Bellinzona ha più fretta di Berna

Bellinzona ha più fretta di Berna

Puntare su test e autonomie locali.
Chiesta la riapertura anticipata per bar, ristoranti, cinema e teatri. Anche Coira spinge.

Datevi una mossa. È questo il senso della presa di posizione inviata dal Consiglio di Stato all’esecutivo federale. Consultato sugli allentamenti previsti da Berna – dal 1° marzo potrebbero riaprire negozi, musei, zoo, giardini botanici e impianti sportivi all’aperto –, il governo ticinese li ha sì condivisi, ma li ha anche definiti “troppo prudenti sia nei tempi che nei contenuti”. Per questo ha chiesto “fermamente” di anticipare la seconda tappa di riaperture al 22 marzo e di includervi anche ristoranti, bar, cinema e teatri. Quanto necessario, insomma, per ‘salvare’ dal lockdown le vacanze pasquali (dal 2 all’11 aprile). «Nonostante la presenza della variante inglese, più contagiosa, e un ritorno a una mobilità interna piuttosto sostenuta, il dato sui contagi nell’ultima settimana risulta il più basso da ottobre», ci spiega il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi. «Questo ci rende ottimisti circa la possibilità di riaprire adeguando gli allentamenti ogni due-tre settimane, cosa che sappiamo già essere possibile dopo l’esperienza della scorsa primavera». Naturalmente, spiega Gobbi, «non si tratta di tornare alla piena libertà pre-Covid, ma di muoversi con la massima prudenza». Berna aveva proposto di riaprire solo le terrazze dei ristoranti, e solo dal primo aprile. Una soluzione limitante e discriminatoria, secondo la presa di posizione del Consiglio di Stato. Soprattutto, nota Gobbi, «è fondamentale dare una prospettiva a settori come quello della ristorazione che rischiano altrimenti di subire oltre cento giorni di chiusura consecutivi, con prevedibili conseguenze economiche e sul morale».

A proposito di terrazze, è di sabato la decisione di prolungare fino al 15 marzo l’accessibilità di quelle degli impianti sciistici: almeno fino a quel giorno ci si potrà ancora sedere per consumare il proprio pasto da asporto, pur in numero massimo di quattro persone per tavolo e con l’obbligo di mantenere le giuste distanze. Un’eccezione, questa, che il capo del Dipartimento federale dell’interno Alain Berset aveva definito “contraria al diritto” e a sua volta discriminatoria. Gobbi dissente: «Si tratta di contesti particolari, all’aria aperta e facilmente controllabili. Imporre di disperdersi a consumare i pasti in situazioni precarie mette a dura prova una popolazione già stanca, che comprensibilmente fatica a percepire la logica di certi divieti. D’altronde, vorrei vedere se il consigliere federale quando va a sciare si siede nella neve per mangiarsi il suo panino e bere la sua Rivella».

Tornando al messaggio rivolto a Berna, oltre alle riaperture anticipate al 22 marzo per bar e ristoranti, almeno in orario diurno, si chiede che lo stesso sia possibile per “cinema, teatri e strutture sportive e ricreative all’interno, pur con limiti di capienza”, e di pianificare già non solo una seconda, ma anche una terza fase di allentamento. Ben vengano la riapertura dei negozi e l’innalzamento a 15 del numero di persone che possono riunirsi all’aperto, ma si vorrebbe anche aumentare a 10 il numero di persone che possono ritrovarsi al chiuso. Infine si chiede di elevare da 18 a 20 anni il limite di età per consentire il ritorno a tutte le attività sportive e culturali, mentre “scetticismo è espresso sull’opportunità di riaprire anche le competizioni”. Dal primo marzo si vorrebbe anche consentire lo sport all’aperto senza contatto fisico a gruppi fino a 15 persone, e fino a 5 al chiuso. Il tutto, ovviamente, “con la riserva che la situazione rimanga stabile”.

Intanto anche Coira ritiene “troppo unilaterali e troppo lenti” i provvedimenti previsti dalla Confederazione. Il governo retico chiede che venga lasciata maggiore libertà ai Cantoni, specie a quelli che come i Grigioni si impegnano attivamente nell’esecuzione di test a tappeto. “Oltre alle misure restrittive”, si legge in una presa di posizione, “svolgere test in maniera attiva e preventiva rappresenta un’alternativa valida che deve trovare un riscontro positivo quando si tratta di decidere allentamenti”. Quanto alla ristorazione, si chiede che almeno all’esterno venga consentita già a partire dal primo marzo. Se ciò non fosse possibile, allora si domanda che almeno i take away possano mettere a disposizione posti a sedere al loro esterno. Anche per cinema e teatri viene invocata una riapertura (con mascherine) già dall’inizio del mese prossimo.

Tornando ai test, “ai Cantoni che dispongono di un buon sistema di monitoraggio occorre permettere di procedere a riaperture in tempi più brevi, in quanto eventuali sviluppi negativi vengono individuati più rapidamente. Inoltre questo incentivo motiverebbe i Cantoni a portare avanti una buona attività di monitoraggio e avrebbe risvolti positivi sulla motivazione della popolazione e dell’economia a partecipare attivamente”. Sempre in riferimento al cosiddetto depistaggio, “il Governo constata con stupore che la strategia della Confederazione non prevede il coinvolgimento di ulteriori misure, tra cui i test preventivi”, ma punta sulle chiusure e su imposizioni che “paiono arbitrarie”, ad esempio “permettere determinate manifestazioni sportive, ma non permettere attività di ristorazione all’aperto”.

Ma i test a tappeto sono davvero una soluzione? Tornando in Ticino, Gobbi invita alla prudenza: «È vero che in alcuni casi possono permettere di fermare subito un eventuale focolaio: lo abbiamo visto procedendo in questo senso alla Scuola media di Morbio Inferiore. Una somministrazione indiscriminata rischia però di creare un falso senso di sicurezza in chi, risultando negativo, potrebbe abbassare la guardia nei comportamenti quotidiani». Quanto alla richiesta di maggiore autonomia cantonale avanzata da Coira, «per noi resta comunque importante mantenere massimo coordinamento e coerenza a livello nazionale. Ciò non toglie che le autorità federali debbano anche prestare attenzione alle specificità locali: nel nostro caso, ad esempio, al paradosso di un lockdown affiancato da regioni italiane come Lombardia e Piemonte, dove ristoranti e bar sono aperti».

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 22 febbraio 2021 de La Regione

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Il Ticino vuole accelerare «Locali aperti entro un mese»
Il Consiglio di Stato risponde alla consultazione e chiede tappe di allentamento «più serrate e incisive» Il 22 marzo data chiave per bar e ristoranti – Norman Gobbi: «Cantoni compatti, forse questa volta verremo ascoltati»

La politica dei piccoli passi ipotizzata da Berna per uscire dal semi-confinamento non incontra il pieno sostegno del Ticino, che vorrebbe «tappe più serrate e incisive». Il Consiglio di Stato ticinese ha detto la sua sulla strategia di allentamento delle misure messa in consultazione mercoledì scorso dal Consiglio federale. In sostanza, da Palazzo delle Orsoline si chiede di procedere con un passo più spedito. Secondo l’Esecutivo, infatti, le diverse fasi di riapertura previste sono «sin troppo prudenti, sia nei tempi che nei contenuti». In particolare, se la cautela del Consiglio federale è giudicata «comprensibile alla luce della diffusione delle varianti del virus», è però «fondamentale adeguare le restrizioni secondo il principio di proporzionalità» e dare prospettive ai settori economici.

Soprattutto, il Governo nella sua missiva chiede «fermamente» di anticipare la seconda tappa, con una decisione che abbia effetto al più tardi il 22 marzo. Insomma, una rivalutazione delle misure non più di mese in mese ma ogni due o tre settimane, al termine delle quali si dovrebbe procedere con nuove e progressive riaperture. Secondo il Governo ticinese, infatti, «l’esperienza dimostra come le misure mostrino i loro effetti già dopo due settimane». Appare quindi «doveroso» imprimere «un ritmo più serrato» alle fasi di allentamento, sul modello di quanto fatto la scorsa primavera.

Rispondendo alla consultazione voluta da Berna, che prenderà una posizione definitiva sulla strategia di riapertura il 24 febbraio, il Consiglio di Stato si dice d’accordo con gran parte degli allentamenti previsti. Sì, quindi, ai raduni all’aperto con un massimo di 15 persone, come pure alla riapertura dei negozi, pur con «rigorose limitazioni al numero di clienti ammessi». Il Governo ticinese condivide anche la ripartenza delle attività sportive e culturali per i giovani under 18, suggerendo anzi che si allarghi la possibilità ai ragazzi fino ai 20 anni. «Scetticismo» viene espresso, invece, sulla ripresa delle competizioni. Dal 1. marzo il Consiglio di Stato vorrebbe anche alzare a 10 il numero di persone che possono riunirsi in spazi chiusi, così come permettere l’attività sportiva amatoriale – all’aperto e senza contatto fisico – per gli adulti fino a un massimo di 15 persone e lo sport nelle palestre e nei centri fitness per i gruppetti di 5.

Locali, cinema e palestre
L’accelerazione che l’Esecutivo ticinese vorrebbe è indirizzata in particolare a tre settori: ristorazione, cultura e sport. Nel primo caso si chiede la riapertura «al più tardi il 22 marzo» di bar e ristoranti, che potrebbero lavorare almeno durante il giorno e rispettando i piani di protezione messi in atto fino allo scorso dicembre (consumazione seduti, quattro persone al tavolo e mascherina quando ci si alza). La tempistica, del resto, non è casuale e permetterebbe di «garantire una ripresa almeno parziale dell’attività durante il periodo pasquale». Bocciata nettamente, invece, l’ipotesi di far riaprire i locali che hanno una terrazza esterna. Secondo il Governo si tratta infatti di una proposta «troppo limitativa, difficilmente sostenibile e discriminatoria» nei confronti di bar e ristoranti che non hanno spazi all’aperto. Sul fronte culturale, invece, si vorrebbe anticipare al 22 marzo la riapertura di cinema e teatri. Stessa data ipotizzata anche per le strutture sportive e ricreative all’interno, pur con limiti di capacità. «La popolazione sta vivendo un forte disagio psico-fisico e fa sempre più fatica a sopportare il peso delle restrizioni, quindi urge una risposta dalle autorità e un allentamento più rapido. C’è un bisogno molto diffuso di tornare alla normalità seppure con prudenza», dice il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi. «I cittadini – prosegue – stanno manifestando chiaramente di non essere più in grado di sostenere misure troppo rigide, le proteste in Argovia di sabato e il carnevale selvaggio a Einsiedeln lo dimostrano. Da settimane, infatti, la situazione epidemiologica è in costante miglioramento. In Ticino, ad esempio, questa settimana abbiamo registrato il dato più basso di contagi dallo scorso ottobre. Questo significa che il virus è presente, ma che le mutazioni non incidono – per ora – in maniera così importante. Le riaperture previste, non va dimenticato, saranno comunque prudenti, graduali e nel rispetto dei piani di protezione».

Una sola voce
Le richieste ticinesi di un’accelerazione si sommano a quelle arrivate negli ultimi giorni dagli altri Cantoni, come Vaud, San Gallo e Grigioni. «Il Consiglio federale – commenta Gobbi -non sempre si è mostrato pronto ad ascoltare il parere dei Cantoni, ma questa volta siamo compatti. Abbiamo sentito i colleghi degli altri Governi cantonali per cercare di tenere una linea comune, ma ovviamente l’ultima parola spetterà mercoledì a Berna». Nella vicina Italia i bar e i ristoranti sono già aperti nelle ore diurne, mentre dal 7 marzo anche la Germania è pronta a riaprire gradualmente. «Forse – conclude il presidente dell’Esecutivo – anche questa pressione dall’esterno, che si somma a quella interna dei Cantoni, porterà il Consiglio federale a rivedere la sua posizione. Un lasso di tempo così lungo non è infatti sostenibile, né per le autorità cantonali chiamate a vigilare, né per la popolazione».

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 22 febbraio 2021 del Corriere del Ticino

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Gobbi: “Insostenibile il mese di attesa”
Intervista al presidente del Governo ticinese, che si esprime sulla strategia di allentamento messa in consultazione dal Consiglio federale

Berna troppo blanda: questa l’opinione del Canton Ticino sulla strategia di riapertura del Consiglio federale. Il Consiglio di Stato chiede alla Confederazione più coraggio.

In passato si accusa Berna di decisioni troppo blande o di non essere incisiva, adesso invece rispondete che è troppo prudente; cos’è cambiato?
“L’andamento dell’epidemia. Nelle ultime settimane i dati sono bassi, questa settimana è addirittura il dato più basso da ottobre. Cosa significa? Beh… che nonostante ci siano le varianti – ed evidentemente creano preoccupazione – il virus non incide in maniera importante sull’evoluzione dei nuovi contagi. Questo permette di guardare alle riaperture con prudenza ma anche con tempi più ristretti, visto che il mese di attesa che indicava il Consiglio federale è per noi insostenibile”.

La data in cui il cantone intende iniziare ad allentare le restrizioni è il 22 marzo, rispetto a quanto proposto da Berna spicca la volontà di riaprire ristoranti e bar al più tardi entro quella data; perché un passo così deciso?
“La Pasqua cade presto quest’anno – agli inizi di aprile – ed aprire solo con le terrazze sarebbe discriminatorio per chi non le ha, rispettivamente sarebbe un danno economico per un settore che è ormai chiuso da tre mesi e a fine marzo sarebbero quasi 100 giorni di chiusura. Chi dopo 100 giorni di chiusura riesce ancora con motivazione a rilanciarsi? Poi c’è anche il bisogno della popolazione di tornare a una certa normalità con tutti i piani di protezione del caso”.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Gobbi-Insostenibile-il-mese-di-attesa-13846723.html

Da www.rsi.ch/news

Consultazione sugli allentamenti: il Consiglio di Stato chiede tappe più serrate e incisive

Consultazione sugli allentamenti: il Consiglio di Stato chiede tappe più serrate e incisive

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha preso posizione sulla consultazione avviata dal Consiglio federale in merito alla strategia di allentamento delle misure di contenimento della pandemia. Il Governo condivide che dal 1° marzo sia non solo giustificato, ma anche necessario attuare dei primi allentamenti, pur con le incognite legate alle varianti del virus. Le tappe proposte sono giudicate però sin troppo prudenti sia nei tempi che nei contenuti.

Il Consiglio di Stato ha preso posizione nell’ambito della consultazione avviata dal Consiglio federale mercoledì 17 febbraio sulla strategia di allentamenti a tappe e le relative proposte di modifica dell’Ordinanza Covid-19.
In termini generali, il Governo ticinese ritiene che queste tappe dovrebbero essere meno prudenti, più ravvicinate nel tempo e definite sin d’ora anche oltre il 1° aprile.
Evidentemente le diverse fasi di allentamento dovranno essere confermate solo se l’evoluzione epidemiologica continuerà ad essere favorevole, in caso contrario andranno sospese se non addirittura revocate. Uno scenario che nessuno, beninteso, auspica.
La cautela dimostrata dal Consiglio federale è comprensibile alla luce della diffusione delle varianti del virus: il Governo cantonale concorda sulla necessità di scongiurare una nuova ripresa dei contagi ed evitare quindi nuove chiusure, che avrebbero effetti nefasti dal profilo economico e psicologico.
D’altra parte è altresì fondamentale adeguare le restrizioni secondo il principio di proporzionalità, cercando di favorire la condivisione da parte della popolazione e dando delle prospettive ai settori economici interessati, seppur non immediate, graduali e subordinate alla stabilità dei dati epidemiologici.
Gli allentamenti proposti a partire dal 1° marzo sono pertanto condivisi e ritenuti il passo minimo da compiere nelle attuali circostanze, in cui si registra – a livello ticinese e nazionale – un numero di nuovi contagi sotto controllo. Si chiede però fermamente di anticipare la seconda tappa, prevedendo una decisione che abbia effetto al più tardi il 22 marzo. Stessa cadenza per una terza tappa: rivalutazione dopo due-tre settimane per eventuali allentamenti. L’esperienza dimostra come le misure mostrino i loro effetti già dopo due settimane e, pertanto, a mente del Consiglio di Stato, appare doveroso imprimere un ritmo più serrato alle fasi di allentamento, come lo fu durante la scorsa primavera.
Nel merito dei singoli settori interessati dalla modifica dell’Ordinanza, il Consiglio di Stato si pone come segue:

  • assembramenti: il ritorno al limite di 15 persone dal 1° marzo è condiviso;
  • ristorazione: al più tardi il 22 marzo (seconda tappa) si chiede la riapertura dei ristoranti e dei bar almeno nelle ore diurne secondo il piano di protezione conosciuto fino a dicembre (consumazioni solo da seduti, massimo 4 persone per tavolo, mascherina non appena ci si alza dal tavolo, ecc.). Questa tempistica è ritenuta fondamentale per garantire una ripresa almeno parziale dell’attività durante il periodo pasquale. Non è condivisa, invece, la proposta di autorizzare la sola riapertura delle terrazze esterne, perché troppo limitativa, difficilmente sostenibile e discriminatoria nei confronti dei locali privi di spazi all’aria aperta;
  • strutture culturali e sportive: la riapertura dal 1° marzo delle strutture culturali, ricreative e sportive all’aperto, nonché di musei e biblioteche, è condivisa. Si chiede di procedere al più tardi il 22 marzo (seconda tappa) con la riapertura anche di cinema, teatri e strutture sportive e ricreative all’interno, pur con limiti di capienza;
  • negozi: la riapertura dal 1° marzo dei commerci ora chiusi è condivisa, così come lo sono le rigorose limitazioni del numero di clienti ammessi;
  • manifestazioni private: la nuova regola del limite delle 15 persone all’aperto dal 1° marzo è condivisa. Si chiede di anticipare già al 1° marzo l’aumento a 10 persone del limite per i ritrovi negli spazi chiusi;
  • attività giovanili: si condivide l’innalzamento dal 1° marzo dell’età per la pratica di attività sportive e culturali fino a 18 anni, e anzi si suggerisce di portarlo a 20. Scetticismo è espresso invece sull’opportunità di riaprire anche le competizioni.
  • sport per gli adulti: si raccomanda dal 1° marzo di consentire l’attività sportiva amatoriale senza contatto fisico degli adulti all’aperto in gruppi fino a 15 persone e si chiede di consentire la ripresa delle attività anche negli spazi chiusi in gruppi fino a cinque persone.

Da ultimo il Governo cantonale ribadisce la necessità di delineare prospettive anche a lungo termine, con la riserva che la situazione rimanga stabile.

Il focolaio al confine preoccupa il Governo

Il focolaio al confine preoccupa il Governo

A Viggiù, a una manciata di chilometri dalla dogana momò, l’intero paese è risprofondato nel lockdown: scuole chiuse e spostamenti limitati, ma non per i frontalieri
Norman Gobbi: «I test di massa non sono sufficienti, bisogna anche collaborare e controllare la circolazione tra i due Stati»

Scuole chiuse e blocco totale degli spostamenti, ma non per chi si muove per motivi professionali. È quanto prevede il dispositivo scattato mercoledì a Viggiù, il piccolo comune a due passi dal confine con il Mendrisiotto tornato in zona rossa dopo le che autorità cittadine hanno identificato un focolaio in una scuola. Da un’analisi a tappeto, effettuata all’interno dell’istituto su docenti e allievi, sono emersi 14 casi di variante scozzese e un caso di variante inglese. Un numero considerevole che ha spinto le autorità a decretare il lockdown introducendo una serie di limitazioni importanti come, per l’appunto, il blocco totale degli spostamenti. Regole a cui tuttavia sfuggono i lavoratori frontalieri che muniti di autocertificazione possono transitare oltre confine. Al presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, da sempre critico sull’apertura dei valichi minori in periodo di pandemia, abbiamo chiesto che impatto potrebbe avere sul nostro territorio questa decisione.

«Mobilità troppo elevata»
La situazione che si è creata a Viggiù, a una manciata di chilometri dai confini con il Mendrisiotto, preoccupa il Governo cantonale, ci conferma Gobbi. «Prendiamo atto con preoccupazione della nascita di focolai di variante scozzese a pochi chilometri dal confine, soprattutto tenendo in considerazione la mobilità estremamente elevata tra le vicine Province italiane e il Ticino – continua il presidente del CdS – , dovuta in particolare al considerevole numero di lavoratori frontalieri italiani che quotidianamente si recano nel nostro Cantone. Non per niente il Consiglio di Stato ticinese si è più volte rivolto al Consiglio federale chiedendo il rafforzamento dei controlli alla frontiera in coordinazione con le competenti autorità italiane».

Analisi a tappeto ma non solo
Con l’introduzione degli allentamenti in Lombardia a partire dal 1. febbraio, il Cantone ha infatti mandato una richiesta scritta a Berna chiedendo, in aggiunta al divieto di recarsi all’estero per andare al ristorante o a fare la spesa, anche di introdurre l’obbligatorietà di test rapidi alla frontiera per chi entra in Svizzera. Richiesta rimasta però inascoltata. Le analisi a tappeto sono però una delle misure attuate a Viggiù per controllare il propagarsi del virus, ma secondo Gobbi non bastano. «I test di massa sono uno strumento importante e forse decisivo per controllare e limitare lo sviluppo della pandemia. Tuttavia allo stato attuale la limitazione della mobilità delle persone, anche transfrontaliera, rimane uno strumento fondamentale nella gestione della crisi», spiega il consigliere di Stato.

Varianti e pericoli derivanti
Quel che serve ora, sostiene Norman Gobbi, è maggiore omogeneità nella lotta alla COVID dai due lati del confine. «Questi focolai di pandemia con la presenza delle nuove varianti e il confinamento di interi territori mettono ulteriormente in evidenza la necessità di un maggiore coordinamento transfrontaliero tra le competenti autorità sanitarie, volte anche a ridurre l’asimmetria delle misure ai due lati del confine».

In merito all’eventualità di introdurre anche in Ticino test a tappeto, per arginare il pericolo che si creino situazioni simili, il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi si mostra possibilista. «In caso di necessità i test a tappeto sono già stati utilizzati. Ricordo, per esempio, la situazione alla scuola media di Morbio Inferiore alcuni giorni dopo i casi verificatisi nella casa anziani di Balerna. In condizioni particolari, quindi, potremmo ancora ricorrere a test a tappeto. La speranza ovviamente è che ciò non avvenga».

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 19 febbraio 2021 del Corriere del Ticino

«Troppo tempo tra una tappa e l’altra Il Governo ticinese lo farà presente»

«Troppo tempo tra una tappa e l’altra Il Governo ticinese lo farà presente»

Norman Gobbi e Raffaele De Rosa commentano le decisioni di Berna

Un allentamento graduale, a tappe e senza deroghe ai Cantoni. La via scelta da Berna per uscire dal confinamento passa, o meglio, inizia il 1. marzo con una serie di riaperture alla quale seguirà una seconda tappa il 1. aprile. Una scelta che il Ticino, cantone che proprio la scorsa settimana aveva inviato una lettera a Berna chiedendo di tener conto delle necessità e delle peculiarità regionali – ha accolto non senza qualche criticità. «Da un lato è un approccio molto prudente ma dall’altro non tiene conto di quanto avviene oltreconfine, in particolare nella vicina Penisola», osserva il presidente del Governo Norman Gobbi. «È evidente che se in Lombardia vigono più libertà per la popolazione ticinese diventa più difficile accettare delle misure così restrittive». Per il presidente dell’Esecutivo è «positivo che ci saranno più libertà in ambito commerciale e di tempo libero», mentre per quanto riguarda il settore della ristorazione c’è appunto «una grossa dicotomia con la realtà lombarda». Questo settore dovrà in ogni caso tirare la cinghia almeno fino al 1. aprile, data a patire dalla quale verranno valutati eventuali altri allentamenti. Delle eccezioni – leggasi aperture di bar e ristoranti – non verranno concesse sulla base della situazione epidemiologica dei singoli cantoni. Una decisione – ha specificato Berset – che è stata presa per non creare situazioni di disparità di trattamento tra cantoni. «Dal punto di vista della condotta è ammissibile, ma da quella epidemiologica bisogna tenere presente che il Ticino viaggia a una velocità diversa, con un’evoluzione molto positiva negli ultimi tre giorni. Ciò significa che le varianti non sembrano incidere sulla casistica. In fase di consultazione – spiega Gobbi – , esprimeremo il nostro punto di vista». Un altro aspetto che il Governo affronterà nella sua risposta al Consiglio federale è quello della tempistica. Come detto, si parla di quasi cinque settimane tra la prima e la seconda valutazione sugli allentamenti. Un lasso di tempo che il Consiglio di Stato rivedrebbe anche al ribasso: «Lo faremo presente a Berna», conferma Gobbi. «Va tenuto presente che a marzo la Germania valuterà delle riaperture e per la Svizzera diventerebbe ancora più difficile mantenere delle regole più ferree». Tornando in Ticino, aprile è sinonimo di ripresa della stagione turistica e a questo proposito il presidente del Governo conferma che l’obiettivo «è dare il via a una serie di test per il personale delle strutture ricettive in modo da poter tornare in sicurezza in alberghi e ristoranti almeno per Pasqua».

Dal canto suo, anche il direttore del DSS Raffaele De Rosa sottolinea che gli allentamenti «seguono l’orientamento voluto dal Consiglio di Stato, ossia quello di un’uscita a tappe che tenga conto dell’evoluzione epidemiologica». Nonostante ciò, «possiamo anche dire che la prospettiva tra la prima e la seconda tappa è piuttosto timida e lunga nei tempi perché già dopo 14 giorni si possono vedere gli effetti delle misure». In questo senso, spiega De Rosa, «lasciare un mese di tempo tra una tappa e l’altra appare un po’ eccessivo». Inoltre, anche sui «contenuti degli allentamenti nella seconda tappa c’è stata molta cautela, in particolare per il settore della ristorazione». Ad ogni modo «questa cautela da parte di Berna può essere compresa a fronte dei rischi presenti in questo momento, in particolare riguardo alla diffusione delle nuove varianti, che in Ticino oggi rappresentano il 40% dei nuovi casi, con picchi del 60%. È necessario evitare una terza ondata che potrebbe avere conseguenze nefaste». Riguardo agli allentamenti per le fasce più giovani della popolazione, De Rosa afferma che si «tratta di un passo nella giusta direzione. Questa sensibilità verso i giovani è benvenuta e assolutamente necessaria».

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 18 febbraio 2021 del Corriere del Ticino

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Da Berna una strategia che non scalda il TicinoGobbi: “Non si risponde alle criticità  emerse”.

Le novità  giunte ieri da Berna non scaldano particolarmente il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi. Raggiunto dalla “Regione” per un commento, afferma infatti che «da un lato é stata data un’indicazione, ma dall’altro non si risponde alle criticità emerse durante la riunione recente dei governi cantonali. Il Ticino e altri Cantoni si sono espressi criticamente su questa politica molto prudente vista l’evoluzione epidemiologica. Se é vero che questa non é uguale su tutto il territorio, é però vero che c’è una generale volontà  di tornare alla normalità  ritenuto come, anche tenendo conto dei cantoni che hanno un’evoluzione negativa, dal punto di vista sanitario e delle ospedalizzazioni non ci sono ricadute negative. Grazie anche alle vaccinazioni che tutelano le persone maggiormente a rischio». L’aspetto positivo, riprende Gobbi, «é un allentamento nei commerci, per lo sport all’aperto soprattutto a beneficio dei giovani, ma per il cittadino comune e per chi ha un’attività economica gli aiuti di Stato aumentati non andranno mai a sostituire la mancata attività». Resta aperta, ad ogni modo, la questione dei controlli alle frontiere più volte chiesti dal Ticino alla Confederazione ma che per ora restano fermi al palo. «La Svizzera é l’unico Paese che con Italia e Germania non chiede determinati controlli – risponde il direttore del Dipartimento istituzioni -. Chiederemo presto, e ancora, alla Confederazione di essere parte attiva perché é sua competenza tutelarci anche da un eventuale spostamento di traffico dal Brennero al Gottardo, cosa che, non solo dal punto di vista sanitario ma anche ambientale, ci preoccupa».

De Rosa: ‘Tempistica di un mese eccessiva’
Per il direttore del Dipartimento sanità e socialità Raffaele De Rosa «le proposte che vengono messe in consultazione vanno nella direzione di quanto auspicava il Consiglio di Stato, cioè avere una strategia di graduale ritorno alla normalità con un piano di azione a tappe, ponendo un accento particolare verso chi è toccato particolarmente da questa situazione come i giovani». Per De Rosa gli allentamenti proposti «danno una prospettiva», ma a titolo personale afferma che «quella del Consiglio federale è una prospettiva lunga nei tempi, perché la seconda tappa è prevista un mese dopo la prima annunciata per il 1° marzo. Sappiamo che l’efficacia di una misura può già essere valutata dopo due settimane e in questo senso – prosegue il direttore del Dss – la tempistica di un mese mi sembra eccessivamente lunga, oltre che timida nelle proposte».
Nel senso che, specifica, «tenuto conto della situazione epidemiologica attuale, si poteva sperare in qualcosa in più a livello di allentamenti». Detto questo, per De Rosa quanto deciso a Berna «si può però comprendere. È usare prudenza dopo che il Consiglio federale stesso aveva dichiarato apertamente di aver sottovalutato, la scorsa estate, il rischio di una seconda ondata. Fare tutto il possibile per evitare una terza ondata, soprattutto davanti al pericolo delle varianti, è importante». Anche perché la preoccupazione per queste varianti del virus è sempre più marcata. «È una situazione molto difficile e fluida – rileva De Rosa –. Non bisogna né eccedere con la cautela né con l’apertura, c’è il rischio di compromettere quanto di buono abbiamo fatto e i risultati ottenuti a prezzo di notevoli sacrifici da parte della popolazione e dell’economia». Sulle nuove varianti e il loro pericolo De Rosa snocciola i numeri: «A oggi in Ticino abbiamo avuto, in totale, 370 casi di varianti. Mediamente, rappresentano il 40% del totale con picchi che hanno raggiunto anche il 60%. Si diffondono rapidamente, e dobbiamo ricordarci che ciò sta avvenendo con le misure restrittive in vigore. Bisognerà tenere conto di questo rischio, e bisognerà essere pronti a reagire rapidamente».

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Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 18 febbraio 2021 de La Regione

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«Se le misure devono essere supportabili e sopportabili, abbiamo un problema»
Il presidente del Governo si esprime sulle decisioni del Consiglio federale e i “timidi” allentamenti previsti in marzo
«La Lombardia ha un’evoluzione simile alla nostra, eppure lì si può andare a bere il caffè e a pranzare al ristorante. Così è meno comprensibile».

«Se pensiamo alle richieste della società e di alcuni settori, ci sono andati leggeri sugli allentamenti». È questo il commento a caldo del consigliere di Stato Norman Gobbi, a margine della conferenza stampa del consiglio federale. Se le decisioni sono positive per i commerci e per i giovani, «per la vita sociale e gli esercenti diventa più difficile sostenere una situazione di questo tipo, a fronte di un’evoluzione positiva a livello di contagi e ospedalizzazioni». 
Le proposte di Berna per gli allentamenti di marzo resteranno in consultazione fino al 24 febbraio. Ma stando al presidente del Consiglio di Stato, i cantoni sono allineati nella loro visione della situazione. «Venerdì scorso abbiamo avuto la riunione del Comitato direttivo della Conferenza dei governi cantonali, da cui sono emerse voci critiche nei confronti di questo approccio molto prudente, considerata l’evoluzione epidemiologica e la campagna di vaccinazione che ha consentito di mettere al sicuro i più fragili». E se il Governo si fa portavoce della voce della sua popolazione, «dal punto di vista del cittadino è meno comprensibile un prolungamento delle limitazioni alla libertà».
Ma Alain Berset ha già indicato oggi che non è previsto un approccio differenziato per cantoni, perché le varianti del Covid-19 interessano l’intero territorio e anche per «evitare che poi ci si sposti nelle regioni in cui c’è più liberta». Cosa rispondere, allora, alla consultazione di Berna? «Chiederemo di considerare questa evoluzione favorevole della situazione epidemiologica e una differenza di realtà lungo il confine – aggiunge Gobbi -. La Lombardia ha un’evoluzione simile alla nostra, eppure lì si può andare a bere il caffè e a pranzare al ristorante». Stessa situazione, eppure maggiore libertà a pochi chilometri da noi. «Se le misure devono essere supportabili e sopportabili da parte del cittadino, in Ticino in questo momento abbiamo un problema».
Il Governo ticinese a inizio febbraio aveva chiesto a Berna di introdurre limitazioni alla frontiera per contenere la mobilità non essenziale da e per l’Italia, in particolare per fare la spesa o per andare al ristorante. «La nostra lettera è ancora senza risposta – conclude il presidente del Consiglio di Stato -. Ed è evidente che andare dall’altra parte del confine non può essere fatto senza le premunizioni necessarie. Inoltre, tenendo conto di quanto fanno i nostri vicini sui controlli del traffico di transito, segnaleremo all’autorità federale una necessità di intervento per allinearsi con i nostri colleghi austriaci».
 
Da www.tio.ch
 
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“Ci aspettavamo qualcosa in più”
Così il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi a margine delle decisioni del Consiglio federale. “Riapertura immediata ma graduale anche per i ristoranti”
Il Consiglio federale ha svelato le sue carte. Ora i Cantoni sono chiamati a dire la loro. Il Governo ticinese aveva già scritto negli scorsi giorni a Berna per chiedere di attuare degli allentamenti a causa della troppa stanchezza da parte della popolazione. Ad oggi, però, come ha spiegato il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ai colleghi di Teleticino il Ticino non ha ricevuto delle risposte completamente soddisfacenti. “È una risposta parziale, da un lato ai giovani viene dato un feedback positivo ma in generale ci aspettavamo di più soprattutto per la ristorazione”.
Per il presidente Norman Gobbi, bar e ristoranti andavano riaperti “in maniera graduale”. “Non avremmo mai salutato un’apertura senza condizioni. Già prima di Natale avevamo previsto una regolamentazione differenziata”, aggiunge. “Percepiamo la volontà della popolazione di avere un approccio differenziato, capiamo la voglia di tornare a lavorare degli esercenti così come la voglia della popolazione di tornare al ristorante a mangiare. La Pasqua sembra il nuovo termine temporale per la Confederazione, ma ci aspettavamo sicuramente che si facesse qualcosa di più prima”, ha sottolineato.Ora quindi, si attende la consultazione coi Cantoni e la prossima conferenza stampa in programma per mercoledì. “La maggioranza dei cantoni mi sembra di aver percepito che siano critici nei confronti di questo approccio sulle riaperture. Se i grandi cantoni esprimono un parere critico, si potrà avrà avere un’apertura più accelerata ma sempre graduale come prevedeva anche l’approccio ticinese”.
Da www.ticinonews.ch
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Riapriranno negozi, musei e zoo

Il Consiglio federale propone le prime riaperture dal 1° marzo, ristorazione esclusa – Decisione definitiva fra una settimana dopo consultazione

Negozi, musei e zoo potranno aprire i battenti a partire dal 1° marzo, ma non bar e ristoranti: è quanto discusso oggi, mercoledì, dal Consiglio federale, che in conferenza stampa ha esposto le riaperture messe in consultazione fra i cantoni. Una decisione definitiva su questa prima tappa degli allentamenti sarà presa la prossima settimana.
Contagi, ospedalizzazioni e decessi sono in calo, ma, ha avvertito Alain Berset, potrebbero tornare a crescere per effetto delle mutazioni diffuse sul territorio elvetico e “si è vuole evitare un effetto yo-yo, con riaperture seguite da nuove chiusure”. Si è deciso di autorizzare attività dove il rischio di infezione è minore, un “rischio calcolato” ha precisato il ministro dell’interno: nei commerci, nei musei, nelle sale di lettura delle biblioteche e nei giardini zoologici e botanici sarà dunque obbligatoria la mascherina e il numero di persone ammesse sarà limitato per garantire il rispetto delle distanze.
All’esterno sarà nuovamente possibile incontrarsi in gruppi fino a 15 persone. Le istallazioni sportive all’esterno, come campi da calcio, piste del ghiaccio e campi da tennis, saranno pure riaperte, ma per gruppi di cinque persone al massimo alla volta e anche in questo caso con la mascherina. Le competizioni fra adulti restano vietate, tranne quelle professionistiche come finora. E come finora, i giovani potranno approfittare di facilitazioni in ambito culturale e sportivo: l’età massima per usufruirne sarà portata da 16 a 18 anni.
“So che in molti si aspettavano di più e capiamo l’impazienza di commercianti, operatori culturali, sportivi e ristoratori”, ha detto il presidente della Confederazione Guy Parmelin, ma si è optato per un allentamento graduale per non “rendere vani i progressi fatti finora”. Togliere tutte le misure sin da subito “sarebbe stato irrealistico”.
Quello che non cambia: rimane in vigore l’obbligo di lavorare da casa dove possibile e soprattutto resteranno chiusi ristoranti e bar, dove i contatti sono più prolungati. Un ulteriore allentamento sarà poi possibile da aprile se la situazione epidemiologica lo permetterà e se la campagna di vaccinazione che – ha ammesso Berset – avanza più lentamente di quanto si vorrebbe. Si potrebbe allora pensare anche di permettere eventi sportivi o culturali con pubblico limitato e alle terrazze dei ristoranti. Il Consiglio federale non ha voluto stabilire automatismi, ma ha dato alcune indicazioni: ulteriori aperture dipenderanno da un tasso di positività al di sotto del 5%, meno del 25% dei posti in cure intense occupati da pazienti COVID-19 e un tasso di riproduzione inferiore a 1 sull’arco di una settimana. Inoltre, l’incidenza dei contagi su 14 giorni in base alla popolazione dovrà essere, il 24 marzo, inferiore a quella del 1° marzo.

https://www.rsi.ch/news/svizzera/Riapriranno-negozi-musei-e-zoo-13836991.html

Da www.rsi.ch/news

Il Ticino scrive di nuovo a Berna: “C’è stanchezza”

Il Ticino scrive di nuovo a Berna: “C’è stanchezza”

Da www.ticinonews.ch

Il presidente del Governo Norman Gobbi: “È importante la prudenza, ma anche evitare situazioni di stop & go”

Il Consiglio di Stato ticinese ha scritto nuovamente a Berna, segnalando che la popolazione ticinese comincia a essere stanca delle restrizioni e ha chiesto una strategia di uscita dalla crisi. “Questa stanchezza si percepisce su più fronti”, spiega il presidente del Governo Norman Gobbi, intervenuto al Tg di Teleticino. “Nell’ambito del programma che metteranno in consultazione settimana prossima presso i Cantoni abbiamo chiesto all’autorità federale di considerare questa stanchezza. Il pensiero vai ai giovani, che hanno bisogno di valvole di sfogo (sport, tempo libero, cultura), ma anche a quelle attività che potranno essere riammesse visto che in Svizzera c’è un’evoluzione favorevole, anche se non in tutti i Cantoni. Per questo abbiamo chiesto di considerare anche l’aspetto regionale”.

Il paragone con l’Italia
Gobbi ha poi paragonato la situazione ticinese con quella della vicina Italia: “Lombardia e Piemonte hanno una situazione epidemiologica simile a quella del Ticino, ma godono di maggiore libertà, con bar, ristoranti e negozi aperti”, ha rimarcato Gobbi. “È la prima volta che si riscontra questa differenza a favore delle province italiane”.

Berna risponde o no?
Non è la prima volta che il Consiglio di Stato scrive a Berna. Ma l’autorità federale risponde agli appelli ticinesi o restano lettera morta? “Spesso si fa orecchie da mercante. Uno degli elementi evidenti è che ci sono barriere linguistiche e geografiche. Purtroppo abbiamo più relazioni a sud che a nord. Questo impone comunque di guardare una relazione e una situazione che deve essere confortata. Se i ticinesi hanno fatto bene dal punto di vista dei contagi, alla fine gli sforzi devono essere premiati”.

La preoccupazione delle varianti
Gli esperti della Confederazione sono prudenti e hanno messo in guardia sugli allentamenti. C’è infatti preoccupazione per le varianti. La scelta è politica di fronte a queste previsioni? Bisogna dare retta ai medici o rischiare? “È importante la prudenza” risponde il consigliere di Stato. “Non possiamo permetterci di richiudere dopo eventuali allentamenti. Quello che abbiamo segnalato anche alla Confederazione è che dobbiamo evitare una situazione di “stop & go”, che sono logoranti. Se le misure non sono più supportate e sopportate dalla popolazione diventa difficile applicarle”.

https://www.ticinonews.ch/ticino/il-ticino-scrive-di-nuovo-a-berna-c-e-stanchezza-DY3809306 

“I Cantoni non sono stati consultati da Berna. Siamo pronti a scrivere una presa di posizione”

“I Cantoni non sono stati consultati da Berna. Siamo pronti a scrivere una presa di posizione”

Da www.liberatv.ch

Per il leghista ormai le misure sono “mal sopportate dalla popolazione” che non “capisce più perché a fronte di una diminuzione costante di casi e ospedalizzazioni si debba essere ancora fortemente limitati nelle proprie libertà. Noi penalizzati”

 Il Consiglio Federale non ha consultato i Cantoni prima di dire in conferenza stampa che probabilmente non ci saranno allentamenti nemmeno ai primi di marzo rispetto alle misure anti Covid. E questo fa sentire quelli che vivono una situazione migliore, come il Ticino, un po’ dimenticati (come a marzo, quando il nostro Cantone chiedeva misure più severe trovandosi con molti più contagi rispetto al resto del Paese).
Norman Gobbi ha espresso il suo malcontento e le sue perplessità ai microfoni di RadioTicino. La migliore delle ipotesi è a suo dire una consultazione coi Cantoni sulle riaperture, altrimenti “scriveremo ancora al Consiglio federale una presa di posizione per far capire dalla base come le misure per essere attuate e rispettate debbano essere supportate e sopportate dalla popolazione”.

Che cosa pensi il Ticino è evidente. “Da un lato il supporto comincia a mancare perché non si capisce più perché a fronte di una diminuzione costante di casi e ospedalizzazioni si debba essere ancora fortemente limitati nelle proprie libertà”, spiega il Consigliere di Stato, che fa notare come “le misure cominciano a essere anche meno sopportate dalla popolazione” e che “se non c’è il supporto e non c’è più la sopportazione diventa difficile fare rispettare queste regole”.
“C’è una volontà, e lo si percepisce soprattutto da parte di chi lavora al fronte, albergatori, ristoratori, esercenti, commercianti, di voler tornare a una normalità che però potrà essere data in maniera graduale, sappiamo che non ci possono essere allentamenti totali da zero a mille perché porterebbero a dei dérapage dal punto di vista della curva epidemiologica”, ha aggiunto come in questo momento da Berna “non viene dimenticato tutto il Ticino, ma tutti i territori che hanno andamenti positivi e hanno la necessità di tornare a un centro livello di normalità”.
A proposito di allentamenti, ipotizza che ci possa essere qualcosa in relazione alle attività all’aperto, come lo sci, in vista delle vacanze di Carnevale. 

Allentare la presa è prematuro. La stretta potrebbe continuare

Allentare la presa è prematuro. La stretta potrebbe continuare

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 4 febbraio 2021 del Corriere del Ticino

Il Consiglio federale frena su una possibile riapertura alla fine di febbraio
Le varianti preoccupano Alain Berset: «Siamo in una pandemia dentro la pandemia»
Berna non risponde al Ticino sui controlli ai confini – Norman Gobbi: «Torneremo alla carica»

Allentare le misure prima della fine di febbraio è «irrealistico». Anzi, non è escluso che alcuni provvedimenti vengano prorogati. Il Consiglio federale si è riunito ieri per fare il punto della situazione e, per dirla con le parole di Alain Berset, «ci troviamo di fronte a un dilemma». Da un lato, il tasso di positività e il numero di nuove infezioni giornaliere sono in calo. Dall’altro, «siamo confrontati con una pandemia nella pandemia», ha spiegato Berset riferendosi alle nuove varianti del coronavirus. «Attualmente – ha detto – siamo in una situazione simile a quella di inizio ottobre, con la differenza che le mutazioni inglese e sudafricana sono del 40-50% più contagiose». Il tasso di riproduzione ha in effetti già superato l’1 in una decina di cantoni, e questo malgrado il lockdown.

In questo contesto, ha spiegato il consigliere federale, «non è realistico» pensare a un allentamento delle misure restrittive prima del 28 febbraio, ma l’Esecutivo tornerà a discuterne tra due settimane. «Vogliamo scongiurare una terza ondata. Dobbiamo osservare quanto sta avvenendo ed essere cauti», ha sottolineato il capo del Dipartimento dell’interno. Ma se un alleggerimento delle misure è per il momento da escludere, dal 1. marzo non bisogna attendersi un’apertura totale. «C’è una luce alla fine del tunnel, ma ci vuole tempo».

Fra accelerazioni e prudenza
D’accordo con la posizione di Berset si dice il dottor Franco Denti, presidente dell’Ordine dei medici: «I casi stanno scendendo, sì, ma le nuove varianti avanzano rapidamente. Il Consiglio federale è stato lungimirante. Anche perché ci troviamo nelle condizioni ottimali per vaccinare “a manetta”: meno virus c’è in circolazione, minore è la possibilità di avere varianti nuove sul territorio». Per Marco Chiesa, presidente dell’UDC, è giunta invece l’ora di riaprire le attività economiche. «A mio parere si sta pesantemente sottovalutando l’impatto che il lockdown sta avendo sulla popolazione» spiega. «Al di là del grave danno economico che impatta direttamente sui posti di lavoro, gli apprendistati e le vite professionali di ognuno di noi, il Consiglio federale sta perdendo di vista, in particolare, l’aspetto sociale e psichico che questo confinamento produce su adulti e bambini. La gente, alla luce dei positivi dati epidemiologici che si registrano oramai da settimane, non ne può più di rimanere chiusa in casa. C’è tanto bisogno di tornare a una normalità ‘‘sicura’’, grazie alle misure che più di tutte si sono rivelate efficaci: mascherine, igiene delle mani, distanziamento. Non possiamo più aspettare: la popolazione ha bisogno di certezze, di una strategia chiara, di risposte. Ha bisogno di tornare a vivere».

«Non mi sorprende che il Consiglio federale voglia andarci con i piedi di piombo e, complici anche le varianti in circolazione, non riaprire prima del previsto. Ce lo attendevamo ed eravamo pronti», commenta invece Luca Albertoni, direttore della Camera di commercio. «Mi stupisce invece – prosegue – che si dica già adesso che a marzo cambierà poco. Trovo esagerato mettere già le mani avanti. In generale, credo ci sia un po’ di confusione e non vorrei fosse il preludio di una nuova chiusura che, senza aver fatto analisi particolari, possa colpire indistintamente le diverse attività».

Ticino «penalizzato»
«Se prima di Natale il Ticino era uno dei cantoni messi peggio, oggi l’evoluzione epidemiologica da noi è positiva. Paghiamo quindi un po’ il fatto che negli altri cantoni la situazione dei contagi sia peggiore» dice da parte sua il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi. «Gli esperti ci esortano alla prudenza, legata alla presenza delle varianti del virus anche in Ticino. Ma i dati di queste ultime settimane sono positivi. E le attività economiche oggi costrette alla chiusura vorrebbero poter tornare al più presto a lavorare», ha aggiunto. «C’è poi un’altra “aggravante”: l’alleggerimento delle misure in Italia e in Austria stride ancora di più con il regime di restrizioni in vigore in Ticino, cantone che sta conoscendo, come detto, un’evoluzione positiva rispetto al resto della Svizzera. Dovremo tornare ad affrontare la questione, visto che il mese di febbraio è appena iniziato e la stanchezza della popolazione si fa sentire».

Nessuna risposta sui confini
Da Berna, per il momento, non è infatti arrivata alcuna risposta alle richieste presentate dal Governo ticinese per un maggiore controllo ai confini. L’Esecutivo, annuncia Gobbi, tornerà quindi alla carica. «Solleciteremo ancora il Consiglio federale per avere una risposta. Le misure messe in atto hanno permesso al Ticino di far calare i contagi, ma le persone iniziano a far fatica a rispettare le norme».

Anche i frontalieri della sanità
Ieri il Consiglio federale ha anche annunciato alcune misure per estendere la cerchia delle persone che possono farsi vaccinare gratuitamente. Berna assumerà i costi anche per chi vive in Svizzera ma non è soggetto all’assicurazione malattie obbligatoria, come il personale diplomatico e i dipendenti di organizzazioni internazionali. Potranno farsi vaccinare gratuitamente nella Confederazione anche i frontalieri che lavorano nelle strutture sanitarie elvetiche. Secondo le stime, il nuovo disciplinamento interessa circa 150.000 persone. Le spese sono stimate in 3,5 milioni di franchi.

Il Governo scrive a Berna «Disparità con la Lombardia»

Il Governo scrive a Berna «Disparità con la Lombardia»

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 2 febbraio 2021 del Corriere del Ticino

Il Consiglio di Stato chiede l’introduzione di test per i viaggiatori che rientrano in Ticino da oltreconfine e il divieto di recarsi all’estero per fare la spesa o andare al ristorante
Norman Gobbi: «Vogliamo evitare che quello che da noi è vietato venga fatto altrove»

La Lombardia, come quasi tutta l’Italia, è tornata a colorarsi di giallo. Dopo un mese di restrizioni, quindi, i nostri vicini di casa possono tornare a riassaporare un po’ di libertà. Una normalità che ha il sapore di un pranzo al ristorante o di un aperitivo al bar. Gli allentamenti decisi dal Governo italiano hanno però delle conseguenze anche sulla Svizzera, o perlomeno sul Ticino. Da ieri sono infatti cadute le restrizioni per chi intende attraversare il confine. Se prima si poteva sconfinare solo per «comprovate necessità» o per ragioni lavorative, ora chi vuole andare in Lombardia per turismo (compreso quello degli acquisti) o per riabbracciare un familiare può farlo liberamente, a patto di essersi sottoposto, nelle 48 ore antecedenti all’ingresso nella Penisola, a tampone (PCR o rapido) risultato negativo. Così, pagando gli 80 franchi necessari per effettuare un test rapido, niente potrà vietare a un cittadino ticinese di recarsi sabato a Como e fare due passi in centro, pranzare al ristorante e, magari, sulla strada di ritorno fermarsi al supermercato per fare la spesa. Un sabato normale, si direbbe. Perlomeno in epoca pre-COVID.

Lì si apre, qui è chiuso
Oggi, invece, le possibilità offerte dalla vicina Penisola cozzano con le misure decretate in Svizzera dal Consiglio federale. Da noi, come sappiamo, fino a fine mese non sarà possibile andare al ristorante, né al bar, e molti negozi resteranno chiusi. Proprio il disequilibrio venutosi a creare dopo le nuove regole entrate in vigore in Italia ha spinto il Consiglio di Stato ticinese a scrivere a Berna per chiedere l’introduzione di contromisure puntuali per scoraggiare il turismo degli acquisti e, più in generale, ridurre gli spostamenti dei ticinesi. Il Governo teme infatti che una maggiore circolazione delle persone lungo la frontiera possa vanificare tutti gli sforzi messi in campo finora per contenere i contagi.

Le richieste
Da Palazzo delle Orsoline è quindi partita ieri una missiva indirizzata al Consiglio federale per chiedere l’introduzione urgente di nuove misure per «limitare la mobilità non essenziale da e per l’Italia». Provvedimenti che – viene sottolineato nella lettera – sono peraltro in linea con le misure già in vigore in alcuni degli Stati limitrofi, come ad esempio l’Italia. L’Esecutivo ticinese avanza una duplice richiesta. Da un lato, il Governo sostiene che bisognerebbe prevedere l’introduzione di test rapidi alla frontiera per i viaggiatori che rientrano in Svizzera o, in alternativa, l’obbligo di presentare un tampone negativo effettuato nelle 48 ore precedenti. Una misura, questa, che varrebbe solo per chi si sposta oltreconfine per motivi non professionali. In aggiunta, il Consiglio di Stato chiede a Berna il ripristino del divieto di recarsi all’estero per fare la spesa o per andare al ristorante, con relativa sanzione per chi trasgredisce la regola. Il provvedimento ricalcherebbe in sostanza quanto avvenuto la scorsa primavera, durante la prima ondata della pandemia, quando il Consiglio federale aveva imposto temporaneamente delle restrizioni alle condizioni di entrata in Svizzera e vietato il turismo degli acquisti. Per chi veniva pizzicato al rientro in Svizzera con la spesa o con compere fatte all’estero la multa era di 100 franchi.

Parità di trattamento
«In sostanza, chiediamo che venga applicato un coordinamento necessario per i territori di confine. Per noi, come cantone di frontiera e con relazioni intense con la Lombardia, è fondamentale tenere d’occhio quanto accade dall’altra parte del confine e, soprattutto, evitare che ciò che da noi non è consentito venga fatto altrove», spiega il presidente del Governo Norman Gobbi. Una questione di equità, secondo Gobbi, così come «di controllo preventivo». «Per noi è essenziale tenere monitorata la situazione ed evitare una disparità di trattamento. Per fare solo un esempio, in Italia i ristoranti sono aperti, benché solo fino alle 18, mentre qui rimangono chiusi del tutto. Ai nostri concittadini chiediamo quindi prudenza e attenzione, anche per evitare il rischio di gettare alle ortiche quanto di buono fatto finora».
Uno dei rischi, evidenzia il presidente del Consiglio di Stato, è che una maggiore circolazione delle persone porti a un aumento dei contagi. «Fortunatamente – prosegue – al momento in Lombardia il numero delle infezioni è relativamente basso, ma già in passato abbiamo visto che se i contagi salgono, le conseguenze sono visibili anche sul nostro territorio». L’obbligo del tampone che l’Italia ha imposto a chi entra, secondo il consigliere di Stato, può sì essere un freno, ma d’altro canto «non ho prove di effettivi controlli da parte delle autorità italiane. Né in frontiera, né sul territorio. Questa misura, quindi, rischia di essere puramente declamatoria».
Quella inviata ieri dal Governo ticinese è la quarta lettera in pochi mesi all’indirizzo delle autorità federali, che finora non hanno mai dato seguito alle richieste. Potrebbe essere diverso questa volta? «So che sono in corso delle riflessioni a livello federale su questo fronte – sottolinea Gobbi – e bisognerà capire se e come Berna deciderà di intervenire. Da parte nostra chiediamo un segnale. Soprattutto perché sappiamo che oltreconfine i controlli sono pressoché assenti. Le multe per il turismo degli acquisti sarebbero quindi un’estrema ratio. Come autorità cantonale ci rivolgiamo alla popolazione chiedendo di essere prudenti, in attesa di capire se la Confederazione potrà trovare soluzioni puntuali, pensate per la nostra realtà».

Elezioni comunali: “C’è bisogno di una forte partecipazione”

Elezioni comunali: “C’è bisogno di una forte partecipazione”

In una situazione straordinaria, una risposta straordinaria

Stiamo entrando nell’ultima settimana utile per l’allestimento delle liste elettorali in vista del rinnovo dei Municipi e dei Consigli comunali. “È un momento importante – afferma il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. Dopo il rinvio forzato dell’appuntamento elettorale di un anno fa i Comuni hanno continuato nel loro impegno a favore dei cittadini. In questi ultimi 12 mesi segnati dalla lotta al coronavirus gli enti locali sono entrati ancora più in contatto con la popolazione, in quel lavoro di prossimità che li contraddistingue. Assicurare i servizi essenziali anche durante il lockdown è stato impegnativo, ma tutti sono riusciti nell’intento. Immaginare sostegni tangibili e agevolazioni per venire in aiuto a chi è stato messo in difficoltà dal virus ha rappresentato lo sforzo principale nella seconda parte di questa crisi. Proprio in questi mesi abbiamo compreso ancora meglio quanto sia essenziale l’attività dei Comuni, che – per rimanere nel contesto di questa crisi – adesso si manifesta nella campagna di vaccinazione che stiamo portando avanti”.

Ma che campagna elettorale sarà questa che non ci permetterà di avere i contatti personali e di gruppo ai quali eravamo abituati in passato? “Prima di tutto vorrei ringraziare tutte le candidate e tutti i candidati che hanno deciso di mettersi in lista. E a coloro che sono ancora indecisi vorrei dire che l’attività politica a livello comunale può dare grandi soddisfazioni, perché quanto viene pensato può trovare un’applicazione e conseguentemente un risultato quasi immediati. Abbiamo bisogno di persone che – attraverso nuove idee – possano far crescere il nostro Cantone. E sappiamo bene che questa crescita passa in primo luogo dai Comuni. Per ritornare alla domanda: a situazioni straordinarie occorre saper dare risposte straordinarie. Sarà così anche per le candidate e i candidati che dovranno trovare sistemi nuovi per farsi conoscere meglio. Sono sicuro che i cittadini comprendono molto bene il contesto che stiamo vivendo e che sapranno avere un occhio di riguardo per le sollecitazioni – mi auspico sempre positive – che giungeranno dai candidati. Non bisogna mai sottovalutare la capacità della gente di volersi informare per poi esprimere un voto a questo o a quel candidata/o”.

Non è ancora il momento di parlare della macchina organizzativa che caratterizzerà lo spoglio e la lettura dei risultati. Avremo modo di ritornarci. Per lei, in qualità di responsabile del Dipartimento che più da vicino si occupa dei Comuni e soprattutto quest’anno in cui è pure presidente del Governo che cosa rappresenta l’appuntamento con le urne del prossimo 18 aprile? “Per il nostro sistema istituzionale i Comuni sono linfa vitale. Sono l’organizzazione democratica su cui è retto il federalismo. La nostra storia ce lo insegna. Per questo ogni appuntamento elettorale a livello comunale è importante. Lo è ancora di più oggi proprio in considerazione di questo particolare momento. La mia speranza è che tali fattori portino tanta gente a esprimere il loro voto. Ne abbiamo bisogno, dopo aver messo in stand-by – per forza di cose – questo importante diritto democratico”, conclude il presidente del Governo Norman Gobbi.

 

“Aiuti doverosi, però occhio ai conti pubblici”

“Aiuti doverosi, però occhio ai conti pubblici”

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 28 gennaio 2021 de La Regione

Ieri a Berna si è parlato anche di economia, soprattutto di aiuti alle aziende. «È senz’altro positivo – afferma il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi – l’aumento della dotazione di risorse finanziarie per i casi di rigore, segno che anche in Consiglio federale vi è la consapevolezza delle difficoltà in cui si trovano non poche attività economiche, soprattutto quelle che sono state chiuse o che hanno subìto una forte contrazione della cifra d’affari a seguito delle chiusure. Da considerare positivamente è anche la possibilità data alle autorità cantonali di infliggere multe disciplinari, sanzioni che avranno un effetto deterrente potendo essere decise e applicate subito, una volta constatata la violazione delle disposizioni anti-Covid. Quanto ai controlli per chi entra ed esce dal nostro territorio il Consiglio federale ha invece compiuto un timido passo, che non risponde completamente alle richieste che come governo cantonale avevamo formulato a più riprese, ritenuto che un’elevata mobilità transfrontaliera è comunque uno degli elementi che contribuiscono alla diffusione del virus. Evidentemente la preoccupazione rimane». Prosegue Gobbi: «Come mi ha riferito nel pomeriggio (di ieri, ndr) il segretario di Stato della migrazione Mario Gattiker, l’autorità federale guarda anche come si muovono le cose a livello europeo e in particolare all’interno dello spazio Schengen: se la situazione dovesse peggiorare, potrebbero essere predisposti controlli alle frontiere come quelli attuati la scorsa primavera».

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