Centro unico temporaneo di Rancate – Servizio di sicurezza

Centro unico temporaneo di Rancate – Servizio di sicurezza

Comunicato stampa del Consiglio di Stato | Il Consiglio di Stato ha approvato una richiesta di credito da 952’300 franchi per garantire – nei mesi fra marzo e ottobre 2017 – il servizio di sicurezza nel Centro unico temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata di Rancate, che accoglie gli illegali in attesa di essere riammessi in Italia. Il Governo si prepara così a rispondere agli arrivi previsti nei prossimi mesi alla frontiera ticinese, che nei loro volumi – in base alle previsioni della Segreteria di Stato della migrazione – confermano in tendenza le cifre registrate nel 2016.

Il Centro unico temporaneo di Rancate – aperto alla fine di agosto dello scorso anno – accoglie i migranti entrati illegalmente sul suolo elvetico, in attesa della riammissione in Italia secondo la procedura semplificata. Prendendo atto delle stime della Confederazione in merito ai flussi migratori previsti per i prossimi mesi estivi alla frontiera italo-elvetica, lo scorso 3 gennaio il Consiglio di Stato ha pubblicato sul Foglio ufficiale il concorso pubblico per assegnare – a un operatore esterno – il servizio di sicurezza nella struttura. Entro il termine di consegna, fissato per il 6 febbraio 2017, sono state presentate tre offerte che rispondono ai criteri stabiliti dal Governo – in particolare per quanto riguarda l’esperienza della gestione dei migranti in strutture simili, il rispetto del contratto collettivo di lavoro, la solidità organizzativa e la disponibilità di una sede in Ticino, di almeno 50 agenti e di un servizio di picchetto in grado di intervenire con un preavviso massimo di 2 ore.

Tenendo conto del preventivo di spesa contenuto nella candidatura risultata vincitrice, la spesa totale per il servizio di sicurezza nel Centro di Rancate – fra i mesi di agosto 2016 e ottobre 2017 – potrebbe attestarsi a 1,866 milioni di franchi. A questo proposito, il Consiglio di Stato ha avviato una discussione con le autorità federali per ottenere una copertura dei costi pari al 50% del totale: la Confederazione ha infatti a suo tempo finanziato in questa percentuale anche i costi di attivazione della struttura.

Il Consiglio di Stato reputa lungimirante e opportuna la scelta di affidare a un’impresa specializzata i compiti di sorveglianza nel Centro unico temporaneo per migranti di Rancate; in questo modo, è possibile impiegare in maniera più mirata le risorse dello Stato, concentrandole su compiti prioritari come le attività di prevenzione e repressione del crimine. Questa modalità di lavoro permette inoltre di reagire in modo più tempestivo ed efficace in caso di aumento o riduzione delle necessità di sicurezza nel Centro di Rancate.

Il rischio di attentati resta

Il rischio di attentati resta

Da RSI.ch | Il maggior pericolo in Svizzera sono attacchi jihadisti di piccoli gruppi o individui isolati

Il Quotidiano, 14.03.2017 su PlayRSI: https://www.rsi.ch/play/tv/il-quotidiano/video/14-03-2017-il-piano-contro-il-terrorismo?id=8850730

La minaccia terroristica resta presente anche in Svizzera, dove il rischio maggiore è quello di un attacco da parte di individui isolati o piccoli gruppi, secondo il terzo rapporto sulla lotta al terrorismo di matrice jihadista.

Il terzo rapporto sulla lotta al terrorismo di matrice jihadista (in francese)

Lo scorso anno il Servizio delle attività informative della Confederazione ha identificato 497 internauti che hanno diffuso dalla Svizzera materiale di propaganda jihadista, mentre ha consigliato di respingere 14 domande d’asilo per motivi di sicurezza. Attualmente sono invece 60 i procedimenti penali aperti nei confronti di individui che si sono uniti a organizzazioni terroriste. In totale sono 81 le persone partite dalla Svizzera per la jihad, di cui 30 con passaporto rossocrociato.

Dal terzo trimestre del 2017 sarà messo in atto un piano per contrastare la radicalizzazione delle persone, con azioni non solo di sicurezza ma anche di prevenzione e sorveglianza.

ATS/sf

Articolo: http://www.rsi.ch/news/svizzera/Il-rischio-di-attentati-resta-8849053.html

‘Lealtà verso lo Stato’

‘Lealtà verso lo Stato’

Da laRegione | ‘La dichiarazione di fedeltà alle leggi è una scelta di vita’, avverte Gobbi dopo l’arresto di funzionari per il caso permessi

La dichiarazione di fedeltà alla Costituzione e alle leggi «è fondamentalmente una dichiarazione d’amore verso lo Stato: con essa si fa una scelta di vita». Che poggia sulla «fiducia» accordata dallo Stato ai tutori dell’ordine e sulla «lealtà» di questi ultimi nei confronti dello Stato e dunque «dei cittadini». Non sono state certo parole di circostanza quelle che Norman Gobbi, capo del Dipartimento istituzioni, ha pronunciato sabato a Castione davanti agli agenti diplomati alla Scuola di polizia (edizione 2016) del quinto circondario prima della loro dichiarazione di fedeltà, per l’appunto, a Costituzione e leggi. Una cerimonia tenutasi a neanche un mese dagli arresti, fra gli altri, di tre (di cui due ex) collaboratori dell’Ufficio cantonale della migrazione per il giro di permessi falsi in odor di corruzione. E dall’apertura di un procedimento penale per violazione del segreto a carico di una dipendente sempre della Migrazione e di un impiegato del Contact Center dell’Ufficio esecuzione. Brutte storie. Gobbi ha quindi ricordato il sanguinoso tentativo di evasione dal penitenziario della Stampa avvenuto il 3 ottobre 1992: protagonisti «alcuni detenuti che riuscirono a corrompere degli agenti di custodia». Venticinque anni dopo, ha aggiunto il ministro, «altri pubblici funzionari – e lo dico con ancora il groppo allo stomaco – hanno tradito la fiducia riposta in loro dallo Stato». Bisogna però guardare avanti: e allora «credo che i nostri nuovi agenti di polizia sapranno rispondere alle aspettative di questo cantone e dei suoi cittadini».

Quarantaquattro, stando alla nota diffusa dalla Cantonale, le divise uscite con successo dalla Scuola 2016: ventiquattro gendarmi (Polizia cantonale), sedici agenti comunali, due della Polizia dei trasporti e due della Polizia cantonale dei Grigioni. A loro, e in particolare agli agenti ticinesi, si è rivolto anche Matteo Cocchi. «Oggi, dichiarando fedeltà alla Costituzione e alle leggi, vi impegnate pure dal punto di vista etico e morale – ha sottolineato il comandante della Cantonale –. Vi impegnate a svolgere una professione che durante il periodo di formazione vi è costata sudore e sacrifici. Spero che sappiate ricambiare la fiducia dello Stato, che a voi delega il compito di garantire la sicurezza e il mantenimento dell’ordine pubblico legalmente costituito, con un comportamento irreprensibile, sia in servizio che nel tempo libero». Di qui il richiamo «a utilizzare con buon senso i ‘social’: prestate grande attenzione ai toni che usate e ai temi che affrontate, perché voi rappresentate sempre lo Stato». Questione sicurezza: «Anche per lo scorso anno le statistiche sulla criminalità in Ticino sono positive, indicano una diminuzione dei reati». Ma, ha avvertito Cocchi, «non dobbiamo abbassare la guardia».

Al Centro EventMore di Castione è intervenuto pure il direttore delle strutture carcerarie ticinesi Stefano Laffranchini. La cerimonia dell’altro ieri ha infatti interessato anche sette neodiplomati della Scuola agenti di custodia e tre del Servizio gestione detenuti. Le strutture detentive, ha evidenziato Laffranchini, «sono confrontate con una costante sovraoccupazione: stanno gestendo quasi novanta detenuti in più al giorno rispetto a soli cinque anni fa. Vi chiederò dunque di lavorare di più per un numero maggiore di detenuti». In questo contesto, ha continuato Laffranchini appellandosi al senso di responsabilità di chi opera professionalmente dietro le sbarre, «una distrazione, una disattenzione, magari dopo otto ore di lavoro a costante contatto con la popolazione carceraria, possono avere pesanti conseguenze». Il responsabile delle strutture carcerarie cantonali non lo ha detto ma lo ha lasciato intuire: servirebbero più agenti di custodia. In Gran Consiglio c’è chi però invoca ulteriori risparmi nell’Amministrazione…

(Articolo di Andrea Manna)

Per far fronte a tutte le esigenze

Per far fronte a tutte le esigenze

Da laRegione | È stato inaugurato ieri a Mendrisio il Centro di pronto intervento – Il sindaco Croci: ‘Un centro che darà all’intera regione quella capacità e quella possibilità di far fronte a tutte le esigenze’ – Pompieri, Protezione civile, Polizia comunale (e in futuro anche Cantonale) hanno aperto le porte della propria ‘casa’ alla popolazione

Pompieri da un lato, Protezione civile e polizia dall’altro. Nel mezzo il palco e il pubblico che, per l’occasione, ha trasformato lo spazio – solitamente tecnico – in un’agorà. E così, ieri, si è inaugurato il Centro di pronto intervento di Mendrisio (Cpi). Il percorso per arrivare alla realizzazione della struttura, ha ricordato il sindaco Carlo Croci durante il suo intervento, si è protratto per diverso tempo: «Un lavoro che è iniziato anni e anni fa. Sembra ieri, ma il lavoro è stato avviato nella legislatura 20042009», periodo nel quale si constatò che c’era «una situazione di base precaria, non più adatta a poter sostenere le nuove esigenze che i tempi richiedono agli enti di pronto intervento». Prende così forma il «progetto denominato ‘Fuori Porta’ dell’architetto Mario Botta». La prima fase si è dunque conclusa, aprendo le porte alla seconda fase che porterà nel Centro anche la Polizia cantonale. Il tutto per un costo totale di «circa 45 milioni di franchi – ha spiegato Croci –, con un impegno a carico della Città di 26, 27 milioni». Quello di ieri è dunque stato un «momento storico: un lavoro iniziato nel 2004 che si conclude (nella sua prima fase) il 12 marzo 2017». Mendrisio, è stato ricordato, negli ultimi anni e in quelli a venire, non è rimasta ferma. In tal senso il sindaco ha citato la nuova stazione, il centro Supsi («che arriverà»), l’Accademia di architettura, il Centro Filanda, il Museo d’Arte e piazzale alla Valle: «Strutture urbane che permetteranno la crescita» della città. Ora un altro tassello, il Cpi, «un centro che immaginiamo possa dare alla città di Mendrisio e all’intera regione quella capacità, quella possibilità di far fronte a tutte le esigenze di pronto intervento che oggi si ripetono continuamente». Come detto, quanto visibile oggi si è sviluppato grazie alla mente dell’architetto Mario Botta, il quale, insieme al suo studio, ha intrapreso il progetto otto anni fa. Da allora – spiega – si è «lavorato incessantemente a conferma di quel processo lungo, talvolta silenzioso, discreto ma necessario per poter portare a termine una costruzione pubblica». Edificio che, a tutti gli effetti, è la «porta d’ingresso alla parte alta di Mendrisio».

In arrivo la Polizia cantonale

«L’incremento di agenti nella regione di frontiera è una risposta doverosa alle minacce con le quali il nostro cantone è stato confrontato nell’ultimo decennio, come ad esempio l’internazionalizzazione e la serialità dei delitti, conseguenza inevitabile dell’apertura delle frontiere» ha detto dal canto suo il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. Nel suo discorso, il consigliere di Stato ha quindi effettuato una ‘radiografia’ del momento: «Il lavoro degli agenti del Sottoceneri è risultato più intenso negli ultimi anni anche a causa dell’aumento dell’intensità dei flussi migratori e quindi delle richieste di intervento da parte del Corpo guardie di confine federale per le entrate illegali. Gran parte di questa tipologia di richiesta – ha specificato – ha interessato infatti unicamente il Mendrisiotto. Una situazione che non ci aspettiamo migliori, dipendente dalla difficile situazione internazionale, ma per la quale ci siamo dimostrati pronti, reagendo con fermezza intensificando i controlli, creando un centro a Rancate che permettesse di gestire al meglio la riammissione semplificata in Italia». Per Gobbi, quanto messo in atto «ha avuto come effetto secondario un beneficio sulla sicurezza in generale, e quindi sulla qualità della vita della popolazione momò». Ed è qui, inoltre, che si inserisce «il progetto del Centro di pronto intervento a Mendrisio», che «è diventato parte della strategia nella pianificazione logistica della Polizia cantonale.

Una giornata di festa

Come vuole la tradizione, a conclusione degli interventi, dopo la benedizione da parte di don Claudio Premoli e l’esecuzione del Salmo svizzero da parte del Gruppo Otello, si è proceduto al taglio del nastro. Taglio che ha dato il ‘la’ ai festeggiamenti continuati per l’intera giornata: dagli gnocchi per tutti, alle visite guidate agli spazi e ai servizi del Cpi, oltre all’animazione per bambini e all’esposizione del parco veicoli degli enti ‘inquilini’. Una giornata di porte aperte alla ‘porta d’ingresso’ di Mendrisio.

(articolo di Stefano Lippmann)

Inaugurazione del Centro di pronto intervento di Mendrisio

Inaugurazione del Centro di pronto intervento di Mendrisio

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione dell’inaugurazione del Centro di pronto intervento di Mendrisio | Fa stato il discorso orale

Signor Sindaco di Mendrisio Carlo Croci,
Parroco di Mendrisio Don Claudio Premoli,
Signor Architetto Mario Botta,
Egregi signori,
Gentili signore,

Vi saluto a nome del Consiglio di Stato e vi ringrazio per il cortese invito a questa giornata inaugurale.

Era il 2012 quando, con il mio Dipartimento e il Municipio di Mendrisio, ci siamo interrogati per la prima volta sulla possibilità di insediare la Polizia cantonale nel nuovo Centro di pronto intervento del quale inauguriamo oggi la prima tappa. L’obiettivo era chiaro fin da subito: mettere sotto lo stesso tetto le unità di pronto intervento e rafforzare in questo modo la collaborazione tra enti e la presenza della Polizia nella regione del Mendrisiotto, aumentando gli effettivi che operano per la sicurezza dei cittadini 24 ore su 24.

L’incremento di agenti nella regione di frontiera è una risposta doverosa alle minacce con le quali il nostro Cantone è stato confrontato nell’ultimo decennio, come ad esempio l’internazionalizzazione e la serialità dei delitti, conseguenza inevitabile dell’apertura delle frontiere. Le periferie ticinesi sono diventate infatti mete più ambite per commettere furti rispetto ai centri urbani. Il lavoro degli agenti del Sottoceneri è risultato più intenso negli ultimi anni anche a causa dell’aumento dell’intensità dei flussi migratori e quindi delle richieste d’intervento da parte del Corpo guardie di confine federale per le entrate illegali. Gran parte di questa tipologia di richiesta ha interessato infatti unicamente il Mendrisiotto, per la presenza dei principali punti d’accesso per i clandestini. Una situazione che non ci aspettiamo migliori, dipendente dalla difficile situazione internazionale, ma per la quale ci siamo dimostrati pronti, reagendo con fermezza intensificando i controlli, creando un centro a Rancate che permettesse di gestire al meglio la riammissione semplificata in Italia. Una risposta che ha avuto come effetto secondario un beneficio sulla sicurezza in generale, e quindi sulla qualità di vita della popolazione momò.

Il progetto del Comparto di pronto intervento a Mendrisio è diventato in questo senso parte della strategia nella pianificazione logistica della Polizia cantonale, grazie all’ottimo lavoro svolto in fase di progettazione da parte delle due polizie – la cantonale e la comunale. I vantaggi che potremo trarre dall’insediamento della cantonale in questi spazi tra qualche anno sono diversi.

Innanzitutto, favorirà una migliore ripartizione degli agenti nel Sottoceneri. La sede di Chiasso ha permesso infatti di raddoppiare i posti di pronto intervento e ha dimostrato, già nei primi mesi di attuazione, una maggiore efficienza. Il Centro che inauguriamo oggi consoliderà questa impostazione, con degli importanti adeguamenti in ambito logistico, a favore del personale e di un miglior servizio all’utenza.

L’evoluzione dei furti nel Mendrisiotto negli ultimi dieci anni ha dimostrato come questa nuova impostazione sia vincente. In seguito a un consistente aumento dei furti dal 2006, dal 2015 grazie al rafforzamento delle forze di polizia nella regione si è registrata una flessione in controtendenza rispetto alla media decennale. Questo per me – e l’ho ribadito più volte negli incontri con gli agenti – è un traguardo importante, poiché dimostra che con la regionalizzazione delle gendarmerie, decisa dal sottoscritto nel 2014 insieme al Comando della Polizia cantonale, stiamo percorrendo la strada giusta.

In conclusione, sono certo che continuando a unire gli sforzi, potremo gettare le basi per migliorare l’operato di tutte le forze dell’ordine presenti sul territorio. Insieme potremo contare un domani su una Polizia al servizio dei ticinesi, che abbia sempre in mente la propria missione, ovvero la sicurezza di tutti i cittadini. Che abbia come suo punto forte la capillarità sul territorio, ottimizzando le risorse a disposizione: per una Polizia sempre più efficace, efficiente e pronta all’azione.

Vi ringrazio.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Chiusura dei valichi secondari: una “prova” di sicurezza

Chiusura dei valichi secondari: una “prova” di sicurezza

Dal Mattino della domenica | Il ministro della sicurezza esprime la propria soddisfazione per l’inizio del periodo sperimentale

Sono passati tre anni da quando la nostra Roberta Pantani presentò una mozione al Consiglio federale per chiedere la chiusura notturna dei valichi secondari tra la Svizzera e l’Italia. Un dossier che più volte nei miei incontri oltre Gottardo ho rimesso sul tavolo della discussione con le Autorità federali. La dimostrazione che il lavoro di squadra, e la perseveranza sui temi, quando toccano i bisogni concreti dei cittadini, porta risultati.

Ma partiamo dall’inizio: le regioni a ridosso del confine come il Mendrisiotto e il Malcantone sono state in passato il teatro di atti criminali come rapine e furti nelle abitazioni. Fenomeni che negli ultimi anni hanno subito una diminuzione grazie soprattutto all’ottimo lavoro della Polizia cantonale insieme alle polizie comunali e alle guardie di confine. Ma la guardia deve sempre rimanere alta e le autorità politiche devono attuare tutte le misure possibili per prevenire e contrastare questo genere di reati.

In passato quindi, avendo recepito le legittime preoccupazioni di cittadini e Municipi, ho rivendicato in più occasioni a Berna la chiusura notturna dei valichi di confine secondari (come già avviene da anni per motivi doganali con il valico di Pizzamiglio), e questo in base alle disposizioni doganali in vigore tra Svizzera e Unione europea. Una misura sollecitata anche nel marzo 2014 dall’atto parlamentare depositato dalla nostra Consigliera nazionale Roberta Pantani, che ha poi raccolto il sostegno delle Camere federali e in ultima battuta del Consiglio federale.

Non posso quindi che esprimere soddisfazione per la recente decisione dell’autorità federale di prevedere la chiusura notturna temporanea di tre valichi secondari (Novazzano-Marcetto, Pedrinate e Ponte Cremenaga), mostrando una particolare sensibilità al concreto problema della criminalità transfrontaliera (sebbene la mozione Pantani richiedesse la chiusura di tutti e sedici i valichi secondari e la richiesta del Consiglio di Stato di considerarne perlomeno dieci). Una misura che sarà testata – dal 1. aprile prossimo per sei mesi, dalle ore 23 alle 5 di mattina – con l’obiettivo di combattere la criminalità transfrontaliera. Un primo passo concreto per la tutela dell’ordine pubblico e la sicurezza sul nostro territorio.

E per chi si è chiesto, cosa avete fatto nel frattempo? Rispondo serenamente, portando i fatti: in questi tre anni non siamo rimasti con le mani in mano in attesa che il Consiglio federale si determinasse sulle misure di sua competenza che ritengo da tempo necessarie.

Infatti, negli scorsi anni ci siamo attivati per contrastare la recrudescenza della criminalità transfrontaliera e, abbiamo rafforzato la collaborazione tra Polizia cantonale, Guardie di confine e Polizie comunali. Una sinergia fondamentale per far fronte ai fenomeni che espongono le regioni di frontiera ad azioni criminali quali le entrate illegali sul nostro territorio. Un fenomeno con il quale il nostro Cantone è confrontato da tempo soprattutto con l’aumento della pressione migratoria al confine sud.

Ma non è finita qui! Dal 2015 si è registrata una diminuzione, in controtendenza con gli anni precedenti, dei furti sul territorio e in particolare nella regione del Mendrisiotto. Un successo che è stato possibile raggiungere in particolare grazie alla regionalizzazione delle gendarmeria. Una misura che ho fortemente voluto nel corso della passata legislatura per riportare la polizia sul territorio, avvicinandola ai cittadini.

E infine non va dimenticato un passo fondamentale: il rafforzamento della Polizia cantonale sia per quel che concerne gli uomini a disposizione sia per quel che riguarda i mezzi a disposizione.

Non mi stancherò mai di ripeterlo: la sicurezza di tutti i ticinesi e di tutto il nostro territorio è una delle mie priorità. La chiusura dei valichi secondari è una delle misure che abbiamo attuato per garantirla. Si tratta infatti di uno dei beni essenziali e irrinunciabili per tutti i ticinesi. E questo dimostra che ai proclami politici la Lega dei Ticinesi preferisce la concretezza: ai bisogni e ai problemi dei cittadini ancora una volta abbiamo risposto unendo le forze e fornendo soluzioni reali e tangibili. Non solo parole quindi, ma soprattutto fatti! Per la sicurezza di tutto il nostro Cantone e di tutta la Svizzera.

Norman Gobbi
Direttore del Dipartimento delle istituzioni

«Dieser Typ muss hinter Gitter!»

«Dieser Typ muss hinter Gitter!»

Da Blick.ch | BELLINZONA TI –   Christian R.* (42) lachte über die Schweizer Justiz und seine Verurteilung wegen Rasens durch den Gotthard-Tunnel. Das Vergehen des Deutschen soll nicht ungestraft bleiben. Regierungsrat Gobbi erklärt die Causa zur Chefsache.

Noch lacht sich Raser Christian R.* (42) ins Fäustchen. Der Deutsche war im Sommer 2014 mit 200 km/h durch den Gotthard-Tunnel gebrettert – überholte zehn Mal im Tunnel! Zu BLICK sagt der Schwabe sogar stolz: «Ich bin durchgebolzt wie ein Affe und es hat Spass gemacht!» Letzte Woche wurde er in Lugano TI deswegen zu 30 Monaten Haft verurteilt, davon zwölf unbedingt (BLICK berichtete).

Doch der Raser erschien nicht zum Prozess und sagte frech: «Das Urteil interessiert mich nicht. Ausserdem habe ich in der Schweiz schon alles gesehen.» BLICK weiss: Christian R. denkt nicht daran, gegen das Urteil zu rekurrieren. Der Kontakt zu seinem Schweizer Anwalt ist abgebrochen, der Raser wiegt sich trotz Schuldspruch in Deutschland in Sicherheit.

Regierungsrat will Haftbefehl erstellen

Im Tessin will man Christian R. nicht einfach so davonkommen lassen. Der Fall wird jetzt zur Chefsache. Lega-Regierungsrat Norman Gobbi (39) ist fest entschlossen: «Wir werden alles daran setzen, diesen Raser dingfest zu machen. Den Typen bringen wir hinter Gitter!»

Der Direktor des Justizdepartements ist eigentlich in den Ferien, aber der Fall lässt ihm keine Ruhe. Sobald das Urteil rechtskräftig sei, werde umgehend ein nationaler Haftbefehl erstellt. Gobbi zu BLICK: «Dafür sorge ich persönlich.» Sein Versprechen: Das Tessiner Zwangsmassnahmengericht werde das Bundesamt für Justiz anweisen, eine Auslieferung von Christian R. in die Schweiz zu beantragen.

Gobbi gibt Gas

Der Raser soll seine Strafe bekommen: «Wenn Deutschland ihn uns nicht ausliefert, soll er seine Freiheitsstrafe dort absitzen.» Weiter fordert der Tessiner: «Es muss geprüft werden, ob Christian R. überhaupt tauglich ist, Auto zu fahren. Sonst sollte man ihm den Führerschein wegnehmen. Für immer.» Denn: «Dieser Mann hat das Leben von anderen Menschen riskiert. Der Gotthard sei eine der gefährlichsten Strecken Europas.»

Das letzte Wort hat das Bundesamt für Justiz

Norman Gobbi will in seinem Kanton alle Mittel aufgleisen, auch wenn das letzte Wort dann immer noch das Bundesamt für Justiz hat. Nur dort kann bei der entsprechenden deutschen Behörde die Auslieferung von Christian R. beantragt und die Übertragung der Freiheitsstrafe auf andere Länder angefragt werden. Auch ein internationaler Haftbefehl ist nur von Bern aus möglich.

Dann allerdings könnte Christian R. ausserhalb Deutschlands verhaftet und an die Schweiz ausgeliefert werden – und dort landen, wo Gobbi ihn haben will: Im Knast im Tessin.

http://www.blick.ch/news/schweiz/regierungsrat-norman-gobbi-39-will-den-gotthard-raser-im-knast-sehen-dieser-typ-muss-hinter-gitter-id6291843.html?utm_source=blick_app_ios&utm_medium=social_user&utm_campaign=blick_app_iOS

Gobbi: “Deve andare in carcere”

Gobbi: “Deve andare in carcere”

Da RSI.ch | Il consigliere di Stato ticinese vuole vedere il pirata della strada tedesco dietro le sbarre

“Faremo tutto il possibile affinché il pirata della strada tedesco finisca dietro le sbarre”, ha dichiarato martedì al Blick Norman Gobbi. Il consigliere di Stato ticinese ha promesso che si occuperà personalmente di emanare un mandato di cattura una volta che la sentenza sarà cresciuta in giudicato. L’intento è quello di assicurarsi che il 42enne germanico sconti la sua pena in patria o in Svizzera. “Se il pirata non verrà estradato, dovrà andare in prigione a casa sua”, ha ribadito Gobbi.

Il direttore del Dipartimento delle istituzioni ha poi aggiunto: “Quest’uomo ha messo in pericolo la vita di molte persone, perché il tunnel del Gottardo (che il conducente aveva attraversato sfrecciando a una velocità media di 140 km/h con punte di 270) è uno dei tratti autostradali più pericolosi d’Europa, perciò bisognerà valutare se sia idoneo alla guida e, se non lo fosse, pensare a un ritiro definitivo della patente”.

L’uomo – lo ricordiamo – è stato condannato in contumacia pochi giorni fa a Lugano a 30 mesi di carcere, di cui 12 mesi da scontare. L’ultima parola spetta ora all’Ufficio federale di giustizia.

http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Gobbi-Deve-andare-in-carcere-8783611.html

Reclutatori ISIS: dobbiamo avere paura?

Reclutatori ISIS: dobbiamo avere paura?

Dal Mattino della domenica | Mercoledì una maxi-operazione antiterrorismo ha portato all’arresto di una persona

Circa un mese fa, proprio su queste pagine, scrivevo della radicalizzazione jihadista e della situazione in Ticino, spinto dai tristi fatti di cronaca di dicembre a Berlino e Instanbul. Ed ecco che la notizia degli ultimi giorni ci riporta negli ambienti della radicalizzazione, da molto più vicino. Una maxi-operazione antiterrorismo alla quale hanno partecipato oltre 100 agenti della Polizia cantonale e federale: se le ipotesi di reato venissero confermate, si tratterebbe del primo arresto in Svizzera di un reclutatore dell’ISIS.

Una notizia che alle nostre latitudini (fortunatamente) ancora ci turba. In molti mi hanno chiesto se dobbiamo avere paura. La mia risposta è no, ma dobbiamo preoccuparci. Il Ticino e la Svizzera, come ho affermato più volte, non sono obiettivi di attacchi, ma questo non significa che possiamo ritenerci esenti dalla minaccia terroristica, perché il rischio zero non esiste. E i fatti di questi giorni lo hanno dimostrato ancora una volta. Proprio sul nostro territorio operavano dei reclutatori, dei lupi che grazie al lavoro dell’intelligence ticinese e svizzera sono stati smascherati dalla loro veste di agnello. Un lavoro essenziale quindi quello della lotta contro i nuovi fenomeni legati al terrorismo, che si rivela una scelta vincente anche in Ticino. Le due operazioni di mercoledì sono la dimostrazione che la collaborazione tra Cantone e Confederazione funziona, e che le autorità sono attente e mantengono alta l’allerta.

Il nostro è un Cantone con una condizione particolare, per il nostro essere la Porta Sud della Svizzera per i flussi migratori. Nonostante i moralizzatori continuino a negarlo, è ormai incontestabile che ci siano degli individui radicalizzati che sfruttano questo movimento di persone per passare inosservati e raggiungere l’Europa, con la volontà precisa di compiere atti di estremismo. Per questo motivo per contrastare la radicalizzazione jihadista dobbiamo agire su più fronti: il controllo delle persone che arrivano sul nostro territorio ma anche il lavoro di intelligence come quello che ha portato alle due operazioni di mercoledì. La collaborazione con l’Italia nella lotta contro il terrorismo è essenziale: spesso questi individui in via di radicalizzazione sono sostenuti, logisticamente e finanziariamente, da gruppi che possono venire dalla vicina Italia, che come ben sappiamo ospita diverse aree con una crescente criticità sotto questo punto di vista.

Ma l’intelligence non può arrivare dappertutto e in ogni momento: per questo è importante che lo Stato sia aiutato dai cittadini, le nostre sentinelle sul territorio, ma anche dalle comunità religiose che vogliono essere parte integrata della nostra società. È fondamentale una maggiore vigilanza soprattutto da parte di questi ultimi, poiché come è vero che non tutti i luoghi di culto sono luoghi di radicalizzazione, è innegabile che questi luoghi siano frequentati anche da personaggi radicalizzati e radicalizzatori.

Via la pelle d’agnello dai lupi: collaboriamo per una maggiore sicurezza sul nostro territorio. Perché noi non vogliamo avere paura.

NORMAN GOBBI, CONSIGLIERE DI STATO E DIRETTORE DEL DIPARTIMENTO DELLE ISTITUZIONI

«Lo dico, non ho paura, ma sono preoccupato»

«Lo dico, non ho paura, ma sono preoccupato»

Dal Corriere del Ticino | L’intervista – NORMAN GOBBI – L’intelligence e lo sforzo comune che fa la differenza

Norman Gobbi, alla luce dell’operazione in grande stile di mercoledì per le nostre forze dell’ordine si apre una nuova fase?

«In effetti operazioni di questa portata non capitano tutti i giorni. Se le ipotesi di reato venissero confermate, si tratterebbe del primo arresto in Svizzera di un reclutatore dell’ISIS. L’operazione di mercoledì dimostra come l’allerta da parte delle Autorità cantonali e federali sia sempre molto alta. Lo ha ribadito anche il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber martedì sera a Lugano. Quando si parla di minacce provenienti dalle organizzazioni criminali non si deve mai abbassare la guardia. Al contrario dobbiamo costruire antenne e sviluppare anticorpi per contrastarle».

Se dico che siamo entrati in una stagione contraddistinta dal sentimento del sospetto misto a quello della paura, come replica?

«Non dobbiamo essere spaventati, ma dobbiamo comunque essere preoccupati. D’altra parte non l’ho mai negato: il pericolo zero, quando si parla di terrorismo, non esiste. La Svizzera e il Ticino, pur non essendo un obiettivo primario, non sono esenti dalla minaccia terroristica. Piccole realtà urbane e villaggi come quelli del nostro Cantone, in cui regna un buon controllo sociale, non sono immuni da fenomeni criminali legati al terrorismo. Qualche tempo fa le forze dell’ordine italiane scovarono un luogo di radicalizzazione e di reclutamento dell’ISIS a Merano. In quell’occasione dissi che una minaccia analoga avrebbe potuto interessare anche il Ticino. Ma grazie al lavoro dell’intelligence è possibile contrastare e combattere l’insorgere di questi fenomeni».

Ma lei ha paura?

«Il mio approccio è molto pragmatico: non ho paura, ma sono cosciente dei rischi che minacciano non solo la Svizzera ma tutta l’Europa. E ovviamente ho fiducia nell’operato delle nostre forze dell’ordine. Come responsabile della sicurezza in Ticino sono convinto che gli sforzi comuni in questo caso possano davvero fare la differenza, per questo motivo continuerò a impegnarmi per garantire massima cooperazione con la Confederazione e le forze dell’ordine italiane».

Il cittadino ticinese deve continuare a vivere spensieratamente o deve iniziare a mutare i suoi atteggiamenti nei confronti delle categorie considerate più a rischio?

«Non dobbiamo creare allarmismo tra la popolazione. Quando parlo di collaborazione non intendo solo quella tra le forze di polizia: un ruolo fondamentale viene giocato soprattutto dai cittadini, che mi piace definire le nostre “sentinelle” vigili e attente sul territorio. Ogni situazione sospetta che viene percepita deve essere segnalata alla polizia cantonale. D’altra parte non dobbiamo dimenticare che coloro che si avvicinano all’ISIS e si radicalizzano, mutano tendenzialmente il loro comportamento e il loro modo di apparire avvicinandosi al loro nuovo credo. Ragion per cui anche le comunità religiose presenti in Ticino devono essere più vigili, e avere con le autorità un dialogo trasparente e aperto».

Ieri sera si è aperto il carnevale Rabadan, che richiamerà a Bellinzona folla per diversi giorni. Il sistema di sicurezza è stato aumentato alla luce dell’inchiesta scattata poche ore prima?

«Come dicevo prima, la guardia era e deve rimanere alta. Alle nostre latitudini manifestazioni ed eventi non sono infatti l’obiettivo primario di attacchi terroristici».

In queste settimane il Governo si sta interrogando su nuovi possibili risparmi. C’è chi ritiene che l’organico della polizia, con il passare degli anni, si sia eccessivamente gonfiato. In questo settore ci sono margini di risparmio?

«La sicurezza rappresenta un elemento fondamentale nella vita di una persona. Un bene primario che lo Stato deve garantire a tutti i suoi cittadini. Sono quindi fermamente convinto che la sicurezza passa anche da un numero adeguato di agenti sul territorio. In questo senso sottolineo che l’adeguamento degli effettivi non è stato un esercizio di stile ma ha portato anche una serie di importanti risultati operativi tra cui ad esempio la diminuzione dei furti».

Si è parlato anche di intelligence, un concetto che in passato lo percepivamo per altre realtà. Alla base dell’inchiesta ci sono soprattutto contatti e informazioni raccolte in incognito o, magari, c’è stata anche parecchia fortuna nel fare combaciare il tutto?

«Non parlerei di fortuna. Tutt’altro. Un plauso va all’ottimo lavoro della Polizia cantonale. L’operazione infatti è partita a seguito di analisi e verifiche effettuate proprio dal nostro servizio d’intelligence. Dopo le verifiche e una volta identificate le ipotesi di reato il dossier, per competenza, è passato nelle mani del Ministero pubblico della Confederazione. Questo a dimostrazione che la scelta strategica di creare la cellula d’intelligence sia stata una mossa vincente».

Cosa può fare di più di quanto fa già oggi il Ticino per combattere l’insorgere di fatti preoccupanti e del manifestarsi di potenziali cellule terroristiche sul nostro territorio?

«Un fattore sicuramente fondamentale è lavorare sulla politica d’integrazione dei cittadini stranieri che giungono sul nostro territorio affinché facciano propri i valori di libertà e di democrazia. Uno sforzo collettivo che aiuta a evitare il rischio di emarginazione e di ghettizzazione dal tessuto socio-culturale locale di queste persone. Un rischio che, come emerso, potrebbe tradursi nel reclutamento da parte di organizzazioni terroristiche. E inoltre come ho già detto a più riprese è vero che i luoghi di culto non sono per forza luoghi di radicalizzazione, ma è pur vero che possono essere frequentati anche da personaggi radicalizzati e dai radicalizzatori. A questo proposito ribadisco che il dialogo tra le comunità islamiche e le autorità è necessario e va rafforzato per evitare l’insorgere di pregiudizi».

(Intervista di Gianni Righinetti)