Centro di Rancate: flessibilità e prontezza per ogni scenario futuro

Centro di Rancate: flessibilità e prontezza per ogni scenario futuro

Soluzione adeguata per la gestione del flusso migratorio

Flessibilità e prontezza grazie al centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata di Rancate. Struttura che permette di rinviare celermente in Italia i migranti che non hanno richiesto asilo in Svizzera.
Il prolungamento della sua attività è stato deciso dal Consiglio di Stato in accordo con il Municipio di Mendrisio. Si tratta a mio parere di una decisione estremamente positiva – e da me sostenuta – che permette al nostro Cantone di gestire con estrema  efficacia la spinta migratoria alla porta sud della Svizzera. La soluzione adottata è infatti il giusto compromesso tra sicurezza, aspetti logistici, sostenibilità finanziaria e tutela della realtà locale.

L’incidenza delle politiche europee e delle nuove procedure
La situazione nel 2017 è decisamente migliorata rispetto all’anno precedente. È tuttavia necessario restare vigili anche in futuro perché i migranti continueranno a muoversi attraverso l’Europa centrale e la nostra frontiera non cesserà di essere sollecitata. Al momento è impossibile prevedere l’evoluzione dei flussi migratori nei prossimi mesi, in quanto la scelta delle rotte è influenzata dalle decisioni politiche europee. Toccherà alle Autorità federali fornire le previsioni sugli arrivi. Indipendentemente da ciò, ho osservato una modifica nelle richieste dei migranti: non chiedono più sistematicamente l’asilo, bensì si limitano ad assicurarsi la possibilità di poter attraversare la Svizzera per raggiungere altre destinazioni. Con i servizi del mio Dipartimento e i vari partner dobbiamo quindi predisporre una soluzione che consenta di farsi trovare pronti per affrontare qualsiasi scenario e non subire lo “stato di necessità”. Anche perché prossimamente entrerà in vigore la fase pilota delle nuove procedure per la valutazione delle richieste d’asilo che renderanno meno attrattiva la richiesta d’asilo in Svizzera. Per questo motivo, da marzo 2019 i casi di migranti in procedura di riammissione semplificata in Italia potrebbero aumentare.

L’esperienza maturata e la diminuzione dei costi
La soluzione di continuità consente di far tesoro delle positive esperienze maturate dall’apertura del Centro. Inoltre, il mio Dipartimento ha adottato delle misure che consentono di ottimizzare i costi di gestione e quelli legati alle attività svolte dalla Protezione civile. I costi a carico del Cantone sono stati dimezzati con l’introduzione di maggiore flessibilità e l’abbattimento di una parte importante di costi fissi. La struttura è ora condotta in modo più snello, con le spese che variano a dipendenza del numero di migranti giornalmente alloggiati grazie alla modularità degli spazi. A livello logistico il Centro ha dimostrato di non essere problematico anche dal profilo dell’accoglienza dei cittadini. E’ certamente meno invasivo dei centri della Protezione civile che si trovano in prossimità di scuole, impianti sportivi e zone residenziali. Nella ripartizione dei costi complessivi, evidenzio che tutte le spese della sicurezza sono assunte dalla Confederazione mentre le spese operative sono a carico dell’Autorità cantonale.
Come già anticipato, il Centro di Rancate non resterà a tempo indeterminato. Dopo l’apertura del Centro federale per l’asilo, saranno valutate le possibili ubicazioni del Centro unico per migranti in procedura di riammissione semplificata. Con la Confederazione andrà trovata, sempre nel Mendrisiotto per la prossimità con la frontiera, la soluzione logistica definitiva in grado di rispondere alle sfide della pressione migratoria sul lungo periodo.

Dopo la difficile situazione del 2016, il mio Dipartimento ha dimostrato di saper proporre una soluzione convincente, seppur provvisoria, per la gestione dei migranti. La struttura ha retto bene dal profilo della sicurezza e l’impatto sulla regione è stato minimo. Oggi siamo pronti a gestire differenti scenari collegati al fenomeno migratorio nell’interesse dei cittadini che popolano le zone limitrofe e più in generale del Ticino e della Svizzera.

Sanzionati 42 hooligans

Sanzionati 42 hooligans

Intervista all’interno delle Cronache regionali della RSI di lunedì 20 agosto 2018
https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Sanzionati-42-hooligans-10793336.html

Intervista all’interno dell’edizione di lunedì 20 agosto 2018 de Il Quotidiano

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10794587

Le autorità hanno identificato vari tifosi al centro degli scontri durante il match Ambrì-Losanna dello scorso gennaio alla Valascia. La polizia cantonale ha reso noto lunedì che una sanzione amministrativa è stata inflitta a 37 persone in relazione ai tumulti scoppiati dopo l’incontro di hockey su ghiaccio tra Ambrì-Piotta e Losanna, del 14 gennaio 2018 alla Valascia.
La misura, rilevano le autorità, è prevista dal Concordato contro la violenza durante le manifestazioni sportive. Altri cinque tifosi, di nazionalità tedesca, saranno oggetto di provvedimenti simili nelle prossime settimane.

Godersi lo sport in sicurezza: è questo l’obiettivo che voglio raggiungere con i servizi del mio Dipartimento. Per questo motivo a luglio ho ribadito a club e Comuni l’intenzione di voler attuare misure come l’utilizzo di sistemi per identificare i tifosi nel settore ospiti durante le partite di hockey.
 Oggi le persone coinvolte nei disordini alla Valascia di inizio anno sono state sanzionate dal profilo amministrativo. Chi disturba l’ordine pubblico creando caos e pericolo in un momento di condivisione non può e non deve rimanere impunito. Come la maggior parte dei ticinesi voglio vivere gli eventi sportivi in serenità, insieme alla mia famiglia e agli amanti dei nostri sport!

Il preciso “lavoro d’inchiesta degli inquirenti della polizia cantonale ha perciò permesso di identificare e sanzionare, complessivamente, 42 persone, tra chi faceva parte della tifoseria locale e appartenenti a quella losannese”.
Parallelamente, si rileva, va avanti l’inchiesta penale “nei confronti di tutti coloro che hanno partecipato a vario titolo e con diverse responsabilità ai disordini”. Le ipotesi di reato evocate sono quelle di sommossa, violenza contro funzionari, lesioni, vie di fatto, danneggiamenti, infrazione alla Legge federale sugli esplosivi, nonché dissimulazione del volto.

 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 21 agosto 2018 de La Regione

Valascia, multe a 42 tifosi
Avevano provocato disordini lo scorso 14 gennaio

I tifosi facinorosi sono stati multati. È il primo provvedimento intrapreso nei confronti degli autori dei disordini provocati a margine dell’incontro di disco su ghiaccio nella partita tra Hcap e Hc Losanna dello scorso 14 gennaio alla Valascia.
Lo comunica la Polizia cantonale, precisando che la sanzione è prevista dal Concordato sulle misure contro la violenza in occasione di manifestazioni sportive. Dopo le prime 37 persone, altre cinque di nazionalità tedesca saranno oggetto di analoghe misure nelle prossime settimane. Sono dunque 42, in totale, le persone appartenenti alla tifoseria locale e a quella losannese identificate e sanzionate amministrativamente. Parallelamente prosegue l’inchiesta penale nei confronti di tutti coloro che hanno partecipato a vario titolo e con varie responsabilità ai disordini. Le ipotesi di reato sono quelle di sommossa, violenza contro funzionari, lesioni, vie di fatto, danneggiamento, infrazione alla Legge federale sugli esplosivi, nonché dissimulazione del volto.
Il lavoro d’identificazione dei facinorosi è stato lungo e ha richiesto la visione di numerosi filmati.

Disordini a margine della partita Hcap-Hc Losanna: scattano le misure amministrative

Disordini a margine della partita Hcap-Hc Losanna: scattano le misure amministrative

La Polizia cantonale comunica che, in relazione ai disordini scoppiati a margine dell’incontro di disco su ghiaccio HCAP-HC Losanna del 14 gennaio 2018, 37 persone sono state oggetto di una sanzione amministrativa come previsto dal Concordato sulle misure contro la violenza in occasione di manifestazioni sportive. Altre 5 persone di nazionalità tedesca saranno oggetto di analoghe misure nelle prossime settimane.
Grazie al minuzioso lavoro di inchiesta degli inquirenti della Polizia cantonale, sono dunque 42, in totale, le persone appartenenti alla tifoseria locale e a quella losannese identificate e ora sanzionate amministrativamente. Parallelamente prosegue l’inchiesta penale nei confronti di tutti coloro che hanno partecipato a vario titolo e con varie responsabilità ai disordini. Come si ricorderà, le ipotesi di reato sono quelle di sommossa, violenza contro funzionari, lesioni, vie di fatto, danneggiamento, infrazione alla Legge federale sugli esplosivi, nonché dissimulazione del volto.

«Acque sicure» presente alla Traversata del Lago di Lugano

«Acque sicure» presente alla Traversata del Lago di Lugano

Domenica 19 agosto è previsto un nuovo momento informativo nell’ambito della campagna di prevenzione “Acque sicure”, promossa dal Dipartimento delle istituzioni. L’occasione per attirare l’attenzione dei bagnanti sulle regole da rispettare nei laghi è data dalla Traversata del Lago di Lugano, un evento che vede ogni anno la partecipazione di centinaia di appassionati del nuoto in acque libere.

La manifestazione, che si svolgerà in sicurezza grazie al prezioso servizio di supporto della Polizia lacuale e della Società Svizzera di Salvataggio Sezione Lugano in collaborazione con natanti privati, consentirà di presentare alcune regole fondamentali per coloro che decidono di entrare nei nostri laghi, spesso da soli.

La tranquillità dei laghi, considerati meno impegnativi dei fiumi per l’assenza di mulinelli o innalzamenti improvvisi delle acque, rende questi spazi comunque più insidiosi per la difficoltà nell’intuire i possibili rischi.

Il numero di incidenti e di annegamenti complessivo è diminuito negli ultimi anni. Una tendenza al ribasso favorita anche dalle campagne di sensibilizzazioni promosse dal Dipartimento delle istituzioni. Rispetto al passato, la maggiore criticità è oggi associata ai grandi specchi d’acqua per diversi fattori, tra i quali il sensibile aumento dei bagnanti, rispettivamente la scarsa conoscenza dei rischi legati alla navigazione e dei propri limiti fisici.

Ricordiamo pertanto a coloro che desiderano nuotare nei laghi di prestare particolare attenzione alla propria condizione e preparazione fisica e di sempre segnalare la presenza in acqua con un mezzo di galleggiamento (boe) ben visibile sia di giorno che di notte agli altri utenti del lago, soprattutto alle imbarcazioni a motore. Si consiglia inoltre, ai nuotatori non esperti, di non allontanarsi troppo dalla riva (massimo 150 metri), dovendo mantenere le forze per un rientro senza difficoltà.

Le regole di balneazione più importanti saranno illustrate con uno stand informativo alla manifestazione, dove presenzieranno Marcel Luraschi, membro della Commissione consultiva “Acque sicure” e responsabile della Sezione lacuale della Polizia cantonale, e Tiziano Putelli, pure membro della Commissione e rappresentante del Dipartimento del territorio. Allo stand verranno organizzati dei giochi di sensibilizzazione e distribuiti dei gadget della campagna.

Infine comunichiamo che il presidente della Commissione consultiva “Acque sicure” Boris Donda sarà lo starter ufficiale della 86esima edizione della Traversata del Lago di Lugano.

Sul sito internet www.acquesicure.ch sono indicate le informazioni per una maggiore sicurezza in acqua e da qualche giorno sono consultabili anche alcuni video di sensibilizzazione, mentre su www.traversatalagolugano.ch i dettagli dell’evento.

Sospettato di terrorismo, rimpatriato

Sospettato di terrorismo, rimpatriato

Dal sito rsi.ch, un articolo del 9 agosto 2018

Avrebbe legami con il jihad islamico l’uomo fermato nelle scorse settimane in Ticino durante un controllo – Parla Norman Gobbi

L’articolo completo è disponibile al seguente link: https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Sospettato-di-terrorismo-rimpatriato-10763027.html

 

Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

L’articolo e la mia intervista – a cura di Gianni Righinetti e Massimo Solari – sono stati pubblicati sull’edizione del Corriere del Ticino del 10 agosto 2018

Bloccato al confine e rimpatriato un migrante nordafricano sospettato di avere legami con ambienti radicalizzati I servizi segreti lo ritenevano una minaccia per la sicurezza interna – Matteo Cocchi: «Cruciale il gioco di squadra»

L’ombra del terrorismo islamico torna a sfiorare il Ticino. Grazie al lavoro congiunto delle autorità federali e di quelle cantonali la minaccia la scorsa primavera si è però arrestata al confine. A seguito delle analisi dei servizi segreti della Confederazione e al conseguente divieto d’entrata emanato a livello nazionale, un uomo nordafricano è stato fermato dopo un controllo avvenuto alla frontiera. Era ritenuto un pericolo per la sicurezza interna del Paese, a fronte di presunti legami con il terrorismo di matrice islamica. Il tutto con la Svizzera che gli sarebbe servita quale nazione di transito, dopo aver fatto richiesta d’asilo. L’agire del migrante è però stato bloccato e la procedura amministrativa portata avanti dalla Sezione della popolazione e dalla polizia cantonale mercoledì è sfociata nel rimpatrio forzato dell’uomo nel suo Paese d’origine.

Il fermo è avvenuto nel Mendrisiotto già alcuni mesi fa, quando in occasione di un controllo il nome dell’uomo ha fatto scattare l’allarme. «Su questa persona pendeva un divieto d’entrata sul territorio svizzero, emanato dalle autorità federali» spiega, da noi contattato, il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi. «Nell’ambito del proprio lavoro d’indagine a protezione dello Stato – sottolinea –, gli enti preposti avevano infatti ritenuto la figura in questione un pericolo per la sicurezza interna». Nel dettaglio, la Svizzera sarebbe dovuta servire al diretto interessato come nazione di transito. Da qui l’intenzione di avanzare una richiesta d’asilo al fine di sfruttare il nostro territorio, bloccata però sul nascere grazie alla messa in rete e la condivisione del divieto a livello cantonale e comunale.

«Ne è scaturito un iter, è importante dirlo, di natura amministrativa, che ha visto la Sezione della popolazione del Canton Ticino e la polizia cantonale attivarsi in prima battuta» evidenzia Cocchi. Per poi aggiungere: «Ha fatto seguito il coordinamento con i partner a livello federale per l’applicazione di tutte quelle misure che, mercoledì, hanno portato la stessa polizia cantonale a mettere in atto la decisione amministrativa di espulsione». E come detto – dopo un periodo di carcerazione –, accompagnato dagli agenti della cantonale per l’uomo è scattato il rimpatrio forzato nel proprio Paese d’origine nel Nord Africa tramite un volo speciale. La riuscita dell’operazione, tiene a evidenziare il comandante della polizia cantonale, «è da ricondurre al gioco di squadra delle forze in campo». Ciò detto, Cocchi pone l’accento sul fatto che «il Canton Ticino per questo specifico caso ha fatto il suo e l’ha fatto ottimamente. Nell’ambito della sicurezza nazionale abbiamo infatti raggiunto un livello tale che nelle operazioni coordinate con le autorità federali riusciamo a farci ascoltare e dunque ad avere voce in capitolo». Il nostro interlocutore rimarca inoltre l’importanza dell’episodio agli occhi della popolazione: «La rete sul piano nazionale e cantonale ha dimostrato di funzionare una volta di più. A riprova della positività del lavoro squadra. Il Ticino senza la Confederazione non può fare nulla e viceversa. Di casi simili non ve ne sono stati molti in passato, in futuro è però probabile che situazioni di questo tipo possano ripresentarsi». Due recenti episodi erano stati svelati dal Corriere del Ticino, che il 29 agosto scorso aveva riferito dell’espulsione dal nostro territorio di un turco e di un afgano che vivevano a contatto con ambienti radicalizzati.

Ma con che grado di allerta va interpretata la pericolosità per la sicurezza interna accostata all’uomo rimpatriato? chiediamo a Cocchi. «Il grado di pericolosità per la Svizzera riferito a questo personaggio è quello generalizzato, che è presente ma non risulta essere concreto. Come qualsiasi paese europeo risultiamo essere a rischio, ma attualmente non vi sono minacce effettive per il territorio nazionale e ticinese». È chiaro che se qualcuno utilizza la Svizzera come via di transito, ecco che diventa pericoloso sia per gli altri sia per noi stessi. Mi sento in tal senso di poter dire che il lavoro congiunto della Sezione della popolazione, della polizia cantonale e della Fedpol ha permesso di arginare il sorgere di un problema, non solo per gli svizzeri ma forse anche per altri paesi».

L’INTERVISTA Norman Gobbi*

«Lupo travestito da agnello: è il quinto caso in Ticino»

Ad annunciare il successo dell’operazione di intelligence è stato il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi con un post sulla sua pagina Facebook. Lo abbiamo intervistato.

La prevenzione in Ticino ha vinto una volta ancora. Un pericoloso migrante, camuffato da richiedente l’asilo è stato smascherato. Ci si deve chiedere se, di fronte a questi casi che si ripetono, siamo davvero un paese a rischio?

«Non è il primo caso, è già il quinto di questo genere che trattiamo come autorità cantonale e che è andato a buon fine. In questo ambito va proprio detto che l’unione fa la forza, ed è stata la collaborazione di tutti che ha permesso di potere dire con orgoglio che questo pericoloso uomo non è più in Ticino».

Il fatto che voleva mettere radici da noi nascondendosi dietro a quello che è un diritto per persone in difficoltà, come richiedente l’asilo, cosa le fa dire?

«Che l’attenzione e i controlli, anche se qualcuno reputa siano eccessivi, si dimostrano giustificati e utili per la sicurezza e l’incolumità di tutti. Purtroppo c’è chi tenta di approfittare per propri fini certamente non nobili. Sono quelli che io descrivo come lupi vestiti d’agnello».

Ma com’è andata?

«Il sistema di controllo e di depistaggio che sono attivi già alla frontiera ha permesso di riconoscerlo. La scheda elaborata dai servizi segreti ha dato gli elementi necessari per arrestarlo e poi procedere con tutte le misure di allontanamento forzato che si sono concluse nella giornata di mercoledì 8 agosto. Solo quando abbiamo avuto la certezza che non fosse più qui, ma nel suo paese africano d’origine, abbiamo tirato un giustificato sospiro di sollievo».

E questo è il lato positivo. Grazie a chi in particolare?

«Al lavoro attento, serio e puntiglioso di molte donne e uomini che lavorano all’ombra dei riflettori, con grande confidenzialità e con quello che si definisce il senso dello Stato, per rendere più sicuri e tranquilli tutti noi. Sono orgoglioso di queste persone, che hanno un nome, un cognome e una propria vita e che danno tutto per il loro importante lavoro».

Ora si tratterà di alzare ulteriormente la guardia?

«Direi piuttosto di essere ben coscienti che il pericolo s’insinua spesso dove credi che non ci possa o debba essere. Quello dei flussi migratori è una nicchia che, è dimostrato, viene anche sfruttata bassamente».

Dei cinque casi ticinesi, due li avevamo anche raccontati sul Corriere del Ticino un anno fa: un turco e un afgano. Uno con lo statuto di rifugiato, l’altro con quello di richiedente l’asilo. Ricorda? Dobbiamo avere paura?

«Li ricordo eccome, due casi delicati e problematici. Io dico di no, non dobbiamo iniziare ad avere paura, perché è proprio quello l’obiettivo finale di questi movimenti radicalizzati: insinuare la paura nella popolazione. Ricordo anche che la Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi, tuttavia l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra autorità politiche e forze dell’ordine a livello nazionale e internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni».

Non le chiederò dettagli sul lavoro d’intelligence. Ma è un lavoro fatto in particolare in Ticino?

«L’antenna ticinese sotto la polizia cantonale che riferisce direttamente alla polizia federale e ai servizi segreti della Confederazione è certamente territoriale. Per quanto concerne la migrazione, per contro, la gestione è maggiormente centralizzata con il contributo dei servizi ticinesi quando necessario. La condivisione delle informazioni dalla Svizzera con gli altri Paesi è sempre più importante. Il migrante espulso poteva arrivare anche in un altro paese d’Europa, penso a Italia, Francia e Germania. Il fronte dell’intelligence è sempre più globale, la cooperazione vede tutti al fronte perché l’obiettivo non è solo che non arrivi in Svizzera, ma da nessuna parte nel nostro continente».

Questo compito richiede mezzi e investimenti. Da questo punto siamo ben messi?

«L’attenzione politica mi sembra ci sia e i mezzi necessari impiegati sono importanti. Ma anche per il tramite del nuovo direttore dei servizi segreti svizzeri Jean Phlippe Gaudin abbiamo chiesto più risorse perché la minaccia terroristica richiede più risorse per combatterla».

Concludiamo con una curiosità. Nel suo post su Facebook c’era una foto con lei e il collega socialista Manuele Bertoli. Una scelta mirata o un caso?

«Si tratta di un caso, ho pescato una foto e l’ho inserita. Tra l’altro Manuele è un po’ di spalle. Comunque non c’è alcun intendimento polemico o altro. Credo che la sicurezza e la necessità di mantenere attenzione di fronte a questi fenomeni non è una questione di colore politico. Ho colleghi di giustizia e polizia non della mia area politica ma di un fronte progressista. È il caso a Zurigo, ad Argovia e in altri Cantoni».

Leggi cantonali sull’ordine pubblico e la dissimulazione del volto: il bilancio a due anni dall’entrata in vigore

Leggi cantonali sull’ordine pubblico e la dissimulazione del volto: il bilancio a due anni dall’entrata in vigore

Il testo del comunicato stampa inviato ai media

A due anni dall’entrata in vigore delle Leggi cantonali sull’ordine pubblico e sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici, il Dipartimento delle istituzioni ha raccolto un bilancio delle infrazioni registrate sul territorio ticinese. Su un totale di 1’319 procedimenti avviati dai Corpi di polizia delle 7 regioni del Cantone, il 66% dei casi è legato all’accattonaggio, mentre sono state molto rare le segnalazioni di persone a volto coperto.

Dando seguito al risultato della votazione popolare del 22 settembre 2013, il 1. luglio 2016 sono entrate in vigore in Ticino la Legge sull’ordine pubblico e la Legge sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici. A due anni dalla modifica normativa, il Dipartimento delle istituzioni ha raccolto i dati sulle procedure avviate dalle Polizie comunali delle 7 Regioni ticinesi, incaricate di applicare le nuove norme.

Dall’introduzione delle nuove leggi, sono state registrate un totale di 1’319 infrazioni alle norme sull’ordine pubblico, concentrate nelle Regioni di polizia del Luganese (561). La maggior parte delle procedure riguarda l’accattonaggio (868), il disturbo della quiete (133 casi, soprattutto legati all’attività di bar e ritrovi pubblici), l’imbrattamento di beni pubblici (102) e casi di animali vaganti (77). Più rari i casi accertati di littering, con sole 38 sanzioni. Anche le infrazioni alla Legge sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici sono risultate numericamente rare, con un totale di 37 procedure avviate ed alcuni ammonimenti senza verbale di polizia. Nei primi sei mesi del 2018 sono stati registrati una decina di casi di dissimulazione del volto, ma principalmente avvenuti nell’ambito di episodi di hooliganismo sportivo.

Il bilancio delle due Leggi, a due anni dall’entrata in vigore, conferma l’ampiezza degli ambiti toccati, che non si limitano alla sola dissimulazione del volto. Il Dipartimento delle istituzioni esprime la propria soddisfazione per l’attività svolta dalle Polizie, e ricorda che le nuove norme sono state volute dai cittadini non per dare vita a un elevato numero di procedure di contravvenzione, ma per tutelare la sicurezza e per salvaguardare valori e peculiarità del nostro Cantone.

Nella gabbia del Pardo

Nella gabbia del Pardo

Intervista a Matteo Cocchi pubblicata nell’edizione di sabato 4 agosto 2018 del Corriere del Ticino

Dal cinema alla realtà, il comandante della Polizia cantonale è vigile anche al Festival
L’uomo è indiscutibilmente popolare. In piazza Grande c’è chi lo saluta, chi gli espone un pensiero o gli chiede un consiglio, chi vorrebbe avvicinarsi ma non osa. La divisa è pur sempre la divisa e anche in una società senza più inibizioni, con il «vaffa» facile come cifra di emancipazione non si sa bene da che cosa, fa pur sempre il suo effetto. Tanto più che è nuova di pacca. Alcuni turisti lo scrutano incuriositi mentre il nostro fotografo lo riprende. Vien da pensare che qualcuno finisca per chiedergli l’autografo, scambiandolo per un protagonista del red carpet cinematografaro travestito da comandante. Ma Matteo Cocchi comandante lo è sul serio: da sette anni guida la Polizia cantonale, un periodo nel quale molte cose, anche nel nostro piccolo, sono cambiate per garantire la sicurezza di fronte alle nuove minacce terroristiche globali. Piazza Grande, dove la sera possono esservi fino a 8.000 spettatori, ipoteticamente sarebbe un bersaglio facile. «Dopo gli attentati del 2015 e l’allerta scattata a livello mondiale – spiega Cocchi – abbiamo dovuto adeguare il dispositivo di sicurezza anche del Festival, con più agenti e misure anche visibili, a cui si aggiunge un congruo dispositivo non visibile che spero non debba mai entrare in funzione. Questo adattamento riguarda comunque tutte le grandi manifestazioni che si svolgono in Ticino, fermo restando che per la sicurezza all’interno dell’area dell’evento – vale per il Festival come per gli eventi sportivi – responsabili sono gli organizzatori».

Comunque a Locarno c’è sempre un ambiente aperto e informale, con un contatto diretto tra il pubblico e le personalità che altrove sarebbero blindate da massicci dispositivi di protezione. «Questo è il bello della Svizzera, la capacità di garantire la sicurezza con professionalità e soprattutto discrezione. In piazza Grande capita ad esempio che vi siano contemporaneamente due consiglieri federali e personalità di spicco che possono muoversi liberamente tra la gente», commenta il comandante, fiero di quest’equilibrio tipicamente elvetico. Fiero lo è anche per i risultati ottenuti più in generale per la sicurezza del cantone. Le statistiche fanno stato di una diminuzione della criminalità e secondo i rilevamenti del Politecnico federale di Zurigo in Svizzera e in Ticino la polizia è una delle istituzioni che godono di maggior fiducia da parte dei cittadini. Eppure in una fetta della popolazione, e dello stesso mondo politico (magari con intenti strumentali), sembra crescere il sentimento di insicurezza. Perché? «Come sempre – risponde Cocchi – vi sono la soggettività e l’oggettività. Il cittadino, nella sua visione soggettiva, può dire di sentirsi meno sicuro; noi, con i dati oggettivi, possiamo garantire che vi sono ad esempio meno furti e meno rapine. Ricordo che nel 2012, pochi mesi dopo la mia entrata in servizio, c’era il grande problema dei furti con scasso. Allora sì c’era un parallelismo tra oggettività e soggettività. A seguito di questa situazione abbiamo messo in atto dei nuovi dispositivi, riorganizzato la gendarmeria, accresciuto la presenza sul territorio e consolidato la collaborazione con le polizie comunali e le guardie di confine. Farsi vedere significa infatti fare prevenzione, che è uno dei compiti fondamentali della polizia. La situazione è dunque oggettivamente migliorata sul fronte della criminalità e devo dire che anche da parte della popolazione ci giunge un riconoscimento in tal senso. Poi è vero che i fenomeni criminali vanno a cicli; l’importante è osservare e analizzare costantemente quello che capita sul territorio per dare le risposte adeguate».

Tutto bene allora? Il comandante non nasconde la preoccupazione per un fenomeno in crescita, quello della propensione alla violenza fra i giovani e in ambito familiare. La risposta non può venire solo dalla polizia, perché è una riflessione che coinvolge l’intera società, ma qualche spunto il nostro interlocutore lo dà: «Credo che i messaggi veicolati su Internet e sui social abbiano una parte di responsabilità nel diffondere questo clima».

Ahi ahi ahi, i social. La vicenda dell’agente promosso nonostante in passato sia stato sanzionato per aver pubblicato post filonazisti e razzisti come potremmo classificarla nelle categorie pardesche? Una commedia? Un film di fantascienza? Un horror? Cocchi non si scompone, sa che questo è il colpo in canna dell’estate ticinese: «In nessuna delle tre categorie. L’agente in questione è stato pesantemente sanzionato e ha dimostrato sia di aver capito lo sbaglio sia di svolgere la sua attività in maniera professionale. Non si tratta né di sminuire l’errore né di enfatizzarlo oltre misura. Dopo un’approfondita riflessione, il comando della Polizia cantonale ha quindi deciso di proporre la nomina al Governo che l’ha avallata».

Al di là di questa vicenda, si pone però il problema dell’uso dei social da parte di chi rappresenta lo Stato, perché si fa in fretta a sbroccare in un attimo di ottenebrazione della ragione. Nell’amministrazione cantonale vi sono delle regole ben precise, inoltre – specifica il comandante – «la deontologia stabilisce che l’agente è tale 24 ore su 24. All’interno del corpo, durante la scuola di polizia e nei momenti di formazione ribadisco sempre di fare molta attenzione con i social, perché quel che si scrive rimane e anche se si agisce come privati, al di fuori dell’orario di servizio, si è comunque etichettati per la funzione pubblica che si svolge. È impressionante la facilità con cui si usano i social senza rendersi conto delle conseguenze che creano problemi sia al singolo sia alle istituzioni. Su questo martelliamo costantemente all’interno del corpo».

Mentre lo ascolto, con sullo sfondo lo schermo di piazza Grande, mi dico che anche Matteo Cocchi da bambino avrà giocato ai cowboy, imitando le epiche gesta narrate nei western americani di un tempo coi loro stereotipi (poi stravolti dal genio di Sergio Leone). Ma faceva lo sceriffo o il bandito? «Lo ammetto, ho fatto anche il bandito. Però fin da piccolo ho sempre sentito una certa attrazione verso le professioni legate alla sicurezza. Da bambino passavo l’estate in Capriasca, dove i militari erano di casa e sono sempre stato affascinato da questo mondo, dalla volontà di fare qualcosa di positivo per i cittadini e per lo Stato».

Alla guida della Polizia cantonale è molto soddisfatto del gioco di squadra che è riuscito a costruire, sentendo il polso a tutti i livelli nel corpo e nella popolazione, e soprattutto della buona intesa con la politica, con il direttore del Dipartimento delle istituzioni, con il Governo e con il Gran Consiglio «che hanno saputo cogliere le nostre esigenze. Un esempio è la recente realizzazione della nuova centrale comune d’allarme, che è la più moderna della Svizzera e che colma un tassello operativo molto importante».

Ma di tempo per andare al cinema ne ha? E quali generi apprezza? «Negli ultimi anni sono andato raramente al cinema, anche se è sempre piacevole. Apprezzo i film d’azione e quelli storici, ad esempio i vecchi classici dedicati alla Seconda guerra mondiale come Il giorno più lungo o Dove osano le aquile che riguardo sempre volentieri».

Però, ammettiamolo, come in certe pellicole dev’essere tosto sbattere sul muso del malfattore il distintivo ed esclamare: «In nome della legge la dichiaro in arresto!». Matteo Cocchi ride, indossa i panni del gangster e replica con una battuta di De Niro-Al Capone nel film Gli intoccabili: «Sei solo chiacchiere e distintivo». Ma poi riprende subito il suo ruolo di sceriffo: «Occhio, lei non sa chi sono io».

E invece lo so. Mi arrendo.

Nuova versione dell’App “Polizia e Territorio” uniti per meglio informare il cittadino

Nuova versione dell’App “Polizia e Territorio” uniti per meglio informare il cittadino

Comunicato stampa congiunto DT- Polizia cantonale

Il Dipartimento del territorio (DT), il Dipartimento delle istituzioni (DI) e la Polizia cantonale comunicano che è ora attiva la versione ottimizzata dell’applicazione mobile gratuita “Polizia e Territorio”, disponibile per dispositivi mobili iPhone e Android, e scaricabile da tutti i principali shop online. L’aggiornamento è volto a consentire un accesso ancora più immediato ai servizi ivi contenuti da parte dell’utente.

Oltre a presentare alcune novità di carattere grafico e funzionale – l’App permette di visualizzare separatamente le informazioni di competenza del DT, rispettivamente della Polizia cantonale – è ora possibile personalizzare i contenuti sulla base delle proprie esigenze, a partire dalla schermata principale. In particolare, in caso di geolocalizzazione attiva (webcam e cantieri), è ora possibile impostare un livello di zoom predefinito.

Per quanto riguarda l’area di competenza della Polizia cantonale, se da una parte non si è reso necessario modificare il piano dei contenuti – la nuova versione comprenderà in effetti ancora tutte le sezioni di quella originaria (comunicati stampa, persone ricercate, persone scomparse, postazioni radar fisse, posti di Polizia, webcam, cantieri, chiamate d’emergenza) -, dall’altra sono state apportate delle migliorie sul carattere funzionale dell’applicazione. La nuova veste grafica garantisce infatti una maggiore intuitività nell’utilizzo, nonché un’agevolazione della lettura. Inoltre si è messa a punto la possibilità di personalizzare le viste e di accedere agli allegati dei comunicati stampa.

L’App “Polizia e Territorio”, attiva dall’inizio del 2017, è frutto dell’unione delle applicazioni “Viabilità Ticino” e “Vostra Polizia”, ed è stata realizzata allo scopo di fornire alla popolazione una versione ottimizzata dei precedenti applicativi. In aggiunta alle funzioni finora offerte, è possibile, per esempio, consultare la mappa aggiornata delle postazioni radar fisse presenti sul territorio ticinese, ed accedere ad un servizio di geolocalizzazione che permette di individuare webcam e cantieri ubicati nelle immediate vicinanze dell’utente.

Grazie a questo canale informativo, il cittadino può accedere, in maniera più efficace, a notizie in tempo reale relative allo stato della viabilità sulla rete stradale e autostradale della Svizzera italiana (grazie a una serie di webcam di monitoraggio del traffico), a quelle riguardanti la segnalazione puntuale dei principali cantieri e lavori in corso sulle strade cantonali, e ad informazioni concernenti eventuali allarmi e pericoli per la popolazione (rapine, ricerca di persona scomparsa,…).

L’applicazione “Polizia e Territorio” rappresenta, pertanto, un nuovo canale d’informazione a complemento di quelli già a disposizione del cittadino (siti web dedicati, organi di stampa, bollettini radiofonici, pagine Facebook).

Si rammenta che nella sezione webcam vengono trasmesse, in tempo reale, le immagini riprese da una vasta e articolata rete di telecamere. Inoltre, vengono fornite informazioni circa la collocazione delle stesse. Nello spazio dedicato ai cantieri è presente una mappa aggiornata con descrizione della località, del genere di conduzione del traffico e del periodo di esecuzione dei lavori. Non sono visualizzati, per contro, i cantieri di breve durata e quelli che non causano particolari problemi alla circolazione stradale. L’accesso alle webcam attive sulla rete autostradale e alle informazioni sui lavori in corso è possibile sia attraverso una mappa, sia tramite un elenco. Inoltre, le sezioni webcam e cantieri sono consultabili anche mediante un sistema di sintesi vocale e di geolocalizzazione. Quest’ultima permette di accedere ad una speciale mappa concentrata attorno alla posizione dell’utente, in modo  da fornire in modo più dettagliato le immagini delle webcam e le informazioni relative ai cantieri in corso nelle immediate vicinanze. Infine, la nuova applicazione offre l’opportunità d’inserire le sezioni webcam e cantieri nella lista dei preferiti, per una consultazione più rapida e immediata.

Ticino a prova blackout

Ticino a prova blackout

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 25 luglio 2018 de La Regione

Solcà (polizia): ‘Pronti a sganciare lo Stato maggiore’. Con la panne di ieri non è però stato necessario.

Un problema durante la manutenzione a Magadino fa saltare la corrente 45 minuti nel Sottoceneri. E se lo stop fosse durato più a lungo? «Il primo passo lo abbiamo fatto. Poi però considerato che la situazione a breve si sarebbe risolta non è stato attivato lo Stato maggiore cantonale di condotta». Non è stato cioè necessario far “ballare” i telefoni e convocare la lista dei partner che la polizia attiva in un caso come quello capitato ieri mattina nel Sottoceneri. Blackout pressoché totale: luci spente, schermi a nero, ascensori bloccati, semafori inutili. «Siamo intervenuti per persone ferme nei lift e sistemi di allarme partiti automaticamente, poi la panne è rientrata» spiega Athos Solcà, capitano della Polizia cantonale. Sì perché a Magadino, intanto, si era già al lavoro per ripristinare il “problema tecnico” all’origine della “messa fuori servizio delle sottostazioni di Manno e Mendrisio – come spiega l’Azienda elettrica cantonale –, con la conseguente interruzione dell’erogazione di corrente elettrica in gran parte del Sottoceneri”. Sulle cause, precisava ieri in serata Aet, “le dinamiche dell’accaduto sono oggetto di accertamenti”, anche perché il problema si è verificato durante lavori di manutenzione prestati da Aet su impianti di Swissgrid, la Società nazionale di rete responsabile della gestione, della sicurezza e del potenziamento della rete ad altissima tensione. Non è dunque così semplice stabilire le responsabilità del guasto e delle sue conseguenze, comunque limitate ai tre quarti d’ora senza elettricità. Fosse durata più a lungo? Senza ipotizzare scenari fantascientifici, l’esperienza di ieri è bastata per interrogarsi sul ritorno a una società senza corrente, anche solo per un giorno o due. Cosa accadrebbe? Filosoficamente parlando lasciamo al lettore le proprie riflessioni. Dal punto di vista operativo, come detto, le autorità sono pronte. «L’ufficiale di picchetto, dopo l’analisi e in accordo con il comandante, decide se sganciare lo Stato maggiore cantonale di condotta. Se è il caso, vengono convocati i partner della sicurezza così come quelli dei servizi tecnici, penso ai rappresentanti dei fornitori di energia elettrica come quelli delle catene di distribuzione del freddo [per la conservazione degli alimenti, ndr]. In seguito – riprende Solcà – vengono messi in atto dei piani di contingenza già esistenti. Si tratta per esempio di garantire il funzionamento degli impianti della radio della polizia, oppure la possibilità alle stazioni di benzina di poter acquistare carburante, considerato che le pompe funzionano a elettricità. Non ci si pensa, ma sono davvero moltissimi i servizi compromessi in caso di ‘blackout’ elettrico». Tant’è che a livello nazionale nel 2014 si è svolta un’esercitazione a cui ha preso parte anche il Canton Ticino, durante la quale sono stati testati questi dispositivi. «I piani sono stati allenati e sviluppati». Il lavoro continua: il prossimo settembre sarà la Protezione civile a svolgere un’esercitazione, proprio per testare le capacità dei militi a garantire il supporto laddove i piani prevedono il loro intervento (in primis a favore degli enti di primo intervento). E la cittadinanza? Come verrebbe avvertita? «L’informazione viene assicurata dalla Rsi che ha un sistema di continuità per la radio. È chiaro però che in casa occorre poter disporre di un apparecchio a batteria…». L’indicazione di Solcà suona più come un consiglio. «In ogni caso, la polizia è pronta a informare la popolazione grazie alle proprie pattuglie, che per l’occasione si doterebbero di megafono». Altro che internet e la comunicazione istantanea a cui siamo tutti abituati. Una volta scaricate le batterie degli smartphone tanti cari saluti a siti, social network e whatsapp. Un’esperienza che, almeno da questo punto di vista, sarebbe molto probabilmente più arricchente che penalizzante.