“Riaperti i valichi, allora tornino le Guardie a presidiare”

“Riaperti i valichi, allora tornino le Guardie a presidiare”

Da Ticinonews.ch | L’amarezza di Gobbi per la riapertura dei valichi secondari: “Berna non ci ha informato, così non si fa”

Norman Gobbi non ha preso affatto bene la decisione della Confederazione di riaprire i valichi secondari durante le ore notturne tra il Ticino e l’Italia. E, in un post su Facebook, il Direttore del Dipartimento delle Istituzioni scrive:

“A quanto pare a Berna hanno deciso di riaprire durante la notte i valichi secondari di Novazzano-Marcetto, Pedrinate e Ponte Cremenaga. Un’informazione che ho appreso dai media e non dai diretti interessati… Così non si fa! Si tratta di una misura chiesta a più riprese dalla politica – quella ticinese – ma soprattutto dalla popolazione che vive vicino al confine con l’Italia è condivisa dal Governo federale. Che senso ha riaprire i valichi domenica e tornare – forse – a chiuderli ancora in futuro dopo che il Consiglio federale avrà fatto le proprie valutazioni?”

“Mi aspetto – conclude Gobbi – che i funzionari della Berna federale che hanno preso questa decisione poi siano coerenti e conseguenti: facciamo tornare le Guardie a presidiare i valichi! Sulla nostra sicurezza non si scherza!”

Kooperation notwendig

Da Behoerdenspiegel newsletter | Der Schweizer Staatsrat Norman Gobbi machte klar, dass Katastrophenschutz heutzutage nicht mehr allein bewältigt werden kann.

(BS) Katastrophen- und Bevölkerungsschutz können heute nur noch durch die
Zusammenarbeit verschiedener Akteure realisiert werden. Das wurde auch beim Vorabendempfang zum diesjährigen Europäischen Katastrophenschutzkongress in der Schweizer Botschaft in Berlin deutlich.

So unterstrich etwa Staatsrat Norman Gobbi, Präsident der Regierungskonferenz
Militär, Zivilschutz und Feuerwehr der Eidgenossenschaft: “Krisenbewältigung ist inzwischen nur noch durch die Kooperation unterschiedlicher Stellen möglich.” Und die Schweizer Botschafterin in der Bundesrepublik, Ihre Exzellenz Christine Schraner-Burgener, betonte: “Katastrophen kennen inzwischen keine Grenzen mehr.”

http://www.behoerden-spiegel.de/

‘L’importanza dei pompieri’

‘L’importanza dei pompieri’

Da laRegione | Fondato nel 1892, il Corpo di Chiasso ha festeggiato con la popolazione i suoi primi 125 anni Sicurezza e tranquillità delle persone erano e restano gli obiettivi dell’attività. Sonia Colombo-Regazzoni: ‘Una boa raggiunta oltre la quale siamo pronti a salpare.

Pompieri e solidarietà. Un binomio inscindibile che ha caratterizzato i primi 125 anni di attività del Corpo civici pompieri di Chiasso. L’anniversario è stato festeggiato sabato con dimostrazioni pratiche – grazie alla tecnologia i presenti hanno potuto vedere come si muovono i militi tra le fiamme o durante un intervento chimico – e una sfilata che ha (ri)portato sulle strade cittadine i mezzi d’epoca e di intervento. L’attività, come ha ricordato l’ex furiere Carlo Cappelletti, è iniziata il 29 febbraio 1892 con la risoluzione municipale 541 «per l’organizzazione di un corpo pompieri composto da 29 uomini. Una decisione presa dopo il grave incendio che distrusse il magazzino della Gotthardbahn il 22 febbraio 1892». Da allora nel corpo hanno ruotato 361 militi (oggi sono 87). «Centoventicinque è una parola che si pronuncia in una frazione di secondo ma che rappresenta l’insieme di cinque generazioni – ha commentato Sonia Colombo-Regazzoni, capodicastero Sicurezza pubblica di Chiasso –. Non sono un punto di arrivo, né sono la conclusione di questa straordinaria storia. Sono solamente una boa, che è stata brillantemente raggiunta e oltre la quale siamo pronti a salpare». La prossima sfida è la nascita del centro cantonale di soccorso pompieri del Mendrisiotto, che si concretizzerà all’inizio del prossimo anno. «I due corpi pompieri di Chiasso e Mendrisio stanno già collaborando da mesi per trovare le giuste sinergie e arrivare pronti all’inaugurazione – ha assicurato Colombo-Regazzoni –. Indipendentemente dalle forme giuridiche, la Città di Chiasso non intende rinunciare ai suoi pompieri».

La presenza sul territorio

I festeggiamenti di sabato – che hanno visto anche la presenza del consigliere di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi (mentre Christian Vitta ha portato il suo saluto con un videomessaggio) e di rappresentanti dei Vigili del fuoco di Milano – sono stati l’occasione per «riconfermare che le autorità comunali continueranno a sostenere l’assoluta importanza della loro presenza sul nostro territorio. E non certo per mero campanilismo – ha precisato la capodicastero –, bensì perché lo esige la ragione, lo esigono la storia, e soprattutto le peculiarità e le contingenze sempre più critiche della nostra città e della nostra regione». Tutto questo «nella consapevolezza e nell’ottica della riorganizzazione dei corpi pompieri ticinesi intrapresa dal cantone ormai parecchi anni fa. Il Mendrisiotto è un tassello importante di questo progetto e noi siamo tra i promotori e sostenitori della realizzazione del consorzio regionale, struttura che rappresenta lo strumento più democratico di gestione delle risorse, perché permette a tutti i comuni consorziati di divenire parte attiva del meccanismo decisionale e non solo di finanziamento a consuntivo – ha concluso Sonia Colombo-Regazzoni –. La riorganizzazione guarda al futuro pensando a un incremento finanziariamente sostenibile della professionalizzazione del servizio che il cantone intende realizzare, ma che attualmente non possiamo permetterci».

‘Sicurezza e senso di tranquillità’

Nel corso della sua storia, i militi chiassesi hanno avuto due ‘case’. La caserma di via Soave è stata costruita nel 1979. «Qui hanno avuto la possibilità di abitare con le rispettive famiglie ben 10 pompieri e l’utilità di questa funzione ha integrato la velocizzazione dei tempi in caso di allarme diurno e specialmente notturno – sono state le parole del comandante Davide Chiesa –. L’importanza del decentramento cittadino e delle possibilità di velocizzare le vie di raggiungimento dei particolari eventi di intervento hanno però portato a una nuova soluzione logistica». È così nato «un centro pompieristico all’avanguardia» in via Cattaneo. «L’anno fatidico – ha concluso Chiesa – è stato il 2008. Da quell’anno ogni momento è stato vissuto con la consapevolezza che ogni esercitazione, ogni attimo impegnato nello e allo spirito del vero pompiere, serve e servirà per amalgamare forze e sentimenti, confermati da un senso di volontà rivolti a un traguardo unico e inderogabile: la sicurezza della popolazione e il suo senso di tranquillità nei momenti di necessità impellente».

Permessi B e G: negato lo 0,3%

Permessi B e G: negato lo 0,3%

Da RSI.ch | Sono 162 dall’entrata in vigore della misura del casellario giudiziale, del 2015. Aumento di decisioni negative tra maggio e luglio

La mia intervista al Quotidiano e alle Cronache della Svizzera italiana: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Permessi-B-e-G-negato-lo-03-9521119.html

I permessi B e G negati dall’entrata in vigore della misura sul casellario giudiziale, fino a fine luglio, sono 162, ovvero lo 0,3 per cento del totale delle richieste. Una percentuale che negli ultimi tre mesi analizzati, a partire da maggio, è leggermente più alta. Nello stesso periodo, inoltre, sono incrementate notevolmente, rispetto ai casi approfonditi per problemi di natura penale, le decisioni negative.

Circa lo 0,8 per cento del totale delle richieste per un permesso di dimora o per frontalieri, dall’entrata in vigore della misura del casellario giudiziale del 2 aprile del 2015, presentavano elementi di rilevanza penale. Di questi, un caso su tre sfociava in una decisione negativa.

“Il fatto che in questi mesi ci sia stato un aumento può essere ricondotto anche al fatto che la gente possa pensare come la decisione del Governo di sollevare la richiesta del casellario dello scorso giugno sia stata attuata subito. Magari si sono sentiti un po’ più leggeri, mentre in passato uno ci pensava più di una volta prima di presentare tutta la documentazione sapendo che aveva dei reati gravi iscritti al casellario”, ha dichiarato ai nostri microfoni il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

Grazie alla collaborazione possiamo stanare i lupi travestiti da agnelli!

Grazie alla collaborazione possiamo stanare i lupi travestiti da agnelli!

Dal Mattino della domenica | Il ministro della sicurezza torna sulla minaccia terrorismo alle nostre latitudini

Un paio di giorni fa ho accompagnato a scuola mia figlia Gaia e poco prima di salire in auto uno dei genitori dei suoi compagni mi ha fermato. “Norman, ma dobbiamo avere paura qui da noi in Ticino? Ho letto la tua intervista sul terrorismo, e sono un po’ preoccupata. Poi sai, si leggono tante cose in questo periodo: attentati a Barcellona, Manchester, se ne sentono di tutti i colori. Non so più cosa pensare ”. Mi ha sorpreso la sua domanda, soprattutto perché in quel momento stavo vivendo la mia quotidianità più intima e personale. “No, non dobbiamo avere paura. Il Ticino è un posto sicuro in cui vivere. Ma non dobbiamo però essere ingenui e cullarci nell’idea che il nostro Paese è un posto blindato, dove nulla potrebbe mai accadere. La minaccia terroristica di matrice islamica è una minaccia vigliacca, subdola. Colpisce quando meno te lo aspetti. Colpisce i centri città, dove le persone si stanno assaporando un attimo di tranquillità gustandosi un aperitivo dopo un’intensa giornata di lavoro o altre persone stanno passeggiando facendo acquisti in uno dei giorni delle loro vacanze”. E mentre le parlo la mente corre inevitabilmente alle immagini della Rambla di Barcellona. E poi ho continuato “non dobbiamo avere paura perché è quello che vogliono fare queste persone: diffondere la cultura del terrore nei Paesi dell’Occidente. Dobbiamo lottare e darci da fare: vale per noi politici che dobbiamo fare in modo di avere gli strumenti adeguati per contrastare questo genere di attività criminali. Vale per le forze dell’ordine che devono continuamente raccogliere informazioni e segnalazioni per evitare il peggio. Vale per tutti voi cittadini: segnalate qualsiasi tipo di atteggiamento sospetto. Tutti insieme, collaborando, possiamo contrastare questa piaga che sta colpendo l’Europa”. Un breve attimo, i saluti di commiato e poi sono salito in auto, e sono partito alla volta di Bellinzona.

Le parole della donna mi hanno colpito ed è proprio per questo motivo che questa domenica ho deciso di tornare sul tema del terrorismo dalle colonne del nostro settimanale. A inizio settimana ho commentato l’allontanamento di due persone che sono state ritenute pericolose. Si tratta di un cittadino turco e di un afgano che erano vicini ad ambienti radicalizzati islamisti. Due persone ritenute una minaccia per la nostra sicurezza interna e quindi tramite un provvedimento amministrativo – senza che i due fossero processati dal profilo penale per intenderci – sono stati allontanati grazie all’ottimo lavoro dei miei servizi e di quelli della Confederazione. Due casi delicati che hanno spinto i miei collaboratori a dedicare a entrambi i dossier tempo ed energie anche durante i giorni di festa e, soprattutto, mentre la Sezione era nell’occhio del ciclone per la questione dei permessi. L’allontanamento è stato possibile grazie al lavoro di squadra tra Sezione della popolazione, Polizia cantonale, Polizia federale, Segreteria di Stato della migrazione e il Servizio delle attività informative della Confederazione – i servizi segreti svizzeri per capirci. E questi due casi vanno ad aggiungersi a quelli già noti del giovane pugile che frequentava una palestra nel luganese condannato a sei anni di carcere e dell’uomo coinvolto nel caso di Argo 1 recentemente processato. Persone che hanno vissuto o transitato sul nostro territorio. Persone che a detta di molti erano “ben inseriti nella nostra società”. Ma questi esempi dimostrano che nascere e crescere in un Paese non significa che non sia necessario un importante lavoro di integrazione. Integrarsi vuol dire avere rispetto dei valori tradizionali. In questo senso non dimentichiamoci l’iniziativa sull’insegnamento della civica in votazione il prossimo 24 settembre: far conoscere ai giovani il funzionamento del nostro sistema democratico può essere sicuramente un punto a favore dell’integrazione, a scapito di un’eventuale radicalizzazione. Inoltre il mio Dipartimento sta valutando l’ideazione di una strategia mirata per gestire questi casi in modo strutturato, coinvolgendo anche altri attori presenti sul territorio e introducendo anche una presa a carico di segnalazioni.

Quindi, anche se la minaccia è subdola e vigliacca in Ticino non restiamo con le mani in mano. Vogliamo stanare i lupi travestiti da agnelli e fare tutto quello che possiamo per evitare che diventino una minaccia per tutti noi. Continueremo a collaborare con Berna nonché con autorità e forze dell’ordine internazionali. E ovviamente continuerò a far sentire la mia voce anche oltre Gottardo: le nostre leggi sono troppo buone verso chi commette crimini legati al terrorismo. Sei mesi di carcere per il primo reclutatore arrestato in Svizzera sono troppo pochi. Perché vogliamo evitare che il nostro Cantone diventi un posto meno sicuro. Perché tutti insieme possiamo evitare che i lupi si camuffino tra gli agnelli per ferirci quando meno ce lo aspettiamo. Senza paura e senza timore!

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

«La bandiera è un simbolo d’identità»

«La bandiera è un simbolo d’identità»

Da Ticinonline | Queste le parole di Norman Gobbi durante l’inaugurazione del nuovo vessillo del Consorzio Protezione Civile Regione Lugano Campagna svoltasi ieri sera a Mezzovico-Vira

«Investire dei soldi in una nuova bandiera è inutile? No, specie nei nostri tempi digitali in cui un pezzo di stoffa conta sempre di più. La bandiera è importante per ribadire la propria identità, che nel caso del Consorzio Protezione civile Regione Lugano Campagna è fatta di dedizione, ogni giorno e ogni ora dell’anno».

Queste le parole con cui il consigliere di Stato Norman Gobbi ha salutato mercoledì sera a Mezzovico-Vira il nuovo vessillo del Consorzio Protezione civile Regione Lugano Campagna, alla presenza di numerose autorità. Portata in scena ancora chiusa dall’alfiere Oliviero Molinari, il milite con più anni di servizio e il grado di capitano, la bandiera è stata svelata dal cappellano della Protezione Civile Don Mattia Scascighini, che l’ha benedetta, e dalla presidente del Consiglio consortile Lisa Martinenghi.

Il vessillo, ideato da Antonio Fasola, simboleggia la struttura della Protezione civile tramite dei rami arancioni che si propagano dallo stemma ufficiale, a significare la capillarità della sua presenza sul territorio. Rami che richiamano strade, ma anche la natura, elemento fondamentale della regione Lugano Campagna, dove la realtà urbana lascia sovente spazio a boschi, fiumi e montagne. Natura che ritorna anche nei colori di sfondo della bandiera: il verde a richiamare la fauna e il blu a richiamare cielo e corpi d’acqua.

A precedere la presentazione della bandiera si è tenuta una parte ufficiale, condotta dal comandante Ferruccio Landis e allietata dalla musica della Filarmonica Unione Carvina di Monteceneri.

Il primo a prendere la parola è stato il presidente della Delegazione consortile Tarcisio Gottardi che ha scelto due aggettivi per descrivere il vessillo: «semplice e importante». «La bandiera rappresenta l’anima dello scopo della Protezione Civile, è un oggetto che racchiude molti valori. Chi può restare impassibile di fronte a questo simbolo?»

Il sindaco di Mezzovico-Vira Canepa ha da parte sua ricordato lo stretto rapporto fra il suo Comune e il Consorzio. «Per Mezzovico-Vira è un onore che il Consorzio si trovi nel nostro Comune (hanno sede nello stesso palazzo, NDR). In tutto il Cantone la Protezione civile è una presenza bene accetta e rassicurante, che porta conforto in caso di emergenza, e i suoi nobili intenti si inseriscono perfettamente nel nuovo gonfalone, che sventolerà a garanzia dell’impegno civile e dell’importanza che il Consorzio ha nelle nostre vite».

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi, oltre alle parole riportate in apertura, ha pure ricordato che a causa delle emergenze climatiche e per colpa del traffico il Ticino è «un cantone sempre più fragile», e che in questo senso la bandiera è anche un segno dell’evoluzione della Protezione Civile, i cui compiti diverranno sempre più preziosi.

La cerimonia si è conclusa con le note del Salmo svizzero e con i ringraziamenti del comandante Landis.

Presenti dal 1972 – Il Consorzio Protezione civile Regione Lugano Campagna è stato costituito nel 1972 e si occupa di 32 comuni della periferia che contano oltre 50.000 abitanti. Il Consorzio è di principio un Ente di secondo intervento, pronto a intervenire e a coadiuvare i partner della Protezione della Popolazione per interventi in situazioni normali, particolari e straordinarie. I Comuni facenti parti del Consorzio, il Comune di Mezzovico-Vira e la Banca Raiffeisen del Cassarate hanno contribuito finanziariamente alla creazione del vessillo.

L’articolo su Tio.ch: http://www.tio.ch/News/Ticino/Attualita/1161843/-La-bandiera-e-un-simbolo-d-identita-

Espulsi due radicalizzati

Espulsi due radicalizzati

Da RSI.ch | Un cittadino afgano e uno turco sono stati allontanati dal Ticino perchè ritenuti pericolosi

La mia intervista al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Espulsi-due-radicalizzati-9484336.html

Due persone ritenute pericolose e legate ad ambienti radicalizzati sono state espulse dal Ticino nelle scorse settimane. L’operazione, rimasta segreta fino ad ora, è stata condotta dalla Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni in collaborazione con la polizia cantonale, la Segreteria di Stato e la polizia federale.

I due uomini, come riportato martedì dal Corriere del Ticino, sono un cittadino turco di circa quarant’anni, in Svizzera dall’inizio degli anni 2000 con lo statuto di rifugiato, e un trentenne afgano richiedente asilo, nel paese dal 2015.

Entrambi avevano richiamato l’attenzione delle autorità per le loro frequentazioni dubbie e sono stati rimandati nel loro paese d’origine. Restano segrete le regioni del Ticino dai quali i due sono stati allontanati ma gli stessi avevano intrecciato relazioni sia nel Cantone, che in Italia come pure in altre nazioni.

I filoni di inchiesta che però hanno portato al successo di questa operazione erano comunque separati poiché i due espulsi non avevano alcun legame tra loro.

Terrorismo Due uomini pericolosi: espulsi

Terrorismo Due uomini pericolosi: espulsi

Dal Corriere del Ticino | L’inedita vicenda di un cittadino turco e uno afgano che vivevano in Ticino a contatto con ambienti radicalizzati Le loro frequentazioni dubbie e movimenti sospetti hanno portato i funzionari e la polizia alla drastica soluzione

Mentre in tutta Europa è allerta terrorismo, in Ticino sono stati espulsi un cittadino turco e uno afgano. Due persone ritenute pericolose, legate ad ambienti radicalizzati frequentati da soggetti molto vicini all’ideologia jihadista. Al centro dell’operazione c’è la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni che ha collaborato sul caso con la Polizia cantonale, la Segreteria di Stato della migrazione e la polizia federale. L’inedita vicenda è stata condotta nel pieno della bufera sui permessi falsi, una vicenda scoppiata in febbraio con arresti, polemiche e inchieste, ma il tutto è avvenuto nel più stretto riserbo, senza che nulla trapelasse, per il rischio di fallimento. Il tutto è avvenuto anche grazie al lavoro d’intelligence e ha permesso di prendere conoscenza di situazioni che non erano note e comprovate.

Il cittadino turco, sulla quarantina, aveva uno statuto di rifugiato riconosciuto, ed era entrato nel nostro Paese all’inizio degli anni Duemila. Tra i motivi che hanno spinto le autorità ad allontanare l’uomo, all’inizio dell’anno, spiccano i presunti legami che avrebbe intrattenuto con ambienti islamisti radicali. È stato considerato una potenziale minaccia per il nostro Paese. Per contro il cittadino afgano, sulla trentina, era un richiedente l’asilo entrato in Svizzera nel 2015. Il suo allontanamento è più recente, è avvenuto nel corso dell’estate. Un altro individuo giudicato dai servizi specializzati un serio pericolo, visti i suoi contatti con altri individui radicalizzati. Entrambi sono stati allontanati e rimandati nel loro Paese d’origine con un biglietto di sola andata.

I due hanno richiamato l’attenzione delle autorità per le loro frequentazioni dubbie e i movimenti sospetti. Un sottobosco di radicalizzazione allo jihadismo che è emerso anche dal recente processo contro Ümit Y., l’agente di sicurezza che lavorava nei centri per richiedenti l’asilo per Argo 1, la società al centro della vicenda del mandato diretto del DSS. L’atto d’accusa a suo carico della Procura federale citava diverse situazioni di ritrovi sospetti, facendo anche nome e cognome delle persone interessate. Rimane top secret la regione del Ticino che ha visto i due espulsi protagonisti, mentre gli stessi intrattenevano legami sia in Ticino, che in Italia, come pure in altri Paesi. Mentre i due non erano uniti da legami o rapporti, i filoni che hanno portato al successo di questa operazione erano separati.

NORMAN GOBBI – «La Svizzera è un luogo di reclutamento»

Ticino, radicalismo, terrorismo e sostenitori del sedicente Stato islamico. Dobbiamo iniziare ad avere paura?

«Quando sono state colpite da attentati terroristici città come Parigi, Bruxelles, Berlino, Londra, Manchester e Barcellona – e negli ultimi due anni è successo purtroppo troppe volte – ho ricordato che alle nostre latitudini il rischio zero, ovvero la possibilità che anche da noi si verifichino attacchi simili, non esiste. Questi attacchi colpiscono laddove fa più male: nel cuore pulsante delle comunità, dove la gente sta vivendo la propria quotidianità. Ma, per tornare alla sua domanda, no, non dobbiamo iniziare ad avere paura, perché è proprio quello l’obiettivo finale di questi movimenti radicalizzati: insinuare la paura nella popolazione. Ricordo anche che la Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi, tuttavia l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra autorità politiche e forze dell’ordine a livello nazionale e internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni».

Si parla spesso di casi isolati, ma poi ne emergono di nuovi. Fino ad oggi ci siamo illusi di essere un territorio immune?

«Dalle informazioni fornite dal Servizio delle attività informative della Confederazione il nostro Paese non si presta a essere uno degli obiettivi principali dei terroristi. Come dimostrano alcuni arresti avvenuti in passato – e nemmeno troppo lontano – la Svizzera è piuttosto un luogo in cui avviene il reclutamento per la diffusione di ideologie di questo genere e per il finanziamento di queste ignobili azioni. Anche in passato, per altri tipi di terrorismo il nostro territorio si prestava a questo genere di attività. E non da ultimo non va dimenticato che vicino a noi, al di là del confine, ci sono luoghi problematici. E penso in questo senso alla moschea di Varese dalla quale sono transitate persone pericolose».

Cosa si sente di dire dei due casi che arrivano alla ribalta oggi?

«Innanzitutto voglio esprimere il mio ringraziamento a tutti i miei collaboratori: funzionari e agenti di polizia che con pazienza e tenacia si sono occupati dei casi. Il lavoro che svolgono queste persone spesso è dietro le quinte, non si vede. Ma grazie al loro impegno, il nostro territorio rimane un posto sicuro dove vivere. E non da ultimo, tengo a ringraziare anche tutte le persone che lavorano per i servizi della Confederazione che hanno reso possibile ottenere un risultato di successo per entrambi i casi».

Molti si chiederanno: per due che sono stati allontanati, quanti altri jihadisti operano nell’ombra in Svizzera e in Ticino?

«Difficile da dire. Possono anche essere persone che transitano sul nostro territorio per un breve periodo. Per questo motivo è fondamentale che cittadini, enti e associazioni, insomma chiunque noti qualcosa di sospetto sul nostro territorio lo segnali alle nostre forze dell’ordine. In questo senso mi piacerebbe che le persone attive nelle nostre moschee fossero più attive nel segnalare personaggi sospetti. Quando a febbraio è stato arrestato il reclutatore sul nostro territorio grazie a un blitz delle forze dell’ordine la Lega dei musulmani ha negato di aver subito una perquisizione. Ma poi, durante il processo dell’imputato al Tribunale penale federale è emerso invece che la sede era stata perquisita. Su questo aspetto non smetterò mai di insistere: occorre trasparenza!».

La Sezione della popolazione con questa azione ha certamente fatto «un colpaccio». E dire che mentre si lavorava nell’ombra su questi delicati casi imperversava il cosiddetto scandalo dei permessi falsi. Come commenta?

«Ancora una volta il plauso va al lavoro di chi, anche quando si trovava nell’occhio del ciclone, non ha mai smesso di svolgere al meglio il proprio mandato. Persone che, mentre imperversava la tempesta, hanno lavorato anche durante i giorni di festa, in un clima caratterizzato da dubbi e attacchi da più fronti, soprattutto a livello mediatico».

Ma come si fa ad arrivare a smascherare queste persone?

«Spesso è un lavoro lungo. E la collaborazione tra autorità è fondamentale: prima di tutto tra servizi interni e poi con la Confederazione – penso il particolare alla Segreteria di Stato della migrazione, alla Polizia federale e al Servizio delle attività informative – e con le autorità internazionali. Lo scambio d’informazioni è quindi basilare. Un grosso contributo spesso lo danno anche le segnalazioni dei cittadini – che amo definire le nostre sentinelle sul territorio – e dei funzionari che si occupano delle pratiche. Ciò nonostante le grandi difficoltà date dagli strumenti legislativi che abbiamo a disposizione: risorse insufficienti per poter svolgere al meglio il nostro lavoro. A livello svizzero, ci stiamo muovendo tra Cantoni insieme al Dipartimento federale di giustizia e polizia per poter disporre di più mezzi per contrastare organizzazioni criminali e di stampo terroristico. Vogliamo modificare la base legale perché al momento, soprattutto il codice penale, è troppo debole. Pensiamo alla condanna del reclutatore arrestato qualche mese fa e recentemente condannato. Sei mesi per questo genere di reati sono davvero una pena troppo lieve a mio modo di vedere».

Abbiamo parlato dei suoi funzionari, ma che ruolo hanno avuto la Polizia cantonale e quella federale?

«Ovviamente, il ruolo della nostra Polizia è stato centrale. Il Servizio cantonale d’intelligence ha infatti lavorato in fase preventiva e ha evidenziato le due situazioni a rischio, per poi trasferire le informazioni e tutti gli elementi alla Polizia federale che, per competenza, ha avviato le indagini giudiziarie».

Nelle scorse settimane c’è stata la condanna di Ümit Y., già agente di sicurezza di Argo 1. Tra lui e i due espulsi c’erano dei legami di qualche genere?

«Non lo so dire. In casi come questi le inchieste sono condotte dagli inquirenti, e determinate informazioni sono strettamente confidenziali. D’altra parte nel nostro sistema democratico vige la separazione dei poteri. In ogni caso sono fiducioso sul lavoro svolto dalle nostre autorità giudiziarie in questo ambito».

(Articolo e intervista di Gianni Righinetti)

‘Anche qui lupi vestiti da agnello’

‘Anche qui lupi vestiti da agnello’

Da laRegione | Simpatizzanti dell’Isis in Ticino, Gobbi: nessuna paura, ma servono integrazione e intelligence La condanna dell’indottrinatore svela un contesto preoccupante. ‘Dalle moschee mi aspetto più trasparenza. Dicevano di non essere state controllate, invece…’

«Beh – commenta il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi –, spesso i lupi indossano il vello da agnelli». Anche in Ticino. Perché dalle pagine dell’atto d’accusa che venerdì ha condannato a due anni e mezzo il 32enne indottrinatore di Lugano emerge un sottobosco preoccupante: nelle sue opere di proselitismo in favore del gruppo jihadista Al-Nusra, l’ex agente di sicurezza della Argo 1 ha incontrato – anche in locali pubblici del Luganese – una decina di persone interessate all’estremismo. Alcune di esse, tra le quali spicca un ex candidato alle Comunali di Lugano, non nascondevano di simpatizzare per l’Isis. Persone che potremmo sovente giudicare ‘normali’: spesso figli o nipoti di immigrati ben inseriti nella società, forse con una famiglia e di sicuro a piede libero. Sono tra noi. Magari seduti la mattina nel tavolo accanto a bere il caffè. «Pure diversi ‘foreign fighter’ partiti per Siria o Iraq avevano un simile profilo. Ciò dimostra – dice Gobbi alla ‘Regione’ – che anche se si nasce e si cresce qui, può essere necessario un lavoro di integrazione. La fragilità umana si presta ad agevolare queste situazioni».

L’integrazione è però un lungo percorso. Questi potenziali ‘lupi’ sono invece tra di noi già oggi. Che fare?
Si prenda l’inchiesta sfociata nell’arresto del cosiddetto indottrinatore di Lugano. Non è stata frutto del caso, ma figlia del lavoro di intelligence svolto dalla Polizia cantonale in collaborazione con la Fedpol. È quindi importante permettere alle forze dell’ordine di poter svolgere questo tipo di attività. Ma gli strumenti legislativi sono insufficienti, compreso il Codice di procedura penale troppo tutelante.

E quindi?
Quindi come Cantoni stiamo lavorando con Berna a una modifica dei codici, in modo di disporre di più mezzi per la lotta contro le organizzazioni criminali e quelle legate al terrorismo. La base legale prevista per ‘reati normali’ è troppo debole.

Altri mezzi che mireranno a potenziare la sorveglianza?
Certo. Anche se quando si parla di sorveglianza, spesso la mente corre alle schedature. Oggi però la situazione è diversa. Da un lato perché informazioni sul nostro conto sono già in circolazione: basta pagare con la carta in un centro commerciale. D’altro canto c’è un interesse collettivo a tutelarsi da simili devianze.
Devianze che spesso superano i confini cantonali e nazionali. L’inchiesta che ha portato in carcere il 32enne si riallaccia a casi italiani.
È vitale che i nostri collaboratori abbiano buoni contatti anche a sud del confine. Spesso critico le relazioni con l’Italia, ma nell’ambito della sicurezza fortunatamente la collaborazione funziona e dà ottimi risultati. D’altronde gli obiettivi sono gli stessi: per loro che non scappino e non si rifugino in un ‘puerto escondido’ ticinese; per il Ticino che non arrivino sul territorio certi personaggi.

E la collaborazione con i musulmani?
L’ho già detto: sarei contento di ricevere una segnalazione da chi è attivo nelle moschee. Quando però a febbraio ha avuto luogo il blitz che ha portato all’arresto dell’indottrinatore, la Lega dei musulmani ha negato di aver subito controlli. Dagli atti del processo è invece emerso che la sede è stata perquisita. Se vogliono ottenere la fiducia che richiedono, è necessario che adottino un approccio più trasparente. Su questo punto sono abbastanza duro. Anzi, non abbastanza duro: sono duro. Punto.

Concludendo Gobbi, dobbiamo avere paura dei lupi?
Il pericolo zero non esiste. Non penso però che si debba aver paura. La Svizzera non risulta come obiettivo principale. Può tuttavia essere una piattaforma di reclutamento per la diffusione di tali ideologie o per il loro finanziamento, come lo è stato in passato per altri tipi di terrorismo. E poi attenzione: vicino a noi ci sono luoghi problematici. Penso per esempio alla Moschea di Varese, dove sono passati personaggi pericolosi.

(Articolo di Paolo Ascierto)

Non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza

Non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza

Da Ticinonews|Norman Gobbi commenta i tragici fatti di Barcellona. “Le nostre forze dell’ordine si sono adattate alla minaccia”

“Un altro vile attacco laddove fa più male: nel cuore di una città, in cui turisti e residenti vivevano un momento di tipica quotidianità”. Queste le parole del direttore del dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, da noi contattato per un commento sui tragici fatti di Barcellona.

“Purtroppo i terroristi non guardano in faccia a nessuno e anzi, si distinguono proprio per colpire e uccidere innocenti. Barcellona purtroppo è l’ultima di una serie di meste tragedie che hanno toccato altre città europee: Parigi, Nizza, Bruxelles, Berlino, Londra e Manchester sono purtroppo associate a tragici fatti”.

“Ma non voglio e non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza – ha proseguito Gobbi – questi attacchi vanno condannati e questi scenari sanguinari e ignobili non possono divenire parte della nostra normalità! La cultura del terrore non può insinuarsi, perché vorrebbe dire scendere a compromessi con il male”.

I fatti di Barcellona rilanciano immancabilmente il tema della sicurezza. Cambierà qualcosa anche alle nostre latitudini? “La Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi ma l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra Autorità politiche e forze dell’ordine a livello internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni”.

“Non possiamo restare con le mani in mano – conclude Gobbi – Alle nostre latitudini le nostre forze dell’ordine si sono adattate alla minaccia. Infatti, da qualche tempo la Polizia cantonale ha preso alcune misure di sicurezza per far fronte a rischi simili: il più visibile è l’utilizzo del giubbotto anti-proiettile da parte dei nostri agenti. A fronte dei recenti episodi che hanno macchiato di sangue l’Europa inoltre sono state prese misure puntuali, come nell’ambito di grandi manifestazioni dove un grande numero di persone si raduna. Pensiamo ad esempio ai recenti festeggiamenti per la nostra festa nazionale: in questi casi la Polizia cantonale ha utilizzato sbarramenti in cemento per evitare che mezzi pesanti potessero scagliarsi sulla folla”.

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