Cyber, quando diventiamo zombie a nostra insaputa

Cyber, quando diventiamo zombie a nostra insaputa

Dal Giornale del Popolo | world trade center Norman Gobbi, Peter Regli e Angelo Consoli

Anche Internet, dove si crea ma nulla si distrugge, ha una memoria illimitata. Così si apre la via alla manipolazione dell’uomo. Senza bisogno di sangue, se si prende il «cuore».

Il dibattito sulla Cybercriminalità che si è svolto nell’ambito dell’Assemblea del 25° del World Trade Center (in parte già commentata nell’edizione di ieri), è stato animato da Prisca Dindo (Corriere del Ticino) e ha visto la partecipazione di Norman Gobbi, consigliere di Stato, Peter Regli, già capo del Servizio informazioni della Confederazione e Angelo Consoli, docente SUPSI.

Norman Gobbi, consigliere di Stato e capo del Dipartimento delle istituzioni, ha messo in risalto, rispetto al problema della cyber-security, il problema di salvaguadare la ricerca e lo sviluppo delle imprese, sia contro la pirateria, sia nel possibile blocco di progetti strategici delle imprese. In Ticino – ha detto – abbiamo 60-70 casi aperti oggi nei reati informatici. Pochi? Tanti? E sono tutti? Anche perché vi è un certo pudore a rendere noto di esser stati oggetto di attacchi informatici. Come già accade nei reati patrimoniali, perché diamo l’impressione di non essere stati pronti a parare il colpo. Sul piano dell’economia finanziaria, vi sono poi una trentina di casi per un importo di circa 10 milioni. Oggi in Ticino si assiste ad un minor numero di reati comuni, ma ad uno più elevato per i reati «moderni» ha detto Gobbi, che vertono sull’informazione (o disinformazione) e sulla gestione dei patrimoni. Questo serve ad «accendere la lampadina» e ad accrescere la corazza. Ma se sul piano individuale si può mettere la luce che illumina ad un arrivo indesiderato, lo stesso non avviene nei reati informatici. Tanto più che la Svizzera è una piazza assai «interessante». Ad esempio con i bitcoin, uno strumento agile che lascia poche tracce. Dunque occhio alla Ricerca e Sviluppo e ai nuovi prodotti. Anche perché per la bici si può mettere il lucchetto, ma il web non ha confini nel mondo. E se il reato non è ideato e commesso nel territorio svizzero, come uscirne? Aggiungendo che «il poliziotto è un passo indietro» rispetto alla libertà di movimento dei malintenzionati. Ecco dunque la necessità di mettere in comune le difese per essere sempre al passo coi tempi, ha concluso Gobbi.

Peter Regli, già capo del Servizio informazioni della Svizzera, ha commentato come oggi la scena politica sia percorsa da personaggi inquietanti. Il mondo non è mai stato così insicuro e il Cyber ne è solo un elemento. Anche il terrorismo, la migrazione, il salafismo (una minoranza molto perfida finanziata dall’Arabia Saudita, ha detto) si nutrono di «intelligence», istigando ordigni tipo «coltello o auto», perché secondo loro la democrazia è contro l’Islam. Il Cyber gioca un ruolo importante e qui l’attaccante è avanti di tre passi. Interviene nelle elezioni, col compito di interferire, paralizzare, distruggere. Che succede se per quattro giorni non funziona l’elettricità? Sono le infrastrutture critiche. È una guerra ibrida. Trump si nutre di notizie Fox, poi scrive il sui twit col suo Basic Instinct. Cinque ore dopo dice il contrario, causa un «casino» e si perde la fiducia. Insomma, il Cyber è solo un elemento del caos.

Allora, quo vadis? Secondo Angelo Consoli, la tecnologia è solo un mezzo. Oggi se vuoi far male, lo fai su scala mondiale. Una macchina infetta può far danni a tutti. E
ognuno ha la sua macchina in tasca (il telefonino). E noi siamo gli zombie. Qualcuno magari ci ha messo un baco che si attiva a comando. La privacy non esiste più. Un malaware ha infettato 30 milioni di computer e per il 2022 vi saranno 14,5 trilioni di connessioni. Tra l’altro, il 97% degli attacchi ha una componente umana. Per comodità o sbadataggine non siamo stati attenti. E il social media aumenta l’insicurezza perché si può manipolare l’umano e l’ego diventa «posseduto». Gulp. Oibò.

Il Governo approva il credito di 3,3 milioni di franchi per la prima fase della strategia informatica della Polizia cantonale

Il Governo approva il credito di 3,3 milioni di franchi per la prima fase della strategia informatica della Polizia cantonale

Comunicato stampa del Consiglio di Stato |

Il Consiglio di Stato ha approvato il messaggio che propone al Parlamento di stanziare un credito da 3,3 milioni di franchi per attuare la strategia informatica della Polizia cantonale: sarà così possibile concretizzare un primo pacchetto di misure per l’aggiornamento tecnologico delle forze dell’ordine, e completare il progetto strategico «Visione 2019» che consentirà alla Polizia cantonale di affrontare con gli strumenti adeguati le sfide in ambito di sicurezza che si presenteranno nei prossimi anni.

La decisione odierna del Consiglio di Stato conferma l’importanza di soddisfare le accresciute esigenze della Polizia cantonale in ambito informatico: un passaggio dovuto per consentire alle forze dell’ordine di tutelare la sicurezza di fronte alle nuove minacce e all’accresciuto livello di rischio internazionale – in particolare per quanto riguarda la lotta al terrorismo e la gestione dei flussi migratori. La strategia informatica delineata all’interno del progetto strategico «Visione 2019» e approvata dal Governo nel dicembre del 2014 verrà concretizzata in due momenti distinti con l’intento di assicurare un impiego adeguato, razionale e proficuo delle nuove tecnologie.

Grazie alle misure che saranno introdotte con l’attuazione della prima fase, la Polizia cantonale potrà in particolare contare su un aggiornamento tecnologico che interesserà anche la vita quotidiana degli agenti; il loro equipaggiamento di lavoro sarà infatti a breve arricchito anche da uno smartphone di servizio. La decisione del Governo è stata di optare per uno strumento al passo con lo stato attuale della tecnica, approfittando degli indubbi vantaggi dei nuovi dispositivi. Le forze dell’ordine avranno ad esempio accesso diretto ad applicativi che facilitano il lavoro sul terreno, e potranno comunicare in modo più rapido con i colleghi di altre Polizie; sarà infine aumentato il grado di prontezza degli agenti anche fuori dal servizio, grazie a sistemi di allarme più efficaci che potranno essere attivati in caso di emergenza. Inoltre, sarà anche possibile estendere il sistema informatico ABI per allineare le procedure ticinesi allo standard svizzero.

L’approvazione del credito di 3,3 milioni da parte del Consiglio di Stato è un ulteriore passo avanti per la Polizia cantonale, nell’intento di garantire alla popolazione ticinese più sicurezza sul proprio territorio e, di riflesso, una migliore qualità di vita. Le misure contemplate nella prima fase sono considerate prioritarie dalla Polizia cantonale; una volta concretizzate, saranno seguite da una seconda fase, oggetto di un futuro messaggio del Consiglio di Stato.

Violenza domestica, più potere alla polizia

Violenza domestica, più potere alla polizia

Da Ticinonews.ch | Via libera del Gran Consiglio alla modifica di legge. In Ticino si registrano in media 3 interventi al giorno

Con 68 voti favorevoli e solo 2 contrari, il Gran Consiglio ha dato oggi il suo via libera alla modifica di legge di polizia per arginare la violenza domestica. D’ora in poi, se necessario, la polizia potrà decidere subito se allontanare dal domicilio gli autori senza più dover passare dal Pretore. Una procedura, quest’ultima, rivelatasi, “nel tempo superflua e priva di giustificazione” ha spiegato il relatore del rapporto Gianrico Corti.

Nel suo messaggio il Consiglio di Stato proponeva anche una maggior presa a carico degli autori, con la trasmissione automatica delle decisioni di allontanamento all’UAR.

“È sempre importante parlare di violenza domestica e stiamo lavorando per una legge ad hoc”, ha concluso il ministro Norman Gobbi ricordando che la polizia, in Ticino, interviene in media 3 volte al giorno. La nuova legge dovrebbe prevedere anche l’introduzione del braccialetto elettronico.

http://www.ticinonews.ch/ticino/415299/violenza-domestica-piu-potere-alla-polizia

L’ombra del terrorismo sul Ticino

L’ombra del terrorismo sul Ticino

Dal Mattino della domenica | Norman Gobbi ragiona sugli ultimi fatti accaduti a Chiasso

Ad inizio settimana c’è stata una notizia che ci ha scosso ancora una volta. Sto parlando dei sospetti per legami terroristici verso due cittadini tunisini al Centro di registrazione a Chiasso, arrestati lo scorso weekend poco dopo il loro arrivo in Svizzera e messi sotto sicurezza dalle autorità cantonali.

Non è la prima volta che si parla – in un modo o nell’altro – di terrorismo alle nostre latitudini. Anche se sul nostro territorio – fortunatamente – non ci sono ancora stati fatti di sangue di terrorismo di matrice islamica, siamo però stati sollecitati – Ticino e Svizzera – come luogo di reclutamento o di passaggio di potenziali terroristi. Il mese scorso si era infatti parlato di un 18enne marocchino, autore di due accoltellamenti nelle strade di Turku, in Finlandia, che nel 2016 aveva chiesto asilo a Chiasso.

Come dimenticare poi il maxi-blitz di febbraio, che ha portato a una condanna per sostegno ad Al-Qaeda e all’Isis lo scorso agosto al tribunale federale. Un arresto che ha svelato un preoccupante movimento di proselitismo che si espande tra Ticino e Lombardia, complice evidentemente la presenza di una metropoli così estesa come Milano.

Come ripeto spesso, malgrado queste notizie possano portare inquietudine tra i ticinesi, il fatto che questi casi diventino pubblici dimostra come il lavoro d’intelligence da parte del Cantone e la collaborazione con la Confederazione e i partner esteri funzioni e porti misure di protezione attiva verso la nostra comunità. Continuo a ribadire quindi che ho piena fiducia nell’operato dei miei collaboratori coinvolti, e sono certo che questa sia una priorità nella loro missione: scoprire e allontanare dal nostro territorio personaggi che possono mettere in pericolo la nostra sicurezza interna.

Non dobbiamo però allarmarci: la Svizzera non risulta essere uno degli obiettivi principali delle organizzazioni terroristiche, anche se il rischio zero non esiste. Dobbiamo però dimostrare, tramite la nostra attività d’intelligence, che sul nostro territorio non c’è spazio per attività di reclutamento e di preparazione per azioni che possono ferire sì altre nazioni, ma che in fondo feriscono ognuno di noi nel nostro senso di sicurezza e nella nostra percezione di libertà.

A livello politico ci stiamo muovendo, per poter dare ai nostri collaboratori e alla giustizia gli strumenti adatti per affrontare questa nuova – ma ormai sempre più attuale – minaccia. Proprio di recente il Governo del quale faccio parte, rispondendo a una consultazione federale, ha chiesto a Berna – su proposta del mio Dipartimento – di valutare l’inasprimento delle pene per i reclutatori che cercano adepti da radicalizzare.

Non da ultimo, dobbiamo agire anche a livello di prevenzione, creando le basi giuste per far sì che una persona, prima di tutto, non si radicalizzi. Ed è per questo che la scorsa settimana abbiamo scritto a tutti i Comuni ticinesi sensibilizzando sulla distribuzione delle copie del Corano nelle piazze, nell’ambito della campagna “Lies!” (dal tedesco “leggi!”). Ho chiesto a tutti i Municipi di respingere queste manifestazioni su suolo pubblico perché quest’organizzazione salafita islamica che predica e distribuisce il Corano per strada, partita dalla Germania, può essere legata ad azioni di radicalizzazione e reclutamento jihadista, ed è stata quindi ritenuta anticostituzionale dalla conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (della quale faccio parte).

Infine, dobbiamo tutti aprire gli occhi, anche coloro che se li sono coperti da soli come una delle tre scimmiette: i controlli effettuati all’entrata del nostro territorio dalle Guardie di confine e dagli organi di Polizia sono essenziali, come pure quelli ancor più approfonditi su chi chiede asilo nella nostra nazione. Ora più che mai siamo coscienti che non possiamo abbassare la guardia e che dobbiamo agire, in maniera coordinata, con tutti i partner coinvolti a livello nazionale e internazionale, contro chi pensa di muoversi indisturbato da nazione a nazione per compiere atti ignobili e fuggire poi lontano. Ricordando loro che da noi i controlli ci sono e gli arresti dello scorso weekend ne sono la testimonianza.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Es geht um gemeinsame Lösungen aller Akteure

Es geht um gemeinsame Lösungen aller Akteure

Da Behörden Spiegel | newsletter (http://www.behoerden-spiegel.de/)

Er steht an der Spitze eines für den Schweizer Bevölkerungsschutz äußerst wichtigen Gremiums: Der Tessiner Staatsrat Norman Gobbi. Seit 2015 ist der 40-Jährige Präsident der Schweizer Regierungskonferenz Militär, Zivilschutz und Feuerwehr (RK MZF). Der Politiker der Partei “Lega del Ticino”, der in seinem Kanton die Leitung des Departements für Inneres, Justiz und Polizei innehat, sprach auch auf dem diesjährigen Europäischen Katastrophenschutzkongress des Behörden Spiegel. Im Interview erläutert er die Zusammensetzung und Arbeit seiner Interkantonalen Regierungskonferenz und geht auf Herausforderungen im Bereich des Bevölkerungsschutzes ein. Die Fragen stellte Marco Feldmann.

Behörden Spiegel: Herr Staatsrat, welche Aufgaben hat die Regierungskonferenz Militär, Zivilschutz und Feuerwehr und wie setzt sie sich zusammen?

Gobbi: Unsere Konferenz besteht aus den in den jeweiligen Kantonen für die Bereiche Militär, Zivilschutz und Feuerwehrwesen zuständigen Regierungsrätinnen und Regierungsräten. Hinzu kommt die Innenministerin des Fürstentums Liechtenstein. Die Regierungskonferenz Militär, Zivilschutz und Feuerwehr
koordiniert Angelegenheiten, die für kantonale Militärbelange, den Zivilschutz und das Feuerwehrwesen für die Schweizer Kantone und das Fürstentum Liechtenstein von gemeinsamem Interesse sind.

Behörden Spiegel: Geht es etwas konkreter?

Gobbi: Als wichtiges Instrument des Schweizer Föderalismus vertreten wir die Interessen der Kantone gegenüber dem Bund in unseren Themenbereichen.
Strebt beispielsweise der Bund Gesetzesänderungen im Militär oder im Zivilschutz an, so versucht unsere Konferenz die Haltungen der Kantone möglichst zu bündeln und beim Bund pragmatische und praktikable Lösungen durchzusetzen. Zudem wirken wir an zahlreichen gemeinsamen Projekten von Bund und Kantonen mit. Diese Projekte reichen von der Schaffung eines sicheren elektronischen Datenverbundsystems bis zur eventuellen Einführung eines obligatorischen Orientierungstages über die Instrumente der Schweizer Sicherheitspolitik für Schweizerinnen.

Behörden Spiegel: Vor welchen speziellen Herausforderungen steht eigentlich der Schweizer Bevölkerungsschutz?

Gobbi: Eine große Herausforderung stellt die Stärkung der Resilienz – vereinfacht gesagt, der Widerstandsfähigkeit – von Kritischen Infrastrukturen dar. Bei Stresstests
hat sich nämlich gezeigt, dass diese teilweise sehr verletzlich sind. Es geht nun darum, unsere Resilienz beispielsweise für den Fall eines lang anhaltenden Stromausfalls zu verbessern. Auch die zunehmenden Naturkatastrophen stellen für die Schweiz große Herausforderungen dar.

Sospetti legami terroristici

Sospetti legami terroristici

Da laRegione | C’è l’ombra dell’Isis dietro l’arresto a Chiasso di due giovani coniugi tunisini. Misure al vaglio

La coppia era giunta al Centro di registrazione e procedura alcune ore prima dell’azione di polizia coordinata dalla FedPol. Il riserbo è massimo.
A Chiasso ci erano arrivati da poco. Con tutta probabilità i due cittadini tunisini avevano varcato il cancello del Centro di registrazione e procedura per richiedenti l’asilo di via Motta sabato. Poi domenica notte, verso le 23, è scattata l’operazione di polizia, coordinata dalla FedPol, la Polizia federale. Una decina gli agenti della Cantonale entrati in azione. Ma loro, marito e moglie sulla trentina, non hanno opposto resistenza. E a quel punto sono scattate le manette. Certo sulla coppia pesa un sospetto grave: si presume, infatti, possa avere dei legami con attività terroristiche svolte all’estero. A livello federale le bocche sono cucite: il riserbo massimo. Cathy Maret, a capo della comunicazione dell’Ufficio federale di polizia, da noi interpellata ieri si è limitata a confermare l’arresto di due individui ritenuti potenzialmente un rischio per la sicurezza interna del Paese. «Al momento – ha precisato Maret – sono in corso delle verifiche per esaminare le misure da prendere». Che in questo contesto specifico fanno riferimento a delle «misure di Polizia amministrativa», e meglio a un divieto d’entrata o a un rinvio. Quali legami terroristici avevano i due giovani coniugi tunisini arrestati a Chiasso? C’è chi ipotizza, come riferito ieri da Ticinonews che ha anticipato la notizia, un collegamento con l’ultimo attentato a Marsiglia. Il primo ottobre scorso nella città francese sempre un tunisino, Ahmed Hannachi, aveva ucciso a coltellate due donne alla stazione. Fatti che, solo qualche ora prima del blitz a Chiasso, al di là della frontiera, a Ferrara hanno portato all’arresto di un fratello dell’attentatore, già inseguito dalle forze dell’ordine.

Gobbi: ‘Siamo esposti a dei rischi’
C’è un collegamento tra l’intervento della Polizia cantonale e Federale e quanto accaduto in Italia? Nessuno si sbilancia. Neppure il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. Sussiste una relazione con Marsiglia? «Non posso né confermare né confutare l’informazione. Semplicemente non posso – ci dice il consigliere di Stato –. Vi sono diverse misure che vengono intraprese durante l’anno e confermano, comunque – tiene a sottolineare –, la bontà e l’utilità dei controlli che vengono effettuati in entrata, da parte delle Guardie di confine, e che possono sfociare in una riammissione semplificata; rispettivamente i controlli più approfonditi di sicurezza e di identità su coloro che intraprendono una procedura d’asilo, visto che poi rischiano di rimanere per lungo tempo sul nostro territorio». Un episodio come quello che si è verificato a Chiasso, con l’arresto di due persone che potrebbero essere vicine ad ambienti terroristici internazionali, la preoccupa? «Evidentemente sono sempre segnali preoccupanti. E dimostrano come ci sia un’alta mobilità – ci risponde Gobbi –. Il fatto, ad esempio, che anche l’accoltellatore di Turku (in Finlandia ad agosto, ndr) sia passato da Chiasso – il giovane, marocchino, qui aveva chiesto asilo nel 2016, ndr –, ci fa capire come la nostra posizione geografica sia, da un lato, strategica, ma dall’altro ci esponga a maggiori rischi legati ai flussi migratori, legati alla vicinanza della metropoli lombarda. È importante, però, riconoscere – rimarca ancora il direttore del Di –, che molto è stato intrapreso nell’ambito dei controlli preventivi, volti a depistare per tempo entrate che possono mettere in pericolo la sicurezza interna». Sul fronte federale e cantonale si è reagito in modo adeguato? «Il Cantone si occupa soprattutto della popolazione residente. A livello federale Segreteria di Stato della migrazione, Guardie e FedPol naturalmente lavorano insieme. C’è poi il gruppo Tetra – mirato alla lotta al terrorismo di matrice jihadista in Svizzera, ndr – che ha permesso di attivare una rete di collaborazione anche sul piano dei servizi di informazione, oltre che di polizia». La soglia d’attenzione quindi è alta. «Lo è. Queste persone – conclude Gobbi – cercano di andare laddove pensano di essere meno controllati. Ma qui i controlli ci sono».

Terrorismo, arresti a Chiasso

Terrorismo, arresti a Chiasso

Da RSI.ch | In manette in due domenica sera al centro per richiedenti l’asilo

Il servizio al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Terrorismo-arresti-a-Chiasso-9645952.html

Due persone sono state arrestate domenica sera al centro per richiedenti l’asilo di Chiasso dalla polizia ticinese su richiesta di quella federale. La notizia, anticipata da Ticinonews, ci è stata confermata dalle forze dell’ordine cantonali. Secondo il portale, si tratterebbe di tunisini e ci sarebbero legami con l’attentato di Marsiglia costato la vita a due giovani donne.

I fermati rappresentavano un potenziale rischio per la sicurezza interna in relazione ad attività terroristiche all’estero, si limita a confermare dal canto suo la fedpol, che parla di presunte simpatie per l’IS ma non si sbilancia sul nesso con l’accoltellamento in Francia. Precisa che verifiche sono in corso per esaminare le misure di carattere amministrative da prendere. Non si tratta di un caso straordinario, spiega: da inizio 2017 sono già stati decisi otto rinvii in patria e decine di divieti di ingresso nel paese.

Il reclutatore, gli incontri in carcere e le minacce

Il reclutatore, gli incontri in carcere e le minacce

Dal Corriere del Ticino | L’intervista – Norman Gobbi «È un caso che ho vissuto con grande apprensione» – Il consigliere di Stato e quel sospiro di sollievo

Approfondimento completo su www.cdt.ch

Il Corriere del Ticino ha ricostruito la storia del turco in odore di estremismo espulso qualche mese fa. Oggi è colpito da un divieto d’entrata, ma come ha vissuto questo caso che si trascina ormai dal 2010, quando è entrato in Governo?

«Si è trattato di un caso lungo e complicato che ha visti coinvolti diversi servizi: dall’Ufficio della migrazione alla polizia cantonale che hanno collaborato con la Segreteria di Stato della migrazione, la polizia federale e il Servizio delle attività informative – l’intelligence federale per intenderci. Da una parte non nascondo che, proprio per la pericolosità dello straniero, l’ho vissuto con preoccupazione e apprensione. Ma ho sempre avuto fiducia nell’operato dei miei collaboratori e degli agenti cantonali e federali coinvolti. Per questo motivo ero certo che tutti avrebbero lavorato intensamente e con il massimo impegno, sacrificando pure momenti di festa con i propri famigliari, per riuscire a risolvere il caso e allontanare il personaggio dal nostro territorio proprio per motivi legati alla sicurezza interna. Ancora una volta voglio ringraziare tutti i miei collaboratori coinvolti per aver portato a termine con successo questa delicata operazione».

Le risulta che fosse sorvegliato in incognito 24 ore su 24?

«Si trattava di una persona ritenuta pericolosa pertanto ero a conoscenza del fatto che fosse oggetto di attività di polizia. Anche se sono il capo Dipartimento non conosco però le modalità e le tattiche utilizzate per questo genere di operazione poiché sono, logicamente, esclusiva competenza di chi conduce le indagini».

I contatti tra l’uomo condannato per legami con il terrorismo di matrice islamica già dipendente della Argo 1 e il rifugiato sono appurati. Andava a fargli visita al penitenziario ed è stato lui ad accoglierlo il giorno della scarcerazione. Questi fatti sono noti al Consiglio di Stato?

«A scanso di equivoci e per evitare ulteriori speculazioni, tengo a ricordare che nel nostro Paese vige la separazione dei poteri. Quando la magistratura porta avanti un’inchiesta penale, l’Esecutivo non possiede questo genere di informazioni. Ma su questo ha già riferito in maniera esaustiva il presidente del Consiglio di Stato e mio collega Manuele Bertoli in occasione dell’incontro informativo con i media per riferire delle decisioni che il Governo ha preso la scorsa settimana sul caso Argo 1. In ogni caso per essere chiari: l’inchiesta legata alle attività del reclutatore nel frattempo condannato e l’inchiesta che poi è sfociata nel caso Argo 1, sono due inchieste ben distinte. La prima portata avanti per competenza dal Ministero pubblico della Confederazione e la seconda dal nostro Ministero pubblico».

Insomma emergono sempre ulteriori relazioni tra questi uomini e la vicenda Argo 1. Al cittadino che osserva preoccupato e perplesso, Gobbi come risponde?

«Per ulteriore chiarezza proprio nei confronti di tutti i cittadini ribadisco che le due inchieste sono separate e quindi non è corretto relazionarle ed accostarle l’una all’altra. Se ci chiniamo sulla problematica legata al terrorismo posso ribadire che la Svizzera non risulta essere uno degli obiettivi principali delle organizzazioni terroristiche anche se il rischio zero in questi casi non esiste. Il nostro Paese è piuttosto il luogo dove probabilmente vengono effettuate attività di reclutamento e legate al finanziamento di queste “ignobili” azioni. Ma tengo a sottolineare che non stiamo con le mani in mano. Da una parte ho fiducia nelle nostre forze dell’ordine e nella nostra intelligence. E dall’altra a livello politico ci stiamo muovendo. Di recente il Governo ticinese, rispondendo a una consultazione federale, ha infatti chiesto a Berna – su proposta del mio Dipartimento – di valutare l’inasprimento delle pene per i reclutatori che spingono alla radicalizzazione. Non da ultimo, la scorsa settimana abbiamo scritto a tutti i Comuni sensibilizzando sulla distribuzione delle copie del Corano nell’ambito della campagna “Lies!” indicando ai nostri enti locali, come stabilito dalla Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, di ritenere anticostituzionale questa iniziativa. Il primo «È un caso che ho vissuto con grande apprensione» Il consigliere di Stato e quel sospiro di sollievo modo per sconfiggere le organizzazioni terroristiche è prevenire la radicalizzazione e puntare invece su attività di integrazione. Ci stiamo adoperando per contrastare il terrorismo, la radicalizzazione e continueremo con gli sforzi che abbiamo intrapreso a più livelli».

Sappiamo delle minacce che questo uomo ha rivolto a funzionari e politici. Questo fatto è preoccupante. Senza entrare nel dettaglio di questioni delicate e riservate le chiediamo se sono state prese tutte le misure del caso per proteggere chi ha fatto unicamente il proprio lavoro.

«Ovviamente i collaboratori che hanno ricevuto questo genere di intimidazioni, a dipendenza della loro gravità e del coinvolgimento nel caso, hanno ricevuto supporto e protezione dalle forze dell’ordine. Momenti non facili, soprattutto a livello umano e personale. Per questo motivo la loro sicurezza e quella delle loro famiglie era la priorità. Va anche detto che quello delle minacce a politici e funzionari è un fenomeno in aumento, ma non per forza è legato a personaggi pericolosi come quello di cui stiamo parlando. E si tratta anche di un tema al quale non sono indifferente. Infatti, dedicherò il prossimo incontro con i miei funzionari dirigenti a questo argomento, spiegando come agisce la polizia cantonale nelle situazioni di persone minacciate personalmente nel loro ambito professionale. In questo senso il comandante, prendendo spunto dalle esperienze delle polizie degli altri cantoni, ha istituito all’interno del corpo un nuovo servizio per la presa a carico proprio di questi casi. Considerati i primi incoraggianti risultati, intendiamo sviluppare ulteriormente questa unità e intendo portare il tema delle minacce contro gli impiegati statali sul tavolo del Governo con lo scopo di estendere quanto fatto dal mio Dipartimento a tutta l’Amministrazione cantonale nonché per sensibilizzare maggiormente anche i Comuni».

Quando il 39.enne è stato espulso dal nostro territorio, ha tirato un sospiro di sollievo?

«Si, senza ombra di dubbio. Per i miei collaboratori coinvolti nella vicenda, ma soprattutto e principalmente per tutti noi cittadini ticinesi. È stato un esempio di buona collaborazione tra autorità cantonali e federali, che dimostra ed evidenzia l’impegno e la professionalità di chi lavora per tutelare la nostra sicurezza».

Come possiamo essere certi che costui oggi sia davvero in Turchia e non possa avvicinarsi nuovamente al Ticino?

«Su di lui pende un divieto di entrata in Svizzera e ed è pure segnalato alle autorità federali. Se dovesse ripresentarsi sul nostro territorio verrebbe immediatamente espulso e rispedito nel suo Paese d’origine. E poi come responsabile della sicurezza ma soprattutto come cittadino ho piena fiducia nell’operato delle nostre forze dell’ordine».

Brissago, “siamo scossi”

Brissago, “siamo scossi”

Da RSI.ch | Asilante ucciso, il comandante Cocchi: “Niente grilletti facili”. Il capo delle istituzioni Gobbi: “Sostegno all’agente”. I primi elementi emersi sul fatto di sangue

Video, foto e audio nell’articolo: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Brissago-siamo-scossi-9638290.html

“Siamo scossi per quanto successo a Brissago”, ha detto Matteo Cocchi, comandante della polizia cantonale ticinese, in apertura della conferenza stampa di sabato presso la sede di Noranco, indetta in seguito al fatto di sangue avvenuto nella notte a Brissago e costato la vita a un asilante, un 38enne dello Sri Lanka, rimasto ucciso dallo sparo di un agente.

“Fiducia agli agenti e al corpo di polizia. Dobbiamo essere pronti a reagire in situazioni di questo tipo. I nostri agenti decidono in poco tempo. E qui la situazione è stata portata avanti secondo le nostre direttive”, ha aggiunto. Cocchi ha pure precisato che l’allarme era stato lanciato da altri asilanti dello Sri Lanka. “C’era un litigio in corso e gli agenti, al telefono, non avevano capito cosa stava succedendo. Dopo aver valutato la situazione, una volta giunti sul posto, sono entrati nello stabile, che ospita una decina di persone in attesa del permesso di soggiorno”.

“Sostengo pubblicamente tutti gli uomini della polizia cantonale, massima vicinanza e sostegno all’agente coinvolto” ha detto, da parte sua, il capo del dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, che difende l’operato del poliziotto che ha esploso due o tre colpi d’arma da fuoco (questo dettaglio è ancora da chiarire). L’agente non è stato sospeso e — sulla formazione delle reclute — il “ministro” non ha dubbi: “È adeguata, include situazioni di questo tipo”.

I primi elementi emersi sul fatto di sangue

I due agenti sono stati interrogati questa mattina davanti al procuratore pubblico Moreno Capella. Il poliziotto che ha sparato – un appuntato di 28 anni e 5 di servizio, difeso dall’avvocato Brenno Canevascini, ha raccontato che l’unica parte visibile del corpo dell’aggressore era quella superiore. Le gambe – solitamente la prima cosa a cui mirare – erano coperte dalla balaustra che da sulle scale. Nei confronti dell’agente, al momento, l’ipotesi di reato è di omicidio intenzionale con dolo eventuale. Non ci sono però gli estremi per l’arresto. Lui sostiene di aver agito per legittima difesa e per difendere terze persone.

Non risulta invece indagato l’altro agente. Il collega di pattuglia, un 46enne patrocinato dall’avvocata Giorgia Maffei, è stato sentito come persona informata sui fatti. Anche i due richiedenti l’asilo che hanno assistito alla scena sono stati ascoltati dagli inquirenti. Forse nelle prossime ore si procederà all’audizione degli altri due agenti che si trovavano a Brissago la notte scorsa. Sono stati ordinati gli esami del sangue del poliziotto sotto inchiesta e della vittima.

Gobbi: “A Berna la sicurezza non conta!”

Gobbi: “A Berna la sicurezza non conta!”

Dal Mattino della domenica | Riaprono i valichi di notte e si negano aumenti di personale alle guardie

Era venerdì scorso, alle porte del weekend, quando il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha appreso dai media (sic!) che a Berna avevano deciso di riaprire durante la notte i valichi secondari di Novazzano-Marcetto, Pedrinate e Ponte Cremenaga. Una settimana dopo il Consiglio federale decide di negare il potenziamento del personale delle Guardie di confine. Il nostro SuperNorman scuote la testa e afferma: “Il mio stupore – ma diciamola bene, la mia indignazione! – è quella della popolazione, che non comprende queste rinunce federali a voler controllare la porta di casa!”.

Quella della chiusura notturna di tre valichi, a titolo sperimentale per sei mesi, è stata una misura proposta dalla politica ticinese, ma soprattutto sostenuta dalla popolazione che vive vicino al confine e infine condivisa con il Governo federale. Terminata alla fine dello scorso mese la fase pilota, senza attendere che le dovute valutazioni arrivassero al Consiglio federale, i valichi sono stati aperti, domenica scorsa.

La reazione del nostro Consigliere non si è fatta attendere: “Questo modo di agire mi sembra una beffa nei confronti della nostra sicurezza! Che fretta c’era di riaprire, per tornare in seguito – forse – a chiudere? A questo punto, mi aspetto che chi da Berna ha preso questa decisione faccia tornare le Guardie a presidiare i valichi”.

E invece, a distanza di una settimana, un secondo segnale negativo per il Ticino: nessun effettivo in più per le Guardie di confine nel nostro Cantone: “Così la fattura la paga il Cantone, che dovrà supplire con i suoi mezzi alla carenza di guardie. Purtroppo a perderci sarà sempre e comunque la popolazione di frontiera, che in questi mesi aveva invece beneficiato della misura”.

In effetti, dati alla mano, possiamo dire che la scelta applicata in questi mesi ha già portato i suoi frutti. Per quanto riguarda i furti con scasso c’è stata infatti un’importante diminuzione dei reati, a livello cantonale di più del 30%, e del 45% per quanto riguarda i furti nelle abitazioni. Una misura che si somma alla regionalizzazione della Polizia, che in questi anni ha riportato gli agenti sul territorio con un forte effetto dissuasivo. Il nostro Consigliere è in effetti soddisfatto: “ci sono stati degli effetti positivi che fanno pensare che la misura non solo sia efficace, ma che vada ampliata anche ad altri valichi”.

Una misura che è stata voluta dai ticinesi. Che, come è stato rivelato dalle valutazioni fatte, ha accresciuto il senso di sicurezza percepito dalla popolazione residente: “Quella dei furti nelle abitazioni è una questione che incide molto su ognuno di noi, poiché la nostra casa è un ambiente nel quale abbiamo il diritto di sentirci protetti, ancora più che in altri luoghi. Chi ha già subito un furto di questo tipo sa bene cosa intendo, e come ministro della sicurezza non vorrei mai che un ticinese si sentisse in pericolo all’interno delle proprie mura domestiche!”.

Anche oltre confine, alla fine, non si sono potuti lamentare. Infatti la misura non ha creato nessun disagio nemmeno al traffico frontaliero, che ha continuato a viaggiare senza disagi di sorta.

Ebbene Berna: come la mettiamo? “Ciò che più m’infastidisce di questa situazione è che questa misura è stata fortemente voluta dalla popolazione residente nella fascia di confine, stufa di dover far fronte al turismo dei furti. Questo è un affronto alla volontà dei ticinesi che devono convivere con le conseguenze dell’apertura dei valichi, che meritano invece di vivere con lo stesso senso di sicurezza sul quale può contare il resto della popolazione del nostro Cantone!” termina seccato Gobbi. Ma la vicenda invece, non finisce qui.