“Strade sicure” e Nez Rouge presenti a Carnevale

“Strade sicure” e Nez Rouge presenti a Carnevale

Il Dipartimento delle istituzioni informa che per l’imminente edizione del Carnevale Rabadan di Bellinzona proseguirà la collaborazione con Nez Rouge. Nell’ambito del programma cantonale di prevenzione “Strade sicure”, l’offerta per coloro che desiderano vivere le serate di carnevale senza l’ansia di dover condurre il proprio veicolo al rientro, verrà intensificata. Nelle serate di giovedì 8, venerdì 9, sabato 10 e martedì 13 febbraio – dalle ore 23.30 alle 06.00 – sono state confermate le due postazioni in partenza dalla Città del Carnevale e dalla Stazione FFS di Lugano.

Ormai da numerose edizioni, la Società Rabadan concede a tutti i partecipanti alla manifestazione la possibilità di raggiungere Bellinzona e di rincasare in sicurezza con i mezzi pubblici. I pass e il braccialetto Rabadan sono validi quali titolo di trasporto su treni e bus in tutto il perimetro di validità dell’abbonamento Arcobaleno secondo le indicazione contenute nei vari supporti informativi.

In questo contesto si inserisce l’apprezzata collaborazione con Nez Rouge nell’ambito del programma di promozione della sicurezza stradale. Con questa proposta, coloro che non se la sentono di rientrare a casa al volante, possono decidere di farsi accompagnare da un volontario dell’associazione partendo da Bellinzona o da Lugano (zona “Park and Rail”) dopo una prima parte di viaggio in treno.

Per godere di questo servizio proposto con la massima discrezione, è necessario scaricare l’”App” gratuita o semplicemente chiamare lo 0800 802 208. Per tutte le sere è opportuno calcolare circa 20-30 minuti di attesa prima del rientro, che da quest’anno sarà possibile già a partire dalle ore 23.30.

Oltre a “Strade sicure”, lo scorso dicembre è stata lanciata una campagna di prevenzione stradale supplementare con uno slogan assai eloquente: “Se bevi non guidi!”. Nel periodo dei carnevali si nota un aumento del consumo di alcolici e le statistiche sugli incidenti mostrano un significativo incremento della proporzione di incidenti legati all’alcool proprio in coincidenza dei differenti carnevali. Per ricondurre questo fenomeno, il Dipartimento delle istituzioni invita i partecipanti ad un atteggiamento più responsabile, con la designazione di una persona che rinuncerà all’alcool per guidare al rientro o affidandosi al servizio accompagnato di Nez Rouge o utilizzando i mezzi pubblici.

Il Dipartimento delle istituzioni e la Polizia cantonale ricordano infine che non è consentito di mettersi alla guida con vestiti di carnevale che possono compromettere la visuale e l’udito e non consentono di allacciare la cintura di sicurezza. La padronanza del veicolo deve sempre essere assicurata; chi infrange queste regole può essere sanzionato con una multa o, nei casi più gravi, il ritiro della patente.

Il servizio di Nez Rouge sarà pure presente alla Stranociada di Locarno venerdì 9 febbraio e durante il Carnevale Orpenagin di Tesserete le sere di venerdì 16 e sabato 17 febbraio.

Progetto di unica regione di polizia per il Mendrisiotto

Progetto di unica regione di polizia per il Mendrisiotto

Articolo apparso nell’edizione di lunedì 5 febbraio 2018 del Corriere del Ticino 

Negli ultimi giorni la capo dicastero Sicurezza pubblica di Chiasso Sonia Colombo-Regazzoni ha più volte manifestato la sua opinione in merito alla proposta fatta dal mio Dipartimento di creare una regione unica di Polizia per il Distretto di Mendrisio. La sua posizione contiene però delle imprecisioni, che meravigliano poiché la municipale ha partecipato agli incontri della Commissione consultiva sulla sicurezza. In questa commissione il tema è stato affrontato e discusso in modo approfondito. Mi sento pertanto di ribadire che nessuno è stato escluso dalle discussioni in corso in vista della concretizzazione di questa importante modifica dell’assetto di Polizia, semmai era distratto mentre si discuteva del tema. Si tratta quindi di illustrare di nuovo la situazione, in modo da fornire una versione corretta e univoca. Con la richiesta di unire le regioni I e II, si vuole perseguire un solo obiettivo: quello di predisporre un coordinamento più snello che permetta alla Polizia cantonale di fare riferimento ad un unico comune polo e non più due per il Mendrisiotto. Tutte le polizie comunali della regione continueranno a svolgere i loro compiti come fatto finora e le strutture e gli effettivi verranno integralmente mantenuti. Questa decisione consentirà una migliore organizzazione e una collaborazione più proficua con la Polizia cantonale per quanto riguarda le risorse a disposizione per i differenti compiti regionali e sovraregionali. Come evidenziato dalla signora Colombo-Regazzoni, i cambiamenti in atto nella società, tra i quali evidenzio la mobilità delle persone e le possibili infiltrazioni di fenomeni criminali oltre al terrorismo, impongono una sensibilità crescente su questi fenomeni. Eventi recenti hanno dimostrato come le minacce terroristiche possano interessare pure la Svizzera. Anche per questo motivo, gli sforzi di ottimizzazione delle capacità d’intervento e d’azione della Polizia devono essere anteposti alle logiche politiche locali o regionali. In questo senso va letta la volontà del mio Dipartimento di predisporre questo concetto, che consenta un ulteriore miglioramento della presenza di agenti sul territorio favorita da un coordinamento più efficace. Questo nell’interesse della sicurezza che con i miei servizi devo costantemente garantire ai cittadini ticinesi. Per quanto riguarda invece la municipale di Chiasso, le rinnovo la mia disponibilità a fornire tutte le informazioni di cui necessita, senza chiederle per mezzo stampa.

 

Più agenti e ulteriore diminuzione dei furti

Più agenti e ulteriore diminuzione dei furti

Decisiva la regionalizzazione della Gendarmeria

In Ticino i furti continuano a diminuire. La tendenza al ribasso è confermata dalla Polizia cantonale, in attesa della pubblicazione della statistica federale sulla criminalità prevista per la seconda metà del mese di marzo. Pure la recente operazione “Prevena 17”, effettuata in collaborazione tra la Polizia cantonale, le Polizie comunali, la Polizia dei trasporti e le Guardie di confine per garantire nel periodo natalizio una maggiore presenza di pattuglie nel momento di forte affluenza nei negozi e nei centri commerciali, ha evidenziato una riduzione concreta dei furti con scasso, dei borseggi e dei taccheggi. Sull’arco di una ventina di giorni sono state controllate oltre 1’200 persone e quasi 800 veicoli. I fermi per inchiesta sono stati 12 e 3 persone sono state arrestate.

L’utilità delle campagne di sensibilizzazione
Un trend positivo che ha avuto inizio nel 2014 e che ingloba indistintamente tutte le regioni del Cantone, compreso il Mendrisiotto, in passato colpito ripetutamente da questo tipo di reato. A livello statistico, tutte le categorie di furti sono sensibilmente in calo nell’anno appena terminato: quelli con scasso, quelli senza scasso e quelli commessi nei veicoli.

Per me si tratta di una significativa conferma della qualità del lavoro svolto dal mio Dipartimento, e segnatamente dalla Polizia cantonale, nell’attività quotidiana di prevenzione e repressione e con la realizzazione di convincenti campagne di sensibilizzazione contro i furti (oltre alla giornata sul tema promossa a livello nazionale) e operazioni dissuasive come quella indicata in precedenza. Soprattutto i messaggi trasmessi nelle varie campagne hanno contribuito a rendere consapevole del problema buona parte della popolazione, che ha poi deciso di applicare alcuni semplici accorgimenti, rendendo la propria abitazione più sicura o correggendo dei comportamenti personali a rischio. Una serie di provvedimenti che, con un minimo sforzo, contribuiscono a ridurre notevolmente la minaccia di violazione della propria intimità casalinga e allo stesso tempo diminuiscono la percezione soggettiva del pericolo.

Sono sempre stato un promotore della collaborazione tra le varie forze dell’ordine. Posso affermare con orgoglio che la Legge sulla collaborazione fra la Polizia cantonale e le Polizie comunali (LCPol), entrata in vigore nel mese di settembre del 2015 con l’obiettivo di rafforzare il coordinamento tra i due Corpi, ha contribuito in modo rilevante al raggiungimento dei brillanti risultati degli ultimi anni, anche grazie alla  proficua collaborazione con le Guardie di confine.

Un migliore impiego delle risorse sul territorio
Il calo dei furti è riconducibile alle varie misure attuate sul piano organizzativo all’interno del sistema sicurezza cantonale, dove ognuno ricopre una specifica funzione che permette di rispondere alle molteplici sollecitazioni. In particolare, la regionalizzazione della Gendarmeria che, sfruttando le sinergie fra le diverse forze di polizia, consente di impiegare al meglio le risorse nell’interesse di una presenza più capillare e tempestiva sul territorio.

Per quanto riguarda il Mendrisiotto, la riduzione dei furti è stata favorita dalla chiusura notturna a titolo sperimentale per sei mesi di tre valichi, nel frattempo riaperti dal Consiglio federale senza però dare seguito alla richiesta di potenziamento del personale delle Guardie di confine. Una soluzione scaturita da una mozione della collega Roberta Pantani, che ha saputo interpretare la volontà della popolazione e che ha accresciuto il senso di sicurezza nella zona di confine. Proprio per questo motivo vi garantisco il mio impegno nel voler ripristinare quanto prima la situazione favorevole.

Infine, rinnovo a tutti voi l’invito a continuare a svolgere il prezioso ruolo di sentinella sul terreno. Sempre più cittadini informano con precise segnalazioni su situazioni anomale o comportamenti sospetti, agevolando e rendendo spesso più incisivo il lavoro della polizia nell’azione di contrasto e nella prevenzione. E questo, lo ricordo, nell’interesse della collettività.

 

Polizia:  far fronte a ogni genere di minaccia

Polizia: far fronte a ogni genere di minaccia

Articolo apparso nell’edizione di giovedì 25 gennaio 2018 del Corriere del Ticino

Al via il concorso per aspiranti agenti – Ecco come sta cambiando la formazione dei futuri tutori dell’ordine.
I responsabili: «Adeguate anche le tecniche di intervento per i casi di follia omicida e gli attacchi terroristici»

Cittadinanza svizzera, altezza minima di 170 centimetri per gli uomini e di 160 centimetri per le donne, nessun tatuaggio che esprima messaggi discriminatori o offensivi. Sono alcuni dei requisiti per accedere alla scuola di polizia che prenderà il via il 1. marzo 2019. È infatti stato pubblicato settimana scorsa sul Foglio ufficiale il bando di concorso per l’assunzione di nuovi agenti. Un percorso declinato in base ai canoni di un programma quadro nazionale che integra tuttavia regolarmente nuovi elementi tematici. Per fare il punto sulle sfide che attendono i futuri agenti abbiamo interpellato Manuela Romanelli-Nicoli , responsabile del Centro formazione di polizia, e il capitano Cristiano Nenzi , capo della Sezione formazione della polizia cantonale.
Tra migrazioni ed estremismi
«Le esigenze del contesto in cui la polizia si trova oggi a operare – spiegano – determinano i contenuti della formazione.
Le pressioni dettate dall’evolversi dei flussi migratori hanno per esempio visto intensificarsi la collaborazione con lo specifico centro di competenza della Gendarmeria, incrementando le lezioni sulla Legge federale stranieri e la Legge asilanti. Sono anche state aumentate le ore con la sezione di polizia giudiziaria specializzata in ambito di tratta di esseri umani (TESEU) e con la prossima scuola sarà rinnovata la formazione sulla e contro la cybercriminalità. In un recentissimo passato, anche le tecniche e le tattiche di intervento in casi di follia omicida (il cosiddetto «Amok») e attacchi terroristici sono state adeguate, implementando sul territorio cantonale quanto è stato sviluppato da un gruppo di lavoro interpolizie».
La scuola di polizia si evolve non solo nei contenuti, ma anche nei pubblici di riferimento: se da un ventennio le polizie comunali formano i loro aspiranti con quelli della polizia cantonale, da qualche anno anche la polizia dei trasporti FFS, la polizia militare e la polizia del canton Grigioni possono iscrivere i loro aspiranti alla scuola, che dallo scorso anno ha voluto sottolineare questa apertura oltre i confini ticinesi modificando il nome da Scuola cantonale a Scuola di polizia del V circondario.
«Con il nuovo appellativo si integrano tutti gli aspiranti agenti di lingua italiana assunti da corpi di polizia riconosciuti e i cui collaboratori possono portare il titolo di agente di polizia con attestato professionale federale» spiegano Romanelli-Nicoli e Nenzi. «Inoltre (e lo si può leggere anche sul bando di concorso), come già era stato fatto con le SCP del 2014 e del 2015, fra le persone in formazione si torneranno a contare anche aspiranti ispettori di polizia giudiziaria. I requisiti per concorrere a questa posizione sono in parte diversi; questo per rispondere alle esigenze di un diverso ruolo e per assicurare le necessarie caratteristiche anche rispetto a chi viene assunto in polizia giudiziaria dopo un’esperienza di Gendarmeria, il superamento di selezioni aggiuntive e l’assolvimento di formazioni complementari».
Test, assessment e colloqui
Ma quali sono le competenze richieste ai futuri agenti? «Le candidate e i candidati devono mostrarsi performanti sul piano fisico, cognitivo, personale, comunicativo e in termini di cultura generale. Per questo, oltre a soddisfare i requisiti formali del bando in termini di studi, integrità personale e morale, età, altezza, stato di salute, nazionalità, eccetera, l’iter selettivo prevede il superamento di prove fisiche, di test di italiano, di verifiche sulla conoscenza del territorio e delle sue istituzioni, di test psicoattitudinali, di assessment psicologici e il confronto con alti ufficiali di polizia in un colloquio finale. Chi si candida quale aspirante ispettore si troverà inoltre confrontato con prove psicologiche, conoscitive e di competenze linguistiche aggiuntive, come illustrato nelle direttive d’esame pubblicate sul sito della polizia cantonale».
Anche per l’immediato futuro sono previste delle novità: la SCP prepara a un esame federale e assegna valore alla pratica e alle sinergie scuola-posto di lavoro. Le modalità per garantire un’adeguata esperienza pratica sono state modificate più volte. Da 2014 si propone un impianto che completa l’anno di scuola, previo superamento degli esami al termine dei 12 mesi, con un periodo di «introduzione alla professione».
In questa fase si vuole sostenere il processo di consolidamento delle competenze, promuovendo nei neo-agenti la consapevolezza rispetto alle azioni svolte. Grazie alla guida di un collega di rodata esperienza e con l’obbligo di compilare schede in cui sintetizzare gli interventi realizzati evidenziandone gli aspetti giuridici, emotivi e procedurali, si intende aiutare il consolidamento dei principi che reggono l’azione di polizia e la capacità di agire in modo consapevole ed efficace.
«Anche in virtù del nostro modello formativo, segnaliamo un nuovo concetto nazionale per la formazione, già in avanzato stadio di progettazione, che vuole raddoppiare i tempi della formazione di base, obbligando tutti i Corpi di polizia a formare i propri aspiranti su due anni: un anno di scuola con piccoli stage pratici, a cui seguirà un secondo anno prevalentemente pratico», concludono Romanelli-Nicoli e Nenzi. La formazione di base si chiuderà al termine del secondo anno, con il superamento degli esami federali. L’implementazione di questo concetto non è prevista in Ticino prima del 2020.
gi.m
Da segnalare infine la serata informativa in cui saranno presentate le possibili carriere e il processo di selezione. Appuntamento domani, venerdì 26 gennaio, dalle 19, all’Istituto cantonale di economia e commercio di via Franscini 32 a Bellinzona.
Tifosi: sì ai controlli preventivi

Tifosi: sì ai controlli preventivi

Articolo apparso sull’edizione di mercoledì 24 gennaio 2018 del Corriere del Ticino

Lugano e Ambrì Piotta sono pronti a investire in sistemi d’identificazione Gobbi: «Basta episodi di violenza negli stadi, occorrono misure drastiche»

I club ticinesi di hockey sono pronti a dare un giro di vite sui controlli dei tifosi all’entrata delle piste. Si inizia dunque a studiare come mettere in pratica queste verifiche preventive, suggerite dal direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi , per evitare il ripetersi di tafferugli tra le tifoserie. È quanto emerso ieri sera nel dibattito di Piazza del Corriere, su TeleTicino. Sollecitati dal caporedattore del Corriere del Ticino Gianni Righinetti hanno discusso attorno a questo tema lo stesso Gobbi che ha portato come esempio Zugo dove è stato introdotto un sistema di controllo dell’identità. In prima battuta, si è detto più che favorevole a implementare simili misure anche in Ticino, perché «agirebbe da deterrente, tenendo lontani i malintenzionati». Determinato a procedere in questo senso è Michele Orsi , direttore generale dell’Hockey club Ambrì Piotta, il quale ha chiaramente indicato: «Una maggiore prevenzione si impone, e sono dell’opinione che sarebbe auspicabile applicare dei controlli anche al complesso della tifoseria, e non solo agli ospiti. Chi non ha nulla da nascondere non dovrebbe sentirsi infastidito da una verifica più severa. È un mio parere personale, ma certamente il tema sarà affrontato nel corso del prossimo Consiglio d’amministrazione». D’altro canto, interpellato sulla medesima questione, il direttore amministrativo dell’Hockey club Lugano Jean-Jacques Aeschlimann ha replicato: «Anche noi dovremo fare certamente una riflessione in questo senso, visti i buoni risultati ottenuti dal modello di Zugo. Sono però propenso a credere che sarebbero sufficienti dei controlli limitati al settore ospiti».

Allo stato attuale delle cose, i club supportano una spesa di circa «mezzo milione di franchi all’anno, per garantire la sicurezza all’interno dello stadio» è quanto affermato da Orsi e subito confermato anche da Aeschlimann. Gobbi, al quale è stato chiesto quale fosse l’ammontare della spesa per i dispositivi di polizia a carico dei contribuenti, ha risposto che «è nell’ordine del milione e mezzo o due all’anno, ma bisogna ricordare come questi costi siano comprensivi anche delle fasi di preparazione e trasferta degli agenti coinvolti, i quali lasciano scoperti i pattugliamenti e tutti i servizi che di norma sono garantiti nei comuni. Per questo è necessario tenere a distanza questi violenti, cosi da poter ridurre i dispositivi di polizia dispiegati per questi eventi». Decio Cavallini , capo della gendarmeria della Polizia cantonale, ha poi aggiunto: «Per scongiurare questi episodi di inciviltà occorre essere più severi, queste persone vanno tenute lontane dagli stadi, vanno diffidate, ma per farlo sono necessarie prove concrete». Il fenomeno dell’omertà è stato infatti denunciato da tutti gli ospiti di Piazza, che riscontrano come siano pochi coloro che trovano il coraggio di denunciare chi delinque. Per contro, nel corso della trasmissione, sono piovute molte telefonate passate in diretta di tifosi arrabbiati. Orsi, interrogato sulla gestione del tifo organizzato, ha affermato: «Permettiamo ai nostri tifosi di organizzare bancarelle per vendere gadget al fine di raccogliere fondi per la creazione di coreografie». Gobbi, sollecitato invece in merito ai fenomeni di sfida nei confronti della polizia che spesso si manifestano, ha sostenuto che «misure chiare a sostegno della polizia sarebbero opportune, è veramente difficile difendere il pubblico e allo stesso tempo difendersi dagli attacchi dei violenti».

Piazza del Corriere: la violenza allo stadio inquieta e fa paura

Piazza del Corriere: la violenza allo stadio inquieta e fa paura

Sport e violenza spesso vanno a braccetto. Di chi è la colpa? È dello sport che arriva ad esaltare gli istinti più beceri dell’uomo oppure l’indice va puntato verso la società in genere e le sue deviazioni? Insomma, tutti colpevoli, nessun colpevole?

Sia quel che sia è ora di agire perché la recente brutta domenica di botte e distruzione alla Valascia non lascia indifferenti. Piazza del Corriere accende i riflettori su un tema che fa discutere e che interroga: è normale che la sessantina di teppisti del Losanna, per ora, l’abbiano fatta franca? Era davvero impossibile fermarli? Chi ha sottovalutato quella partita? Dobbiamo abituarci ad andare allo stadio scortati dalla polizia? Perché lo stadio è considerato da taluni una zona franca dove, impunemente, si può fare di tutto? Nel corso degli anni disordini si sono verificati anche a Lugano e c’è chi chiede alle società un intervento risoluto contro le deviazioni del tifo organizzato. Oppure la paura di ritorsioni porta sempre ad un sostanziale buonismo? La soluzione è la schedatura dei tifosi?

Presenti: Norman Gobbi, Decio Cavallini, J.J. Aeschlimann e Michele Orsi.

Teleticino, questa sera ore 20.30.

 

Polizia: pronti a intervenire in caso di catastrofe

Polizia: pronti a intervenire in caso di catastrofe

Articolo apparso nell’edizione di martedì 23 gennaio 2018 del Corriere del Ticino

Alla scoperta della futura Centrale cantonale d’allarme Partiti nel 2016, i lavori si avviano verso la conclusione.

La prima pietra era stata posata nel marzo del 2016 e, proprio per simboleggiare il legame tra il passato e il futuro, nel cuore del cantiere era stata depositata una cassa contenente una vecchia autoradio e una pistola mitragliatrice. Ora, a poco meno di due anni di distanza, gli interventi per la realizzazione della Centrale cantonale di allarme (CECAL) nell’area dell’ex arsenale di Bellinzona si avviano verso la conclusione. Una data precisa per l’inaugurazione ancora non c’è, ma si prevede di entrare nella fase operativa già nel corso della seconda metà di quest’anno. In compagnia del comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi siamo dunque andati a vedere a che punto sono i lavori di quello che diventerà il punto cardine per la gestione delle urgenze (in particolare le chiamate al 117 e successivamente quelle al 118) e degli allarmi in caso di catastrofe a livello regionale e cantonale. Il tutto utilizzando tecnologie all’avanguardia e riducendo i tempi d’intervento: una centrale insomma che, a detta degli addetti ai lavori, rappresenterà un fiore all’occhiello in quest’ambito a livello svizzero.

Al passo coi tempi
Al piano terra troveranno spazio i locali della Federazione cantonale ticinese dei corpi pompieri, gli spogliatoi e le sale riunioni (da 100 e 40 posti). Il piano superiore ospiterà gli uffici del Comando della Regione IV del Corpo delle guardie di confine. Infine, al secondo piano, vi saranno gli spazi della sala operativa CECAL e della sala dello Stato maggiore cantonale di condotta (SMCC). È un cantiere imponente quello in pieno svolgimento nella zona delle Semine a Bellinzona, a un tiro di schioppo dal comando della polizia cantonale. Nel gran viavai di operai, artigiani, progettisti e tecnici, comincia a delinearsi quello che sarà un edificio fondamentale a livello strategico per la sicurezza del cantone. Un edificio in grado di concentrare in un unico stabile le principali Centrali operative e d’allarme oggi distribuite sul territorio e caratterizzate da sistemi indipendenti di condotta. All’entrata, un’imponente scala di pietra conduce nelle zone strategiche dello stabile. Fulcro di tutta la infrastruttura sarà la sala operativa: un locale delle dimensioni di una palestra dove un domani saranno installati tutti gli schermi e le apparecchiature per ricevere le segnalazioni, valutarne i contenuti e quindi emanare le misure d’urgenza necessarie.

Prossimità e condivisione
«La revisione della legge sulla protezione della popolazione prevede, tra le altre cose, che in caso di eventi maggiori o di catastrofe la conduzione e la pianificazione durante la fase acuta competano al sottoscritto a livello cantonale. Sarà invece di competenza di un ufficiale di polizia a livello regionale», spiega il comandante Matteo Cocchi. «Con questo nuovo stabile avremo finalmente una infrastruttura che ci permette la gestione strategica e centralizzata degli interventi coordinando nella fase più delicata tutti gli enti di soccorso». La vicinanza del comando della polizia cantonale e il prossimo trasferimento, dalla sede di Paradiso all’area dell’ex arsenale, di quello delle Guardie di confine aiuteranno inoltre il coordinamento delle attività quotidiane eliminando, di fatto, la distanza fisica attualmente esistente tra le due centrali.

«Visione 2019»
La realizzazione della Centrale cantonale di allarme rappresenta uno dei tasselli principali nel mosaico del cosiddetto progetto «Visione 2019», una sorta di «masterplan» che intende garantire flessibilità all’organizzazione del Corpo, così da poter disporre di mezzi, infrastrutture ed effettivi in base al contesto sociale e di sicurezza, ma anche alle priorità in sempre più rapida evoluzione, alle nuove minacce e all’accresciuto livello di rischio internazionale. Senza dimenticare il recente via libera al pacchetto di misure da 3,3 milioni per l’aggiornamento tecnologico e l’equipaggiamento delle forze dell’ordine. È previsto anche un ulteriore potenziamento del sistema informatico che permetterà un rafforzamento del controllo del territorio, la rapidità di reazione e la gestione delle pattuglie dislocate all’interno del cantone.

Sotto un unico tetto
Il via libera dal Governo al credito di 16 milioni di franchi per l’edificazione del Centro comune di condotta risale al dicembre 2014. Quindici mesi più tardi erano partiti i lavori per la creazione dell’edificio che, per la prima volta, vedrà dunque operare sotto lo stesso tetto agenti della polizia cantonale e delle Guardie di confine della Regione IV. Una tempistica estremamente rapida, osserva Cocchi, nel corso dell’anno la CECAL entrerà finalmente in funzione. «La autorità politiche cantonali hanno creduto in questo progetto. Il tutto senza dimenticare il cofinanziamento della Confederazione, che ha dato a sua volta un impulso importante».

La tabella di marcia è insomma stata rispettata. Resta da attendere soltanto che sul calendario venga fissata la data di inaugurazione.

 

L’analisi Tra ingorghi e terrorismo
Il punto sui vari dossier e le problematiche ancora aperte con il comandante Cocchi «Tra le forze dell’ordine siamo riconosciuti più che in passato come un Corpo che conta»

I vari tasselli del cosiddetto masterplan «Visione 2019» stanno via via andando al loro posto. Dal momento della sua entrata in carica, nell’ottobre del 2011, il comandante Matteo Cocchi ha avuto modo di gestire e veder avanzare una moltitudine di dossier. Per citarne solo alcuni: l’adeguamento graduale degli effettivi, le problematiche logistiche, l’ammodernamento dei sistemi informatici, le emergenze (poi rientrate) legate ai furti e alla pressione migratoria, la sicurezza durante i grandi eventi (si pensi all’inaugurazione di AlpTransit), la riorganizzazione della Gendarmeria. La carne al fuoco tuttavia non manca anche per i mesi a venire, «e ciò servirà da sprone per la motivazione di tutto il Corpo» osserva Cocchi.

Il piano antitraffico
A cominciare dal tema sempre caldo del traffico: non è un segreto come a volte basti un tamponamento per mandare l’autostrada in tilt con conseguenze non da poco anche per la mobilità delle pattuglie. «Il problema non è di facile soluzione», osserva. «In collaborazione col Dipartimento delle istituzioni e l’Ustra abbiamo studiato un progetto pilota che mira ad accrescere gli spazi di manovra velocizzando le operazioni d’intervento nei momenti di crisi». In che modo? «L’obiettivo è di evitare che si crei costantemente e ad ogni piccolo problema un effetto domino con una paralisi graduale delle varie arterie stradali. In pratica, si punta a una riduzione dei tempi di intervento distribuendo delle pattuglie distaccate (e dedicate a questa mansione) negli orari e nelle zone sensibili».

Parallelamente, osserva Cocchi, dopo decenni di attesa e ritardi, sembrerebbe essere giunta a una svolta la realizzazione dell’Area multiservizi per la gestione del traffico pesante sui sedimi dell’ex Monteforno a Giornico-Bodio. Il centro di controllo sorgerà su un’area di circa 135.000 metri quadrati che verrà bonificata dal punto di vista ambientale. Il sud delle Alpi attende da quasi vent’anni quest’opera. Una volta in funzione (si prevede entro il 2023) essa consentirà di migliorare la sicurezza degli utenti della strada e di garantire una gestione più efficace del traffico pesante, evitando che i camion sostino lungo l’A2. Nel nuovo centro, poi, i costi operativi, di gestione e del personale (16 gendarmi della Stradale e 34 assistenti di polizia) saranno presi a carico dalla Confederazione.

La minaccia estremista
In un recente intervento il capo del dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi non aveva utilizzato giri di parole: «Nel 2017 – osservava – abbiamo conosciuto anche alle nostre latitudini la realtà della radicalizzazione e degli estremismi comprendendo come la minaccia terroristica non sia molto distante da noi». Come la vede il comandante Cocchi? «In base alle informazioni a disposizione – spiega – la Svizzera e il Ticino non risulterebbero rappresentare degli obiettivi primari. È stato però dimostrato come il nostro territorio possa fungere da crocevia e punto di passaggio per i reclutatori, per chi pianifica o è coinvolto nella pianificazione degli attentati (si pensi al recente arresto a Chiasso di due persone sospettate di avere intrattenuto rapporti stretti con Ahmed Hannachi, l’autore dell’attentato di Marsiglia di inizio ottobre – n.d.r.). Importante dunque restare vigili e non abbassare la guardia collaborando con tutti gli attori in campo e condividendo le informazioni. Senza dimenticare il ruolo del cittadino che, come già dimostrato per i furti, resta una sentinella fondamentale. Giusto dunque segnalare ed allertare le autorità di fronte a qualsiasi sospetto. Detto questo, la competenza nella lotta a questo genere di minaccia resta della polizia federale e del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC). Al fronte, in prima battuta, vi sono le forze di polizia cantonali, chiamate ad emanare le direttive in ambito di dispositivi e situazioni a rischio».

Parola d’ordine: «Collaborare»
Sul tavolo vi è infine il progetto «Polizia ticinese». Dall’attuazione della Legge cantonale sulla collaborazione tra polizie entrata in vigore nel settembre 2015 con l’istituzione di otto regioni (comuni polo di Chiasso, Mendrisio, Lugano, Giubiasco, Bellinzona, Locarno, Ascona, e Biasca per un totale di oltre 400 effettivi) il dossier ha fatto parecchia strada. La situazione è in evoluzione. In base a quanto emerso dalle analisi effettuate dal Gruppo di lavoro appositamente costituito, vi sono tuttavia diversi margini di miglioramento, osserva Cocchi. E questo in particolar modo per quanto riguarda il coordinamento generale con i vari Corpi comunali a più livelli. Tra le priorità individuate dal Gruppo di lavoro vi sono un graduale snellimento dell’organizzazione e un miglioramento della collaborazione.

Lavorare in rete
Da ultimo, un accenno merita l’immagine che la polizia cantonale ticinese ha saputo ritagliarsi in questi ultimi anni tra le altre forze dell’ordine. «Siamo riconosciuti più che in passato, a livello nazionale, come un Corpo che conta. E questo grazie ai risultati ottenuti sul piano operativo, ma anche per il lavoro di rete che si sta cercando di implementare essendo spesso attivi anche fuori dai confini cantonali. Infatti non facendo parte di alcun concordato di polizia a livello nazionale, la polizia cantonale ticinese ha un suo rappresentante in tutti i gruppi decisionali». Il comandante Cocchi è poi delegato, nell’ambito della Conferenza svizzera dei comandanti di polizia, quale rappresentante della Confederazione nel gruppo di lavoro europeo ATLAS, che raggruppa i comandanti dei vari corpi speciali di polizia europei e coordina in Svizzera i corsi dei gruppi di intervento sotto il «cappello» dell’Istituto Svizzero di Polizia (ISP).

Tolleranza zero e controllo dell’identità all’entrata in pista!

Tolleranza zero e controllo dell’identità all’entrata in pista!

Dopo i disordini di domenica scorsa alla Valascia

 

I club cercano di inserire ogni anno nel calendario un paio di partite di domenica pomeriggio per dare l’opportunità alle famiglie di avvicinare i propri figli alla squadra del cuore. La scorsa domenica il momento di festa è però stato turbato dai gravi disordini avvenuti durante e dopo la partita, e causati da un ristretto gruppo di persone violente completamente disinteressate al risultato sportivo. In un attimo lo scenario è mutato e la gioia ha lasciato spazio alla preoccupazione, soprattutto negli occhi dei più piccoli.

La partita era stata definita a medio rischio sulla base di recenti tafferugli verificatisi lo scorso mese di ottobre. Per questo motivo la Polizia cantonale aveva potenziato il suo dispositivo per contenere eventuali disordini che si sono puntualmente verificati. Una sessantina di tifosi del Losanna e una quindicina gemellati con il club vodese in arrivo dalla Germania, sono giunti in Leventina con l’unico scopo di cercare lo scontro con la tifoseria locale. Le forze dell’ordine sono intervenute in modo puntuale prima fuori dalla pista e poi all’interno a supporto degli agenti della sicurezza privata. Sono stati momenti intensi, nei quali i tafferugli tra le due tifoserie non hanno fortunatamente causato feriti.

Sicurezza degli eventi sportivi da ottimizzare
Un episodio dal quale tutti dobbiamo trarre gli opportuni insegnamenti poiché, nonostante l’attività di prevenzione e di sensibilizzazione finora svolta, ci sono tuttora delle persone che si recano alle manifestazioni sportive soltanto per creare disagio e sfidare gli addetti alla sicurezza. Questo fatto mi porta a dire che, nonostante il buon lavoro offerto dai miei servizi, è giunto il momento di rivedere l’approccio con cui viene gestita la sicurezza degli eventi sportivi in Ticino, con particolare riferimento al disco su ghiaccio. Non si può restare in balia di situazioni imprevedibili e dal potenziale devastante, che obbligano una presenza di agenti di polizia sempre più imponente con il pericolo di lasciare scoperti altri compiti. Un rischio che come Direttore del Dipartimento delle istituzioni non sono più disposto a tollerare, anche perché un intervento post facto è molto più impegnativo e dispendioso.

Ogni biglietto associato a un nominativo
Sono assolutamente convinto che in Ticino non possiamo più prescindere dall’introduzione in tempi stretti di un sistema di controllo dell’identità che consenta di conoscere tutti i tifosi ospiti che entrano in pista. Ogni biglietto deve essere associato a un nominativo, in modo da poter procedere subito con una diffida o una pena più severa in caso di comportamenti punibili (violenza, danneggiamenti, fumogeni, torce e lancio di materiale in pista). Inoltre, l’obbligo di lasciare i propri dati, esercita un forte potere dissuasivo che contribuisce da solo alla spontanea riduzione delle situazioni critiche. Solo in questo modo riusciremo a tenere distanti i malintenzionati dalle piste.

Un dispositivo di prevenzione che funziona bene
In questo senso, a Zugo è stato implementato un interessante dispositivo di prevenzione e i risultati positivi di un approccio proattivo non si sono fatti attendere. Tutti i tifosi ospiti sono obbligati a presentare un documento oltre al biglietto d’ingresso, in modo da poter confrontare le generalità con i nominativi contenuti nella banca dati delle persone diffidate e, se del caso, bloccarne l’ingresso in pista. Oltre a ciò, viene pure scattata un immagine che consente il riconoscimento facciale, così da abbinare un volto a un nome nel caso in cui gli agenti di sicurezza o le telecamere interne evidenziassero dei modi di fare inopportuni. Tra questi figura necessariamente la dissimulazione del volto per rendersi irriconoscibili e vanificare il lavoro di prevenzione svolto.

Un sostanziale cambiamento d’approccio, che dove applicato, ha portato a risultati estremamente incoraggianti. Per questo motivo cercherò con il mio Dipartimento di approfondire la tematica con i principali attori coinvolti: la Polizia cantonale, la Federazione Svizzera di Hockey e i club sportivi. Si tratta di trovare delle soluzioni utili e soprattutto condivise che consentano agli appassionati di sport di accedere alle strutture in totale sicurezza.