La donna è (anche) leader

La donna è (anche) leader

Articolo pubblicato su Azione – Settimanale di informazione e cultura della Cooperativa Migros Ticino

Un simposio voluto dal Dipartimento delle istituzioni ha riunito otto donne che ricoprono funzioni dirigenziali in aziende pubbliche e private per condividere le loro esperienze in un mondo del lavoro in cui la donna fatica ancora ad accedere a ruoli decisionali: abbiamo raccolto le riflessioni di due di loro

Nel mondo del lavoro persistono differenze di genere. La più eclatante si riferisce alle retribuzioni: i salari delle donne in Svizzera sono ancora più bassi di quelli degli uomini. Ma ci sono differenze più sottili e meno misurabili, che possono determinare o meglio ostacolare la carriera di una donna soprattutto nell’ottenimento di ruoli dirigenziali. Così, nonostante le donne oggi abbiano certamente la possibilità, le capacità e le competenze per ricoprire posizioni di rilievo in aziende pubbliche e private, la loro presenza in ruoli decisionali è ancora scarsa. Ma essere leader donna di un’azienda è possibile? E quali sono le difficoltà che le donne ai nostri giorni incontrano nell’ottenere ruoli dirigenziali? Sull’argomento hanno dibattuto lo scorso 13 marzo otto donne invitate al simposio organizzato dal Dipartimento delle istituzioni sul tema «Leadership al femminile». Tra loro c’erano anche Monica Duca Widmer, direttrice di EcoRisana SA, presidente del Consiglio di amministrazione di Migros Ticino e presidente del Consiglio dell’USI, e Rosy Croce, responsabile del Dipartimento risorse umane e membro di Direzione di Migros Ticino oltre che membro di HR Ticino. Le abbiamo intervistate.

Qual è il vostro bilancio del simposio organizzato lo scorso marzo dal Dipartimento delle istituzioni? Quali sono gli aspetti più interessanti emersi?
MDW: Il bilancio è sicuramente positivo, in quanto si è voluto sottolineare l’esigenza di avere una rappresentanza equilibrata tra donne e uomini anche a livello dirigenziale, sia nel settore pubblico che in quello privato. È stata una serata vivace, ricca di spunti e di nuove interessanti conoscenze. Questo non può placare però la delusione che ancora oggi, a 50 anni dall’introduzione del voto alle donne e in una società dove le donne possono accedere senza problemi a studi superiori, la questione vada ancora discussa. Le donne in posti dirigenziali sono sempre ancora meno del 20% e oltretutto – a parità di qualifiche e prestazioni – percepiscono di regola salari del 20% inferiori a quelli degli uomini: una situazione che purtroppo muta solo troppo lentamente.

RC: È stata una serata molto interessante ed arricchente sia dal punto di vista degli scambi di esperienze, sia per aver potuto dare un contributo alla sensibilizzazione sul tema.
Oltre ad aver conosciuto persone molto valide che ricoprono ruoli di rilievo nella nostra economia sia in realtà aziendali pubbliche sia in quelle private, ho potuto constatare che vi sono alcuni denominatori comuni: ognuna delle donne presenti ha dimostrato di aver raggiunto tali traguardi perché, oltre a possedere le competenze necessarie e indiscusse, ha dimostrato di avere una grande tenacia, impegno e determinazione nel raggiungere i propri obiettivi.

A vostro avviso oggi in Ticino sono garantite le condizioni che permettono alle donne di raggiungere ruoli dirigenziali? Oppure ci sono ancora degli ostacoli? In quali ambiti si potrebbe migliorare?
MDW: Come confermato anche nel corso della serata, per le donne senza impegni familiari grandi ostacoli – fatto salvo la questione salariale – non ci sono. Per le donne con famiglia, con figli e parenti da accudire, le possibilità si riducono invece drasticamente: molti uomini, ma anche molte donne non condividono le scelte delle «donne in carriera» e quindi non vedono la necessità di andare loro incontro con orari di lavoro flessibili, job sharing, asili nidi e doposcuola a costi proporzionali al reddito. L’ostacolo maggiore è quindi di tipo culturale. Personalmente non mi permetterei mai di giudicare chi fa scelte diverse dalle mie e lungi da me l’idea che tutte le donne debbano lavorare: ognuno dovrebbe però poter essere libero di scegliere di fare quello che crede meglio per sé stesso e per la sua famiglia. Vi sono ancora molti ostacoli pratici per la conciliabilità lavoro e famiglia e le iniziative sono ancora insufficienti per togliere veramente quegli ostacoli che impediscono a molte donne di fare carriera. Vedo però con grande piacere che le nuove generazioni hanno una visione diversa della coppia e tendono a scegliere una ripartizione dei compiti non una divisione dei ruoli. Ciò lascia ben sperare per il futuro, quel futuro che 40 anni fa mi illudevo di potere vivere io stessa e che ora spero non sia troppo futuro, ma abbastanza vicino al presente…

RC: Constato che sono stati fatti molti passi in avanti in questi anni. Grazie a una maggiore flessibilità nel mondo del lavoro e a una integrazione dell’uomo nella condivisione dei compiti familiari in via di miglioramento. Persistono, tuttavia, stereotipi di genere, che condizionano la carriera e la vita professionale delle donne, dettate soprattutto dal contesto in generale: freni culturali. La donna è per cultura la figura che deve occuparsi della cura dei figli, della gestione della casa e delle incombenze familiari. Le condizioni di lavoro offerte all’interno delle organizzazioni, attraverso modelli di lavoro e di sviluppo di carriera penalizzano l’accesso della donna a ruoli manageriali. Il contesto sociale correlato al mondo del lavoro, inoltre, esclude la donna, che non è nel circuito lavorativo, dal fare networking (l’occasione a partecipare ad eventi, incontri, riunioni). Tutti elementi determinanti per favorire l’accesso della donna in posizioni dirigenziali.
È positivo però che di questi argomenti si parli sempre più spesso e ci sia consapevolezza unita alla volontà di progredire. È importante mostrare esempi pratici di successo per influenzare la nostra cultura.

Le donne hanno maggiori difficoltà nei ruoli di leadership rispetto ai colleghi uomini? Per quali motivi?
MDW: No, non penso proprio vi siano difficoltà maggiori: difficoltà possono averle sia gli uomini che le donne. Vi sono delle differenze, dettate dal genere, ma attenzione a non creare nuovi stereotipi. Di regola le donne sono più propense a valorizzare le differenze (e non solo quelle di genere), hanno una capacità di ascolto maggiore e sono propense a difendere le proprie idee anche in minoranza, ma vi sono uomini con questo profilo e donne che assolutamente agiscono in modo diverso. Non si può generalizzare. L’importante è che ognuno di noi si senta a proprio agio e conduca come ritiene sia opportuno, senza lasciarsi influenzare troppo da modelli preconfezionati e da stereotipi.

RC: Le donne sono diverse fra loro, come lo sono d’altronde gli uomini. Ognuno ha aspirazioni differenti, caratteristiche differenti, ma tutti siamo complementari. La donna, ha uno spiccato senso di responsabilità, di organizzazione e di autonomia professionale, mette energia, impegno e dedizione in ciò che fa ed ha una forte volontà nel portare a termine gli obiettivi. Penso che si possa dire che le donne hanno tutte le carte in regola per avere successo in ruoli di leadership, o meglio le hanno tanto quanto gli uomini.

Nella sua esperienza personale ha avuto difficoltà a conciliare impegni professionali e familiari?
MDW: Chiaramente sì! Con la nascita del primo figlio ho dovuto cambiare lavoro, in quanto la mia attività nell’industria non era più conciliabile con quella di mamma, visto che ero spesso all’estero per lavoro. Ho quindi aperto il mio studio di ingegneria ambientale e costruito un’attività da zero, continuando così a poter esercitare la mia professione, che ancora oggi mi dà tante soddisfazioni. Quando i miei figli erano piccoli non potevo portarli al nido perché non ero un caso sociale, negli anni ’90, non cento anni fa. Oggi la situazione è migliorata e non vieni più condannata se lavori senza averne necessariamente bisogno, perché hai un marito che può da solo mantenere l’intera famiglia.

RC: Ritengo di far parte di una categoria di donne privilegiate. Partendo dalla mia famiglia che ha sempre considerato me e mio fratello a pari livello offrendo ad entrambi la possibilità di studiare e realizzarsi professionalmente, cosa non del tutto scontata negli anni ’70. Mio marito poi mi ha sempre sostenuta sia dal punto di vista personale che famigliare; altra cosa non sempre scontata. Molto spesso, infatti, subentrano rivalità tra ruoli interni alla coppia che limitano le donne e la loro carriera. Non da meno, grazie alle aziende all’avanguardia per le quali ho avuto modo di lavorare, e ai miei superiori che hanno sempre creduto in me. Sono sempre stata valutata in modo equo, in base alla mie competenze, potendo così crescere professionalmente fino ad accedere alla posizione manageriale attuale che ricopro da 13 anni, senza discriminazione.

Spesso si dice che sono le donne stesse a non voler assumere ruoli di responsabilità, che cosa ne pensa?
MDW: Non tutti gli uomini e non tutte le donne lo vogliono, ma ci sono di sicuro donne pronte a farlo e anche donne con famiglia pronte a farlo, malgrado gli sforzi supplementari del conciliare il lavoro con il resto. Se le condizioni quadro miglioreranno anche il numero di donne pronte ad assumere una responsabilità aumenterà.

RC: Per esperienza personale, in qualità di responsabile del Dipartimento risorse umane di Migros Ticino, ho potuto constatare che in molte occasioni il problema esiste effettivamente. Da quali fattori questo sia dettato, è difficile dirlo, penso che si tratti del «dilemma del doppio vincolo», ossia le donne interessate a uno sviluppo di carriera, sono poste davanti al vincolo del proprio ruolo in qualità di responsabile del nucleo famigliare e della ancora poca equa ridistribuzione dei ruoli e compiti in famiglia, che impone alla donna di «sacrificare» la propria carriera a favore della famiglia.

Nell’economia privata sono le singole aziende che al loro interno possono decidere o meno di adottare politiche in favore delle carriere femminili. In questo senso che cosa fa la Cooperativa Migros Ticino?
MDW: La Cooperativa Migros Ticino è donna: sono 917 le donne impiegate sui 1582 collaboratori totali e 14% le donne membri di direzione, 15% le donne quadri medi, ma ben il 42% quelle quadri: le percentuali stanno aumentando dalla base e ci si aspetta quindi degli aumenti anche nei posti dirigenziali. In Consiglio di amministrazione vi sono 3 donne su 7 membri. La Cooperativa Migros Ticino sostiene e promuove un’ampia gamma di misure di politica familiare, fra le quali la conciliabilità tra lavoro e famiglia e opera sulla base di una politica lungimirante.

RC: Il nostro obiettivo è di garantire le pari opportunità a donne e uomini in tutti i settori e livelli dell’azienda. La parità nella vita lavorativa non si limita alla parità salariale, ma si estende anche alla ripartizione dei compiti, all’impostazione delle condizioni di lavoro, alla formazione e al perfezionamento e alla carriera professionale. Anche questi aspetti sono sistematicamente contemplati nel metodo di conduzione M-FEE e nel modello delle competenze su cui poggia, e integrati nello sviluppo del personale. Grazie a questi strumenti le discriminazioni nell’impiego sono di principio e sistematicamente escluse.
La questione delle pari opportunità è al centro dell’attenzione della Direzione. Il Dipartimento risorse umane consiglia i responsabili di linea e effettua un monitoraggio puntuale per verificare che l’applicazione delle direttive sia garantita in tutti gli ambiti. Tutte le collaboratrici e i collaboratori sono informati e sensibilizzati sul tema, sia attraverso il Contratto collettivo di lavoro nazionale (CCLN), regolamenti e documenti informativi, sia durante il corso per nuovi assunti, al quale sono tenuti a partecipare tutti i collaboratori che iniziano la loro attività presso Migros Ticino, e a tutti i corsi Manageriali.

Il Direttore del DI alla Conferenza RSS a Losanna

Il Direttore del DI alla Conferenza RSS a Losanna

Comunicato stampa

Il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi parteciperà domani, giovedì 16 maggio, a Losanna alla 4a Conferenza della Rete Integrata Svizzera per la Sicurezza (RSS) nella sua funzione di presidente. Tema centrale della giornata sarà il ruolo del settore privato nell’ambito della sicurezza, la collaborazione tra pubblico e privato, nonché la necessità di un partenariato pubblicato-privato in caso di crisi.
La Rete integrata Svizzera per la sicurezza (RSS) comprende tutti gli strumenti in materia di politica di sicurezza della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni. Essa è stata creata all’indomani del rapporto del Consiglio federale sulla politica di sicurezza Svizzera 2010. I suoi organismi (piattaforma operativa e piattaforma politica) servono alla consultazione e al coordinamento in merito a decisioni, mezzi e misure della Confederazione e dei Cantoni riguardo a sfide comuni in materia di politica di sicurezza.
Il Consigliere di Stato Norman Gobbi è presidente della piattaforma politica della RSS per l’anno 2018-2019, e in questa veste domani a Losanna terrà la relazione finale. Nel forum politico della RSS è presente anche la capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia, la Consigliere federale Karin Keller-Sutter, che interverrà sul tema: “Quali necessità sussistono di legiferare a livello federale?” nell’ambito del settore della sicurezza privata. Diversi relatori, responsabili a livello nazionale, cantonale e comunale parleranno del rapporto di collaborazione oggi in essere tra le agenzie di sicurezza privata e gli organi di Polizia, la Protezione civile e l’Esercito.
Norman Gobbi al termine dei lavori si soffermerà brevemente anche sulla 2a Esercitazione della Rete integrata Svizzera per la sicurezza (ERSS19) agendata per il prossimo novembre. Come si ricorderà, la prima esercitazione di questo genere venne organizzata in Svizzera nel 2014, con il Ticino protagonista in diverse attività, che permisero di tastare il polso sulla capacità di intervento coordinato in caso di una grave penuria di energia elettrica e di una pandemia influenzale. L’esercitazione nel prossimo novembre metterà alla prova le strutture, l’organizzazione e le procedure in caso di minaccia terroristica.

 

Aggregazioni: Vico e Morcote avanti da sole

Aggregazioni: Vico e Morcote avanti da sole

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 15 maggio 2019 del Corriere del Ticino

I Municipi dei due Comuni hanno chiesto al Consiglio di Stato l’autorizzazione a effettuare uno studio
Scartata l’ipotesi della fusione a tre con Melide – Il sindaco Angelo Geninazzi: «Mancano i presupposti»

Morcote e Vico Morcote corrono da sole verso l’ipotesi dell’aggregazione. Lunedì i due Municipi si sono incontrati per firmare un’istanza che chiede al Consiglio di Stato l’autorizzazione ad eseguire uno studio per la fusione. Ora è attesa la risposta del Governo, che potrebbe arrivare già tra una decina di giorni. Dopo la serata che ha avuto luogo lo scorso 30 aprile a Melide, alla presenza dei sindaci dei tre Comuni e del capo della Sezione Enti Locali Marzio Della Santa, sembra quindi scartata l’ipotesi di un’aggregazione a tre con il Comune del sindaco Angelo Geninazzi. «Vedo meglio le collaborazioni intercomunali – aveva detto in quell’occasione Geninazzi – in particolare con Bissone. L’aggregazione ci farebbe perdere identità e non porterebbe vantaggi concreti». La serata era stata organizzata dal gruppo di lavoro coordinato da Abbondio Adobati e nato per approfondire lo scenario ipotizzato dal Cantone. Il Piano cantonale delle aggregazioni (PCA) vedeva piuttosto una fusione a tre.

«Abbiamo molte similitudini»
Con Melide fuori dai giochi, gli altri Comuni non ci hanno pensato due volte: nel corso delle riunioni dei due Esecutivi, che hanno avuto luogo la scorsa settimana, tutti i municipali si sono detti d’accordo a commissionare lo studio.
«Siamo molto simili, – spiega il sindaco di Vico Giona Pifferi – perché quindi non valutare se c’è l’opportunità di crescere insieme con investimenti mirati? Con uno studio avremo delle indicazioni precise su pregi e difetti di una fusione: solo i numeri oggettivi sapranno dirci come andrebbe».
«Questa fusione – spiega dal canto suo il sindaco di Morcote Nicola Brivio – è già quasi una realtà, perché abbiamo diverse cose in comune, come la scuola dell’infanzia e le elementari. Siamo già molto uniti, basti pensare che per raggiungere dei piccoli quartieri di Morcote sono raggiungibili solo passando da Vico».
«Le persone che abitano a Vico – continua Pifferi – vivono molto anche Morcote, abbiamo un coefficiente finanziario simile (Morcote 169 e Vico 178) e siamo due comuni residenziali».
«Era emersa una chiusura da parte loro – gli fa eco Brivio – una non volontà di entrare in materia, mentre tra noi ci sono più similitudini».

E chi resta fuori?
Nessun rimpianto da parte del sindaco di Melide, anzi. «Il Municipio è diretto all’unanimità in un’altra direzione. – commenta Angelo Geninazzi – Non siamo contro la fusione in modo dogmatico, ma mai come oggi il Comune è lontano da quelli che sono i presupposti del Piano cantonale delle aggregazioni». Geninazzi, che ha ribadito l’apertura a collaborazioni intercomunali, sottolinea inoltre come «negli ultimi sei anni il Comune ha investito il doppio rispetto a quanto fatto negli ultimi sedici». «Negli ultimi anni – continua – abbiamo ampliato i servizi alla popolazione, creando sale per anziani, mense, doposcuola e altro. Inoltre, parlando di operatività finanziaria, mai nella storia di Melide come oggi il capitale proprio, il gettito finanziario e i ricavi sono stati così alti». Infine, «la partecipazione politica è in crescita».

La procedura sarà lunga
L’istanza inviata a Bellinzona per analizzare l’aggregazione tra Vico e Morcote è solo la prima fase di una lunga procedura. Dopo un eventuale rapporto di studio sulla fusione, toccherà ai Legislativi e ai Municipi dare i propri preavvisi e, nel caso di un’approvazione dello studio, sarà la popolazione a decidere se vorrà o meno questo «matrimonio».

(Foto: www.vicomorcote.ch)

“La prossimità alle polcom”

“La prossimità alle polcom”

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 15 maggio 2019 de La Regione

L’Associazione delle polizie comunali: no a compiti che ci fanno perdere il contatto con i cittadini
Bossalini: strutturate ed effettivi, stiamo valutando un modello alternativo

Sì a nuovi compiti, no però a quelli che potrebbero sottrarre tempo e risorse alla missione principale delle forze dell’ordine locali, cioè la sicurezza di prossimità, che passa pure «dal contatto quotidiano con i cittadini». Ok alla formula quindici agenti più il comandante affinché una polizia comunale possa definirsi strutturata, anche se «al nostro interno stiamo valutando uno scenario che garantirebbe la copertura delle 24 ore con le ‘strutturate’ attuali», incluse quindi quelle con cinque agenti più il responsabile, il numero minimo riconosciuto dalla legge odierna. No alla possibilità per i Comuni di stipulare convenzioni con il Cantone, anziché con altre polizie comunali, poiché questo aprirebbe le porte «alla polizia unica». L’Associazione delle polizie comunali ticinesi (Apcti) prende posizione sulle proposte del Dipartimento istituzioni di modifica della LcPol, la Legge sulla collaborazione tra Polizia cantonale e comunali. Lo ha fatto ieri, con le parole del suo presidente Dimitri Bossalini, in occasione dell’assemblea tenutasi nella sede della Polcom di Chiasso. Il progetto di revisione della LcPol, normativa votata dal Gran Consiglio nel 2011, in vigore dal 2012 e implementata nel corso dei successivi tre anni, è stato messo a punto dal gruppo di lavoro ‘Polizia ticinese’ costituito dal Consiglio di Stato nel dicembre 2016. Una riforma che il Dipartimento vorrebbe sottoporre a governo e Gran Consiglio entro fine anno, come ha annunciato un paio di mesi fa. Sui prospettati cambiamenti normativi si pronuncia intanto l’Associazione delle polcom. E non a tutti dà luce verde. È d’accordo con l’assunzione da parte delle Comunali di nuovi compiti. Ma «siamo scettici», ha puntualizzato Bossalini, sull’attribuzione ai corpi locali «di competenze anche in materia di incidenti con ferimento, furti, danneggiamenti e di legge sugli stranieri». Il motivo? «Indagini» e «burocrazia» derivanti dall’adempimento di queste mansioni «ci costringerebbero a ridimensionare la nostra attività di polizia di prossimità, a diretto contatto con il cittadino». Nessuna obiezione, per citare ancora il presidente dell’Apcti, al mantenimento dei «sette poli», ovvero delle attuali regioni di polizia comunali facenti capo ad altrettanti Comuni polo (Chiasso, Mendrisio, Lugano, Locarno, Ascona, Bellinzona e Biasca). Neppure alla riduzione in un secondo momento, come ventilato dal Dipartimento istituzioni, da sette a cinque regioni di polizia, con un solo polo per il Mendrisiotto e uno solo per il Locarnese. «Sarà comunque necessario il consenso delle parti interessate», ha rilevato Bossalini, ricordando che l’associazione «già a suo tempo riteneva ottimale la soluzione a cinque». Capitolo effettivi. La proposta del Dipartimento di elevare il numero minimo di poliziotti perché una polcomunale venga considerata strutturata è condivisa parzialmente dall’Apcti: va bene l’ipotesi quindici agenti più il comandante, che però non deve essere il primo passo verso ‘strutturate’ formate da almeno venti agenti più il capo. Ad ogni modo, ha fatto sapere Bossalini, «l’associazione sta studiando un modello alternativo, che vedrebbe nelle regioni un’accresciuta collaborazione fra le attuali ‘strutturate’, comprese pertanto le Comunali con cinque agenti più il comandante, per garantire l’attività sulle ventiquattro ore». L’Apcti boccia poi le modifiche di legge che permetterebbero di dar vita a posti di polizia misti, composti di agenti della Cantonale e di agenti delle polcom, e agli enti locali di stringere convenzioni con il Cantone invece che con polizie strutturate di altri Comuni. Queste alcune delle proposte dipartimentali su cui si è soffermato il presidente dell’associazione.

Ma ieri a Chiasso c’è pure chi ha invitato l’Apcti «a guardare anche al futuro». L’invito è di Roberto Torrente, alla testa della polizia della Città di Lugano e vicepresidente della stessa associazione: «Anche occupandoci di furti semplici e di danneggiamenti creiamo un rapporto di fiducia con la popolazione». Senza dimenticare, ha osservato il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi, quello che è l’obiettivo delle forze dell’ordine: «Garantire un contesto sicuro ai cittadini e alle aziende presenti sul territorio», per renderlo attrattivo.


Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 13 maggio 2019 del Corriere del Ticino

Polizie comunali: «Non toglieteci la prossimità»

Il progetto di «Polizia ticinese», promosso dal Dipartimento delle istituzioni e in fase di consultazione, ha tenuto banco all’assemblea dell’Associazione delle polizie comunali ticinesi. Quest’ultima ha preso posizione sulle 8 proposte di nuovi compiti messe sul tavolo dallo speciale gruppo di lavoro dipartimentali per allinearli con la riforma Ticino 2020. «In linea di massima quanto previsto ci soddisfa» precisa il presidente Dimitri Bossalini, confermato alla guida. Nell’ambito della revisione della legge per la collaborazione tra Polizia cantonale e comunali c’è però un aspetto su cui l’associazione intende battersi. «Siamo contrari al concetto di posti misti e vogliamo evitare d’inserire nella legge la possibilità per i Comuni di convenzionarsi con il Cantone» ci spiega Bossalini. Il motivo? «Le attività della Polizia cantonale e dei corpi comunali, per quanto complementari, sono diverse tra loro. Non vogliamo che delle inchieste che generano una marea di burocrazia ci impediscano d’assolvere al meglio il compito di prossimità, che è la nostra peculiarità». Per quanto riguarda l’aumento graduale degli effettivi delle polizie strutturate, l’APCTi ha auspicato che il concetto 15 agenti +1 comandante possa essere concretizzato a tendere entro il 2025 e non entro il 2020 come previsto. «Ho inoltre avanzato una controproposta: permettere alle polizie strutturate di mantenere l’organico minimo 5+1 a condizione di una fattiva collaborazione nella copertura del territorio sulle 24 ore» indica Bossalini. Intervenuto all’assemblea, il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi ha precisato: «È necessario proseguire nella definizione chiara e condivisa di ruoli e competenze per ciascun corpo di polizia, in modo da consentire un ulteriore miglioramento in termini di sicurezza».

 

Servizio all’interno dell’edizione di martedì 14 maggio 2019 del TG di Teleticino

http://teleticino.ch/il-tg/polizie-comunali-cosi-perdiamo-la-prossimita-DY1199432

Discorso pronunciato in occasione dell’Assemblea annuale dell’Associazione delle Polizie comunali ticinesi

Discorso pronunciato in occasione dell’Assemblea annuale dell’Associazione delle Polizie comunali ticinesi

14 maggio 2018 – Chiasso

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore, egregi signori,
Con piacere porto il mio saluto a nome del Consiglio di Stato in occasione di questa vostra assemblea annuale.
Non vi nascondo che per me incontrare tutti i responsabili delle Polizie comunali delle sette Regioni rappresenta un momento importante. Prima di tutto per esprimervi il ringraziamento per il lavoro che portate avanti quotidianamente. I cambiamenti di quest’ultimo decennio – che hanno toccato la nostra società, il nostro tessuto economico e concretamente la vita dei Ticinesi – hanno spinto ad apportare altrettanti conseguenti cambiamenti nella costruzione e nella definizione del nostro “sistema sicurezza”. In questo senso, è fondamentale che ogni elemento della catena operi secondo le proprie competenze, in modo coordinato e armonico, con la finalità di trovare le opportune contromisure in ogni situazione. Questo processo passa inevitabilmente attraverso il compimento di adeguate soluzioni organizzative.
Voi conoscete l’impegno personale che investo nel mio ruolo di capo del Dipartimento delle istituzioni proprio sul fattore sicurezza. Sono convinto – e con me sicuramente lo siete anche voi – che il benessere del nostro Cantone passi anche, se non soprattutto, dalla possibilità di dare ai cittadini la garanzia di vivere in un contesto sicuro. Ciò comporta da parte delle autorità cantonali, una visione globale volta a trovare soluzioni locali e puntuali, adeguate e proporzionate a ogni singola realtà. Anche nei prossimi anni, questo impegno costante permetterà inoltre di ottimizzare ulteriormente l’impiego delle risorse. Risorse che in ogni ambito e in ogni settore sono per definizione limitate. Pertanto una sovrapposizione d’investimenti dei diversi Corpi di Polizia può rivelarsi insidiosa e già oggi è tema di discussione a livello politico.

In questi anni gli sforzi sono stati incentrati sul consolidamento dell’assetto legato alla legge del 2011, che ha generato molteplici aspetti positivi, ma che racchiude in sé ancora diversi limiti e criticità. Ora però è necessario proseguire nella definizione chiara e condivisa di ruoli e competenze per ciascun Corpo di Polizia, in modo da consentire un ulteriore miglioramento.

Le Polizie comunali sempre di più dovranno privilegiare la loro azione nell’ambito della prossimità. Ciò significa anche intervenire puntualmente in caso d’incidenti, di liti o problemi di vicinato come pure in molteplici altri ambiti prettamente locali. Un aspetto rilevante delle vostre competenze consiste quindi nell’intensificare il contatto con la popolazione, che deve garantire il compito demandato ai Comuni del controllo abitanti. Tale vicinanza consentirà di segnalare tempestivamente situazioni potenzialmente problematiche.

È fondamentale che il tutto avvenga attraverso un coordinamento della Polizia cantonale, in modo da consentire lo sviluppo di attività specializzate e strutturate di contrasto alla criminalità. Solo in questo modo sarà possibile far fronte a fenomeni che travalicano i confini comunali e quindi rientrano nelle competenze cantonali.

Da sempre ho ritenuto fondamentale un concetto chiave nell’ambito della sicurezza: la collaborazione. Infatti, laddove questa è consolidata e rispettosa dei ruoli, i risultati sono lì ad attestarne la validità. È una strada obbligatoria e dalla quale non si può deviare. Infatti la rete “della sicurezza”, che comprende molteplici attori sia a livello comunale sia a livello cantonale, come pure sul piano nazionale e internazionale, funziona grazie alla condivisione e al coordinamento delle informazioni. I successi di operazioni di Polizia ottenuti negli ultimi anni indicano come la collaborazione sia la chiave del successo.
Il nostro Cantone può fregiarsi attualmente della più moderna centrale d’allarme a livello nazionale. Infatti la CECAL dispone dei moderni sistemi informatici che permettono, rispetto al passato, di fornire una più celere risposta al cittadino e garantire un coordinamento cantonale delle forze in campo relative al primo intervento.
Nell’ambito del grande cantiere legato a Ticino 2020, Cantone e Comuni stanno portando avanti una serie di riflessioni sui flussi di competenze e sui flussi finanziari. Insomma: chi fa che cosa e chi paga. La sicurezza è ovviamente un tema centrale nelle discussioni. Tali riflessioni sono portate avanti dal gruppo di lavoro “Polizia ticinese”.

Avremo modo di confrontarci quindi nel prossimo futuro su questi aspetti. Attendiamo i risultati del citato gruppo di lavoro e poi affrontiamo la discussione, così auspico, con spirito di apertura al fine di essere pronti anche a intraprende cambiamenti, sempre orientati però al fine ultimo: la sicurezza dei Ticinesi.

Tradizione: A Vevey si parlerà anche dialetto

Tradizione: A Vevey si parlerà anche dialetto

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 14 maggio 2019 del Corriere del Ticino

Il canton Ticino sarà ospite d’onore il 27 luglio alla Fête des vignerons con uno spettacolo firmato Daniele Finzi Pasca
Il regista: «Esibizione ricca di emozioni e magia»
Norman Gobbi: «Evento eccezionale che omaggia la nostra storia»

Il Ticino è pronto a scrivere un pezzo di storia. Il 27 luglio il nostro cantone sarà infatti ospite d’onore alla Fête des vignerons, la manifestazione patrimonio dell’UNESCO che dal 1797 celebra il settore vitivinicolo e che ogni 25 anni anima la cittadina di Vevey, nel canton Vaud, attirando oltre mezzo milione tra appassionati e curiosi. «È un evento eccezionale e per il Ticino è un onore poter prendere parte a una manifestazione che omaggia la tradizione e la storia della Confederazione», ha rimarcato il vicepresidente del Governo Norman Gobbi. Una presenza rossoblù che, nell’ambito dei festeggiamenti in programma dal 18 luglio all’11 agosto, metterà in evidenza «l’amore del nostro cantone per il suo territorio e l’importanza di prendersi cura della propria terra», ha continuato il direttore delle Istituzioni sottolineando come «quest’amore passa anche dal saper coniugare tradizione e innovazione».

Dietro l’atmosfera
Ma questa 12. edizione della Fête des vignerons vedrà il nostro cantone giocare un ruolo ancor più importante. Sì perché lo spettacolo che contraddistingue la manifestazione porta la firma di uno dei maggiori artisti ticinesi: Daniele Finzi Pasca. «Racconteremo il lavoro di quegli uomini che, per tutto l’anno, si impegnano per far crescere la vigna in una rappresentazione ricca di emozione e magia», ha spiegato il regista che non ha voluto svelare troppo dello spettacolo promettendo però di «far immergere lo spettatore in un’esperienza sensoriale fatta di musica e luci. Abbiamo lavorato molto a questo progetto perché volevamo capire cosa c’è dietro a questa febbre che, tutto d’un tratto, esplode e per un mese trasforma Vevey. Insomma è un’atmosfera unica: basta pensare che nove mesi dopo la Fête des vignerons si registra un decisivo incremento demografico nella cittadina». Ironia a parte, a fungere da fil rouge della rappresentazione saranno un nonno e la sua nipotina, Julie, che accompagneranno gli spettatori alla scoperta delle tradizioni legate alla vigna. «La Fête des vignerons è cambiata rispetto al passato – ha aggiunto Finzi Pasca – ed è tuttora in evoluzione. Abbiamo quindi voluto presentare uno spettacolo che fosse, insieme, tradizione e innovazione. Per far sì piacere ai tradizionalisti, ma anche per saper affascinare i più giovani. Perché sono loro, sono le prossime generazioni che saranno chiamate a portare avanti questa tradizione». Uno spettacolo che si preannuncia «effervescente» e che vedrà 5.500 attori darsi il cambio sul palco di un’arena «ancora più grande rispetto al passato e capace di accogliere 20.000 spettatori. Un’arena – ha annunciato creatore artistico – che rappresenta anche una prima mondiale dal momento che il pavimento sarà interamente ricoperto di uno strato di LED capace di illuminare e far danzare i figuranti sulla luce».

Un’amicizia confederale
Detto dello spettacolo, la presenza del nostro cantone sulle rive del Lemano raggiungerà il suo culmine il 27 luglio, quando appunto «una delegazione ticinese sfilerà assieme a rappresentanti dei Cantoni della Svizzera centrale. Una scelta questa che vuole rimarcare l’amicizia confederale che ci lega», ha spiegato il cancelliere dello Stato Arnoldo Coduri precisando inoltre come per l’intera durata della manifestazione «saranno molteplici gli appuntamenti e gli eventi che metteranno in risalto le peculiarità del nostro cantone quale terra vitivinicola». Una vetrina unica dove non mancherà «Sapori Ticino che, in collaborazione con Ticino Turismo, proporrà le eccellenze nostrane alla Maison Ticino», ha aggiunto il cancelliere.

In attesa di dare il via alla manifestazione,a sottolineare l’importanza della presenza ticinese alla Fête des vignerons è stato anche François Margot, presidente e abate della Confrérie des vignerons, che ha evidenziato il legame che unisce Vaud e Ticino. «Forse non sembra – ha affermato – ma il canton Vaud è molto vicino al Ticino e condivide con voi molti valori. Ecco perché siamo contenti della vostra presenza ad un evento storico ed eccezionale. Un evento capace di unire tutti i cantoni attorno ad una manifestazione culturale che è diventata parte integrante delle nostre radici. Non ho problemi a dirlo: questo appuntamento è diventato un tassello chiave della nostra identità». E di identità ha parlato anche Milena Folletti, vicedirettrice della RSI, che ha precisato come l’emittente «sarà presente per riportare i volti e le emozioni non solo del Ticino, ma di tutta la Svizzera» grazie anche a una serie di documentari dedicati a chi, del vino, ne ha fatto la propria passione. «Vogliamo portare oltralpe l’imprenditorialità della Svizzera italiana quando si parla di vino – ha precisato Folletti – mostrare a tutti l’eccellenza che caratterizza il nostro territorio».

Servizio all’interno dell’edizione di lunedì 13 maggio 2019 de Il Quotidiano

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/11757788

Il Ticino partecipa alla Fête des Vignerons 2019

Il Ticino partecipa alla Fête des Vignerons 2019

Comunicato stampa

Il Ticino ha presentato oggi i contenuti della propria presenza all’edizione 2019 della Fête des Vignerons, in programma dal 18 luglio all’11 agosto a Vevey (VD), durante la quale anche il nostro Cantone parteciperà per rendere omaggio alla tradizione e alla cultura identitaria svizzera. Diverse sono le attività in programma, con il coinvolgimento degli operatori turistici e del settore vinicolo. Daniele Finzi Pasca ha inoltre fornito alcune anticipazioni sul grande spettacolo del quale è curatore e regista.

Il 27 luglio 2019 il Cantone Ticino parteciperà alla prossima edizione della Fête des Vignerons con una giornata cantonale, i cui contenuti sono stati anticipati nel corso della conferenza stampa. Il Consiglio di Stato, rappresentato oggi dal Vicepresidente Norman Gobbi, intende con questa presenza ufficiale omaggiare la tradizione identitaria svizzera. Nel corso dell’incontro informativo sono stati illustrati – da parte del Presidente e Abate della Confrérie des Vignerons, François Margot – i contenuti della manifestazione, dal punto di vista storico e culturale. Daniele Finzi Pasca, il creatore, con Julie Hamelin Finzi, della Fête des Vignerons 2019 e regista dello spettacolo, ha fornito alcune anticipazioni sui contenuti dello spettacolo e della rappresentazione artistica. La RSI ha infine presentato i dettagli della copertura mediatica dell’evento da parte del servizio pubblico radiotelevisivo, che dedicherà particolare attenzione alla giornata ticinese.
Il Canton Ticino sarà presente a Vevey con una rappresentanza istituzionale con attività di promozione turistica coordinate da Ticino Turismo all’interno di uno spazio espositivo, con momenti folcloristici e musicali e con attività di promozione del settore vitivinicolo ticinese; a questo scopo, va menzionata la presenza di Ticinowine all’interno del padiglione nazionale di Swiss Wine. Va ricordata inoltre un’iniziativa della rassegna gastronomica «Sapori Ticino», che darà vita alla «Maison Ticino», per promuovere alcune eccellenze del nostro territorio.
L’Abate e Presidente della Confrérie des Vignerons François Margot si rallegra della bella presenza del Cantone Ticino a Vevey durante la Festa. Si felicita pure che la scelta del ticinese Daniele Finzi Pasca quale creatore dello spettacolo abbia permsso di rinforzare i legami confederali e di mostrare che la Svizzera è ricca di creatori di fama internazionale capaci di tenere viva la tradizione per un pubblico contemporaneo.

Sempre più pressione su Lauber

Sempre più pressione su Lauber

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 13 maggio 2019 de La Regione
Le reazioni in Ticino

(…)

Il Ticino è sede di una delle antenne del Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) presenti sul territorio nazionale. «In questi anni la collaborazione del nostro Cantone con Lauber e con la Procura federale in generale è stata sempre buona, se non ottima – premette il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi, da noi interpellato –. Mi dispiace della situazione venutasi a creare e in ogni caso bisognerà dimostrare che ciò che si rimprovera a Lauber sia qualcosa di effettivamente problematico. Ora, il primo che può fare chiarezza è lo stesso Lauber, il quale ha comunque sempre riservato una certa attenzione al Ticino. La recente promozione di una ticinese, la procuratrice federale capo Dounia Rezzonico, a responsabile della Divisione criminalità economica del Ministero pubblico della Confederazione ne è una dimostrazione».

Detto questo, prosegue Gobbi, «occorrerebbe semmai riflettere sull’intero sistema di perseguimento penale federale, sulla sua organizzazione. Se guardiamo all’attività, alla produttività del Ministero pubblico della Confederazione, qualche domanda è senz’altro lecito porsela». Non sono certo tanti i casi di competenza della Procura federale che finiscono sotto la lente dei giudici, quantomeno in tempi ragionevolmente brevi. «A conti fatti – riprende Gobbi –, non sarebbe stato meglio quando si trattò di riformare il Ministero pubblico della Confederazione fissare un accordo quadro con i Cantoni per rendere più incisivo il perseguimento di determinati reati?».

Guardie Svizzere del Papa: “Un esempio per i giovani”

Guardie Svizzere del Papa: “Un esempio per i giovani”

Alcune considerazioni del Consigliere di Stato Norman Gobbi dopo la visita a Roma
Recarsi a Roma, visitare il Vaticano, partecipare alle funzioni religiose rappresenta per ogni cattolico un momento particolare. “ Sì, è il sentimento che ho provato lo scorso fine settimana – ci dice il Consigliere di Stato Norman Gobbi. Questa volta, però, c’erano due fattori ulteriori che hanno creato un ambiente ancora più toccante: il giuramento delle Guardie Svizzere del Papa e il fatto con il Canton Ticino per la prima volta fosse l’invitato d’onore a questa cerimonia”.  Gobbi faceva parte della delegazione ticinese. “Il programma allestito in tale circostanza ha permesso davvero di entrare meglio in contatto con una realtà, quella delle Guardie Svizzere, che suscita sempre ammirazione. La dedizione totale di questi giovani svizzeri alla causa del Papa è encomiabile. Tra coloro che hanno prestato quest’anno il giuramento il 6 maggio c’erano anche tre ticinesi. Da qui la presenza a Roma di tante persone giunte dal Ticino con le quali si è potuto scambiare opinioni, ma soprattutto emozioni”. La delegazione ticinese, oltre ai rappresentati del Governo, era formata anche da deputati in Gran Consiglio, come il vice presidente Daniele Caverzasio, da parlamentari a Berna, come la consigliera nazionale Roberta Pantani, dal comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi e da autorità militari.
Il rapporto tra il Corpo delle Guardie Svizzere e il nostro Cantone è diventato ancora più stretto da quando una parte della formazioni dei giovani alabardieri viene svolta presso la Scuola cantonale di Polizia. “Si tratta di quattro settimane molte intensive – sottolinea il capo del Dipartimento delle istituzioni – nelle quali le guardie svizzere affinano e rafforzano la loro formazione, così da essere meglio preparati nei compiti che dovranno svolgere in Vaticano a protezione del Papa. Durante gli incontri ufficiali, il comandante del Corpo delle Guardie Svizzere ha sottolineato la professionalità dei corsi e i benefici di tale formazione, ringraziando per la collaborazione e le competenze che il Ticino ha saputo mettere in campo. Personalmente ritengo che questo tipo di collaborazione abbia rafforzato le capacità organizzative in ambito formativo della nostra Polizia cantonale, portando quindi benefici anche al nostro Corpo. Per questo, oltre ad aver favorito tale soluzione, sosterrò con convinzione anche in futuro i rapporti con il comando delle Guardie Svizzere” .