ulteriormente in rete, dal livello primario del sistema federale di città e comuni, sino al livello federale e internazionale. Rimarco come la collaborazione in Ticino sia già attuata con successo, come ci hanno confermato l’arresto lo scorso anno di persone legate al terrorismo islamico, oppure le recenti operazioni che hanno condotto all’arresto delle «pink panthers» o della banda pronta a compiere un importante furto a Chiasso. La collaborazione operativa va però accompagnata da nuove basi legali cantonali e federali e – soprattutto – da nuovi strumenti per lottare efficacemente contro il crimine nella dimensione virtuale.

 

Cerimonia di dichiarazione di fedeltà alla Costituzione e alle leggi

Cerimonia di dichiarazione di fedeltà alla Costituzione e alle leggi

Oggi presso il Mercato coperto a Mendrisio si è svolta la cerimonia di dichiarazione di fedeltà alla Costituzione e alle leggi da parte degli agenti diplomati alla Scuola di polizia del V. circondario SCP 2017.

Quarantuno i neodiplomati (23 della Polizia cantonale, 16 delle Polizie comunali e 2 della Polizia dei Trasporti). La cerimonia ha visto pure protagonisti i diplomati della Scuola agenti di custodia SAC 2017 (14 nuovi agenti).

Un giro di vite dalla prossima stagione

Un giro di vite dalla prossima stagione

Intervista apparsa nell’edizione di venerdì 16 marzo 2018 del Corriere del Ticino

Misure antiviolenza negli stadi: il consigliere di Stato, le idee, gli striscioni e gli insulti

Per combattere la violenza negli stadi Norman Gobbi la sua ricetta l’aveva anticipata a gennaio a Piazza del Corriere. Ora spiega perché occorre verificare l’identità alle entrate degli stadi.

Allo stadio presentando il documento d’identità: a mali estremi, estremi rimedi?
«Direi un cambiamento necessario. Si tratta di una misura che ha dimostrato la sua efficacia laddove è stata proposta. Penso alla pista di Zugo, dove è stato implementato un dispositivo di prevenzione che prevede il controllo dell’identità ed è stato possibile ridurre sostanzialmente i problemi legati al tifo violento all’interno degli impianti sportivi. Tutti i tifosi ospiti sono obbligati a presentare un documento di legittimazione oltre al biglietto d’ingresso. Questo approccio ha certamente un maggiore effetto dissuasivo, considerato che la possibilità di restare impuniti è drasticamente più bassa che altrove. Nonostante l’attività di prevenzione e di sensibilizzazione svolta, ci sono ancora persone che si recano agli eventi sportivi disinteressandosi completamente del risultato, con l’unico obiettivo di creare disagio e sfidare i tifosi avversari e le forze dell’ordine. Sono una minoranza, ma da sole creano importanti danni d’immagine alle società sportive e soprattutto comportano ingenti costi di sicurezza privata e pubblica. Soldi che potrebbero essere investiti nel rafforzamento sportivo delle squadre e nello sviluppo dei settori giovanili».

Il Dipartimento ha già compiuto passi concreti per indicare la nuova rotta alle società sportive?
«Nelle ultime settimane ci sono stati dei contatti regolari con i club. Questa tematica va approfondita con i principali attori coinvolti: polizia cantonale, federazioni e club sportivi. Si tratta di trovare delle soluzioni condivise e praticabili a breve termine. L’obiettivo è quello di attivare queste misure già a partire dalla prossima stagione».

Qual è stata la risposta?
«I club si sono finora dimostrati piuttosto collaborativi perché stanno considerando seriamente il problema della violenza, anche al loro interno. E come detto, sono interessati a trovare una soluzione per ridurre i costi di sicurezza. Diventa sempre meno sostenibile una spesa di quasi mezzo milione di franchi per la sicurezza privata, senza la certezza di non più essere esposti a minacce. La volontà è stata dimostrata e gli incontri proseguiranno nelle prossime settimane».

E se qualcuno dovesse opporsi quale sarebbe la sua replica?
«La risposta è chiara. La situazione attuale non è più sostenibile perché non si può restare in balia di situazioni imprevedibili e dal potenziale devastante ad ogni partita. I fatti di gennaio hanno confermato che spesso non c’è relazione tra l’evento e quello che può succedere. È quindi difficile predisporre un dispositivo di sicurezza corretto. Inoltre, questa esposizione al rischio comporta la presenza di un numero sempre maggiore di agenti di polizia, con il pericolo di lasciare scoperti altri compiti sul territorio. La sicurezza totale non esiste ma il rischio potenziale deve essere ridotto».

A fare traboccare il vaso sono stati gli ormai noti fatti della Valascia, oppure questo passo lo avrebbe compiuto a prescindere?
«I fatti accaduti hanno probabilmente accelerato una riflessione e la ricerca di una soluzione che era già in atto da tempo. Sono ormai anni che con vari progetti il mio Dipartimento si impegna a monitorare gli eventi e a trovare delle soluzioni nell’interesse di tutti. Purtroppo la situazione non si è modificata nel modo che avremmo voluto, anche perché i cambiamenti nella società civile e l’evoluzione delle minacce non ci ha certamente agevolato».

Ma basterà per cancellare la violenza dagli stadi?
«Sono dell’opinione che la soluzione vada trovata con la collaborazione delle parti coinvolte. È l’atteggiamento che va modificato, altrimenti il problema persisterà. Penso ad esempio ad una maggiore collaborazione nel rispetto delle regole».

Lei è politico, ma anche padre di famiglia. I suoi figli li porta tranquillamente sugli spalti?
«Di principio sì. È tuttavia chiaro che i fatti di gennaio portano a fare alcune riflessioni. Pur trattandosi nel caso specifico di un episodio circoscritto, la possibilità di vivere simili scenari trattiene molte famiglie e ne limita la loro presenza alla Valascia. Una scelta che una volta di più danneggia i club, nel senso che non crea le premesse per una fidelizzazione dei tifosi di domani».

È noto che lei tifa Ambrì e ha anche un passato quale dirigente. A chi dice che la società tratta troppo spesso con i guanti di velluto il tifo organizzato perché teme reazioni negative come risponde?
«Il rapporto tra società e tifoseria non è mai scontato. Le due parti devono essere complementari e cercare assieme di valorizzare l’immagine e l’attività del Club. Riconosco che non è sempre semplice, anche perché a volte gli interessi divergono e le aspettative sono disattese e generano frustrazione. Per quanto mi riguarda, non ho le ho mai mandate a dire ed è per questo che spesso mi sono stati dedicati striscioni, scritte sui muri e via dicendo. Sono però convinto che l’unica strada sia questa per cercare di eliminare il tifo violento negli stadi».

In questi giorni è sotto tiro. Il portale ForumAlternativo ha scritto: «Gobbi ordina il blitz contro la tifoseria biancoblù». È una frase che la impressiona?
«No assolutamente. Ricordo che gli interventi di ieri sono stati ordinati dal Ministero pubblico». Oggettivamente i 13 ticinesi identificati (su 40 in totale) non sono pochi. Sta a significare che la violenza (in questo caso all’interno dello stadio) e spesso a margine dell’evento stesso, non è poi così un fenomeno di nicchia? Sull’arco di una stagione gli episodi critici sono un numero piuttosto contenuto. Il grado di pericolosità delle partite è gestito correttamente e in anticipo. È ovvio che il derby e la rivalità tra Ambrì e Lugano possono richiedere una maggiore attenzione, ma per il resto, a parte rare eccezioni, gli episodi restano circoscritti. La politica dei vari club di ridurre sempre di più gli spazi a disposizione delle tifoserie ospiti favorisce di per sé la diminuzione dei problemi. È chiaro che in presenza di fatti del genere esiste pure il rischio di emulazione».

Questo genere di sedicenti tifosi si attacca violentemente, ma poi i fronti contrapposti sono in grado di coalizzarsi per scontrarsi con le forze dell’ordine. È una perversione all’interno di un comportamento già di per sé perverso. Quale il suo giudizio?
«Effettivamente può succedere. Anche per questo motivo la Polizia in situazioni del genere deve predisporre le misure adeguate al fine di tutelare l’impiego degli agenti in servizio. Auspico che in futuro questi scenari non si verifichino più, proprio perché non si può mettere regolarmente a repentaglio la sicurezza delle forze dell’ordine».