Discorso all’Assemblea generale della Società Svizzera di Salvataggio Regione Sud

Discorso all’Assemblea generale della Società Svizzera di Salvataggio Regione Sud

– Fa stato il discorso orale –

Signor Presidente, Signor Sindaco, Signori Municipali, Signori rappresentanti delle Sezioni di Salvataggio, Gentili Signore, egregi Signori,

vi saluto a nome del Consiglio di Stato e vi ringrazio per avermi invitato a partecipare ai vostri lavori assembleari. Questa per me è l’occasione per un aggiornamento sulle attività in corso e sullo stato dei progetti della vostra Società ed anche per esprimervi tutta la riconoscenza del Governo per il lavoro svolto sia nell’ambito dei soccorsi, della formazione e della sensibilizzazione, nella maggior parte dei casi improntato sul volontariato. E con i tempi che corrono, vi assicuro che non è per nulla scontato.

Sempre di più, tanto per entrare in argomento, i media durante la bella stagione riportano notizie d’incidenti e annegamenti che avvengono sui corsi d’acqua nel nostro Paese. Le statistiche ci dicono però che negli ultimi anni il Ticino è sfuggito a questa regola grazie alla realizzazione del programma di prevenzione “Acque sicure”, condotto dal mio Dipartimento in collaborazione con l’omonima Commissione consultiva del Consiglio di Stato, il cui obiettivo principale è di informare residenti e turisti sui rischi che si nascondono nelle acque della nostra regione.

Questi progressi si sono verificati nonostante il numero crescente di bagnanti presenti sui nostri laghi e fiumi, oltre all’incremento di persone appassionate delle attività sportive estreme, che sfruttano la particolare conformazione delle nostre valli, spingendosi in zone poco esplorate e non esenti da pericoli. Aggiungerei che con l’esplosione dei social media, le persone si spingono sempre di più alla ricerca di immagini spettacolari, sottovalutando spesso le più elementari regole di sicurezza. Inoltre, nel nostro Cantone, oltre alla popolazione locale, aumenta sempre di più la presenza di persone e gruppi provenienti dalla Svizzera interna e dall’Italia, attratte da allettanti proposte turistiche. Un esempio, come forse tutti ricorderanno, riguarda l’invasione della Val Verzasca della scorsa estate da parte dei cittadini della vicina Lombardia, affascinati dalle acque verdi della nostra valle perché paragonate addirittura a quelle delle lontane Maldive.

La collaborazione tra il Dipartimento delle istituzioni e la commissione ha portato dei risultati molto incoraggianti, poiché il numero d’incidenti e di annegamenti è sensibilmente calato. Nell’anno appena concluso si sono verificati purtroppo 5 incidenti mortali, di cui 3 annegamenti nei laghi e 2 nei fiumi durante la pratica del canyoning. Alla base del successo c’è stata un’ampia attività di sensibilizzazione e d’informazione per le persone che non valutano correttamente i pericoli che si nascondono sui corsi d’acqua e non sanno reagire alle situazioni di difficoltà così come una serie di misure più infrastrutturali realizzate direttamente sul territorio nei pressi di luoghi considerati a rischio.

Oltre alle campagne di prevenzione promosse con l’affissione di manifesti e la distribuzione di volantini, è stato svolto pure un importante lavoro di formazione per accrescere le competenze di soccorso in caso di bisogno, di sorveglianza e pattugliamento nelle zone o nei posti a rischio. Anche nelle scuole dell’infanzia e elementari, grazie a più enti tra cui il vostro, sono previsti dei momenti didattici incentrati sulla conoscenza del mondo acquatico e con la consegna agli allievi di materiale informativo da condividere con i propri famigliari. La maggior parte degli incidenti che coinvolgono dei bambini avvengono per la scarsa vigilanza dei genitori che sottovalutano i potenziali rischi legati all’acqua.

Ma se l’impegno del Dipartimento delle istituzioni dal 2001 ad oggi ha dato dei risultati concreti nell’opera di prevenzione sui fiumi, non possiamo dire che siamo arrivati al capolinea: ogni anno occorre informare nuovamente la popolazione residente e i turisti. Inoltre, da alcuni anni sono aumentati gli incidenti nei laghi: questo è dovuto a diversi fattori, quali ad esempio la scarsa conoscenza delle persone dei reali pericoli e dei propri limiti. Penso in particolare ai bambini e ai loro famigliari ma pure agli anziani, che fruiscono sempre di più dei laghi sottovalutando spesso il loro stato di salute e pure alla nuova categoria degli asilanti e dei migranti, che pur provenendo da Paesi marittimi non sanno quasi mai nuotare. E quando si parla di situazioni a rischio, vanno anche considerate l’apertura di nuove aree balneari e pure la riqualifica di zone in precedenza non idonee alla balneazione. Zone che attraggono molta gente.

Per questo motivo ho deciso di estendere le misure di prevenzione e informazione ai grandi specchi d’acqua, monitorando anche i luoghi di balneazione pubblica, cambiando e allargando il concetto che da “Fiumi sicuri” diventa “Acque sicure”.

Concludo evidenziando come i contenuti di questo progetto, lanciato 17 anni fa, e i risultati raggiunti sono stati molto apprezzati dagli addetti ai lavori di altre regioni della Svizzera tanto da farne un modello a cui ispirarsi. E se tutto ciò è stato possibile, è soprattutto merito dei nostri preziosi partner che lavorano con serietà e competenza per garantire alle persone l’indispensabile sicurezza. E quando parlo di partner, ci terrei particolarmente a citare le varie sezione della Società Svizzera di Salvataggio qui rappresentate.

Con la convinzione di poter contare anche in futuro sulla vostra preziosa collaborazione, vi ringrazio.

Sicurezza: se il crimine corre più del diritto

Sicurezza: se il crimine corre più del diritto

Dibattito a Lugano sulle minacce di stampo mafioso e terroristico – L’appello: serve ripensare le leggi svizzere.
Norman Gobbi: «Oltralpe a volte sono un po’ naif» – Dounia Rezzonico: «È una realtà, non solo un telefilm»

Accanto alla criminalità fatta di furti e violenze per le strade ce n’è una più subdola e silenziosa. Una criminalità che si infiltra nei meccanismi del sistema e che, da dietro le quinte, orchestra attacchi terroristici e finanzia le organizzazioni di stampo mafioso. Ma per combattere questo secondo tipo di criminalità, il diritto svizzero non è abbastanza incisivo.

È quanto emerso durante una conferenza organizzata da Ticino Welcome nella cornice del Metamorphosis di Lugano dove si sono confrontati il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi , la procuratrice federale Dounia Rezzonico , il vicesindaco di Lugano e capo del Dicastero sicurezza Michele Bertini e il presidente dell’Associazione amici delle forze di polizia Stefano Piazza . Sollecitati dal giornalista Marco Bazzi, gli ospiti si sono subito detti concordi su un aspetto: di fronte alla velocità con la quale evolve il crimine, il diritto svizzero non riesce a tenere il passo. «Nel nostro Paese la pericolosità della mafia risiede nel suo essere silenziosa – ha detto Rezzonico – non spara in strada e non mette le bombe, ma i segnali della sua presenza ci sono e non dobbiamo stare tranquilli. Tutti abbiamo visto almeno una volta un telefilm dove si parla di mafia. Ecco, la verità è che non sono solo lontane finzioni, ma è una realtà che esiste anche qui e occorre restare vigili per evitare che si trasformi in un sisma». Già perché come spiegato da Piazza, più che un obiettivo il nostro Paese rappresenta «un luogo interessante dove costruire alleanze e indottrinare dei militanti. Potremmo dire che il Ticino e la Svizzera sono un ‘‘hub’’ dove scambiarsi favori e informazioni. Non dove compiere atti violenti».

Nella lotta per contrastare questo tipo di criminalità però, agli inquirenti manca un prezioso alleato: la legge svizzera non contempla infatti il reato di associazione mafiosa, ma solo quello di organizzazione criminale, punibile al massimo con cinque anni di carcere. «È una pena troppo leggera – ha dichiarato la procuratrice federale – e in generale le normative federali in questo campo non facilitano certo le inchieste». Dello stesso parere Gobbi che ha rimarcato come «c’è un problema di percezione nella politica d’oltralpe che, essendo meno toccata da questi fenomeni, ha una sensibilità diversa. Diciamo che a volte in Svizzera interna sono un po’ naif e forse tendono a vedere le infiltrazioni mafiose con occhi più romantici perché legati ai luoghi delle vacanze. Mentre in Ticino, la nostra vicinanza con l’Italia ci ha portati ad avere una maggior presa di coscienza e a renderci forse un po’ più scafati». Una mancata percezione che Bertini non ha esitato a definire «letale per il cittadino che magari si rende conto dell’emergere di queste situazioni ma che poi, nella vita quotidiana, vede le istituzioni rispondere e sanzionare solo quando si prende un radar».

Riciclaggio virtuale
Ma a preoccupare i relatori è anche un altro fenomeno emergente: le criptovalute. Una moneta digitale che «risulta di grande interesse per chi vuole finanziare le infiltrazioni terroristiche, soprattutto se islamiche – ha spiegato Piazza – questo perché i bitcoin sono difficilmente tracciabili e quindi rappresentano un terreno fertile per questo tipo di transazioni. Mentre le organizzazioni come la ’ndangheta rimangono ancora legate ai contanti, i gruppi islamisti approfittano maggiormente di questo nuovo strumento». Ma anche qui, il terreno su cui sono chiamate ad agire le forze dell’ordine è impervio: «Da un lato c’è chi rivendica maggiore libertà economica e magari di poter pagare le imposte con i bitcoin – ha commentato Rezzonico – dall’altro, c’è il rischio di aprire una nuova strada a queste forme di criminalità».

«Occorre un gioco di squadra»
Che si incontrino sul web o in qualche locale nascosto, per controbattere i gruppi criminali Bertini non ha dubbi: occorre scendere in campo con un’azione ad ampio raggio. «Non è mettendo dei piloni di cemento alle entrate delle città che si lotta contro il terrorismo – ha detto – piuttosto, è l’insieme di diversi fattori che può fare la differenza. Dalla collaborazione tra le diverse forze dell’ordine a livello comunale, cantonale e federale passando poi per il controllo abitanti o le politiche d’alloggio. Evitando così che si creino quartieri dimenticati da Dio dove si sviluppa la criminalità». In tal senso, sollecitato da Bazzi sull’arrivo di malintenzionati che si celano sotto false attività professionali, Gobbi ha riconosciuto che «è un rischio possibile. Ma è anche per questo che ogni tanto la politica svizzera in materia di permessi è così restrittiva. Non ho problemi a dirlo: forse di fronte ad una risposta negativa qualche azienda si arrabbierà, ma qui la posta in gioco è ben più alta perché stiamo parlando di tutelare i cittadini da ospiti a dir poco indesiderati».

I fatti Razzi e bottiglie che volano ovunque

I fatti Razzi e bottiglie che volano ovunque

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 16 gennaio 2018 del Corriere del Ticino

Ecco la ricostruzione di quanto successo prima e dopo il match: «Attacco inaudito contro la polizia»

Di esperienza sul campo ne ha accumulata da vendere. Ma un attacco così violento contro le forze dell’ordine non se lo ricorda. Il tenente colonnello Decio Cavallini , alla testa della Gendarmeria presso la Polizia cantonale, è rimasto disgustato dagli scontri andati in scena domenica pomeriggio alla Valascia fra i tifosi dell’Hockey club Ambrì-Piotta e quelli del Losanna: «Si è oltrepassato il limite nel rispetto degli agenti. Non intendiamo continuare a farci aggredire da chiunque. Non tutto è tollerabile. Queste persone pensano di restare impunite».

Sulla stessa lunghezza d’onda il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, il quale parla di «minoranze di codardi, vigliacchi e malavitosi. Quando la Polizia entra in uno stadio vuol dire che è davvero successo qualcosa di grave. In Svizzera capita 1-2 volte all’anno. In Ticino, che ricordi, non c’è un precedente. Ci vuole il pugno di ferro contro i violenti». Finora non è stato eseguito nessun fermo. Gli inquirenti stanno passando in rassegna i filmati della videosorveglianza e le fotografie per identificare i facinorosi. Nel frattempo oltre a quella dell’HCAP, sono state sporte altre tre denunce contro ignoti. A Lucerna, da altrettanti confederati rimasti feriti in modo lieve dal lancio di razzi all’interno della pista. Un’inchiesta, stando a quanto ci risulta, è stata aperta anche in Ticino.

Sia Decio Cavallini sia Norman Gobbi avevano il viso tirato, ieri, il giorno dopo i fattacci. Il volto di chi non sa se essere più arrabbiato o preoccupato per la vergogna consumatasi fuori e dentro la storica struttura. La partita era considerata a medio rischio, in virtù soprattutto del fresco precedente fra le due tifoserie risalente al 13 ottobre scorso. Allora i fan biancoblù avevano insultato i tifosi losannesi. Ma tutto era finito lì. La polizia ha pertanto potenziato il dispositivo di sicurezza rispetto alla norma. Inizialmente l’altroieri erano al fronte 20 agenti, poi saliti a 50 alla luce della situazione sempre più calda. I disordini infatti sono scoppiati appena i supporter del Losanna sono giunti sul piazzale antistante la Valascia. Un centinaio in tutto. Ma una sessantina era mascherata; 15 provenivano da Jena, in Germania, supporter della squadra calcistica del Carl Zeiss (Turingia). «Al momento non risultano ticinesi immischiati nella tifoseria losannese. Una precisazione doverosa visto il gemellaggio con l’Hockey club Lugano», osserva Decio Cavallini.

All’esterno volano razzi, torce, bottiglie di vetro. Le cinture vengono utilizzate come armi. Poi, tutti, si scagliano contro la Polizia cantonale. Il peggio deve ancora venire. Succede alla fine del secondo tempo e a partita conclusa, soprattutto. Gli agenti vengono assaliti (addirittura con dei bidoni della spazzatura e la base in cemento di un ombrellone) e rispondono con i proiettili di gomma, i manganelli e lo spray al pepe. In questa bolgia dantesca nessuno, però, viene fermato. «Le priorità erano difenderci ed impedire lo scontro fra i due fronti. Impossibile riuscire a fermare anche i violenti», puntualizza Cavallini.

Dovevamo anzitutto evitare il contatto con le tifoserie

Dovevamo anzitutto evitare il contatto con le tifoserie

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 16 gennaio 2018 de La Regione.

«Siamo intervenuti principalmente per separare i contendenti, ma presto siamo diventati il vero e proprio bersaglio. E le nostre forze erano insufficienti». Per questo motivo non sono stati effettuati i fermi, anche in ottemperanza della Legge sulla dissimulazione del volto? «Purtroppo sì. Era tecnicamente impossibile procedere ai fermi, perché avremmo distolto delle risorse quando dovevamo concentrarci soprattutto sul proteggerci e sul tentar di non far entrare in contatto le tifoserie». Ed è comprensibilmente durissimo Decio Cavallini, capo della Gendarmeria della Polizia cantonale, nel commentare i disordini accaduti domenica alla Valascia. E lo fa raccontando dall’inizio quanto successo. Anzi, da prima ancora, visto che la partita era già stata classificata di rischio ‘medio’, considerando i tafferugli che videro protagonisti i tifosi di Ambrì e Losanna il 13 ottobre scorso. «Il nostro dispositivo era già stato triplicato, avevamo una trentina di effettivi a disposizione». Ma quando sono arrivati i torpedoni con un centinaio di tifosi del Losanna non c’è stato molto che si potesse fare. «Una sessantina di loro – racconta Cavallini – era potenzialmente a rischio. Tra questi, c’erano 15 ultrà provenienti dalla Germania. Precisamente da Jena dove i tifosi della locale squadra calcistica (il Carl-Zeiss, ndr) sono gemellati con quelli del Losanna». Anche se molti tifosi si sono coperti il volto appena arrivati, il corteo si è svolto tranquillamente. È stato al loro arrivo al piazzale davanti alla pista che la situazione è degenerata. «Le provocazioni verbali si sono subito trasformate in lanci d’oggetti e in tafferugli dove sono state usate anche diverse cinture. Dopo questa prima fase, «una decina di tifosi del Losanna è entrata nella pista con ancora il volto mascherato». Ed è proprio nel settore ospiti che sono continuati i disordini, che hanno provocato dei feriti. «Questa mattina (ieri, ndr) tre persone si sono presentate alla Polizia cantonale di Lucerna per sporgere denuncia. Si trovavano nel settore sopra quello dei tifosi del Losanna, settore da cui sono partiti alcuni pezzi pirotecnici che hanno incendiato gli abiti e provocato ferite. Sono materiali che possono raggiungere anche i 2’000 gradi, il rischio è altissimo». Ed è nella seconda pausa, quando il contingente di polizia è stato rinforzato arrivando a una sessantina di effettivi (a scopo di paragone: nei derby sono tra 80 e 90), che la polizia ha iniziato a rispondere usando proiettili di gomma e spray al pepe, entrando nella pista. «Alla fine della partita – conclude Cavallini – abbiamo deciso di far uscire prima i tifosi dell’Ambrì, ragionando sul fatto che meno tifosi fossero stati presenti meglio sarebbe andata. La maggioranza ha rispettato la nostra richiesta di uscire velocemente, ma alcuni si sono intrattenuti e, mentre i tifosi vodesi venivano scortati ai torpedoni, i più facinorosi dell’Ambrì ci hanno attaccati».

‘Codardi, vigliacchi e malavitosi’
Non usa mezzi termini Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni, nel definire i teppisti. «Questi eventi dimostrano come nonostante la sensibilizzazione continua ci siano ancora codardi, vigliacchi e malavitosi che vanno alle manifestazioni sportive solo per menare le mani. E non c’è stato alcun rispetto nemmeno per la polizia. Dirottando una trentina di effettivi in più alla Valascia si sono tolte risorse da tutto il territorio». Gobbi è amareggiato anche per il segnale dato. «C’erano tante famiglie, era domenica, una bella occasione per godersi una partita. Capita una o due volte l’anno in tutta la Svizzera che la polizia intervenga all’interno di uno stadio. In Ticino non è mai successo in tempi recenti. Ci vuole sicuramente più fermezza».

Circolazione: quattromila distratti di troppo

Circolazione: quattromila distratti di troppo

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 16 gennaio de La Regione.

Nel 2017 la polizia ha multato 3.946 automobilisti sorpresi con il telefonino in mano durante la guida Renato Pizolli: «È scattata la fase repressiva» – Fabienne Bonzanigo: «Comportamenti imprudenti»

Sono 3.946 i conducenti multati nel 2017 dopo essere stati sorpresi alla guida con una mano al volante e l’altra al cellulare.
Un dato in crescita rispetto al 2016, quando i casi si erano fermati a quota 3.649 in tutto il cantone. Con questo incremento sono stati raggiunti i livelli del 2015, anno in cui le contravvenzioni – 3.965 – rappresentavano già la seconda causa di violazione del codice stradale. Allora si era optato per una campagna di sensibilizzazione rivolta agli automobilisti, per renderli attenti ai pericoli di questo comportamento. Avviata il 1. marzo 2016, nell’ambito del programma di prevenzione «Strade più sicure» del Dipartimento delle istituzioni, l’azione aveva fatto centro e invertito la tendenza: i casi erano diminuiti, facendo ben sperare i promotori. Ma poi le cattive abitudini hanno preso il sopravvento: «Dopo un primo miglioramento, le multe hanno registrato una nuova impennata, dimostrando che la campagna di sensibilizzazione aveva prodotto un effetto limitato e andava pertanto riproposta» spiega Fabienne Bonzanigo responsabile del progetto «Strade sicure». È da queste premesse che muove la nuova campagna di sensibilizzazione promossa dallo scorso ottobre in sinergia con la polizia cantonale e che, a partire da questo mese, è entrata nella seconda fase. Fino allo scorso dicembre, è stata condotta una campagna informativa utilizzando dei banner su alcuni siti web e promuovendo tre spot pubblicitari, indirizzati alle categorie di utenti della strada: gli automobilisti, i pedoni e i ciclisti. Ora è partita anche l’informazione diffusa in radio, completando la rassegna dei mezzi di comunicazione. «L’idea è quella di raggiungere tutte le fasce d’età e per questo agiamo attraverso i diversi mezzi di comunicazione fruibili» sottolinea la nostra interlocutrice, «perché non sembra essere un fenomeno circoscritto ai più giovani, come si poteva pensare inizialmente, ma è un comportamento generalizzato».

Un trend culturale e sociale dunque, che preoccupa la polizia cantonale così come le comunali le quali, su invito dei promotori, hanno aderito in corpore alla campagna. «Dopo una prima fase orientata esclusivamente alla prevenzione, con l’anno nuovo abbiamo dato inizio anche a una fase repressiva, compiendo una serie di controlli su tutto il territorio, durante i quali non viene solo distribuito il volantino per sensibilizzare il conducente colto in fallo, ma viene anche rilasciata la contravvenzione» sottolinea il portavoce della polizia cantonale Renato Pizolli. «È un atteggiamento piuttosto radicato e per questo va trattato anche con la repressione. Quando interviene una sanzione pecuniaria – prosegue Pizolli – il conducente toccato si mostra in seguito attento a non ripetere l’errore, modificando così i comportamenti scorretti alla guida». Bonzanigo tiene a evidenziare come «si tratti di educare i conducenti e gli altri utenti della strada ad un comportamento corretto quando si muovono nella circolazione stradale. L’azione può esser paragonata a quella che si dovette intraprendere in passato per istruire gli automobilisti ad allacciarsi le cinture, atteggiamento divenuto ora un automatismo per la gran parte dei conducenti. Anche in quel caso i ticinesi si mostravano incuranti dell’aspetto legato alla sicurezza, proprio come avviene oggi con la banalizzazione dell’uso del cellulare al volante. L’auto diventa sempre di più un ufficio mobile in cui, per non perdere tempo durante gli spostamenti, si risponde a e-mail e si chiama l’ufficio sottovalutando che guidando in tal modo non si ha più la padronanza del veicolo ma soprattutto si creano rischi per se stessi e per gli altri utenti della strada». Messaggi, selfie, e-mail e chi più ne ha più ne metta: «Si tratta di comportamenti imprudenti che, se svolti alla guida, risultano molto pericolosi per la propria e l’altrui incolumità» conclude Pizolli. «Nel 2016 sulle strade ticinesi si sono verificati 3.990 incidenti della circolazione, un quinto dei quali è stato causato da disattenzione al volante o alla guida di un altro mezzo di trasporto (come ad esempio in sella a una bicicletta)» come si legge nel comunicato della campagna di prevenzione «Distratti mai!».

Estremismo, la lotta passa anche dal web

Estremismo, la lotta passa anche dal web

Un portale di prevenzione promosso dal DI

Il terrorismo non è giunto in Svizzera. Gli attacchi degli ultimi anni mostrano però chiaramente che molti degli attentatori sono cresciuti e si sono radicalizzati in Europa, anche tra di noi.
Siamo di fronte a una minaccia che colpisce le nostre comunità e gli spazi dove trascorriamo la quotidianità.
Il tema della radicalizzazione e della sua prevenzione sta assumendo un valore sempre più ampio nella lotta alle organizzazioni terroristiche.

Il Canton Ticino non risulta al momento un obiettivo sensibile. Non possiamo però attendere che il problema si concretizzi per prevedere le contromisure. Deve essere intrapresa un’attività costante di prevenzione e sensibilizzazione fino all’uso repressivo della forza. Naturalmente gli accertamenti dei servizi informativi e il perseguimento penale dei terroristi rimangono degli elementi centrali della lotta al terrorismo.
Tuttavia intervengono soltanto quando la minaccia di azioni violente contro la società è già concreta. La prevenzione è un’attività ragionata sul lungo periodo mentre spesso è necessario un approccio più puntuale e deciso.

Ricordo che l’integrazione è uno degli strumenti più efficaci a disposizione delle Autorità cantonali nel contrasto e nella prevenzione del rischio terroristico. Il programma di integrazione cantonale per il quadriennio 2018-2021, che poggia sugli obiettivi fissati dalla Confederazione e dai Cantoni (informazione e consulenza, formazione e lavoro, comunicazione e integrazione sociale) ha il compito di favorire il rapido e stabile inserimento nel contesto locale dei cittadini stranieri.

Anche in questo senso va letta la proposta del mio Dipartimento di creare un portale internet per prevenire il fenomeno della radicalizzazione e dell’estremismo violenti. Il suo scopo è di raccogliere le richieste di informazione, aiuto e segnalazioni della popolazione per analizzarle e organizzare eventuali misure. Il portale avrà ancora il compito di mettere in contatto operatori e funzionari amministrativi confrontati con la problematica della radicalizzazione. Il progetto verrà realizzato dai servizi del mio Dipartimento – in particolare con la collaborazione del Servizio per l’integrazione degli stranieri – e con il Centro intercantonale d’informazione sulle credenze di Ginevra. Saranno inoltre coinvolti i rappresentanti del Dipartimento della sanità e della socialità e del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport.

Non si tratta evidentemente dell’unica iniziativa sin qui realizzata. Negli scorsi mesi il Consiglio di Stato, rispondendo a una consultazione federale, ha chiesto a Berna – su proposta del Dipartimento che dirigo – di studiare l’inasprimento delle pene per i reclutatori che cercano seguaci da radicalizzare. Abbiamo inoltre scritto ai comuni ticinesi chiedendo di vietare la distribuzione su suolo pubblico del Corano nell’ambito di un’azione di reclutamento jihadista ritenuta anticostituzionale dalla conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia. Infine, quest’anno chiederò di valutare l’introduzione di nuove misure per intensificare la collaborazione con le Città nella difesa del territorio.

La certezza assoluta che gli attacchi non possano interessare anche noi purtroppo non esiste. Non dobbiamo comunque cedere alla paura come vorrebbero gli autori di simili azioni.
Ho piena fiducia nell’operato dei servizi del Dipartimento. L’ottima collaborazione tra le autorità politiche e le forze dell’ordine, oltre allo scambio continuo di informazioni, è la premessa ideale per combattere possibili scenari sfavorevoli.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

I furti? Quasi un ricordo

I furti? Quasi un ricordo

La Regione – Andrea Manna.

Anche nell’anno che sta per chiudersi meno colpi con scasso e non. ‘Una riduzione consistente’ Pizolli, portavoce della Polizia cantonale: ‘Le cifre a marzo, ma la tendenza al ribasso si conferma pure nel 2017’.
Di questo passo, le ‘mani leste’ potrebbero diventare presto un ricordo. Anche l’anno che sta per chiudersi registra una riduzione del numero dei furti in Ticino. Una riduzione «consistente», conferma e precisa, interpellato dalla ‘Regione’, il commissario Renato Pizolli, capo del Servizio comunicazione e media della Polizia cantonale. «Cifre per il momento non ne diamo – puntualizza Pizolli –. Primo, perché per i dati definitivi dobbiamo ovviamente aspettare che il 2017 si concluda. Secondo, perché in base a disposizioni federali la statistica sulla criminalità in Svizzera viene pubblicata nella seconda metà di marzo dell’anno seguente a quello di riferimento. Ma al di là di questi aspetti organizzativi il trend è chiaro e in prospettiva incoraggiante: anche nel 2017 vi è nel nostro cantone una diminuzione, ed è una diminuzione marcata, dei furti in generale e in particolare di quelli con scasso nelle abitazioni. Il calo è in tutte le regioni, compreso il Mendrisiotto». Insomma, la tendenza al ribasso «cominciata nel 2014» continua, a meno di sorprese da ‘Prevena’, l’annuale operazione delle forze di polizia (Cantonale, polcomunali e Guardie di confine) volta a prevenire fra l’altro i borseggi nei centri commerciali nel periodo delle festività natalizie. «Al momento da ‘Prevena’ non abbiamo segnali di una recrudescenza dei casi», indica Pizolli. Il numero di furti, ricorda il portavoce della Cantonale, «è in calo da circa tre anni. E non solo da noi. È un trend che si riscontra infatti anche nel resto della Svizzera e dell’Europa». In Ticino nel 2016 i furti con scasso sono scesi rispetto all’anno precedente del “14 per cento”, di ben il “60” rispetto al 2013, come riferito lo scorso marzo dalla Polizia cantonale. Il che, riprende Pizolli, è da ascrivere pure «alle mutate abitudini di molti cittadini». Dopo «l’impennata» di ‘colpi’ nel 2011, nel 2012 e l’anno successivo, aggiunge il responsabile del Servizio comunicazione, «la polizia ha affinato determinate strategie operative e la popolazione, seguendo anche i nostri consigli, ha reso più sicure le proprie abitazioni». Senza per questo trasformare la casa in un fortino. «Bastano piccoli accorgimenti anti-effrazioni, peraltro dal costo veramente contenuto – osserva Pizolli –. Ne cito alcuni: lucchetti alle persiane, sistemi di bloccaggio delle tapparelle, sensori per l’accensione automatica di luci all’esterno dell’abitazione quando viene rilevato un movimento. In passato c’era chi non chiudeva la porta o si dimenticava di azionare il sistema d’allarme che aveva fatto installare in casa: oggi questo non succede più o succede molto meno». C’è poi un aspetto che l’addetto stampa della Cantonale tiene a sottolineare: «Le segnalazioni di comportamenti sospetti che come polizia riceviamo dai cittadini sono sempre di più e sempre più puntuali». Cosa che «unitamente a una rafforzata presenza di pattuglie in certi momenti e in certe zone e a un’intensa attività investigativa permette di rendere maggiormente incisive sia l’azione di contrasto sia quella di prevenzione. E di mantenere alta la guardia». Sulla stessa lunghezza d’onda il direttore del Dipartimento istituzioni. «Il calo dei furti – osserva Norman Gobbi –è anche da un lato il risultato delle varie misure attuate in questi anni sul piano organizzativo, alludo fra l’altro alla ‘regionalizzazione’ della Gendarmeria e all’accresciuta collaborazione fra le diverse forze di polizia, per un miglior presidio del territorio. Dall’altro lato – sostiene il consigliere di Stato – è il risultato di un performante lavoro inquirente».