‘Accoglienza ma con garanzie’

‘Accoglienza ma con garanzie’

Da La Regione del 28 luglio 2016 | Il PPD chiede al Consiglio di Stato di rafforzare i controlli e rassicurare la popolazione – Fiorenzo Dadò: «Intervenire contro l’escalation di sentimenti negativi verso gli stranieri».

«Se vogliamo che la cittadinanza continui ad accogliere gli stranieri, l’autorità deve dare garanzie migliori rispetto a quanto fa oggi». Fiorenzo Dadò , capogruppo Ppd, è un fiume in piena. In redazione è appena giunto un comunicato stampa a nome del gruppo parlamentare “azzurro”, che elenca una serie di misure (vedi a lato) per “un’efficace prevenzione e una seria rassicurazione della popolazione” di fronte alla “recrudescenza della violenza in vari Paesi europei”. Al punto da chiedere al Consiglio di Stato, ad esempio, l’introduzione di misure di sicurezza straordinarie anche in Ticino? «La premessa dev’essere chiarita bene, altrimenti ci accusano di populismo. Siamo di fronte a un’escalation di sentimenti negativi generalizzati verso gli stranieri e questo ci preoccupa molto: secondo noi, se l’autorità non interviene in modo convincente c’è il rischio che i nostri valori democratici (di solidarietà, di uguaglianza, di libertà) vengano gettati alle ortiche. In Francia ne abbiamo l’esempio con la scalata di Marine Le Pen. In poco tempo, l’Europa tenderà ad andare verso sistemi più autoritari. Penso perciò che dobbiamo reagire subito». Come? «A nostro parere, le possibilità sono quelle che abbiamo elencato nel comunicato stampa. Se si vuole continuare ad accogliere le persone è un dovere dell’autorità dare delle garanzie. Gli assi di intervento sono due: sviluppare misure di controllo più incisive, mirate e sistematiche. E secondariamente, dare delle rassicurazioni alla popolazione. Anche su questo fronte il governo cantonale è troppo silente…». Il Dipartimento delle istituzioni ha chiesto – e ottenuto – di potenziare il numero di agenti sul territorio. Chiedere nuovi sforzi significa, probabilmente, generare altri costi. «Le unità ci sono e vanno orientate. Se è necessario spendere qualcosa in più, lo si spenda anche. Del resto, per la sicurezza a mio avviso bisogna anche essere disposti a rinunciare a un po’ di libertà. Perché più controlli portano a questo». Ad esempio, chiedendo “che venga fatta una mappatura tra tutti i richiedenti l’asilo e rifugiati politici sul territorio che presentano problemi di dipendenza, fedina penale sporca e problemi di tipo psichiatrico”. «Dati che devono rimanere nelle mani delle forze dell’ordine, ma che bisogna iniziare ad avere – continua il capogruppo popolare democratico –. È importante che l’autorità sappia chi c’è sul territorio. Il caso di emulazione è enorme. Pensiamo ad esempio all’attentato di Nizza. Si tratta di personaggi potenzialmente arruolabili, ma che poi si scopre non essere legati a gruppi terroristici». Profili che, a mente del Ppd, devono essere tenuti sotto controllo. Qualora il Consiglio di Stato non dovesse recepire i suggerimenti, il partito “si riserva di intervenire attraverso gli strumenti democratici previsti dalla legge”. Ergo? «Atti parlamentari, iniziative cantonali, e se del caso iniziative popolari. Se non si attiva l’autorità politica, dovrà attivarsi la popolazione», chiude Dadò.

LA REAZIONE – Il ‘ministro’ Gobbi: ‘Già operativo un sistema di verifica e sicurezza’
«Già oggi siamo pronti a mettere in campo tutta una serie di misure necessarie alla sicurezza dei cittadini, e lo abbiamo dimostrato con l’inaugurazione della galleria AlpTransit del Gottardo quando sono giunti in Ticino cinque premier e numerose autorità federali e internazionali» commenta Norman Gobbi , direttore del Dipartimento delle istituzioni, da noi sollecitato sulla presa di posizione popolare democratica. Quanto è possibile fare, detto altrimenti, già si fa. «L’intero dispositivo, in quell’occasione – aggiunge Gobbi – è stato applicato senza problemi anche a tutela della sicurezza di migliaia e migliaia di cittadini presenti per l’occasione a Pollegio». Senza contare che in queste, come in altre simili, circostanze la gestione della sicurezza è sì visibile ma anche – e soprattutto – no, per evidenti motivi. «In effetti in queste occasioni vi è una forte presenza di agenti in divisa ma soprattutto di poliziotti in borghese, meno appariscenti. E questo – aggiunge il direttore del Dipartimento delle istituzioni – anche per evitare che feste popolari come quella tenutasi in giugno a Pollegio generino momenti di apprensione non giustificati». Fatta la premessa, Gobbi ricorda che da tempo la polizia è preparata a reagire in casi di episodi gravi ma riconducibili a un solo attore, spesso giovane, come è capitato recentemente a Monaco di Baviera o come succede spesso nelle scuole statunitensi. Anche le forze dell’ordine svizzere sono istruite e attrezzate per far fronte a simili tragici eventi, dove peraltro la dinamica spesso si somiglia a prescindere dalla matrice terroristica o meno. «Su questo fronte si deve casomai potenziare il lavoro di intelligence, ma a poco serve subordinare la concessione del permesso B a una sistematica verifica dei richiedenti l’asilo come chiede il Ppd. Non serve, come ci dimostra l’esperienza anche recente». E a questo proposito il consigliere di Stato cita l’esempio di Oussama Khachia, simpatizzante dichiarato del Califfato, giunto in Ticino per ricongiungimento familiare perché marito di una cittadina con doppia nazionalità italiana e svizzera. È stato espulso dalla Svizzera nel novembre 2015, grazie al lavoro di verifica svolto in Ticino. «L’impegno sulla sicurezza casomai è un altro ed è quello che già facciamo. Lo stesso che ci ha portato a collaborare con l’Italia quando è stato arrestato a Lecco il pugile Abderrahim Moutaharrik, che frequentava una palestra luganese, sospettato di adesione all’Isis e che presentava un rischio potenziale» ricorda ancora Gobbi. Tutte misure di sicurezza, conclude il direttore del Di, messe in atto da un anno e mezzo, dopo la strage parigina alla redazione di Charlie Hebdo.

LE MISURE
Sicurezza – Introduzione di misure di sicurezza straordinarie atte a rassicurare la popolazione, in particolare durante manifestazioni pubbliche rilevanti

Frontiere – Intervenire presso il Consiglio federale affinché il trattato di Schengen sia ridiscusso e di conseguenza vengano reintrodotti i controlli sistematici alle frontiere

Controlli – Effettuare una verifica ad ampio raggio sui rischi di radicalizzazione islamista in Ticino

Permessi – Subordinare la concessione dei permessi B a una sistematica ed efficace verifica di sicurezza, in collaborazione con lo Stato di provenienza del richiedente

Mappatura – Svolgere una mappatura tra tutti i richiedenti l’asilo e rifugiati politici ospiti in Ticino che presentano problemi di dipendenza, fedina penale sporca e problemi di tipo psichiatrico

Cittadinanza – Subordinare la concessione della cittadinanza cantonale a una nuova verifica di sicurezza da parte del Dipartimento delle istituzioni, prima che approdi in Gran Consiglio, affinché sia sottoposta al controllo e al nullaosta definitivo dei servizi competenti

Gobbi: “Il PPD vuole inventare l’acqua calda, ma noi stiamo già lavorando da anni sulla sicurezza”

Gobbi: “Il PPD vuole inventare l’acqua calda, ma noi stiamo già lavorando da anni sulla sicurezza”

Da Mattinonline.ch l

Norman Gobbi, cosa ne pensa delle misure proposte dal PPD in materia di sicurezza?

Mi sembra che si voglia inventare l’acqua calda. Sia ben chiaro, le loro preoccupazioni sono sacrosante. Ma non accetto l’impostazione per la quale sembra che il sottoscritto, la Polizia cantonale e la Sezione della popolazione in questi anni non abbiano fatto nulla. Citare i casi dell’espulsione del marocchino Oussama Kachia dal Ticino e l’arresto in Italia di Moutaharrik Abderrahi è sufficiente per rimettere il campanile al centro del villaggio. Non sono successi dati dalla fortuna, ma sono il risultato di intensi lavori di intelligence e di inchiesta, frutto di intenso lavoro e preparazione dei nostri collaboratori. Per quanto riguarda le verifiche dei richiedenti i permessi, ricordo che quando il sottoscritto ha deciso la richiesta del casellario giudiziale lo si è accusato di aver preso un provvedimento elettorale. Dopo più di un anno il provvedimento, per decisione del Consiglio di Stato, è ancora in vigore e ha dimostrato la sua efficacia. Sia ben chiaro, non bisogna abbassare la guardia e non lo faremo! Visto il contenuto del comunicato del PPD, sono sicuro che li avrò come alleati quando proporremo future misure per aumentare la sicurezza dei ticinesi.

Il Dipartimento si era quindi già mosso in merito?

Non solo il Dipartimento si è già mosso, ma è una delle preoccupazioni quotidiane dei miei collaboratori, lavorare affinché il Ticino sia una terra sicura e accogliente per chi vi vive.

C’è un rischio terrorismo in Ticino?

Al momento non vi sono delle indicazioni che ci dicono che in Ticino la minaccia sia aumentata. Ciononostante, come detto, non abbasseremo la guardia! La Polizia Cantonale ha dimostrato di poter far fronte a situazioni particolari. Un esempio su tutti è stata l’inaugurazione della Galleria di base del San Gottardo, quando abbiamo garantito la sicurezza dei Capi di Stato europei e poi di migliaia di persone con efficienza e discrezione.

Quali sono le maggiori preoccupazioni?

I recenti gravissimi casi di violenza capitati in Europa, che non ho paura di chiamare terrorismo, hanno dimostrato quanto esso sia subdolo. Esula dalle regole alle quali, anche se sembra un paradosso, sottostanno gli eserciti nelle guerre tradizionali. Colpiscono senza scrupolo chiunque: anziani, donne e bambini. La mia preoccupazione è quella che il mondo della politica, che è quello che mi dà gli strumenti per lottare contro il terrorismo, non abbia l’ardore di prendere decisioni coraggiose. Ricordo che, anche dopo Parigi, anche dopo Bruxelles, anche dopo Nizza, anche dopo Monaco, solo per fare degli esempi, c’è chi in Svizzera si oppone alla nuova legge che darà ai servizi d’informazione nazionali gli strumenti per poter far fronte alle minacce attuali.

Quali le future misure per rafforzare la sicurezza?

Un esempio su tutti sono gli accresciuti controlli alle frontiere e la diminuzione dei reati (furti soprattutto) in Ticino, che dimostrano le scelte lungimiranti fatte dal Dipartimento e dal Comando della Polizia cantonale, in collaborazione con i vari partner della sicurezza (Guardie di confine, Polizie comunali, Polizia dei trasporti, Esercito). Ricordo come qualche anno fa, sotto direzione PPD del Dipartimento, si rinunciò ai tiratori scelti, esternalizzandoli a Ginevra… Abbiamo riportato in casa questa importante competenza in caso di AMOK (sparatori folli) e di terrorismo, ed anzi: il Comandante Cocchi è il direttore dei corsi per i Gruppi speciali dei Corpi di polizia cantonali a livello svizzero e in tale funzione rappresenta il nostro Paese nell’Organizzazione Atlas che riunisce tutte le forze speciali di polizia d’Europa. Insomma, come Ticino siamo ai vertici della lotta anti-terroristica e ciò dimostra l’attenzione che poniamo a questo tema.

MS

Più sicurezza? Gobbi: «Quando c’era il PPD in dipartimento si rinunciò ai tiratori scelti»

Più sicurezza? Gobbi: «Quando c’era il PPD in dipartimento si rinunciò ai tiratori scelti»

Da Ticinonline l Misure di sicurezza straordinarie durante le manifestazioni pubbliche rilevanti, controlli sistematici alle frontiere, verifica ad ampio raggio sui rischi di radicalizzazione islamista in Ticino, maggiori controlli per il rilascio dei permessi B, mappatura tra tutti i richiedenti asilo presenti sul territorio, più verifiche durante le procedure riguardanti la concessione della cittadinanza cantonale. Sono queste le richieste del Gruppo PPD in Gran Consiglio avanzate oggi al Consiglio di Stato. 

«Nostre preoccupazioni uguali da almeno 18 mesi» – Gli attacchi terroristici che stanno segnando l’estate del 2016 destano preoccupazione e il PPD chiama in causa, inevitabilmente, Norman Gobbi. Il direttore del Dipartimento delle Istituzioni, contattato oggi, risponde al PPD, precisando che le sue preoccupazioni «sono le stesse del Dipartimento da almeno 18 mesi». 

Interventi per la sicurezza al Festival di Locarno top secret – A pochi giorni dall’inizio del Festival del film di Locarno, le autorità cantonali preposte alla sicurezza sono pronte, ma Gobbi non svela quali saranno gli interventi previsti: «rivelarli – afferma il direttore del DT – significherebbe renderli completamente o in parte vani, poiché favorirebbero la parte avversa». 

Tiratori scelti? «Quando quando c’era il PPD al DI si rinunciò a loro» – Tra i punti di forza che può annoverare la polizia cantonale figurano tiratori scelti che, ricorda Gobbi rispondendo indirettamente al Gruppo popolare democratico in Parlamento, «sotto la guida del PPD si scelse di rinunciare a loro, sottoscrivendo un accordo con Ginevra». Da alcuni anni la competenza è di nuovo «tornata in casa» e vede come uomo di punta «il comandante Matteo Cocchi, rappresentante elvetico nell’Organizzazione Atlas, che riunisce dei corpi speciali di polizia a livello europeo, in quanto direttore dei corsi dei gruppi speciali dell’Istituto svizzero di Polizia».

Per quanto riguarda il lavoro d’intelligence e i dispositivi di sicurezza, assicura Gobbi, «da diversi mesi sono in atto misure di polizia, costantemente aggiornate a seconda del grado di minaccia». 

«Antenne di controllo accese da tempo» – Ed infine il pericolo radicalizzazione in Ticino. Il PPD chiede al Consiglio un lavoro di monitoraggio per studiare i potenziali rischi. Gobbi ricorda l’espulsione del marocchino Oussama Kachia dal Ticino e l’arresto di Moutharrik Abderrahi in Italia e assicura che «le antenne di controllo sono accese da tempo».
http://www.tio.ch/News/Ticino/Attualita/1098156/Piu-sicurezza-Gobbi–Quando-c-era-il-PPD-in-dipartimento-si-rinuncio-ai-tiratori-scelti-/

L’Esercito continua a investire in Ticino

L’Esercito continua a investire in Ticino

Dal Giornale del Popolo del 26 luglio 2016 | Nel Cantone gli abili al servizio sono sei su dieci, in linea con la media nazionale. Mantenute molte strutture, malgrado i tagli fatti altrove, grazie anche al lavoro di Norman Gobbi.

L’estate è un periodo di vacanze, ma anche, per i giovani in età, di servizio militare. Osservando i dati del Rendiconto cantonale relativi al 2015 abbiamo notato alcune nuove tendenze. Ne abbiamo approfittato per parlarne con il capo della Sezione del militare e della protezione della popolazione Fabio Conti.

Da qualche anno gli abili al servizio si aggirano attorno al 60%. È un dato in linea con la media nazionale?
Si tratta di una percentuale stabile per il Ticino, nella media rispetto alle cifre del resto del Paese. Tendenzialmente la percentuale di incorporati è più elevata nei Cantoni di montagna, mentre in quelli “di città” il numero è inferiore. Inoltre i militi provenienti dalla Svizzera tedesca sono generalmente più numerosi di quelli della Svizzera francese. Anche se ci sono casi come Giura e Ginevra, dove la Storia ha il suo peso e la vicinanza all’esercito è meno pronunciata.

Come giudica, in generale, l’interesse dei giovani per il servizio militare? E quello delle ragazze?
In generale l’interesse è buono e l’attitudine dei giovani verso il militare è positivo. I ticinesi sono sempre “dei buoni soldati”. E devo dire che pure le ragazze hanno sempre maggiore interesse per l’esercito, anche se il loro numero resta pur sempre molto limitato. Detto ciò occorre aggiungere che tra poco sarà presentato al Consiglio federale un rapporto sull’obbligo del servizio che prevede una serie di scenari innovativi tra cui anche alcune differenti proposte sulla possibilità di assolvere un obbligo di servizio per lo Stato. Varianti che interessano uomini e donne.

La “concorrenza” con il servizio civile vi ha penalizzato? In che modo?
Evidentemente il cambiamento di legge avvenuto nel 2008 ha facilitato di molto l’accesso al servizio civile. In particolare a causa dell’abbandono dell’obbligo di giustificare la scelta per motivi etici davanti a una commissione ad hoc. A partire da tale momento vi è stato un importante aumento dei giovani che hanno scelto il servizio civile. Se prima erano mediamente 1.500 l’anno, poi sono passati a 7.000-7.500 per attestarsi a 5.000- 5.500. Questa situazione porta sicuramente a delle difficoltà di alimentazione delle formazioni militari ed è una delle ragioni che hanno spinto alla recente riforma dell’esercito (“ulteriore sviluppo dell’esercito” la cui implementazione è prevista a partire dal 2018). Da notare che la Legge sul servizio civile è recentemente stata modificata proprio per questo motivo introducendo delle restrizioni sulle modalità relative al deposito di una richiesta per il Servizio civile.

Lo scorso anno avete accolto più domande di dispensa dai servizi rispetto agli anni precedenti. E ne avete rifiutate meno. Quali i motivi?
Ciò dipende essenzialmente dal periodo e dal luogo in cui si svolgono i servizi delle truppe ticinesi. Con quasi la metà di giovani che sono studenti, se il servizio cade durante i semestri scolastici, difficilmente il milite potrà effettuarlo. D’altra parte i Corsi di ripetizione oltre San Gottardo rendono più difficile conciliare le esigenze lavorative con il servizio.

Si nota anche un costante calo delle procedure disciplinari per mancato tiro obbligatorio. I giovani sono diventati più disciplinati?
Da una parte la riduzione degli effettivi dell’esercito ha ridotto gli astretti al tiro obbligatorio (TO), dall’altra diverse Società di tiro hanno aumentato le possibilità per i militi di effettuare il TO, allungando l’orario d’apertura degli stand fino alle 19.30.

Allargando il discorso. Come giudica la presenza dell’esercito in Ticino? Quali i progetti in corso o che stanno per essere realizzati?
La presenza militare in Ticino è particolarmente significativa sia economicamente (soprattutto per le regioni periferiche) che quale garanzia di capacità di intervento dell’esercito a supporto delle Autorità civili in caso di eventi straordinari. Il Governo cantonale e in particolare il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi è stato particolarmente attento e attivo nel garantire al Cantone il mantenimento di tutte le sue piazze d’armi e di un centro logistico importante; in tal senso il Ticino è riuscito a mantenere intatta la sua presenza militare malgrado le riduzioni legate all’ultima riforma dell’esercito. Significativi gli oltre 470 posti di lavoro legati alle varie strutture militari (con un indotto globale di circa 123 milioni l’anno) e con investimenti in corso, oppure previsti nei prossimi anni, di 267 milioni di franchi. In particolare ricordo i 60 milioni per il Centro logistico Ceneri, i 30 milioni per il risanamento della caserma di Isone e altri 34 milioni per l’aeroporto militare di Magadino. In futuro sono previsti altri investimenti: 49 milioni per la Piazza d’armi di Isone, 55 milioni per la Piazza d’armi di Airolo e altri 9 milioni al Centro di reclutamento del Monte Ceneri

La Sezione si occupa anche della protezione civile e della protezione della popolazione. Partiamo dalla Protezione civile (PCi). Di che cosa si occupa?
La Protezione civile è un mezzo di secondo intervento (dopo quelli di primo intervento) in caso di eventi straordinari. Tra i suoi compiti dei circa 4.500 militi attivi nella protezione civile vi è l’aiuto alle persone bisognose di protezione, ma anche la tutela dei beni culturali nonché il supporto agli altri enti di primo intervento e il ripristino delle infrastrutture. Nel 2014 sono partiti alcuni progetti importanti che si concluderanno nel 2017 e che permetteranno di migliorare la capacità operativa della PCi. Un cambiamento che prevede un ampliamento dell’istruzione dei militi e dei quadri e l’introduzione per questi ultimi di un pagamento del grado, come già avviene per il militare. Inoltre è previsto il rinnovo del materiale che data degli anni 70 per un investimento globale di 5 milioni. Il tutto anche per adeguarci alle esigenze federali le quali chiedono una migliore formazione e una prontezza d’intervento più elevata.

Un altro ambito del quale si parla sempre poco è la Protezione della popolazione. Ci può far capire di che cosa si tratta?
Questo servizio si occupa essenzialmente dei preparativi per i casi di emergenza e di catastrofe. Ciò si traduce in pratica in una valutazione dei rischi possibili/probabili in Ticino, nella pianificazione delle attività sulla base di scenari predefiniti, nell’istruzione del personale dei vari enti chiamati ad intervenire e, in caso di un evento straordinario, nella coordinazione e nella gestione dei mezzi a disposizione. Un altro aspetto di fondamentale importanza è quello delle esercitazioni che regolarmente sono organizzate dalla nostra Sezione; in caso di crisi è infatti fondamentale operare con modalità e persone conosciute, vista la moltitudine di istanze coinvolte (Confederazione, Cantoni, Comuni, Polizia cantonale, Federazione cantonale ticinese dei Corpi Pompieri, Federazione cantonale ticinese dei Servizi autoambulanze, organizzazioni regionali di protezione civile, servizi tecnici cantonali, servizi dello Stato Maggiore cantonale di catastrofe, esercito, ecc…).

Come funziona? Ci può fare un esempio?
Valutando i vari rischi nei quali incorrere la popolazione, noi elaboriamo degli scenari. Facciamo l’esempio che vi sia un blackout in Ticino. Dapprima occorre valutare quali possono essere le conseguenze e quali sono le carenze principali nei mezzi a disposizione per poi mettere in atto le misure necessarie. Studiando questo particolare scenario abbiamo notato una mancanza nel sistema di comunicazione della rete radio Polycom. Un sistema che avendo poca autonomia, smetterebbe di funzionare dopo poche ore. Ecco perché attualmente stiamo provvedendo, quale misura d’urgenza, ad una alimentazione supplementare delle antenne tramite dei generatori, le quali, anche in caso di blackout, potranno funzionare e garantire la condotta con questo indispensabile mezzo di trasmissione. Un esempio di esercizio è quello effettuato poche settimane or sono con il nome “ODESCALCHI”. Sicuramente una delle più grandi e complesse esercitazioni effettuate in Svizzera su uno scenario di incidente chimico alla stazione ferroviaria di Chiasso. Questo evento ha coinvolto tutti gli enti di primo intervento, la PCi e l’esercito sia svizzeri che italiani. Ciò ha portato insegnamenti a tutti i livelli operativi, di condotta ma anche di gestione da parte delle Autorità politiche coinvolte. Questi esercizi, dal più piccolo al più grande, verificano pure l’attendibilità degli scenari pensati a tavolino. Perché la pratica è sempre diversa dalla teoria.

Gobbi: “Ticinesi, non rovinatevi l’estate. Attenzione ai fiumi e sulla strada…”

Gobbi: “Ticinesi, non rovinatevi l’estate. Attenzione ai fiumi e sulla strada…”

Dal Mattino della domenica l L’estate è finalmente arrivata! Ce ne siamo accorti soprattutto frequen­tando gli affollati lidi, i corsi d’acqua e i laghi nelle calde giornate di queste settimane. Splendide località balneari del nostro Cantone che attirano oltre a noi ticinesi anche numerosi turisti. Luoghi ideali per rinfrescarsi e sva­garsi durante la stagione estiva. In posti con suggestivi scenari a fare da cornice ai corsi d’acqua è facile a volte dimenticarsi dei rischi che si ce­lano nelle acque del nostro territorio! Dobbiamo sempre ricordare che un attimo di disattenzione può purtroppo diventare fatale, come ci mostrano sfortunatamente alcuni fatti di cro­naca recenti. È in questi momenti che la preven­zione diventa essenziale, ed è pro­prio per questo che è parte integrante della sicurezza di ogni cittadino. È compito dello Stato, infatti, garantire che la sicurezza, questo bene pre­zioso, sia tutelato in qualsiasi am­bito. La nostra sicurezza che passa anche attraverso azioni preventive messe in atto pere garantire il benes­sere dei ticinesi (e dei turisti) nei luoghi di svago e di relax ma anche sulle nostre strade.

Infatti, con l’arrivo delle giornate calde e assolate e le condizioni mete­reologiche favorevoli, molti di noi automobilisti scelgono di lasciare la propria auto parcheggiata in garage e di scegliere la moto o lo scooter per muoversi, soprattutto per evitare il traffico che attanaglia le nostre strade. Anche con le alte temperature e il pensiero delle vacanze nella mente non dobbiamo dimenticarci di pre­stare attenzione agli altri utenti della strada. Sulle due ruote, il rischio di essere coinvolti in un incidente grave o mortale diventa 50 volte superiore rispetto agli occupanti di un’auto.

La promozione della sicurezza e la prevenzione di incidenti in acqua e sulle strade è uno dei temi di cui si occupa il mio Dipartimento. Per mia volontà in questi anni è stata data più attenzione a queste tematiche. A que­sto proposito nell’ambito del rinnovo delle Commissioni consultive del Consiglio di Stato per il quadriennio 2016-2019, il Governo ha esteso que­st’anno la prevenzione nelle anche ai laghi, costituendo la nuova commis­sione “Acque sicure”, in sostituzione della Commissione cantonale “Fiumi ticinesi sicuri” e ha creato la Com­missione per promuovere la sicurezza stradale “Strade Sicure”. A inizio estate è quindi partita la campagna per ricordare a residenti e turisti di prestare particolare attenzione ai corsi d’acqua e ai laghi. Sulle strade sono promosse una serie di campagne di prevenzione nel corso di tutto l’anno. In questo senso nelle scorse settimane sono stati promossi momenti di sen­sibilizzazione e di informazione sui principali passi stradali frequentati dagli utenti di veicoli a due ruote.

La sicurezza è un bene primario per ogni ticinese ed è il cuore della mis­sione del mio Dipartimento. Va quindi difesa con ogni mezzo, anche con la prevenzione. Rendere attenti i ticinesi, rammentare i comportamenti adatti in determinate situazioni, può salvare delle vite! E ricordiamoci: la sicurezza dipende soprattutto dal buon senso e dalla responsabilità di ognuno.

NORMAN GOBBI
CONSIGLIERE DI STATO E DIRETTORE DEL DIPARTIMENTO DELLE ISTITUZIONI

Campagna di sensibilizzazione sui nuovi pericoli della strada

Campagna di sensibilizzazione sui nuovi pericoli della strada

Sono già diverse migliaia gli automobilisti e gli utenti della strada sensibilizzati nell’ambito della campagna di informazione – partita nello scorso mese di marzo – che intende informare sui pericoli legati al sempre più diffuso utilizzo dei telefonini di nuova generazione alla guida. Anche in Ticino la distrazione al volante è infatti causa di un numero crescente di incidenti della circolazione.

La distrazione al volante – spesso causata dall’uso dei telefonini di nuova generazione al volante – è una minaccia sempre più grave per la sicurezza stradale: uno studio nazionale del 2011 mostrava che il 40% dei conducenti telefona quando guida, il 30% scrive o legge messaggi e il 50% inserisce la destinazione nel navigatore solo quando sta già viaggiando. Lo scorso I. marzo il programma di prevenzione «Strade sicure» del Dipartimento delle istituzioni – in collaborazione con la Polizia cantonale e le Polizie comunali e con il sostegno dell’assicurazione Zurigo – ha così avviato una campagna di sensibilizzazione per combattere i nuovi pericoli della strada: l’accento è stato posto sulla distrazione alla guida, legata al sempre più diffuso utilizzo dei telefonini di nuova generazione. Non va infatti dimenticato che sulla rete stradale ticinese si sono verificati durante lo scorso anno 4.026 incidenti della circolazione, con 12 decessi (+50% rispetto al 2014) e 227 feriti gravi.

Le prime settimane del programma sono state dedicate alla prevenzione, con gli agenti di diverse Polizie comunali – Locarno, Muralto-Minusio, Polizia intercomunale del Piano, Bellinzona, Mendrisio, Stabio, Chiasso, Lugano e Giubiasco – che hanno effettuato oltre 200 posti di controllo, distribuendo volantini informativi e consigliando circa 4.000 automobilisti. Nei mesi successivi, su tutto il territorio cantonale sono poi stati organizzati posti di controllo e riscontrate diverse centinaia di infrazioni – evidenziando che i dispositivi «mani libere» per telefonare durante la guida sono ancora troppo poco diffusi fra gli automobilisti del Cantone.

Scrivere un breve SMS o scattarsi un «selfie» a 100 km/h equivale a guidare a occhi chiusi per 400 metri, e – nei pochi secondi nei quali lancia un’«app» – un conducente procede a zig zag, come se fosse sotto l’influsso dell’alcool. Il Dipartimento delle istituzioni, la Polizia cantonale e le Polizie comunali ricordano perciò che l’impiego del cellulare alla guida è ammissibile solo quando il veicolo è parcheggiato. La multa ordinaria ammonta a 100 franchi ma può arrivare anche a 600 franchi o alla pena detentiva, a seconda del grado di pericolo che l’automobilista ha creato. In caso di incidenti provocati da violazioni particolarmente gravi, il pacchetto di misure «Via Sicura» prevede inoltre che l’assicuratore eserciti il regresso dalle proprie prestazioni.

Terrorbekämpfung in der Schweiz Sicherheit kommt vor Datenschutz

Terrorbekämpfung in der Schweiz Sicherheit kommt vor Datenschutz

Da NZZ.ch l Nach den Terror-Anschlägen in Nizza und Würzburg stellt sich auch in der Schweiz dieselbe Frage: Wie sollen Polizisten geschult werden? Die einzelnen Landesteile scheinen hier nicht das gleiche Tempo anzuschlagen.

Die Anschläge von Nizza und Würzburg haben eines gezeigt: Es besteht die Gefahr, dass sich islamistisch orientierte Personen selber rasch radikalisieren und als Einzeltäter einen Amoklauf starten. Es sei in den nächsten Jahren mit weiteren solchen Anschlägen zu rechnen, sagt Beat Villiger, Zuger Regierungsrat und Vizepräsident der Konferenz der kantonalen Polizei- und Justizdirektoren (KKJPD). Es scheine, als ob Einzeltäter häufiger auf sogenannte weiche Ziele losgehen, aber der IS oder andere Terrororganisationen die leider geglückte Tat für sich einfordern. Laut Villiger gehen Experten davon aus, dass der IS aufgrund der Verluste in seinem angestammten Gebiet vermehrt auf terroristische Aktionen im Westen setzt.

Angesichts dieser neuen Gefahr müsse die Schweiz ihre Sicherheitskräfte besser schulen, erklärte der Genfer Sicherheitsdirektor Pierre Maudet gegenüber der «Schweiz am Sonntag». Er fordert eine spezifische Anti-Terror-Ausbildung für alle Polizisten: Jeder Beamte müsse einen Amokläufer sofort ausschalten können. Gemäss Maudet haben die Genfer Behörden, für welche das vom Terror versehrte Frankreich besonders nahe liegt, ihre Einsatzdoktrin bereits entsprechend überarbeitet. Jedoch sollte man auch die Grundausbildung sofort anpassen, wie es auch im Wallis und der Waadt der Fall ist.

Mindestens heutigen Standard halten

Man analysiere laufend und passe die Polizeiausbildung entsprechend an, so Villiger. Dies geschehe selbstverständlich auch aufgrund der Erkenntnisse nach Vorkommnissen wie in Nizza oder Paris. Allerdings stelle sich die Problematik nicht in allen Kantonen gleich. Laut Villigers Worten hat der Bund für Nachrichtendienst und Staatsschutz mehr Personal bewilligt; davon profitieren auch die Kantone.

Der Zuger Sicherheitsdirektor sieht momentan keinen Anlass zu überstürztem Handeln, jedoch müsse das landesweite Sicherheitsdispositiv mindestens den heutigen Standard halten können. Zudem sollte ein Plan B vorhanden sein, falls der Terrorismus auch die Schweiz erreicht. Bisher gebe es keine konkreten Hinweise auf eine direkte Bedrohung für die Schweiz, so Villiger. Theoretisch würden Anschläge mit geringem logistischen Aufwand die wahrscheinlichste Bedrohung darstellen. Es kämen jihadistisch inspirierte Einzeltäter oder Kleingruppen in Frage, die aber auch militärisch ausgebildet sein könnten.

Auch soziale Prävention betreiben

Aus Villigers Sicht funktioniert die Zusammenarbeit von Nachrichtendienst und Kantonen gut, ebenso der Datenaustausch gerade mit Frankreich. Wichtig ist für den Vizepräsidenten der KKJPD, dass zugunsten einer wirkungsvollen Terrorbekämpfung diverse Gesetzgebungen angepasst werden, wie zum Beispiel das zur Abstimmung gelangende Nachrichtendienst-Gesetz. «Dem Datenschutz wurde in den letzten Jahren zu viel geopfert. Dieser hat zurückzustehen, wenn die öffentliche Sicherheit Priorität hat», sagt Villiger.

Er fordert hierbei nicht nur die konsequente Ausweisung von Ausländern, welche die öffentliche Sicherheit gefährden, sondern auch präventive Massnahmen. Weil die jüngsten Anschläge von sogenannten Outsidern begangen wurden, sind beispielsweise auch die Sozialbehörden der einzelnen Gemeinden gefordert. Die KKJPD erarbeitet gegenwärtig zusammen mit verschiedenen Organisationen entsprechende Präventionsmassnahmen.

Und wie steht es um das Sicherheitsdispositiv in der italienischen Schweiz? Dort gilt nämlich seit Anfang Monat das Burka-Verbot. Die kantonalen Behörden passten sich laufend der Situation an, sagt der Tessiner Polizei- und Justizdirektor Norman Gobbi. Hierbei sei die Zusammenarbeit der Sicherheitskräfte auf allen Ebenen von fundamentaler Bedeutung. Im Besonderen würden die Beamten seit einiger Zeit darin geschult, Situationen mit Amokläufern zu bewältigen. Aus Gobbis Sicht besteht im Tessin ein höheres Risiko terroristischer Aktionen als in anderen Kantonen, weil in der nahen Lombardei sehr viele Menschen mit arabischem Migrationshintergrund leben.

Wölfe im Schafspelz

Gobbi erinnert in diesem Zusammenhang an die Verhaftung des IS-Sympathisanten Abderrahim Moutaharrik in Italien. Diese wurde dank Hinweisen seitens der Tessiner Kantonspolizei möglich – ein deutliches Zeichen dafür, dass man wachsam sei und dass die grenzüberschreitende Zusammenarbeit von Sicherheitsbehörden vorerst funktioniere. Und was ist mit dem Burka-Verbot? Es gebe keine konkreten Hinweise auf direkte Bedrohungen, so Gobbi. Im Gegenteil wiesen die Informationskampagnen über das Verhüllungsverbot seitens der Botschaften einiger arabischer Staaten darauf hin, dass eine zumindest teilweise Akzeptanz bestehe. Im Hinblick auf das nahende Filmfestival in Locarno, einem internationalen Grossanlass, hat der Tessiner Polizeidirektor aber das Sicherheitsdispositiv angepasst. Der islamistische Terror setze Wölfe im Schafspelz ein – dies sei die schlimmste Gefahr für alle im Westen, urteilt Gobbi.

Twitter: @peterjankovsky

Ping-pong de migrants entre Chiasso et Côme

Ping-pong de migrants entre Chiasso et Côme

Dal sito internet della Tribune de Genève

Asile La situation de l’asile chauffe à la frontière sud. Submergée, l’Italie reproche aux Tessinois de renvoyer trop systématiquement les migrants en situation illégale.

Depuis quelques années, l’arrivée des beaux jours coïncide avec celle de vagues de migrants échouant aux bords de la frontière tessinoise, à l’issue d’un long voyage à travers l’Italie. Après un retard s’expliquant en grande partie par la météo pourrie de ce début d’été, depuis début juillet l’afflux est cette fois-ci bel et bien aux portes sud de notre pays.

Ces derniers jours, les gardes-frontière suisses interceptent quotidiennement près de 200 migrants, majoritairement à Chiasso. Mardi, une soixantaine d’entre eux ont été interceptés dans un train vers Bellinzone. «Il y avait beaucoup de policiers italiens et suisses à la douane hier, raconte Andrea Ramani, journaliste à Teleticino. Un hélicoptère a volé toute la journée.»

Parmi les 1321 migrants interceptés au début du mois de juillet, 933 ont été renvoyés en Italie. Ceux-ci retournent à Côme, au désespoir de la Commune, qui ne sait comment gérer ces dizaines d’âmes bloquées dans sa gare. «Côme risque de devenir un centre de requérants à ciel ouvert», se désole le député de la Lega Nord Nicola Molteni dans le journal milanais Il Giorno. Des doigts accusateurs sont pointés vers le sol helvète. «La Suisse ferme l’accès à Chiasso», titrait mardi la Repubblica, rapportant que les autorités suisses barrent désormais complètement l’accès, et ce «sans donner plus d’explications».

L’irritation est également palpable du côté du syndicat autonome de police (SAP) italien. «La situation devient de plus en plus difficile à cause des expulsions systématiques de la part de la Suisse, qui se contente d’appliquer la norme avec rigidité, déplore le secrétaire général du SAP de la province de Côme, Ernesto Molteni. Cette pratique provoque une véritable situation d’urgence qui risque de paralyser l’appareil sécuritaire de la province de Côme.»

De fait, le SAP demande à Rome une augmentation immédiate des effectifs, «indispensable pour affronter l’urgence avant que toute la région frontalière de Côme ne croule sous le poids des refoulements continuels que la Suisse applique avec détermination».

«La Suisse fait des efforts»

Les gardes-frontière suisses se défendent d’avoir complètement fermé la frontière. «La part des migrants qui arrivent à la frontière pour déposer une demande d’asile en Suisse a diminué au cours de ces dernières semaines, explique le porte-parole de l’Administration fédérale des douanes (AFD), Walter Pavel. Les migrants qui souhaitent simplement transiter par la Suisse sont reconduits vers l’Italie, selon l’accord de réadmission.»

Selon le conseiller d’Etat tessinois et directeur du Département de justice et police Norman Gobbi, leur nombre a beaucoup augmenté ces derniers temps. «Ils cherchent à rejoindre l’Allemagne. Mais nous ne pouvons pas laisser la Suisse devenir une voie de passage vers le nord de l’Europe.»

Les critiques italiennes sur la sévérité des douaniers suisses n’émeuvent guère Norman Gobbi. «Fort heureusement! Les conséquences financières pour la Confédération ne sont pas négligeables: la facture pour le premier semestre 2016, rien que pour la gestion des requérants d’asile, s’élève déjà à 5 millions.» Le chef du Département de la police tessinoise rappelle aux Italiens que la Suisse a déjà beaucoup donné. «Nous enregistrons nous-même une grande partie des migrants qui arrivent dans nos centres, alors qu’ils auraient déjà dû l’être en Italie. Nous fournissons aussi notre part d’efforts.»

A pied sur l’autoroute

Autant du côté italien que suisse, tous s’accordent à dire qu’un système Schengen-Dublin déficient est le principal responsable de cette situation difficile. La situation de la région italo-suisse risque fort de se compliquer dans les semaines à venir, des prochaines vagues de migrants sont probables.

Après avoir traversé des kilomètres de route périlleuse, la majorité des migrants actuellement bloqués à Côme n’entendent pas renoncer si facilement. Beaucoup attendent la prochaine occasion pour sauter dans un nouveau train, d’autres tentent leur chance à pied. Selon Walter Pavel, les arrestations le long des routes et des frontières vertes ont augmenté.

Dimanche, deux migrants ont carrément été interceptés alors qu’ils marchaient le long de l’autoroute A2, à proximité de Chiasso. Bien que ces cas restent peu fréquents, les autorités tessinoises ont lancé un appel exhortant les automobilistes à la plus grande prudence.

“La situazione è sotto controllo”

“La situazione è sotto controllo”

Dal Giornale del Popolo del 13 luglio 2016

Intercettati ieri 60 profughi a Bellinzona, mentre alcuni profughi eritrei sono accampati alla stazione di Como – Norman Gobbi: «Siamo vigili, ma non siamo all’emergenza»

La pressione dei migranti al confine sta crescendo e con essa i casi eclatanti, come quello emerso l’altro giorno, ovvero il profugo eritreo che è stato trovato nascosto dentro una valigia (vedi correlati), sopra un treno, e quello di ieri, in cui, sempre a bordo di un convoglio ferroviario, transitato per la stazione internazionale di Chiasso, sono stati intercettati una sessantina di migranti (vedi correlati). Quasi tutti, anche loro, erano di cittadinanza eritrea, tra cui donne e minorenni.

Erano evidentemente molti, troppi e quindi le autorità sono state costrette a farli scendere nella capitale ticinese e non nelle cittadina di confine, dove sono stati successivamente condotti comunque, con un torpedone, per verificare chi di loro avesse diritto a rimanere o meno in suolo elvetico, presso il centro di registrazione e procedura (CRP). Ma per capire che gli arrivi siano in aumento non servono i conteggi, che comunque vengono effettuati costantemente dalla Polizia e dalle Guardie di confine, bensì basta farsi un giro negli scali ferroviari di Milano Centrale e di Como San Giovanni, presso i quali ormai decine e decine di profughi dormono in campi improvvisati e molti di loro avrebbero già provato più volte ad attraversare il confine. Un fatto che ha spinto alcune testate di oltreconfine (nello specifico il sito de LaRepubblica) a scrivere che di fatto ormai le autorità svizzere non farebbero passare più alcun migrante, da almeno una settimana. Un’accusa che è ovviamente priva di fondamento.

«La situazione a Chiasso evidentemente è molto seria», ha spiegato il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, «ma questo non cambia i nostri doveri, ovvero chi ha diritto a chiedere asilo politico viene ammesso e gli altri vengono respinti. La settimana scorsa i migranti non ammessi sono stati ben i due terzi di quelli intercettati. Ciò è sicuramente dovuto al fatto che in Italia non c’è una presa a carico sistematica di queste persone», ha continuato Gobbi, il quale ha ribadito come «tra i profughi che arrivano attualmente non ci sia nemmeno un siriano che scappa dalla guerra. Comunque per noi la situazione è ancora gestibile e infatti non è stato decretato il livello d’allerta massimo. Quanto accadrà nelle prossime settimane ovviamente dipende dall’evoluzione degli sbarchi sulle coste italiane».

Quanto all’episodio di ieri, ha precisato il direttore del DI, «è la prima volta in assoluto che vengono intercettati 60 migranti in un colpo solo sopra un treno, perciò i nostri agenti hanno deciso di trattenerli fino all’arrivo a Bellinzona, vista la lunghezza dei controlli, e successivamente di accompagnarli a Chiasso, affinché non si disperdessero sul territorio entrando nell’illegalità».

Chiasso hat Illegale unter Kontrolle

Chiasso hat Illegale unter Kontrolle

Dalla Nzz del 12 luglio 2016

Im Tessin kommen zurzeit vor allem Migranten aus Afrika an. An der Südgrenze hat die Zahl der rechtswidrigen Aufenthalter massiv zugenommen. In Chiasso, wo die meisten Flüchtlinge ankommen, herrscht angespannte Ruhe.

Das Grenzstädtchen Chiasso schmort wie gelähmt in der Julihitze. Doch im Bahnhof stellt man Hektik fest. Viele Uniformen sind zu sehen, vor allem die blauen der Grenzwächter und einige der Tessiner Kantonspolizei. Die Beamten durchsuchen jeden einzelnen Zug, der aus Italien kommt, nach illegalen Flüchtlingen. Dazu haben sie allen Grund: Tendenziell wählt eine knappe Mehrzahl der Migranten, die offiziell oder heimlich in der Schweiz Zuflucht suchen oder auf der Durchreise sind, den Weg mit dem Zug über Chiasso – und in den letzten Wochen hat sich die Zahl der klandestinen Personen gleich mehr als verdreifacht.

Noch im Mai griffen die Grenzwächter in Chiasso insgesamt etwa 1200 «rechtswidrige Aufenthalter» auf. Also Personen, welche die Einreise- und Aufenthaltsbedingungen für die Schweiz oder den Schengenraum nicht erfüllen und die nicht in jedem Fall Flüchtlinge sind. Diese Menge entsprach ungefähr der Zahl vom Vorjahr, denn in den Sommermonaten nimmt der Andrang der Migranten an der Südgrenze immer zu.

Zehn Personen pro Zug
Doch seit Ende Mai steigt die Zahl der wöchentlichen illegalen Ankömmlinge drastisch: Wie das Grenzwachtkorps am Montag mitgeteilt hat, sind allein letzte Woche 1321 rechtswidrige Aufenthalter von den Beamten registriert worden. Rechnet man alle vorangegangenen Wochen bis Anfang Juni dazu, ergibt sich eine Zahl von ungefähr 5000 Personen. Die meisten stammen aus Eritrea, es folgen Afghanen und Gambier.

Fast in jedem Zug aus Italien griffen die Grenzwächter etwa zehn bis zwölf verdächtige Personen auf, sagt ein Lokomotivführer. Er macht gerade Pause in der Bahnhofsbar, und trotz seiner Auskunftsfreudigkeit möchte er seinen Namen nicht nennen. Aus seiner Sicht hat sich generell in der letzten Zeit die Zahl der Flüchtlinge und Asylbewerber mehr als verdoppelt, aber beunruhigt ist er momentan nicht. Der Lokomotivführer hofft einfach, dass nicht noch mehr kämen. Auch Chiassos freisinniger Stadtpräsident Bruno Arrigoni bleibt eher gelassen. Bund und Kanton hätten die Stadt schon vor geraumer Zeit informiert, dass mit einem massiven Zustrom illegaler Aufenthalter zu rechnen sei. Zudem kämen die Grenzwächter mit der Situation so gut zurecht, dass bisher keine Probleme aufgetaucht seien.

Gemäss Arrigonis Worten lassen die Bundesbehörden auch das mögliche Szenario nicht ausser acht, dass mehr als 5000 Illegale in einem einzigen Monat nach Chiasso gelangen. Dies hänge stark von der italienisch-österreichischen Grenze am Brenner ab: Würde dieser Übergang scharf kontrolliert und landeten auch mehr Flüchtlingsschiffe in Sizilien, dann begänne sich der Sindaco der Grenzstadt Sorgen zu machen.

Keine Migranten aus Syrien
Jedoch wundert sich Arrigoni, wo die Syrer geblieben sind. Laut dem Tessiner Justiz- und Polizeidirektor Norman Gobbi (Lega) sind gegenwärtig keine Syrer in Chiasso anzutreffen. Vielmehr handle es sich um Migranten aus afrikanischen Ländern, in denen kein Krieg herrsche. Daher fordert Gobbi eine klare Trennung zwischen Kriegs- und Armutsflüchtlingen. Er plädiert für eine harte Linie angesichts der Tatsache, dass momentan kaum Flüchtlinge aus Konfliktgebieten in Erscheinung treten. Dennoch erwarte man wie vor einem Jahr auch heuer einen «heissen Sommer», so der Polizeidirektor. – Laut der Schweizerischen Depeschenagentur hat das Grenzwachtkorps zwischen Januar und Juni 2016 insgesamt 14 600 Menschen aufgegriffen, die sich illegal in der Schweiz aufhielten. Das waren etwa halb so viele wie im ganzen Jahr 2015. Gemäss dem Datenmaterial der Eidgenössischen Zollverwaltung nahm von den heurigen illegalen Ankömmlingen bisher die Hälfte den Weg über Chiasso; hierbei schafften die Grenzwächter seit Jahresbeginn ungefähr 2000 dieser Personen nach Italien zurück. Das ist etwa ein Drittel der rechtswidrigen Aufenthalter in Chiasso in diesem Jahr. Allerdings hat die Grenzwacht von den 1321 Personen, die allein letzte Woche ankamen, gleich 966 nach Italien zurückgeschickt. Ist das der Beginn einer härteren Linie?

Polizisten als Grenzschützer
In einem «Asylnotfall» würden Polizeiangehörige Aufgaben der Grenzwache übernehmen. Von Lisa Wildi
Im April 2016 haben Bund, Kantone, Städte und Gemeinden im «Notfallplan Asyl» die Aufgabenbereiche im Falle eines raschen und starken Anstiegs von Asylgesuchen definiert. Demnach würden dem Grenzwachtkorps (GWK) kantonale Polizeikorps beistehen, mit Patrouillen im grenznahen Raum. Bei sehr grossen Flüchtlingsbewegungen würde das GWK zudem mit bis zu 2000 Armeeangehörigen und Material in den Bereichen Logistik, Bau, Transport und Verkehr unterstützt. Um das Grenzwachtkorps auch mit Militärpolizisten zu verstärken, würden sie beim Schutz ausländischer diplomatischer Vertretungen durch Milizsoldaten ersetzt, die im Alltag Polizisten sind. Kritische Stimmen mahnen, Polizisten und Militärpolizisten könnten Grenzwächter zwar unterstützen, aber nicht ersetzen, weil sie nicht über die entsprechende Ausbildung verfügten. Doch inwiefern unterscheiden sich die Ausbildungen der Grenzwache, der Militärpolizei und der Polizei tatsächlich?

Feine Unterschiede
Die Ausbildung der Militärpolizei und der Polizei ist seit 2010 identisch, seither absolvieren Militärpolizisten die zivile Polizeiausbildung. Die Ausbildungen der Polizei und der Grenzwache wiederum sind sich inhaltlich und strukturell in vielen Bereichen sehr ähnlich. Dies zeigen ein Vergleich von Ausbildungsprogrammen und Lehrplänen sowie mehrere Unterrichtsbesuche und Gespräche mit Ausbildungsverantwortlichen. Die Grundausbildung dauert sowohl bei der Polizei wie auch der Grenzwache ein Jahr und endet mit einer eidgenössischen Berufsprüfung. Grenzwächter müssen jedoch nach der Grundausbildung zwei obligatorische Weiterbildungsjahre durchlaufen und gleichzeitig an zweien der drei künftigen Einsatzorte (mobile Patrouillen, Flughafen oder Bahn) tätig sein. Polizeineulinge absolvieren oft auch Eingliederungsprogramme in ihren Stammkorps, doch erreichen sie meist keine drei Jahre Ausbildungszeit wie ihre Kollegen der Grenzwache.

Ein gemeinsamer inhaltlicher Schwerpunkt der Grenzwacht- und der Polizeiausbildung ist die Sicherheits- und Interventionstaktik (Selbstverteidigung, Umgang mit Zwangsmitteln, Einsatztaktik usw.). In manchen dieser Fächer werden sogar dieselben Lehrmittel genutzt. Weitere gemeinsame Ausbildungsteile, allerdings mit unterschiedlich vielen Lektionen, bilden unter anderem die Fächer Ordnungsdienst, Verkehrskontrolle, Kriminalistik und Community Policing (bürgernahe Polizeiarbeit). Die beiden letztgenannten Fächer bilden Schwerpunkte der Polizeiausbildung, sie werden in der Grenzwachtausbildung weniger detailliert behandelt.

Auch im Bereich «Recht» und «Psychosoziale Kompetenzen» sind inhaltliche Überschneidungen festzustellen. Polizisten wie Grenzwächter setzen sich mit Straf- und Strassenverkehrsrecht, mit Konflikt- und Krisenmanagement sowie Berufsethik und Menschenrechten auseinander. Bei all den Gemeinsamkeiten gibt es dennoch kleine, aber feine Unterschiede. Etwa beim Fach Recht, bei dem es klare Grenzwacht- und Polizeithemen gibt. Ein Aspirant der Grenzwache setzt sich beispielsweise intensiv mit zollrechtlichen Fragen auseinander, lernt im Gegensatz zu einem Aspiranten der Polizei jedoch keine zivilrechtlichen Grundlagen. Im Fach Psychologie werden angehende Polizisten umfassender ausgebildet als Angehörige des GWK. Dies ist darauf zurückzuführen, dass sie im späteren Alltag öfter mit Schicksalsschlägen und zwischenmenschlichen Konflikten konfrontiert sind. Daneben gibt es auch Themenblöcke, die dem GWK eigen sind, wie die Fahndung, die Dokumentenprüfung und die sogenannten «allgemeinen Grenzwachtfächer», in denen unter anderem Schengen/Dublin-Abläufe, Asylverfahren und Rückübernahmeabkommen behandelt werden.

Nachschulung erforderlich
Die Ausbildung der Grenzwache unterscheidet sich somit von derjenigen der Polizei in der Länge und in der internationalen Ausrichtung einiger Ausbildungsteile, in welchen auch für den «Notfallplan Asyl» relevante Themen wie Dokumentenprüfung, Asylverfahren oder Dublin-Abkommen behandelt werden. Die sicherheitspolizeilichen und ordnungsdienstlichen Fächer sind jedoch quasi identisch, genauso wie der Unterricht zu den Sozialkompetenzen, zum Konflikt- und Krisenmanagement. Dies würde sich bei einem ausgeprägten «Asylnotfall» als nützlich erweisen.

Zudem könnten Polizisten dank ihrer Ausbildung und oft ihrer Erfahrung auch für die Betreuung von Flüchtlingen eingesetzt werden. Auch bei der Militärpolizei kann man wohl auf Erfahrungen zurückgreifen, weil Militärpolizisten bis 2009 das GWK oft unterstützt haben. Für eine noch stärkere Einbindung von (Militär-)Polizisten in die Arbeit des GWK im Asylbereich müssten diese aber mindestens hinsichtlich Asylverfahren und Dubliner Abkommen nachgeschult werden. Demnach kann ein Polizist einen Grenzwächter aufgrund der Ausbildung tatsächlich nicht eins zu eins ersetzen, genauso wenig wie umgekehrt, könnte aber in einem «Asylnotfall» in vielen Bereichen problemlos Aufgaben übernehmen.

Lisa Wildi ist wissenschaftliche Mitarbeiterin am Centre for Security Studies (CSS) an der ETH Zürich.