Per un Ticino più sicuro e accogliente

Questa settimana si è tenuto l’annuale Rapporto di Corpo della Polizia cantonale, un appuntamento atteso e apprezzato dagli oltre 700 collaboratori. In apertura ha preso la parola il Consigliere di Stato Norman Gobbi, che ha proposto una retrospettiva del 2018, iniziando però con quella che secondo lui è la missione del Polizia: “Garantire la protezione di persone e beni su tutto il territorio cantonale attraverso la specializzazione delle funzioni e i nuovi strumenti di lavoro”. Si è poi soffermato sul miglioramento della situazione generale della sicurezza: riduzione dei reati, migliore collaborazione interna e esterna, raccolto successi piccoli (vicini al cittadino) e grandi (internazionali) e soprattutto rafforzato il ruolo della Polizia cantonale sul piano locale e intercantonale. L’apertura della Centrale unica d’allarme (CECAL), che ha permesso di integrare le forze dell’ordine e i pompieri, consente ora una risposta più rapida all’operatività quotidiana. Sempre fondamentale resta poi la capacità di reagire prontamente a fenomeni nuovi o in crescita, quali la violenza domestica, quella negli stadi e la gestione delle persone minacciose e pericolose. In ottica futura – sempre secondo il Consigliere di Stato – “si tratterà invece di coordinare al meglio l’attività di polizia sul territorio in modo da far percepire la vicinanza al cittadino, di rafforzare la lotta contro i fenomeni nella dimensione cybercriminalità e migliorare il coordinamento tra Ministero Pubblico e Polizia cantonale nella lotta ai reati economico-finanziari”. Questo attraverso la specializzazione delle competenze e investendo risorse adeguate. Si dovrà inoltre sostenere una politica di sensibilizzazione verso fenomeni criminali emergenti. Concludendo, il Direttore delle istituzioni si è detto soddisfatto dell’operato della Polizia cantonale, che rispetto al 2011 – anno della sua entrata in Governo – è totalmente cambiata.

 

Discorso pronunciato in occasione del Giorno internazionale della Memoria

Discorso pronunciato in occasione del Giorno internazionale della Memoria

27 gennaio 2019

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore ed egregi signori,

vi saluto anche a nome del Consiglio di Stato, esprimendo grande onore nel poter partecipare a questa serata dedicata alla Memoria.

Per quanto incomprensibile, paradossale e inumano possa apparire, ancora oggi c’è chi minimizza o nega quanto è accaduto nei terribili anni della Seconda Guerra Mondiale, quando l’uomo si rese protagonista di comportamenti criminali e abominevoli.
I fatti vengono messi in discussione dai cosiddetti negazionisti, personaggi che appartengono a una corrente storica che presenta spesso pesanti risvolti politici e che si spinge a negare la realtà e l’autenticità storica di alcune vicende.

Minimizzare, banalizzare, derubricare, addirittura negare: ecco i territori nei quali i negazionisti si avventurano, sprezzanti di ciò che la Storia ci ha lasciato in eredità.

Mi viene in mente una frase del generale americano, nonché 34° presidente degli USA, Dwight Eisenhower. Anzi, più che una frase è un’esortazione che egli rivolse ai soldati e agli ufficiali che entrarono per primi nei campi di concentramento e si ritrovarono di fronte a scene surreali, mai viste prima e destinate a segnarli per la vita. Eisenhower ordinò loro di registrare tutte le prove, filmare ogni cosa, raccogliere tutte le testimonianze possibili, circostanziare ogni fatto, fissare in un modo o nell’altro ciò che stavano vedendo perché – e cito – “lungo la strada della storia qualcuno si alzerà e dirà che queste cose non sono mai accadute”.

Fu purtroppo facile profeta: quel “qualcuno” si è davvero fatto avanti, sdoganando tesi assurde che hanno alimentato l’immenso dolore provocato dai deliri della presunta onnipotenza nazista.
Si tratta di un piccolo gruppo di persone, ma non per questo meno pericoloso: esso inietta il veleno del dubbio soprattutto nelle teste delle nuove generazioni e maggiore è la distanza che ci separa dal periodo 1939-1945, più grande diventa il rischio che il veleno faccia effetto, portando a conseguenze devastanti.

Queste persone non negano che ci siano state violenze o uccisioni, ma le spiegano con le consuete pratiche di guerra.
Sostengono che la cifra complessiva degli ebrei sterminati sia un’esagerazione, che non vi fu alcuna camera a gas e che la ricostruzione dell’Olocausto sia solo e unicamente il frutto della propaganda dei governi alleati per giustificare a posteriori la guerra o per distogliere l’attenzione dai presunti crimini contro l’umanità commessi dagli Alleati stessi.

Questi signori (che l’acuto e preveggente Eisenhower aveva definito – scusate il termine – bastards) parlano di “menzogna storica”, di “impossibilità tecnica di allestire le camere a gas”, di “oltraggio alla verità”, arrivando a definire lo sterminio ebraico un “mito”.
Tesi fantasiose e offensive, prive di qualunque fondamento storico, screditate da una quantità enorme di documenti, testimonianze dirette e di prove materiali.

L’Uomo – perlomeno l’ampia parte di umanità non ottenebrata da false e opportunistiche credenze – ha però eretto robusti argini, confinando l’indecenza in spazi chiusi e angusti: il negazionismo, inteso come negazione del genocidio del popolo ebraico e di alcuni altri eventi come il genocidio degli armeni, è infatti punito in Svizzera, Francia, Austria, Belgio, Germania, Svezia, Portogallo, Polonia, Spagna, Romania e anche in Canada e Australia.
In Svizzera dal 1994 è in vigore una legge che per questo specifico reato prevede una pena detentiva fino a 5 anni.

L’inesorabile trascorrere del tempo, la morte dei sopravvissuti di allora, l’affievolirsi della loro preziosa testimonianza orale, la disabitudine a parlare di temi che alcuni considerano secondari, non fanno che portare acqua al mulino di chi, al cospetto della Shoah, sorride e alza le spalle in segno di scherno.

Ecco che una Giornata come questa assume un valore essenziale: essa rafforza il ricordo, lo perpetua, lo ravviva e lo attualizza.
Si tratta di un momento ufficiale che ci permette di ricordare le vittime della Shoah e di tutti i crimini contro l’umanità, di ogni forma di discriminazione, di sopruso, di violazione dei Diritti dell’Uomo.
Questi ultimi sono una conquista che non è mai definitiva e attorno ai quali la nostra memoria e il nostro impegno civile non possono concedersi pause.

Dimenticarsi di ricordare, fare finta di nulla o – peggio! – negare rappresentano un’offesa nei confronti di coloro che hanno vissuto sulla propria pelle i dolori più atroci, delle loro famiglie e verso chi crede ancora nella nobiltà dell’animo e dell’anima umani.

Educhiamo quindi i nostri giovani alla consapevolezza, spieghiamogli ciò che è successo, non nascondiamogli nulla: in questo modo si svilupperà, forte e indistruttibile, la certezza che tragedie simili non accadano più.

Mi viene in aiuto una frase di Primo Levi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.
È assolutamente prioritario – oggi più che mai! – che i nostri giovani conoscano e comprendano i fatti per non essere, appunto, né sedotti né oscurati dal Male.
Guai se si imponesse l’indifferenza!

Come ho già detto prima, gli anticorpi che neutralizzano i regimi totalitari sono ancora più importanti oggi, epoca in cui vi sono sempre meno testimoni diretti di quegli anni.
Il rischio che corriamo è che le nuove generazioni diano per scontata la scomparsa definitiva delle dinamiche nocive che hanno spinto e tuttora spingono i popoli verso orizzonti bui.
Così non è: nulla va dato per automaticamente acquisito e tutto va invece conquistato.

Guardo con fiducia a una società solida e solidale, capace di affrontare il passato e il presente con razionalità ed equilibrio e in grado di identificare le paure senza banalizzarle.
Guardo con fiducia a una società dove si incontrano culture diverse, che esaltano le rispettive peculiarità nel rispetto della convivenza civile, democratica e liberale.
Guardo con fiducia a una società che ricorda il passato e ne fa tesoro in vista dell’edificazione di un futuro migliore.

Abbiamo tutti una grande responsabilità: impegniamoci con serietà a favore della nostra società e della dignità di ogni singolo individuo che la compone.

Priorità alla sicurezza nell’interesse di tutti i cittadini

Priorità alla sicurezza nell’interesse di tutti i cittadini

Garantire l’adeguata protezione di persone e beni

Quanto è importante sentirsi sicuri? Quanto è importante sapere che qualcuno veglia su di noi proprio per garantirci il massimo grado di sicurezza possibile? Molto, anzi moltissimo. La sicurezza è una delle principali esigenze avvertite dal cittadino e lo è ancora di più oggi rispetto a ieri, vista l’evoluzione che sta interessando la nostra società nel suo insieme. Il Dipartimento delle istituzioni, e in primis in suo Direttore Norman Gobbi, si sta battendo da anni allo scopo di rendere sempre più granitica la percezione oggettiva e soggettiva della sicurezza. Ma non è questo l’unico livello di sicurezza che ha coinvolto attivamente il DI: c’è anche quella che potremmo chiamare “proattiva” o preventiva, che si è concretizzata con campagne riuscite e apprezzate quali “Acque Sicure”, “Montagne Sicure” e “Rifletti”. La gestione della nostra sicurezza non va solo delegata a terzi, ma va gestita consapevolmente e in autonomia, facendo leva sul proprio buon senso.

Consigliere di Stato Norman Gobbi, la parola “Sicurezza” cosa le suggerisce?
È uno dei temi principali che affronto ogni giorno, declinato in moltissimi modi e contesti: si va infatti dalle preoccupazioni del singolo cittadino alla necessità di fornire risposte congrue, strategiche e strutturali a livello locale e sovralocale. Stiamo senza dubbio andando nella giusta direzione e la statistica in questo senso ci conforta: negli 8 anni che ho trascorso in Governo, le condizioni di sicurezza del nostro Cantone sono in generale migliorate. Occorre però stare bene attenti e anticipare le tendenze: ciò che ora è dato per certo domani non potrebbe esserlo più. La parola d’ordine è quindi “proattività”.

I numeri dicono effettivamente che i reati (furti in primis) sono in calo.
Non è altro che una significativa conferma della qualità del lavoro svolto dal mio Dipartimento, e segnatamente dalla Polizia cantonale, nell’attività quotidiana di prevenzione e repressione. Operazioni mirate, come ad esempio le campagne di sensibilizzazione contro i furti (oltre alla giornata sul tema promossa a livello nazionale) e puntuali operazioni dissuasive, hanno raggiunto lo scopo voluto. Prendiamo i furti: i messaggi trasmessi nelle varie campagne hanno contribuito a rendere consapevole del problema buona parte della popolazione, che ha poi deciso di applicare alcuni semplici accorgimenti, rendendo la propria abitazione più sicura o correggendo dei comportamenti personali a rischio. Una serie di provvedimenti che, con un minimo sforzo, contribuiscono a ridurre notevolmente la minaccia di violazione della propria intimità casalinga e allo stesso tempo diminuiscono la percezione soggettiva del pericolo.

In questo contesto, che ruolo ha giocato la collaborazione tra le varie forze dell’ordine che lei ha sempre promosso?
Posso affermare con orgoglio che la Legge sulla collaborazione fra la Polizia cantonale e le Polizie comunali, entrata in vigore nel mese di settembre del 2015 con l’obiettivo di rafforzare il coordinamento tra i due Corpi, ha effettivamente contribuito in modo rilevante al raggiungimento dei brillanti risultati degli ultimi anni. Una menzione di merito va anche alla proficua collaborazione con le Guardie di confine. Il “sistema” funziona molto bene e la modifica della Legge sulle forze dell’ordine, approvata a dicembre dal Gran Consiglio, porterà a risultati ancora migliori. In concreto, da una parte le nostre forze dell’ordine potranno svolgere attività preventive – come ricerche e monitoraggio nella rete – per adescare ad esempio i pedofili o smascherare traffici di stupefacenti, e dall’altra potranno trattenere persone in grave stato di ubriachezza che potrebbero essere un pericolo imminente per gli altri. Al netto delle critiche e pur rispettando chi la pensa in modo diverso dal mio, si tratta di un passo importante per la sicurezza del nostro Cantone che permette alla Polizia di adattarsi ai nuovi bisogni della società e alle moderne minacce.

La sicurezza declinata in ogni ambito: la strada, i fiumi e i laghi, le montagne; sicurezza derivata da controlli delle forze dell’ordine, ma anche dal comportamento del singolo cittadino. Il vostro è un modo sistematico di affrontare il problema.
Non c’è altro modo per dare una risposta vera e concreta al cittadino e, d’altro canto, per fornirgli gli spunti di riflessione necessari affinché, se del caso, cambi atteggiamento e assuma comportamenti virtuosi. Spiegare in che modo comportarsi in acqua, per strada, durante un’escursione alpina, è un investimento che facciamo a favore della collettività: meno incidenti capitano, meno vittime ci saranno e anche meno costi sociali saranno generati. In questo senso, non posso che esprimere la mia soddisfazione nel constatare, anche qui statistiche alla mano, che i nostri sforzi stanno dando i frutti sperati. E di ciò ringrazio il cittadino.

Parliamo anche di sicurezza negli stadi, un altro capitolo delicato. Vale il detto “A mali estremi, estremi rimedi”?
Quando dico che lo stadio deve essere un luogo di festa, frequentato in tutta tranquillità dalle famiglie e dai bambini e non un luogo di scontri, credo di interpretare il pensiero del 99,9% della popolazione. Alla luce di alcuni episodi riprovevoli e pericolosi, un cambiamento si impone. Nonostante l’attività di prevenzione e di sensibilizzazione svolta, ci sono ancora persone che si recano agli eventi sportivi disinteressandosi completamente del risultato, con l’unico obiettivo di creare disagio e sfidare i tifosi avversari e le forze dell’ordine. Sono una minoranza, ma da sole creano importanti danni d’immagine alle società sportive e soprattutto comportano ingenti costi di sicurezza privata e pubblica, senza ovviamente parlare del pericolo che una volta o l’altra ci scappi il morto. Stiamo parlando di cifre anche elevate, di soldi che potrebbero essere investiti nel rafforzamento sportivo delle squadre e nello sviluppo dei settori giovanili. Per questo mi attendo risposte concrete, esemplari e mature da parte dei club.

Norman Gobbi è anche l’attuale presidente della Piattaforma politica della Rete integrata Svizzera per la sicurezza (RSS): è la seconda volta che il Consigliere di Stato dirige i lavori della Piattaforma.
La RSS rappresenta un elemento fondamentale della politica di sicurezza della Svizzera. Lo scopo della piattaforma di lavoro è quello di fornire supporto a tutti i livelli istituzionali nell’individuare minacce e pericoli fornendo soluzioni che siano attuabili in maniera coordinata e interconnessa. La RSS dispone di una piattaforma politica incaricata di gestire i temi di politica di sicurezza che interessano sia la Confederazione sia i Cantoni e presieduta da Confederazione e Cantoni a turni di un anno ciascuno. È un tavolo al quale è importante che il Ticino sieda.

Nello specifico, quali sono i principali dossier attualmente trattati a questo livello?

Ne cito due: la collaborazione per contrastare i cyber-rischi e la lotta contro la radicalizzazione e l’estremismo violento. Per noi si tratta dare un contributo significativo che, a sua volta, ci consentirà di portare all’attenzione delle autorità federali e cantonali le peculiarità del Canton Ticino nella politica della sicurezza.

“Rifletti” amplia i suoi… effetti

“Rifletti” amplia i suoi… effetti

Nell’intervista al Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, che potete leggere su questo sito, si parla in modo esteso di sicurezza. Ne fanno parte integrante anche le varie campagne di prevenzione che si stanno portando avanti con diffuso successo. E tra queste c’è anche “Rifletti”. Ne abbiamo già parlato in modo approfondito al momento del suo lancio, ma è solo di un paio di giorni fa l’ufficializzazione di un’interessante novità: la campagna di sensibilizzazione è diventata parte integrante della formazione di conducenti e utenti della strada.
“Con questa proposta – commenta Gobbi – ampliano ulteriormente l’efficacia di questa campagna, dandole ancora maggiore eco”. Il tutto avviene in collaborazione con l’Associazione Svizzera Maestri Conducenti Ticino: “Questa campagna di sensibilizzazione di sicurezza stradale è stata integrata nei momenti formativi legati alla circolazione stradale, con lo scopo di diffondere con maggiore enfasi il concetto del “vedere ed essere visti” nonché sensibilizzare ogni utente della strada (pedoni compresi) circa il proprio ruolo e le proprie responsabilità. A prescindere dai contenuti della campagna e dal target cui si rivolge, è indispensabile un’accresciuta presa di coscienza personale. Maggiore è la consapevolezza del proprio comportamento, minore sarà la possibilità di incorrere in evitabili incidenti”.
Da qui la creazione di un kit di formazione destinato ai maestri conducenti con il quale diffondere i messaggi della campagna nei diversi momenti formativi che spaziano dai corsi di sensibilizzazione ai corsi “due fasi” per neo-conducenti, passando per le svariate conferenze sul tema della sicurezza stradale organizzate presso gli istituti scolastici del Cantone.

Quella volontà di lottare contro tutte le tirannie

Quella volontà di lottare contro tutte le tirannie

Opinione pubblicata nell’edizione di sabato 26 gennaio 2019 del Corriere del Ticino

Ricorre domani la Giornata della memoria, che riporta le nostre menti e le nostre coscienze al 27 gennaio del 1945, quando venne liberato il campo di concentramento di Auschwitz. Questa Giornata è un’accorata dedica alla sofferenza dei popoli oppressi, ma è anche un momento di profondo significato che deve risvegliare in noi la volontà di lottare contro tutte le tirannie, le dittature, le ingiustizie e le paure che condizionano e negano la libertà di ogni essere umano. Non dobbiamo mai smettere di condannare le violenze del passato e di lottare contro quelle attuali, fisiche o verbali; dobbiamo impegnarci quotidianamente a favore della nostra società e della dignità di ogni individuo, pur sempre nello stato di diritto.

Il dolore e la riflessione dovrebbero essere di tutti e tutti dovremmo impegnarci a fondo affinché questa terribile tragedia non accada mai più, e invece c’è qualcuno che non la pensa così. Per quanto incomprensibile, paradossale e inumano possa apparire, ancora oggi c’è infatti chi minimizza o nega quanto è accaduto nei terribili anni della Seconda guerra mondiale, quando l’uomo si rese protagonista di comportamenti criminali e abominevoli. Sto parlando dei cosiddetti negazionisti: questi signori, in base a tesi tanto fantasiose quanto offensive, minimizzano, banalizzano, addirittura negano fatti assodati e con i quali siamo chiamati a fare i conti, senza se e senza ma.

Ai soldati e agli ufficiali che entrarono per primi nei campi di concentramento e si ritrovarono di fronte a scene surreali, mai viste prima e destinate a segnarli per la vita, il generale americano, nonché 34° presidente degli Stati Uniti, Dwight Eisenhower, ordinò di registrare tutte le prove, filmare ogni cosa, raccogliere tutte le testimonianze possibili, circostanziare ogni fatto, fissare in un modo o nell’altro ciò che stavano vedendo perché – e riprendo le sue esatte parole – «lungo la strada della storia qualcuno si alzerà e dirà che queste cose non sono mai accadute». Ebbe, ahimè, ragione… Quel qualcuno si è davvero fatto avanti, sdoganando tesi assurde che hanno alimentato l’immenso dolore provocato dai deliri della presunta onnipotenza nazista.

Negare o banalizzare equivale a iniettare il veleno del dubbio, significa causare un danno enorme, vuol dire nascondere ciò che la Storia ci ha lasciato in eredità. Non dobbiamo sottovalutare il danno potenziale ed effettivo che simili prese di posizione possono arrecare specie nelle nuove generazioni, tenendo poi ben presente che maggiore è la distanza che ci separa dal periodo 1939-1945, più efficace diventa il veleno.

Ma l’uomo – perlomeno l’ampia parte di umanità non ottenebrata da false e opportunistiche credenze – ha eretto robusti argini, confinando l’indecenza di simili posizioni in spazi chiusi e angusti: il negazionismo, inteso come negazione del genocidio del popolo ebraico e di alcuni altri eventi come il genocidio degli armeni, è infatti punito in Svizzera, Francia, Austria, Belgio, Germania, Svezia, Portogallo, Polonia, Spagna, Romania e anche in Canada e Australia. In Svizzera dal 1994 è in vigore una legge che per questo specifico reato prevede una pena detentiva fino a 5 anni.

Il tempo passa e il ricordo rischia di affievolirsi: ecco che una Giornata come questa assume un valore essenziale perché lo rafforza, lo perpetua, lo ravviva e lo attualizza. Dimenticarsi di ricordare, fare finta di nulla o – peggio! – negare sono un’offesa nei confronti di coloro che hanno vissuto sulla propria pelle i dolori più atroci, delle loro famiglie e verso chi crede ancora nella nobiltà dell’animo e dell’anima umani.

Educhiamo quindi i nostri giovani alla consapevolezza, spieghiamogli ciò che è successo, non nascondiamogli nulla, mettiamoli a confronto con il passato: in questo modo si svilupperà, forte e indistruttibile, la certezza che tragedie simili non accadano più. Abbiamo tutti una grande responsabilità: impegniamoci con serietà a favore della nostra società e della dignità di ogni singolo individuo che la compone. Lunga vita alla memoria, allora. Memoria che in ogni sua forma – dalla storia al racconto, dall’arte visiva alla musica – è importante poiché, appunto, ci permette di non cadere ancora nell’errore. La memoria non è fine a se stessa. Essa ci fa un regalo enorme: permette di comprendere fino in fondo la realtà che ci circonda, analizzandola in relazione ai fatti che storicamente conosciamo.

Discorso pronunciato in occasione della presentazione degli atti di “Lugano Città Aperta”

Discorso pronunciato in occasione della presentazione degli atti di “Lugano Città Aperta”

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore ed egregi signori,

vi saluto anche a nome del Consiglio di Stato, esprimendo grande onore nel poter partecipare a questo incontro.
Il mio intervento prende spunto da un verbo all’infinito, ovvero “ricordare”. È un verbo saldamente ancorato alla memoria e che ci fa tornare indietro nel tempo per riportarci a ciò che è stato e che tende a sbiadire con il trascorrere degli anni.
“Ricordare” è un esercizio a volte faticoso, ma sempre molto utile in quanto ci mette a confronto con il nostro passato: un passato che può però essere estremamente doloroso.

Nel caso specifico, il dolore provocato dalla follia nazista è stato di immani dimensioni, tanto da non essere neppure misurabile.
Ma non per questo dobbiamo far finta di nulla o – peggio – sottostimare ciò che la memoria ha riportato a galla: “ricordare” significa infatti anche capire e implica uno sforzo, una precisa presa di coscienza.

La memoria, in ogni sua forma – dalla storia al racconto, dall’arte visiva alla musica – assume un ruolo di primaria importanza poiché ci permette di non cadere ancora nell’errore.
La memoria non è mai fine a se stessa, non è un semplice esercizio di stile: essa ci fornisce invece l’assist per comprendere fino in fondo la realtà che ci circonda, analizzandola in relazione ai fatti che storicamente conosciamo.
La memoria rifiuta le interpretazioni false, forzate e offensive che, ad esempio, propongono i negazionisti. La memoria è Verità. La memoria va alimentata, non avvilita. La memoria è Storia.

Chi concorre a “costruire” la Storia?
Sono le donne e gli uomini, le generazioni che si avvicendano e si sovrappongono, i protagonisti ma anche i comprimari.
In buona sostanza, siamo noi con le nostre azioni e le nostre scelte.

Occorre quindi fare in modo di non dimenticare gli errori commessi e da quelli ripartire per diventare persone migliori, in modo da costruire tutti assieme una società migliore.

“Ricordare” significa perciò anche educare. Per quanto paradossale possa apparire, sussiste il rischio che il ricordo dei milioni di morti, degli indicibili soprusi e delle nefandezze commesse allora si affievolisca anno dopo anno. Questo rischio va scongiurato in ogni modo, anche – per non dire soprattutto – attraverso l’educazione delle nuove generazioni. Va detto a chiare lettere: chi non sa, chi non ha capito o chi finge di non sapere va informato e, appunto, educato.

L’educazione passa anche dagli atti pratici, fisici, che si possono vedere e toccare con mano: un bell’esempio è senza dubbio rappresentato dal “Giardino dei Giusti” che, al Parco Ciani di Lugano, rende omaggio ad alcune figure di ticinesi che hanno contrastato l’oppressore e salvato la vita di chi era perseguitato.
Leggere le loro gesta e comprendere il contesto storico con cui sono stati chiamati a fare i conti, è quanto di più didattico ci possa essere.

E in questo solco “divulgativo” si inseriscono perfettamente la presentazione di oggi degli atti di “Lugano Città Aperta” e la conferenza del Direttor Piotr Cywinski.

Concludo il mio breve intervento, rendendo omaggio a Federica Spitzer: una testimonianza come la sua, perpetuata dall’omonima Fondazione, risulta essenziale per comprendere fino in fondo tragedie come l’Olocausto.

Ringrazio quindi chi ha contribuito a crearla e in primis il presidente Moreno Bernasconi: coerentemente con gli ideali sostenuti da Federica Spitzer per tutta la sua vita, e che ci ha lasciato quale preziosissima eredità, la Fondazione si propone di diffondere la memoria dei genocidi, delle persecuzioni e dei totalitarismi, promuovendo il valore della libertà e la comprensione tra popoli, religioni e culture diverse.

Un obiettivo nobile, a cui tutti noi dovremmo tendere. Noi che siamo i protagonisti della Storia che stiamo contribuendo a scrivere.

Discorso pronunciato in occasione della festa per l’inizio della costruzione del Nuovo Stadio Multifunzionale Ambrì-Piotta

Discorso pronunciato in occasione della festa per l’inizio della costruzione del Nuovo Stadio Multifunzionale Ambrì-Piotta

Quinto, 22 dicembre 2018

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore, egregi signori
Care tifose e cari tifosi

vi saluto a nome del Consiglio di Stato e vi ringrazio per l’invito a intervenire alla festa per l’inizio della costruzione della nuova casa dell’Hockey Club Ambrì Piotta.

Sono cresciuto a poca distanza da qui, e come molti giovani della Valle sono sceso sul ghiaccio della Valascia nelle varie squadre del settore giovanile, partendo dalla scuola hockey ben 33 anni fa. Inoltre, ho pure fatto parte del Consiglio d’amministrazione di questo club. Si tratta perciò di un momento di gioia e soddisfazione anche personale.

Sono certo sia lo stesso sentimento che anima tutti voi che oggi, con la vostra presenza, dimostrate ancora una volta grande affetto per i colori biancoblù.

Per la nostra squadra del cuore è quindi quasi giunto il momento di abbandonare una pista “magica”, direi inimitabile e ineguagliabile, ricca di tradizione e di ricordi per trasferirsi in una struttura più moderna.

Un trasloco imposto anche da una serie di requisiti che occorre rispettare: in primis la sicurezza, tema caro tanto ai vertici dell’hockey svizzero quanto al mio Dipartimento; poi un’infrastruttura sportiva adeguata, la comodità per gli spettatori e l’opportunità di inserire nella nuova struttura spazi dedicati alle relazioni commerciali e alla creazione di interessanti reti di contatto. Non va dimenticato che sempre di più l’ambito sportivo è sfruttato dalle aziende per farsi conoscere e generare collaborazioni. Nella nuova struttura troverà spazio anche una sede della Protezione civile, ciò che le conferisce anche un significato pubblico.

Per tifosi e simpatizzanti, almeno inizialmente, non sarà più la stessa cosa. Il nuovo impianto porterà con sé indubbi e numerosi vantaggi, ma inevitabilmente nella vecchia pista rimarrà il ricordo di un passato glorioso fatto di vittorie e di sconfitte, di indimenticabili momenti di aggregazione vissuti sotto la volta della Valascia.

Aggiungo ancora di essere particolarmente felice che il nuovo progetto sia realizzato sempre in Leventina, ciò che – fra le altre cose – permetterà di mantenere in Valle diversi posti di lavoro. Una struttura di tale qualità favorirà poi numerose attività sul territorio, contribuendo, ad esempio, ad attirare nuovi eventi nella nostra regione. Le ricadute economiche e di visibilità saranno tangibili. Raggiungere determinati obiettivi non sarà facile, ma si tratta di una sfida che vale certamente la pena di affrontare.

Il Consiglio di Stato – che oggi rappresento – ha dimostrato nel corso degli anni di sostenere in maniera importante gli attori delle zone periferiche per migliorarne la qualità dell’offerta, anche con il Programma San Gottardo 2020.

Ricordo, ad esempio, la copertura del tratto autostradale di Airolo, che restituirà territori e qualità di vita alla popolazione, oltre, sempre restando in ambito di piste di ghiaccio, la posa di un tetto sopra la pista di Faido per potenziare l’offerta infrastrutturale e sportiva del Comune. Senza dimenticare i contributi destinati proprio a questo progetto e gli ingenti aiuti messi a disposizione dalla Confederazione.

L’opera contribuirà pure ad aumentare l’interesse attorno all’Arena alpina: maggiori saranno i contenuti a disposizione, più facile sarà “vendere” un prodotto dal grande potenziale e che andrà sfruttato in modo intelligente per garantire benefici di cui tutti potranno godere.

Sono ormai molti anni che si sente parlare della costruzione del nuovo impianto.
Come sapete bene, non si tratta soltanto di una scelta, bensì di un preciso vincolo legato alla sicurezza e imposto dalla Lega Nazionale di Hockey e di una precisa richiesta del Cantone: la zona in cui sorge la Valascia è infatti stata definita “zona rossa” a causa del rischio di valanghe, ciò che ne ha reso necessario l’abbandono.

In questi anni si è passati da momenti caratterizzati dall’euforia ad altri di sconforto, e anch’io, a volte, mi sono chiesto se fosse davvero possibile realizzare la nuova pista.
Ma con la collaborazione e il lavoro di tutti, quello che appariva essere un sogno è oggi è una splendida realtà.

Tra chi ha sempre creduto in questo progetto, impegnandosi – come sempre fa – in prima persona, c’è ovviamente il presidente Filippo Lombardi: ha trascinato il progetto, sensibilizzando e convincendo della sua bontà anche chi magari, in un primo momento, si era dimostrato un po’ scettico. La sua perseveranza è stata premiata e gli si deve riconoscere questo particolare merito.

Il progetto ora è decollato. La sfida che vi apprestate ad affrontare è molto impegnativa: sarà quella di garantire continuità alla struttura e questo al là della sua anima sportiva. Mi auguro che potrà diventare un punto di riferimento per l’intera Valle e non solo.

Sono sicuro che la tifoseria continuerà a rispondere con entusiasmo affollando anche la nuova pista per trasformarla da subito in una inespugnabile roccaforte biancoblù.
L’attuale gestione sportiva sta portando i frutti sperati e in futuro potrà essere completato il rilancio del club con un’immagine sempre più legata al territorio e a persone che quel territorio lo vivono quotidianamente. Le premesse per continuare una storia che dura ormai da oltre ottant’anni sono quindi date.

Lasciatemi, infine, ricordare il compianto Angelo Gianini, presidente della Valascia Immobiliare proprio nel periodo di spinta della nuova pista: il suo impegno è stato encomiabile e questo gli verrà sempre riconosciuto.

 

Discorso pronunciato in occasione del passaggio di Comando delle Forze Speciali (CFS)

Discorso pronunciato in occasione del passaggio di Comando delle Forze Speciali (CFS)

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signori, egregi signore,
Quella odierna è un’altra giornata importante per il nostro Cantone, che ha ricevuto l’ennesimo attestato di stima da parte della Confederazione: siamo infatti qui a salutare formalmente l’arrivo di Nicola Guerini alla testa del Comando delle Forze Speciali dell’Esercito svizzero (CFS). Il Ticino, e non solo quello in grigio-verde, può esserne particolarmente fiero!
La decisione è stata ufficializzata lo scorso settembre e vi ripropongo volentieri ciò che scrissi allora su Facebook, annunciando la notizia: Questa settimana un ticinese è stato designato, con effetto al 1° gennaio 2019, a capo del Comando delle forze speciali dell’Esercito svizzero.
Il colonnello di Stato maggiore generale Nicola Guerini permette così al Ticino di mettersi al petto una terza stella nei comandi specialistici della nostra armata, con il Col SMG Marco Mudry (recentemente nominato a capo del Centro di competenza servizio alpino dell’esercito) e il Col SMG Antonio Spadafora (capo del Centro di competenza del servizio veterinario e degli animali dell’esercito da inizio anno). Concludevo quelle poche righe cariche di orgoglio con un “Avanti così!” che ribadisco anche oggi, al vostro cospetto.
Il Ticino si conferma perciò uno dei pilastri del nostro Esercito. Non siamo numerosissimi, ma riusciamo a produrre con regolarità personalità di elevato spessore, riconosciuta autorevolezza e comprovata preparazione. Mai come nel 2018 – e lo dico con un profondo senso di appagamento personale – l’italianità ha conosciuto una presenza così marcata ai vertici dell’Esercito, cosa che dà lustro al nostro Cantone.
Disponiamo di tanta qualità tecnica e umana, e questo ci viene riconosciuto anche oltre Gottardo, cosa non sempre scontata.
Auguro allora a Nicola che possa raggiungere tutti i suoi obiettivi e che continui sulla strada intrapresa anni fa e che si sta dimostrando lastricata di soddisfazioni. Il contesto che ti vedrà impegnato è di assoluto prim’ordine, e questo lo sai anche meglio di me.
Ricordo con piacere come il Governo sia a suo tempo riuscito a mantenere presso la piazza d’armi del Monte Ceneri il CFS, vero fiore all’occhiello del nostro Esercito. Il CFS è in grado di fornire in tutte le situazioni, immediatamente e in modo rapido, con elementi di impiego professionisti, importanti prestazioni a favore delle autorità civili: penso, ad esempio, alla protezione e all’intervento; all’esplorazione speciale e alle azioni dirette a favore delle autorità civili in Svizzera; all’acquisizione di informazioni, consulenza e protezione a favore delle autorità civili all’estero; al soccorso e al rimpatrio di cittadini dall’estero; all’assistenza militare.
A nome personale e del Consiglio di Stato, tengo anche a ringraziare l’attuale Comandante, il Colonnello SMG Christoph Fehr, per questi due anni trascorsi a capo del CFS, qui in Ticino: abbiamo stabilito un rapporto costruttivo e collaborato ottimamente nell’interesse comune. Auguro anche a te il meglio e di raccogliere sul tuo cammino futuro altre e meritate soddisfazioni!

73.8 milioni per un Ticino ancora più forte

73.8 milioni per un Ticino ancora più forte

Credo nell’efficacia delle aggregazioni

Dal punto di vista istituzionale e territoriale, quanto è cambiato il nostro Cantone nell’ultimo ventennio? La risposta è semplice: molto. A riprova di ciò mi vengono in aiuto alcune cifre: da 245 Comuni con una popolazione media di 1’200 persone siamo passati a poco più di 110 con 3’100 residenti ciascuno. Parallelamente il numero di quelli con un moltiplicatore del 100% è crollato da 112 a 15.
Il Ticino sta quindi mutando. Il processo di riforma è però soltanto a una fase intermedia, così come attestato dal Piano cantonale delle aggregazioni (PCA). Il Governo (e il mio Dipartimento in primis) crede nella forza rigenerante delle aggregazioni in modo talmente convinto da proporre al Parlamento un credito quadro di 73,8 milioni di franchi a sostegno di progetti di interesse cantonale, confermando l’intenzione di dare la priorità alle proposte nate “dal basso”, solide e condivise.

Spazio alle idee promosse “dal basso”
Come più volte detto, il PCA – con i suoi 27 scenari aggregativi – non rappresenta una riforma imperativa, così come non pone alcun vincolo temporale. Sarebbe errato ragionare diversamente, perché se vogliamo Comuni migliori, ben gestiti e in grado di erogare servizi di elevata qualità, dobbiamo avere come riferimento la soddisfazione e la partecipazione attiva del cittadino. Parlare di aggregazioni avviate e promosse “dal basso” non è uno slogan propagandistico: è una necessità. Capire, proporre, condividere, discutere e costruire sono i pioli della scala che conduce a un ente locale moderno, forte, propositivo e vicino al cittadino. Guai se venisse a mancare la prossimità tra uno e l’altro: non ci fosse, qualunque aggregazione perderebbe la quasi totalità del suo senso.

Aiuti finanziari mirati e sensati
La notevole somma messa sul piatto dimostra come il Cantone non si fermi alle intenzioni: seppur senza invasioni di campo, assume un ruolo attivo nel citato cambiamento in atto; concede ampia libertà ai Comuni, ma è prontissimo a intervenire attraverso aiuti finanziari finalizzati alla riorganizzazione amministrativa e/o agli investimenti di sviluppo. Se il progetto è serio, strutturato e lungimirante, il nostro appoggio è garantito. Gli strumenti “macro” che mettiamo a disposizione dei Comuni sono due: il sostegno finanziario (contributi di risanamento) e il sostegno istituzionale (promozione di un Piano di sviluppo). Insomma, proponendo l’attribuzione di un opportuno contributo finanziario, una volta di più il Governo conferma di credere nelle aggregazioni che considera un mezzo indispensabile per razionalizzare il territorio cantonale e rendere più performanti le realtà locali.

Trasformazioni profonde e obbligate
In un contesto in costante divenire, spicca per importanza il progetto Ticino 2020, profondamente legato al PCA stesso: partendo da una nuova geografia comunale, disegnata dalle aggregazioni finora realizzate, viene proposta una revisione strutturale dei compiti e dei flussi esistenti, che implicano a loro volta la riconfigurazione del sistema perequativo e la riorganizzazione dell’Amministrazione cantonale e comunale. So bene che si tratta di trasformazioni profonde e che non tutti sono pronti ad accogliere con il sorriso sulle labbra, ma si tratta di un percorso obbligato che dobbiamo intraprendere se davvero vogliamo costruire un Ticino ancora migliore.

L’esempio del Comune di Verzasca
Parlando di aggregazioni, ritorno volentieri sul voto pressoché unanime del Parlamento che lunedì ha sancito la nascita del Comune di Verzasca. Ecco un esempio di cosa intendo per progetto nato dal basso senza imposizioni. Confinante su quattro Distretti – Bellinzona, Leventina, Riviera e Vallemaggia – sarà il nuovo cuore del Canton Ticino. E il merito di tutto questo va ai cittadini e alle cittadine, che non hanno mai smesso di credere in questo progetto. Un bell’esempio che altri potranno seguire.

 

 

Formazione e integrità basilari per la fiducia data

Formazione e integrità basilari per la fiducia data

Consegnate ai futuri agenti di polizia le armi d’ordinanza

Giovedì scorso ho avuto il piacere di presenziare alla Consegna dell’arma alla Scuola di polizia V° circondario (SCP), cerimonia che si presta a qualche riflessioni in merito al ruolo dell’agente e alle sollecitazioni alle quali è chiamato a rispondere.
La consegna dell’arma rappresenta per i giovani che hanno scelto di seguire questo impegnativo e, al tempo stesso, stimolante percorso un ulteriore passo verso l’obiettivo finale, ovvero diventare agenti del nostro Corpo di polizia seguendo solidi ideali e la volontà di servire il proprio Cantone o Comune in modo concreto.
In questo senso, giovedì è stato un giorno altamente simbolico: ricevere un’arma sottende infatti una forte assunzione di responsabilità da parte di queste donne e questi uomini che, appunto, hanno scelto di servire in modo attivo il Paese in cui vivono, adoperandosi giorno dopo giorno a favore della sicurezza dei cittadini.
Dopo un percorso di formazione impegnativo, comprensivo di allenamenti pratici e di approfondimenti normativi sull’uso della pistola d’ordinanza, 24 aspiranti agenti della Polizia cantonale, 14 aspiranti agenti delle Polizie comunali di Bellinzona, Locarno, Lugano, Mendrisio, Biasca, Chiasso, Malcantone ovest, Muralto e Minusio, 2 aspiranti della Polizia dei trasporti, 2 aspiranti della Polizia cantonale dei Grigioni, 2 aspiranti della Polizia Militare, hanno così ricevuto ufficialmente la pistola d’ordinanza.
Gli aspiranti sono ora pronti per un periodo di stage nei posti di Polizia e presso i propri comandi di appartenenza, tassello importante della formazione che li porterà al conseguimento dell’Attestato professionale federale di agente di polizia, con il superamento degli esami di professione a febbraio 2019.

Contemporaneamente, ottimi agenti e brave persone
Ho detto loro della necessità di essere ottimi agenti, ma soprattutto brave persone. L’ipotesi di cedere alle facili tentazioni e di abbandonare il cammino certo e retto intrapreso esiste, ma nella stragrande maggioranza dei casi è spazzata via dall’equilibrio, dalla serietà e dallo spiccato senso sociale (nel rispetto dell’etica professionale) che ogni agente porta in dote e dal quale non si separa. Qualità che non vanno mai disattese e che sono accompagnate dalla fierezza (che non è esibizione) di indossare questa divisa, dal coraggio (che non è spavalderia) e da un comportamento che viaggia su binari paralleli al codice deontologico e alla Legge.

Una formazione di base di qualità
Preparare dei validi poliziotti facendo capo a professionisti e a specialisti di materia per garantire un’istruzione teorica, tecnica e pratica aderente alle esigenze della professione: ecco l’obiettivo della SCP. Una crescita tecnica e conoscitiva che va di pari passo con la crescita “umana” del singolo agente. Un bravo agente sarà sempre il risultato della somma tra la componente professionale e quella umana, importantissime e dipendenti l’una dall’altra.
La Scuola SCP offre ai futuri agenti un percorso mirato allo sviluppo delle necessarie competenze di base, fornendo loro gli strumenti indispensabili per garantire l’assunzione di compiti professionali complessi.
Con la SCP si intendono creare i presupposti affinché il giovane agente sia pronto a far fronte a compiti nuovi e responsabilizzanti, che richiedono impegno, ma che possono pure esser all’origine di gratificazioni personali, di garanzie per possibilità di carriera e di un’adeguata retribuzione. Attraverso la SCP si diventa anche donne e uomini migliori? Credo proprio di sì!