Discorso pronunciato in occasione della Consegna dell’arma alla Scuola di polizia

Discorso pronunciato in occasione della Consegna dell’arma alla Scuola di polizia

29 novembre 2018 – Bellinzona

– Fa stato il discorso orale –

Care e cari aspiranti,

sono davvero contento di incontrarvi oggi, in una giornata che resterà per sempre nella vostra testa e nei vostri cuori e che vi sta sicuramente regalando tanta emozione. La consegna dell’arma rappresenta un ulteriore passo nel vostro percorso formativo e di crescita all’interno della Scuola di polizia.
E si tratta di un passo molto significativo, visto che da oggi diventate a tutti gli effetti agenti del nostro Corpo di polizia. Ricevete un’arma che sottende una forte assunzione di responsabilità da parte vostra, donne e uomini che hanno scelto di servire in modo attivo il proprio Paese e la sua popolazione, adoperandosi giorno dopo giorno, ogni giorno, a favore della sicurezza del Cantone.

Diceva Albert Einstein: “Dobbiamo sempre agire al meglio delle nostre possibilità. Questa è la nostra sacra responsabilità umana”.
In caso di necessità, sarete chiamati a utilizzare l’arma che avete ricevuto: per “agire al meglio delle vostre possibilità” dovete essere preparati ad affrontare nel modo opportuno anche le situazioni più delicate e meno preventivabili. Essere pronti farà parte del vostro lavoro, così come lo sarà la capacità di scegliere l’opzione migliore in contesti non facili. Potreste essere chiamati a decidere in pochissimi istanti cosa fare e cosa non fare ed è altamente probabile che in quell’occasione sarete soli. Ma in quei momenti sarete aiutati dall’approfondita formazione che state ricevendo in questi mesi.

Fortunatamente, i casi in cui vostri colleghi hanno dovuto esplodere un colpo di pistola sono piuttosto rari (ricordo i fatti accaduti a Novazzano nel febbraio 2016 e a Brissago nell’ottobre 2017), ma ciò non toglie che di fronte a una grave minaccia, e come ultima ratio, potreste essere costretti a estrarre l’arma dalla fondina e fare fuoco. Comunque vada, non sarà una scelta priva di conseguenze. È inevitabile.
Ma la preparazione cui siete e sarete sottoposti, il sostegno dei vostri istruttori, la capacità di gestire l’ansia e lo stress, la perfetta conoscenza dell’arma, vi permetteranno – come detto prima – di fare la cosa giusta al momento giusto. Di questo non ho alcun dubbio!

Siete motivati, entusiasti e soprattutto siete perfettamente consapevoli di quello che state facendo e della strada che state percorrendo: lo dimostra il fatto stesso che oggi siete qui con gli occhi che brillano di emozione, orgogliosi come lo sono io. La vostra consapevolezza mi rende sereno.

Se le vostre azioni saranno proporzionate alla situazione, sappiate che potrete sempre contare sul sostegno del Corpo, del Comandante e del sottoscritto.
Siate coscienti che, in un modo o nell’altro, qualsiasi scelta che farete sarà importante e che dovrete avere sempre l’umiltà e l’intelligenza di lasciarvi guidare da chi ha più esperienza di voi.
Siate ottimi agenti, ma soprattutto brave persone, non cedete alle facili tentazioni, evitate le scorciatoie e proseguite il cammino certo e retto che avete intrapreso.
Siate fieri di indossare quella divisa e consapevoli del significato di quell’arma.
Operate con coraggio e con proporzionalità, agite nella maniera opportuna come richiesto dal codice deontologico e dalla legge.

Avete ricevuto un’arma.
Le mani che ve l’hanno consegnata appartengono alle istituzioni che rappresentate e ai cittadini che siete chiamati a tutelare.
Vi abbiamo affidato non solo un’arma, ma anche la nostra totale fiducia: non dovete mai dimenticarlo.

A marzo vivrete un altro momento che segnerà la vostra carriera: la dichiarazione di fedeltà.
Quel giorno concluderete il vostro iter formativo e inizierete una nuova e stimolante sfida professionale nei Corpi di Polizia.

In questo specifico settore, sta cambiando molto.
Proprio in questi giorni abbiamo presentato l’assetto della Polizia ticinese del prossimo futuro.
Prima di scendere nei particolari, va ricordato che lo scorso aprile, dopo che il Consiglio di Stato ha preso atto del lavoro del gruppo denominato “Polizia ticinese”, il Dipartimento delle istituzioni ha sottoposto il progetto a una consultazione cui hanno preso parte 6 Comuni polo, 52 Comuni, 2 Associazioni e il Ministero pubblico.
Dopo aver raccolto le considerazioni emerse, il Dipartimento delle istituzioni ha deciso di procedere entro la fine del 2018 alla definizione di nuovi compiti per le Polizie comunali secondo quanto previsto anche dal progetto TICINO 2020.

Tra queste nuove competenze figurano ad esempio i controlli in materia di violazione della Legge sugli stranieri (dimore fittizie), gli incidenti stradali e il commercio ambulante.
Inoltre, nei prossimi anni il numero minimo di agenti per le polizie strutturate aumenterà gradualmente in una prima fase da 5 a 15 e successivamente a 20 (senza contare il Comandante del Corpo).
Infine, si procederà con l’attuazione di una serie di misure che miglioreranno il coordinamento all’interno delle Regioni di Polizia, favoriranno la centralizzazione delle necessità informatiche e logistiche e definiranno una struttura organizzativa “standard” per le polizie dei Comuni Polo.

Queste le novità riassunte forzatamente per sommi capi, perché i cambiamenti sono davvero tanti e il tempo per parlarvene poco.
Una cosa non deve invece cambiare: la vostra dedizione alla causa.
Venisse a mancare, o solo scricchiolasse, l’intero sistema ne risentirebbe pesantemente.

Vi auguro un eccellente proseguimento della vostra formazione e della vostra carriera, al servizio dei cittadini!

Discorso pronunciato in occasione dell’evento “Cavaliere del Cuore 2017-2018”

Discorso pronunciato in occasione dell’evento “Cavaliere del Cuore 2017-2018”

26 novembre 2018 – LAC Lugano

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore, egregi signori,
inizio il mio intervento citando una frase Sofocle: “L’opera umana più bella è di essere utile al prossimo”. Credo che non ci sia nulla di paragonabile all’aiutare qualcuno soltanto per il piacere di farlo oppure per ottemperare al proprio senso del dovere in modo spontaneo e genuino. Credo che non ci sia nulla di più gratificante di mettersi al servizio degli altri senza porsi domande, agendo guidati dall’istinto e dalla volontà di fare del bene.
Le persone che omaggiamo stasera sono persone speciali, anche se hanno fatto qualcosa che dovrebbe rientrare nei canoni della normalità: aiutare gli altri. Purtroppo, nell’attuale società non sempre capita.

Sono quindi davvero orgoglioso dell’invito che la Fondazione Ticino Cuore mi ha fatto e che ho subito accolto: sin dal 2005, anno della sua costituzione, ne seguo la crescita e lo sviluppo, ammirandone le tante iniziative. Il suo scopo principale è l’aumento della sopravvivenza delle persone colpite da arresto cardiaco improvviso in un Ticino dove, lo ricordo, annualmente si verificano tra i 250 e i 300 arresti cardiaci improvvisi.

Un grande contributo per migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita del paziente colpito da un arresto cardiaco – leggo sul sito della Fondazione – è dato dalla possibilità di mettere in atto quanto prima le misure salvavita e la rianimazione cardiopolmonare, associate all’impiego di defibrillatori automatici esterni da parte di soccorritori laici adeguatamente formati. L’importanza dei defibrillatori è nota a tutti.
Essi sono ormai presenti in ogni angolo del nostro Cantone: nei Comuni, nelle aziende, nelle scuole, negli impianti sportivi e anche in quasi 40 sedi di Polizia cantonale e comunale. Gli sforzi compiuti in questo ambito si dimostrano paganti.

E vengo a voi, carissimi “Cavalieri del Cuore”.
Avete dimostrato altruismo e coraggio, nobiltà d’animo e generosità, spingendovi a volte oltre i vostri limiti allo scopo di salvare la vita di donne e uomini che, nella stragrande maggioranza dei casi, neppure conoscevate.

La gratificazione che vi è stata riservata stasera è meritatissima.
Sono però sicuro che il premio al quale tenete di più lo avete già ricevuto: esso consiste nel sapere che la persona che avete salvato sta bene, che la sua vita prosegue oggi allo stesso modo di prima.

La Fondazione Ticino Cuore organizza questo momento di incontro per poter formalmente ringraziare le persone, le strutture e le istituzioni che hanno dato il loro concreto supporto al Progetto e in particolare a coloro che, con grande senso di responsabilità, si sono appunto attivate nella pratica della rianimazione cardiopolmonare.

Ad oggi, sono circa 600 le persone che hanno ricevuto il diploma di Cavaliere del Cuore.
Fra loro ci sono innanzitutto coloro che appartengono ai servizi partner degli enti di soccorso, come polizia, pompieri, guardie di confine: si rivela infatti determinante, per la riuscita dell’attività di Ticino Cuore, il buon rapporto di collaborazione instaurato con questi enti.
Sono proprio loro che, grazie a una capillare presenza sul territorio, riescono ad accorrere sul luogo dell’evento prima dell’arrivo delle équipe di soccorso sanitario: una loro adeguata preparazione per intervenire prontamente in caso di arresto cardiaco può rivelarsi quindi vitale.

A ottenere il diploma di Cavaliere del Cuore sono naturalmente anche tutti quei cittadini “comuni” che, difronte a una situazione di arresto cardiaco, si sono prodigati nelle prime misure di rianimazione.
Un’adeguata formazione è anche in questo caso spesso decisiva.

Un saluto affettuoso va ovviamente anche – e soprattutto! – a coloro che sono stati rianimati con successo e che sono qui, stasera, a consegnare di persona il riconoscimento ai loro “salvatori”.
Mi hanno detto che tra salvatore e salvato nasce un rapporto inscindibile, che supera il concetto stesso di Amicizia.
Posso solo immaginare quali emozioni provino salvatore e salvato quando si ritrovano dopo che il peggio è ormai solo un lontano ricordo.
Penso si tratti di un momento ricco di umanità e anche di grande commozione, esattamente come quello che stiamo vivendo stasera.

Vi ringrazio.

Chi vuole integrarsi rispetti le nostre regole

Chi vuole integrarsi rispetti le nostre regole

Percorsi ben definiti per i cittadini stranieri
La Giornata cantonale dell’integrazione che ha avuto luogo ieri a Mendrisio, si presta a qualche considerazione che mi permette di chiarire alcuni importanti aspetti di questo tema. Aspetti che di tanto in tanto vengono travisati oppure arbitrariamente strumentalizzati.
In Ticino la politica d’integrazione è stata adattata alle misure attuate in ambito di migrazione dalle Autorità cantonali e federali: i cittadini stranieri sono seguiti con regole e procedimenti ben definiti nel loro percorso d’integrazione. Sta però a loro dimostrare la volontà di integrarsi e quindi di meritarsi la permanenza nel nostro Cantone.
Pertanto, migrazione e integrazione sono due ambiti che non possono essere sconnessi tra di loro e, nel rispetto del federalismo svizzero, il nostro Cantone è chiamato ad attuare le misure definite dalla Confederazione in materia di legge sugli stranieri e di asilo: per questo specifico motivo le politiche d’integrazione seguono di pari passo quelle della migrazione. In questo senso il cittadino straniero che giunge sul territorio cantonale è seguito dai servizi in un percorso ben definito per consentire di comprendere da subito usi e costumi svizzeri.

Conoscere il territorio e parlare la nostra lingua
Dando seguito all’impostazione di cui ho appena parlato, alcuni nuovi progetti saranno avviati nel corso del 2019 nell’ambito della scuola e della formazione. Tra le altre cose, sarà posto l’accento sull’insegnamento della lingua italiana: il primo e fondamentale requisito per attivare il processo d’integrazione è infatti proprio quello di conoscere, capire e praticare la lingua parlata sul territorio ospitante.
Le Autorità federali e cantonali hanno definito regole chiare che lo straniero è tenuto a seguire nel percorso d’integrazione e prima di tutto occorre conoscere la nostra lingua.

Una collaborazione a più livelli
La Legge federale sugli stranieri definisce che la promozione all’integrazione è un compito da adempiere da parte dei tre livelli istituzionali (Confederazione, Cantone e Comuni) in modo da creare le condizioni quadro favorevoli alla parità di opportunità e alla partecipazione della popolazione straniera alla vita pubblica. Dal 1. gennaio 2014, la Confederazione e i Cantoni attuano le misure specifiche di promozione dell’integrazione nell’ambito di programmi d’integrazione cantonali (PIC) quadriennali. I PIC si fondano su 12 obiettivi strategici fissati dalla Confederazione nei tre pilastri (informazione e consulenza, formazione e lavoro, comunicazione e integrazione sociale). I PIC hanno oggi il ruolo di incoraggiare in particolare le strutture ordinarie – nell’ambito dell’istruzione, della formazione, del mercato del lavoro, della sanità e socialità – affinché i Comuni, nel limite delle loro possibilità e nella loro fondamentale valenza di organi di prossimità, inseriscano le attività specifiche per l’integrazione degli stranieri nei loro compiti.
In particolare agli enti locali spetta un’importante responsabilità quali promotori della prima informazione e dell’accoglienza sul proprio territorio. Inoltre, attraverso i PIC – così come ho detto prima – si intende rafforzare l’accoglienza e l’apprendimento precoce della lingua nonché la formazione professionale per i nuovi arrivati. Ricordo infine che l’integrazione è e resta uno degli strumenti più efficaci a disposizione delle Autorità cantonali per contrastare la radicalizzazione e prevenire la minaccia terroristica.
In quest’ottica, nelle scorse settimane abbiamo varato un portale di prevenzione contro le radicalizzazioni e gli estremisti violenti. Considero l’integrazione il primo mattone per costruire un Cantone sicuro e accogliente, perché integrare significa anche disinnescare sul nascere eventuali minacce.

Discorso pronunciato in occasione dell’assemblea generale ordinaria dell’Associazione dei Comuni ticinesi (ACT)

Discorso pronunciato in occasione dell’assemblea generale ordinaria dell’Associazione dei Comuni ticinesi (ACT)

Giovedì 22 novembre 2018 – Lugano, Sala del Consiglio comunale

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore ed egregi signori,
prima di tutto vi ringrazio per l’invito alla vostra assemblea, che mi dà anche l’opportunità di aggiornarvi su due importanti dossier: il Piano comunale delle aggregazioni (PCA) e Ticino 2020.

Permettetemi di iniziare questo mio intervento con una premessa che ritengo doverosa: quando parliamo di autonomia comunale facciamo riferimento ai compiti promossi a livello locale e che per legge non sono attribuiti né alla Confederazione né al Cantone.
Come recita la Costituzione cantonale, questa è definita “autonomia residua”.

Negli ultimi 20-25 anni la mappa dei Comuni è stata ridisegnata in ossequio alla visione cantonale della politica aggregativa e dei suoi obiettivi a medio-lungo termine che, appunto, ha quale perno centrale la rivitalizzazione e l’attribuzione al Comune di maggiore autonomia.
Stiamo quindi assistendo a varie trasformazioni, che hanno mutato le realtà locali e che possono essere riassunte attraverso alcune cifre significative: all’inizio del millennio i Comuni erano 245, ora sono 115 e tra poco più di un anno il loro numero potrebbe scendere a 107; nel 2000 la popolazione media era di poco superiore ai 1’200 abitanti, mentre oggi se ne contano quasi 3’100; le risorse fiscali medie pro capite sono passate da 3’397 a 4’129 franchi.
Ma la statistica che ritengo più eloquente si riferisce al moltiplicatore politico: in un breve lasso di tempo, il numero dei Comuni con un’aliquota pari al 100% è passato da 112 (16% della popolazione) a 15 (2%).
Cosa significa?
Significa che mediamente l’ente locale ha visto migliorare la sua situazione finanziaria, cosa perfettamente aderente agli intendimenti del Cantone.
Un risultato raggiunto anche grazie ai 120 milioni di franchi stanziati dal Cantone quali misure di risanamento nell’ambito dei diversi progetti aggregativi finora condotti.
Oggi possiamo quindi parlare di “Comuni potenzialmente rivitalizzabili”, ai quali sarà possibile restituire parte delle competenze strategiche e operative che gli sono state tolte o che non gli sono state attribuite nel tempo.
Si tratta di competenze che gli spettano soprattutto in considerazione del loro interesse prevalentemente locale. Di conseguenza, il ruolo stesso del Comune potrà riprendere quota.

Le ragioni che nel corso dei decenni ne avevano progressivamente ridotto il peso specifico sono diverse. Ne cito alcune in ordine sparso: una dimensione a volte insufficiente, un’incapacità amministrativa non generalizzata ma comunque qua e là presente, risorse limitate e non di rado retribuite in maniera troppo eterogenea.
La somma tra due o più di questi fattori, o anche uno solo di essi, ha comportato l’impossibilità di fornire ai cittadini risposte commisurate ai loro bisogni, generando uno scollamento che va invece assolutamente evitato.

Il PCA si muove proprio nel solco della necessità di allineare le “capacità” dei Comuni ticinesi con i bisogni dei cittadini: in assenza di tale equilibrio, il Comune perde sostanza e senso, ciò che si riverbera negativamente sul Cantone. Muoversi in questa direzione genera quindi benefici di cui tutti possono approfittare.

Il PCA va dunque considerato uno strumento strategico concepito per indicare in modo trasparente e previsibile la visione cantonale. Esso, quale punto centrale, prevede un’attivazione “dal basso”, priva di ogni e qualunque imposizione: in linea di principio mai e poi mai dal Cantone arriveranno dei diktat, non esistono ricatti. Si tratta quindi di una maturazione che nella sua fase nevralgica avviene alla base e che pertanto, come detto in precedenza, conferisce giusto e giustificato risalto al ruolo del Comune.

Il mio Dipartimento ha fatto la sua parte, tenendo in debita considerazione le vostre aspettative: il PCA, nella sua stesura definitiva, dà seguito alle indicazioni dei Comuni, confermando le misure più largamente condivise e lo stralcio di quelle dalle valutazioni contrapposte o poco condivise.

C’è ovviamente il rovescio della medaglia: se da un lato l’ideale Comune ticinese del prossimo futuro potrà godere di un’autonomia strategica e operativa maggiore, dall’altra dovrà essere capace di assumersi la totale responsabilità del suo operato, adeguando ad esempio le proprie strutture organizzative, le competenze interne e gli strumenti che ne determinano il funzionamento.

L’obiettivo inserito nello studio “Il Cantone e i suoi Comuni, l’esigenza di cambiare”, che di fatto ha dato il via nel 1998 alla Riforma istituzionale dei comuni ticinesi, resta dunque quanto mai d’attualità: l’intendimento era e rimane quello di ridare al Ticino un panorama di Comuni forti e attivi, recuperando la vitalità e la progettualità e rafforzandone struttura e capacità amministrativa.

A titolo informativo, vi segnalo infine che a metà dicembre il messaggio concernente il PCA sarà trasmesso al Parlamento.

Detto questo, concludo con un paio di annotazioni relative al progetto Ticino 2020.
Gli intendimenti di fondo sono noti e così riassumibili: partendo da una nuova geografia comunale, disegnata dalle aggregazioni finora realizzate, viene proposta una revisione strutturale dei compiti e del flussi esistenti, che implicano a loro volta la riconfigurazione del sistema perequativo – perno della storica solidarietà fra i Comuni stessi – e la riorganizzazione dell’amministrazione cantonale e comunale, come spesso auspicato anche dall’opinione pubblica.
La riforma non mira a semplici correttivi, bensì a ripristinare un sistema istituzionale performante, lineare e trasparente, un’inversione di tendenza che permetterà di rafforzare la capacità di azione soprattutto a livello locale, in nome di un principio molto importante: la prossimità tra il cittadino e le autorità.
Anche qui occorre essere chiari e pragmatici: il successo di questo progetto dipende in modo sostanziale da fattori quali la fiducia reciproca e l’impegno di tutti a voler ricercare la soluzione migliore per il cittadino. Mancassero queste premesse ben difficilmente arriveremo a ottenere i risultati che ognuno di noi in cuor suo si attende.

La mia speranza è che si riesca a creare un clima costruttivo che, attraverso un dialogo franco, aperto e propositivo, conduca a soluzioni condivise.
Vi ringrazio.

Polizia ticinese: ruoli chiari e più sicurezza

Polizia ticinese: ruoli chiari e più sicurezza

Un progetto moderno e condiviso

In settimana ho presentato lo stato d’avanzamento del progetto “Polizia ticinese”, che ha coinvolto esponenti della politica e della sicurezza cantonali e comunali.
Dopo averne discusso a vari livelli con loro e averne recepito le preoccupazioni, abbiamo impostato il nuovo progetto che comprende i cambiamenti indispensabili per continuare a garantire la massima sicurezza sul nostro territorio. Il principio è chiaro: non è importante se a intervenire in una situazione di pericolo sarà un agente con la mostrina della Polizia cantonale o di una polizia comunale, ciò che conta è dare sempre una risposta opportuna alle aspettative e ripristinare la situazione d’ordine.
Le proposte strutturali prevedono tre punti principali: una nuova suddivisione dei compiti tra Polizia cantonale e comunali, l’aumento graduale degli effettivi delle polizie strutturate (in una prima fase il numero minimo di agenti passerà da 5 a 15 più il Comandante), il miglioramento del coordinamento all’interno delle regioni di polizia attraverso il rafforzamento del ruolo delle Polizie Polo e la possibilità per i Comuni di convenzionarsi con il Cantone. Questi obiettivi saranno inseriti in una modifica di legge che verrà approvata dal Governo entro l’estate del 2019, dopo che i Comuni avranno detto la loro, ancora una volta, sul progetto. L’approccio del mio Dipartimento è sempre il medesimo: come per il Piano cantonale delle aggregazioni, non vogliamo imporre nulla agli enti locali, ma proporre un progetto che sia condiviso anche con la base del nostro sistema federalista.

Una ben definita suddivisione dei compiti
Sono essenzialmente due i motivi per cui è necessario rivedere i compiti delle polizie comunali: da una parte, occorre aumentare la loro capacità di risposta ai bisogni dei cittadini sul loro territorio nell’arco delle 24, dall’altra bisogna sgravare la Polizia cantonale di alcuni compiti e consentirle di concentrarsi maggiormente su tutte le aree di sua competenza (gendarmeria, inquirenti e attività di supporto). Oltre a ciò, va prestata attenzione alle nuove minacce criminali – penso, ad esempio il terrorismo – in un contesto di collaborazione a livello intercantonale, federale e internazionale.
Si continuerà a lavorare secondo obiettivi condivisi, ma strutturati su diversi livelli e con una chiara suddivisione dei compiti. Questo scenario è stato pensato soprattutto per migliorare il coordinamento sul territorio anche attraverso una visione comune e l’uniformazione degli strumenti informatici, delle strutture logistiche e dell’equipaggiamento tecnico.

Il gradimento delle polizie comunali
Sono pienamente soddisfatto nel constatare che questa soluzione è stata accolta favorevolmente dai corpi di polizia: essa valorizza il ruolo e la competenza strategica delle polizie comunali, aumentandone l’attrattività del lavoro. Inoltre, la diminuzione del numero di polizie comunali rafforzerà il ruolo dei Comuni Polo e delle Polizie strutturate, diminuendo gli attuali problemi di coordinamento e di scambio d’informazioni. Le polizie locali continueranno a svolgere il loro lavoro di prossimità e saranno particolarmente utili nell’attività di prevenzione e repressione quotidiana, ma pure nella lotta alla radicalizzazione.
La recente messa in funzione della nuova Centrale comune d’allarme (CECAL) e l’implementazione del sistema di condotta rendono ora possibile un coordinamento centralizzato e rapido.

La nuova organizzazione garantirà un migliore presidio del territorio cantonale e parallelamente un’accresciuta attenzione alle nuove possibili minacce con la diminuzione dell’onere organizzativo a vantaggio delle risposte alla cittadinanza e alla capacità operativa.
Tutto ciò grazie alla corretta suddivisione dei compiti tra le varie polizie.

Discorso pronunciato in occasione della Cerimonia commemorativa per la fine della I Guerra Mondiale

Discorso pronunciato in occasione della Cerimonia commemorativa per la fine della I Guerra Mondiale

Bellinzona, 11 novembre 2018

– Fa stato il discorso orale –

Egregi signori,
Gentili signore,

commemorare la fine della Prima guerra mondiale in Ticino e in Svizzera non significa esaltare una vittoria o prodezze militari, bensì ricordare solennemente tutti quei cittadini-soldato che prestarono i loro 500 giorni di servizio a favore della neutralità armata del nostro Paese e della protezione delle nostre frontiere.

I soldati svizzeri che siamo qui a onorare oggi, a giusto 100 anni dal termine della cosiddetta “Grande Guerra”, non vissero le dilanianti esperienze delle trincee, della guerra di logoramento, dell’uso dei gas e delle “bombe mostarda”, oppure degli ordini mortali imposti per guadagnare solo pochi metri di terreno. Niente di tutto questo, per fortuna nostra e dei nostri antenati cittadini-soldato. Solo la lontananza da casa fu il problema maggiore, visto dagli occhi del soldato che in quanto cittadino vedeva la sua mancanza quale indispensabile forza lavoro nelle attività, in buona parte ancora rurali e artigianali.

Il loro impegno alla protezione delle frontiere svizzere, vide sicuramente momenti di grande tensione lungo il confine franco-tedesco, in quanto le due armate a nord si duellavano alla conquista di pochi metri lungo le linee di difesa rispettivamente di attacco e, come fu per lo Stato neutrale del Belgio, un attacco attraverso la Svizzera per aggirare le linee fortificate era possibile. Anche lungo il confine italo-austriaco si verificarono episodi, in cui i soldati svizzeri difesero il territorio svizzero in Val Monastero dai tentativi di aggiramento degli Alpini o dei Kaiserjäger che combattevano sui pendii dello Stelvio.

Un impegno militare quindi giustificato quello degli uomini che siamo qui oggi ad onorare, ma pure delle donne e delle famiglie che – a casa – subirono l’assenza per quasi un anno e mezzo dei loro mariti e padri, senza che fosse prevista un’indennità di perdita di guadagno.

La Prima guerra mondiale dimostrò, qualora ce ne fosse bisogno, il ruolo centrale della donna nella comunità. L’assenza degli uomini in servizio militare accentuò la loro funzione sociale, soprattutto di conduzione della famiglia e delle aziende agricole; la guerra nelle campagne e in montagna aveva portato via non solo le braccia ma anche gli animali da soma. L’emancipazione completa era però ancora lontana, visto che dovettero passare quasi 50 anni per l’ottenimento del diritto di voto. Le famiglie patirono, a seguito della guerra economica tra le potenze belligeranti, di periodi di malnutrizione che poi fu il terreno fertile per la diffusione dell’epidemia influenzale (la mietitrice “spagnola” con oltre 25mila vittime), che dimostrò la debolezza fisica della nostra popolazione, soprattutto nelle città.

La “Grande guerra” evidenziò la grande spaccatura sociale, tra ricchi e poveri, ma soprattutto tra città e campagna, dove nelle aree urbane le famiglie operaie patirono molto di più la malnutrizione e il rincaro delle derrate alimentari, rispetto alle famiglie agricole nelle campagne che disponevano di prodotti propri e poterono anche approfittare del rincaro interno. Questa spaccatura venne accentuata anche dai moti rivoluzionari durante la guerra, soprattutto da quella bolscevica in Russia che veniva vista con forte diffidenza dalla classe politica e dalle classi rurali.

Seguirono periodi di confronto sociale, che portò a scontri tra autorità e operai, con l’improprio utilizzo dei cittadini-soldato quale elemento di sicurezza interna. Ma furono momenti che indicarono chiaramente che si dovevano trovare soluzioni di carattere sociale e previdenziale, rispettivamente che oltre alla conduzione della difesa bellica nell’ambito della neutralità armata, andava prevista anche una difesa spirituale che tenesse unito un Paese diviso in lingue, culture e ceti.

Attorno alla Svizzera con la fine della Prima guerra mondiale si dissolsero i Grandi imperi centrali di Germania e Austria-Ungheria, dando forza e vita all’autodeterminazione che portò alla nascita di numerosi nuovi Stati nazionali e – al nostro confine orientale, l’integrazione del Sud Tirolo e del Trentino nel Regno d’Italia. Quella che fu vista come la fine di un conflitto bellico lungo e logorante, non fu altro che il prologo di quello che seguirà 20 anni più tardi e che fu ancora più globale e devastante.

Torniamo a noi. Le Autorità militari e politiche cantonali rendono oggi onore ai cittadini-soldato che durante la Prima guerra mondiale perirono durante il servizio attivo, rispettivamente agli uomini e soprattutto alle donne che si impegnarono per tenere forte e unita la nostra comunità.

 

 

 

 

 

 

 

 

Stopradicalizzazione.ch: riconoscere e combattere la minaccia

Stopradicalizzazione.ch: riconoscere e combattere la minaccia

Strumenti e specialisti per prevenire il fenomeno

La prevenzione della radicalizzazione e della minaccia terroristica è sempre d’attualità. Il nostro Paese finora non è mai stato un obiettivo sensibile, ma questo non esclude che la situazione possa modificarsi. Il rischio zero – come tutti sappiamo – non esiste! Non dobbiamo però cedere a facili timori, bensì individuare gli strumenti che consentano di scongiurare attacchi contro l’incolumità della nostra comunità. I volti della radicalizzazione sono molteplici: si parla di estremisti di sinistra o di destra, di hooligans sportivi, di criminali, di cittadini accecati dall’odio e ancora di estremismi religiosi.
Nel 2017 la Confederazione, i Cantoni e i Comuni hanno avviato un Piano d’azione nazionale, con il coinvolgimento di numerosi partner della sicurezza nazionale, dalla Fedpol ai Servizi segreti fino alla Pretura federale. A livello cantonale, oltre all’apprezzato lavoro svolto della Polizia cantonale, ci siamo dotati di un dispositivo per accrescere la sicurezza sul territorio.

Una piattaforma contro gli estremismi
Lo scorso aprile il Consiglio di Stato – su proposta del mio Dipartimento – ha costituito una Piattaforma interdisciplinare di prevenzione contro gli estremismi composta da specialisti che operano nell’Amministrazione cantonale, nella Polizia cantonale e nella Magistratura. Molto importante è anche il ruolo svolto dai Comuni attraverso la conoscenza e la vicinanza alla popolazione residente. Inoltre, sarà fondamentale la strategia per l’integrazione degli stranieri. L’esperienza ci insegna che un processo d’integrazione, rapido e duraturo dei cittadini stranieri, resta uno degli strumenti più efficaci. Va da sé che le regole da rispettare sono sempre le nostre.

I primi risultati concreti
Questo lavoro di squadra è fondamentale: esso ci permette di sfruttare tutte le sensibilità in modo complementare. Si tratta infatti di elaborare e mettere in atto misure interdisciplinari a scopo preventivo, di accompagnamento e di deradicalizzazione. Nella prima fase d’attività della Piattaforma è stato realizzato il nuovo portale internet www.stopradicalizzazione.ch. Per eventuali necessità è anche possibile contattare una helpline confidenziale e gratuita. Due strumenti informativi e di raccolta di richieste d’informazione e di aiuto della popolazione. Le segnalazioni possono essere di tre tipi: richiesta d’informazioni, segnalazione da approfondire che vengono sottoposte a seconda dei casi ai rappresentanti del mondo della scuola e della formazione, dei servizi sociali e partner per l’integrazione e quelle di pericolo immediato subito trasmesse alla Polizia cantonale. Sito internet e linea telefonica sono misure che definisco demilitarizzate, che genitori, compagni di classe, famigliari possono utilizzare per segnalare comportamenti allarmanti. Raccogliere le segnalazioni d’aiuto della popolazione potrebbe poi permettere di trovare una tempestiva soluzione ai problemi sollevati. La società cambia velocemente e, per non perdere il contatto con la realtà, auspico un certo dinamismo del gruppo di lavoro nel mantenere aggiornati gli strumenti messi a disposizione.
Sempre in questa fase è stata avviata una serie di progetti di prevenzione rivolti agli addetti ai lavori e alla popolazione. Nei prossimi mesi, si proseguirà con il rafforzamento e l’estensione della rete settoriale intercantonale e intercomunale e sono previste delle azioni di sensibilizzazione mirate soprattutto all’interno delle scuole.

I nuovi strumenti consentono ora ai cittadini – le nostre sentinelle sul territorio – di segnalare situazioni sospette e contribuire a ridurre il rischio di minacce sul nostro territorio, a tutto vantaggio della sicurezza della popolazione ticinese.

La fondamentale collaborazione tra forze di sicurezza civili e militari

La fondamentale collaborazione tra forze di sicurezza civili e militari

Non siamo un’isola felice immune da tutto
Stiamo attraversando un periodo storico non facile, stretti come siamo nella morsa di problematiche di varia natura che ci coinvolgono più o meno da vicino e più o meno a livello personale. Tra le preoccupazioni che contraddistinguono il mondo in cui viviamo c’è anche il terrorismo, argomento molto mediatizzato e che entra nelle nostre case quotidianamente. Qualcuno obietterà che in Ticino il terrorismo non esiste, che non dovremmo preoccuparci per qualcosa che non c’è e che le priorità sono ben altre. Si tratta di un punto di vista piuttosto diffuso, condivisibile però solo in parte. Da un lato, il nostro Cantone e la Svizzera hanno effettivamente la fortuna di non aver mai vissuto ciò che altre nazioni (alcune vicine a noi) hanno dovuto più volte patire. Alle nostre latitudini nessuno si sognerebbe mai di dire che siamo tra gli obiettivi delle organizzazioni terroristiche, anche se nel recente passato ci siamo trovati confrontati con alcuni casi di eco-terrorismo che siamo comunque stati capaci di affrontare nel modo opportuno. D’altro canto, sarebbe alquanto incauto starsene immobili e passivi, correndo il rischio di farci cogliere impreparati nel caso fossimo confrontati con un evento estremo. Dobbiamo pertanto vigilare.

Nessuno spazio all’improvvisazione
Ma dobbiamo anche stare molto attenti a non cedere all’immotivata o irrazionale paura, come subdolamente spera chi commette atti vigliacchi e violenti. Proprio in quest’ottica, affinché la prevenzione sia efficace occorre che ognuno degli attori coinvolti collabori in modo proficuo con gli altri, facendo sistema. In questo contesto, le forze di sicurezza civili e militari ricoprono un ruolo di assoluta rilevanza. Non tutti ne hanno totale consapevolezza e questo è un po’ un peccato. Il loro è spesso un lavoro oscuro, poco appariscente, ma puntiglioso, approfondito e soprattutto redditizio. Se alle nostre latitudini conduciamo una vita sostanzialmente tranquilla, se avvertiamo una sensazione di generalizzata sicurezza, se passeggiamo per strada senza il timore che qualcosa di grave possa accaderci, lo dobbiamo anche a questi professionisti che senza alcun proclama ci guardano le spalle. Affrontare la minaccia terroristica vuol dire impegnarsi su più fronti: alludo all’uso repressivo della forza così come alla citata prevenzione e alla sensibilizzazione. Nulla va lasciato al caso e non ci deve essere spazio per l’improvvisazione.

Prevenire radicalizzazione ed estremismi violenti
In un contesto tanto delicato e che pretende la nostra massima attenzione, occorre agire, mettere sul tavolo idee, essere dinamici. Tra le misure che il mio Dipartimento ha proposto, c’è un portale per la prevenzione contro la radicalizzazione e gli estremismi violenti in Ticino. Lo stesso è il frutto del lavoro compiuto da una Piattaforma interdisciplinare formata da specialisti operanti nell’Amministrazione, nella Polizia cantonale, in Magistratura e già confrontati professionalmente con il fenomeno della radicalizzazione. Tema, quest’ultimo, sempre d’attualità nella lotta alle organizzazioni terroristiche. Il portale, che tra l’altro presenteremo domani, è una delle misure attraverso le quali intendiamo mettere in rete i vari attori della prevenzione in Ticino. Lo scopo è riunire tutte le richieste di informazione e di aiuto alla popolazione, per poi valutarle e predisporre le giuste misure di supporto, dando così vita a un meccanismo virtuoso di causa-effetto. Non viviamo in un Paese dove imperversa il terrorismo, non siamo soggetti ad attacchi sistematici e non siamo neppure nel mirino dell’estremismo, ma – e lo evidenzio ancora a chiare lettere – non bisogna commettere l’errore di ritenerci invulnerabili né tantomeno al di sopra delle parti. Pertanto, e concludo, ben venga la collaborazione tra tutti gli enti chiamati a garantire giorno dopo giorno e capillarmente la sicurezza del cittadino, che è poi ciò che ci sta maggiormente a cuore.

Comuni più dinamici per un Ticino più forte

Comuni più dinamici per un Ticino più forte

La strada indicata dal PCA è quella giusta

Quanto sono importanti i Comuni all’interno del “sistema Cantone”? Tanto, tantissimo, ed è quasi inutile ricordarlo. Migliori e meglio gestiti sono gli enti locali, migliore sarà il Cantone nel suo insieme. Diventa quindi preponderante stabilire rapporti costruttivi e dinamici tra le parti, nell’ottica, appunto, del benessere generale. Uno slogan legato al tema? Direi: “Un Cantone più forte e più dinamico grazie a Comuni più forti e più dinamici”. Stiamo lavorando da anni a un obiettivo che deve coinvolgerci tutti, ognuno nel suo ruolo, ognuno con le proprie competenze: non vedo una via alternativa per costruire una società che possa fregiarsi di enti strutturati e solidi, che garantiscano al cittadino l’erogazione dei necessari servizi attraverso la saggezza di chi conosce bene il suo “mestiere” e investimenti oculati, ma anche coraggiosi. Stiamo lavorando per costruire un Ticino più snello e performante, solido e propositivo. Lo stiamo facendo anche e soprattutto attraverso il Piano cantonale delle aggregazioni, basato su visione che a medio-lungo termine potrebbe condurre a un Ticino composto da 27 Comuni. Il trend non è locale, bensì federale, basti pensare che in un lasso di tempo piuttosto contenuto, il numero dei Comuni svizzeri è passato da oltre 3’000 a 2’222. Cifre significative. Come accennavo in apertura, nel nostro Cantone il percorso è iniziato di fatto alla fine degli anni ’90 con il lancio della politica aggregativa cantonale. Essa ha da subito puntato sul coinvolgimento dei Comuni stessi e pertanto dei cittadini, chiamati attraverso il voto a decidere del destino del proprio ente locale. Il PCA non è una riforma imposta dall’alto, ma punta molto sulla condivisione, dando spazio alle iniziative che provengono dal basso e che spesso si rivelano solide e con un forte consenso.

Efficienza al servizio del cittadino
La realtà comunale ha subito profonde trasformazioni nell’ultimo ventennio. Nonostante ciò, mantiene sempre un ruolo determinante: è l’ente locale di prossimità, quello più vicino alla popolazione. In questi anni stiamo assistendo alla rapida trasformazione della società e dei cittadini che la compongono: cambiano le abitudini, si moltiplicano le sollecitazioni e aumenta costantemente la varietà dei problemi da affrontare e risolvere. Se vogliamo che il “sistema Ticino” funzioni, occorre dunque che ogni Comune si impegni a fornire prestazioni di qualità e a soddisfare i bisogni dei cittadini.

Rapporti e competenze ben definiti
Il Comune di domani sta quindi prendendo forma, grazie anche al citato Piano cantonale delle aggregazioni e alla riforma Ticino 2020 che intendono riorganizzare non solo la geografia locale, ma anche i compiti e i flussi dei vari livelli istituzionali. La strategia è chiaramente data: si tratta di rivedere i rapporti di competenza e i flussi finanziari fra Cantone e Comuni secondo criteri di efficienza ed efficacia. Una gestione dell’autonomia comunale che poggia su questa robusta impalcatura necessita di procedure e strumenti democratici che responsabilizzino gli amministratori comunali e li orienti correttamente nella presa di decisioni. Il ripensamento dei meccanismi (regole e procedure) di funzionamento politico e amministrativo del Comune permetterà di migliorare il processo decisionale, ottimizzare l’erogazione dei servizi pubblici e verificarne la realizzazione e l’adeguatezza nel tempo. Detto in altre parole, si tratta di dotare il federalismo di Comuni sempre più “funzionanti” e “funzionali”, che sappiano conservare – se non addirittura accrescere – l’elevato standard di servizi garantiti ai cittadini. Ed è un ragionamento che vale nelle valli come nei centri urbani, senza distinzioni geografiche, territoriali o dimensionali.

Discorso pronunciato in occasione dell’assemblea ordinaria dell’Unione segretari comunali ticinesi (USCTi)

Discorso pronunciato in occasione dell’assemblea ordinaria dell’Unione segretari comunali ticinesi (USCTi)

26 ottobre 2018 – Lugano, Villa Ciani

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore ed egregi signori,
due anni fa ho avuto il piacere di essere presente all’assemblea del centenario della vostra Associazione e allora ebbi modo di sottolineare alcuni aspetti che mi permetto di riproporre in parte oggi, perché ancora del tutto attuali.
Non ho alcuna difficoltà a definire il segretario comunale una figura centrale per i nostri enti locali. Ricoprite dunque un ruolo altamente strategico e siete un ingranaggio essenziale all’interno dell’articolato meccanismo di un Comune.

Siete una medaglia con due facce complementari: siete infatti un punto di riferimento all’interno dell’amministrazione, per la quale svolgete una moltitudine di compiti e per cui dimostrate un forte senso di appartenenza, così come lo siete in rapporto all’esterno: alludo ovviamente al rapporto con il cittadino, con il quale non di rado entrate in contatto diretto.

Stiamo assistendo in questi anni alla rapida trasformazione della società e dei cittadini che la compongono: cambiano le abitudini, si moltiplicano le sollecitazioni e aumenta costantemente la varietà dei problemi da affrontare e che il cittadino ci chiede di risolvere. Cresce di pari passo anche la vostra responsabilità.
In un contesto istituzionale in costante divenire, Municipi e Consigli comunali contano su di voi per tradurre in pratica quotidiana gli obiettivi in favore del benessere del cittadino. Per essere progettuali e raggiungere i loro obiettivi, gli Esecutivi devono poter contare su una struttura performante, efficace ed efficiente, gestita in modo professionale da persone competenti, preparate e attente ai mutamenti in atto.

I Comuni moderni non hanno più le caratteristiche dei Comuni di qualche decennio fa. Quante cose sono cambiate in un lasso di tempo relativamente breve!
Il Comune di oggi sta attraversando una fase di transizione, le aggregazioni hanno mutato, stanno mutando e muteranno il volto del nostro Cantone e gli enti locali assumono nuove dimensioni territoriali e organizzative.

Il segretario comunale è in prima linea, chiamato com’è a gestire e contribuire alla metamorfosi del suo Comune, a dotare delle risorse e delle competenze necessarie l’amministrazione comunale affinché sia in grado di assumere compiti e ruoli sempre più complessi.

Pensando al segretario comunale moderno mi viene in mente una figura poliedrica: una figura centrale che, come detto, assicura un essenziale supporto ai Municipi; una figura che funge da punto di riferimento per i cittadini; una figura che rappresenta l’interlocutore privilegiato con gli altri enti pubblici.

Il Ticino dei Comuni guarda al domani e lo fa con entusiasmo e progettualità. Il Comune gioca un ruolo importante nelle trasformazioni in atto: ne fa parte, ma ne è anche protagonista. Il Comune di domani sta quindi prendendo forma, grazie anche al Piano cantonale delle aggregazioni e alla riforma Ticino 2020 che intendono riorganizzare non solo la geografia locale, ma anche i compiti e i flussi dei vari livelli istituzionali.

Si tratta di dotare il federalismo di Comuni funzionanti e funzionali, che sappiano conservare – se non addirittura accrescere – l’elevato standard di servizi ai cittadini. E questo è un ragionamento che vale nelle valli come nei centri urbani.
Quello della “qualità” deve infatti essere un obiettivo universale, perseguito da ognuno di noi nel suo ruolo e con le sue competenze.
Anche in questo contesto, la collaborazione rappresenta la necessaria base su cui edificare un futuro solido, il punto di partenza di un percorso virtuoso.
Tra i protagonisti di questa evoluzione, che per certi versi assume la connotazione di una vera e propria rivoluzione, c’è proprio il segretario comunale.

I tempi e le abitudini dei cittadini cambiano, di riflesso le sollecitazioni aumentano e le competenze crescono.
A voi che siete perennemente in prima linea si richiede maggiore capacità decisionale, indipendenza e autorevolezza, così come la perfetta padronanza di dossier complessi, l’abilità nel razionalizzare le risorse e una spiccata capacità di condotta.
Non si tratta di un mestiere facile, lo so bene, ma sono sicuro che ognuno di voi ha dentro di sé una grande motivazione che ogni giorno si riverbera sulla qualità del proprio operato.

Tengo infine a testimoniarvi nuovamente quanto il mio Dipartimento sia consapevole della vostra importanza.
Non intendiamo limitarci a una semplice pacca sulle spalle.
Il vostro lavoro va maggiormente riconosciuto e nobilitato.