Servizio all’interno dell’edizione di mercoledì 27 maggio 2020 de Il Quotidiano
Servizio all’interno dell’edizione di mercoledì 27 maggio 2020 de Il Quotidiano
Da www.rsi.ch/news
La Confederazione sconsiglia i viaggi in Italia fino al 6 luglio. Possibili misure per chi si reca e torna dalla vicina Penisola dopo il 3 giugno
La Confederazione ha sconsigliato i viaggi in Italia finché i confini saranno chiusi, ovvero fino al 6 luglio. Lo ha dichiarato Karin Keller-Sutter, capa del Dipartimento federale di giustizia e polizia, durante la conferenza stampa di mercoledì a Berna. Sebbene l’Italia, come previsto, riaprirà le frontiere il 3 giugno, il Consiglio federale “osserverà la situazione”, ha aggiunto la ministra, precisando che potrebbero essere prese delle misure per chi si reca nella vicina Penisola, come riempire un formulario o esibire un certificato medico. Ma al momento non è stata presa una decisione.
La scelta si allinea così alle preoccupazioni già manifestate dalle autorità ticinesi negli scorsi giorni quando avevano definito “prematura” la riapertura delle frontiere il prossimo 3 giugno. Nelle prossime settimane il Ticino sarà coinvolto nelle discussioni e nella decisione finale.
“Questa road-map potrebbe essere ridiscussa nelle prossime settimane a seguito di un’evoluzione dell’epidemia sui territori nazionali”, ha detto il presidente del Governo Norman Gobbi ai microfoni della RSI. “Comunque deve essere organizzata e proporzionale, tutelando anche quegli aspetti che mi permetto di dire positivi di questa chiusura, per esempio il fatto che determinate attività non ammesse o non dichiarate nel nostro territorio da parte dei ‘padroncini’ italiani le abbiamo potute sconfiggere a tutela dell’economia ma anche della socialità locale”.
Il 3 giugno, sebbene non vi sia ancora libertà di movimento tra regione e regione, l’Italia abolirà unilateralmente i controlli ai confini. Un cittadino svizzero potrà quindi oltrepassare la frontiera? “A questo stadio non possiamo rispondere con compiutezza”, risponde Gobbi”, perché la situazione non è chiara. Evidentemente i ticinesi potranno andarci ma dovrà essere valutato l’aspetto del rischio una volta tornati sul nostro territorio. Abbiamo chiesto all’autorità federale di verificare quale tipo di controlli sanitari si potranno e vorranno fare effettivamente ai confini, visto che la legge sulle epidemie lo prevede”.
https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Italia-da-evitare-fino-a-luglio-13078788.html
Da www.liberatv.ch
Gobbi: “Riapertura con l’Italia? Non si sa niente”.
Vitta: “Determinanti le finestre di crisi”. Bertoli: “Berna non voleva la chiusura delle scuole”
Gobbi: “In momenti di crisi non ci si può permettere di fare partitica”
Al presidente Norman Gobbi il compito del riassunto generale: “Il Consiglio di Stato è stato informato per la prima volta in corpore il 12 febbraio dal medico cantonale Giorgio Merlani. Il 20 febbraio si è registrato primo caso accertato in Lombardia, cinque giorni dopo vi è stato il primo caso in Ticino e in Svizzera. Come Governo abbiamo agito secondo il modello: osserva, orientati, decidi e agisci. Il Consiglio di Stato ha fatto 34 riunioni che hanno portato a 146 risoluzioni governative”.
“Il Governo – ha proseguito Gobbi – ha agito in maniera coesa, dialogando, perché non mancavano le differenze di opinioni, ma alla fine decidendo in maniera compatta. In momenti di crisi non ci si può permettere di fare partitica. Chi deve governare un Paese deve superare le divergenze politiche. Il Covid ha impattato fortemente sulla vita di tutti noi. I risultati finora ottenuto sono frutto delle misure messe in atto e dell’azione responsabile dei cittadini. Da una fase acuta oggi stiamo andando verso una convivenza con il virus”.
“Il Ticino – ha aggiunto Gobbi – ha sempre dato il passo di marcia alla Svizzera per implementare le misure a tutela della salute pubblica. Il virus ha messo alla prova il federalismo. Il coinvolgimento va migliorato e va allenato costantemente. In caso di una seconda ondata sarà possibile avere delle risposte più regionali a livello nazionale, anche perché si è visto come le restrizioni sono state mal digerite laddove il Covid ha colpito meno duramente. Occorreranno anche misure più mirate sugli eventi maggiormente a rischio contagio e sulle fasce della popolazione più a rischio. Il rischio 0 non esiste.
“Per ora – ha concluso il presidente del Governo – nulla è certo rispetto all’apertura della frontiera con l’Italia il 3 giugno, decisa unilateralmente dalla vicina repubblica. Attualmente transitano dalla frontiera circa 36’000 veicoli. Siamo quindi ben lontani dai 65’000/70’000 pre pandemia”.
De Rosa: “Non sacrifichiamo sulla griglia di qualche costinata quanto abbiamo imparato in queste settimane”
Dopo Norman Gobbi ha preso la parola il ministro della sanità Raffaele De Rosa: “A livello mondiale è senza dubbio la crisi più grave degli ultimi decenni. Una crisi che lascerà parecchi strascichi a livello economico e sociale. Abbiamo pagato un tributo molto alto in termini di vite umane. Sono state settimane intense, ed emotivamente forti. Sono fiero di quanto fatto dai ticinesi e sono fiero di essere rappresentante di questo popolo”.
“Nessuno – ha proseguito il direttore del DSS – si aspettava che il virus arrivasse tanto in fretta in Ticino, ma già in gennaio gli esperti ticinesi hanno cominciato a confrontarsi e ad occuparsene. Questa fase preparatoria si è rivelata di fondamentale importanza quando la crisi è esplosa a fine febbraio. La macchina era pronta quando sono arrivati i primi casi, anche se siamo stati confrontati con un virus sconosciuto. Tutti i malati Covid hanno ricevuto le cure di cui avevano bisogno”.
“Anche nelle case per anziani – ha puntualizzato il ministro del PPD – sono state fornite le cure migliori possibili agli ammalati. Purtroppo però stiamo parlando dei più fragili tra i fragili. Per questo circa il 45% dei decessi che abbiamo avuto in Ticino sono avvenuti in queste strutture. Il tasso di mortalità nelle case per anziani è simile in tutta Europa e più basso rispetto ad altri Cantoni. Non si tratta di dati che consolano, ma di fatti che definiscono le circostanze.
infine, un invito a non abbassare la guardia: “Non sacrifichiamo sulla griglia di qualche costinata quanto abbiamo imparato in queste settimane”.
Vitta: “Determinanti le finestre di crisi”
Particolarmente sentito l’intervento di Christian Vitta, colui che ha il Governo nelle ore più difficili: “La settimana del 23 marzo è stata la più difficile. Il Consiglio Federale non voleva infatti riconoscere la particolarità della situazione ticinese. Poi il 27 marzo Berna ha modificato l’ordinanza, concedendoci le famose finestre di crisi. Queste finestre di crisi, secondo l’opinione degli esperti, sono state determinanti per superare la fase acuta della crisi. Le abbiamo ottenute grazie all’azione unita di Governo, Gran Consiglio, Deputazione ticinese alle Camere e cittadini. Abbiamo potuto presentare alla Confederazione le nostre richieste con forza e determinazione”.
L’emergenza Covid avrà delle conseguenze pesanti sulle nostre finanze cantonale. Ad oggi è difficile prevedere l’impatto che avrà sulla nostra economia. Ora, dopo gli interventi urgenti, bisogna soprattutto lavorare a misure strutturali per far uscire in tempi rapidi il nostro Paese da questa crisi
Bertoli: “La vera sfida per le scuole è per settembre”
Infine, Manuele Bertoli, che ha esordito con un accenno alle recenti polemiche legate alla riapertura delle scuole: “Noi abbiamo un sistema formativo funzionante e operativo. E solo in caso di forza maggiore questo sistema si ferma. E quando la forza maggiore non sussiste più, si ricomincia. Questo è il principio dal quale bisogna partire”.
Il direttore del DECS ha ripercorso i giorni caldi che portarono alla chiusura delle scuole: “Noi la settimana del 9 marzo volevamo chiudere ma Berna non era d’accordo. La Svizzera aveva infatti concordato questa linea con i Paesi confinanti, tranne all’Italia. Ci si chiede quindi di sentire Daniele Koch. Discussione molto lunga in Governo che porta alla decisione di chiudere solo le scuole superiori. Poi Berset ci ha chiamato per dirci che la Francia e la Germania avevano cambiato idea e che avrebbero chiuso da lì a poco. Noi il giorno dopo decidiamo di chiudere”.
“Il sistema – ha concluso Bertoli – oggi è soddisfacente. Ma la vera sfida è su settembre. Per allora abbiamo tre possibilità: la scuola ordinaria, la scuola ibrida se ce ne sarà bisogno ed eventualmente una scuola a distanza che speriamo proprio di non dover riattivare. Ci stiamo lavorando già adesso. Spero che nei prossimi mesi si possa evitare questo confronto pubblico che alcuni hanno voluto cercare. Confido che questo avvenga”.
Da www.laregione.ch
Approvata l’estensione della protezione cantonale all’intero Parco, incluso il terreno privato per il quale sta trattando il Comune
Il dossier che amplia il vincolo di salvaguardia, e con esso il perimetro di rispetto del complesso di Villa Argentina e del vecchio ospedale, è stato recapitato all’esecutivo della Città e ai proprietari interessati. Depositati gli atti in Cancelleria, contro la risoluzione cantonale si potrà ora presentare ricorso, appellandosi al Tribunale cantonale amministrativo. Ovvero quella stessa istanza che era già stata chiamata a pronunciarsi sulla variante di Piano particolareggiato, restituendole il sigillo definitivo. Variante pianificatoria con la quale il Comune, che nel 1989 ha acquistato Villa Argentina, ha dato sostanza alla vocazione del Parco, che dialoga con il campus universitario, a cui dà modo di allargarsi prevedendo al possibilità di realizzare un nuovo insediamento all’estremità superiore del grande giardino pubblico.
Adesso quale ultimo atto resta da chiudere la trattativa fra l’autorità locale e i proprietari dell’appezzamento collinare, a questo punto parte integrante del comparto e della tutela. A sciogliere i nodi della transizione, ma soprattutto a stabile la cifra del passaggio di mano di quei 18mila metri quadrati (per i quali si sono accantonati circa 8 milioni di franchi), sarà il Tribunale di espropriazione. Una sua parola risolutiva è attesa da tempo.
Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 26 maggio 2020 de La Regione
Il parlamento in cerca di normalità. Il legislativo torna a riunirsi e traccia il bilancio dell’emergenza Covid-19
(…)
Il bilancio del Consiglio di Stato
Prima del dibattito, ogni consigliere di Stato ha aggiornato il Gran Consiglio su quanto fatto dal proprio dipartimento durante l’emergenza. «Ciò che finora abbiamo letto nei libri, visto nei film o osservato da lontano è successo qui, da noi» ha esordito il presidente del Consiglio di Stato e direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi. Una «crisi nuova che ha imposto una nuova normalità che ha portato a 146 risoluzioni governative». E sullo stato di necessità, oggetto di un’iniziativa parlamentare dell’Udc che chiede come il suo rinnovo venga avallato dal parlamento, Gobbi ha affermato: «Non è un assegno in bianco. Ci ha permesso di fare molto e in breve tempo». E perché prolungarlo, usciti dalla fase acuta? «Per garantire libertà di manovra al governo in caso di repentini cambiamenti della situazione epidemiologica».
Netto è l’avvertimento giunto dal direttore del Dipartimento sanità e socialità Raffaele De Rosa: «Siamo in fase convivenza con il virus, una situazione ancora più difficile della prima fase. Si rischia di sacrificare sulla griglia di qualche costinata quanto fatto nella fase acuta». Dove «abbiamo imparato giorno dopo giorno a conoscere il virus, e dove tutti i malati hanno ricevuto le cure di cui avevano bisogno, con il rimodellamento dell’assetto ospedaliero con due strutture dedicate esclusivamente ai pazienti Covid-19». Settimane «intense e forti», che hanno mostrato qualche ombra come «l’eccessiva dipendenza dall’estero in alcuni settori strategici sanitari, paradossalmente nella patria dell’industria farmaceutica». E che hanno portato lutti. Tanti lutti. Da De Rosa «un pensiero di vicinanza a tutti coloro che hanno sofferto e soffrono».
Guarda indietro il direttore del Dipartimento finanze ed economia Christian Vitta, notando come «l’ottenimento dell’ultima finestra di crisi da Berna è stato fondamentale per permettere il superamento della fase acuta, permettendo ai nostri cittadini e aziende di beneficiare di aiuti federali tenendo conto della situazione nel nostro cantone». Ricette precise per il futuro ancora non ce ne sono. Ciò che è sicuro è che sarà un futuro a tinte nere, nerissime. «Le prime previsioni in Ticino parlano di un calo del Pil pari al 5,2% per il 2020». Protagonista del dibattito nelle scorse settimane è stato anche il Dipartimento educazione, cultura e sport il cui direttore Manuele Bertoli, sulla riapertura o meno delle scuole, si è tolto un sassolino dalla scarpa: «Il sistema, di base, è funzionante e operativo. Solo con cause di forza maggiore si ferma. Quando questa forza maggiore non sussiste più, si ricomincia». E la scuola «ha reagito bene, pur sapendo che gli allievi a casa vivono in contesti diversi. L’insegnamento a distanza ha mostrato buona capacità del corpo docente di adattarsi e di mettere in campo nuove idee». In vista di settembre gli scenari sono tre: scuola in presenza, una soluzione ibrida e il ritorno dell’insegnamento a distanza. Sul mondo culturale – settore toccato molto dalla pandemia – Bertoli afferma che «soffrirà anche in futuro in maniera importante, e avrà bisogno di politiche di accompagnamento particolari».
Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 26 maggio 2020 del Corriere del Ticino
Il Consiglio di Stato in corpore, il comandante dello Stato maggiore di condotta e il medico cantonale hanno informato i deputati sulle decisioni prese in questi mesi
Dopo due sedute plenarie del Legislativo cantonale annullate, ieri l’Esecutivo era chiamato per la prima volta dall’inizio della crisi a rendere conto al Parlamento di quanto fatto e deciso negli ultimi mesi. E la questione forse più scottante ed attuale ha riguardato la decisione del Consiglio di Stato di prolungare lo stato di necessità fino alla fine del mese di giugno.
Il primo a prendere la parola è stato il presidente del Governo Norman Gobbi, che a questo proposito ha rimarcato che lo stato di necessità ha permesso all’Esecutivo di attivarsi in tempi rapidi per «acquistare il materiale sanitario necessario al personale al fronte vista l’esiguità delle scorte; di mobilitare i militi della Protezione civile; di costruire strutture provvisorie a favore degli ospedali e delle case anziani e, infine, di organizzare e mettere in esercizio i checkpoint sanitari». Gobbi ha poi spiegato che lo stato di necessità è stato prolungato per «garantire libertà di manovra al Governo nel caso in cui la situazione epidemiologica dovesse cambiare, e anche per preservare le opere temporanee realizzate in questo periodo a favore delle strutture sanitarie». Tuttavia, ha voluto precisare, «non si tratta di un assegno in bianco al Governo». Riguardo ai mesi che verranno, Gobbi ha sottolineato l’importanza di «trasformare la crisi in opportunità» e che, in caso di una seconda ondata del virus, «le preziose lezioni apprese in questo periodo serviranno ad avere risposte più regionali, più mirate e più orientate alle fasce della popolazione più a rischio».
La responsabilità individuale
Il secondo consigliere di Stato a prendere la parola è stato il direttore del Dipartimento della sanità e della socialità Raffaele De Rosa, il quale, dopo aver lodato il lavoro di squadra fra le autorità e le istituzioni sanitarie, ha rinnovato l’appello a mantenere un comportamento responsabile «per non vanificare quanto fatto finora per qualche costinata in più». Il ministro ha pure affrontato un tema molto sensibile e discusso, ovvero quello dei decessi nelle case anziani. De Rosa ha assicurato che tutti i residenti hanno ricevuto cure adeguate nelle strutture. «Purtroppo, trattandosi dei più fragili dei fragili, il 45% dei decessi dovuti al coronavirus in tutto il cantone è avvenuto proprio tra questa categoria di persone». Il tasso di mortalità, ha sottolineato, non si discosta di molto da quello riscontrato in Europa e negli ospedali. «Arriverà il tempo delle valutazioni – ha concluso – Quello che questa pandemia ci ha già mostrato è l’eccessiva dipendenza dal materiale sanitario importato dall’estero e dal personale non residente».
Cifre rosse in vista
Dal canto suo, il direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia (DFE) Christian Vitta ha ricordato come il Ticino «è stato l’unico Cantone ad aver ottenuto sei finestre di crisi per attuare delle misure più restrittive che hanno permesso di contenere l’aumento dei contagi. Il tutto, però, ad un costo molto elevato. Sui conti pubblici incombe un profondo rosso che lo stesso Vitta ha ipotizzato superiore ai 300 milioni di franchi «al netto di previsioni positive prima dell’emergenza». A rendere ancora più fosco e incerto il quadro economico ci sono anche le previsioni negative per l’economia nazionale e cantonale. «La fase di rilancio sarà complessa e per risollevarci servirà spirito di squadra», ha ammonito il direttore del DFE.
Misure per l’apprendistato
L’ultimo intervento è stato quello del direttore del Dipartimento dell’Educazione, della cultura e dello sport (DECS) Manuele Bertoli. Il consigliere di Stato ha ripercorso le tappe – e le polemiche – che hanno portato alla chiusura delle scuole, dalla decisione iniziale di tenere gli istituti aperti, passando per i rifiuti di alcune sedi a farlo. Bertoli ha in seguito parlato di una «buona reazione» da parte del sistema scolastico e ha illustrato i tre possibili scenari per l’anno scolastico 2020/2021. A settembre, ha spiegato, si potrà tornare alla scuola ordinaria in presenza, a una scuola ibrida oppure a una scuola a distanza: «Ci auguriamo che lo scenario non sarà questo». Il ministro ha infine sottolineato l’importanza per l’apprendistato in Ticino. Queste settimane saranno cruciali e il direttore del DECS ha già preannunciato «un pacchetto di misure per giugno».
Da www.rsi.ch/news
Nella sua prima seduta dopo la chiusura causata dal coronavirus, il Parlamento ticinese approva l’azione del Governo durante la crisi
Ci sono volute oltre nove ore di discussioni, al legislativo cantonale ticinese, per arrivare a concludere la sua prima giornata di lavoro da due mesi a questa parte.
Riuniti al Palazzo dei congressi di Lugano, infrastruttura che ha permesso ai deputati di riunirsi e di lavorare nel pieno rispetto delle norme igieniche e di distanziamento sociale, i membri del Parlamento, le cui file si sono assottigliate con l’avanzare della serata, hanno sostanzialmente approvato la cronologia dei fatti e delle decisioni adottate dal Consiglio di Stato su proposta dello Stato maggiore cantonale di condotta insieme agli alti funzionari Giorgio Merlani (medico cantonale) e Matteo Cocchi (comandante della Polizia cantonale).
Molti, durante gli interventi alla tribuna, i “grazie” rivolti al Governo e all’indirizzo delle diverse categorie professionali che hanno assicurato il funzionamento del sistema sanitario ticinese durante la crisi. Ma molti e puntuali sono stati anche i distinguo e le critiche da parte della sinistra e degli ecologisti, che non hanno gradito alcune decisioni puntuali adottate dal Governo durante la fase dello stato di necessità.
Una condizione quest’ultima, ha spiegato il presidente del Governo Norman Gobbi, che l’Esecutivo ha prorogato fino alla fine di giugno per non rallentare un ritorno immediato alla politica di divieti, nel caso in cui una seconda ondata della pandemia dovesse insorgere nelle prossime settimane.
Due le votazioni che hanno permesso al Gran consiglio di esprimere con i numeri la sua opinione su altrettanti temi: il “no” alla proposta di Matteo Pronzini di negare il diritto di parola in Parlamento a Giorgio Mernali e a Matteo Cocchi (in apertura dei lavori) e il “no” del plenum alla richiesta dell’MPS di discutere in fine serata e al di là dei limiti imposti alle interpellanze, i decessi avvenuti durante la pandemia (27 morti su 80 ospiti) nella casa per anziani di Sementina.
Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 22 maggio 2020 del Corriere del Ticino
Norman Gobbi sottolinea l’unilateralità della decisione del governo Conte «Non ne hanno parlato con Confederazione e UE» dice il presidente del Consiglio di Stato Il Ticino ha esposto le sue preoccupazioni e verrà coinvolto nelle discussioni fra i due Paesi
Il Ticino verrà coinvolto. Parola di Norman Gobbi. Di più: la Svizzera «certamente non riaprirà» la frontiera con l’Italia, volendo citare il presidente del Consiglio di Stato. Non il 3 giugno, quantomeno. Una misura, quella annunciata dal governo italiano, unilaterale. E per certi versi improvvisa. «Non ne hanno discusso prima né con la Confederazione né tantomeno con l’Unione europea», precisa il direttore del Dipartimento delle istituzioni. «Durante l’incontro con la deputazione ticinese alle Camere federali abbiamo espresso tutte le nostre preoccupazioni al riguardo».
Preoccupazioni, va da sé, legate alla situazione epidemiologica italiana. «Se leggo i dati con gli occhi del cittadino -l’analisi di Gobbi – dico che una città come Milano ad esempio ha vissuto un lockdown molto più stretto rispetto al Ticino. La riapertura di una grande metropoli deve essere monitorata in maniera attenta». E ancora: «Il fatto che l’Unione europea estenderà la mobilità interna solamente il 15 giugno ci fa capire quanto la decisione dell’Italia non sia del tutto certa. E poi, non è detto che la Svizzera riaprirebbe il 3 giugno qualora lo facessero gli italiani. Anzi, certamente la Svizzera non riaprirà per quella data». Nei prossimi giorni i Cantoni e in particolare modo il Ticino (essendo «particolarmente toccato») seguiranno da vicino le discussioni. Diciamo pure vicinissimo. «La settimana prossima se ne parlerà a livello tecnico», precisa Gobbi. «Poi ci aggiorneremo. Tuttavia, ribadisco, l’aspetto importante da rilevare è che la decisione dell’Italia è unilaterale».
Una mossa turistica
L’eventuale riapertura dei valichi o, meglio, un ritorno ai tempi pre coronavirus avrebbe ovviamente ripercussioni anche sul fronte sanitario. Il medico cantonale Giorgio Merlani, a tal proposito, spiega: «Non è tanto un discorso di valichi, ma di curve epidemiologiche. In Italia, lungo le zone di confine, la situazione è leggermente diversa rispetto alla nostra. È paragonabile a quella ticinese di metà aprile, per intenderci. Aumentando le occasioni di incontro, aumentano anche le possibilità di entrare in contatto con il virus. A maggior ragione, è bene ribadire l’importanza delle norme di distanziamento e delle misure di igiene».
La mossa italiana, fra le altre cose, va letta altresì con le lenti del turismo e di riflesso dell’economia. Il 3 giugno, di concerto con le frontiere, riapriranno tutti gli aeroporti della vicina Penisola e saranno nuovamente consentiti i voli interregionali e internazionali. E qui entriamo in una zona di incertezza. L’Unione europea, infatti, spinge per un’uscita coordinata dal confinamento e, soprattutto, punta ad un’apertura concordata delle frontiere. Allo scopo, appunto, di salvare la stagione estiva. Il turismo vale il 10 percento del PIL europeo, pari a circa 1.400 miliardi di euro. Recuperare terreno, insomma, è fondamentale visti i numeri in ballo. Non a caso la Croazia sta negoziando degli accordi bilaterali con altri Paesi simili (sul piano epidemiologico) per «accelerare la ripresa del settore», annuncia con trasporto Gari Cappelli, ministro del Turismo croato, salvo poi correggere il tiro e ribadire l’importanza di un approccio coordinato.
La sfida interna
E proprio il turismo, quello diciamo così nostrano, è al centro dei pensieri di Gobbi. Fra norme igieniche, distanziamento e mascherine quanto è difficile veicolare l’immagine di un cantone accogliente e, nello specifico, pronto a raccogliere la sfida? «Il coronavirus è ancora fra noi», racconta il presidente del Consiglio di Stato. «Dovremo conviverci anche dopo l’estate, mantenendo un comportamento responsabile. Il passo del San Gottardo è stato riaperto, ho già incontrato alcuni svizzero-tedeschi: sì, sono tornati da noi. Hanno compreso la situazione, difficile, del Ticino. Da parte nostra, andremo avanti con la politica di sensibilizzazione. Dobbiamo salvaguardare la popolazione e i nostri turisti. È fondamentale che tutti possano godere il nostro territorio in sicurezza».
Quanto all’uso della mascherina, Norman Gobbi precisa: «Non è obbligatorio, ma è fortemente raccomandato laddove non è facile mantenere le distanze. Bisogna essere altruisti e cercare di proteggere gli altri. La mascherina serve altresì a dare un segnale di tranquillità». Il tutto evitando un utilizzo improprio, come quando siamo da soli in auto.
Fra aperture e necessità
Frontiera, turismo, situazione sanitaria. L’intreccio si presta a svariate letture e, di fatto, è ricco di paradossi. Per dire: da questa parte del confine è stato appena prolungato lo stato di necessità fino al termine del mese di giugno («Anche per dare respiro allo Stato maggiore cantonale di condotta») mentre l’Italia come detto vuole aprire (e aprirsi al turismo internazionale) fra poco meno di due settimane. Nel frattempo, le autorità cantonali rilanciano con lo slogan «Bentornati in Ticino». Chiedendo il mantenimento delle distanze e ribadendo il concetto di responsabilità. Individuale e collettiva.
Da www.ticinonews.ch
Per Norman Gobbi la Svizzera non seguirà sicuramente di pari passo la decisione italiana, presa unilateralmente
Ai microfoni di Teleticino, il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha parlato dei motivi dell’estensione a fine giugno dello stato di necessità, ma soprattutto della tematica della riapertura della frontiera con l’Italia, dove il Ticino ha chiesto e ottenuto dal Consiglio federale di essere incluso nelle trattative assieme agli altri cantoni. Riapertura che spaventa, vista la situazione epidemiologica del Bel Paese. Per Gobbi è chiaro però che, al momento, questa resterà una mossa unilaterale.