Espulsi due radicalizzati

Espulsi due radicalizzati

Da RSI.ch | Un cittadino afgano e uno turco sono stati allontanati dal Ticino perchè ritenuti pericolosi

La mia intervista al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Espulsi-due-radicalizzati-9484336.html

Due persone ritenute pericolose e legate ad ambienti radicalizzati sono state espulse dal Ticino nelle scorse settimane. L’operazione, rimasta segreta fino ad ora, è stata condotta dalla Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni in collaborazione con la polizia cantonale, la Segreteria di Stato e la polizia federale.

I due uomini, come riportato martedì dal Corriere del Ticino, sono un cittadino turco di circa quarant’anni, in Svizzera dall’inizio degli anni 2000 con lo statuto di rifugiato, e un trentenne afgano richiedente asilo, nel paese dal 2015.

Entrambi avevano richiamato l’attenzione delle autorità per le loro frequentazioni dubbie e sono stati rimandati nel loro paese d’origine. Restano segrete le regioni del Ticino dai quali i due sono stati allontanati ma gli stessi avevano intrecciato relazioni sia nel Cantone, che in Italia come pure in altre nazioni.

I filoni di inchiesta che però hanno portato al successo di questa operazione erano comunque separati poiché i due espulsi non avevano alcun legame tra loro.

Terrorismo Due uomini pericolosi: espulsi

Terrorismo Due uomini pericolosi: espulsi

Dal Corriere del Ticino | L’inedita vicenda di un cittadino turco e uno afgano che vivevano in Ticino a contatto con ambienti radicalizzati Le loro frequentazioni dubbie e movimenti sospetti hanno portato i funzionari e la polizia alla drastica soluzione

Mentre in tutta Europa è allerta terrorismo, in Ticino sono stati espulsi un cittadino turco e uno afgano. Due persone ritenute pericolose, legate ad ambienti radicalizzati frequentati da soggetti molto vicini all’ideologia jihadista. Al centro dell’operazione c’è la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni che ha collaborato sul caso con la Polizia cantonale, la Segreteria di Stato della migrazione e la polizia federale. L’inedita vicenda è stata condotta nel pieno della bufera sui permessi falsi, una vicenda scoppiata in febbraio con arresti, polemiche e inchieste, ma il tutto è avvenuto nel più stretto riserbo, senza che nulla trapelasse, per il rischio di fallimento. Il tutto è avvenuto anche grazie al lavoro d’intelligence e ha permesso di prendere conoscenza di situazioni che non erano note e comprovate.

Il cittadino turco, sulla quarantina, aveva uno statuto di rifugiato riconosciuto, ed era entrato nel nostro Paese all’inizio degli anni Duemila. Tra i motivi che hanno spinto le autorità ad allontanare l’uomo, all’inizio dell’anno, spiccano i presunti legami che avrebbe intrattenuto con ambienti islamisti radicali. È stato considerato una potenziale minaccia per il nostro Paese. Per contro il cittadino afgano, sulla trentina, era un richiedente l’asilo entrato in Svizzera nel 2015. Il suo allontanamento è più recente, è avvenuto nel corso dell’estate. Un altro individuo giudicato dai servizi specializzati un serio pericolo, visti i suoi contatti con altri individui radicalizzati. Entrambi sono stati allontanati e rimandati nel loro Paese d’origine con un biglietto di sola andata.

I due hanno richiamato l’attenzione delle autorità per le loro frequentazioni dubbie e i movimenti sospetti. Un sottobosco di radicalizzazione allo jihadismo che è emerso anche dal recente processo contro Ümit Y., l’agente di sicurezza che lavorava nei centri per richiedenti l’asilo per Argo 1, la società al centro della vicenda del mandato diretto del DSS. L’atto d’accusa a suo carico della Procura federale citava diverse situazioni di ritrovi sospetti, facendo anche nome e cognome delle persone interessate. Rimane top secret la regione del Ticino che ha visto i due espulsi protagonisti, mentre gli stessi intrattenevano legami sia in Ticino, che in Italia, come pure in altri Paesi. Mentre i due non erano uniti da legami o rapporti, i filoni che hanno portato al successo di questa operazione erano separati.

NORMAN GOBBI – «La Svizzera è un luogo di reclutamento»

Ticino, radicalismo, terrorismo e sostenitori del sedicente Stato islamico. Dobbiamo iniziare ad avere paura?

«Quando sono state colpite da attentati terroristici città come Parigi, Bruxelles, Berlino, Londra, Manchester e Barcellona – e negli ultimi due anni è successo purtroppo troppe volte – ho ricordato che alle nostre latitudini il rischio zero, ovvero la possibilità che anche da noi si verifichino attacchi simili, non esiste. Questi attacchi colpiscono laddove fa più male: nel cuore pulsante delle comunità, dove la gente sta vivendo la propria quotidianità. Ma, per tornare alla sua domanda, no, non dobbiamo iniziare ad avere paura, perché è proprio quello l’obiettivo finale di questi movimenti radicalizzati: insinuare la paura nella popolazione. Ricordo anche che la Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi, tuttavia l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra autorità politiche e forze dell’ordine a livello nazionale e internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni».

Si parla spesso di casi isolati, ma poi ne emergono di nuovi. Fino ad oggi ci siamo illusi di essere un territorio immune?

«Dalle informazioni fornite dal Servizio delle attività informative della Confederazione il nostro Paese non si presta a essere uno degli obiettivi principali dei terroristi. Come dimostrano alcuni arresti avvenuti in passato – e nemmeno troppo lontano – la Svizzera è piuttosto un luogo in cui avviene il reclutamento per la diffusione di ideologie di questo genere e per il finanziamento di queste ignobili azioni. Anche in passato, per altri tipi di terrorismo il nostro territorio si prestava a questo genere di attività. E non da ultimo non va dimenticato che vicino a noi, al di là del confine, ci sono luoghi problematici. E penso in questo senso alla moschea di Varese dalla quale sono transitate persone pericolose».

Cosa si sente di dire dei due casi che arrivano alla ribalta oggi?

«Innanzitutto voglio esprimere il mio ringraziamento a tutti i miei collaboratori: funzionari e agenti di polizia che con pazienza e tenacia si sono occupati dei casi. Il lavoro che svolgono queste persone spesso è dietro le quinte, non si vede. Ma grazie al loro impegno, il nostro territorio rimane un posto sicuro dove vivere. E non da ultimo, tengo a ringraziare anche tutte le persone che lavorano per i servizi della Confederazione che hanno reso possibile ottenere un risultato di successo per entrambi i casi».

Molti si chiederanno: per due che sono stati allontanati, quanti altri jihadisti operano nell’ombra in Svizzera e in Ticino?

«Difficile da dire. Possono anche essere persone che transitano sul nostro territorio per un breve periodo. Per questo motivo è fondamentale che cittadini, enti e associazioni, insomma chiunque noti qualcosa di sospetto sul nostro territorio lo segnali alle nostre forze dell’ordine. In questo senso mi piacerebbe che le persone attive nelle nostre moschee fossero più attive nel segnalare personaggi sospetti. Quando a febbraio è stato arrestato il reclutatore sul nostro territorio grazie a un blitz delle forze dell’ordine la Lega dei musulmani ha negato di aver subito una perquisizione. Ma poi, durante il processo dell’imputato al Tribunale penale federale è emerso invece che la sede era stata perquisita. Su questo aspetto non smetterò mai di insistere: occorre trasparenza!».

La Sezione della popolazione con questa azione ha certamente fatto «un colpaccio». E dire che mentre si lavorava nell’ombra su questi delicati casi imperversava il cosiddetto scandalo dei permessi falsi. Come commenta?

«Ancora una volta il plauso va al lavoro di chi, anche quando si trovava nell’occhio del ciclone, non ha mai smesso di svolgere al meglio il proprio mandato. Persone che, mentre imperversava la tempesta, hanno lavorato anche durante i giorni di festa, in un clima caratterizzato da dubbi e attacchi da più fronti, soprattutto a livello mediatico».

Ma come si fa ad arrivare a smascherare queste persone?

«Spesso è un lavoro lungo. E la collaborazione tra autorità è fondamentale: prima di tutto tra servizi interni e poi con la Confederazione – penso il particolare alla Segreteria di Stato della migrazione, alla Polizia federale e al Servizio delle attività informative – e con le autorità internazionali. Lo scambio d’informazioni è quindi basilare. Un grosso contributo spesso lo danno anche le segnalazioni dei cittadini – che amo definire le nostre sentinelle sul territorio – e dei funzionari che si occupano delle pratiche. Ciò nonostante le grandi difficoltà date dagli strumenti legislativi che abbiamo a disposizione: risorse insufficienti per poter svolgere al meglio il nostro lavoro. A livello svizzero, ci stiamo muovendo tra Cantoni insieme al Dipartimento federale di giustizia e polizia per poter disporre di più mezzi per contrastare organizzazioni criminali e di stampo terroristico. Vogliamo modificare la base legale perché al momento, soprattutto il codice penale, è troppo debole. Pensiamo alla condanna del reclutatore arrestato qualche mese fa e recentemente condannato. Sei mesi per questo genere di reati sono davvero una pena troppo lieve a mio modo di vedere».

Abbiamo parlato dei suoi funzionari, ma che ruolo hanno avuto la Polizia cantonale e quella federale?

«Ovviamente, il ruolo della nostra Polizia è stato centrale. Il Servizio cantonale d’intelligence ha infatti lavorato in fase preventiva e ha evidenziato le due situazioni a rischio, per poi trasferire le informazioni e tutti gli elementi alla Polizia federale che, per competenza, ha avviato le indagini giudiziarie».

Nelle scorse settimane c’è stata la condanna di Ümit Y., già agente di sicurezza di Argo 1. Tra lui e i due espulsi c’erano dei legami di qualche genere?

«Non lo so dire. In casi come questi le inchieste sono condotte dagli inquirenti, e determinate informazioni sono strettamente confidenziali. D’altra parte nel nostro sistema democratico vige la separazione dei poteri. In ogni caso sono fiducioso sul lavoro svolto dalle nostre autorità giudiziarie in questo ambito».

(Articolo e intervista di Gianni Righinetti)

‘Anche qui lupi vestiti da agnello’

‘Anche qui lupi vestiti da agnello’

Da laRegione | Simpatizzanti dell’Isis in Ticino, Gobbi: nessuna paura, ma servono integrazione e intelligence La condanna dell’indottrinatore svela un contesto preoccupante. ‘Dalle moschee mi aspetto più trasparenza. Dicevano di non essere state controllate, invece…’

«Beh – commenta il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi –, spesso i lupi indossano il vello da agnelli». Anche in Ticino. Perché dalle pagine dell’atto d’accusa che venerdì ha condannato a due anni e mezzo il 32enne indottrinatore di Lugano emerge un sottobosco preoccupante: nelle sue opere di proselitismo in favore del gruppo jihadista Al-Nusra, l’ex agente di sicurezza della Argo 1 ha incontrato – anche in locali pubblici del Luganese – una decina di persone interessate all’estremismo. Alcune di esse, tra le quali spicca un ex candidato alle Comunali di Lugano, non nascondevano di simpatizzare per l’Isis. Persone che potremmo sovente giudicare ‘normali’: spesso figli o nipoti di immigrati ben inseriti nella società, forse con una famiglia e di sicuro a piede libero. Sono tra noi. Magari seduti la mattina nel tavolo accanto a bere il caffè. «Pure diversi ‘foreign fighter’ partiti per Siria o Iraq avevano un simile profilo. Ciò dimostra – dice Gobbi alla ‘Regione’ – che anche se si nasce e si cresce qui, può essere necessario un lavoro di integrazione. La fragilità umana si presta ad agevolare queste situazioni».

L’integrazione è però un lungo percorso. Questi potenziali ‘lupi’ sono invece tra di noi già oggi. Che fare?
Si prenda l’inchiesta sfociata nell’arresto del cosiddetto indottrinatore di Lugano. Non è stata frutto del caso, ma figlia del lavoro di intelligence svolto dalla Polizia cantonale in collaborazione con la Fedpol. È quindi importante permettere alle forze dell’ordine di poter svolgere questo tipo di attività. Ma gli strumenti legislativi sono insufficienti, compreso il Codice di procedura penale troppo tutelante.

E quindi?
Quindi come Cantoni stiamo lavorando con Berna a una modifica dei codici, in modo di disporre di più mezzi per la lotta contro le organizzazioni criminali e quelle legate al terrorismo. La base legale prevista per ‘reati normali’ è troppo debole.

Altri mezzi che mireranno a potenziare la sorveglianza?
Certo. Anche se quando si parla di sorveglianza, spesso la mente corre alle schedature. Oggi però la situazione è diversa. Da un lato perché informazioni sul nostro conto sono già in circolazione: basta pagare con la carta in un centro commerciale. D’altro canto c’è un interesse collettivo a tutelarsi da simili devianze.
Devianze che spesso superano i confini cantonali e nazionali. L’inchiesta che ha portato in carcere il 32enne si riallaccia a casi italiani.
È vitale che i nostri collaboratori abbiano buoni contatti anche a sud del confine. Spesso critico le relazioni con l’Italia, ma nell’ambito della sicurezza fortunatamente la collaborazione funziona e dà ottimi risultati. D’altronde gli obiettivi sono gli stessi: per loro che non scappino e non si rifugino in un ‘puerto escondido’ ticinese; per il Ticino che non arrivino sul territorio certi personaggi.

E la collaborazione con i musulmani?
L’ho già detto: sarei contento di ricevere una segnalazione da chi è attivo nelle moschee. Quando però a febbraio ha avuto luogo il blitz che ha portato all’arresto dell’indottrinatore, la Lega dei musulmani ha negato di aver subito controlli. Dagli atti del processo è invece emerso che la sede è stata perquisita. Se vogliono ottenere la fiducia che richiedono, è necessario che adottino un approccio più trasparente. Su questo punto sono abbastanza duro. Anzi, non abbastanza duro: sono duro. Punto.

Concludendo Gobbi, dobbiamo avere paura dei lupi?
Il pericolo zero non esiste. Non penso però che si debba aver paura. La Svizzera non risulta come obiettivo principale. Può tuttavia essere una piattaforma di reclutamento per la diffusione di tali ideologie o per il loro finanziamento, come lo è stato in passato per altri tipi di terrorismo. E poi attenzione: vicino a noi ci sono luoghi problematici. Penso per esempio alla Moschea di Varese, dove sono passati personaggi pericolosi.

(Articolo di Paolo Ascierto)

Non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza

Non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza

Da Ticinonews|Norman Gobbi commenta i tragici fatti di Barcellona. “Le nostre forze dell’ordine si sono adattate alla minaccia”

“Un altro vile attacco laddove fa più male: nel cuore di una città, in cui turisti e residenti vivevano un momento di tipica quotidianità”. Queste le parole del direttore del dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, da noi contattato per un commento sui tragici fatti di Barcellona.

“Purtroppo i terroristi non guardano in faccia a nessuno e anzi, si distinguono proprio per colpire e uccidere innocenti. Barcellona purtroppo è l’ultima di una serie di meste tragedie che hanno toccato altre città europee: Parigi, Nizza, Bruxelles, Berlino, Londra e Manchester sono purtroppo associate a tragici fatti”.

“Ma non voglio e non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza – ha proseguito Gobbi – questi attacchi vanno condannati e questi scenari sanguinari e ignobili non possono divenire parte della nostra normalità! La cultura del terrore non può insinuarsi, perché vorrebbe dire scendere a compromessi con il male”.

I fatti di Barcellona rilanciano immancabilmente il tema della sicurezza. Cambierà qualcosa anche alle nostre latitudini? “La Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi ma l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra Autorità politiche e forze dell’ordine a livello internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni”.

“Non possiamo restare con le mani in mano – conclude Gobbi – Alle nostre latitudini le nostre forze dell’ordine si sono adattate alla minaccia. Infatti, da qualche tempo la Polizia cantonale ha preso alcune misure di sicurezza per far fronte a rischi simili: il più visibile è l’utilizzo del giubbotto anti-proiettile da parte dei nostri agenti. A fronte dei recenti episodi che hanno macchiato di sangue l’Europa inoltre sono state prese misure puntuali, come nell’ambito di grandi manifestazioni dove un grande numero di persone si raduna. Pensiamo ad esempio ai recenti festeggiamenti per la nostra festa nazionale: in questi casi la Polizia cantonale ha utilizzato sbarramenti in cemento per evitare che mezzi pesanti potessero scagliarsi sulla folla”.

Leggi l’articolo sul portale Ticinonews: http://www.ticinonews.ch/ticino/402122/non-dobbiamo-rassegnarci-all-indifferenza

Maggior sicurezza? Ecco i fatti

Maggior sicurezza? Ecco i fatti

Da laRegione | Il dibattito – di Norman Gobbi, Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Abbiamo fatto passi da gigante, in Ticino, per la sicurezza. È vero, i risultati variano di regione in regione, ma la tendenza generale che si sta seguendo negli ultimi anni è rassicurante su più fronti. Basti ricordare come i furti con scasso siano diminuiti nello scorso anno del 14% rispetto al 2015, e oltre che dimezzati numericamente rispetto al 2013, e che in zone come il Mendrisiotto, la diminuzione è ancora più accentuata. Questo è il risultato di scelte ben precise, come ad esempio una maggiore e migliore presenza sul territorio dei nostri agenti.

Purtroppo la cronaca ci ricorda che determinate zone del nostro Cantone, data la loro vicinanza al confine, rischiano di essere maggiormente toccate da fenomeni come quello della criminalità transfrontaliera. È una problematica reale, ma stiamo lavorando per cercare delle soluzioni, su più fronti. In alcuni casi, le scelte che abbiamo fatto hanno già portato a dei risultati visibili e misurabili. E parlo ad esempio dell’attività dei Commissariati della Polizia cantonale in questo senso. In effetti, se il numero d’infrazioni per rapina lo scorso anno è aumentato di una decina di unità rispetto al 2015, il tasso di risoluzione di questi casi ha oltrepassato, nel 2016, il 60 per cento.

Ciò significa che in oltre la metà dei casi si è potuto identificare e rimettere alla Giustizia gli autori di queste rapine. È un dato molto significativo se consideriamo che in passato variava fra il 20 e il 30%, ed è la dimostrazione che la lotta alle rapine è un impegno che, con il mio Dipartimento, stiamo affrontando con il pugno di ferro. Grazie al lavoro di intelligence, con la formazione di nuovi agenti inquirenti presso la Polizia giudiziaria e con la maggior presenza degli agenti uniformati sul territorio. L’attività dei nostri agenti a favore della nostra sicurezza è intensa e quotidiana. Siamo certi che con le nostre scelte, corroborate dai fatti, potremo rendere il nostro Cantone un luogo ancora più sicuro e accogliente, in ogni sua regione.

Norman Gobbi: “Basta poco per rendere la vita difficile ai ladri!”

Norman Gobbi: “Basta poco per rendere la vita difficile ai ladri!”

Dal Mattino della domenica | L’estate è il periodo prediletto per i furti che sfruttano la nostra distrazione

Luglio. Tempo di vacanze per molti di noi. Lo è anche per il sottoscritto, in pausa dalle sedute di Consiglio di Stato. C’è però una categoria di “lavoratori” che non va mai in vacanza, ma che anzi intensifica la sua attività proprio in queste settimane che passiamo fuori casa, al mare o nelle piazze del nostro Cantone. Sto parlando proprio di loro: i ladri.

In quest’ultima edizione prima della vacanza estiva del Mattino ho pensato a un contributo utile a tutti, a chi lo legge seduto all’ombra in un grotto o da sotto l’ombrellone in spiaggia. Sì, perché mentre siamo fuori casa, anche per breve tempo, qualcuno potrebbe aver colto l’occasione per fare una visita sgradita alle nostre abitazioni.

Sempre meno furti con scasso

Grazie al buon lavoro della nostra Polizia, i furti negli ultimi anni sono diminuiti drasticamente. La maggior presenza sul territorio degli agenti ha infatti creato l’effetto dissuasivo sperato. Per darvi qualche dato, i furti con scasso nei primi cinque mesi di quest’anno sono praticamente dimezzati rispetto a due anni fa (sono passati da 919 nel 2015, a 591 nel 2016 e a 480 nel 2017). Anche i furti con scasso nelle abitazioni seguono questa tendenza positiva: da 575 nei primi cinque mesi del 2015 sono passati a 321 nel 2016 e a 223 nel 2017.

Qualche accorgimento a casa

Anche se questa evoluzione è molto positiva – soprattutto perché il furto con scasso è uno dei reati che più influisce sul nostro senso di sicurezza, toccandoci nella sfera più personale – ognuno di noi personalmente può rendere più difficile la vita ai ladri. Alcune volte, infatti, basta un qualche piccolo accorgimento per evitare di avere brutte sorprese. La Polizia cantonale ci propone dei semplici consigli da seguire prima di lasciare la nostra abitazione, soprattutto se lo si fa perché in partenza per una vacanza:

  • chiudete porte e finestre prima di lasciare il vostro domicilio, anche se si tratta di una breve assenza;
  • chiudete a chiave le porte d’entrata e le porte finestre anche nel caso in cui vi spostate solo sulla terrazza, in giardino o sul balcone;
  • conservate le chiavi in un luogo sicuro, evitate di nasconderle sotto un vaso di fiori o sotto lo zerbino;
  • palesate la vostra presenza all’interno dell’abitazione; di sera inserite il timer delle lampade, durante il giorno lasciate una radio accesa;
  • fate svuotare la bucalettere, oppure bloccate il servizio di corrispondenza tramite l’ufficio postale (vi è la possibilità di farlo attraverso Internet);
  • in caso di assenza prolungata, informate i vicini.

Attenzione agli scippi

Non è però solo in questo caso che dobbiamo fare attenzione ai delinquenti. È proprio quando le serate si fanno calde e lunghe, e le persone si riversano nelle strade per concerti e aperitivi, che aumenta la possibilità di farsi derubare con trucchetti ingannevoli o per colpa della nostra distrazione. Anche in questa situazione, la nostra Polizia ha qualche accorgimento da proporci che è sempre meglio tenere a mente:

  • portate su di voi pochissimo denaro contante e il minor numero possibile di oggetti di valore;
  • non lasciate mai incustoditi la vostra borsa e il vostro bagaglio;
  • riponete i vostri oggetti di valore in una tasca interna della vostra giacca possibilmente chiudibile;
  • quando camminate tra la folla, tenete borsetta, borsa del computer portatile, borsa a tracolla e zaino ben chiusi e stretti davanti al corpo;
  • non riponete mai i vostri oggetti di valore nelle tasche esterne dei vostri vestiti;
  • se avete pianificato di trascorrere le vacanze all’estero, prima della partenza informatevi sui trucchi spesso utilizzati dai ladri locali per derubare i turisti.

Anche “online” qualche accorgimento

Non sono da dimenticare infine le tentazioni offerte dai mezzi di comunicazione moderni. Soprattutto dopo mesi di duro lavoro, all’avvento di una vacanza desiderata da tanto tempo, potremmo essere allettati dall’idea di farlo sapere a tutti e – ammettiamolo – di suscitare anche un po’ d’invidia tra i nostri amici per la nostra partenza. Quale mezzo migliore che i social media per farlo? Ma ecco che quello “stato” pubblicato su Facebook o quella foto all’aeroporto pubblicata su Instagram diventano un’arma a doppio taglio. Quel messaggio che vuole essere un’esternazione di gioia, diventa invece una cartolina d’invito per i ladri a favorire delle abitazioni vuote. Fate attenzione quindi a ciò che comunicate! E forse anche le foto sulla spiaggia sarebbe meglio metterle al ritorno a casa, non si sa mai chi potrebbe venire a conoscenza del fatto che siete fuori casa e sapere quindi di agire indisturbato…

Ognuno di noi può fare qualcosa per migliorare la propria sicurezza, e ricordiamoci anche che grazie alle nostre segnalazioni possiamo sventare un qualche furto in più! I nostri agenti sono sempre disponibili, perciò se vedete delle situazioni ambigue, sia a casa sia in giro, non esitate ad allertare la Polizia! Mi piace pensare ai cittadini come sentinelle sul nostro territorio, collaboratori indispensabili per un buon lavoro di squadra, a favore della sicurezza di tutti i ticinesi!

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

La violenza domestica è una questione pubblica

La violenza domestica è una questione pubblica

Dal Mattino della domenica | Cresce il numero di interventi in Ticino per liti tra le mura di casa

Nelle scorse settimane si è parlato purtroppo ancora di violenza domestica, terminata con il peggiore dei drammi. E si tratta di due eventi in poche settimane. Uno ad Ascona, una donna macedone freddata in un autosilo. Un altro a Bellinzona, una donna eritrea che cade dal sesto piano di un palazzo. Entrambi sono il risultato di una lite domestica. Il colpevole in un caso, e il presunto nell’altra, fanno parte della famiglia. Due mariti che hanno dato fine alla vita della propria moglie.

Sono due – e a poca distanza l’uno dall’altro – i casi di cronaca che mi fanno ripensare a una situazione preoccupante. Le statistiche di violenza domestica non sono rassicuranti: se nei primi sei mesi del 2016 gli interventi per lite domestica erano 399, in questi primi sei del 2017 sono 529. 130 in più. Anche il numero di persone che hanno avuto bisogno di cure mediche è aumentato: da cinquantacinque nei primi sei mesi del 2016 a settantasei nel 2017. Anche le morti in ambito domestico, purtroppo, seguono la stessa tendenza: due nel 2014, una nel 2015, nessuna nel 2016 e infine già due quest’anno.

Maggiore apertura o problema “d’importazione”?

Da una parte questo ci fa pensare che le vittime o i testimoni di una violenza si aprono di più con la nostra polizia. Posso pensare che lo si faccia con una maggior coscienza del fatto che la polizia c’è, che i nostri agenti sono pronti a dare una risposta tempestiva alla richiesta di aiuto e che, in un momento di necessità, ci sarà un intervento che potrà dare sicurezza e protezione.

D’altra parte, però, è un numero che mi preoccupa. Mi preoccupa perché, anche se per ora a questo aumento non è data spiegazione, è una realtà che forse non ci appartiene così tanto, che non sentiamo nostra. Anche perché nel 69% dei casi di violenza domestica, statistiche alla mano, è coinvolto un cittadino straniero. Per di più, nel 31% dei casi lo sono entrambi i partner, come nei casi che hanno portato alla morte di due donne nelle ultime settimane. Si tratta di una “aggressività d’importazione”, che aumenta con l’aumento della popolazione non indigena sul nostro territorio? In ogni caso, è una situazione che non dobbiamo perdere di vista. Ma soprattutto, non dobbiamo, mai e poi mai, abituarci a certi episodi di violenza.

In attesa del Parlamento

Proprio qualche mese fa con il Consiglio di Stato, su proposta del mio Dipartimento, abbiamo avanzato delle proposte per accrescere la sicurezza delle persone coinvolte in episodi di violenza domestica. Il messaggio governativo chiede una modifica della Legge sulla polizia (LPol) per fare in modo che sia l’ufficiale di polizia a decidere l’allontanamento di una persona dal suo domicilio o il divieto di frequentare determinati luoghi, senza coinvolgere sistematicamente il pretore nella decisione, diminuendo in questo modo la burocrazia. Oltre a ciò, vi è anche la proposta di trasmettere automaticamente la decisione di allontanamento all’Ufficio dell’assistenza riabilitativa, che si occuperà in questo modo di prendere contatto con tutti gli autori di violenza domestica. Il messaggio è stato approvato a fine marzo: ora la parola è passata al Gran Consiglio, che spero si interesserà del tema al più presto.

Nuove proposte dal DI

La sicurezza di tutti i cittadini rimane sempre al centro del lavoro che stiamo svolgendo, con il mio Dipartimento, da anni. E ancor prima che la violenza domestica tornasse al centro del dibattito pubblico, con la Divisione della giustizia abbiamo elaborato ulteriori proposte che proprio questa settimana abbiamo inoltrato alla Commissione permanente in materia di violenza domestica. Due proposte che si potrebbero aggiungere alla modifica della LPol.

La prima consiste nell’utilizzare la sorveglianza elettronica come forma di prevenzione per evitare la recidiva. Il Ticino ha infatti già sviluppato un’ottima esperienza nell’utilizzo di questo strumento in altri ambiti, essendo un Cantone pilota per il progetto nazionale di sorveglianza elettronica. Con la seconda proposta vogliamo invece affrontare in profondità tutte le sfaccettature che compongono la violenza domestica: abbiamo infatti proposto alla Commissione di valutare la possibilità di introdurre una legge specifica al riguardo, come già succede in altri Cantoni.

La violenza domestica non è un fatto privato. Tocca le famiglie, il nucleo della nostra società. È un fattore che rischia di sgretolarne la coesione. La collettività deve quindi reagire, e questo anche a tutela della sicurezza pubblica. Le istituzioni fanno la loro parte nell’essere presenti e fare il possibile per evitare che questa situazione degeneri, ma anche i cittadini sono chiamati a fare la propria parte, denunciando situazioni che potrebbero portare a un’escalation di violenza preoccupante. Non stiamo quindi a guardare, ma agiamo!

«L’autorizzazione c’è per evitare il proliferare di canapai»

«L’autorizzazione c’è per evitare il proliferare di canapai»

Da Ticinonline.ch | Il consigliere di Stato Norman Gobbi sulla questione della canapa “light” in Ticino dopo l’ennesimo sequestro

BELLINZONA – «L’obiettivo è di evitare il proliferare di canapai e di coltivazioni di canapa». È quanto ci dice il consigliere di Stato Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni, da noi interpellato a seguito dell’ennesimo sequestro di cannabis a basso tenore di THC e quindi legale. Non appena arrivate sugli scaffali dei negozi, le sigarette a base della cosiddetta canapa “light” sono finite nel mirino della polizia. Stavolta è successo al grande distributore Coop, ma negli scorsi mesi era già capitato ad altri più piccoli rivenditori ticinesi. Il problema è sempre lo stesso: la mancata richiesta di un’autorizzazione alla vendita, che tuttavia è necessaria soltanto in Ticino.

Come mai, direttore Gobbi, nel nostro Cantone è stata scelta questa soluzione?

«Il Ticino, a differenza di altri cantoni svizzeri, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del duemila si trovò confrontato con il proliferare di canapai e coltivazioni di canapa con alto tenore di THC su tutto il territorio. Fenomeno che fu allora contrastato dalle operazioni Indoor della polizia cantonale e dai procedimenti penali aperti dal Ministero pubblico. Le autorità cantonali di allora, Governo e Parlamento, si adoperarono – anche in base al forte sostegno popolare – per dar luce a un quadro normativo che negli anni potesse regolamentare la problematica e al contempo scongiurare il ripetersi della situazione che si verificò allora. Senza dimenticare che la nostra diretta vicinanza all’Italia ci espone a fenomeni differenti rispetto agli altri cantoni».

Non è paradossale che solo in Ticino sia necessaria l’autorizzazione? Alla fine basta varcare il confine cantonale per procurarsi i prodotti, per esempio in Mesolcina.

«Direi di no. Considerato che la Legge federale sugli stupefacenti non regola in maniera esaustiva il tema, ogni Cantone dispone poi di un certo margine di autonomia per sancire regolamentazioni particolari. Mi spiego meglio. Prendiamo il caso della vendita di alcolici ai minori: in alcuni cantoni vino e birra si possono consumare già dai sedici anni, in altri no. Vale questo principio federalista».

Negli scorsi mesi per la questione della canapa “light” sono stati segnalati diversi interventi di polizia per la mancanza di un’autorizzazione. Questa legge non sta soltanto dando più lavoro alle forze dell’ordine?

«Anche in questo caso non sono d’accordo. La polizia cantonale è chiamata a far rispettare tutte le leggi e in quest’ambito interviene qualora la situazione lo richieda».

Finalmente il ruolo del Ticino riconosciuto a Berna!

Finalmente il ruolo del Ticino riconosciuto a Berna!

Dal Mattino della domenica | La Confederazione copre interamente i costi della sicurezza del Centro di Rancate

Negli ultimi tempi Berna si è fatta sentire, dando una risposta alla richiesta di contributo nella gestione dei flussi migratori in Ticino. Dapprima la disponibilità a sostenere la nostra Polizia, mentre questa settimana un secondo annuncio: la Confederazione si assumerà interamente i costi per la sicurezza al Centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata a Rancate.

Siamo ormai nel periodo caldo dell’anno, che negli ultimi anni corrisponde al periodo più intenso per i flussi migratori. Complice il bel tempo, gli sbarchi sulle coste italiane aumentano di giorno in giorno: sono ormai più di 70mila i migranti sbarcati fino ad ora, circa il 27% in più rispetto allo scorso anno. Anche se l’ondata migratoria alle nostre latitudini non si è ancora presentata come gli scorsi anni, questo dato ci fa pensare che non passerà molto tempo prima di vedere aumentare il numero di migranti che arriveranno ai confini italo-svizzeri.

Una possibile chiusura del Brennero?

Una situazione che potrebbe addirittura peggiorare data la situazione internazionale. È stata infatti una delle notizie più discusse di questa settimana il fatto che l’Austria avrebbe schierato 750 soldati e quattro veicoli blindati al Brennero lo scorso fine settimana. Il ministro della Difesa Hans Peter Doskozi aveva infatti affermato che l’Austria avrebbe avviato dei controlli e dispiegato soldati al confine se il flusso di migranti in arrivo sulle coste italiane non si fosse ridotto. Affermazione che in seguito è stata rettificata dal cancelliere austriaco Christian Kern, senza però escludere la presenza di un piano di emergenza nel caso il flusso aumentasse. È una situazione che mostra una certa criticità e che dobbiamo tenere sott’occhio: la chiusura di un’ulteriore “rotta” per i flussi migratori creerebbe molto probabilmente un peggioramento della situazione al nostro Confine.

Il ruolo centrale del Ticino

Sono tutti scenari che non sono attuali ma che potrebbero con molta probabilità manifestarsi, e per i quali ci siamo preparati. Proprio perché il Ticino ha un ruolo centrale che è quello di Porta Sud della Svizzera, come Cantone abbiamo richiesto un supporto importante da parte della Confederazione. Un supporto dovuto, anche perché ciò che facciamo per affrontare la situazione straordinaria in Ticino si riflette, in positivo, sugli altri cantoni e sulla sicurezza nazionale.

Trenta agenti in più

Proprio in queste settimane sono arrivate due buone notizie per il nostro Cantone. La prima, è che la nostra Polizia potrà contare su trenta agenti provenienti dal resto della Svizzera per far fronte, tra metà luglio a metà settembre, a un eventuale forte aumento di entrate illegali. La cosa positiva è che il loro impiego non dipenderà dal superamento di una certa soglia di entrate ma sarà possibile in ogni momento se lo riterremo necessario. Questo sforzo in più da parte degli altri cantoni servirà a sostenere la nostra Polizia in particolar modo su strade, nei treni e nelle stazioni sul territorio.

La Confederazione paga per Rancate

Questa settimana la seconda buona notizia da Berna: i costi per la sicurezza del Centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata a Rancate nel 2017 saranno assunti interamente dalla Confederazione. Grazie all’accordo che ho firmato con il Direttore generale dell’Amministrazione federale delle dogane, Christian Bock, arriva dopo che con il Consiglio di Stato abbiamo deciso di prolungare fino alla fine del 2018 l’operatività della struttura, su proposta del mio Dipartimento. Una struttura che si è in effetti rivelata la soluzione giusta alla situazione che abbiamo dovuto affrontare lo scorso anno, e che sarà indispensabile anche quest’anno. Come ho sottolineato due settimane fa in queste pagine, si tratta di continuare a garantire con la stessa efficienza anche quest’anno la sicurezza sul territorio per i ticinesi.

Il Ticino ha dimostrato di essere un partner affidabile per la Confederazione e per i Paesi limitrofi nella gestione dei flussi migratori. La nostra regione è la più toccata della Svizzera, ed è per questo che ho accolto con soddisfazione una risposta da Berna. Non si tratta solo di far fronte ai costi che il nostro Cantone deve assumersi come Porta Sud della Svizzera, ma si tratta soprattutto di aver riconosciuto il ruolo fondamentale che abbiamo nella gestione di questa situazione, che non è solo a favore di noi ticinesi, ma della sicurezza di tutta la nazione!

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

La Confederazione partecipa ai costi del Centro unico di Rancate

La Confederazione partecipa ai costi del Centro unico di Rancate

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni | La Confederazione si prenderà a carico e riverserà al Canton Ticino la totalità dei costi sostenuti nel 2017 per garantire la sicurezza nel Centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata di Rancate. È questo il contenuto di un accordo sottoscritto nei giorni scorsi dal Consigliere di Stato Norman Gobbi e dal Direttore generale dell’Amministrazione federale delle dogane Christian Bock.

Cantone e Confederazione hanno siglato un accordo che definisce le modalità con le
quali saranno riversati al Ticino i costi necessari a garantire la sicurezza nel Centro unico temporaneo di Rancate. La firma della convenzione giunge dopo che – nelle scorse settimane – il Consiglio di Stato aveva deciso di prolungare fino alla fine del 2018 l’operatività della struttura, accogliendo una proposta del Dipartimento delle istituzioni.

Il Ticino continuerà quindi a gestire l’infrastruttura per il soggiorno dei migranti, mentre i costi della sicurezza – che per il 2016 sono quantificati in circa 950’000 franchi – saranno assunti interamente dalla Confederazione. Il Cantone dovrà continuare ad assumersi i costi di esercizio del Centro.

In base alle proiezioni degli arrivi, l’interesse generale dei migranti sembra essere quello di attraversare i confini della Confederazione con l’obiettivo di raggiungere i Paesi del Nord Europa, anziché depositare una domanda d’asilo. In questo caso, se fermati dalle Guardie di confine, sulla base degli accordi internazionali essi entrano nella procedura di riammissione semplificata in Italia.

Il Centro di Rancate – gestito dal Corpo delle guardie di confine (Cgcf) e dalla Polizia cantonale con la collaborazione delle Regioni di Protezione civile – funge da alloggio per i migranti che non richiedono asilo alla Confederazione e le cui pratiche di riammissione semplificata non possono essere evase entro la chiusura notturna degli uffici della Polizia di frontiera italiana, con la quale la collaborazione continua ad essere ottima. Esso rappresenta una soluzione ottimale e dignitosa che permette ai migranti di rifocillarsi, di potersi riposare e di svolgere l’igiene personale in attesa della riapertura degli uffici di frontiera.

Il Dipartimento delle istituzioni esprime la propria soddisfazione per la firma dell’accordo, che costituisce un riconoscimento tangibile dell’importante ruolo svolto dal Ticino, a beneficio di Confederazione e Cantoni, nella gestione dei flussi migratori che hanno toccato il nostro Paese negli ultimi anni.