Tifosi: sì ai controlli preventivi

Tifosi: sì ai controlli preventivi

Articolo apparso sull’edizione di mercoledì 24 gennaio 2018 del Corriere del Ticino

Lugano e Ambrì Piotta sono pronti a investire in sistemi d’identificazione Gobbi: «Basta episodi di violenza negli stadi, occorrono misure drastiche»

I club ticinesi di hockey sono pronti a dare un giro di vite sui controlli dei tifosi all’entrata delle piste. Si inizia dunque a studiare come mettere in pratica queste verifiche preventive, suggerite dal direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi , per evitare il ripetersi di tafferugli tra le tifoserie. È quanto emerso ieri sera nel dibattito di Piazza del Corriere, su TeleTicino. Sollecitati dal caporedattore del Corriere del Ticino Gianni Righinetti hanno discusso attorno a questo tema lo stesso Gobbi che ha portato come esempio Zugo dove è stato introdotto un sistema di controllo dell’identità. In prima battuta, si è detto più che favorevole a implementare simili misure anche in Ticino, perché «agirebbe da deterrente, tenendo lontani i malintenzionati». Determinato a procedere in questo senso è Michele Orsi , direttore generale dell’Hockey club Ambrì Piotta, il quale ha chiaramente indicato: «Una maggiore prevenzione si impone, e sono dell’opinione che sarebbe auspicabile applicare dei controlli anche al complesso della tifoseria, e non solo agli ospiti. Chi non ha nulla da nascondere non dovrebbe sentirsi infastidito da una verifica più severa. È un mio parere personale, ma certamente il tema sarà affrontato nel corso del prossimo Consiglio d’amministrazione». D’altro canto, interpellato sulla medesima questione, il direttore amministrativo dell’Hockey club Lugano Jean-Jacques Aeschlimann ha replicato: «Anche noi dovremo fare certamente una riflessione in questo senso, visti i buoni risultati ottenuti dal modello di Zugo. Sono però propenso a credere che sarebbero sufficienti dei controlli limitati al settore ospiti».

Allo stato attuale delle cose, i club supportano una spesa di circa «mezzo milione di franchi all’anno, per garantire la sicurezza all’interno dello stadio» è quanto affermato da Orsi e subito confermato anche da Aeschlimann. Gobbi, al quale è stato chiesto quale fosse l’ammontare della spesa per i dispositivi di polizia a carico dei contribuenti, ha risposto che «è nell’ordine del milione e mezzo o due all’anno, ma bisogna ricordare come questi costi siano comprensivi anche delle fasi di preparazione e trasferta degli agenti coinvolti, i quali lasciano scoperti i pattugliamenti e tutti i servizi che di norma sono garantiti nei comuni. Per questo è necessario tenere a distanza questi violenti, cosi da poter ridurre i dispositivi di polizia dispiegati per questi eventi». Decio Cavallini , capo della gendarmeria della Polizia cantonale, ha poi aggiunto: «Per scongiurare questi episodi di inciviltà occorre essere più severi, queste persone vanno tenute lontane dagli stadi, vanno diffidate, ma per farlo sono necessarie prove concrete». Il fenomeno dell’omertà è stato infatti denunciato da tutti gli ospiti di Piazza, che riscontrano come siano pochi coloro che trovano il coraggio di denunciare chi delinque. Per contro, nel corso della trasmissione, sono piovute molte telefonate passate in diretta di tifosi arrabbiati. Orsi, interrogato sulla gestione del tifo organizzato, ha affermato: «Permettiamo ai nostri tifosi di organizzare bancarelle per vendere gadget al fine di raccogliere fondi per la creazione di coreografie». Gobbi, sollecitato invece in merito ai fenomeni di sfida nei confronti della polizia che spesso si manifestano, ha sostenuto che «misure chiare a sostegno della polizia sarebbero opportune, è veramente difficile difendere il pubblico e allo stesso tempo difendersi dagli attacchi dei violenti».

Piazza del Corriere: la violenza allo stadio inquieta e fa paura

Piazza del Corriere: la violenza allo stadio inquieta e fa paura

Sport e violenza spesso vanno a braccetto. Di chi è la colpa? È dello sport che arriva ad esaltare gli istinti più beceri dell’uomo oppure l’indice va puntato verso la società in genere e le sue deviazioni? Insomma, tutti colpevoli, nessun colpevole?

Sia quel che sia è ora di agire perché la recente brutta domenica di botte e distruzione alla Valascia non lascia indifferenti. Piazza del Corriere accende i riflettori su un tema che fa discutere e che interroga: è normale che la sessantina di teppisti del Losanna, per ora, l’abbiano fatta franca? Era davvero impossibile fermarli? Chi ha sottovalutato quella partita? Dobbiamo abituarci ad andare allo stadio scortati dalla polizia? Perché lo stadio è considerato da taluni una zona franca dove, impunemente, si può fare di tutto? Nel corso degli anni disordini si sono verificati anche a Lugano e c’è chi chiede alle società un intervento risoluto contro le deviazioni del tifo organizzato. Oppure la paura di ritorsioni porta sempre ad un sostanziale buonismo? La soluzione è la schedatura dei tifosi?

Presenti: Norman Gobbi, Decio Cavallini, J.J. Aeschlimann e Michele Orsi.

Teleticino, questa sera ore 20.30.

 

Polizia: pronti a intervenire in caso di catastrofe

Polizia: pronti a intervenire in caso di catastrofe

Articolo apparso nell’edizione di martedì 23 gennaio 2018 del Corriere del Ticino

Alla scoperta della futura Centrale cantonale d’allarme Partiti nel 2016, i lavori si avviano verso la conclusione.

La prima pietra era stata posata nel marzo del 2016 e, proprio per simboleggiare il legame tra il passato e il futuro, nel cuore del cantiere era stata depositata una cassa contenente una vecchia autoradio e una pistola mitragliatrice. Ora, a poco meno di due anni di distanza, gli interventi per la realizzazione della Centrale cantonale di allarme (CECAL) nell’area dell’ex arsenale di Bellinzona si avviano verso la conclusione. Una data precisa per l’inaugurazione ancora non c’è, ma si prevede di entrare nella fase operativa già nel corso della seconda metà di quest’anno. In compagnia del comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi siamo dunque andati a vedere a che punto sono i lavori di quello che diventerà il punto cardine per la gestione delle urgenze (in particolare le chiamate al 117 e successivamente quelle al 118) e degli allarmi in caso di catastrofe a livello regionale e cantonale. Il tutto utilizzando tecnologie all’avanguardia e riducendo i tempi d’intervento: una centrale insomma che, a detta degli addetti ai lavori, rappresenterà un fiore all’occhiello in quest’ambito a livello svizzero.

Al passo coi tempi
Al piano terra troveranno spazio i locali della Federazione cantonale ticinese dei corpi pompieri, gli spogliatoi e le sale riunioni (da 100 e 40 posti). Il piano superiore ospiterà gli uffici del Comando della Regione IV del Corpo delle guardie di confine. Infine, al secondo piano, vi saranno gli spazi della sala operativa CECAL e della sala dello Stato maggiore cantonale di condotta (SMCC). È un cantiere imponente quello in pieno svolgimento nella zona delle Semine a Bellinzona, a un tiro di schioppo dal comando della polizia cantonale. Nel gran viavai di operai, artigiani, progettisti e tecnici, comincia a delinearsi quello che sarà un edificio fondamentale a livello strategico per la sicurezza del cantone. Un edificio in grado di concentrare in un unico stabile le principali Centrali operative e d’allarme oggi distribuite sul territorio e caratterizzate da sistemi indipendenti di condotta. All’entrata, un’imponente scala di pietra conduce nelle zone strategiche dello stabile. Fulcro di tutta la infrastruttura sarà la sala operativa: un locale delle dimensioni di una palestra dove un domani saranno installati tutti gli schermi e le apparecchiature per ricevere le segnalazioni, valutarne i contenuti e quindi emanare le misure d’urgenza necessarie.

Prossimità e condivisione
«La revisione della legge sulla protezione della popolazione prevede, tra le altre cose, che in caso di eventi maggiori o di catastrofe la conduzione e la pianificazione durante la fase acuta competano al sottoscritto a livello cantonale. Sarà invece di competenza di un ufficiale di polizia a livello regionale», spiega il comandante Matteo Cocchi. «Con questo nuovo stabile avremo finalmente una infrastruttura che ci permette la gestione strategica e centralizzata degli interventi coordinando nella fase più delicata tutti gli enti di soccorso». La vicinanza del comando della polizia cantonale e il prossimo trasferimento, dalla sede di Paradiso all’area dell’ex arsenale, di quello delle Guardie di confine aiuteranno inoltre il coordinamento delle attività quotidiane eliminando, di fatto, la distanza fisica attualmente esistente tra le due centrali.

«Visione 2019»
La realizzazione della Centrale cantonale di allarme rappresenta uno dei tasselli principali nel mosaico del cosiddetto progetto «Visione 2019», una sorta di «masterplan» che intende garantire flessibilità all’organizzazione del Corpo, così da poter disporre di mezzi, infrastrutture ed effettivi in base al contesto sociale e di sicurezza, ma anche alle priorità in sempre più rapida evoluzione, alle nuove minacce e all’accresciuto livello di rischio internazionale. Senza dimenticare il recente via libera al pacchetto di misure da 3,3 milioni per l’aggiornamento tecnologico e l’equipaggiamento delle forze dell’ordine. È previsto anche un ulteriore potenziamento del sistema informatico che permetterà un rafforzamento del controllo del territorio, la rapidità di reazione e la gestione delle pattuglie dislocate all’interno del cantone.

Sotto un unico tetto
Il via libera dal Governo al credito di 16 milioni di franchi per l’edificazione del Centro comune di condotta risale al dicembre 2014. Quindici mesi più tardi erano partiti i lavori per la creazione dell’edificio che, per la prima volta, vedrà dunque operare sotto lo stesso tetto agenti della polizia cantonale e delle Guardie di confine della Regione IV. Una tempistica estremamente rapida, osserva Cocchi, nel corso dell’anno la CECAL entrerà finalmente in funzione. «La autorità politiche cantonali hanno creduto in questo progetto. Il tutto senza dimenticare il cofinanziamento della Confederazione, che ha dato a sua volta un impulso importante».

La tabella di marcia è insomma stata rispettata. Resta da attendere soltanto che sul calendario venga fissata la data di inaugurazione.

 

L’analisi Tra ingorghi e terrorismo
Il punto sui vari dossier e le problematiche ancora aperte con il comandante Cocchi «Tra le forze dell’ordine siamo riconosciuti più che in passato come un Corpo che conta»

I vari tasselli del cosiddetto masterplan «Visione 2019» stanno via via andando al loro posto. Dal momento della sua entrata in carica, nell’ottobre del 2011, il comandante Matteo Cocchi ha avuto modo di gestire e veder avanzare una moltitudine di dossier. Per citarne solo alcuni: l’adeguamento graduale degli effettivi, le problematiche logistiche, l’ammodernamento dei sistemi informatici, le emergenze (poi rientrate) legate ai furti e alla pressione migratoria, la sicurezza durante i grandi eventi (si pensi all’inaugurazione di AlpTransit), la riorganizzazione della Gendarmeria. La carne al fuoco tuttavia non manca anche per i mesi a venire, «e ciò servirà da sprone per la motivazione di tutto il Corpo» osserva Cocchi.

Il piano antitraffico
A cominciare dal tema sempre caldo del traffico: non è un segreto come a volte basti un tamponamento per mandare l’autostrada in tilt con conseguenze non da poco anche per la mobilità delle pattuglie. «Il problema non è di facile soluzione», osserva. «In collaborazione col Dipartimento delle istituzioni e l’Ustra abbiamo studiato un progetto pilota che mira ad accrescere gli spazi di manovra velocizzando le operazioni d’intervento nei momenti di crisi». In che modo? «L’obiettivo è di evitare che si crei costantemente e ad ogni piccolo problema un effetto domino con una paralisi graduale delle varie arterie stradali. In pratica, si punta a una riduzione dei tempi di intervento distribuendo delle pattuglie distaccate (e dedicate a questa mansione) negli orari e nelle zone sensibili».

Parallelamente, osserva Cocchi, dopo decenni di attesa e ritardi, sembrerebbe essere giunta a una svolta la realizzazione dell’Area multiservizi per la gestione del traffico pesante sui sedimi dell’ex Monteforno a Giornico-Bodio. Il centro di controllo sorgerà su un’area di circa 135.000 metri quadrati che verrà bonificata dal punto di vista ambientale. Il sud delle Alpi attende da quasi vent’anni quest’opera. Una volta in funzione (si prevede entro il 2023) essa consentirà di migliorare la sicurezza degli utenti della strada e di garantire una gestione più efficace del traffico pesante, evitando che i camion sostino lungo l’A2. Nel nuovo centro, poi, i costi operativi, di gestione e del personale (16 gendarmi della Stradale e 34 assistenti di polizia) saranno presi a carico dalla Confederazione.

La minaccia estremista
In un recente intervento il capo del dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi non aveva utilizzato giri di parole: «Nel 2017 – osservava – abbiamo conosciuto anche alle nostre latitudini la realtà della radicalizzazione e degli estremismi comprendendo come la minaccia terroristica non sia molto distante da noi». Come la vede il comandante Cocchi? «In base alle informazioni a disposizione – spiega – la Svizzera e il Ticino non risulterebbero rappresentare degli obiettivi primari. È stato però dimostrato come il nostro territorio possa fungere da crocevia e punto di passaggio per i reclutatori, per chi pianifica o è coinvolto nella pianificazione degli attentati (si pensi al recente arresto a Chiasso di due persone sospettate di avere intrattenuto rapporti stretti con Ahmed Hannachi, l’autore dell’attentato di Marsiglia di inizio ottobre – n.d.r.). Importante dunque restare vigili e non abbassare la guardia collaborando con tutti gli attori in campo e condividendo le informazioni. Senza dimenticare il ruolo del cittadino che, come già dimostrato per i furti, resta una sentinella fondamentale. Giusto dunque segnalare ed allertare le autorità di fronte a qualsiasi sospetto. Detto questo, la competenza nella lotta a questo genere di minaccia resta della polizia federale e del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC). Al fronte, in prima battuta, vi sono le forze di polizia cantonali, chiamate ad emanare le direttive in ambito di dispositivi e situazioni a rischio».

Parola d’ordine: «Collaborare»
Sul tavolo vi è infine il progetto «Polizia ticinese». Dall’attuazione della Legge cantonale sulla collaborazione tra polizie entrata in vigore nel settembre 2015 con l’istituzione di otto regioni (comuni polo di Chiasso, Mendrisio, Lugano, Giubiasco, Bellinzona, Locarno, Ascona, e Biasca per un totale di oltre 400 effettivi) il dossier ha fatto parecchia strada. La situazione è in evoluzione. In base a quanto emerso dalle analisi effettuate dal Gruppo di lavoro appositamente costituito, vi sono tuttavia diversi margini di miglioramento, osserva Cocchi. E questo in particolar modo per quanto riguarda il coordinamento generale con i vari Corpi comunali a più livelli. Tra le priorità individuate dal Gruppo di lavoro vi sono un graduale snellimento dell’organizzazione e un miglioramento della collaborazione.

Lavorare in rete
Da ultimo, un accenno merita l’immagine che la polizia cantonale ticinese ha saputo ritagliarsi in questi ultimi anni tra le altre forze dell’ordine. «Siamo riconosciuti più che in passato, a livello nazionale, come un Corpo che conta. E questo grazie ai risultati ottenuti sul piano operativo, ma anche per il lavoro di rete che si sta cercando di implementare essendo spesso attivi anche fuori dai confini cantonali. Infatti non facendo parte di alcun concordato di polizia a livello nazionale, la polizia cantonale ticinese ha un suo rappresentante in tutti i gruppi decisionali». Il comandante Cocchi è poi delegato, nell’ambito della Conferenza svizzera dei comandanti di polizia, quale rappresentante della Confederazione nel gruppo di lavoro europeo ATLAS, che raggruppa i comandanti dei vari corpi speciali di polizia europei e coordina in Svizzera i corsi dei gruppi di intervento sotto il «cappello» dell’Istituto Svizzero di Polizia (ISP).

Tolleranza zero e controllo dell’identità all’entrata in pista!

Tolleranza zero e controllo dell’identità all’entrata in pista!

Dopo i disordini di domenica scorsa alla Valascia

 

I club cercano di inserire ogni anno nel calendario un paio di partite di domenica pomeriggio per dare l’opportunità alle famiglie di avvicinare i propri figli alla squadra del cuore. La scorsa domenica il momento di festa è però stato turbato dai gravi disordini avvenuti durante e dopo la partita, e causati da un ristretto gruppo di persone violente completamente disinteressate al risultato sportivo. In un attimo lo scenario è mutato e la gioia ha lasciato spazio alla preoccupazione, soprattutto negli occhi dei più piccoli.

La partita era stata definita a medio rischio sulla base di recenti tafferugli verificatisi lo scorso mese di ottobre. Per questo motivo la Polizia cantonale aveva potenziato il suo dispositivo per contenere eventuali disordini che si sono puntualmente verificati. Una sessantina di tifosi del Losanna e una quindicina gemellati con il club vodese in arrivo dalla Germania, sono giunti in Leventina con l’unico scopo di cercare lo scontro con la tifoseria locale. Le forze dell’ordine sono intervenute in modo puntuale prima fuori dalla pista e poi all’interno a supporto degli agenti della sicurezza privata. Sono stati momenti intensi, nei quali i tafferugli tra le due tifoserie non hanno fortunatamente causato feriti.

Sicurezza degli eventi sportivi da ottimizzare
Un episodio dal quale tutti dobbiamo trarre gli opportuni insegnamenti poiché, nonostante l’attività di prevenzione e di sensibilizzazione finora svolta, ci sono tuttora delle persone che si recano alle manifestazioni sportive soltanto per creare disagio e sfidare gli addetti alla sicurezza. Questo fatto mi porta a dire che, nonostante il buon lavoro offerto dai miei servizi, è giunto il momento di rivedere l’approccio con cui viene gestita la sicurezza degli eventi sportivi in Ticino, con particolare riferimento al disco su ghiaccio. Non si può restare in balia di situazioni imprevedibili e dal potenziale devastante, che obbligano una presenza di agenti di polizia sempre più imponente con il pericolo di lasciare scoperti altri compiti. Un rischio che come Direttore del Dipartimento delle istituzioni non sono più disposto a tollerare, anche perché un intervento post facto è molto più impegnativo e dispendioso.

Ogni biglietto associato a un nominativo
Sono assolutamente convinto che in Ticino non possiamo più prescindere dall’introduzione in tempi stretti di un sistema di controllo dell’identità che consenta di conoscere tutti i tifosi ospiti che entrano in pista. Ogni biglietto deve essere associato a un nominativo, in modo da poter procedere subito con una diffida o una pena più severa in caso di comportamenti punibili (violenza, danneggiamenti, fumogeni, torce e lancio di materiale in pista). Inoltre, l’obbligo di lasciare i propri dati, esercita un forte potere dissuasivo che contribuisce da solo alla spontanea riduzione delle situazioni critiche. Solo in questo modo riusciremo a tenere distanti i malintenzionati dalle piste.

Un dispositivo di prevenzione che funziona bene
In questo senso, a Zugo è stato implementato un interessante dispositivo di prevenzione e i risultati positivi di un approccio proattivo non si sono fatti attendere. Tutti i tifosi ospiti sono obbligati a presentare un documento oltre al biglietto d’ingresso, in modo da poter confrontare le generalità con i nominativi contenuti nella banca dati delle persone diffidate e, se del caso, bloccarne l’ingresso in pista. Oltre a ciò, viene pure scattata un immagine che consente il riconoscimento facciale, così da abbinare un volto a un nome nel caso in cui gli agenti di sicurezza o le telecamere interne evidenziassero dei modi di fare inopportuni. Tra questi figura necessariamente la dissimulazione del volto per rendersi irriconoscibili e vanificare il lavoro di prevenzione svolto.

Un sostanziale cambiamento d’approccio, che dove applicato, ha portato a risultati estremamente incoraggianti. Per questo motivo cercherò con il mio Dipartimento di approfondire la tematica con i principali attori coinvolti: la Polizia cantonale, la Federazione Svizzera di Hockey e i club sportivi. Si tratta di trovare delle soluzioni utili e soprattutto condivise che consentano agli appassionati di sport di accedere alle strutture in totale sicurezza.

 

Discorso all’Assemblea generale della Società Svizzera di Salvataggio Regione Sud

Discorso all’Assemblea generale della Società Svizzera di Salvataggio Regione Sud

– Fa stato il discorso orale –

Signor Presidente, Signor Sindaco, Signori Municipali, Signori rappresentanti delle Sezioni di Salvataggio, Gentili Signore, egregi Signori,

vi saluto a nome del Consiglio di Stato e vi ringrazio per avermi invitato a partecipare ai vostri lavori assembleari. Questa per me è l’occasione per un aggiornamento sulle attività in corso e sullo stato dei progetti della vostra Società ed anche per esprimervi tutta la riconoscenza del Governo per il lavoro svolto sia nell’ambito dei soccorsi, della formazione e della sensibilizzazione, nella maggior parte dei casi improntato sul volontariato. E con i tempi che corrono, vi assicuro che non è per nulla scontato.

Sempre di più, tanto per entrare in argomento, i media durante la bella stagione riportano notizie d’incidenti e annegamenti che avvengono sui corsi d’acqua nel nostro Paese. Le statistiche ci dicono però che negli ultimi anni il Ticino è sfuggito a questa regola grazie alla realizzazione del programma di prevenzione “Acque sicure”, condotto dal mio Dipartimento in collaborazione con l’omonima Commissione consultiva del Consiglio di Stato, il cui obiettivo principale è di informare residenti e turisti sui rischi che si nascondono nelle acque della nostra regione.

Questi progressi si sono verificati nonostante il numero crescente di bagnanti presenti sui nostri laghi e fiumi, oltre all’incremento di persone appassionate delle attività sportive estreme, che sfruttano la particolare conformazione delle nostre valli, spingendosi in zone poco esplorate e non esenti da pericoli. Aggiungerei che con l’esplosione dei social media, le persone si spingono sempre di più alla ricerca di immagini spettacolari, sottovalutando spesso le più elementari regole di sicurezza. Inoltre, nel nostro Cantone, oltre alla popolazione locale, aumenta sempre di più la presenza di persone e gruppi provenienti dalla Svizzera interna e dall’Italia, attratte da allettanti proposte turistiche. Un esempio, come forse tutti ricorderanno, riguarda l’invasione della Val Verzasca della scorsa estate da parte dei cittadini della vicina Lombardia, affascinati dalle acque verdi della nostra valle perché paragonate addirittura a quelle delle lontane Maldive.

La collaborazione tra il Dipartimento delle istituzioni e la commissione ha portato dei risultati molto incoraggianti, poiché il numero d’incidenti e di annegamenti è sensibilmente calato. Nell’anno appena concluso si sono verificati purtroppo 5 incidenti mortali, di cui 3 annegamenti nei laghi e 2 nei fiumi durante la pratica del canyoning. Alla base del successo c’è stata un’ampia attività di sensibilizzazione e d’informazione per le persone che non valutano correttamente i pericoli che si nascondono sui corsi d’acqua e non sanno reagire alle situazioni di difficoltà così come una serie di misure più infrastrutturali realizzate direttamente sul territorio nei pressi di luoghi considerati a rischio.

Oltre alle campagne di prevenzione promosse con l’affissione di manifesti e la distribuzione di volantini, è stato svolto pure un importante lavoro di formazione per accrescere le competenze di soccorso in caso di bisogno, di sorveglianza e pattugliamento nelle zone o nei posti a rischio. Anche nelle scuole dell’infanzia e elementari, grazie a più enti tra cui il vostro, sono previsti dei momenti didattici incentrati sulla conoscenza del mondo acquatico e con la consegna agli allievi di materiale informativo da condividere con i propri famigliari. La maggior parte degli incidenti che coinvolgono dei bambini avvengono per la scarsa vigilanza dei genitori che sottovalutano i potenziali rischi legati all’acqua.

Ma se l’impegno del Dipartimento delle istituzioni dal 2001 ad oggi ha dato dei risultati concreti nell’opera di prevenzione sui fiumi, non possiamo dire che siamo arrivati al capolinea: ogni anno occorre informare nuovamente la popolazione residente e i turisti. Inoltre, da alcuni anni sono aumentati gli incidenti nei laghi: questo è dovuto a diversi fattori, quali ad esempio la scarsa conoscenza delle persone dei reali pericoli e dei propri limiti. Penso in particolare ai bambini e ai loro famigliari ma pure agli anziani, che fruiscono sempre di più dei laghi sottovalutando spesso il loro stato di salute e pure alla nuova categoria degli asilanti e dei migranti, che pur provenendo da Paesi marittimi non sanno quasi mai nuotare. E quando si parla di situazioni a rischio, vanno anche considerate l’apertura di nuove aree balneari e pure la riqualifica di zone in precedenza non idonee alla balneazione. Zone che attraggono molta gente.

Per questo motivo ho deciso di estendere le misure di prevenzione e informazione ai grandi specchi d’acqua, monitorando anche i luoghi di balneazione pubblica, cambiando e allargando il concetto che da “Fiumi sicuri” diventa “Acque sicure”.

Concludo evidenziando come i contenuti di questo progetto, lanciato 17 anni fa, e i risultati raggiunti sono stati molto apprezzati dagli addetti ai lavori di altre regioni della Svizzera tanto da farne un modello a cui ispirarsi. E se tutto ciò è stato possibile, è soprattutto merito dei nostri preziosi partner che lavorano con serietà e competenza per garantire alle persone l’indispensabile sicurezza. E quando parlo di partner, ci terrei particolarmente a citare le varie sezione della Società Svizzera di Salvataggio qui rappresentate.

Con la convinzione di poter contare anche in futuro sulla vostra preziosa collaborazione, vi ringrazio.

Sicurezza: se il crimine corre più del diritto

Sicurezza: se il crimine corre più del diritto

Dibattito a Lugano sulle minacce di stampo mafioso e terroristico – L’appello: serve ripensare le leggi svizzere.
Norman Gobbi: «Oltralpe a volte sono un po’ naif» – Dounia Rezzonico: «È una realtà, non solo un telefilm»

Accanto alla criminalità fatta di furti e violenze per le strade ce n’è una più subdola e silenziosa. Una criminalità che si infiltra nei meccanismi del sistema e che, da dietro le quinte, orchestra attacchi terroristici e finanzia le organizzazioni di stampo mafioso. Ma per combattere questo secondo tipo di criminalità, il diritto svizzero non è abbastanza incisivo.

È quanto emerso durante una conferenza organizzata da Ticino Welcome nella cornice del Metamorphosis di Lugano dove si sono confrontati il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi , la procuratrice federale Dounia Rezzonico , il vicesindaco di Lugano e capo del Dicastero sicurezza Michele Bertini e il presidente dell’Associazione amici delle forze di polizia Stefano Piazza . Sollecitati dal giornalista Marco Bazzi, gli ospiti si sono subito detti concordi su un aspetto: di fronte alla velocità con la quale evolve il crimine, il diritto svizzero non riesce a tenere il passo. «Nel nostro Paese la pericolosità della mafia risiede nel suo essere silenziosa – ha detto Rezzonico – non spara in strada e non mette le bombe, ma i segnali della sua presenza ci sono e non dobbiamo stare tranquilli. Tutti abbiamo visto almeno una volta un telefilm dove si parla di mafia. Ecco, la verità è che non sono solo lontane finzioni, ma è una realtà che esiste anche qui e occorre restare vigili per evitare che si trasformi in un sisma». Già perché come spiegato da Piazza, più che un obiettivo il nostro Paese rappresenta «un luogo interessante dove costruire alleanze e indottrinare dei militanti. Potremmo dire che il Ticino e la Svizzera sono un ‘‘hub’’ dove scambiarsi favori e informazioni. Non dove compiere atti violenti».

Nella lotta per contrastare questo tipo di criminalità però, agli inquirenti manca un prezioso alleato: la legge svizzera non contempla infatti il reato di associazione mafiosa, ma solo quello di organizzazione criminale, punibile al massimo con cinque anni di carcere. «È una pena troppo leggera – ha dichiarato la procuratrice federale – e in generale le normative federali in questo campo non facilitano certo le inchieste». Dello stesso parere Gobbi che ha rimarcato come «c’è un problema di percezione nella politica d’oltralpe che, essendo meno toccata da questi fenomeni, ha una sensibilità diversa. Diciamo che a volte in Svizzera interna sono un po’ naif e forse tendono a vedere le infiltrazioni mafiose con occhi più romantici perché legati ai luoghi delle vacanze. Mentre in Ticino, la nostra vicinanza con l’Italia ci ha portati ad avere una maggior presa di coscienza e a renderci forse un po’ più scafati». Una mancata percezione che Bertini non ha esitato a definire «letale per il cittadino che magari si rende conto dell’emergere di queste situazioni ma che poi, nella vita quotidiana, vede le istituzioni rispondere e sanzionare solo quando si prende un radar».

Riciclaggio virtuale
Ma a preoccupare i relatori è anche un altro fenomeno emergente: le criptovalute. Una moneta digitale che «risulta di grande interesse per chi vuole finanziare le infiltrazioni terroristiche, soprattutto se islamiche – ha spiegato Piazza – questo perché i bitcoin sono difficilmente tracciabili e quindi rappresentano un terreno fertile per questo tipo di transazioni. Mentre le organizzazioni come la ’ndangheta rimangono ancora legate ai contanti, i gruppi islamisti approfittano maggiormente di questo nuovo strumento». Ma anche qui, il terreno su cui sono chiamate ad agire le forze dell’ordine è impervio: «Da un lato c’è chi rivendica maggiore libertà economica e magari di poter pagare le imposte con i bitcoin – ha commentato Rezzonico – dall’altro, c’è il rischio di aprire una nuova strada a queste forme di criminalità».

«Occorre un gioco di squadra»
Che si incontrino sul web o in qualche locale nascosto, per controbattere i gruppi criminali Bertini non ha dubbi: occorre scendere in campo con un’azione ad ampio raggio. «Non è mettendo dei piloni di cemento alle entrate delle città che si lotta contro il terrorismo – ha detto – piuttosto, è l’insieme di diversi fattori che può fare la differenza. Dalla collaborazione tra le diverse forze dell’ordine a livello comunale, cantonale e federale passando poi per il controllo abitanti o le politiche d’alloggio. Evitando così che si creino quartieri dimenticati da Dio dove si sviluppa la criminalità». In tal senso, sollecitato da Bazzi sull’arrivo di malintenzionati che si celano sotto false attività professionali, Gobbi ha riconosciuto che «è un rischio possibile. Ma è anche per questo che ogni tanto la politica svizzera in materia di permessi è così restrittiva. Non ho problemi a dirlo: forse di fronte ad una risposta negativa qualche azienda si arrabbierà, ma qui la posta in gioco è ben più alta perché stiamo parlando di tutelare i cittadini da ospiti a dir poco indesiderati».

I fatti Razzi e bottiglie che volano ovunque

I fatti Razzi e bottiglie che volano ovunque

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 16 gennaio 2018 del Corriere del Ticino

Ecco la ricostruzione di quanto successo prima e dopo il match: «Attacco inaudito contro la polizia»

Di esperienza sul campo ne ha accumulata da vendere. Ma un attacco così violento contro le forze dell’ordine non se lo ricorda. Il tenente colonnello Decio Cavallini , alla testa della Gendarmeria presso la Polizia cantonale, è rimasto disgustato dagli scontri andati in scena domenica pomeriggio alla Valascia fra i tifosi dell’Hockey club Ambrì-Piotta e quelli del Losanna: «Si è oltrepassato il limite nel rispetto degli agenti. Non intendiamo continuare a farci aggredire da chiunque. Non tutto è tollerabile. Queste persone pensano di restare impunite».

Sulla stessa lunghezza d’onda il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, il quale parla di «minoranze di codardi, vigliacchi e malavitosi. Quando la Polizia entra in uno stadio vuol dire che è davvero successo qualcosa di grave. In Svizzera capita 1-2 volte all’anno. In Ticino, che ricordi, non c’è un precedente. Ci vuole il pugno di ferro contro i violenti». Finora non è stato eseguito nessun fermo. Gli inquirenti stanno passando in rassegna i filmati della videosorveglianza e le fotografie per identificare i facinorosi. Nel frattempo oltre a quella dell’HCAP, sono state sporte altre tre denunce contro ignoti. A Lucerna, da altrettanti confederati rimasti feriti in modo lieve dal lancio di razzi all’interno della pista. Un’inchiesta, stando a quanto ci risulta, è stata aperta anche in Ticino.

Sia Decio Cavallini sia Norman Gobbi avevano il viso tirato, ieri, il giorno dopo i fattacci. Il volto di chi non sa se essere più arrabbiato o preoccupato per la vergogna consumatasi fuori e dentro la storica struttura. La partita era considerata a medio rischio, in virtù soprattutto del fresco precedente fra le due tifoserie risalente al 13 ottobre scorso. Allora i fan biancoblù avevano insultato i tifosi losannesi. Ma tutto era finito lì. La polizia ha pertanto potenziato il dispositivo di sicurezza rispetto alla norma. Inizialmente l’altroieri erano al fronte 20 agenti, poi saliti a 50 alla luce della situazione sempre più calda. I disordini infatti sono scoppiati appena i supporter del Losanna sono giunti sul piazzale antistante la Valascia. Un centinaio in tutto. Ma una sessantina era mascherata; 15 provenivano da Jena, in Germania, supporter della squadra calcistica del Carl Zeiss (Turingia). «Al momento non risultano ticinesi immischiati nella tifoseria losannese. Una precisazione doverosa visto il gemellaggio con l’Hockey club Lugano», osserva Decio Cavallini.

All’esterno volano razzi, torce, bottiglie di vetro. Le cinture vengono utilizzate come armi. Poi, tutti, si scagliano contro la Polizia cantonale. Il peggio deve ancora venire. Succede alla fine del secondo tempo e a partita conclusa, soprattutto. Gli agenti vengono assaliti (addirittura con dei bidoni della spazzatura e la base in cemento di un ombrellone) e rispondono con i proiettili di gomma, i manganelli e lo spray al pepe. In questa bolgia dantesca nessuno, però, viene fermato. «Le priorità erano difenderci ed impedire lo scontro fra i due fronti. Impossibile riuscire a fermare anche i violenti», puntualizza Cavallini.

Dovevamo anzitutto evitare il contatto con le tifoserie

Dovevamo anzitutto evitare il contatto con le tifoserie

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 16 gennaio 2018 de La Regione.

«Siamo intervenuti principalmente per separare i contendenti, ma presto siamo diventati il vero e proprio bersaglio. E le nostre forze erano insufficienti». Per questo motivo non sono stati effettuati i fermi, anche in ottemperanza della Legge sulla dissimulazione del volto? «Purtroppo sì. Era tecnicamente impossibile procedere ai fermi, perché avremmo distolto delle risorse quando dovevamo concentrarci soprattutto sul proteggerci e sul tentar di non far entrare in contatto le tifoserie». Ed è comprensibilmente durissimo Decio Cavallini, capo della Gendarmeria della Polizia cantonale, nel commentare i disordini accaduti domenica alla Valascia. E lo fa raccontando dall’inizio quanto successo. Anzi, da prima ancora, visto che la partita era già stata classificata di rischio ‘medio’, considerando i tafferugli che videro protagonisti i tifosi di Ambrì e Losanna il 13 ottobre scorso. «Il nostro dispositivo era già stato triplicato, avevamo una trentina di effettivi a disposizione». Ma quando sono arrivati i torpedoni con un centinaio di tifosi del Losanna non c’è stato molto che si potesse fare. «Una sessantina di loro – racconta Cavallini – era potenzialmente a rischio. Tra questi, c’erano 15 ultrà provenienti dalla Germania. Precisamente da Jena dove i tifosi della locale squadra calcistica (il Carl-Zeiss, ndr) sono gemellati con quelli del Losanna». Anche se molti tifosi si sono coperti il volto appena arrivati, il corteo si è svolto tranquillamente. È stato al loro arrivo al piazzale davanti alla pista che la situazione è degenerata. «Le provocazioni verbali si sono subito trasformate in lanci d’oggetti e in tafferugli dove sono state usate anche diverse cinture. Dopo questa prima fase, «una decina di tifosi del Losanna è entrata nella pista con ancora il volto mascherato». Ed è proprio nel settore ospiti che sono continuati i disordini, che hanno provocato dei feriti. «Questa mattina (ieri, ndr) tre persone si sono presentate alla Polizia cantonale di Lucerna per sporgere denuncia. Si trovavano nel settore sopra quello dei tifosi del Losanna, settore da cui sono partiti alcuni pezzi pirotecnici che hanno incendiato gli abiti e provocato ferite. Sono materiali che possono raggiungere anche i 2’000 gradi, il rischio è altissimo». Ed è nella seconda pausa, quando il contingente di polizia è stato rinforzato arrivando a una sessantina di effettivi (a scopo di paragone: nei derby sono tra 80 e 90), che la polizia ha iniziato a rispondere usando proiettili di gomma e spray al pepe, entrando nella pista. «Alla fine della partita – conclude Cavallini – abbiamo deciso di far uscire prima i tifosi dell’Ambrì, ragionando sul fatto che meno tifosi fossero stati presenti meglio sarebbe andata. La maggioranza ha rispettato la nostra richiesta di uscire velocemente, ma alcuni si sono intrattenuti e, mentre i tifosi vodesi venivano scortati ai torpedoni, i più facinorosi dell’Ambrì ci hanno attaccati».

‘Codardi, vigliacchi e malavitosi’
Non usa mezzi termini Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni, nel definire i teppisti. «Questi eventi dimostrano come nonostante la sensibilizzazione continua ci siano ancora codardi, vigliacchi e malavitosi che vanno alle manifestazioni sportive solo per menare le mani. E non c’è stato alcun rispetto nemmeno per la polizia. Dirottando una trentina di effettivi in più alla Valascia si sono tolte risorse da tutto il territorio». Gobbi è amareggiato anche per il segnale dato. «C’erano tante famiglie, era domenica, una bella occasione per godersi una partita. Capita una o due volte l’anno in tutta la Svizzera che la polizia intervenga all’interno di uno stadio. In Ticino non è mai successo in tempi recenti. Ci vuole sicuramente più fermezza».